di Giacomo Sartori
Per tutta la settimana
David ha contato i lombrichi
e Miguela la spagnola
ha spigolato fogliami fracidi
per la metagenomica
io misuravo con Brad
gli abeti schiantati
di Giacomo Sartori
Per tutta la settimana
David ha contato i lombrichi
e Miguela la spagnola
ha spigolato fogliami fracidi
per la metagenomica
io misuravo con Brad
gli abeti schiantati
di Rinaldo Censi
Il primo di gennaio del 1989 è una domenica. Ed è forse il giorno giusto per iniziare un diario. Derek Jarman si trova nella zona costiera del Kent, a Dungeness. Lì, nel 1986, ha acquistato una casa in legno, notata durante i sopralluoghi per The Last Of England. Prospect Cottage. Amore a prima vista. Gli basta poco più di una pagina, quella che apre Modern Nature. Diario 1989-1990 (Ubulibri, 1992), per circoscrivere il luogo, fargli prendere vita su carta, descrivere i ciottoli appiattiti, levigati dal sole e dal vento del mare, il faro, le travi nere della costruzione, gli basta poco per ricordare le tempeste marine che, in passato, hanno rischiato di portarsi via la casa. Lo sguardo di Jarman ruota sugli assi cardinali. Ad est alcune capanne di pescatori, qualche barca, costruzioni in rovina, abbandonate da tempo. Luoghi antichi, come le usanze di chi vi abitava («Lì, molti anni fa, le reti dei pescatori venivano bollite nell’ambra, per conservarle»). Sul retro della casa, la finestra della cucina getta sulla centrale nucleare. Il suo reattore somiglia ad una scultura postmoderna. Questo blocco verticale grigio acciaio viene addolcito dal verde della ginestra che lo incornicia, insieme a un gruppo di salici e frassini provati dalle tempeste.
Bastano insomma pochi tratti per gettare le fondamenta, disegnare lo spazio, quello spazio che sì è deciso di abitare: il rumore del mare, i gabbiani, il vento, il ciottolato desertico, la luce violenta del sole, i resti delle mareggiate. E un giardino da inventare, curare, accostando specie, piante e fiori, i loro colori. E il fish and chips del Pilot Inn, il migliore di tutta l’Inghilterra. Sarà l’effetto della centrale nucleare?
Durante la vernice in una galleria, un’amica lo sfotte dicendogli che ha finalmente scoperto la natura. Eppure, le cose non stanno proprio così. Per Jarman la natura è un ricordo d’infanzia. Nel 1946 vola con la famiglia in Italia, sul Lago Maggiore. La famiglia alloggia a Villa Zuassa*. Il padre di Derek è comandante del campo di aviazione di Roma e testimone nei processi di guerra a Venezia. Giardini rigogliosi costeggiano la sponda del lago. Il piccolo Derek, che ha da poco compiuto quattro anni, sfoglia Beautiful Flowers and how to Grow Them, un trattato di botanica che i genitori gli regalano. Cammina lungo i sentieri del giardino: «Il giardino di Zuassa correva per un miglio intorno alle sponde del Lago Maggiore. Sconfinava sui pendii pietrosi – una cornucopia di cascate di fiori». E a proposito del libro: «Chi può guardare un’illustrazione di un magnifico giardino senza provare l’impulso di coltivare fiori, e quali risultati se ne possono trarre!».
E’ dunque un “ricordo d’infanzia” a spingere Jarman verso Prospect Cottage? Forse. Non solo. Il giardino che Derek Jarman cura amorevolmente non è solo il sintomo di un ricordo d’infanzia che preme e riaffiora, ma è insieme una mossa, una sorta di posizionamento. E’ il giardino di un poeta, e sembra rimandare a un dettato orientale, a quei giardini cinesi del “poeta-scolaro” che funzionavano come luogo di ritiro dalle pressioni del mondo ufficiale e insieme come appropriazione poetica dell’universo. Per quanto l’esperienza dei giardini orientali sia unica e irripetibile, uno studioso come Stephen Bann (si veda “The Poet’s Garden: Notes on British Tradition”, Rivista di Estetica, XXI, n. 8, Rosenberg & Sellier, 1981) sospetta che si trovi proprio lì la fonte d’ispirazione, il germe di quella serie di “poet’s garden” rintracciabili in Inghilterra a partire dal diciassettesimo diciottesimo secolo. Nessun parallelismo. Il giardino inglese si configura piuttosto come la loro contro-immagine frammentaria, di cui trattiene almeno un elemento legato a quella tradizione: un luogo isolato, appartato e insieme un’appropriazione poetica. Il giardino e la villa di Alexander Pope, Twickenham, o di Ian Hamilton Finlay, Stonypath, ne sono due esempi.
Seppur isolati dal mondo, questi luoghi non devono essere considerati come il buen retiro degli sconfitti. Sono piuttosto una mossa ardita, inattesa. Derek Jarman potrebbe fare sua questa frase di Ian Hamilton Finlay: «Alcuni giardini vengono descritti come luoghi di ritiro quando invece sono vere aggressioni». Sono gesti politici. (Bussy-Rabutin, congiunto di Mme de Sévigné – ricorda Stephen Bann – forzato all’esilio dal Re Sole nel suo castello in Borgogna, lavorò per diversi anni ad un notevole schema di decorazione di interni che ritraevano la sua brutta situazione attraverso gli emblemi – una reminiscenza del culto delle imprese –, dichiarando, nello stesso tempo, la sua personale rivalità rispetto al monarca assoluto che l’aveva espulso.) I giardini di Pope, Hamilton Finlay o di Jarman sono di dimensioni più raccolte, in opposizione a quelli dei magnati Whig. Sono gesti di contrapposizione. E rispecchiano totalmente la loro opera poetica. Compresa l’eccentricità come marchio distintivo. Compreso, a volte, il cattivo gusto.
Contrasti cromatici, metallo recuperato dal mare, detriti, pietre: il giardino di Jarman è un luogo in perenne metamorfosi, e rispecchia colui che ha realizzato film per tutta una vita, in maniera libera: «Deborah al Working Title mi ha domandato perché appaio sempre così felice. Perché sono il cineasta più fortunato della mia generazione, ho fatto sempre solo quello che ho voluto. Ora che filmo semplicemente la mia vita sono un megalomane felice, ho aggiunto. Realizzare film a modo nostro fa apparire prefabbricati tutti gli altri; la maggior parte dei registi non è nemmeno capace di prendere in mano una macchina da presa, una volta posata la penna. E la pretenziosità!» Opposizione rispetto al mondo ufficiale del cinema, aggiungiamo. The Garden è il film che Jarman gira lì, a Prospect Cottage, Dungeness, con le persone a lui care.
Tutto, nel Diario, mette in luce questa ambivalenza: il mondo, la città, gli affari, le riunioni, le vernici, la socialità insomma, e dall’altra il Cottage, il giardino, la lotta contro gli agenti atmosferici, gli innesti di piante e fiori, come fossero rime a verso libero, o semplice materia cromatica naturale per un dipinto senza tela e cavalletto. Eppure ogni cosa viene alterata, erosa dal vento, dalle nuvole rigonfie di pioggia, e il sole battente: impossibile armonia, perenne stato di metamorfosi. Quella di Jarman è in fondo un’impresa folle, in pura perdita: far crescere un giardino tra i ciottoli della spiaggia. C’è tutto Jarman in questa immagine.
«A Dungeness non puoi dare per scontata la vita: ogni fiore che sboccia attraverso i ciottoli è un miracolo della natura. Derek lo sapeva più di ogni altro», ricorda Howard Sooley, che ha conosciuto Jarman sul set di Edoardo II. A volte i fiori emanano un odore forte, colto nelle sue diverse gradazioni, compreso quello della decomposizione. Ci sono erbe mediche, dal potere quasi magico. Howard Sooley ha fotografato il giardino di Prospect Cottage. Ne ha fatto un libro, intitolato Derek Jarman’s Garden (Thames & Hudson). Derek Jarman è morto per complicazioni dovute all’Aids, nel 1994. Il giardino e il cottage sono ancora lì. In perenne lotta contro gli agenti atmosferici.
* Un amico, Alberto Saibene, mi segnala che Villa Zuassa dovrebbe in realtà essere Villa Quassa, vicino a Ispra (Jarman ricorda forse male il nome?). Ora è un luogo di matrimoni. Lo ringrazio.
L’ultimo uomo di Roma
di Luca Ricci
Per La nuit di Guy de Maupassant
Un giorno assolato può inquietare quanto la notte più nera . Mi svegliai a quell’ora in cui l’oscurità non ha ancora ceduto il passo alla luce: un brutto sogno, o forse un cattivo presentimento. E’ strano, pensai. Di mattina presto anche il caldo più accanito concede una piccola tregua. Invece sdraiato sul letto vedevo sorgere un sole turgido di fuoco, fissavo un’alba incandescente che faceva sudare come a mezzogiorno. Decisi di uscire perché in casa mi sembrava d’impazzire. Che ore potevano essere? Le sette, le otto?
Per strada, la prima cosa che notai fu la penosa e straordinaria assenza di vita. D’estate è normale che la città sia un po’ meno caotica, ma lo spettacolo a cui stavo assistendo era di tutt’altra natura: d’improvviso mi parve di essere l’unico uomo che stava percorrendo piazza Cavour. Il caldo era terribile. Non si trattava soltanto di afa- in fondo chiunque abiti a Roma è avvezzo al suo inconfondibile microclima tropicale-, piuttosto di un caldo che prendeva i nervi, che diventava qualcosa d’angoscioso. Procedevo accecato dalla luce sul lato sinistro della piazza. Davanti a me, come un miraggio, si ergeva la facciata bianchissima della chiesa Valdese, un puntino sperso nell’asfalto che già ribolliva e s’incollava alle suole delle scarpe. Sul lato opposto il retro del Palazzaccio scorreva lentamente, al ritmo dei miei passi esitanti.
Camminai fino a piazza del Popolo. Attraversarla mi parve un’impresa al di sopra delle mie possibilità- un po’ come affrontare il Sahara-, perciò mi limitai a percorrerne il perimetro fino a via del Corso. Le serrande dei negozi erano tutte abbassate, così riflettei che doveva essere ancora molto presto. Eppure il caldo si depositava sulle cose come uno strato di polvere.
