Da: Tiresia, di Marcel Jouhandeau (Marchese, 2013, trad. Ornella Tajani)
Quando mi sveglio di notte ho paura del mio corpo. Non mi sono ancora abituato a quel che gli sta succedendo. Dapprima provo un senso di sorpresa, che lascia il posto ora a una sorta di stupore ammirato, ora allo spavento. Tiresia! Tiresia! Come tornare indietro? scongiurare le conseguenze di questa magia cerimoniale? Dopo trent’anni, dopo aver rifiutato d’esserlo per tutta la vita e senza averlo previsto, eccomi donna per metamorfosi! Mi viene da ridere al pensiero che il mio bacino è servito a operazioni che ora non mi fanno più provare nulla fino in fondo, come invece accadeva soltanto qualche settimana fa. Sono un uomo, certo, ma anche donna.
Nel guardarmi, gli uomini, senza saperlo, provano un turbamento che mi comunicano.
Ingenuamente mi viene voglia di fermare i passanti per raccontare la mia avventura: «Ah, se sapeste quello che mi sta succedendo!»
Le mie membra sono intrise di un sudore nuovo, al quale non sono ancora abituato. Non ha la stessa acidità. La mia sostanza, il mio sangue sono cambiati. Non so quale profumo d’ambra emana da me e mi addormenta.
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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: ornellatajani@hotmail.it Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]
[Pubblichiamo alcuni testi tratti da Samuele Maffei, Teorema del cerchio e altri teoremi, collana “Ricerca letteraria”, Anterem, 2026.]
ci disponiamo in cerchio
uno per lato
infiniti segmenti inclinati
costituiscono un punto
il punto è un cerchio
infinitesimale
il segmento del lato
costituisce la disposizione
dell’inclinazione
* * *
aumentiamo il desiderio
immagini sconfinate di possibilità
siamo nella gabbia
fuori si muovono le situazioni
si muovono le possibilità
il desiderio aumentato
in situazioni sconfinate
siamo fuori dalle possibilità
nella gabbia delle immagini
* * *
la nostra riproduzione non è controllata
ci moltiplichiamo in enne parti
ogni parte si moltiplica in enne parti
ogni riproduzione è la nostra parte
non controllata
* * *
ecco la mandorla
le trivelle raggiungono l’evidenza
le fibre entrano nelle fibre
il taglio che interrompe la cronologia
finisce per diventare una trasformazione
il tavolo su cui sediamo circoscrive uno spazio sociale
l’anfora si beve dal sangue
beviamo
il sangue si trasforma in cronologia
le fibre diventano il tavolo
le trivelle entrano nel taglio della mandorla
lo spazio interrompe l’anfora
seduti sulle fibre raggiungiamo il sociale
l’evidenza finisce
* * *
sono le immagini e le distrazioni
che convergono
noi le chiamiamo le assimilazioni
anche dette le congetture
noi le chiamiamo le previsioni
anche dette le convergenze
le immagini assimilate in congetture
sono anche dette
le prevedibili distrazioni
* * *
la narrazione dei fatti non coincide con lo svolgimento dei fatti
coincide con lo svolgimento della narrazione
* * *
per preparare l’autoannegamento ha bisogno di pochi ingredienti: un corpo (che sia il suo proprio), una corda (che sia resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio), un sasso (che sia pesante almeno più del corpo suo proprio e che sia capace di tenere la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio), un fiume (che sia più profondo dell’altezza del corpo suo proprio e la cui corrente non sia così forte da spaccare la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio e da trascinare il sasso pesante almeno più del corpo suo proprio e capace di tenere la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio), il desiderio di morte (che sia per annegamento del corpo suo proprio tramite una corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio con cui legare il corpo suo proprio a un sasso pesante almeno più del corpo suo proprio e capace di tenere la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio con cui fare affondare il corpo suo proprio e la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio nel fiume più profondo dell’altezza del corpo suo proprio e con una corrente non così forte da spaccare la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio e da trascinare il sasso pesante almeno più del corpo suo proprio e capace di tenere la corda resistente a sufficienza per evitare la rottura durante il naturale e violento tentativo di liberazione del corpo suo proprio)
* * *
faccio una lineetta
Aaaa – aaaa
* * *
Mario C. ha 13 caramelle e 2 libri di estetica e cede 5 caramelle e 2 libri di estetica a Tiziano F., che a sua volta cede 2 caramelle e 2 libri di estetica a Claudio P., che a sua volta cede 1 caramella e 2 libri di estetica a Marco T., che a sua volta cede 2 libri di estetica a Giorgio G., che a sua volta cede 2 libri di estetica a Mario C. Mario C. ora ha 8 caramelle e 2 libri di estetica. Mario C. ora ha finalmente capito che solo le caramelle hanno un valore di scambio maggiore rispetto al valore d’uso: per questo mangerà le 8 caramelle e non aprirà mai un libro di estetica. Mario C. vale 8 caramelle. Tiziano F. vale 3 caramelle. Claudio P. vale 1 caramella. Marco T. vale 1 caramella. Giorgio G. vale 0 caramelle.
* * *
il problema è che il problema è che il problema è. il problema è è. se il
problema non fosse, non ci sarebbe problema. sarebbe tutto più facile se
fosse tutto più facile. se tutto fosse tutto sarebbe. di qui l’ostinazione di
tutti a non credere a tutto, di nessuno a non credere a nessuno.
Entro nel centro commerciale.
Sono più di centomila metri quadrati di negozi, ristoranti e l’unico cinema Imax di Barcellona. Il centro è semivuoto: sono arrivata con cinquanta minuti d’anticipo sulla proiezione di Odissea, che durerà circa tre ore.
È agosto. Dieci di mattina.
Non ho fatto vacanze nemmeno quest’anno, perché la precarietà rende la vita degna di essere vissuta sul momento. È questo che insegna, senza il bisogno di nessun libro di auto-aiuto. Ho imparato a non programmare, a cancellare il futuro come tempo verbale — anche quello prossimo — e a realizzare sogni cari come il prezzo di un biglietto al cinema. Sono quasi tentata di mettermi in fila per portarmi in sala un cartone di popcorn burrosi e affondarci le dita dentro. Ma quel piacere lo riservo per le grandi occasioni, e sempre condivise. Sono io ad aver scelto di vivere così. All’inizio è stata una questione di istinto: a ventitré anni ho dovuto per forza cominciare a mantenermi da sola. Ora la mia libertà è un esercizio quotidiano.
A fine proiezione, il centro commerciale brulica di gente.
L’aria condizionata lo trasforma in un rifugio climatico che non ripara dalla ruota del consumismo.
L’attacco di panico arriva subito.
Non riesco a respirare, e se respiro solo col naso mi entra l’odore del fritto, della carne che sfrigola sulla piastra. L’odore si lega di colpo al rumore delle bocche che lavorano per ridurre a poltiglia quel cibo zeppo d’olio, che presto abiterà pance già gonfie di bibite zuccherate e gasate. Le “Sirene” cantano dagli altoparlanti tra un negozio e l’altro: compra, consuma, non crescere mai, resta.
Il centro commerciale mi decentralizza.
Perdo la strada per la via d’uscita.
Non ho una mappa, sono in balìa di una corrente che tra poco diventerà uragano — lo so, riconosco quello che mi sta succedendo. Non riesco a pensare, allora cerco un pittogramma, mi aggrappo a un segnale. Al limite dell’angoscia, spingo con tutte e due le mani la barra rossa della porta a vetri ed esco.
Anche se non ci sono, le cicale io le sento.
Le sento perché so che in fondo allo stradone c’è la pineta e poi, e poi c’è il mare. Il mio cervello trasforma i colori in suoni. Lo fa spesso.
In realtà tutto è silenzio.
I grattacieli si stagliano in aria e crepitano sotto il sole.
Niente più.
Non ho idea di dove io sia finita, di come prendere il bus per tornare a casa.
Se avessi avuto il costume mi sarei guadagnata lo spazio per buttarmi in acqua, invece di rinchiudermi nella mia isola di cinquantadue metri quadrati, a cinquanta minuti di distanza. Ma tant’è. Devo mettermi in viaggio per tornare a casa. Devo farlo il prima possibile.
Era meglio quando l’Odissea me la raccontava mio padre, con le sue sembianze da vichingo: occhi azzurri, capelli biondi, barba folta e chiara. Mani forti. Pescatore, navigatore, avventuriero, di mestiere faceva il ginecologo. Spesso partoriva storie. È sempre stato Ulisse; mia madre è sempre stata Penelope. Tanto che, a casa, c’era un grande quadro disegnato da lei con dentro la poesia Itaca, trascritta a mano, con l’inchiostro di una boccetta.
Una poesia di Costantinos Kavafis (la incollo più sotto).
Lui Ulisse, lei Penelope. A un certo punto lei si compra anche un telaio di legno enorme, lo installa in una stanza e non so dire se lo fa prima o dopo aver trascritto il testo di Kavafis. Per armarlo ci mette dai tre ai sette giorni. La parte più lenta non è tessere, è vestirlo filo per filo, annodando l’ordito ai subbi. Ogni tanto parlano di quando lui andrà in pensione e si godranno insieme la vita che rimane. Non manca molto.
Ma proprio mentre lui sta per mettere piede nella sua Itaca, muore.
Ulisse lavora dentro al sistema, a casa non torna più.
Tribola per un’esistenza intera.
E quando riattracca, dopo vent’anni, è vecchio e stanco: ha perso quasi tutta l’infanzia di suo figlio e molto di quello che avrebbe potuto essere con sua moglie.
A ben guardare, la guerra di Troia dura dieci anni, e il ritorno altri dieci. Vent’anni: il tempo esatto in cui un neonato diventa un uomo. Telemaco cresce senza padre, cercando per tutta l’infanzia e l’adolescenza un uomo che è soltanto un canto sulla bocca degli aedi. Quando Ulisse riattracca a Itaca, a riconoscerlo sono il suo cane e una vecchia serva.
Argo ed Euriclea: i due esseri che lo hanno conosciuto con il corpo, non con il nome. Argo lo fiuta d’istinto. Non ha dimenticato né il suo odore né la sua andatura. Muore nell’attimo esatto in cui lo vede. Euriclea lo ritrova al tatto, sfiorando con le dita la cicatrice sulla coscia, la carne che aveva lavato quand’era bambino.
Nessuno dei due ha bisogno di farsi dire chi è: lo sanno perché lo hanno accudito e perché quello è un uomo, non un eroe.
Così il legame di sangue, che dovrebbe essere il più naturale, è l’unico che non funziona attraverso la presenza. Perché quel corpo Telemaco non l’ha mai conosciuto e di suo padre ha soltanto un nome e un’assenza. Il figlio, l’erede, riceve la funzione del padre, ma con il padre-persona deve ricostruire tutto da zero.
Il vero costo del viaggio non è tornare vecchi e stanchi: è tornare irriconoscibili anche agli occhi di quelli per cui siamo partiti.
C’è un libro del duo di Tlon, i filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano, che porta esattamente questa domanda per titolo: Ma chi me lo fa fare? Il loro lavoro ruota da anni intorno a questa crepa. In quel saggio smontano quello che chiamano l’«incantesimo» del lavoro: l’idea, venduta come naturale, che dobbiamo amare ciò che facciamo, identificarci con la nostra occupazione, restare performanti, appassionati persino in vacanza. È l’incantesimo che ha trasformato la fatica in vocazione e la stanchezza in colpa.
A me sembra che Ulisse ne sia l’antenato mitico perché non sa più immaginarsi se non in viaggio, se non all’opera.
E poi c’è Penelope.
In questa storia l’uomo perde la vita per lavoro, ma la donna la perde per attesa.
Penelope resta.
Tesse di giorno e disfa di notte, per vent’anni, un lavoro che non finisce mai e che nessuno conta come lavoro. Tiene in piedi la casa, cresce il figlio da sola, respinge i pretendenti, amministra un’isola intera e la tradizione la premia chiamandola «fedele», come se la sua unica virtù fosse stata saper aspettare «bene».
Lui è produttivo e assente, lei paziente e invisibile. Il tempo di lui è pieno di avventure che diventeranno racconto mitico. Il tempo di lei è vuoto per definizione: è di servizio e di cura.
Di sospensione.
È lo stesso patto, diviso in due.
Anche i miei l’hanno firmato.
Che altro potevano fare?
Mio padre partito e mai tornato davvero; mia madre al telaio a tessere un’attesa che non ha avuto nemmeno il premio del ritorno. I figli cresciuti lì in mezzo.
Eppure quella poesia — che mia madre ha trascritto a mano — apparentemente dice l’esatto contrario: augurati che la strada sia lunga, perché è il viaggio a renderti ricco. L’Itaca del poeta però è un luogo senza nessuno ad aspettare.
Mentre il viaggiatore di Kavafis diventa saggio, che cosa succede a chi resta?
Ho pianto in silenzio davanti a Odissea, ad agosto. Per gli Ulisse, le Penelope, i Telemaco e gli Argo che hanno già perso tutto.
E per il sospetto — netto come il sole sulla testa — che questo viaggio, nonostante non l’abbia scelto nessuno, continui a essere il più comprato.
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ITACA
Costantinos Kavafis, 1911
Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi
Da “Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti
finalmente, e con che gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Da quando il fuoco lambisce i fili torsi di rosso,
i cocci di vetro disposti ad arte sui muri,
dormire è diventata una colpa: torcersi contorcersi,
partecipare alla sofferenza senza poterla dividere
e anche il castigo non basta, tutto include,
tutto ingloba, pure la scritta sulla parete
qui non dormire mai.
II
L’odio sgorga dagli occhi ed esce lentamente. Non c’è rabbia o tristezza in eccesso per le devastazioni a Bint Jbeill. Le giornate vanno avanti in maniera consueta: si preferisce lo sgomento, il punto in cui il reale non può essere attutito e piomba da ogni parte inibendo la capacità di reazione. Sembra qualcosa di più onesto quando le macerie perdono la possibilità di essere disposte in diverso ordine e indirizzano codici schizofrenici al mondo dei sordi.
III
C’è qualcosa di curioso e perverso nel vedere i corpi che ritornano alla superficie dopo essere andati verso il fondo gelido. Il sole tramonta dove striscia l’Idra facendo riscaldare la temperatura dell’acqua salata: un freddo verticale ricopre i corpi con il sale nei polmoni. Se qualcuno sopravvivrà, dovrà fare i conti prima con l’ipotermia, poi con il bollore della febbre. Successivamente con gli intoppi della burocrazia e ancora dopo con la necessità della sopravvivenza anche sulla terra ferma.
IV
Puro occhio ciò a cui mi riduco dalle erbe di Pedenoletto. Da qui si vede tutta l’Alta Valtellina e la Val Fraele: i laghi, i prati, i caprioli che saltano e i muli legati ai pali. Il suono dei campanacci e il sibilo del vento, il risciacquo dell’acqua sulle rocce e il fischio della marmotta. Una svolta del respiro che posso trovare unicamente qui, lontano dai tracciati metropolitani e dalle sempiterne rovine.
