di Nicola Fanizza
Nel mese di luglio, sono tornato nel mio Paese, nella casa dove sono nato tanti anni fa. Da Milano ho portato qualche libro, il portatile e la voglia di recuperare l’assenza di tutti questi anni che mi separano dall’infanzia e dalla prima giovinezza. Ho trovato sempre meno amici. Molti sono andati via. Sono andati via per vivere altrove oppure sono andati nel cimitero per riposare per sempre.
Ho incontrato anche alcuni amici che avvertono la morte dietro al collo. I decessi in questi ultimi anni sono aumentati per l’insorgenza di neoplasie che hanno investito per lo più l’apparato digerente. Da qui l’accusa rivolta ai proprietari della discarica che è presente nel territorio di un paese vicino. Questi ultimi sono stati rinviati a giudizio, poiché – questo dice l’accusa – avrebbero inquinato le falde acquifere che vengono utilizzate per irrigare la frutta e la verdura.
Tutto ciò ha penalizzato i contadini che possiedono i poderi nelle zone contigue alla discarica. I consumatori, quando si recano al mercato, sono preoccupati per la loro salute: comprano, infatti, solo la frutta e gli ortaggi che provengono da fondi ritenuti «sicuri», ossia da colture ubicate in aree agricole distanti dalla discarica.
Nel paese che mi ha visto nascere ho parlato solo con i vecchi. I quali mi hanno detto che anch’essi non conoscono i giovani e che parlano solo fra loro. Penso che i giovani, come sempre, più che ai loro padri assomigliano al loro tempo. Un tempo ansiogeno e volgaruccio, un tempo che – come nel resto della penisola italiana – è di attesa.
Nondimeno ciò che mi ha maggiormente colpito è stato il sensibile aumento dei cani che vengono portati a passeggio dai loro proprietari. Quello del cane depresso o del gatto schizzato è diventato, purtroppo, l’argomento principale negli incontri con i parenti e con gli amici di famiglia. Sicché, per affrancarmi da quei noiosi rituali, ho preferito darmi alla lettura.
Nel vivo chiarore delle giornate passate al mare, ho letto l’ultimo libro di Waldemaro Morgese Città buie – Il Grillo Editore, Gravina, 2015, euro 10,00 –, che si articola in tre brevi racconti. Si tratta di un libro di rara bellezza, di un libro in cui l’autore si mette in gioco, di un libro a tratti sofferto, di un libro che ci restituisce con tono lieve e con accenti autobiografici gli opposti di cui il Sud è costituito, di un libro che tutti i meridionali dovrebbero leggere per avere un’immagine corretta di loro stessi.
Morgese invita gli abitanti del Sud a guardarsi allo specchio, li invita ad osservare, nei loro stili di vita e nelle loro fattezze, quei particolari che rischiano di farli sentire un po’ più brutti di quello che pensano ma che hanno il merito di restituirli a loro stessi, aprendo nuove chance, nuove linee di fuga, nuove vie esistenziali.
Nora, Moby e Achille – i protagonisti dei tre racconti – si sentono responsabili della bellezza del mondo. Vogliono che le città in cui vivono siano splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non sia deturpato nè dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare. Nondimeno ciascuno di loro si rende conto che il Sud è un ossimoro: sono consapevoli di vivere in luoghi bellissimi che tuttavia sono spesso deturpati dall’incuria e a volte persino dalla spazzatura; sono altresì consapevoli che la generosità manifestata da alcuni individui è solo di facciata poiché è finalizzata a promuovere il loro prestigio sociale. Di fatto quegli stessi individui alimentano con i loro comportamenti pratiche ai limiti della legalità.
Nel primo racconto, la protagonista è Nora, una bibliotecaria che ha la passione per la lettura e il teatro, è impegnata nel sociale e dà lezioni gratuite e non richieste agli studenti che frequentano la sua biblioteca.
Probabilmente per deformazione professionale, ha il vizio di catalogare qualsiasi cosa. Ritiene che ogni sua scelta deve essere ponderata; scheda persino i suoi pretendenti e tuttavia non riesce a vedersi accanto a nessuno dei ragazzi che frequenta.
Intanto la città marina in cui lavora diventa sempre più opaca, sempre più invivibile per il dilagare della criminalità organizzata, per l’incanaglimento delle relazioni e per il passato che non passa (la parte maledetta della nostra tradizione). Viene colpita in modo particolare da un evento drammatico: nella stazione ferroviaria, un ragazzo si era lanciato sotto il treno, poiché suo padre non accettava che il figlio fosse omosessuale.
Nora si sente triste, avverte un forte disagio esistenziale e, appena ne ha la possibilità, si trasferisce in una biblioteca ubicata in collina.