A piazza Venezia l’Altare della Patria era abbandonato a se stesso, non un passante, non un turista, non un’automobile. D’improvviso ebbi una furibonda nostalgia di tutto ciò che di solito detestavo: mi mancò perfino il pizzardone che in genere dirigeva il traffico sopra la pedana. Mi affacciai sui Fori Imperiali giusto il tempo per intravedere il Colosseo immerso nei vapori bollenti. Sembrava un vulcano, o uno scolapasta. Ma dov’erano tutti?
Al Quirinale incontrerò almeno i corazzieri di picchetto al Presidente, mi dissi. Sapevo che per essere presi in quel reggimento speciale bisognava essere alti almeno un metro e novanta, e da un momento all’altro mi aspettai di vedere baluginare un elmetto tirato a lucido. Ma niente, a presiedere il palazzo erano rimaste solo le bandiere d’ordinanza- il tricolore e il vessillo dell’Unione Europea-, afflosciate come fiori senz’acqua. Scrollai la testa e proseguii.
A via Veneto i bar erano tutti inesorabilmente chiusi, con le sedie incatenate una sopra l’altra vicino agli ingressi sprangati. Dagli hotel di lusso non usciva o entrava nessuno, e non c’era l’ombra neanche di un facchino.
Mi ributtai a capofitto nel dedalo di stradine del centro storico. Da quando ero uscito non avevo ancora incontrato anima viva, possibile? Certamente d’estate esisteva una sorta di sospensione temporale nel bel mezzo della giornata, un particolare coprifuoco pomeridiano che spopolava la città, ma non era ancora presto, troppo presto?
Improvvisamente avvertii un rumore inconfondibile. L’allegro getto d’acqua di un nasone, una di quelle fontanelle di cui Roma è tappezzata, e che rappresentano il suo sistema idro-vascolare segreto, ciò che le permette di sopravvivere nei giorni di canicola. Sentivo distintamente lo scroscio d’acqua, non poteva essere a più di qualche passo… Non trovai niente di niente, forse mi persi, cominciai a girare a vuoto.
Di sicuro avevo preso un colpo di sole, avrei dovuto rincasare. Poi mi resi conto che ero arrivato proprio nei paraggi dell’abitazione di un mio caro amico. Chiederò riparo a lui, mi dissi. Una volta che ebbi raggiunto il portone, però, notai un cartello con su scritto “Affitasi”. Come se non bastasse il palazzo sembrava aver subito un cedimento strutturale, e una ragnatela di crepe si stendeva da finestra a finestra. Ero stato a cena da quell’amico giusto un paio di settimane prima, e la casa mi era sembrata fresca e ospitale, e per di più non avevamo parlato di un suo imminente trasloco. Che mi fossi confuso, che avessi sbagliato strada?
Ma ormai mi era presa come una smania, la voglia di sapere di non essere solo. Cominciai a bussare a tutte le porte che circondavano piazza Santa Maria in Trastevere. Nessuno mi aprì, tutto rimase ostinatamente chiuso, ostinatamente inaccessibile, ostinatamente morto. D’istinto presi il cellulare e chiamai mia moglie e mio figlio. Erano già partiti per le vacanze e io avrei dovuto raggiungerli quella sera stessa. Niente, i loro cellulari erano staccati.
Nel frattempo il caldo, se possibile, si era fatto ancora più minaccioso. Sentii, o mi parve di sentire, il rumore di un altro nasone, ma ancora una volta non riuscii a trovarlo. Volli sapere se almeno l’acqua del Tevere scorresse ancora. Raggiunsi il fiume, scesi le scale. Sarei stato pronto a tutto, anche a buttarmici dentro.
Poi, dal basso, intravidi il chiosco di un venditore di grattachecche che apriva i battenti. Mi rianimò il colore delle varie bottiglie di sciroppo- la menta verde d’un verde smeraldo, la fragola rossa d’un rosso rubino, il limone giallo d’un giallo canarino-, e allora urlai: – Cos’è successo a Roma?
Il grattacheccaro si sporse un poco dal muraglione: – Dotto’ che vole che sia successo, stai sereno, oggi è feragosto.
*Questo racconto è uscito per la prima volta sul Messaggero.it mercoledì 15 agosto 2012
di Desmond Tutu
Il mio appello al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina.
(L’Arcivescovo Emerito Desmond Tutu, in un articolo in esclusiva per Haaretz, ha lanciato un appello per un boicottaggio globale di Israele, chiedendo con urgenza a israeliani e palestinesi di essere migliori dei loro leader, nel cercare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa.)
di Desmond Tutu
14 Agosto 2014 | 21:56
[ Originale pubblicato qui – Traduzione realizzata dalla Comunità di Avaaz. ]
Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina.
Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell’opinione pubblica riguardo ad una singola causa.
Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l’affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C’erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.
Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: “Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei.”
Pochi giorni fa, ho chiesto all’Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro.
Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un’ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati.
Ho detto loro: “Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione”.
In poche settimane, più di 1 milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall’occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell’azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).
Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani.
Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.
Questo movimento sta prendendo piede.
La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.
Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Conosciamo la pena che comporta l’essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo.
Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come “terroriste” furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.
Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.
L’euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti librerati.
Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato.
Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l’insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente.
A un certo punto – il punto di svolta – il governo di allora si rese conto che preservare l’apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.
L’interruzione, negli anni ’80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l’apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto.
Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di “normalità” nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto.
Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.
In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell’ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.
È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.
Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta – compresi molti Israeliani – sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.
Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole – e a cui ha diritto – finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.
Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell’odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza.
Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.
Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.
La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l’essere umano in loro stessi e nell’altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza.
Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.
È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.
Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle utlime settimane, a favore della Palestina.
Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere – un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.
Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l’attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L’unico mondo che abbiamo e condividiamo.
Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell’orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell’esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.
La giustizia prevarrà alla fine. L’obiettivo della libertà del popolo palestinese dall’umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.
Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele
di Davide Orecchio

La portiera m’ha detto che presto questa mattina uno stormo di neonati ha preso il volo e che «migravano al Nord». Capita solo nel mio quartiere, difatti è dal tetto di questo palazzo che han decollato, metà di loro con le piume corvine, l’altra metà dalle penne di latte. «Erano trenta, forse quaranta». Il capo era biondo col piumaggio nero e gli altri lo chiamavano (perché si parlavano) Orca, anche Horcynus Orca. Lui ha fatto colazione col Campari e l’Ovomaltina e mezza rosetta spalmata di burro con lo zucchero sopra. Stavano tra la pece, la malta, le erbacce e le muffe che crescono intorno a comignoli e antenne dov’era stato il loro bivacco, credo per diversi giorni. Ma io sulla testa non li avevo sentiti. Era un bivacco lieve di levitazione. Scarabocchiavano disegni sul muro, m’ha detto la donna, per lo più padri simili ad alci e madri tondissime, e nuvole gonfie. Mangiavano biscotti col cioccolato, scaglie di cioccolata, pollo nel sugo rosso di cioccolato. Un paio di volte hanno intonato un coro da branco per darsi coraggio e il canto spargeva una storia come acqua tirata dal pozzo, la fiaba lontana del dadoveveniamo e doveandiamo. Erano seri. Avrebbero potuto esser padri, più che figli neonati. Horcynus era il silenzioso di loro ma al mattino, dopo lo zucchero il burro e il Campari, ha detto: «Adesso si va per non finirecrepàti in questodeserto abbiamo un mese abbiamo cent’anni ne abbiamo duecento senz’aver creato nulla le storie cipèsano la storia ciopprìme» Ha fatto una puzza e poi s’è librato. Nell’attesa degli altri, cui dava il la, s’è divertito con le capriole, ha impaurito un gatto, schiaffeggiato un’antenna, svolazzato tra i tappeti stesi lassù, i cavi di rame e di plastica. «I gabbiani non lo spaventavano e per questo era il capo», suggerisce la portiera che qui vicino m’imbecca (forse è gabbiana?), «allora gli altri si sono rizzati e l’hanno raggiunto», e tutti insieme hanno infilzato le nuvole. Ora sono lontani. Giusto uno stormo di neonati può volare lontano così. Credo vadano talmente veloci da precedere la vita assegnata, ossia che superino le biografie e quanto faranno e in chi cresceranno; già lo sono e lo fanno, prima di esserlo; perché rapidissimi. Hanno attitudini da troposfera, forse da sprawl. Con la donna poi sono sceso in cantina, non so il motivo, a pernottare in eterno, e qui ho scoperto che lei dev’essere un geco: succhia zanzare, ne fa cacchette, non è gabbiana ma è un rettile, e mi accompagna – succhia zanzare, ne fa cacchette, non è gabbiana ma è un rettile, e mi accompagna – succhia zanzare, ne fa cacchette, non è gabbiana ma è un rettile, e mi accompagna (ad libitum)…
Entri in scena la compagnia che rappresenta i miei sogni. In un teatro di provincia della psiche, ed è notte. Palco e sedili sono di sughero. Il sipario è di carta di riso. Il primattore è il suggeritore. Il regista vende i biglietti. I personaggi appariranno stonati, sfocati. Non loro. Loro. Non il mio gatto. Il mio gatto. Non l’amica, la madre, il padre. L’amica, la madre, il padre. La piccola compagnia non s’immedesima né strania, piuttosto usa il metodo dell’impaludarsi. Gli attori anche sono di sughero. Gli abiti di scena son sugherati. Gli attori in realtà sono di soia. È noto che la soia è doppiogiochista. La soia è capace di sembrare un hamburger (non è un hamburger). Nella periferia dei teatri dei sogni, dov’è in scena il mio sogno, la soia è il gatto, l’amica, il padre, la madre. Ma la soia non è il gatto né il padre. Materna non sarà mai, la soia. Sospetto che il primattore, il suggeritore, sia di sushi; il più falso dei cibi. Non puoi impersonare il padre col riso, le alghe, il mirin, il salmone. Il padre era crudo, ma non così crudo. La compagnia si condanna indigeribile alla periferia dei teatri dei sogni. In città non ci arriva. Reciterà per sempre tra i sugheri. Questa notte, domani notte e poi ancora. Col sapore di soia da filodrammatica. Nel più parrocchiale dei sogni, io non crederò al mio ennesimo sogno. Vedo la toga del prete. Vedo la gonna al ginocchio della parrocchiana. Sughero, soia, sushi? Compagnia, la vita passa per la cartilagine, le ossa, la carne. Non sei verosimile. Compagnia dei miei sogni: vuoi debuttare in città?, vuoi i sedili di stoffa?, il velluto al sipario? Prova a convincermi. La verità può convincere, e indossa la carne. Qui c’è il tuo impresario, il tuo pubblico, io. Mostrami il gatto. Il gatto davvero.