Ma quanto è legittimo scappare sui sentieri, inerpicarsi sulle rocce per dirsi fuori dalla partita, non sconfitti ma di certo con un sentimento di frustrazione di fronte all’incendio che ovunque divampa? Quanto è possibile stare lontano dai soffi di morte? Claudia direbbe che anche questo stare, questo provvisorio abitare fuori dagli itinerari consueti, è un procedimento che vive attraverso una morte, seppure apparentemente tragica: ha visto lo sfiorire di Lazzaro nella casa tra gli alberi di pino senza che nessuno se ne accorgesse. Ma lui non c’è più.
Mi ricordo che queste valli hanno conosciuto la sozzura del sangue: gli aristocratici cattolici che inseguivano con i coltelli i protestanti, la leggenda del conte diavolo impiccato alle Prese. Poi tutti gli operai caduti per la grande edificazione delle dighe. Quante singole storie si riuniscono quando ci si riflette bene: ognuno si situa su destini diversi, ma comunque si identifica nella necessità di riavvolgere il filo della pellicola sulla parola “fine”.
Allora l’occhio puro si rivela essere solamente una fallacia: anche qui non esiste pace, solo una tregua virtuale che esaspera la ferocia dei giorni feriali. Qualcuno mi tende la mano e io, a fatica, mi rialzo.
V
Quando abbasserò gli occhi non finirà
lo sterminio a poche miglia da qui:
la consolazione non è parte della lotta
e dopo il fumo dei candelotti il buio,
la voglia di soffocare in un abbraccio
per smezzare la colpa di essere stati
solo uno sguardo ulteriore e non la parola
ultima.
VI
La memoria è una piaga aperta dove i fatti passati si rifiutano di mostrarsi al presente. Nonostante ciò, esistono comportamenti appresi dall’inconscio a scopo di difesa che possono essere riadattati nel contesto. Non sempre bisogna tastare le ferite con mani cosparse di sale. A volte bisogna sapere diventare come l’argilla, lasciarsi crepare fino a diventare splendidi modelli in grado, a propria volta, di modellarsi.
VII
A che serve mettermi in mezzo a questo? Il mio corpo si confonde in mezzo a quello di tutti gli altri: dovrei miniaturizzare l’ego, contenere lo spazio ingombrante che occupo con la mia presenza.
Il due ottobre, davanti la stazione di Bologna, si è tenuta una manifestazione: la Polizia ha iniziato a lanciare lacrimogeni in mezzo alla folla. Un candelotto ha sfiorato il volto della persona che amo: lei non se n’è accorta, ma ho provato paura perché non avrei saputo proteggerla. Poche decine di minuti dopo, un altro candelotto colpisce in pieno volto una ragazza duecento metri dietro di noi, a fianco dell’autostazione: perderà la vista da un occhio, ma continuare a testimoniare contro ciò che opprime nonostante tutto.
I lacrimogeni hanno tre effetti: i primi due sono chiaramente fisici, il terzo psicologico. Il primo, quello più noto, è quello di provocare una reazione ai dotti lacrimali: la vista viene in tal modo impedita da un eccesso di lacrime prive di pianto. Il secondo effetto è la sensazione di un pruriginoso soffocamento, come se si respirasse un’aria che pizzica le corde dei polmoni, e si parla con una paura priva di voce. Il terzo è la sensazione di panico, di dovere immediatamente scappare: per una persona che soffre di un disturbo d’ansia un lacrimogeno detona tutte le sue peggiori paure. Per questo mentre la Polizia lancia i lacrimogeni esistono sempre delle persone capaci di mantenere una ragionevole calma e danno un certo ordine su come fare defluire le persone lungo le strade.
Ciò non elimina completamente la possibilità del pericolo: se io e la persona che amo vediamo con entrambi gli occhi, la ragazza ha perso comunque parzialmente la vista. Ciò, tuttavia, la porta a testimoniare con più rabbia e una forza piena di cura: allora la responsabilità non è miniaturizzare l’ego, quanto direzionarlo verso una giusta posizione. Approssimarsi alle cose più care e tentare di restituirgli una forma di salvezza nel tentativo di offrire una chiave di lettura che si possa condividere con chi si ha un legame di fiducia.
Talvolta nell’angoscia, talvolta nella rabbia cieca. Nel microscopico e nel macroscopico: spesso tra le cose non vi è differenza.
Agire come un occhio che sa stare all’erta per quanto ferito, con la responsabilità di sapersi mettere da parte quando richiesto.
VIII
Ci si interroga sulla possibilità della compassione
e si riduce a pianto la sera: si può soffrire
nell’ascolto e farsi travolgere
ma tanto patire no, rimane irraggiungibile
e guardi le mani sterili sudare.
IX
Paesaggi di canyon artificiali nella terra e niente acqua nelle gole. Paesaggi con acqua ovunque e non la si può bere. Paesaggi dove il fuoco divampa sulla linea dell’acqua limata di petrolio. Paesaggi insidiosi dove non ci si può stare e la fuga è impossibile. Paesaggi e gente che piange strozzando il respiro nel gas nervino. Paesaggi di nulla, e pare impossibile a credersi, ma c’è chi li chiama radure. Paesaggi dove la gente non può essere seppellita.
X
Per un momento era bello credere nella possibilità di rinascere. Il pub di fianco casa mescolava birra e canzoni arabe in sottofondo: si poteva uscire di casa considerando sia la possibilità della caduta che quella del volo inaspettato. Ora le gambe cedono e il mento si sporge in movimenti innaturale: bisogna credere nella lotta, bisogna crederlo.
Lo cominciò all’età di sei anni, il primo giorno di scuola o quasi, quando gli insegnarono la prima lettera dell’alfabeto. Lo aveva in testa da un po’, ma fino a quel momento gli erano mancati gli strumenti tecnici. Scrisse una A maiuscola in cima al quaderno, una a minuscola subito dopo e andò avanti così, con tante piccole a una dopo l’altra, per tutta la vita.
A undici anni, dopo che la sua squadra perse il campionato all’ultima giornata, in una sola notte riempì oltre sessanta pagine. A ventisette, durante il parto che diede alla luce i gemelli, si tenne lucido pungendosi con una spilla da balia nascosta nella tasca dei jeans, mentre nella testa anticipava le parole che avrebbe usato per raccontarlo. E a quarantaquattro, quando capì che non avrebbe mai trovato il coraggio, fece battere a macchina e rilegare insieme al resto la lunga lettera in cui spiegava alla ex moglie e ai figli perché intendeva farla finita.
Non passò molto tempo e i commissari del Guinness andarono a casa sua, fecero le dovute misurazioni e improvvisarono una cerimonia nel salotto. «Non è previsto un assegno» gli disse il commissario capo a telecamere spente, togliendosi una stella filante dai capelli, «ma sponsorizzazioni, contratti pubblicitari e apparizioni televisive possono rendere molto bene. Alcuni riescono a smettere di lavorare per un po’.» Lui sbatté le palpebre una volta, una seconda, e disse: «Ma non è finito. Manca il finale».
Solo quando capì che era giunto il suo momento, ormai vecchio e imbolsito, rilesse le ultime pagine. Le trovò impressionanti. E con gli occhi lucidi si disse che era pronto a portare a termine il lavoro. Accanto al letto fu ritrovato il romanzo più lungo del mondo, che iniziava con Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa e proseguiva così per pagine e pagine, decine di migliaia di pagine, raccolte in quarantuno volumi rilegati in marocchino impresso a caratteri d’oro, e finiva con iuto.
Un agente lo portò in giro per qualche tempo per provare a venderlo, poi si arrese.
Da decenni vivo in una metropoli, dalla quale mi allontano meno di quanto potrei. Come tutti i reclusi delle città vagheggio anch’io di essere nella cosiddetta natura, che bazzico spesso per il mio lavoro e ho sempre ben presente, ma nei fatti per lunghissimi periodi calpesto superfici artificiali e senza vita, respiro aria sporca. Mi dico che mi piacerebbe essere tra il verde, che è assurdo che continui a vivere nel luridume minerale e nella sovraffollata concitazione, quando avrei la possibilità di evitarlo. Nei fatti non faccio nulla per cambiare le cose.
Per avere un po’ più di metri quadrati da qualche anno ci siamo anzi trasferiti in una zona periferica cementificata più rozzamente e più povera di veri e propri parchi, priva di quelle virtuosistiche aiole cromaticamente e geometricamente perfette che sono il fiore all’occhiello – in senso anche letterale – della pretenziosa capitale. Essa ha però un maggior numero di malandati giardinetti privati, più zone incolte in attesa di edificazione, più fratte fuori controllo. Mi accorgo che quando passeggio focalizzo sempre di più la mia attenzione su questi elementi considerati senza interesse. Prima guardavo quasi solo i palazzi e i caffè e le persone, adesso i miei occhi senza che io intervenga cercano le aiuolette neglette, le siepi scarruffate, gli alberelli clandestini, le piante spesso sofferenti sui terrazzi. Mi intrigano in particolare le pianticelle che crescono dove proprio non dovrebbero, sui cigli e nelle crepe dei muri, i muschi aggrappati al calcestruzzo, i licheni. Mi appaiono molto più interessanti e istruttivi di tutto il resto, e più semplicemente mi danno più gioia. Spesso mi commuovono. È certo un sintomo della vecchiaia.
Nella nostra testa città e Natura sono due poli opposti, come il fuoco e l’acqua. Questa dicotomia è un bastione inespugnabile resiste anche nell’attuale frana delle nostre certezze riguardo al nostro posizionamento in seno ai viventi: da una parte c’è il traffico nel cemento e l’assembramento, dall’altra gli alberi e i torrentelli con l’acqua cristallina e la pace. È naturalmente un’antitesi fittizia: non foss’altro perché le città sono costruite su corpi naturali, su terre e rocce. Non si vedono, perché sono coperti, ma ci sono. Basta scavare un po’, grattando via la crosta di cemento e asfalto. Un quarto dell’umanità vive in città che hanno gravi problemi di subsidenza, spesso legata allo svuotamento delle falde acquifere e al peso. In vaste zone della metropoli dove vivo io le case si fessurano o anche crollano, perché le argille sulle quali poggiano cambiano volume seccandosi e bagnandosi di nuovo. Questi sommovimenti tellurici vengono a ricordare che qualsiasi agglomerato artificiale si insedia su qualcosa che preesiste e ha le sue dinamiche.
Anche l’aria che permea gli inurbamenti e la pioggia che li annaffia sono le stesse dei paesaggi che consideriamo naturali. Pure queste componenti ecologiche fondamentali non si sono potute evacuare, o insomma comandare a bacchetta. Si fanno notare solo quando non sono ottimali – quando l’acqua scroscia troppo abbondante sulle superfici impermeabili, quando la grandine danneggia le automobili, quando l’aria è talmente calda che scioglie l’asfalto – ma ci sono, e agiscono nell’ombra. L’anidride carbonica dell’aria nutre gli organismi che fotosintetizzano, i quali sotto sotto sono dei pericolosi sovversivi. E alleandosi con l’umidità corrode la pasta del cemento armato, aprendo la via all’ossidazione – fomentata dall’ossigeno – dello scheletro metallico. Le gocce non trascinano poi solo particelle minerali e inquinanti, una parte dei quali sono potenti concimi che alimentano i vegetali, ma anche batteri, spore fungine, frammenti cellulari e di DNA, microrganismi metabolicamente attivi o che possono diventarlo. Insomma vita. Rimbalzando sull’asfalto risvegliano altra vita, quella degli attinomiceti, che dà il caratteristico odore di pioggia.
Sempre di più si parla di Natura dentro le città, e a ragione: anche l’agglomerato più ferocemente minerale racchiude isolette di verde, nelle quali pullulano – lasciando stare le piante – microrganismi e animali del suolo e del soprassuolo. I parchi, così come i giardinetti e le aiuole, sono a tutti gli effetti Natura, seppure tenuta al guinzaglio. In ognuno di questi microcosmi anche estremamente ridotti ci sono suoli e c’è la vita e la sua estrema varietà, c’è il riciclo della sostanza organica e la complessità. L’ordine e l’armonia della superficie non devono fare pensare che l’assoggettamento sia assoluto e irreversibile. Ma anche i radi ciuffetti d’erba negli interstizi del catrame o tra i mattoni che osservo nelle mie passeggiate sono Natura, e anzi ancora più insubordinata: se ci sono foglioline ci sono anche essudati radicali, con la loro coorte di batteri e funghi, la loro capacità di disgregare qualsiasi cemento, di mineralizzare i composti organici. Idem per i licheni, nonostante la loro presenza sia ancora più discreta. Tu lasciali lavorare quei fili d’erba e quei licheni, vedrai le sorprese che ti danno. Lo si può constatare, senza tirare in campo la città abbandonata dopo l’incidente di Chernobyl, nei pretenziosi cimiteri monumentali nei quali vago ogni tanto alla ricerca di tranquillità, con le loro tombe piallate dalla corrosione minerale e organica, divelte dalle radici, in molti casi dislocate fino a crollare. Spesso ci sono anche le date precise, si direbbe quasi un puntiglioso esperimento scientifico, messo lì per ricordare agli umani – beffandosi forse del loro protagonismo – come stanno le cose.
Quindi a ben vedere le città non sono poi così avulse dalla Natura come ci appaiono. Certo sono gremite di manufatti minerali, che le danno il loro caratteristico aspetto di roccia artefatta, però c’è anche la vita. Relegata nei recinti a essa deputati, ma anche fuori. Non si vede, ma c’è. Formicola appunto nelle fenditure e nelle nicchie, dove si formano subdole tasche di terra, aspetta solo l’occasione per espandersi e imporsi. Durante la pandemia non erano solo gli animali a invadere le strade e piazze. Anche i semi e le erbette erano partiti all’attacco, in poche settimane avevano espugnato parecchi nuovi baluardi.
Chi conosce gli spazi che molti considerano intonsi, per converso, sa bene che l’impronta dell’uomo è praticamente ubiquitaria. Sulle Alpi e sugli Appennini non c’è un solo metro quadrato che non sia percorso e modificato dall’uomo da millenni, dai fondovalle fino all’ultimo filo d’erba prima delle rocce. I prati sono il risultato del disboscamento, i boschi possono essere considerate piantagioni, in vaste zone di individui che sono quasi dei cloni. Per chi ha l’occhio non c’è nulla di strettamente naturale, ogni comparto risente degli interventi umani. Proprio come le praterie che per i conquistatori americani erano spazi selvaggi, quando erano in realtà territori plasmati dalle popolazioni autoctone. Perfino quelle che chiamiamo foreste vergini, sono modellate dai loro abitanti umani, e prima ancora ominini. Anche in gran parte di quelle associazioni vegetali da migliaia d’anni la nostra specie raccoglie, taglia, brucia, seleziona, dissemina, protegge, domestica, modifica il sottobosco. Niente di più lontano da un intrico inestricabile dove l’uomo è un ospite ingrato.