Lì le sembrava di vivere in un tempo senza tempo ed era ancora possibile instaurare relazioni autentiche e cordiali. Lì, finalmente, stringe un’«intima amicizia» con Arturo, un maturo proprietario di una casina tutta bianca. Amavano spesso conversare, facevano passeggiate lunghissime «respirando il profumo del pino da frutto» e spesso Nora restava a cena con lui «sotto un cielo terso e fittamente stellato».
Con l’aiuto di Arturo, Nora si impegna nella tutela del territorio, progetta la costituzione di un ecomuseo con l’obiettivo di proteggere le bellezze di quelle terre e si attiva per riunire i contadini e gli abitanti del luogo in un’associazione per sostenere il progetto ecomuseale.
Ciò che legava Nora al proprietario della casina bianca era l’inquietudine che a volte scorgeva sul suo volto. Arturo diceva che la «vita è tutta una sequela di incertezze» e ciò nondimeno cercava il senso della sua vita. Di fatto cercava di comunicare con gli altri e nel contempo amava ritagliarsi uno spazio di intimità segreta. Arturo – dice Nora – le aveva confidato che «quando voleva capire meglio il mistero della vita e della morte era solito sedersi davanti ai ritratti dei suoi antenati per entrare in dialogo profondo con loro e ripercorrere gli scampoli a lui noti delle loro esistenze».
Nora avrebbe potuto apprendere tante cose da Arturo, ma un evento accidentale spezzò la sua vita. Nora considerava quella morte come un accanimento del destino. Arturo per lei era uno delle tante persone che sono come il vento. Sembrano esistere soltanto per andarsene.
Nel secondo racconto, il protagonista è Moby, che ha una storia difficile alle spalle. E’ figlio di una ragazza madre e, per di più, ha vissuto la sua infanzia in un contesto affettivo attraversato da disagi esistenziali. Moby è un ragazzo dai piedi nervosi: infatti, appena diventa maggiorenne, decide di andare via per giungere fino ai confini del mondo. Nondimeno, cambiando il luogo di residenza, Moby non riuscirà a risolvere i suoi problemi esistenziali e, venuto a sapere che suo padre si era fatto vivo e lo cercava, deciderà di tornare a casa.
Infine, nel terzo racconto, il protagonista è Achille, il quale si rende conto di non provare alcun amore per la sua ragazza, decide di lasciarla e di partecipare al concorso per entrare nell’Accademia della Marina militare, che è situata a Livorno. Qui, durante i tre anni di corso, si impegna nello studio, supera brillantemente gli esami, consegue il brevetto di ufficiale di marina e diventa un autentico lupo di mare. Quando non è in giro per il mondo, Achille manifesta il suo vivo interesse per tutto ciò che consente di ricostruire un tessuto di pensieri e di conoscenze degne. D’altra parte non riesce a dissimulare la sua insofferenza nei confronti delle dinamiche degradanti che investono lo spazio sociale e l’assetto urbanistico del suo quartiere.
I protagonisti dei tre racconti cercano ognuno a suo modo – attraverso il viaggio, lo studio e le relazioni – di pervenire alla loro sovranità, sono individui che esprimono bisogni sociali autentici, bisogni che sono opposti e complementari: il bisogno di sicurezza e quello di apertura, il bisogno di certezza e il bisogno di avventura, quello di organizzazione del lavoro e quello del gioco, di unità e di differenza, di solitudine e di comunicazione.
Le città del Sud – dice Morgese – sono troppo buie. L’antidoto non viene individuato nella nostalgia e nella memoria di un mondo perduto o in un piano identitario da rivendicare, bensì nelle forme di sociabilità che qui ed ora sono già disseminate sull’esergo del sistema (la collina): ossia nei nuovi modi di vita domestica, nelle nuove pratiche di vicinato, di istruzione, di salvaguardia del territorio, di presa in carico dei bambini e delle persone anziane, dei malati, ecc.
In fin dei conti Morgese dà ragione a Franz Kafka quando asseriva che conviene «lasciar dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo si ottiene un presente assonnato!».





