di Daniele Ventre
Phaselus
Il battellino che vedete, ospiti,
il battellino che si ostina a correre
sulle acque di occidente sin dall’epoca
di Gilgamesh, mi spiace, non è tramite
d’eternità, ma semplice veicolo
di male fida rotta in cui si perdono
enti entità di danni -e intanto naufraga
la trascendenza -E non di meno l’essere
continua la deriva con identica
meticolosità -lo yacht, miei ospiti,
la iolla col suo animo di tenebra
ottenebrato d’avventure inutili
e di colonie d’oltre-male, naviga
in acque non agevoli -sgradevoli
gli avvisi ai naviganti -si disperdono
nel nulla delle nebbie -ti s’annebbiano
i sensi e i sentimenti se dissentono
in dissonanze -E i giorni ti deludono
eludono il motivo del recedere
nel tempo del tramonto ma trascorrono
finché non sorge il sole -e lo yacht ospiti
ancora a navigare -la stultifera
navicula d’ingegno in acque luride
stagnando -che le muse non ti mostrano
né orse né serpenti -non ti danzano
la danza del giardino -adesso danzano
a poppa del battello mentre naufraga
coi fuochi di Sant’Elmo che saltellano
sull’albero del mondo -e qui li scambiano
per Castore e il gemello -e non si salvano
per continuare a crederci a un oroscopo
di malintesi da solstizio livido.
* * *
Satura Juvenalis (Witz)
certo uno deve ascoltare e mosca -ascoltare che cosa?
la poesia di ricerca è un equivoco -tutti quanti
fanno ricerca in un senso o nell’altro -alcuni vicino
altri lontano dal centro (e cos’è ricerca -è ricerca
più verso il centro magari -dov’è la neolingua di moda
sempre atonale o comunque distonica) -“la distopia
della parola abbassata il neostandard fuori di schema
fuori di standard” -però non puoi essere dai due lati
di Francesca Matteoni
(QUI la prima parte)
dentro la torre
“(…) how crude and jaunty my own theories were beside his; indeed I got a tremendous sense of the intricacy of his art; also of its meaning, its seriousness, its importance, which wholly engrosses this large active minded immensely vitalised man”. VIRGINIA WOOLF su WILLIAM BUTLER YEATS
Lessi W.B.Yeats per la prima volta a causa di mia madre, durante una vacanza estiva di pochi giorni in montagna – un soggiorno premio vinto per un concorso scolastico di poesia. Ero sedicenne e infelice. Ricordo che mi detestai per aver scritto quei versi ed essere finita in un posto dove non volevo assolutamente stare, che non erano i miei monti d’origine e dove mi crescevano rabbia e imbarazzo ogni volta che qualcuno dello staff della residenza sottolineava quanto dovessi essere sensibile, per scrivere poesie. Però ci incontrai Yeats. Mia madre aveva preso a leggere molta poesia, abitudine che di lì a pochi anni abbandonò per tornare ai romanzi ed ai saggi di fisica e matematica. Mi disse che questo poeta che affrontava ora era molto strano, ma gli piacevano i gatti e quindi doveva essere uno in gamba. Il suo libro era tutto chiosato a lapis di note e punti interrogativi. La poesia a cui lei si riferiva era Il gatto e la luna – Vuoi ballare, vuoi ballare Minnaloushe?
di Francesca Matteoni

isole
“Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” è la celebre indicazione che Peter Pan, il bambino che non crescerà mai, grida ai tre fratelli Darling in volo per l’Isola Chenoncè. La frase naturalmente non ha alcun significato (come ci tiene a precisare l’autore del libro, ma con il tono beffardo di chi la sa lunga), è solo la prima cosa saltata in mente allo straordinario ragazzo che ha tutto il tempo e nemmeno un attimo da regalare a ciò che non sia puro entusiasmo e avventura. Eppure nessuna direzione è più adatta per un luogo che non esiste, dove si arriva solo da bambini, cadendo piano talvolta nei sogni e nel loro garbuglio di cose note d’improvviso fatte improbabili, di terrori e storie capovolte, interrotte bruscamente dalla visione successiva o dal rumore della sveglia. A destra di cosa? Seconda in quale fila a partire da quale punto di riferimento? E soprattutto quale stella, quella non più grande di un mappamondo, fredda e luminosa, dietro cui Peter si nasconde, o quella distante migliaia di anni luce, già morta e ancora brillante, essa stessa un paese inventato, immaginario?
– Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014 –
domenica 24 agosto
Portonovo, Chiesa di S. Maria
ore 18.45: Reading di Durs Grünbein
Portonovo, La Capannina
ore 20.00: Cena a buffet
Portonovo, Chiesa di S. Maria
ore 21.30: Poeti da antologia
Reading di Milo De Angelis
Interventi musicali Cesare Malfatti (La Crus)
Introduce Massimo Raffaeli
In collaborazione con FAI Marche
lunedì 25 agosto
Portonovo, Parco Hotel La Fonte
ore 18.45: Donne di parola | Le Marche della poesia
Presentazione dell’antologia “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche” (ed. Vydia. 2014), a cura di Cristina Babino.
Portonovo, Parco Hotel La Fonte
ore 20.00: Cena a buffet
In collaborazione con Slow Food Ancona e Conero
Portonovo, Auditorium Hotel La Fonte
ore 22.00: Facebook Poetry
Laboratorio telematico di poesia in diretta mondiale, su Facebook.
martedì 26 agosto
Ancona, Auditorium Mole Vanvitelliana
ore 18.30: Cambiare canale? Dal Gruppo 63 a Blob
Angelo Guglielmi, Enrico Ghezzi e Antonio Rezza festeggiano il 51° anniversario del Gruppo che sconvolse le Patrie lettere e il 25° compleanno della trasmissione più poetica della TV. Introduce Andrea Cortellessa.
Ancona, Corte Mole Vanvitelliana
ore 21.30: 7-14-21-28
Spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
(mai ) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
disegno luci Maria Pastore
consulente tecnico Mattia Vigo
organizzazione Stefania Saltarelli
produzione RezzaMastrella – Fondazione Teatro Piemonte Europa – TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
In collaborazione con Marche Teatro
mercoledì 27 agosto
Ancona, Arco di Traiano
ore 18.30: Poesia e lavoro
Presentazione di «Semicerchio. Rivista di poesia comparata» (ed. Pacini, 2013)
e dell’antologia «How beautiful it is… (?)». Epifanie del lavoro nella poesia italiana di oggi
a cura di Fabio Zinelli
con Francesco Stella (direttore della rivista)
Letture di Vito M. Bonito, Franca Grisoni, Franca Mancinelli, Luigi Socci e altri poeti dell’antologia,
interviene Pierpaolo Pullini, operaio della Fincantieri.
In collaborazione con FIOM Cgil Ancona | Marche Teatro
Ancona, Trattoria Da Irma
ore 20.00: Cena a buffet
Ancona, Arco di Traiano
ore 21.30: La poesia che si vede (omaggio a Luigi Di Ruscio)
Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti presentano il volume “Romanzi” di Luigi Di Ruscio (ed. Feltrinelli, 2014) da loro curato. A seguire la proiezione del film documentario “La neve nera. Luigi Di Ruscio a Oslo, un italiano all’inferno”. Intervengono il regista Paolo Marzoni e il co-sceneggiatore Angelo Ferracuti.
In collaborazione con FIOM Cgil Ancona | Fondazione Marche Cinema Multimedia | Marche Teatro
giovedì 28 agosto
Ancona, Auditorium “Polveriera” – Parco del Cardeto “Franco Scataglini”
ore 18.30: La poesia che si vede (omaggio a Franco Scataglini)
Proiezione di “Stella vermiglia”, un video-ritratto di Franco Scataglini, realizzato da Stefano Meldolesi.
Introduce: Massimo Raffaeli
Testimonianze e letture
Ancona, Corte Mole Vanvitelliana
ore 21.30: Poetry Slam / Sfida all’ultimo verso
Con: Davide Barca (Ancona), Alessandra Carloni Carnaroli (Fano), Gianni Formizzi Opitz (Montertoberto/Konstanz), Andrea Mazzanti (Senigallia), Alfonso Maria Petrosino (Salerno/Parigi), Clara Vajthò (Torino), Fabrizio Venerandi (Genova)
Maestro di Cerimonia: Sergio Garau
Ospite d’onore: Laura Wihlborg (campionessa nazionale svedese)
In collaborazione con LIPS (Lega Italiana Poetry Slam)
venerdì 29 agosto
Portonovo, Le Terrazze
ore 18.45: Le lingue degli Italiani / Le Marche della Poesia
Letture di Nino De Vita (Trapani) e Emilio Rentocchini (Modena)
e con Gianluca D’Annibali, Francesco Gemini, Germana Duca Ruggeri, Andrea Mazzanti, Francesco M. Serpilli.
Presentazione de L’italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (ed. Gwynplaine, 2014), a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Giuseppe Nava, Rossella Renzi, Christian Sinicco.