Qualche volta mentre passeggio mi dico allora che quello che caratterizza le città non è tanto l’abbondanza della porzione minerale, ma l’efficacissima lotta quotidiana di contenimento del vivente che permette di preservarla. Quella che ci appare una situazione statica è in realtà un equilibrio molto precario, risultato di un’incessante soppressione della vita, di uno sterminio vittorioso che ci fa dimenticare che le nostre esistenze fanno parte di una immensa rete. Allontanando i residui decomponibili dei nostri corpi e delle nostre attività, esternalizzando in altre parole i cicli degli elementi, e badando che la vegetazione resti confinata, ci illudiamo di poter vivere in un ambiente puramente minerale. Viene da chiedersi quanto tempo ci vorrebbe perché quegli steli e quei cespi abusivi che osservo durante le mie camminate prendessero il sopravvento, fino a mutare lo statuto da città a area naturale. Certo in qualche decina di anni le erbe avrebbero la meglio sul bitume e crescerebbero ovunque alberelli, in sessanta o settant’anni prevarrebbe la foresta. Il meccanismo che caratterizza più di ogni altra cosa gli ecosistemi, il ciclo della sostanza organica che si forma grazie all’energia solare e viene decomposta per trafugare quella stessa energia, riprenderebbe alla grande. Alimentando altra vita ancora.
Nelle mie deambulazioni – spesso nei diafani lucori artificiali, ho sempre amato muovermi anche la notte – osservo con ancora più attenzione di prima gli alberi, mi affascinano le loro monumentali contorsioni per trovare un equilibrio, in danzante dialogo con le costruzioni, il loro fremere e fluttuare nel vento, le metamorfosi con le stagioni, la capacità di prorompere a ogni primavera. Spesso hanno vistosi sintomi di patimento, soprattutto quando fa caldo, senza che nessuno ci faccia caso. Negli ultimi tempi se ne piantano di nuovi, per mitigare le canicole estive, ma è evidente che non avranno abbastanza terra per crescere come si deve, e anche in superficie non tornano i conti dello spazio necessario. Evidentemente la nostra buona volontà è mitigata da timori inconsci. Se lo si lascia fare un albero riesce a svellere le strade e a abbattere muri costruiti per essere eterni, lo sappiamo. Zitti zitti sono loro le vere potenze di questo Pianeta: sanno captare quello che succede e reagire nel modo più opportuno, sanno resistere e rigenerarsi, sanno modificare il loro intorno, sanno far tesoro dell’esperienza e fare gioco di squadra, sanno perfino cambiare il clima. Dovremmo imparare.
Ma quanti decenni ci vorrebbero – mi chiedo – per buttare giù i tipici palazzi a sei piani dei quartieri centrali? Certo meno di quello che si direbbe. Probabilmente i terrazzetti del quinto piano sarebbero temibili avamposto, da lì e dai camini partirebbero gli attacchi più devastanti che avrebbero ragione dei tetti. E una costruzione senza copertura per le piante diventa una serra ospitale. È certo quello che verosimilmente prima o poi accadrà, è successo a tutte le civilizzazioni, anche senza le spallate dei cambiamenti climatici. Resteranno pietrami in mezzo alla foresta, come le città – io le conosco solo dalle foto – dei Maya. Prima ancora si sbricioleranno i palazzi di mattoni e gesso, che già ora sul mercato valgono meno. La vita, che era stata evacuata, lasciando quel minimo indispensabile per non rendere l’esistenza degli umani impossibile, riprenderà il pieno possesso delle altere roccaforti minerali, che nelle nostre teste consideriamo il paradigma del nostro dominio.
Stanco di camminare inseguendo focolai di ostinata eversione vegetale e pensieri apocalittici ritorno al nostro caseggiato di mattoni pieni e calcestruzzo edificato nel fiducioso Dopoguerra. Dalle finestre del mio studio osservo i possenti platani del giardinetto pubblico antistante: li considero la mia foresta. Mi vanno bene quelli. Capisco e per certi versi ammiro le persone che per coerenza rifuggono la follia mortifera delle città, ma io non riesco a essere così ingenuo da pensare di poter rifugiarmi in un eldorado risparmiato dagli umani, non credo alla Natura, e tanto meno alle scappatoie individuali. In margine a un vero bosco potrei permettermi ben altre esperienze di immersione, senza contare i vantaggi per la mia salute malferma, a un costo minore. Ma sono anch’io come gli altri cinque miliardi di persone che sono state fagocitate da centri urbani destinati prima o poi a implodere. Inscatolato nel cemento mi muovo come un alieno tra altri alieni, percepisco una perfetta sintonia con i tempi che combatto con la mia fragile militanza e il mio lavoro. Sto bene qui.
Leggevi Sodoma e Gomorra quando
ci conoscemmo. Il tuo ricordo è un mirto
che spacca i muri a secco, un fiore inconscio
trapiantato dal tuo silenzio al mio.
Ora ripenso a te da una distanza
che le mani misurano in carezze
mai date – per salvarti. Ti difendi
da quei concierges in doppiopetto ancora
con la tua duplice preghiera e Proust?
Ci conosciamo, è bello ed è terribile.
2.
Siamo in un posto sconosciuto a entrambi:
la giovinezza. Qui posso parlarti.
3.
Fabbrico da me stesso la mia croce.
Scriverti è già un peccato capitale.
Controra. Voci di bambini. Hai sonno?
Parliamo, ho ancora qualche chiodo in gola.
4.
Forse mi figuravi artista in fuga
da diavoli seenni per salite
fitte di una Vergelle in fiore a fare
Fiorenzo a picco tra le male femmine;
o mi parlavi, per un gioco, come
si parla a un albero che ha estinto uccelli;
o in me riconoscevi un dio sconfitto,
assorto nei suoi dolci versi fino
a soffocarne. San Francesco e il diavolo
ci separarono. Fu un dialogo irto,
non si parlava che d’amore e carne.
5.
Questo silenzio non è meno atroce
del non vederti viva. Se ti spaventi
quando leggi parole come “berze”,
“dimagra”, “scocca”, “furo”, “ponticelli”,
forse potrai salvarti in questa stiva
che arde ogni volta che apri gli occhi belli.
O forse siamo tutti condannati.
Senza più lingua. Nudi. Calpestati.
6.
Nessuno vedrà il corso dell’estate.
La lisca la indovini al tatto. Come
i nostri anni scintillano soltanto
per chi di noi ricordi spine e sbagli.
Il tuo costante cuore è ancora al largo?
Non approdare qui, dove i non vivi
insegnano la vita. E non pensarmi.
7.
La coda lunga dei turisti è ferma.
Oltre frontiera non c’è più nessuno.
Nella fredda Japigia dei nervi,
tra i campi masticati dalla luna,
un giogo che spaventa tutti gli occhi
e la fossetta che il tuo broncio abbruna:
questa provincia fatta di parole
con un silenzio mi cancelli – e il sole.
8.
Sotto la fresca tavola del nespolo
festeggiano i rigogoli. Le madri
fanno piangere i figli in filastrocche
finché l’estate è sazia. Te ne accorgi
dalle ombre che si insultano nei campi.
La schiena è una tempesta di libellule.
Fantasmi. Il mare è muto. Hai fame? Dormi.
9.
Questa poesia è un perdono. Ti accarezzo.
Ma non ho mani per toccarti o un volto
che alla prossima ondata ti riporti
la luce ossuta della giovinezza.
L’amore era qui prima delle voci.
Per questo perdoniamo occhi e coltelli
con parole. Non chiamerei il tuo nome
che per salvarmi. E tu non devastare
i cagnoli di fuoco che hai rubato
all’afa e ai campi azzurri. Amarsi, dico
tremando. Estate = morte. Addio.
10.
L’arma dell’universo fa un rumore
più basso questa sera. È un tuo miracolo?
Giulia Cavalli, I mangiafemmine, Fandango libri, 2023
Torna in questo romanzo lo scenario distopico di DF, luogo che abbiamo conosciuto in Carnaio e Nuovissimo testamento. Cos’è esattamente DF?
Avevo bisogno di un luogo non riconoscibile e non volevo correre il rischio che potesse essere associato nel nome a una zona d’Italia., settentrionale, meridionale o di centro. Quindi ho deciso un acronimo e da grande amante di Roberto Bolaño il Distrito Federal dei suoi romanzi.
I mangiafemmine è, se mi permetti, una distopia fallita. Sembra invece un romanzo tragicamente realista, leggendo la cronaca di questi ultimi anni.
Talvolta ho la sensazione che si bolli la letteratura come dispotica per non doverci fare i conti. Filippo La Porta su Repubblica definisce il romanzo “iperrealista” e sono d’accordo con la tua definizione. La legalizzazione del femminicidio per decreto – come si immagina nel libro – è molto improbabile ma la normalizzazione della strage continua mi pare che sia già in essere. Non c’è nulla di profetico nel libro: molte delle dinamiche politiche e sociali sono diffuse non solo nel nostro Paese. La letteratura semplicemente mi permette di spingermi molto più in là, dicendo il non detto, estremizzando certe posture. Nei giorni di uscita del libro imperversava sui media italiani il dibattito dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin e molti “mangiafemmine” si sono materializzati quasi adiacenti ai miei personaggi. Era facile, è la banalità del male.
L’attenzione alla lingua della politica, così cinica e credibile, è figlia della tua esperienza in passato di consigliere regionale?
Da giornalista osservo, studio e scrivo di politica tutti i giorni. Al di là degli atti formali mi appassionano i comportamenti. L’antropologia della politica svela spesso una ferocia inaudita nonostante si mimetizzi nelle pieghe di apparenti ragionamenti. La nikefobia dei candidati, l’attaccamento atavico alla sopravvivenza intesa come mantenimento del potere li ho ritrovati spesso.
Perché, da uomini, non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità di genere?
Perché siamo dei privilegiati semplicemente perché maschi e non riconoscere il proprio privilegio è una violenza. E perché il germe che porta al femminicidio molti passi prima nuota nelle piccole sopraffazioni quotidiane. Io non mi sento solo responsabile: io mi considero colpevole. Io ho letto e ho ascoltato le parole che ci fanno rabbrividire solo quando c’è una donna ammazzata e invece fanno bestialmente sorridere in uno spogliatoio o al bancone di un bar.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione, nel 2024)
Non mi sono accadute poi tante sciagure nella mia vita, eccetto una: ho dieci decimi di vista. I miei occhi coordinerebbero, nudi, le mani di un chirurgo mentre sutura una vena danneggiata. Vedo troppo bene. Questo, e nient’altro che questo, è l’origine della mia catastrofica esistenza.
Ho un neo in fronte terribilmente grosso, ma per fortuna non è proprio al centro del mio sguardo.
A chiunque ora verrebbe da chiedermi il perché avere dieci decimi di vista possa essere considerata la mia rovina. Perciò lo dico. Anche perché questa è una specie di testimonianza, di quello che sono e di quello che domani non sarò più.
Io vedo tutto. Tutto. Posso contare le più sottili striature di un mobile di legno, anche ritinteggiato di nero, anche se distante decine di metri. Posso contare, pure, ogni singolo granello di polvere di quel mobile, oppure quanti ne fluttuano (incancellabili) nel fascio di sole che sbatte sul televisore, rilevando il numero esatto di granelli che se ne stanno poggiati sulla sua cornice. Poi chi è mai quel demonio che decide di dipingere i mobili di nero? nero come questo inchiostro, a patto che TU stia scrivendo con un inchiostro nero. Lo spero: odio l’inchiostro blu.
Sono Valerio Occhidipinti e sono l’uomo più vedente che esista al mondo.
Contavo le goccioline di sugo schizzato sulla tovaglia dove quella strega di mia moglie (quarant’anni di matrimonio il prossimo anno, due figli grandi che vivono fuori, nessun nipote) mi costringe a pranzare, a cenare, a farci ogni cosa in ogni momento del giorno, perché si impigrisce a metterla in ordine e a portarla in una lavatrice a farla girare girare girare finché non si pulisce e ritorna linda-linda. Io non posso portarcela, perché quando lo faccio poi un po’ mi schifo di quel cestello che raccoglie tutta la schifezza del nostro vivere quotidiano e mi viene da pensare che nello stesso posto delle mutande schizzate di urina ci si lava pure la tovaglia schizzata di sugo, sulla quale poggiamo le posate, il mio pane, che poi metto in bocca.
Dopo dieci minuti di discussione isterica le ho detto che l’ammazzo mentre dorme a fianco a me nel letto, che quei due guanciali su cui dorme sono così soffici che glieli faccio entrare tutti in bocca. Dato che forse (non lo so) per davvero ho pensato di farlo mi sono così tanto sentito in colpa che ho pianto per tutta la notte osservandola lì al mio fianco, nel mio letto. Il mattino, al più presto che potevo, sono uscito di casa.
Il dottor Ostinato Vincenzo – dottorissimo a mio avviso – che in questo modo, con questa operazione chirurgica, finemente eseguita, non sarò più capace di vedere come vedevo prima, anzi avrei bisogno di un paio di occhiali, ma io non ho nessunissima intenzione di recarmi da un ottico. Ne va della mia vita, ne va della mia storia, ne va del mio piccolo microcosmo, ho detto.
Ed ecco che non vedo più granelli di polvere e quindi il mobile mi pare ora perfettamente nero, nero come dovrebbe essere, senza imperfezioni polverose. Ed ecco che pure il fascio di sole ora è un autentico e luminescente fascio di sole, e nulla più. Se non mi avvicino abbastanza allo specchio non riesco neppure a vedere il mio neo al centro della fronte, e dunque non vedo più bene se è simmetrico o meno, se sta lentamente trasformandosi in un gigantesco tumore maligno che a breve mi porterà via da questo mondo pieno di lerciume.
Dopo che l’esimio dottorissimo ha deciso di salvarmi la vita, io e Tiziana abbiamo fatto l’amore quindici volte, una volta ogni due giorni. Tiziana, che è comunque l’amore della mia vita. L’abbiamo fatto quindici volte solo perché io (volutamente) ignoravo e omettevo di segnalarle che non è per nulla al mondo concepibile che lei si ostini a non tingersi i capelli, che mi sembra vecchia così, che già vecchi ci siamo, e vogliamo sembrare ancora più vecchi senza nemmeno un minimo curare il nostro apparirci. Vedo tutti quei settantenni che quando finalmente si sono sbarazzati del peso dei figli ritornano dei veri e propri giovanotti e tornano a fare sesso con chiunque e fanno climbing, trekking e si mettono addosso quei leggins attillati anche se hanno i culi flaccidi… e se ne fregano.
Poi io non so se questi si rendono conto, come faccio io, che la carta della caramella al pistacchio che qualcuno (non io!) ha prima succhiato e poi masticato si trovi ancora adagiata come una piuma sul mobile dell’ingresso. Se ne sta lì, imperterrita, come se aspettasse che una folata di vento la conducesse flemmatica diretta nella spazzatura. Ed ecco che non solo siamo ritornati a ferirci con le nostre lingue biforcute e velenose, ma abbiamo già smesso di fare l’amore. E io ho ricominciato a desiderare che muoia presto, magari per una intossicazione da botulino: le piacciono tutte le cose che sono sommerse dall’olio. Ho così tanto sperato che sono arrivato a crederci per davvero, come se la sua morte fosse imminente, tant’è che mi sono messo a fare i conti per capire quanti soldi spendere per il funerale che devo organizzarci. Ho pensato pure che non verserò neppure una lacrima, e non sarò certo io a portare il lutto.
