di Giuseppe Zucco
La scuola, il mondo scolastico, per me, è aria di famiglia. In un recentissimo passato, così come ho appreso la disposizione delle botole segrete di Prince of Persia, o lo struggimento pomeridiano di certe divisioni decimali, ho anche collezionato inconsciamente vizi e virtù della pubblica istruzione. Parole come graduatoria, punteggio, assegnazioni, supplenze, ruolo, corpo docenti, collegio insegnanti, sortiscono su di me lo stesso incantesimo della madeleine su Marcel Proust.
Proprio da piccolo, sei anni al massimo, capelli castano chiari, un’innata inclinazione al sarcasmo, quando la mia sola presenza innescava tutta una serie di smancerie da parte della dirigente di turno, piccoli buffetti e l’intramontabile domanda ti piace la scuola?, ho infilato al seguito di mia madre alcuni uffici del provveditorato di Reggio Calabria, un labirinto di stanze sature di fascicoli e faldoni posizionato un paio di piani più su di una gelateria buonissima.
Mio padre lavora nella segreteria di un liceo. Mia madre è stata prima insegnante elementare, quindi direttrice didattica. Due tra le mie zie, ora in pensione, hanno insegnato a scuola. A suo tempo, una cugina su otto ha rinverdito questa tradizione familiare.
Il mondo della scuola mi appartiene non solo come luogo del sapere che ho pazientemente scalato dalla valle primitiva dell’asilo fino alla vetta molto sofisticata della tesi di laurea, ma anche come una singolare provincia dell’esperienza umana le cui regole plasmano e irreggimentano in un modo del tutto particolare la vita, la malattia, l’ascesa sociale, le abitudini, la stasi, la rassegnazione, il furore, la delicatezza delle relazioni. Non finirò mai di pensare che per esempio direttrici, professoresse, insegnanti, siano accumunate senza volerlo dallo stesso vaporoso taglio di capelli, una rivisitazione meno barocca e più contemporanea delle parrucche di Luigi XIV. Così come non finirò di ricordare quanta dedizione ci voglia per fare questo mestiere (cosa a cui non tutti sono predisposti, evidentemente), e l’altissima soglia di sopportazione del dolore che il corpo docente ha sviluppato nel corso degli anni mentre la scuola veniva infestata dalla malaria della burocrazia, dalla sciagura dei tagli lineari, dal cataclisma della precarietà che paralizza e continua a paralizzare la forza vitale delle nuove generazioni di insegnanti. Una certa estetica è da sempre affiancata a un determinato saper fare: ed è solo in virtù di questa forza inerziale – l’inerzia della volontà, verrebbe da dire, se la formula non risultasse drammatica – che l’agonia e la gioia dell’insegnamento continuano nonostante la successione ciclica e burrascosa dei ministri.
È più o meno con questi fantasmi davanti agli occhi che ieri mattina, sul treno, sfogliando il Corriere della Sera, mi imbatto nell’articolo di Silvia Avallone. Trattando di scuola, lo leggo da cima a fondo. Il focus dell’articolo è il modo in cui viene selezionata la nuova classe di insegnati. Il tono e le constatazioni, più che a Kafka, un nome ricorrente nell’articolo, rimandano a Goya e alle sue pitture nere. Non c’è verso di raggiungere quello che oggi, nel nostro Paese, è diventato uno dei mestieri più ardui. Non basta la laurea. Non bastava neppure la famigerata Sis, scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, che hanno allestito e dismesso nel giro di un decennio. Ostaggi del tempo e dei punti, dei master online a pagamento che devi collezionare per scalare una o due posizioni. Sfruttati, ricattati, in balia di un ingranaggio perverso che ti richiede esami su esami, tasse su tasse, precarietà su precarietà. In sostanza, dice Silvia Avallone, non solo è più probabile fare un incontro del terzo tipo con una qualche entità aliena che entrare di ruolo in maniera stabile e vantaggiosa sia per gli insegnati che per gli studenti, ma la disgrazia capitale sarebbe farcela, centrare l’obiettivo di una vita, cioè diventare insegnanti, una delle categorie più depresse, malridotte e sminuite su tutte le terre emerse.
La neanche così piccola apocalisse che Silvia Avallone disegna – la completa dismissione di uno tra i più raffinati e variabili e umani processi di condivisione del sapere – ha fondamenta più che solide. L’invenzione del Tfa, ovvero di un tirocinio formativo attivo che richiede al tirocinante 2500 euro nel caso di esito positivo alla prova di ammissione, tirocinio lungo un anno che alla fine abilita all’insegnamento, ma non assicura l’assunzione, la dice lunga.
Silvia Avallone, però, fa un passo in più. In chiusura, annuncia il suo ritiro dall’ambizione di diventare insegnante. Il passo è legittimo, ovviamente. Niente da obiettare di fronte a una scelta di vita venata dal colore dell’incredulità e della sofferenza. Resta tuttavia l’evidenza che il tutto sia confezionato in forma di articolo su uno dei quotidiani nazionali a maggiore tiratura, irradiando quindi un certo valore simbolico – valore che si dispiega sul capo inclinato dei suoi lettori proprio nel giorno in cui alla prova di ammissione del Tfa per ventimila posti disponibili si presentano centosettantaseimila possibili candidati.
Confrontando i due eventi, allora, la pubblicazione di un articolo di denuncia e abbandono e la pressione mattutina di una rilevante preparatissima massa umana sui fatidici banchi di un esame ministeriale – esame, tra l’altro, iniziato male e finito peggio: I test impossibili per aspiranti prof, titola sempre il Corriere – si spalanca un abisso. Perché, diciamolo fuori dai denti, Silvia Avallone sembra parlare dall’alto di una posizione, di una rendita di posizione, sciogliendo in forma di articolo il privilegio di una scelta – del resto, ha scritto un romanzo di successo, Rizzoli pubblicherà il secondo, il Corriere della Sera ospita i suoi articoli, al Festival di Venezia sarà presentato il film tratto dal suo primo libro – mentre la maggioranza deve, per vocazione o costanza, fatalità o assenza di alternative, proseguire ostinatamente sulla stessa strada, una strada lunghissima lastricata di esami, corsi di preparazione, corsi di aggiornamento, studio matto e disperato, sveglia la mattina presto per correre, sempre correre, ai ripari.
Ma, aldilà di questo, c’è un ulteriore passaggio nell’articolo che continua ad inquietarmi: Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l’università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo Paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato, in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia, quale vicolo cieco. Perché se il salto logico di Silvia Avallone è stato “la scuola è un disastro, io ci rinuncio”, non vorrei passasse nel grande ventre dell’opinione pubblica l’idea che appena su qualsiasi cosa indispensabile per la pluralità dei cittadini si distenda il colorito cianotico della mancanza di ossigeno, questa venisse accantonata e lasciata agonizzare senza neanche il tentativo di infondergli nei polmoni il soffio provvidenziale di una respirazione bocca a bocca.
Il verbo che non possiamo più permetterci oggi è abdicare. Altrimenti, a furia di rinunciare, spegnendo poco per volta quanto riteniamo prezioso e duraturo, un giorno neanche tanto lontano finiremo per abdicare a noi stessi, quando già da un po’ eravamo cianotici e nella solitudine dei nostri appartamenti non ci sentivamo neanche troppo bene.
[qui si può leggere l’articolo di Silvia Avallone pubblicato sul Corriere della Sera il 25/7/2012]


di Davide Orecchio








di Davide Orecchio
L’assassino si nasconde tra le righe