Portonovo, Hotel Fortino Napoleonico
ore 21.30: Federico. Vita e mistero di Garcìa Lorca
Spettacolo di e con Maria Pilar Pérez Aspa
In collaborazione con AMAT
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Tutti gli eventi sono a ingresso libero tranne:
7-14-21-28 € 15 (numerati) / € 10 (non numerati)
Federico € 5 / € 18 con cena
prevendite 7-14-21-28: Marche Teatro, tel. 071 52525
da lunedì a venerdì, 17-20, un’ora prima dello spettacolo sul luogo dell’evento
prevendite Federico: AMAT, tel. 071 2072439
da lunedì a venerdì, 16-20, un’ora prima dello spettacolo sul luogo dell’evento
Per tutti gli eventi è disponibile un servizio a pagamento di babysitting in loco
su prenotazione (24 ore prima): www.latanasultetto.it, tel. 340 5046737 / 366 4615910
In caso di maltempo, gli eventi all’aperto si svolgeranno al chiuso.
Consultare il sito www.lapuntadellalingua.it
Cene a buffet € 15
prenotazioni La Capannina 071 801562
prenotazioni Hotel Excelsior La Fonte 071 801470
prenotazioni Da Irma 346 9635336
prenotazioni Hotel Fortino Napoleonico 071 801470
Soggiorni convenzionati, sponsorizzati da Trivago:
Hotel Excelsior La Fonte www.excelsiorlafonte.it 071 801470
Hotel Fortino Napoleonico www.hotelfortino.it 071 801450
Grand Hotel Palace www.hotelancona.it 071 201813
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LA PUNTA DELLA LINGUA – POESIA FESTIVAL (IX EDIZIONE)
Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014
organizzazione: Nie Wiem
co-organizzazione: Comune di Ancona
direzione artistica: Luigi Socci & Valerio Cuccaroni
con il contributo di: Comune di Ancona | Ancona Estate 2014 | Regione Marche
in collaborazione con: AMAT | Marche Teatro
con il patrocinio di: Ministero dei Beni e delle Attività culturali – Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici delle Marche – Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici delle Marche | Parco del Conero | Provincia di Ancona | Slow Food Ancona e Conero
grazie a: Arci Ancona | Autorità Portuale Ancona | La Capannina | Consorzio La Baia di Portonovo | FAI Marche | FIOM Cgil Ancona | Fondazione Marche Cinema Multimedia | Grand Hotel Palace | Hotel Fortino Napoleonico | Hotel Excelsior La Fonte | Libreria Feltrinelli Ancona | LIPS | Osteria Strabacco | La tana sul tetto | Trivago
media partner: Argo | Corriere Proposte | Urlo | Why Marche
Info: www.lapuntadellalingua.it | lapuntadellalingua@niewiem.org | 377 2175617
La Punta della Lingua è anche su Facebook: www.facebook.com/groups/lapuntadellalingua
Su Twitter (@argoproject) e YouTube (canale Argonline)
Forse le rose non si usano più
di
Giorgio Mascitelli
Si dà il caso che io e il mio barbiere di fiducia siamo molto interisti in una via di milanisti perdipiù e quando mi taglia i capelli ci piace di parlare con compassata competenza dei casi presenti e passati della nostra squadra del cuore e dei modelli delle automobili, sebbene io non ho la patente, né il cuore di dirglielo, e meno di frequente della follia delle femmine e dell’infingardaggine dei politici, senza essere disturbati da nessuno. Quella settimana però la sua bottega restava chiusa per motivi di forza maggiore e io avevo urgentemente bisogno d’essere quaffato perché si era d’ottobre e desideravo recarmi all’Oktoberfest con la testa a posto che quando scopersi sul posto che essa si teneva a settembre veramente mi dissi che il mondo m’aveva eletto a suo zimbello ingannandomi con questi trucchetti non degni di lui.
Non c’era altra soluzione che recarmi nel non lontano salon pour dames e chiedere un’eccezione alla loro regola per via della contingenza sfavorevole pregandole come avrebbe rivolto la preghiera il pellegrino canuto e stanco colto per strada dalla tempesta a una clausura. L’intelligenza del mio cuore mi diceva che lo spazio che mi separava dal salone non era certo quello topografico delle due strade che intercorrevano, ma l’ottusità della mia fretta la tacitava volgarmente.
Quale empio soldato con il brando sguainato penetrante nel tempio delle Vestali, così mi guardarono le attempate clienti e le alacri lavoranti, allorchè varcavo la soglia, ma la signora Lucia, la patronne del salone, non era donna da smarrirsi per così poco e mi squadrò senza alcuna agitazione e senza nemmeno dire il ‘ desidera?’ di prammatica.
⁃ Chiedo scusa per l’intrusione, ma il mio barbiere qui vicino è chiuso e avrei urgentemente necessità di tagliarmi i capelli, non è che potreste voi? E so per certo che ad Amsterdam ci sono delle barbiere.
Fui invece io a parlare spontaneamente, ma aggiunsi quel riferimento ad Amsterdam per far capire che non mi si poteva menare per il naso, che ero un uomo di mondo ( in effetti ero gà stato tre volte ad Amsterdam sfruttando le tariffe scontate nel terzo fine settimane dei mesi invernali della compagnia aerea di bandiera dopo una folgorazione giovanile in occasione di una gita scolastica). Senza scomporsi la signora Lucia mi rispose:
⁃ Per tagliarla non c’è problema: ho giusto un buco tra mezz’ora, ma non posso farle la barba perchè non ho il rasoio a meno che non voglia farsi fare la ceretta-. Disse sorridendo
⁃ Grazie solo i capelli, non mi serve la barba perchè quest’anno la si porta un po’ sfatta, lievemente trascurata..
⁃ Ma non nel suo caso perchè si vedono troppo i peli bianchi.
Mi fece accomodare senza aggiungere altro e mandò una ragazza nel retro, dal quale tornò consegnandomi una copia intonsa di quel giorno della Gazzetta dello sport, sorprendendomi, gratificandomi e nel contempo deludendomi un po’ perchè già mi aspettavo di sfogliare qualche rotocalco femminile sul quale poter scaricare qualche facezia silenziosa a proposito di qualche eccentricità letta lì solitamente salutistica di qualche celebrità.
Fui informato che in via del tutto eccezionale, ma io ero a mio modo un cliente eccezionale, avrebbe provveduto sia al lavaggio sia all’haircutting vero e proprio la medesima Lory in deroga alle abituali regole del salone che prevedevano una rigida distinzione tra cutter e washer. Avevo cominciato a chiedermi cosa significasse questo provvedimento nei miei confronti se fosse un trattamento di favore o piuttosto un oggettivo ostacolo all’effettiva realizzazione del principio della piena parità tra sessi nell’accesso all’erogazione dei servizi a pagamento o gratuiti. Ma quando condotto nell’apposito spazio lavatorio sentii i polpastrelli della Lory comprimere delicatamente la mia cute sotto il cuoio capelluto, desiderai istantaneamente che scoprisse delle incrostazioni di calce o meglio di vernice, come avrebbero un pittore o un imbianchino della Rive Gauche, sui i miei capelli così da ripetere tre, quattro anche cinque volte l’operazione dell’insaponamento. Il piacere del massaggio agiva in profondità, riattivava le mie sinapsi, ridestava pensieri sopiti e mi sembrava di cogliere con più lucidità non solo i piaceri fisici ma anche le altezze spirituali. Intesi con la coda dell’orecchio, per così dire, la signora Lucia che diceva a una vecchia cliente che gli uomini infondo sono creature semplici e aveva ragione, solo che il mondo dentro e fuori di me è così complesso da intorbidirmi la genuina semplicità ( il mondo è come l’agnello che intorbida l’acqua alla quale si abbevera il lupo nell’omonima favola).
Purtroppo i miei capelli erano solo moderatamente grassi e il tempo del lavaggio era ineluttabilmente terminato, con ciò era terminato il tempo del piacere assoluto omologo a quello dell’infanzia, come dimostrava la circostanza che in entrambi non si era capaci di parlare. La Lory mi fece accomodare su una poltroncina in altro punto del salone. Era una bella ragazza, forse un po’ troppo magra per chi come me, o come la maggior parte, ama aver qualcosa sotto da toccare. Ma il tempo delle parole era giunto. Così lei mi disse che avevo i capelli stanchi e questa cosa che lei affermasse qualcosa che serviva ad affermare la mia inerzia mi piacque immensamente. Così a mia volta le dissi che era molto gentile e lei rispose che la cortesia nei confronti del cliente era lo stile della ditta. Poi mi descrisse a lungo le vie tortuose per le quali il capello si stanca e io quelle per le quali il mio cuoricino s’affaticava. Ma il tempo, questo tetro sovrano, aveva deciso di por termine anche ai piaceri del linguaggio e dovevo congedarmi dalla Lory perché il taglio si era ormai concluso.
Questo distacco mi pesava una cifra, così che non feci attenzione nemmeno a quella che dovetti sborsare quale mercede legittima per la sua opera, ma mi aveva tagliato bene. Eppure prendere la via dell’uscita, salutarla e ringraziarla mi pesavano indicibilmente. Ma al momento non c’erano altre vie.
Tutta la sera successiva mi chiesi come tornare a parlarle. Passai una notte insonne, salvo le sette otto ore centrali e al mattino mi risolsi a mandarle un mazzo di rose rosse accompagnato da un biglietto nel quale le esternavo la mia convinzione che tra di noi fosse accaduto qualcosa di intenso, che era difficile spiegare con parole, sebbene le parole ci fossero state e non prive di una loro profondità, ma era nel tocco delle sue mani che si trovava il nostro piccolo segreto, allora mi chiedevo se sarebbe stato possibile trasformare quel piccolo segreto in un grande evento, anzi in un evento assoluto. Fu a mezzogiorno che a stretto giro di posto ricevetti un controbiglietto nel quale la suddetta esprimeva tutta la sua sorpresa perchè mi ero permesso di attribuire alla sua cortesia professionale un valore intimo scambiando dei convenevoli per l’espressione di un mondo interiore, il suo, che non conoscevo, come potevo essere stato così banale?