Ma tutto questo ancora non è successo. Giunto a una nuova forma di disperazione, ho dovuto recarmi da quel dottorissimo dottore che, nolente, mi ha tolto definitivamente la mia facoltà di vedere le cose del mondo.
Ed eccomi oggi. Oggi che non posseggo più la vista, posseggo altresì la più preziosa delle perizie: il dono del tutto. Perché è tutto qui, qui in questo nulla cosmico che i miei occhi (non più occhi!) vedono. Pur non vedendo più io vedo molto più di prima, perché vedo tutto quello che voglio vedere, perché avendo avuto la vista per gran parte della mia vita posseggo memoria delle cose del mondo, ma le riproduce la mia mente così come dovrebbero essere per me. Vedo microorganismi e macrorganismi e posso, con inaudita facilità, entrare con tutto il mio corpo nella vagina di qualsiasi bella donna si sia impressa nella mia mente. Ora sono tutto e sono in tutto, con la mia potenza visiva.
Ma ecco che è già il giorno dopo e mi accorgo che sento tutto. E sento Tiziana che mi urla che sono malato. Che ho pagato un dottore per farmi togliere la vista. Che cosa ho in testa? Ho usato anche i soldi nostri per pagare questo dottore pazzo, e bla… bla… blatera, blatera e urla come una gatta in calore. E mi è tornata la voglia di ucciderla e di sentire la sua voce che si soffoca nel suo respiro. Tra l’altro quando parla posso pure vederla, mentre urla. Mi ritorna la vista: dannata memoria visiva.
Ora scrivi ragazzo questa ultima frase, e non scrivere che ti ho detto di scrivere.
Se quel dottore, dottorissimo, è stato il mio dottore della vista, la mia 9 x 21 sarà il mio medico dell’udito.
E con l’intento di togliersi l’udito si è sparato un colpo nelle orecchie.
Verso la fine di questa estate nata nel segno di Omero e Nolan, rispolvero un mio raccontino odisseico. Nella nota a fine testo spiego da dove viene il racconto.
***
Si consideri il mare e si pensi che noi siamo acqua, anche quando il mare è arrabbiato noi siamo acqua, anche quando il mare percuote la spiaggia e gli scuri cigolano nell’orchestra del vento, anche quando, con l’argine degli scogli che spezzano e feriscono il mare, la terra si difende dalle onde e la tempesta è un lamento e i gemiti di un cane s’intrufolano tra le sue crepe, anche allora noi siamo acqua, e c’è una capanna dove due uomini parlano, il vecchio è appena sbarcato sull’isola, il vecchio ha nascosto tra le dune il suo gozzo, il giovane ha acceso un fuoco e senza guardare l’altro negli occhi gli dice, Ti ho riconosciuto.
Ma sono più vecchio!, protesta il vecchio, e un trucco invecchia il vecchio che sono.
Non importa, assicura il giovane, so chi sei, solo tu indossi Lacoste blu e pantaloni di lino, solo tu aspiri sigarette da un bocchino di plastica.
E il vecchio chiede al giovane quanti anni abbia, e la risposta è quasi trenta, e di cosa si occupi, e la risposta è che il giovane è stato delegato al governo dell’isola.
Ma ora tu sei tornato.
Una brace li separa e intiepidisce le scarpe dell’uomo che il giovane guarda e sorride e chiede, Indossi ancora Superga bianche?
Il vecchio annuisce, Come fai a ricordare?, eri piccolo.
Il giovane spiega, Ricordo tutto, ricordo il tuo sgabello di vimini, lo usavi per sedere di fronte al mare sulla spiaggia dei sassi grandi, a nord dell’isola, ricordo quando eri zoppo per via di una ferita e io ti sorreggevo sulle rocce e portavo lo sgabello per te.
Il vecchio raccoglie una fetta di pane, separa la crosta dal morbido, guarda la brace: Le mie scarpe di pezza però non sono bianche ma color panna e strette, a volte le calzo senza lacci per camminare meglio.
E il vecchio si sdraia e stringe la terra nel pugno ed espira dal petto largo quando il giovane chiede, Adesso che sei tornato riporterai tutto indietro?
Cosa vuol dire «indietro» per te?, domanda il vecchio e il giovane spiega, L’odio di un tempo, il comando, la produzione.
Ma una società ha bisogno di lavoro e nemici, riflette il vecchio e il giovane dice che non è d’accordo: Viaggia nell’isola, guarda, chiedi, ti accorgerai che nessuno più lavora per vivere, ma lavorare non è vietato, anzi lavorare rende felici fuori dai vincoli della sussistenza.
E nessuno odia?, chiede ancora il vecchio e l’altro risponde, Non per bisogno né disuguaglianza, non per motivi ideologici, però non mi hai ancora risposto: tu cosa farai?, riporterai tutto indietro?
Entra Eumeo, ravviva il fuoco, siede accanto ai due uomini, annuncia che tra poco piove, Eumeo non ha riconosciuto il suo re, crede all’inganno, versa del vino nei gusci e lo offre, sorride con l’imbarazzo del timido e isolato, il sorriso del porcaro è una corteccia sulle parole inespresse, è il sorriso del sé ignoto a se stesso, Eumeo sorride timido quando il vecchio gli chiede, Manco da molto tempo, l’isola è cambiata?
E il pastore risponde che ci sono altre leggi, ma non sa se siano migliori o peggiori, perché lui vive tra i porci e le capre, e non lascia mai il promontorio, e quando il vecchio prova a suggerire che gli saranno giunte delle voci lui spiega che non le ha capite, che non possiede parole per riferire le voci, che non sa dire nulla e che adesso deve badare all’asino, ed esce.
La brace crepita ancora e riscalda nella capanna dove il silenzio è una valigia che porta pensieri, attesa, questioni, il figlio l’apre e rimprovera, L’hai messo in difficoltà.
Il padre si difende, Non volevo.
Il figlio poi spiega, Le parole che non ti ha risposto il pastore sono pace, armonia, libertà, ozio, redistribuzione, ti preoccupano?
Il padre dice Forse sì, ma non m’interessa, voglio solo il tuo aiuto.
Il figlio chiede, Contro i pretendenti?; e il padre annuisce.
– Spesso ha sognato il ritorno del padre, la restituzione di ogni avere masticato da lui (il figlio si credeva orfano): gli abiti nella muffa, i mobili ridipinti, il governo riformato, la reggia occupata, i nuovi libri, le nuove alleanze, la cartapecora dei vecchi libri, le alleanze consumate, le scarpe bucate dai pollici, i lacci dissipati, la sfortuna cambiata in fortuna, il lavoro del popolo ristrutturato in contemplazione, l’operosità convertita in filosofia, le ricchezze distribuite, il dolore rigurgitato dopo il falso sedimento degli anni nel senso di colpa per non essere più dolore ma appena memoria, le stecche di sigarette di carta azzurra e oro, i pomeriggi al cospetto del mare, il petto glabro, lo stomaco sporgente del re afflitto dall’ulcera, lo sguardo pronto a cattiverie, pronto a bontà, ha sognato il ritorno del padre e la resa del maltolto, ma la ruminazione dell’isola non può retrocedere, la ricostituzione dell’isola non vuole essere disgregata, la destituzione del regno è allergica al resuscitato re e nel sogno il figlio arrossiva, si vergognava, cercava il risveglio. –
– Poi il padre lasciò l’eredità ingombrante dei vecchi libri, sugli scaffali più alti il figlio collocò le opere di Togliatti e Lenin, le opere di Lenin erano in decine di volumi bordeaux e raccontavano di minuto in minuto la vita di Lenin con le sue opere prima durante e dopo la rivoluzione, la rivoluzione e i suoi figli dominavano nei libri vecchi del padre, di scaffale in scaffale il figlio ricostruiva la piccola storia della cultura del padre e le sue letture nel corso del tempo, a Togliatti e Lenin si affiancava la prima edizione degli scritti di Gramsci voluta dallo stesso Togliatti e curata da Platone che non era il filosofo, era un comunista, poi ecco Salvemini, Labriola, De Sanctis e il figlio riconosceva la politica culturale dei comunisti italiani negli anni quaranta e cinquanta del secolo morto, poi lo sguardo del figlio scendeva dove affioravano i testi del dubbio, gli scritti di Gramsci adesso erano in edizioni più oneste filologicamente, gli scaffali della filosofia non avevano più solo Engels e Marx, ma Lukács e Sartre e poi dottrine eterogenee, pensieri eclettici, altri saperi, la Scuola di Francoforte, Barthes, Foucault, Lévi-Strauss, Freud, persino Groddeck, nei territori di storia e politica compariva l’opera di Trockij e di Luxemburg, la Storia della rivoluzione, La rivoluzione tradita, le memorie di Djilas lo jugoslavo, i testi di Medvedev lo storico russo (dopo Budapest e Praga si fanno largo gli scritti del dissenso, le vite di eretici), altrove negli scaffali di letteratura il figlio vedeva che tra i russi Solženicyn aveva scalzato Gor´kij, e tra i francesi Queneau aveva superato Alain e Gide (un tempo maestri del padre, esempi di scrittura apolitica, non di regime), e negli scaffali più bassi, i più recenti, vivevano persino Brodskij e Cioran, poi il padre partì per la guerra di Troia, poi morì il suo secolo, ma il figlio non gettò mai i libri del padre, che adesso è tornato. –
E le braci covano ancora e riscaldano la capanna quando il padre chiede, Vuoi spiegarmi meglio la tua economia?
E il figlio risponde che Il mare è solo mare, non più un deposito per le nostre scorie, così la spiaggia è la spiaggia, e la sua sabbia è pura, al centro del lavoro non c’è l’ossessione, abbiamo smascherato l’ossessione, abbiamo rimboscato la foresta, abbiamo liberato le donne, abbiamo guarito gli uomini, i nostri bambini non cresceranno con l’ossessione, da un divano tra gli scogli e l’acqua il nostro popolo deciderà se alzarsi ed essere operoso oppure restare sdraiato a contemplare, la scelta non muove dalla necessità, la scelta sceglie di scegliere, tutti avranno comunque cibo, diritto, avvenire, che si lavori o no, questo consentirà di donare lavoro e sé stessi al bisogno e alla causa degli altri.
Il padre dice, Non capisco come funziona: senza l’offerta di lavoro per il denaro?, senza socialismo di stato?, senza pianificazione dell’avvenire?, oppure senza mercato?, senza fabbriche?, senza crescita?, senza capitalismo?
Il figlio insiste, Senza necessità, guarda queste braci, guarda la cenere, vedi com’è diffusa ai piedi del fuoco?, così sarà il patrimonio dell’isola, nessuno sarà più povero, la reggia amministrerà il benessere, attorno al lavoro costruiremo una fabbrica rispettosa, chiuderemo il petrolchimico e il maglificio, apriremo un’economia nuova.
Ed è redditizia la tua economia?, chiede il padre e il figlio risponde, Meno dei tuoi cantieri ma sì.
E il padre dice, È noiosa, è triste, non ha futuro.
E il figlio dice, Ti sbagli.
E il padre dice, È debole, chiunque sbarcasse saprebbe predarti, l’ingresso dei pretendenti è solo l’inizio.
E il figlio dice, Ma io li controllo.
E il padre dice, Li ucciderò uno a uno, cos’hai, sei preoccupato?
E il figlio dice, Ti aiuterò, ma dopo?
E il padre dice, Dopo, io a mia moglie e tu alla tua utopia.
E il figlio dice, Non torneranno le ciminiere, i sedimenti, le truffe, la sfiducia degli uomini verso gli uomini, le ricchezze ingiuste?
E il padre dice, Era questa la mia Itaca?; e il figlio annuisce, e il padre dice, È passato molto tempo, non ricordo più, come posso prometterti che non tornerà quello che non ricordo?
E il figlio dice, Basta che prometti con me: nessuna violenza sul popolo, nessuna vendetta, nessuno stato di necessità.
E il padre dice, Se per te è importante…
E il figlio dice, Lo è.
E il padre dice, Allora prometto.
Li interrompe il raglio di un asino, Eumeo impreca, un sasso rotola, la pioggia schiaffeggia il legno della capanna, i due ora stanno in silenzio, pensano ciascuno per sé, un tempo il figlio sognava il padre, ma il padre sognava la moglie, un tuffo nel letto della moglie, un’immersione tra cosce e capezzoli, pelurie morbide e nude, nel suono dei sospiri, il padre sognava il ritorno, la scena di una realtà non sognata ma vera, non bisognosa che qualcuno la sognasse, ed entrambi sognavano la tempesta, l’assenza, la morte, l’orfano, la vedova, la ciminiera, la fabbrica storpiata dall’uomo contro l’uomo laggiù sul ciglio della terra, dove finisce l’isola e inizia il mare, l’onesta realtà, e la fabbrica avrebbe potuto essere diversa, avrebbe dovuto, forse in un sogno o in un’altra isola.
Hardy e Cousen, “Ulisse ara la riva del mare” (1888), Fonte: New York Public Library Digital Collections. Per evitare di andare a combattere nella guerra di Troia, Ulisse finge di essere pazzo, arando il suo campo ma seminando sale al posto del seme. Il suo stratagemma viene rivelato quando Palamede pone Telemaco, il figlio neonato di Ulisse, davanti all’aratro, e Ulisse sterza per evitare di ucciderlo.
*
C’è stato un banchetto e ne resta l’odore, la natura morta degli avanzi nei piatti di stagno, le ossa del pollame, sfridi di pelle, l’aroma di carne abbrustolita nel ricordo, nell’olfatto, poi prugne, olive, uva, misticanza, strutto, teste di agnello, code, lombi di bue, rossori e poi il bianco dei pesci e il chiaro fermo degli occhi, ci sono gli arnesi e sono trinciapolli, squarcine, roncoli, spaccaossa e marranci, ci sono uova che sanguinano, mele sbucciate, nespole, il meticciato dei succhi, il vino ossigenato, l’acqua intiepidita nelle brocche che sugli orli hanno l’impronta delle labbra, orme calde e opache, i ventri degli uomini sono come mattoni, esce fiato da gole e sfinteri, entrano la dolcezza del sonno, l’euforia, il desiderio, la sfida.
Si alza in piedi Penelope per dire che apparterrà a chi tende l’arco e scocca la freccia nei dodici anelli, i pretendenti esultano con la promessa, accade un mescolamento di smorfie, pregusto, passione, sguardi, attesa e sospetto, il padre vestito di stracci studia i pretendenti da un angolo, il pretendente Agelao l’ha deriso dicendo, La tua Lacoste è fasulla ed è stinta, i tuoi calzoni sono deformi, hai le scarpe di pezza, fai schifo; e gli ha gettato un boccone, lo raccoglie il figlio mentre i pretendenti con la sugna ammorbidiscono l’arco e lo prendono a turno per incordarlo e tenderlo e scoccare la freccia ma nessuno ci riesce e s’infuriano dopo lo sforzo dei muscoli, dopo lo smacco, e uno di loro chiede, Di cosa è fatto quest’arco?; e un altro dice, Nessuno può usarlo; e versano ancora vino, mangiano bacche e dolciumi, vogliono il trono e la moglie del re, qualcuno ha sottratto le armi dalle pareti, qualcuno ha nascosto le asce e le spade, i pretendenti sono sazi, sono ebbri e indifesi, c’è chi ancora protesta, È impossibile incoccare la freccia!