La storia di Alice, tutta la sua fantasmagoria irriverente e perturbante, la associo nella mente a un oggetto preciso. Un libro, e uno soltanto. L’ho recuperato, e con quello i ricordi d’infanzia che ad esso si fondono nella memoria, nella biblioteca della mia casa in campagna nelle Marche. Una casa dove non vivo – risiedo all’estero ormai da molti anni, in quello spazio contemplativo e spesso nostalgico che consente, o impone, la distanza – ma dove ho raccolto su scaffali di legno lucido e pesante tutti i libri che nei miei molti viaggi, traslochi e spostamenti non ho potuto portare con me. E sono tanti. Li ritrovo ad ogni ritorno, mi aspettano nel loro ordine non cronologico, non alfabetico, e neanche troppo tematico, aggiustati sui ripiani a seconda delle dimensioni e dell’altezza dei loro dorsi. Mi piace che la loro disposizione sia gradevole anche all’occhio – o sempre avuto un po’ la fissa delle simmetrie, dell’armonia delle forme. Mi riprometto spesso di cambiare quest’ordine molto poco filologico, di mettere in sequenza tutti quei libri per autore, o più diligentemente per argomento, il che, mi dico, verrebbe tutto a mio beneficio, la ricerca di questo o quel volume sarebbe senz’altro più agevole. Ma poi mi dico anche che i dorsi dei miei libri li conosco tutti, e che comunque mi ci vuole un attimo per riconoscere quello che mi serve, a colpo d’occhio, e a colpo sicuro. Allora a che pro cimentarsi in un riordino lunghissimo e noioso, visto anche il poco tempo che trascorro in quella casa, solo per le parentesi brevi delle vacanze. Quindi è rimasto tutto com’è, anche stavolta.
Non so bene se mia sorella conoscesse già la storia di Alice nel paese delle meraviglie, probabilmente mio zio doveva avergliene parlato in precedenza, e il libro in regalo era il coronamento ideale dei suoi racconti. Ma ricordo la felicità e il sorriso aperto sul viso di Elena per quel regalo così piccolo eppure così carico di promesse e di avventure da sfogliare ad ogni pagina. E ricordo la mia curiosità di minuta analfabeta e nuova al mondo per quel piccolo oggetto rettangolare e misterioso. Era l’ultimo Natale di quei difficili anni Settanta – funestati dal terrorismo, dalla crisi energetica ed economica, e la nostra Ancona anche da un terribile terremoto venuto dal mare di cui ancora, nonostante una rapida ricostruzione, la città e i suoi abitanti portano con sé la memoria e le ferite – che ci avevano visto nascere, e ci stavano lasciando crescere. Un paperback poteva ben bastare, al tempo, per renderci felici. E non avremmo osato, comunque, chiedere niente di più.
sse mai uno spasso per lei, una ricreazione, piuttosto una prova assurda da superare per approdare all’avventura successiva, come in una specie di raccontato videogame ante litteram (e anche i protagonisti dei vecchi giochi elettronici con cui mi intrattenevo da bambina, a ripensarci adesso, non ridevano mai).
N.I. La casa, intesa sia come spazio fisico che come luogo immaginario, declinata come nido in cui rifugiarsi o come carcere castrante e opprimente, come ricettacolo di affetti e ricordi familiari o come luogo congeniale allo sprigionarsi di forze psichiche irrazionali e violente, è un ambiente che ha spesso ispirato gli scrittori, in ogni epoca e a qualsiasi latitudine. Molti di questi scrittori sono tra l’altro a te particolarmente cari, penso a nomi quali Landolfi, Borges, Gombrowicz, Poe, Kafka, Canetti e tanti altri. D’altra parte tu stesso hai posto la casa al centro di molti tuoi romanzi e racconti. In tal senso
N.I. Un altro autore che ami, Gesualdo Bufalino, giunse all’opera di traduzione da autodidatta per poi regalarci non solo splendide traduzioni ma anche interessanti riflessioni sull’arte del tradurre, quale ad esempio questa: «Il traduttore è come uno scassinatore di casseforti. Guai se gli tremano le mani […] Freddezza e passione, dunque, ci vogliono entrambe. Il traduttore deve essere insieme un mistico e un ingegnere. Quindi tradurre è più di un esercizio: è un gesto di ascesi e di amore». Quali sono gli aspetti che per te contano di più nella traduzione di un testo? Saresti disposto a sacrificare la fedeltà a favore di una maggiore letterarietà, insomma, per dirla con il Monti, «una bella infedele fa sempre miglior fortuna di una brutta fedele»?

Sempre a proposito del forte legame che lega Mari ai propri oggetti non ci si può esimere dal chiamare in causa (è egli stesso a farlo nella Prefazione) il trattatello intitolato Fantasmagonia, racconto eponimo della raccolta uscita nel 2012. Fantasmagonia, articolato in un introibo e diciannove paragrafi, costituisce un esauriente enchiridio sulla fantasmasi e presenta tratti fortemente autobiografici. In esso almeno due paragrafi, il dodicesimo e il diciassettesimo, si soffermano sul rapporto che l’apprendista fantasma intrattiene con gli oggetti. Egli ama soffermarsi «con speciale affetto» su alcuni oggetti della casa «provando in anticipo il lutto della loro perdita» e «proprio le cose cui più il proprietario pensava con prolettico rimpianto sono quelle che più, dopo la morte, lo imprigioneranno».