Non mi restava che partire per l’Oktoberfest. Forse avevo venduto la pelle dell’orso prima di averla in mano o forse mi ero fatto un viaggio mentale, ma intanto mi attendeva quello fisico, reale, eccitante, o forse le rose non s’usano più.
di Antonio Sparzani
Seduto al caffè, in mezzo a tanti, un affollato pomeriggio di agosto, non caldo, ventilato appena, guardo la gente: sia quelli che stanno seduti nelle mie vicinanze – una famigliola con un ragazzetto down che combina qualche disastro, ma sempre assecondato da sorrisi compassionevoli da genitori e loro amici bene addestrati – sia quelli che passano tra i tavolini e il marciapiede dell’altro lato. La strada è quella che da piazza della Borsa conduce a piazza Unità d’Italia, quella straordinaria piazza che da tre lati ha sontuosi absburgici palazzi e da un lato il Golfo. Il golfo di Trieste, in tutto il suo splendore, a perdita di vista.
In verità aspetto, o mi fingo di aspettare, che passi una persona che ben conosco, che provenga da piazza della Borsa, lui ha casa più in alto; io non l’ho mai vista la sua casa, lui è geloso e discreto, scrittore piuttosto famoso difende la sua privatezza. È del tutto irragionevole aspettarsi che passi, sarà in vacanza lontano, o forse solo a Cherso, dove spesso va. È così irragionevole che scruto le facce dei passanti, mi dico guarda che forse è lui, guarda che tu non sei fisionomista, non hai la vista acuta, fai fatica a riconoscere, magari è quello lì e non te ne accorgi, guarda meglio, e allora guardo meglio, mi ripasso in mente il viso del mio amico e lo confronto, no, decisamente non è lui; è la triestinità che mi inganna. Ma la triestinità si scorge nei visi delle persone? Non so più, qualche volta mi pare di sì, signore altere e scontrose, sorrisi appena accennati, tristezze che guardano lontano. E poi bisogna persuadersi che anche l’impronta di una città che abbiamo calda nel cuore cambia inesorabilmente nel tempo.
La libreria antiquaria che fu di Umberto Saba (l’immagine che vedete all’inizio proviene da lì) è chiusa, mi dicono per “lavori in corso” – nessuno sa niente di preciso; rimane, in via Dante Alighieri, il bronzo di Saba che sembra muovere un passo in avanti, un passo accennato e non portato a termine: era lui che diceva della scontrosa grazia.
Ma il famoso personaggio che insensatamente aspetto, malgrado tutte le mie divagazioni, non passa, starà immaginando qualche nuovo libro dopo i tanti già scritti. È stato infatti dopo la lettura di uno dei suoi primi che non ho resistito alla tentazione di scrivergli e di chiedergli un incontro. E lui subito, generoso, aperitivo al Tommaseo, uno dei luoghi sacri delle triestine lettere. Quella volta mi parlò del dolore per la perdita della moglie, che ancora lo dilaniava e, così semplicemente aggiungeva, sempre più al passare dei giorni di mancanza.
Oggi l’ho invece cercato al caffè San Marco, poco sotto al Giardino Pubblico, popolato dei busti dei triestini e delle triestine, più o meno famosi. Anni fa al San Marco sedetti al tavolino in compagnia di Giorgio Voghera, scomparso nel 1999, notevole scrittore, molto probabilmente l’autore (anonimo triestino) de il Segreto, Einaudi 1961: mi parlò sobriamente della sua vita, confessando tra l’altro qualche delusione per il comportamento di Susanna Tamaro nei suoi confronti, ma con grande, e ammiccante, bonomia. È in questi luoghi che si colgono talvolta dei flash che aggiungono qualche colore inedito alle storie delle patrie lettere.
Ovviamente oggi al San Marco non c’è il famoso scrittore che cerco, in compenso ci sono molti suoi libri, perché il caffè adesso è Caffè-libreria, con un’ampia esposizione, di molti generi, naturalmente con un ampio spazio alla triestinità. Davvero un’anima di frontiera si percepisce qua intorno, ma di frontiera smussata, senza salti bruschi, ti parlano in triestino o in sloveno, ma il tono è lo stesso, un po’ complice e un po’ condito da uno sfrontato sorriso.
Caro,
Je ne suis pas un nouveau réaliste mais un réaliste depuis mon enfance. Collaboration est le plus court, le plus lu, et le plus populaire et direct de mes romans. Je serais très content de voir paraître un extrait dans ta série. La traduction est de Bianca Harvey K
Il dottor Ménétrel non portava baffi. Il suo era un viso borghese, ben nutrito e liscio, ma anonimo, come un vestito preso dalla gruccia di un negozio di moda pronta. Era una faccia carnosa, specialmente intorno alla bocca. Gli occhi scuri, un po’ velati avevano un leggero strabismo.
[ sub ITA ]
Le immagini girate da Simone Camilli restano in tutta la loro forza e delicatezza, nell’attenzione per i volti, i suoni, nel time-lapse del tempo che scorre via in anni lunghi di ingiustizie e sofferenze, nelle voci e nelle loro storie piccole.
George Saunders, Dieci dicembre, minimum fax, 2013, 222 pag., traduzione di Cristiana Mennella
Perché la letteratura più cool angloamericana fa a gara per lodare l’opera di un autore di short stories come George Saunders? Che siano Jonathan Franzen o Zadie Smith, Thomas Pynchon o Dave Egger, il giudizio non cambia: l’autore texano è unanimemente considerato un talento immaginifico potente e originale. La risposta alla mia domanda credo stia – prima ancora che nelle storie – nella lingua dell’autore, come si può chiaramente notare in questa raccolta di racconti intitolata Dieci dicembre.
Lingua plastica, complessa, attenta al parlato gergale e allo stesso tempo alle tonalità alte, culte. Con un passo lento e vorticoso, anzi, labirintico. Accettare questa scrittura permette di farsi catturare dai lacci della scrittura, accettare le storie che vengono raccontate. Che siano avvenimenti in fondo di cronaca spicciola – un tentato rapimento andato malamente – o di pura immaginazione paranoica – laboratori scientifici che inoculano farmaci che mutano la personalità dei pazienti – ogni storia si regge non su quello che viene raccontato ma sulla modalità letteraria imposta dal narratore. Lingua all’apparenza ammiccante ma in realtà prepotente e, in ogni racconto, spiazzante.
Capita al lettore, praticamente in ogni storia, di non capire cosa stia succedendo per buona parte dello svolgimento narrativo. Lo scrittore si sofferma su particolari insignificanti, oppure elide volontariamente un verbo ausiliare, o si insinua su arrovelli del pensiero, tormenti della psicologia, nascondendoci la chiave d’accesso. Si entra ed esce di continuo nei flussi di coscienza dei vari personaggi, saltando dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. Laddove non si trovi il varco per capire gli avvenimenti bruti aleggia comunque uno stato di inquietudine che si ripete identico in ogni storia. Persino l’umorismo, e ce n’è molto in questa raccolta, non basta a stemperare l’irrequietezza che procurano questi racconti. Affascinanti, anche per l’attenzione che richiedono al lettore.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione, numero 48 del 26 novembre del 2013)
Tre ragazze – per me – posson bastare
di
Silvia Tessitore
Il vento riscattava assai blandamente la calura. Giorno da cani e gatti all’ombra, sieste messicane e state in casa, bevete molto, mangiate frutta e verdura, evitate sforzi inutili. Avrebbero potuto fermarsi ancora un poco e invece ripartirono, le guaglione, con pane e salame e una bottiglia d’acqua fresca per sciropparsi altri quattrocento chilometri sotto un sole assassino, dopo quelli dell’andata.
Tre giorni e due notti, un distillato di salvezza.
Tre giorni e due notti, un’autentica bellezza.
Erano i giorni dell’uccello di fuoco (avevano spesso sfidato per me piene, alluvioni, neve e altri disastri meteorologici), ma anche quella volta i miei tentativi di convincerle a trattenersi, a concedere parca revoca ai rispettivi impegni familiari, furono perfettamente inutili. Neanche il paradiso dove vivevo pro tempore le convinse, come potevano riuscirci le mie povere forze? per giunta fiaccate – seppure in modo non grave – da una fresca crisi di rigetto verso un ospite che s’era rivelato assai meno squisito di quanto ambisse credere e mostrarsi, e che subito fu ribattezzato – per allegra brevità – ‘o malommo.
Tre giorni e due notti, cólte e sul più bello.
Tre giorni e due notti, e chest’ va per chéll’.
Il loro arrivo era già programmato ma cadde, di grazia, a ridosso della partenza di costui. Morale della favola, la mia piccola pena fu sanata la prima sera, nel corso di un seminario – promosso da Mela e illuminato da Kant, varie candele e molte stelle – dal titolo “Il nostro tempo migliore deve ancora venire”. La discussione fu corroborata dalle più recenti scoperte neuroscientifiche sul cervello nell’età di mezzo, dai nostri duecentosedici anni di saggezza complessiva, da un’apprezzata insalatina di pollo e da un generoso gewurtztraminer alsaziano, tredici gradi e mezzo di puro vigore. Tutti e quattro i colon subirono il colpo, ma reagirono come sempre con coraggio.
Tre giorni e due notti sfidammo gli anticicloni.
Tre giorni e due notti, insidiate – per giunta – da grossi calabroni.
Le nostre infinite colazioni – più che altro, veri e propri brunch – erano il momento della giornata che preferivo, quando eravamo insieme. Chi si alzava per prima stava attenta a non svegliare le altre – Tetta era l’unica a non dare pensiero, coi tappi nelle orecchie non la svegliavi manco coi Pink Floyd a palla. Ciascuna col proprio rituale e le proprie preferenze, ci sedevamo in ordine di levata attorno a un tavolo ed eravamo capaci a restarci per ore. Così facemmo la mattina dopo e quella dopo ancora, in terrazza. Teneva banco il muesli bio che avevo comprato per il mio ospite – dopo averne sondato preventivamente gusti e abitudini (mendaci) – e che il mio ospite, signorilmente, non aveva degnato di alcun interesse: a Nadia piacque tanto, sbolognai due pacchi interi a quella cara donna, regular e alla frutta secca. Io odio il muesli.
Tre giorni e due notti segnarono un passaggio.
Tre giorni e due notti mutarono il paesaggio.