Ora entra una rondine e vola tra i piedritti e plana sugli uomini quasi sfottendoli, sembra aggressiva, se parlasse li insulterebbe, stride minacce?, commina sentenze con le ali che batte, si libra nei propri scherzi come se le avessero eseguite già, è violenta, poi allegra, solo quando s’avvicina al vecchio si calma.
Ora il figlio s’accosta all’arco e lo raccoglie, ora l’arma è mansueta, non gli resiste, s’accomoda nella sua presa e lui l’imbraccia, monta una freccia, tende la corda, mira agli anelli e pensa, Ne sono capace; e cerca lo sguardo del padre e la sua approvazione ma incontra un rimprovero, Non puoi usare l’arco, non ti appartiene.
Ora tra il divieto e il limite, sul confine tra dominio e reggenza rincasa il potere, nel padre la violenza è legittima, nel figlio questa violenza è illecita e il giovane posa l’arco sul marmo e mostra il petto, le braccia e le cosce nude e si distrae pensando al suo popolo operoso solo per scelta e sensuale nelle ore libere, al popolo cittadino e con reddito, agli amplessi del popolo col tempo, il sonno, il mare, pensa alla memoria, pensa ai progetti che sono pensieri e non smanie: redimere il popolo, aggiustare il presente, riformare il futuro, ricostituire la nascita del popolo, redigere il calendario della libertà, poi pensa la pineta e il lecceto, e la proliferazione di lepidotteri sul materasso della natura ansiolitica, e un panorama senza intrusi, e un orizzonte di sola bellezza, Ma sono frutti di un regno in prestito e di un governo per delega, considera il figlio sul marmo freddo.
Ecco la prima freccia, il padre l’ha scoccata senza sforzo nella melodia della corda dopo aver teso con dolcezza l’arco, la freccia attraversa i dodici anelli, succede un amalgama dov’è l’urlo dei pretendenti, e le sedie cadono, e gli uomini balzano in piedi, e cercano le armi sulle pareti nude di armi, e la rondine vola nella battaglia, e il padre sulla soglia prende la mira e uccide, e il figlio corre fuori a raccogliere scudi e asce, e rifornisce Eumeo e l’altro servo Filezio che aiutano, e il padre massacra gli uomini tutti, frecce nel fegato, nei fianchi, nel petto, in gola, tra la mandibola e il fiato, frecce sulla resa, su reazione e protesta, sul calcolo, l’ambizione, il desiderio che lacerati sgorgano via col sangue, c’è chiasso ma le urla non sono proiettili, strepitare non basta, esagitati, poi feriti, infine coricati, muoiono i pretendenti col loro esercito di anelli, orologi Rolex e Iwc, abiti Armani, camicie di seta coi polsini di platino, black ties, fresco lana, vigogna, filo di Scozia, cinte di coccodrillo, oro, stivaletti Chelsea five macchiati d’intestino, qualche gemito si spegne and fades away, la rondine irride i cadaveri, defeca sui corpi.
Ora c’è la quiete e la morte in una sala di maschi (Penelope è fuggita prima della battaglia), i guerrieri completano lo sgozzamento, le pareti però spillano il pianto di giovani donne, il figlio s’avvicina al padre e gli chiede, Sei soddisfatto?, va’ da mia madre, bado io ai corpi.
Ma il padre risponde, Non abbiamo finito, le infedeli ci aspettano.
Ora entrano dodici ancelle e il padre ordina che tolgano i cadaveri e le ancelle obbediscono, ordina che puliscano il sangue da terra ed eseguono, poi dice che tradirono Itaca, che s’accoppiarono coi pretendenti e prende dodici corde che annoda a una trave, e le donne capiscono e piangono mentre il giovane le riconosce: alcune sono operaie, altre borghesi, il figlio ferma il braccio del padre: Avevi promesso, nessuna vendetta.
Ma il padre dice, Questa è giustizia, e sputa sulle donne e le chiama puttane, poi le guarda col ghigno, il padre severo, il re, adesso il potere, adesso il padre nomenclatore di coiti e impronte lasciate sul letto dall’ancella, dal pretendente, le gambe di lei lontane dal centro di lei e il nemico in mezzo alle gambe, la coscia contro la coscia, il motore del sesso, il piccolo viaggio veloce, la patria e la diserzione, la pelle, il sudore, il serpente, quanto basta di sangue, quanto basta di gemiti, levitazione del letto e dei corpi, il volo, l’ascesa verso il soffitto all’altezza del quadro e del gancio, accanto al lampadario, nel calore della lampada alogena, l’incoronazione dei buchi riempiti, dell’attrito, la combustione di muscolo, tessuto, energia, la prosecuzione di voglia e spinta, l’affanno, il collasso.
Puttane, le chiama il padre e sputa di nuovo.
Sono innocenti, protesta il figlio, anzi bisbiglia, perché il giovane è afono, ha smarrito la voce, non ha preso l’arco, ha obbedito, obbedisce, obbedirà, si rannicchia in un angolo, ringiovanisce, torna imberbe, gli si restringe il bacino, perde i peli sul petto, la stempiatura e la miopia, perde la ruga che solca il pomo d’Adamo.
Dodici sgabelli, dodici corde, dodici donne, sono bellissime nelle loro tuniche, hanno la scollatura, gli stinchi nudi, ogni capigliatura ha la sua storia, il suo colore, le operaie, le benestanti, le disoccupate, le maestre, le impiegate, il massetto della nuova società che adesso il re disarciona, il padre ordina il cappio, non ascolta le suppliche e il pianto, snobba vomito e svenimenti, ogni collo adesso ha la sua corda, ora il padre colpisce gli sgabelli col piede regale, col gesto del ritorno, uno dopo l’altro, le donne scalciano un poco e tutto finisce.
Ora l’adolescente rincasa nel bimbo perpetuo che se parlasse avrebbe nella voce un falsetto, ma sta zitto mentre il vecchio mondo risorge col lanificio e la maquiladora, e rinasce la produttività, la famiglia, il solvente, la sabbiatura dei jeans, la scoloritura, la silicosi, il marcatempo, il flusso, lo sversamento e lo scolo, il trono, il padre, la madre, il mare macchiato di Itaca, il catrame della fabbrica insonne, l’industria sonnambula, il fumo imbianca la notte tra l’acciaio e l’amianto, insemina il cielo e le nuvole, non consente aborti, la realtà ha il suo getto perpetuo, la vita disbosca la vita fino alla fine del bosco, non c’è più progetto, non c’è più tempo se non il tempo passato, ieri rigurgita, vomitare ieri e di nuovo cibarsene, obbedire alla realtà, aspettare di non essere pronti, acconsentire al potere che sbaglia, accettare che la vita sia un assassino, non c’è altro, ora c’è solo il ritorno del padre.
***
Nota
Questo racconto si intitolava «Contro nessuno» e uscì originariamente sulla rivista Watt 3,14, 2013, pp. 25-33. Poi lo infilai in una mia raccolta di racconti che si intitola Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017). Ma il titolo che avevo pensato per quel libro all’inizio, e poi scartato, era proprio Contro nessuno. Recupero il racconto adesso per parlare un po’ di Ulisse. Visto che ne parlano tutti, ne parlo un poco anche io, a modo mio. In realtà il testo non esprime esattamente la mia opinione su Ulisse. Perché a me lui piace. È l’unico acheo che mi piaccia nella guerra di Troia. Cos’altro aggiungere? In genere non riesco a rileggere le mie cose pubblicate, perché mi viene una sensazione di disgusto e inutilità testuale. Anche in questo caso ho provato una lieve nausea.
(Il racconto può essere letto in versione integrale, solo nella parte in corsivo o solo in quella in tondo: ogni percorso di lettura mantiene senso compiuto.)
Non saprei indicare con precisione l’epoca in cui, nella mia regione epigastrica, si sia prodotta questa sorta di cavità. In verità ne avverto l’esistenza da sempre, ma solo oggi ho deciso di esaminarla. Vi ho introdotto la mano, quindi l’intero braccio, senza tuttavia raggiungerne il fondo: il che induce a supporre che la cavità non presenti un limite definito, o che la sua estremità sfugga a qualsiasi accertamento. All’interno pare muoversi un’aria oscura, vorticosa, che ricorda il moto dei pensieri ossessivi. Non provoca dolore; piuttosto una lieve dispnea.
Esame fenomenologico – Venezia, Giorno 1
Di Almerico, le era piaciuto come le aveva fatto scorrere gli occhi su ogni poro della pelle, senza averla nemmeno guardata. Le pupille, le aveva sentite brillare direttamente in corpo; buchi liquidi e caldi, che non smettevano di pulsarle nel petto. Avrebbe voluto nuotarci dentro a bracciate larghe. Pelle bianca che affiora sulla superficie nera. Respiro. Apnea. Respiro. Alla luce dei suoi occhi, era vivida. Vibrava. Voleva un’altra dose del suo sguardo, ma lui l’aveva lasciata a terra con il corpo in convulsione ed era sparito senza dire niente. Allora era costretta a darsi spiegazioni da sola, sdraiata sul tetto, mentre si mangiava le unghie e la pelle delle labbra, in mezzo ai miagolii. A seconda delle versioni che costruiva nella sua testa, lui appariva come una persona di grande eleganza o, al contrario, un superficiale. Allora smetteva di analizzare ogni parola che si erano detti e stringeva i pugni immaginando di poter leggere tutte le ragioni, semmai fossero esistite, direttamente in cielo; ma quella sarebbe stata magia e lei era una donna di scienza.
Il vortice pare aver ampliato la propria estensione, ma, data la natura cronica e strutturale della patologia, deduco che l’esito più probabile non sia la morte biologica, piuttosto uno stato di sopravvivenza gravemente menomato. Dall’osservazione del quadro somatico, risulta che il parametro più adatto per valutare lo sviluppo della cavità è il peso. Il vortice, pur composto di sola aria, manifesta infatti una pressione gravitazionale percepibile, il che spiegherebbe l’effetto dispnoico.
Comincio a temere che i fenomeni osservati possano ripercuotersi a livello encefalico: si registra una certa difficoltà nel governare i pensieri e la gestione del tempo. Come è noto, non è possibile governare il tempo meteorologico. Tuttavia, avevo lungamente coltivato la convinzione di poter dominare il tempo cronologico. Tale persuasione appare ormai vacillante.
Prognosi e fisiopatologia – Venezia, Giorno 7
Avvicina il volto allo specchio e stende due strisce magenta sulle labbra. Sotto la luce artificiale, le linee intorno agli occhi e i solchi che scendono dal naso sono più evidenti. A forza di tirare avanti, il tempo ha smagliato la pelle dell’interno coscia. Alvise doveva avere una decina di anni meno di lei. Le sue braccia solide l’avevano stretta più di una volta. C’era qualcosa in quella forza che somigliava al possesso, alla fame degli animali. In fondo, lui era un essere semplice, fatto solo di corpo. Quando lei passava la mano sul suo torace, al posto della carne, percepiva aria: non perché anche lui fosse affetto dalla cavità, ma perché non sembrava affetto da niente. In almeno due occasioni lei aveva provato a modificare il DNA di uno di quegli insetti forbici. Avrebbe voluto ficcarglielo nell’orecchio così che gli suggerisse le cose giuste da dire. Ma gli insetti sono esseri minimi, difficili da manipolare. E lei aveva esperienza solo di animali veri.
Oreste, invece, aveva la capacità di capire cose che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare. La sensazione che i suoi nervi fossero sensibili come fili elettrici scoperti a contatto con una goccia d’acqua, l’affascinava più di tutto. Come quella volta che lo aveva visto avvicinarsi a un papavero con la bocca aperta e gli occhi lucidi. Era bastato guardarsi. I pistilli nerissimi che trafiggono il centro; petali sanguigni così lievi da scorrere tra le dita. Eppure, quello era solo un fiore di campo. Ma per motivi che lei non comprendeva, Oreste non l’aveva scelta fino in fondo. Come se fosse facile trovare un’altra persona che guarda i papaveri allo stesso modo.
La pressione tende ad accentuarsi in assenza delle persone la cui prossimità sarebbe ritenuta necessaria. Ne deduco che una possibile terapia consisterebbe nello sviluppo di una completa autosufficienza emotiva; soluzione però difficilmente realizzabile poiché il comportamento umano, seppur influenzato da vari fattori, resta biologicamente orientato alla vita di gruppo e vincolato al fenomeno della riproduzione. In alternativa si può ipotizzare la ricerca di un’adeguata forma di quella che, per convenzione, chiamerò Terza Creatura. Nell’interazione tra due individui, ciascuno introduce nel rapporto una specifica sfaccettatura della propria personalità, modulata in relazione all’altro. Da questo incontro nasce un’entità distinta, la Terza Creatura, la cui configurazione varia a seconda degli interlocutori. Con individui compatibili, essa può svilupparsi fino a sublimare l’esperienza di entrambi e ridurre, se non sanare del tutto, la cavità. Su questi presupposti, procederò allo sviluppo di una cura.
Ipotesi terapeutiche – Venezia, Giorno 14
Alvise era nudo e immobile sul letto di metallo con le palpebre molli rilassate nelle cavità oculari; Almerico era raggomitolato nella vasca dei cadaveri con le orbite vuote; il corpo di Oreste era sotto di lui, con la pelle che aveva già preso il colore della polvere perché tutto il suo sangue era stato trasfuso in un’ampolla.
I bulbi oculari sono delicati, vanno maneggiati con cura. Lei li solleva uno a uno dal vassoio e li posiziona nelle cavità, appena sotto la palpebra molle contornata da ciglia rade. Passa una mano sul braccio freddo, ruvido. Preme due o tre volte per trovare la vena perché i liquidi corporei hanno già gonfiato lo strato sottocutaneo. Infila la cannula e il filo rosso comincia a percorrere il tubicino trasparente.
L’ampolla è finalmente vuota. Lei sfila la cannula e collega gli elettrodi sul petto, polsi, testa e caviglie, così da provocare il collegamento dei neuroni interni. Preme il bottone di attivazione. Si tratta di un processo lungo e bisogna aspettare.
Nelle prossime ore si compirà una fase decisiva dell’osservazione clinica della terapia. Sarà necessario stabilire se la Terza Creatura possieda condizioni di vitalità. L’insorgenza del fenomeno è quasi immediata: basta che due individui si trovino a breve distanza perché l’entità cominci a delinearsi. I primi segni sono fondati su percezioni chimiche e psichiche, a loro volta influenzate dall’impostazione sociologica. Si annoverano postura, espressione del volto, odore percepibile; progressivamente si aggiungono timbro della voce, velocità dell’eloquio e contenuto semantico del discorso.
La Terza Creatura è assimilabile al fenomeno del vento: è mutevole e invisibile, ma capace di produrre effetti rilevanti sugli individui che vi partecipano. Se —
Lo scricchiolio del letto di metallo la interrompe. Lei alza lo sguardo dalla pagina e poggia la penna. L’uomo ibrido si mette seduto: il gonfiore è sparito e non ci sono lividi o cicatrici visibili. Scende dal letto, oscilla, ma i piedi restano saldi sulle mattonelle. Comincia a camminare a piccoli passi. Lei lo guarda e si aggrappa alla sedia sulla quale è seduta. Ingoia aria, non aveva pensato a cosa dire e non aveva pianificato cosa fare; forse non aveva nemmeno creduto fino in fondo che l’uomo sarebbe resuscitato. Continua a sprofondare nella sedia di legno, con gli occhi sbarrati, mentre lui arriva con il volto a pochi centimetri dal suo.
“Come sei bella”
Lei riprende a respirare, intanto che il cuore torna a pulsare secondo ritmi normali. Gira il volto e guarda a terra. Con una mano, cerca di domare la nebbia dei capelli gonfi. Le occhiaie, le sente brulicare sottopelle; unico tocco vivo, il rossetto. L’uomo allunga la mano direttamente nella sua vestaglia di velluto. Lei abbandona la testa all’indietro, anche le braccia cadono molli. È una cascata di pelle e carne su una sedia di legno. L’ibrido apre l’ultimo drappo di velluto. Lei sussulta sotto il freddo del palmo che scorre dal collo, lungo tutto il torace.
“Cosa sono tutte queste cicatrici?”
Lei si guarda addosso, non sapeva di averle. Sembrano pezzi di lenzuolo cuciti male, proprio sopra la cavità vorticosa. L’ibrido passa la lingua su ogni taglio e il bianco si fa rosa, poi rosso come la pelle incisa. Dalle labbra magenta, versi dei gatti che s’incontrano sui tetti. Lui sopra; dentro di lei, attesa. Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.
— la manifestazione dell’entità è quasi immediata, la sua validazione richiede tempo.
Il metodo più attendibile resta l’osservazione dei fatti che il discorso non può manipolare. Tra gli indizi più rivelatori figurano una dimenticanza significativa, una menzogna accertata, la reiterata ambiguità nel comportamento o, semplicemente, l’assenza di una presenza solida. Non di rado, per il benessere psichico degli individui coinvolti, si rende necessario lasciare deperire l’entità o persino procedere alla sua soppressione deliberata. È esperienza comune che una Terza Creatura dissolta con un atto chiaro e netto risulti più accettabile di un’entità che svanisce senza causa manifesta o spiegazione intelligibile.
Protocollo di validazione – Venezia, Giorno 21
L’ibrido sistema un mazzo di papaveri al centro del tavolo di legno, sotto il cono di luce soffocato dalle tende di velluto. Sorride, si muove piano nella stanza, seguito dagli occhi di lei, seduta con le mani in grembo e la schiena curva. Sono troppo in alto per vedere chi passi per il canale, ma ogni tanto arriva la voce dei gondolieri, lo strido di qualche gabbiano. Lei ascolta solo il suo stesso respiro per capire se la cavità si stia chiudendo. Ma forse è troppo presto per capire.
Va precisato che l’essere umano non è riducibile a etichette generiche come “noioso” o “simpatico”, né tali aggettivi possiedono valore positivo o negativo in senso assoluto. Gli individui possono partire da qualsiasi configurazione caratteriale e osservare la forma che scaturisce dal loro incontro. In ogni caso, per garantire la durata della Terza Creatura, i soggetti coinvolti devono possedere due caratteristiche fondamentali:
la volontà, tradotta nell’aderire in modo reiterato e consapevole al supporto del fenomeno
un sufficiente grado di stabilità psicologica
Quanto al primo punto, per gli individui rivolti soprattutto alla propria energia intrapsichica, la valutazione dell’altro non avviene tramite un autentico apprezzamento della persona, ma secondo modalità superficiali e strumentali, subordinate a fini utilitari. Ne deriva una facile soppressione dell’entità nei momenti di difficoltà, o persino la mancata attivazione iniziale per scelta deliberata. Non di rado, questo tipo di individuo arriva a creare innumerevoli Terze Creature, perseguendo scariche dopaminiche alla stregua di una vera e propria dipendenza.
Riguardo agli individui irrisolti richiamati nel secondo punto, non dispongo ancora di elementi sufficienti per formulare un’opinione solida.
Fattori determinanti Parte Prima – Venezia, Giorno 28
La Terza Creatura aleggia nell’aria, non dice niente, non si agita, non minaccia e, soprattutto, non abbandona.
Il respiro dovrebbe entrare nei buchi nel naso, scendere per la gola e gonfiare tutto lo stomaco. Solo allora può lasciare il corpo passando per le labbra. C’è sempre bisogno di aria nuova. Lei non ha il coraggio di guardare la cavità. Non ancora. Infila una mano nella vestaglia e, con la punta delle dita, si tocca le ferite spesse e frastagliate. Mentre tiene lo sguardo fisso sull’ibrido, si muove nella stanza, sposta il vaso di papaveri e si sdraia sul tavolo. Apre le gambe come si aprono le margherite all’alba e la vestaglia scivola giù. L’ibrido si avvicina a leccare ogni ferita.
La luna è un puntino luminoso al centro dei drappi di velluto che pendono alla finestra. L’uomo dorme su un lato. La casa è imbottita della pazienza della Terza Creatura. Lei si alza dal letto, infila la vestaglia, spinge il portone e la sua pelle si inumidisce dell’odore della pioggia appena passata. Attraversa i ponti a piedi nudi, serpeggia nei vicoli tra i gondolieri che controllano i ferri di prua e riparano i remi. Gli sguardi degli uomini restano attaccati alla sua scia. Lei si appoggia a un muro, sposta i capelli da un lato e offre il collo al vento. Fa scivolare una mano dal seno all’inguine; dall’apertura della vestaglia, mostra tutta la lunghezza delle gambe. Alle sue orecchie, arriva qualche risata e la voce dei gondolieri.
“Hey… Hai voglia di divertirti un po’?”
E due braccia ispide di peli le circondano la vita. Corpo a corpo. Palmi larghi e ruvidi percorrono la sua schiena, si aggrappano alle curve. Dal canale salgono vapori e rumori liquidi. Le labbra di lei si aprono a un centimetro da quelle del gondoliere; si scambiano fiato bianco per qualche istante. Ora sono una sola sagoma impressa nel buio frusciante. Nell’acqua la luna trema.
“Ahi! Ma sei pazza?!”
Il gondoliere arretra con una mano sul labbro sanguinante. Lei ride a bocca aperta. Ride reggendosi lo stomaco, fin quando le lacrime le colano giù per le guance. Tornerà a casa prima che l’ibrido si svegli.
Alla luce di ulteriori studi, posso finalmente chiarire il ruolo del soggetto portatore di conflitti psico-emotivi nella gestione della Terza Creatura. Anzitutto, egli/ella manifesta incapacità di valutarne con obiettività lo stato di formazione, reagendo spesso con timore: paura che l’entità abbia origine tossica, che non giunga a compimento, oppure, paradossalmente, che nasca davvero. Emergono limiti anche nella gestione successiva alla formazione, a causa della generale mancanza di obiettività e fermezza. L’evoluzione più preoccupante si manifesta, tuttavia, nella fase di morte della Terza Creatura. L’elaborazione del lutto può essere un processo emotivamente invalidante per qualsiasi individuo, ma nel soggetto irrisolto tale perdita può addirittura coincidere con la morte psicologica del soggetto stesso. Egli/ella può infatti interpretare l’entità come parte del suo stesso corpo, provando, alla sua scomparsa, un dolore quasi fisico, paragonabile alla perdita di un arto o della vita stessa. In alcuni casi il soggetto irrisolto arriva addirittura a costruire Terze Creature immaginarie e a soffrire per la loro morte come se fossero state vive e durature.
Fattori determinanti Parte Seconda – Venezia, Giorno 35
Lei è in piedi sul tetto avvolta dai suoi stessi capelli. Sul suo corpo struscia il velluto della vestaglia e il pelo del gatto che le accarezza le caviglie. Ha con sé il quaderno degli appunti. Chiude gli occhi, prova a concentrarsi sul suo stomaco per capire se si è fatto più leggero, ma il vento confonde il respiro. Si affaccia giù. Teste colorate si spostano lungo le viuzze; sale odore di carne arrostita, mare e urina, e lei è abituata solo a quello dell’umidità. Alza lo sguardo alle nuvole fumose e il vento le lava la testa dai capelli e da tutti i pensieri.
Le informazioni acquisite finora sono sufficienti a formare un quadro abbastanza completo della Terza Creatura, ma non sono ancora in grado di stabilire la sua efficacia come cura della cavità. Per completezza riporto che, secondo articoli scientifici recenti, ogni individuo possiederebbe una forza intrinseca sufficiente a supportare la guarigione. In particolare, si rileva che il cervello, in quanto organo dotato di plasticità, è capace di modificare la propria forma se supportato da grande forza di volontà e percorsi specifici. In ogni caso, a mio avviso, non si può sottovalutare la complessità, la natura strutturale, e talvolta contraddittoria, delle patologie psico-emotive, la cui radice tuttora mi sfugge.
Criticità delle ricerche esterne – Venezia, Giorno 42
Non si può più aspettare. Slaccia la vestaglia, apre un drappo, poi l’altro. Abbassa la testa e apre gli occhi: la cavità è ancora lì; e gira allo stesso modo. Prende il quaderno e scrive un’ultima frase:
Il cervello è plastico, ma il cuore rimane un muscolo involontario.
Mallarmé l’oscuro, il poeta del nulla, il simbolista. Leggere i suoi componimenti è come trovarsi di fronte a un rebus: uno scintillio di parole, immagini sospese, una morfosintassi che si reinventa. Si vaga in una densa trama, tra i fili sottili di una ragnatela dove ondeggiano il senso e i significati. Si ha la sensazione di viaggiare in uno spazio siderale, di essere proiettati verso l’orizzonte degli eventi: spazio e tempo si confondono e l’istante si sottrae alla narrazione per tramutarsi in un vuoto presente.
Eppure, i critici e i pensatori non hanno smesso di cercare la storia dietro i segni, lo “strato sufficiente d’intelligibilità” (Gardner Davies), la dottrina (Hegel, il platonismo, ecc.) che informa la parola poetica. L’opera di Mallarmé è una mappa da decifrare: che si ricorra alla psicoanalisi, all’approccio tematico, a quello filologico o filosofico, l’assioma di partenza è che “dietro” debba necessariamente esserci qualcosa, fosse anche il Nulla.
Poco esplorato dalla storiografia resta invece un sentiero che affonda le sue radici nell’esperienza enigmatica de Il Libro. Mallarmé era alla ricerca di un testo per produrre testi, di un’ars combinatoria. In Il Libro, strumento spirituale si legge l’intenzione tra le righe:
Il libro, espansione totale della lettera, da questa deve trarre, direttamente, una mobilità e spazioso, per corrispondenze, istituire un gioco, non si sa quale, che confermi la finzione.[1]
Ma è soprattutto nelle note autografe per Il Libro che emerge l’idea di una grammatica generativa. Magistrali restano le analisi di Jacques Scherer condotte su questi fogli sparsi, che appaiono come l’abbozzo di un complesso algoritmo. [2]
Che il pensiero del Libro ossessionasse Mallarmé lo si coglie anche nella corrispondenza. Basti ricordare la celebre lettera a Verlaine del 16 novembre 1885. Cito un noto passaggio:
Ho sempre sognato e tentato qualcos’altro, con una pazienza da alchimista, pronto a sacrificarvi ogni vanità e ogni soddisfazione, come un tempo si bruciavano i propri mobili e le travi del tetto per alimentare il forno della Grande Opera. Che cosa? È difficile a dirsi: un libro, molto semplicemente, in molti volumi, un libro che sia un libro, architettonico e premeditato, e non una raccolta di ispirazioni casuali, per quanto meravigliose… Andrò oltre, dirò: il Libro, convinto che in fondo ce ne sia soltanto uno, tentato a sua insaputa da chiunque abbia scritto, persino dai Geni. La spiegazione orfica della Terra, che è l’unico dovere del poeta e il gioco letterario per eccellenza: poiché il ritmo stesso del libro, allora impersonale e vivo, persino nella sua impaginazione, si affianca alle equazioni di questo sogno, o Ode.[3]
Il progetto del Libro si intreccia a un altro grande tema della riflessione poetica mallarmeana: il rapporto tra poesia e musica. Secondo il poeta, la musica ha un grande privilegio: non è accessibile a tutti.
Apriamo a caso Mozart, Beethoven o Wagner, gettiamo sulla prima pagina della loro opera un occhio indifferente: siamo presi da un religioso stupore alla vista di queste processioni macabre di segni severi, casti, sconosciuti. E richiudiamo il messale vergine d’ogni pensiero profanatore.[4]
Di contro, chiunque può cimentarsi, ad esempio, nella lettura dei Fiori del male di Baudelaire, «i primi venuti entrano direttamente in un capolavoro».[5]
La poesia è fragile, esposta. Un qualsiasi occhio distratto può percorrere i suoi segni e travisarli. Si potrebbe pensare che, per difenderla dai “profani”, Mallarmé abbia scelto di avvolgerla nel mistero.
Il punto è come intendere l’oscurità: forse essa nasce dall’impermeabilità dell’opera mallarmeana alle letture tradizionali.
Mi spiego meglio. La difficoltà potrebbe non riguardare la dimensione del senso, ma la postura. L’ipotesi è che Mallarmé non abbia lasciato semplici rompicapi: i suoi testi sono spartiti che il lettore deve eseguire e interpretare. Non solo: sono incompleti e contengono al loro interno le regole per comporre i possibili pezzi mancanti. Le poesie di Mallarmé si configurano allora come spartiti di parole che, a un tempo, sono macchine generative, capaci di produrre testi.
La mia lettura non è un azzardo; molti luoghi possono confermarla. Un colpo di dadi è pensato esplicitamente come una partitura:
Quest’uso a nudo del pensiero con concentrazioni, prolungamenti, fughe, o il suo stesso disegno, costituisce, per chi vuole leggere ad alta voce, una partitura.[6]
In Igitur, il poeta dice al lettore: «questo Racconto si rivolge all’Intelligenza del lettore che mette in scena le cose, essa stessa».[7]
Se uniamo i punti del ragionamento, siamo confrontati a un’attitudine poetica che attraversa buona parte della produzione mallarmeana. Ecco perché, per leggere Mallarmé, non basta ricostruire i riferimenti intertestuali ed extratestuali. Non è sufficiente applicare complesse griglie ermeneutiche. Con i metodi collaudati della critica si raggiungono, certo, buoni risultati; sfugge però l’essenziale: il tenore ascetico – nel senso etimologico del termine.