Conoscendo e bene, invece, i gusti delle guaglione, li assecondavo. Avevo comprato dei bei borlotti freschi per farne una zuppa, che sicuramente avrebbero gradito. Mentre ancora fuori girava del caffè e qualcuna già addentava una fresella, i fagioli furono cucinati – per la sera, con pomodoro fresco, aglio vestito e abbondante fiore di finocchio selvatico, che rilasciò un aroma soave, più d’un incenso. Nadia, vestale premurosa, sparecchiava, puliva, lavava, rigovernava la nostra pigrizia. Il prezioso Olio degli Angeli, dalla spiccata fragranza d’agrumi, fu mescolato all’olio di mandorle dolci e – dopo un giro di docce – ci avvolse tutt’e quattro come un balsamo. Concludemmo la mattinata a mozzarella e pomodori, col pane casertano – nostra madeleine, e ci appropinquammo alle brande per la pennica.
Tre giorni e due notti di letizia.
Tre giorni e due notti per rinsaldare, ancora, l’amicizia.
Mela e Nadia, compagne di viaggi intorno al mondo, divisero la camera padronale. Tetta e io il lettone che avevo allestito nel mio studio. Mafalda, la mia gatta, s’infilò tra di noi e accompagnò le nostre chiacchiere col solito repertorio di effusioni. Si resisteva a stento al clima impietoso, malgrado fossimo a 700 metri d’altitudine, quell’estate i meteorologi identificavano le “holas de calor”, come le chiamano in Galizia, con nomi minacciosi e temibili – da Caronte a Nerone, per la sola gioia dei turnisti delle redazioni giornalistiche. In quei giorni imperversava Lucifero, il più insidioso tra i drammi di stagione. Mela, insofferente alla temperatura della controra, piazzò uno dei miei lettini da spiaggia all’incrocio di due finestre, nella stanza di mezzo, e ogni tanto minacciava di chiamare la madre superiora per ristabilire l’ordine in camerata. Ci mettemmo a bisbigliare per non disturbarla, pian piano Tetta si addormentò, io no – avevo perso il sonno.
Tre giorni e due notti ci cullammo, affettuose, nell’ozio.
Tre giorni e due notti, al tramonto una luce topazio.
Tetta – la più vispa di noi, non c’è che dire – avrebbe sfidato il caldo fin dal mattino, pur di uscire. Solo l’opposizione compatta di noialtre l’aveva convinta a desistere, a condizione però che la sera saremmo andate a Talla per un aperitivo. Ma il vicino di casa si fece scappare di una certa qual fiera in un posto a valle e quindi decidemmo di andare a vedere: ma senza fretta. Il posto a valle era Capolona, e non entrava nella testa di Mela: lo chiamava Casalnuovo, Casagiove, Caivano, qualsiasi nome con la C di Campania ma Capolona no. Uscimmo di casa alle otto di sera, arrivammo che la fiera era già bell’e finita e giù dabbasso c’era un calore da impazzire. C’infilammo in un bar per bere qualcosa ma non si resisteva né dentro né fuori. Decidemmo di mettere fine a quella straziante escursione termica e tornare a casa a mangiare i nostri fagioli: in terrazza si stava decisamente meglio. Convenimmo sul fatto che un giro in macchina con l’aria condizionata fosse il migliore aperitivo che potessimo concederci, e rincasammo.
Tre giorni e due notti, donne mie.
Tre giorni e due notti di amene litanie.
M’intestardii nel preparare anche del baccalà: avevo degli ottimi filetti carnosi, puliti e già bagnati, e fritti erano la morte sua. Nadia commentò, laconicamente: “Pare ‘a vigilia ‘e Natale”. Il menù era di quelli da cantina della nostra gioventù, ma fu innaffiato da un Rubio di Montalcino da quattordici gradi che avrebbe resuscitato un morto e che nelle nostre cantine, all’epoca, non avresti mai trovato. Mangiammo come sempre con gusto e appetito, tra discorsi e risate, spazzolammo la zuppa e pure il baccalà. Verso le undici e mezza, quando l’aria fu abbastanza fresca, Mela e io demmo forfait e guadagnammo la posizione orizzontale. Nadia e Tetta se ne stettero sotto la Via Lattea fino all’una passata. I colon, amabilmente allenati alle eccedenze conviviali, accusarono quanto basta la potenza del fagiolo rosso e la forza del vino, all’insegna del motto “o schiatta ‘o verme o more ‘a creatura”, o anche – fosse stato davvero Natale – “si fotte il freddo ma la musica è bella”.
Tre giorni e due notti durano davvero poco.
Tre giorni e due notti, e un altro battesimo del fuoco.
La mattina dopo la colazione aveva il solito sapore di partenza, e quello non mi piace. Mela, driver della situazione, teneva come sempre in pugno orari e disciplina della truppa, e alle undici chiamò il giro. A mezzogiorno erano pronte a partire, dopo aver preparato le merende e rinfrescato quanto basta la bottiglia d’acqua che le avrebbe accompagnate al primo autogrill. Scattammo un po’ di foto sotto al noce, alla Thelma e Louise, ma in quattro non era proprio facilissimo beccarci tutte e con la faccia giusta. Ovviamente, dal display del telefonino vedevamo poco o niente – con tutto quel sole e la nostra incipiente cecità – toccava controllare dopo, al computer, com’erano venute. Erano bellissime.
Così, le ragazze presero la strada. Con una lacrima che mi ballava negli occhi me ne tornai in casa. Era ancora viva delle loro voci.
[Talla (Ar), 23/25 agosto 2012 / ascoltando Una bellissima ragazza di Ornella Vanoni]
di Angelo Mastrandrea
(da rassegna.it)

Caciocavallo stagionato e bruschetta all’olio di oliva, arrosticini a ventisei gradi all’ombra, patatine fritte, insalata con cetrioli e pomodori. Per finire, dolcetto al carbone vegetale con cuore di cioccolato al tartufo. Caffè e limoncello. Solo venendoci di persona si capisce il perché, qualche anno fa, il giro d’Italia ha fatto tappa da queste parti. Marcinelle è ancora oggi una little Italy d’oltralpe, tranquilla come una cittadina del New Jersey ma solo più operaia. Ci vivono i figli e i nipoti dei “musi neri” del Bois du Cazier, e qualche anziano ancora in vita. Sono le seconde e terze generazioni di emigranti, gente con il doppio e a volte triplo passaporto, discendenti delle migrazioni dal sud e dall’est d’Europa che si sono accoppiate fra loro durante il lungo secolo novecentesco.
Il giovane che aveva promesso un pasto frugale è uno di questi. Suo padre lavorava alla miniera e, come tutti gli italiani che arrivavano a Marcinelle, viveva in una baracca a un passo dal lavoro. Ha sposato una donna polacca e avuto due figli. Uno di questi gestisce un piccolo posto di ristoro a un centinaio di metri dai cancelli dell’ex miniera, ormai trasformata in museo e dichiarata dall’Unesco “Patrimonio mondiale dell’umanità”. All’interno c’è un flipper e la cucina è belga-abruzzese: arrosticini invece delle immancabili moules, le tipiche cozze belghe, e patatine fritte. La famiglia è originaria di Manoppello, in provincia di Pescara. Come Camillo e Rocco Jezzi, le prime due vittime italiane di cui si conobbero i nomi, dopo la tragedia dell’8 agosto 1956. E come altri trentotto suoi concittadini.
Dei 262 morti nella tragedia mineraria che sconvolse l’Europa facendo scoprire una schiavitù legittimata dai primi governi italiani del dopoguerra che commerciarono in uomini in cambio di carbone – duecento kg al giorno per ogni lavoratore – ben 61 erano abruzzesi. E Manoppello, un comune che all’epoca contava circa seimila abitanti, pagò il dazio più pesante. Ancora oggi molti italiani rimangono qui. Lo testimoniano le tante bandiere tricolore alle finestre e le facce delle persone che incontri per strada. Avrebbe dovuto essere un’emigrazione temporanea, quella dei nostri concittadini. Invece in tanti hanno messo radici da queste parti e non si sono mai mossi, smentendo quanto scriveva con qualche pregiudizio di troppo, all’indomani della strage, Le peuple, un quotidiano di ispirazione socialista e vicino al sindacato: “Se avesse voluto (il lavoratore italiano, ndr), forse avrebbe trovato, ai margini delle tetre periferie industriali, una casetta e un giardino. Ma lo spostamento gli sarebbe costato e vuole risparmiare molto per restare il minor tempo possibile in Belgio. E poi si sarebbe trovato solo, in mezzo a stranieri, mentre a lui piace sentire cantare nella sua lingua, mangiare le specialità della sua cucina e sfogarsi tra i suoi”. Per questo, concludeva, “accetta di vivere ai piedi dei terreni di scarico, dietro alle mura di vecchi accampamenti dei prigionieri di guerra”, “chiude gli occhi sui canali che scaricano l’acqua sporca del bucato e non vede più la sua baracca coperta di bitume, non sente più il triste odore che sale dall’accampamento”.
Parole che oggi potremmo ascoltare anche alle nostre latitudini, rivolte ad altri migranti. Ma dietro c’era anche dell’altro. Ai belgi non andava giù che gli italiani accettassero di lavorare di più e a condizioni peggiori, facendo regredire i diritti conquistati a fatica. Non si faceva lo sforzo di provare a capire chi erano i nuovi arrivati, da quale contesto provenissero e come venissero selezionati. Come avrebbe potuto, un’emigrazione dai piccoli e poveri paesi dell’Appennino, pensare di stabilirsi in una periferia industriale senza avvertire ancor più lo sradicamento? E in che modo avrebbero potuto farlo persone che non parlavano la lingua locale e che spesso leggevano negli annunci “non si fitta agli stranieri”? Senza considerare che l’alloggio era garantito, alla firma del contratto in Italia, dalla compagnia mineraria. La storia si è peritata di dimostrare il contrario.