Lancio una provocazione: Mallarmé è più facile a “farsi” che a “dirsi”. Con Mallarmé siamo chiamati a esercitarci; la sua opera si presenta come un manuale, una sorta di Enchiridion. Come per gli antichi l’Enchiridion (il manuale) di Epitteto era una summa di massime, sentenze e riflessioni da tenere sottomano per convertire il proprio sguardo e il proprio stile di vita, così l’opera mallarmeana è un arabesco di esercizi che vanno eseguiti per cambiare il nostro modo di abitare il linguaggio.
Non resta che proporre un esempio concreto.
Esercizio
Premetto che la mia è soltanto una prova, un tentativo di strimpellare e comporre sulle note di Mallarmé. Sebbene non brillante, potrà offrire al lettore un’idea di come potrebbe funzionare una postura ascetica, che “gioca” con il testo poetico.
Scelgo come traccia per il mio esercizio la poesia Sainte.
La riporto in francese e nella traduzione italiana.
SAINTE
A la fenêtre recélant
Le santal vieux qui se dédore
De sa viole étincelant
Jadis avec flûte ou mandore,
Est la Sainte pâle, étalant
Le livre vieux qui se déplie
Du Magnificat ruisselant
Jadis selon vêpre et complie :
A ce vitrage d’ostensoir
Que frôle une harpe par l’Ange
Formée avec son vol du soir
Pour la délicate phalange
Du doigt que, sans le vieux santal
Ni le vieux livre, elle balance
Sur le plumage instrumental.
Musicienne du silence.[8]
SANTA
Alla finestra sta, celando
Il vecchio sandalo della viola
Che discolora, scintillare
Un tempo con flauto o mandola,
La pallida Santa, mostrando
Il vecchio libro che si spiega
Dal Magnificat ruscellante
Un tempo da vespro e compieta:
Alla vetrata d’ostensorio
Che dall’Angelo un’arpa sfiora
Fatta col volo della sera
Per la sua falange d’avorio
Che pur senza sandalo vecchio
Né vecchio libro, scende e sale
Sopra il piumaggio strumentale,
Musicante del silenzio.[9]
Una chiesa silenziosa e deserta. Si avverte un leggero odore aromatico: la traccia di un officio? Una virgola di fumo si solleva, «per l’azzurro incenso dei pallidi orizzonti».[10]
Lo sguardo si posa sulla vetrata, dove è raffigurata Santa Cecilia. I raggi del vespro si riflettono all’interno; un cono di luce illumina battaglie di granelli di polvere: si urtano, si azzuffano. È un rumore polveroso e infeltrito.
Tu guarda attento, ogni volta che raggi filtranti infondono la luce del sole nel buio delle stanze: vedrai sospesi nel vuoto molti corpi minuti mischiarsi in mille modi proprio nella luce dei raggi, e come in guerra eterna muovere assalti e battaglie scontrandosi a torme senza conceder mai tregua, scompigliati da rapidi congiungimenti e dissidi. [Lucrezio, De rerum natura, Libro II, 114-124].[11]
O è «la Poesia […] legata al suolo, con fede, alla polvere in cui tutto resta»?[12]
La confusione si placa un istante nell’immagine della Santa. Il suo volto pallido, la viola scolorita, il Magnificat. Nuove domande affollano la mente: è in procinto di suonare o ha già suonato? Quale spartito cela il vecchio libro?
Santa Cecilia è sulla soglia di un evento: accenna, indica. È «un segno indecifrato».[13]
L’aria si fa fredda, quasi irrespirabile; la vetrata è ora «il trasparente ghiacciaio di quei voli che mai seppero l’altezza».[14] Un senso di impotenza mi attraversa. Tutto appare tremendamente vuoto, «crepuscoli si imbiancano tiepidi nella mente».[15]
Faccio un passo indietro. Esco dalla rêverie e torno al concreto; ricomincio, insoddisfatto, da lì. Mallarmé vuole scrivere una poesia per l’onomastico di Cécile Brunet, moglie dell’amico e poeta Jean Brunet e madrina della figlia Geneviève. Bene: riapro il libro di poesie e rileggo Sainte, come per rintracciare gli indizi dell’evento.
Nulla. I versi tintinnano come vuoti campanacci. Dove sono Cécile e Geneviève? Nessun affresco di parole per descrivere il vissuto, nessun vestito variopinto. Avevo provato a muovermi sulle note di Mallarmé, ma dopo qualche scala, mal eseguita, balbetto e stono. «Sfuggiron gli imenei troppo augurati da chi cercava il la».[16]
Sono di nuovo al punto di partenza. Dove ho sbagliato?
La domanda decisiva è un’altra: come può la parola poetica nominare un evento?
Le cose accadono prima che ne abbia coscienza; le nomino solo dopo che sono accadute e che il pensiero le ha percepite. La parola arriva sempre in ritardo: in ritardo sull’essere, in ritardo sul pensare.
La pretesa mimetica del poeta si riduce allora a una pantomima: un dramma la cui artificialità aumenta con i particolari. Nell’aggiungere, la finzione offre un’illusione di realtà, un simulacro di emozione, in cui il lettore si commuove (muove-con), credendo di accordarsi all’anima del poeta.
La pretesa “disvelativa” è poi la hybris di chi ritiene che l’essere si dia nel linguaggio, o che la parola possa portarlo nel non‑nascondimento.
La parola poetica sarebbe il dire originario in cui l’essere si istituisce. Il poeta – e con lui, soprattutto, il filosofo – porterebbe così a compimento la funzione dell’uomo come “pastore dell’essere” (cfr. M. Heidegger, Lettera sull’umanismo).
Il soggettivismo della modernità prende qui la sua piega più esoterica: l’essere avrebbe dei prescelti per manifestare il suo senso.
Dire mimetico, dire disvelante: non sono queste le vie seguite da Mallarmé. La sua parola non imita, non dettaglia, non dona: svuota. «Sulle credenze, nel salone vuoto io non discerno: abolito gingillo di inanità sonora»[17].
Occorre un gesto di umiltà, apprendere l’arte del sottrarre.
Mi ritorna in mente un passo del X libro della Repubblica di Platone, dove si parla di Glauco Marino:
Agli occhi di chi lo vede: non è più facile scorgerne la natura originaria, perché le parti antiche del suo corpo sono in parte spezzate, in parte corrose e del tutto sfigurate dalle onde, mentre altre vi sono concresciute – conchiglie, alghe, pietre – sicché assomiglia piuttosto a una sorta di bestia che alla sua natura di prima. [611d][18]
Gli strumenti ermeneutici, le sovrastrutture interpretative, i miei pregiudizi e i miei giochi linguistici: tutto mi appesantisce. Sono come orpelli, chiavi abbandonate e alghe che devo lasciare cadere per risalire verso la partitura.
Mi dico:
Fa come lo scultore di una statua che deve diventar bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo. [Plotino, Enneadi, I, 6, 9][19]
Una lezione che Mallarmé aveva ribadito ai suoi lettori:
Non ho creato la mia Opera se non per eliminazione, e ogni verità acquisita non nasceva che dalla perdita di un’impressione che, dopo aver brillato, si era consumata e mi permetteva, grazie alle sue tenebre liberate, di avanzare più profondamente nella sensazione delle Tenebre Assolute. La Distruzione è stata la mia Beatrice. [Lettera a Eugène Lefébure, Besançon, 27 maggio 1867][20]
Avanzare nelle tenebre lasciate da un’impressione, che non può essere pensata e detta. Quando essa accade, siamo già nella sua luce: è lì come una miriade di esplosioni che si modulano, in differita, sugli eventi del mondo. Le cose avvengono e le impressioni si danno come luce riflessa: sono un evento derivato, natura naturata.
La parola non può che dire il proprio accadere: non il sorgere delle cose, non lo scintillio del percepire, ma la soglia in cui stanno per dischiudersi il senso e i significati.
Mallarmé si sforza di far suonare le parole e la grammatica, non al fine di produrre una poesia sonora; egli mira a una musica del silenzio, del paradosso, in cui affiorano impressioni di significati e la sensazione del senso.
Ritorno a Santa Cecilia.
Abbandono la chiesa e l’atmosfera. Aderisco all’immagine stilizzata. È una pellicola: l’ala dell’angelo un’arpa. Tra la falange e le corde si genera un campo di tensione, uno squarcio dove le immagini sono sfibrate, pulite, tornite.
La viola è il gioco dei versi; il Magnificat rappresenta la partitura: l’esercizio che va interpretato ed eseguito in silenzio.
La falange è il segno che prova a farsi evento e la volontà di non cedere alla poesia che canta l’essere.
L’arpa sono le catene montuose dell’alessandrino; la falange le parole‑vette, emerse dai movimenti tellurici di una grammatica che suona i significati e il senso.
La vetrata è la superficie della poesia mallarmeana: l’imene in cui dialogano trasparenza e opacità. Perché la parola poetica di Mallarmé è tanto più trasparente quanto più essa si fa opaca. Il suo chiarore avanza nelle tenebre, nella rinuncia, nella sottrazione, nella disciplina di chi apprende a spogliarsi dell’io: «sono ora impersonale […] un’attitudine che ha l’Universo spirituale di vedersi e di svilupparsi, attraverso ciò che fu io» [Lettera a Henri Cazalis, 14 maggio 1867].[21]
La vetrata è lo spazio‑tempo neutro in cui la parola tende a farsi evento, attraverso un io che si esercita nell’oblio per sentire il senso, per sentire i significati.
L’opera pura implica la scomparsa elocutoria del poeta che cede l’iniziativa alle parole, rese mobili dall’urto della loro disuguaglianza; esse si incendiano di riflessi reciproci come una virtuale scia di fuochi su pietre preziose.[22]
Sparire come soggetto che sente e immagina, per sentirsi e immaginarsi attraverso le parole. Il linguaggio diventa forma sensibile impersonale, nell’orizzonte di una grammatica che si fa mondo. È così che la poesia sboccia come vita.
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[1] S. Mallarmé, Le Livre, instrument spirituel, in Id., Œuvres complètes, a cura di H. Mondor e G. Jean-Aubry, Paris, Gallimard, 1945, p. 380; per la traduzione italiana seguo: Id., Il Libro, strumento spirituale, in Id., Poesie e prose, tr. it. V. Ramacciotti e A. Guerini, Milano, Garzanti, 2005, p. 329.
[2] Cfr. J. Scherer, Le Livre de Mallarmé, Paris, Gallimard, 1957.
[3] S. Mallarmé, Correspondance 1854-1898, a cura di B. Marchal, Paris, Gallimard, 2019, ed. digitale. Trad. mia.
[4] S. Mallarmé, L’art pour tous, in Id., Œuvres complètes, cit., p. 257. Trad. mia.
Nel terzo, quarto, dodicesimo, settantottesimo, centonovantaseiesimo o anno zero di guerra, genocidio, crisi, riarmo, policrisi, emergenza, transizione, collasso, grande accelerazione, fine della storia, fine del [aggiungi], nell’ottantesimo della Repubblica, nell’ Xesimo anniversario di Collodi, dell’Ultimo uomo di Mary Shelley, del disastro di Čhernobyl, del G8 di Genova, dell’alluvione di Firenze, del primo uso di artificial intelligence, del pursuit of happiness, del primo razzo, nel pieno dello svuotamento, oppure nell’eccesso, per il terzo anno consecutivo, su un prato di una qualunque provincia, nel cuore delle province selvagge d’italia, nella provincia ideale più remota del mondo, nel provincialismo dei generi, nella provincia affettiva, con o senza cittadinanza, comunque coi corpi, da vicin3 di casa e/o avvicinantisi, per coincidenza, caparbietà, curiosità, errore geografico o mancanza di meglio, senza manifesti, senza fondi, senza programma di salvezza, forse senza pubblico, a farci domande, e leggere.
Prati generali, terzo incontro di poesia:
Macerata, Sasso d’Italia, sabato 29 agosto, dalle 16 alle 19:30
Qui la notizia del primo incontro, qui del secondo.
Si consiglia di venire con una coperta, un cuscino o un seggiolino.
MARINO MAGLIANI Sul sogno, Giuseppe, ho letto narrazioni (non molte, sebbene anche io faccia dire qualcosa di simile a un mio personaggio) in cui una persona, interpellata, risponde a un’altra: ma c’è bisogno di avere dei sogni per vivere? Per svegliarsi il mattino e dedicarsi a un lavoro, pagare le bollette, correre o passeggiare lungo una riva, trascorrere serate in città sfavillanti o sedersi davanti a una balconata di montagna. A correre durante una partita di calcio o a Porto, nuotare tre volte dalla riva di Spiaggia d’Oro alla boa, innaffiare una fascia d’orto a Verdeggia e rispettare la legge, quel genere di codice che uno si fabbrica o lo trova, ma anche ciò che gli propone abbastanza presto una società civile… Amare una donna o un uomo, o semplicemente frequentare una persona e spartire con lei, o con un Breton o un bassotto, spartire con qualcuno del tempo… Una vita senza sogno o sogni, anzi, una vita e basta, bella e solitaria, con la scrittura, la lettura, le immagini, la musica, e basta, basta perché se il sogno non c’è, forse non se non se ne sente la necessità. E se non si ha un sogno è anche perfettamente inutile menzionarlo. Già, che sarebbe, una vita lo stesso possibile, forse. Ma ecco, il personaggio di questo libro, vecchio, che giunge su una spiaggia e si avvicina a un tronco spiaggiato per sdraiarcisi accanto, deporvi la testa, e guardare per aria mentre gli giungono le voci, non potrebbe essere un essere umano senza sogno.