Gli italiani, verso i quali la Democrazia Cristiana aveva usato la leva dell’emigrazione per attenuare il problema della disoccupazione e risollevare il Pil con le loro rimesse, non solo non sono tornati indietro ma sono stati artefici di una scalata sociale che tutti in Belgio riconoscono, come dimostra il caso dell’ex premier socialista Elio Di Rupo, anch’egli di origini abruzzesi e figlio di minatori. Quei contadini del nord, per la prima ondata, e poi del centro-sud, sono diventati la seconda comunità di migranti in Belgio, mantenendo radici identitarie molto forti e conservando persino le tradizioni contadine: prima di allora i belgi non conoscevano melanzane, peperoni e neppure il basilico. Gli arrosticini e il caciocavallo del barista di seconda generazione ne sono una testimonianza diretta.
L’ex lager nazista, poi capovolto dai rovesci bellici in campo di prigionia per i soldati tedeschi, oggi si è trasformato: le cantines, baracche di legno dove si viveva ammassati su letti di paglia, senza acqua, riscaldamento né servizi igienici, sono state abbattute e trasformate nelle casette basse in mattoncini tipicamente belghe, e così le “case di ferro”, come chiamano da queste parti i terribili hangar militari in cui si moriva di freddo d’inverno e si arroventavano nelle rare giornate di sole. Resistono, a memoria di quel che è stato, i terril, colline nere formatesi con i detriti di carbone sulle quali crescono piante ed erbacce, un po’ come il monte dei cocci di Testaccio, a Roma.
Marcinelle oggi è un tranquillo villaggio che conta appena un verduraio, un barbiere, il bar dell’emigrante di Manoppello e un ristorante. Dopo i tragici fatti del ’56, è assurto agli onori delle cronache solo in un’altra occasione. Fu quando si scoprì che un elettricista del luogo, Marc Dutroux, in più di un decennio aveva sequestrato, seviziato e ucciso alcune ragazzine. Si ipotizzò un giro di pedofilia molto più esteso, il governo e le forze di polizia finirono sotto accusa al punto che due ministri furono costretti a dimettersi, e a Bruxelles una “marcia bianca” di 350 mila persone chiese che si facesse luce fino in fondo sulla vicenda. Ma questa brutta storia non ha cambiato il volto di Marcinelle, un luogo-simbolo delle tragedie dell’emigrazione e della “guerra del carbone” che il piccolo Stato belga decidette di combattere per risollevarsi dal conflitto mondiale. Un passato che ha impiegato del tempo per essere archiviato definitivamente.
Il Bois du Caziers, dove i minatori scendevano fino ai 945 metri, come avvenne alle 8,10 della mattina dell’8 agosto 1956, senza protezione alcuna se non un caschetto, ammassati uno accanto all’altro in ascensori in cui non ci poteva neppure alzare in piedi, costretti a scavare il carbone in cunicoli alti al massimo cinquanta centimetri, ha chiuso i battenti oltre un decennio più tardi. L’ultima miniera è stata dismessa nel 1984, nonostante dopo i fatti di Marcinelle l’Italia avesse disdetto gli accordi con il Belgio. Ma, così come gli italiani avevano preso il posto dei belgi che non volevano saperne più di scendere nelle viscere della terra, allo stesso modo quest’ultimi furono rimpiazzati da turchi e marocchini.
La strage fu uno spartiacque. Il governo italiano fu costretto, sull’onda dell’emozione, ad aprire gli occhi. Il Corriere della Sera il giorno dopo titolò “Tragedia nostra” un commento di Dino Buzzati: “Bois du Cazier, questo lontano posto che non si era mai sentito nominare, diventa Italia”. Ruben Tedeschi, inviato dell’Unità, dettò a braccio: “Uno spettacolo pauroso si è presentato ai nostri occhi quando siamo giunti davanti ai cancelli della miniera. Il fumo – un fumo denso, nero, acro – oscurava il cielo e rendeva l’aria irrespirabile. Dal cielo buio cadeva una pioggia silenziosa di fuliggine. Di tratto in tratto, l’oscurità era lacerata da lingue di fuoco che guizzavano ruggendo dalle miniere della terra. Una folla composta in massima parte di donne e di bambini, a stento trattenuta da cordoni di gendarmi, faceva ressa per avere notizie, si accalcava intorno ai membri delle squadre di soccorso che, dopo ore e ore di durissimo lavoro, tornavano alla superficie. Le informazioni che costoro recavano non erano rassicuranti, e, nella loro inevitabile contraddittorietà, contribuivano ad alimentare l’incertezza e la confusione. Dalla folla si levavano lamenti, invocazioni e invettive: invettive contro il destino, ma anche contro coloro che portavano la pesante responsabilità della sciagura. Erano frasi gridate in molte lingue: in francese, in fiammingo, in greco, ma, soprattutto, in italiano, perché italiani sono in massima parte, i sepolti vivi e italiani i loro figli e le loro mogli”.
Oggi la crisi batte forte pure da queste parti. A Marcinelle, chiusa la miniera, il museo, una sorta di monumento alla civiltà industriale, non basta a garantire il benessere degli abitanti. Tutta l’area, nata intorno alla grande industria manifatturiera, versa in una crisi quasi irreversibile. Perfino il terziario e la logistica soffrono della stagnazione economica. I tassi di disoccupazione sono ai livelli del sud d’Europa e il nord ricco e fiammingo è sempre più insofferente nei confronti del sud povero e, a loro detta, dissipatore di risorse pubbliche. È per questo che la destra nazionalista guidata dal sindaco di Anversa ha spopolato nelle Fiandre e il premier Di Rupo è stato costretto alle dimissioni. A sud, nelle zone operaie, i socialisti sono ancora il primo partito (con i comunisti del Ptb e i Verdi sfiorano il 50 per cento dei consensi) e resiste una solida cultura sindacale. È questa la vera differenza con il vicino nord della Francia, dove il voto popolare è traslocato tutto verso l’estrema destra del Front National. Che fare, dunque? Il barista pare avere pochi dubbi. “Qui le cose vanno male. Torno in Italia. Proverò ad aprire un bar sul mare, a Montesilvano”. Come a dire, quando i figli emigrano nelle terre dei padri.
di Giuseppe Spina
NOMADICA – 5° anno
Mostra itinerante per il cinema di ricerca
20-24 agosto 2014
Capo D’Orlando (ME)
nomadica.eu
Dopo l’intenso passaggio dello scorso anno, in cui abbiamo presentato quei film di Vittorio Sindoni e Giuseppe Fava che raccontano la Sicilia tra inchieste, arte, poesia, denuncia, in modo ancora oggi insuperato, Capo d’Orlando diventa nel 2014 il luogo da cui prende il via la 5a Edizione della Mostra Itinerante di Nomadica, che nei mesi successivi percorrerà diverse città italiane e poi Francia, Germania e così via. Questo programma dà luce alle molteplici entità artistiche che compongono Nomadica, con “omaggi” dedicati a maestri del cinema del ‘900 come Norman McLaren, genio dell’immagine in movimento, famoso e prolifico autore di film d’animazione di cui quest’anno tutto il mondo festeggia il centenario dalla nascita; Augusto Tretti [vedi lospeciale a cura di RC] che al contrario realizza pochissimi film in Italia, muore nel silenzio dei media, schiacciato da un sistema produttivo che non consente linguaggi innovativi – di lui Fellini scrisse “è il matto di cui il cinema italiano ha bisogno”; terzo omaggio è per un intellettuale attivo come Luigi Di Gianni, il cui contributo dato alla “rottura” della “forma documentaristica” è una spinta che Nomadica condivide nei confronti di quel cinema italiano sempre più ingabbiato nella sterilità del documentarismo.
L’omaggio è anche “ripresa” di poeti, come John Giorno e Luigi Di Ruscio, (mentre Domenico Brancale aprirà le giornate con una performance poetica), di “cine-poesie” dall’underground italiano dei ‘60 (in collaborazione con la Cineteca Nazionale di Roma), di apertura all’archivio INVIDEO “Mostra internazionale di video e cinema oltre” (Milano), di passaggi attraverso giovani cineasti attivi nel nostro circuito (come Luca Ferri, Jonny Costantino, ecc.). E ancora saranno presentate opere cinematografiche di recente realizzazione, divenute già dei cult-movie: La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli, Aeterna di Leonardo Carrano (di cui Ennio Morricone ha scritto: “è un’opera straordinaria, unica, eccezionale!”).
Nomadica è sempre affiancata da amici, collaboratori e partner, come Ottomani, associazione dedicata al giovane cinema d’animazione italiano, le riviste digitali di cultura cinematografica Rapporto Confidenziale eRifrazioni. Dal cinema all’oltre. Per tutto questo saranno presenti diversi ospiti che, tra il FARO e la Sala della Biblioteca Comunale, si intrecciano e accompagnano queste cinque serate dedicate al cinema contemporaneo. Un cinema inteso come mezzo di ricerca caleidoscopico, multiforme, come territorialità sperduta nei suoi confini, senza un tracciato preciso e proprio per questo ricco di poesie, leggende, fantasmi, suoni, colori, luci ed eclissi, che possono stupire, meravigliare, condurre lo spettatore verso il riconoscimento di un nuovo sguardo, di nuove e nascoste percezioni.
di Antonio Sparzani
Giardino tranquillo, verde, natura libera, ibischi, rose fiorite, erba tanta e spontanea che nessuno modera, lo sguardo si sperde nel golfo di Trieste e oltre, navi acquattate nella pace del pomeriggio, ma ecco che arriva la parola drammatica a svegliarmi e a strapparmi dalle allettanti persuasioni dell’indolenza, la parola pace è arrivata, come si fa a pronunciare questo bisillabo, oggi, che appena sporgiamo lo sguardo fuori dal nostro così soddisfacente particolare, sentiamo le grida strazianti di tanti milioni di nostri simili che di questa parola hanno perso le tracce, se mai le avevano avute? La loro esperienza prevalente è il dolore, l’insicurezza, la perdita, la mancanza di ogni appiglio; uomini donne e bambini stanno male tutti, credo io, anche i più corazzati.
Mi chiedo per l’ennesima volta che fare e che pensare. Mi son detto già più volte che se avessi l’età e l’energia giuste (roba di quarant’anni fa) andrei là, là dove serve, con Emergency o con i medici senza frontiere o con chi altro ritenessi meglio collaborare e condividere, almeno a curare i dolori fisici di tante e tanti che quei dolori non meritano.
Ma ora, qui noi a guardare telegiornali e servizi grondanti di notizie talvolta gonfiate ad arte per colpire, tal altra invece reticenti sugli aspetti più imbarazzanti, cosa dire, pensare – è forse possibile dare con la parola un contributo, certo infinitesimo, ad un qualche miglioramento della situazione? Ovvero, al di là e oltre l’appoggio materiale che tutti possiamo dare a quelle organizzazioni, governative e non, che ci sembra operino nella direzione di un mondo migliore, noi, io, qui ed ora cosa posso dire. Io che sono una goccia in un mare, così come, non m’illudo, gocce in un mare sono Putin e Obama, Xi e Merkel e giù giù fino al nostro nazionale Matteo.
Gocce sì, però, gocce con movimenti diversi dalle altre.
E allora fatemi fare questa fantasia: se uno di questi personaggi un bel giorno si presentasse ai confini di quegli stati, canaglia o non canaglia ma comunque pieni di gente che sta male, e chiedesse di entrare a visitare il paese, che farebbero, gli direbbero di no? Si metterebbe subito in moto una macchina complicata, appunto “diplomatica”, per trattare l’ingresso con le dovute norme. E poi? Se questo ipotetico importante personaggio insistesse per visitare tante zone del paese, i locali governanti rifiuterebbero? Non so, ma nulla darei per scontato. O il papa, per esempio, se andasse lui, Francesco, che tanti segni ha già dato almeno di diversità dai suoi predecessori, a bussare alle porte d’ingresso degli stati? Ma, lui e tutti gli altri, di persona lì davanti, con tutto il seguito, tutti con passaporto diplomatico e tutti lì ad aspettare una risposta, ci fate entrare o no? Francesco si presenta bel bello con la papamobile ai confini della Siria e chiede di scorrazzare per il paese, che succede? Mi piacerebbe molto guardare e anche fare il tifo per lui.
Ovvero, l’unico pensiero che riesco a formulare è quello del gesto clamoroso, apparentemente infattibile, supremamente imbarazzante: ho sempre meno fiducia nella cosiddetta diplomazia che abbiamo fin qui conosciuto.
di Giorgio Mascitelli
Nell’incantevole località marittima nella quale ho soggiornato recentemente campeggiavano manifesti annunzianti perentoriamente una grigliata danzante prevista sia per il sabato sia per la domenica nella piazza del paese esclusivamente a base di musica e carni italiane. Devo confessare che mi ha trattenuto dal parteciparvi tutta una serie di ragioni, la più importante delle quali è il fatto che il sabato e la domenica in questione erano quelli immediatamente precedenti al mio arrivo, tuttavia il titolo del manifesto, recante la scritta a lettere cubitali ‘italian music’ in inglese, mi ha colpito. Scartata subito l’ipotesi che il manifesto si rivolgesse ai turisti stranieri, pure presenti, perché il testo anche nelle sue parti informative era scritto esclusivamente nella nostra lingua, sono restato alquanto sorpreso di una scelta simile. Certo la differenza tra italiano e inglese in questa espressione è veramente minimale, due a e un’inversione dell’ordine delle parole, e dunque comprensibile anche all’italofono più digiuno della lingua di Shakespeare, ma era per me sorprendente che si fosse sentito il bisogno dell’inglese per un’iniziativa che faceva leva sull’orgoglio nazionale, sia pure nelle forme relativamente innocue di tipo musicale e alimentare.
In realtà questa mia sorpresa non aveva ragione d’essere ed era tutt’al più un sintomo del mio perenne disadattamento: infatti gli organizzatori non avevano altra scelta che usare l’inglese. Solo un titolo in inglese poteva testimoniare che la manifestazione sarebbe stato un evento a tutto tondo del mondo contemporaneo e non un’attardata esibizione provinciale di cose ormai superate dal pericoloso sapore di papaveri e papere o di Marianne che vanno nelle campagne; solo così il turista desideroso di assaporare carni nostrane e tetragono alle musiche barbare avrebbe partecipato con la necessaria convinzione alla festa e con la confortevole sicurezza che fosse qualcosa di ben organizzato e serio. Insomma nell’era della globalizzazione qualsiasi contenuto per essere recepito favorevolmente deve rispettare determinati standard globali. Ciò naturalmente non toglie che esista quella contraddizione che ha fatto nascere in me il sentimento di sorpresa, anzi direi che questa contraddizione non riguarda solo gli organizzatori di feste di paese, ma anche tutti i settori della produzione culturale e artistica. Naturalmente quando si parla di campi della cultura più articolati simbolicamente questa contraddizione prende forme più complesse e certo non riconducibili con evidenza immediata a quella palese opposizione tra messaggio italiano e medium inglese o meglio globale del manifesto.
Proprio la globalizzazione, nonostante gli ultimi quindici anni di guerre violenze crisi ne abbiano minato l’immagine ottimistica tipica degli anni novanta, resta la principale leva simbolica della cultura contemporanea. La globalizzazione in quanto agente simbolico pone a ogni artista, a ogni scrittore e a ogni operatore culturale del nostro tempo una domanda subdola che suona così: “cosa hai fatto per essere globale?”. La domanda è subdola perché sembra suggerire che siano possibili varie gradazioni di risposte ( “ho fatto abbastanza”, “ho fatto qualcosa”, “non ho fatto molto, però in quella circostanza..” e così via), mentre effettivamente quella domanda contempla solo due risposte: tutto o nulla.
In verità nessuno può dare seriamente la risposta nulla perché i tempi non sono maturi, il pubblico non capirebbe e lo sventato che la desse si troverebbe nello spazio di un mattino retrocesso a poeta ufficiale della bocciofila dietro casa. Coloro che non hanno fatto nulla possono solo rispondere alla maniera dei somari a scuola che hanno trascorso il pomeriggio al parco anziché a fare i compiti “non sono stato bene, mi giustifico prof” oppure “non sapevo che ci fossero compiti per oggi”. L’ordine simbolico della globalizzazione è severo con i suoi fannulloni, ma anche chi ha fatto tutto porta la sua croce: innanzi tutto perché quel tutto non è mai abbastanza e in secondo luogo perché ci si accorge dopo un po’ che per aver fatto tutto per essere globali si finisce col non fare altre cose.
Non si tratta di dire chi ha ragione o chi è migliore, anche perché alla domanda che pone la globalizzazione non sempre si riesce a rispondere in maniera consapevole essendo una domanda subdola. Certo l’ordine simbolico della globalizzazione premia con la sua meritocrazia chi più si impegna nella sua diffusione, ma credo che questo non si possa definire in alcun modo qualcosa di nuovo sotto il sole, piuttosto è più interessante sottolineare la fondamentale unicità degli standard a cui tutti sono sottoposti.
Si può ipotizzare che l’ordine simbolico della globalizzazione nella problematica soggettiva dello scrittore o dell’artista agisca come una prevalenza simbolica di uno spazio che si vuole uniforme su un tempo sentito come irregolare e non lineare che procede per sbalzi. Il premio a sua volta simbolico di questa lotta contro quella che per comodità potremmo chiamare il peso della storicità è un sentimento di piena appartenenza al proprio tempo, una sorta di perfetta contemporaneità. Il problema è che questo sentimento di pienezza è a sua volta un inganno perché impedisce di cogliere certi tipi di sfumature che sono irrinunciabili nell’elaborazione di un senso simbolico dell’esperienza, che credo resti lo scopo dell’attività letteraria e artistica.
Ad esempio, per prendere in considerazione un’opera giustamente rinomata nel quadro della cultura internazionale, nel romanzo Le correzioni di Jonathan Franzen assistiamo a un autentico capolavoro di finezza nell’analisi dei sentimenti dei personaggi e della rappresentazione dei loro rapporti. Improvvisamente questa finezza in occasione dell’episodio di un viaggio del protagonista in Lituania cede il posto a una rozzezza caricaturale nella rappresentazione del paese quasi da pittoresco giornalistico. Ecco nello scarto tra il cesello della vicenda personale e la mannaia di una rappresentazione della Lituania ignara della sua storia si trova il prezzo pagato all’ordine simbolico della globalizzazione. Non si tratta certo di un errore letterario di un autore così scaltrito né di stigmatizzarlo moralisticamente, cosa sciocca e inutile, ma di rilevare che ciò che è estraneo all’ordine simbolico della globalizzazione può sussistere solo nella forma del pittoresco, ridicolo in questo caso, cioè in una forma letterariamente riduttiva o addirittura non letteraria.
Il problema che sollevo qui non è di tipo politico prescrittivo: occorrerebbe cioè una letteratura impegnata storicamente e politicamente al posto di una intimistica ( al contrario a me piace la letteratura intimistica e decadente, mentre penso che sia nella vita che si debba avere, per quel poco che i tempi concedono, un impegno storicamente consapevole); al contrario è un problema squisitamente estetico nel senso etimologico della parola. L’ordine simbolico della globalizzazione contempla solo alcuni elementi della realtà e nel contempo si autorappresenta come la totalità del contemporaneo o meglio, come ho già scritto, del qui e ora. Si tratta di una rappresentazione ideologica nel senso marxiano della parola ossia di un discorso volutamente incompleto, di un’autorappresentazione che lascia fuori molti tratti fondanti. E si sa quanto l’ideologia nuoccia alla produzione artistica e letteraria.
Ciò che tra l’altro resta fuori dall’ordine simbolico è proprio la percezione della storicità dell’esperienza umana e colui che l’avverte, non necessariamente in maniera progressiva o ottimistica, ma anche in chiave negativa o pessimistica, finisce proprio per non fare nulla per essere globale, naturalmente nel senso che a questa parola viene dato dall’ordine simbolico della globalizzazione così come essa è effettivamente oggi e non come potrebbe o dovrebbe essere. E’ un’esperienza frustrante quella del fannullone della globalizzazione perchè appunto gli viene negato perfino lo spazio simbolico del contestatore o del dissidente: egli è solo uno che si attarda su cose passate, come la storia, invece di godere dei vantaggi e delle possibilità pressoché infinite offerti dalle nuove tecnologie materiali e mentali.. E’ una condizione frustrante, ma dalla frustrazione talvolta nascono i fiori.