GIUSEPPE CONTE Certo, caro Marino, che può esistere una vita fine a sé stessa, di chi vive lasciandosi vivere, guardando il mondo con occhi rispettosi, innocenti, accontentandosi di ciò che offre il presente e la realtà. Instaurando con gli altri rapporti appagati, quieti, elementari, giocando a calcio, nuotando, ascoltando musica… amando una donna, o un uomo, in totale abbandono e in totale semplicità, come si ama un bassotto o un cane lupo. Tutto questo è possibile, ed è il mondo in cui vivono gli esseri umani nella loro stragrande maggioranza. È augurabile che conoscano momenti di felicità. Ma non è detto. La vita, la realtà sono orribilmente più complicate. Ci sono condizioni materiali che delimitano e deformano, ci sono soprassalti di passione che esaltano e sfigurano, ci sono momenti di crisi che fanno implodere. Allora ti accorgi che la realtà e la tua condizione esistenziale non sono tutto, che devi scontrarti, fuggire, cercare altrove. Lontano. O vicinissimo dentro di te, in quei movimenti umani, così li chiama Dante giunto al culmine del Paradiso, che rappresentano tutte le pulsioni contraddittorie, tutta la tensione tra buio e luce dell’anima. La letteratura nasce qui, in una ferita, in una faglia che si apre nella realtà, che ti mostra in un momento di mancanza terrorizzante la verità della tua vita nella società e nell’universo. Il sogno nasce qui. Nella certezza della vanità. Nel regno dell’ombra. Nella ricerca di un senso. Sognare non vuol dire desiderare qualcosa di materiale. Quanti avviliscono i propri sogni nel possesso di qualche oggetto! Sognare vuol dire capire la propria natura di ombra, e volerne andare oltre, voler cogliere l’essenza delle cose e della esistenza delle cose, dunque interrogarsi sul divino, sulla sua assenza e sulla sua presenza. Prendere atto del vorticoso mistero che ci circonda. Si può vivere per vivere. Tutti abbiamo la tendenza a farlo. Per me, quanto è bello nuotare al mattino in un mare limpido e deserto sulla scia luminosa del sole, leggere un grande romanzo ma anche uno piccolo che sia divertente, ascoltare in cuffia Radio Swiss Jazz come sto facendo in questo momento, gustare un piatto della più semplice e suprema cucina ligure, come farò stasera con una torta di “trombette”. Ma poi torniamo scrittori. E allora viviamo per dare, nella scrittura, un senso alla vita. Proprio così. Sembra eccessivo, forse antidemocratico per la ipocrita idea di democraticità oggi imperante nel mondo intellettuale al potere. Ma la letteratura è nata per quello, per scavare nell’ombra, nel non detto, nel mistero delle cose. Io sono stupefatto che sia un dionisiaco pelandrone come Vasco Rossi a farlo (Voglio trovare un senso a questa vita/anche se questa vita un senso non ce l’ha) mentre il 99 % delle scrittrici e degli scrittori italiani rifiutano anche soltanto di ammettere che esiste la necessità di interrogarsi sul senso delle cose ultime, preferendo un realismo aristotelico ma cupo, cronachistico, sociologico, solipsistico, egoico, senza coscienza del simbolico. Anzi nemico del simbolico, con una specie di allergia piena di bruciori e pruriti di fronte al sacro e al divino. Il sogno è il motore di ogni viaggio e di ogni avventura spirituale. E una letteratura che non sia anche una avventura spirituale si impoverisce molto, perde status, diventa gioco per giocolieri e mestieranti. Il sogno è visione, capacità di trascendersi. Il senzatetto di Della stessa sostanza dei sogni è un uomo vinto, sconfitto, esule, che ha abbandonato tutto, tra cui l’amico Novembre (serio, raziocinante intellettuale novecentesco) e Libellula (un amore sessuale fine a sé stesso). In crisi con sé stesso, con il mondo, con il suo passato lavoro di scrittore, è rotolato giù per l’Italia sino alla spiaggia di Giardini Naxos, dove si è fermato in riva al mare. Ha ridotto la sua biblioteca a due libri. Omero e Ovidio. Sa che millenni prima dalla Calcide arrivarono proprio su quella riva le navi dei Greci che fondarono la prima colonia in Sicilia e costruirono un tempio di Apollo. Più la sua condizione si fa terribile e dura, portandolo a due passi dal morire, più i suoi sensi si aguzzano, il suo desiderio di ritrovare la luce diventa forte, vitale, sinché una mattina arrivano le visioni, le navi del Greci, questa volta con le eroine e gli eroi, le dee e gli dei del loro mito. Lui accetta la sua follia. Guarda, ascolta, trascrive. Sogna? E chi lo sa. Certo vuole uscire da sé stesso, non tornare quello di prima, tanto che alla fine dona al narratore il suo manoscritto, neppure essere scrittore gli basta più. È un mio alter ego? mi chiedono. Sì, mi sento un senzatetto sul piano intellettuale, non ho protezioni sul capo, non ho più radici nel Novecento, vivo al mare come in esilio. Ma a me scrivere basta. Non vorrei fare niente di meno o niente di più. Scrivere, realizzare il più fragile, assurdo, impensabile sogno della mia adolescenza, quando i sogni sono ustionanti e crudeli, e quando ho scritto centinaia di pagine di commedie, tragedie, poesie, romanzi. Quelle pagine le ho tutte perdute, finite chissà dove. Invece il sogno di diventare scrittore, quello tra mille tempeste e difficoltà, tra mille Scilla e Cariddi da varcare, è rimasto e si è realizzato.
MM Non è la prima volta che la narrazione inizia sulla riva del mare (ma di un mare parleremo), e stavolta è una spiaggia viva, anche il fatto di trovarci rovine di tronchi raccolti dalla furia di acque dolci e gettati sulla sabbia salata, la rende viva. Quell’essere umano, anziano, un maglione tarlato, di statura alta, e lì e avviene l’incontro. Non è uno studioso alla ricerca del mito, ma è lì perché su quella spiaggia avviene qualcosa di miracoloso, un contatto: sono le voci che provengono a una a una dagli dei. A un certo punto della vita, alcuni decenni fa, Giuseppe, hai sentito che la nostra civiltà si stava perdendo in qualcosa, e che qualcosa che contava se lo faceva portar via dal nulla. Hai cominciato un tuo percorso e una tua ricerca e forse prima ancora di cominciare (anche di questo potremmo parlare) sapevi che sarebbe stato difficile, che avresti “disturbato”, ne hai avuto conferma col tempo: tu e quanti si fossero dedicati al mito, alla natura, alla sua forza, avreste trovato l’ostacolo di ideologie, e questo, occorre dirlo, malgrado fossero dalla tua parte e percorressero i tuoi stessi sentieri alcuni intellettuali ben più avanti negli anni, come Italo Calvino. Quanto è amaro il sapore e il sapere della rivincita, ora che tanti si sono dovuti ricredere?
GC Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro. Io volevo essere fedele a me stesso, condurre le mie ricerche di stile e di senso per sentieri non battuti, ed esplorare e rilanciare le idee di natura e di mito (profondamente connesse, il mito è quintessenza della natura, la natura è quintessenza del mito) che quando ho esordito io erano completamente dimenticate o avversate. Io conoscevo il sapere della Neoavanguardia, mi ero formato nel suo clima. Però per essere me stesso mi sono ribellato ad essa, che aveva ridotto la poesia a antipoesia e esperimento a freddo da “operatore poetico”. Sanguineti, con cui intrattenevo rapporti personali di simpatia, scrisse un giorno che ero il poeta che sentiva più lontano da sé. Io mi ero affrancato dal suo fascino, ma ancora oggi lo considero un autore importante. Invece i suoi tardivi seguaci li considero dei ringhiosi, maneggioni, insopportabili laudatores temporis acti. I nemici spuntavano anche da parti insospettabili. Bernardo Bertolucci, il grande (ma poi mi sono venuti dei dubbi) regista mise il veto alla assegnazione a me del Premio intitolato a suo padre, il caro, mite Attilio, perché io ero “il poeta del mito”. Oggi si vede sin troppo bene che sui temi della natura e soprattutto del mito, avevo ragione io. Naturalmente pochi lo riconoscono. Ma qualcuno sì, ogni tanto me ne arriva testimonianza. Allora ebbi la fortuna che notarono e sostennero il mio lavoro Italo Calvino e Pietro Citati. Devo a loro se ho potuto esordire. Devo ad Antonio Porta la pubblicazione del mio primo romanzo Primavera incendiata, che fu odiatissimo, soprattutto dai poeti miei coetanei. Porta notò in quel breve romanzo generazionale la mia ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza. Colse nel segno, una delle più costanti caratteristiche del mio lavoro è proprio la ricerca di nuovi modi di intendere l’amore e la vita. Non ho mai odiato nessuno (disprezzato qualche volta), non ho mai coltivato l’amarezza né una forma di agonismo, di competitività. Dunque non c’è rivincita. C’è la coscienza di essere stato fedele alle mie passioni, e di avere visto in anticipo cose che sarebbero venute negli anni.
MM La struttura, che poi è la sostanza. Rileggevo, su questa costa del Nord, bruciata d’estate e fra poco di nuovo inzuppata, come lo è dieci mesi all’anno, l’attacco di Mensagem, le poesie di Pessoa. Ulisses, il primo verso: O mito é o nada que é tudo. Io credo che la scelta di far giungere le voci degli dei a riva, di farsi raccontare da loro stessi, come durante una confessione, dove si ammettono amori e passioni, piaceri e rovine, fragilità (colpe?) sia stata la scelta che ha permesso alle voci di scegliersi anche l’interlocutore. Da quanto erano a ridosso della penultima onda, in attesa? Ora era ora, la loro voce assorbita dal sussurro del risciacquo, vicino e distante. Perché abbiamo avuto paura del mito e l’abbiamo sepolto come si sepelliva la pignatta con marenghi e mai più si ritrovava? Quale furto ha perpetrato la parte “che contava” nell’avvelenare la narrazione del mito e della natura? Un libro sui sogni, e come ne scrive molto bene Mario Baudino: Che cosa resta dei sogni, allora? La risposta è: tutto.Quel tutto che è un richiamo a Pessoa.
GC I personaggi che parlano nel libro mi aspettavano al varco. Vedi, io non sono un grecista, un antichista. Il 90% dei libri sul mito sono scritti da loro. Io ho fatto il giro dei miti del mondo, prima di ritornare a quello greco, in cui sono nato. Così in parte è avvenuto per le religioni, sono stato taoista, induista, animista, zoroastriano, islamico prima di riavvicinarmi alla religione di mia madre, quella in cui sono nato e in cui intendo morire. Del mito greco, mi affascina la potenza teogonica, lo scavo nelle origini dell’universo e dell’anima umana, la sua connessione profonda con la natura. Ogni aspetto naturale era divino. Ogni movimento dell’anima era divino. I Greci, i più saggi e felici tra gli uomini, si sentivano molto simili ai loro dei, come i loro dei assomigliavano terribilmente a loro. Ogni pulsione, ogni passione, un movimento divino. Mi aspettava Gea per dirmi come dal Caos del nulla è nato il nostro mondo, giù via via sino a Pan, il Tutto, la natura nella sua selvatichezza vitale. Afrodite e Atena, passione e saggezza, slancio e equilibrio si scontrano. Medusa e Anfitrite accusano di stupro il dio del mare, Ifimedia e Amimone lo difendono con amore, tutto è contraddittorio e metamorfico nel mito, come nella vita. Mi aspettava Prometeo perché io gli ribadissi la mia accusa: è da lui, dal suo furto del fuoco celeste che parte il processo occidentale che approderà all’industria pesante, allo sfruttamento degli esseri umani e del suolo, delle foreste, delle acque, dell’aria e infine alla bomba H. Mi aspettava Antigone, la coraggiosissima eroina che sfida, in nome della legge dell’affetto, della giustizia, del sacro, la Legge ottusa, feroce del potere: mi aspettava perché anche io mi inchinassi davanti a lei, come il mio Senzatetto. L’uomo occidentale del XXI secolo ha perduto la connessione con i primi perché, con le origini, la tradizione, la conoscenza del mistero, la verità della carne: tutto questo glielo può ridare la energia inesausta del mito. Fai bene a ricordare Mario Baudino: a lui si deve l’organizzazione al Salone del libro di Torino di un convegno sul mito che vide tra i protagonisti James Hillman, Pietro Citati, Carlo Fruttero, oltre che chi scrive. Tanti anni fa, quando il Salone ragionava ancora senza influencer, tiktoker e autrici di romance, e non sembrava una proiezione del Foglio, con la sua prosopopea modaiola. Baudino è uno scrittore che ha una sua versione disincantata, ironica, non meno felice di momenti mitici. E fai bene a chiamare in causa Pessoa. Anche Borges ci starebbe, ma so che non è nelle tue corde. È nelle mie, lo adoro. Gli devo sempre qualcosa.
MM Ricordo un tuo romanzo, ambientato a Nizza, un altro anziano, e altri romanzi e poesie e quel mare. Ricordo una volta che ti hanno chiesto in mia presenza a Sanremo, mi pare, durante un’intervista: e le sue radici? E hai risposto in mare… Non perché nel fango si possono sporcare, ma in mare come scelta baudelairiana. E ancora: era da tanto che pensavi al verso di Shakespeare?
GC Ricordi bene, caro Marino. In Il male veniva dal mare, del 2013, era centrale il personaggio di un senzaterra, Marlon, anche lui accampato sulla spiaggia, in questo caso sulla spiaggia sotto la Promenade des Anglais di Nizza, città dove ho avuto casa per molti anni, e che ho vissuto con particolare intensità. Tra le mie poesie, ce n’è una che inizia: Il mio demone è un senzatetto. C’è una continuità tematica, il Senzatetto diventa un archetipo, un simbolo chiave. Non ho progettato io che lo diventasse. È lui che ha scelto me, veniva prima di me, ha deciso di abitarmi senza che io potessi farci niente. Anche il mare è cruciale come tema e come simbolo in tutta la mia opera. Un paese come l’Italia, dalla tradizione delle repubbliche marinare, con migliaia di chilometri di costa, non ha paradossalmente una letteratura di mare. Non la prevede neppure. Quando uscì il mio Terzo ufficiale, nessuno in Italia ne colse il lato marinaro, dovetti aspettare la traduzione francese e quella greca, perché il libro venisse inserito in quella corrente di libri di mare che comprende autori come Melville, Stevenson, Conrad. Ho detto che ho le mie radici nel mare? Ma nel mare niente è stabile e fermo, il movimento è la sua caratteristica prima, insieme all’infinito. Forse ho anche radici nel vento, nel cielo. Non so. Non sento di appartenere a niente. E guarda che non è bello. Avere un senso di appartenenza ti dà sicurezza, impegno, coraggio. Io mi sento solo radicato nella mia lingua italiana, nella sua tradizione magnifica. Siamo partiti parlando del sogno. E alle origini della letteratura italiana c’è il sogno di Dante. Prima di quello che lo porta a fare il più straordinario pellegrinaggio con la visione dell’Aldilà che mai essere umano abbia fatto (solo il Profeta Mohammed, pare, prima di lui), fa un piccolo viaggio magico, fantastico, intessuto di giovinezza, amicizia, avventura, gioco, piacere, amore condiviso, su un veliero inviato da Mago Merlino, il buon incantatore: la quintessenza, l’apoteosi del sogno. Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io/fossimo presi per incantamento/ e messi in un vasel che ad ongi vento/per mare andasse al voler vostro e mio. Io ho sempre quella nave in mente, e con essa l’amicizia, la giovinezza, il viaggio, l’eros, il ragionar sempre d’amore. Il titolo shakespeariano non è farina del mio sacco. Spesso gli editori scelgono il titolo, ma per esempio Il male veniva dal mare è un titolo sbagliato, io volevo un più modesto e diretto Meduse assassine. In questo caso invece è un titolo ben scelto, di cui sono grato a Bompiani editore.
MM Non mi sono addentrato nella specificità di ogni figura che si racconta. Vorrei però fossi tu a dirci – perché un’idea credo tu l’abbia – quale sia stata, o quali siano state, le voci che più di ogni altra, hanno fatto abbassare le palpebre al vecchio nel desiderio che non finissero mai.
GC Gea e Pan sono all’inizio e alla fine, chiudono il cerchio. Le figure che il senzatetto ascolta con più reverenza, lo dichiara, sono quella di Nausicaa (mia fonte di ispirazione, ho scritto su di lei e il suo rapporto con Ulisse un poema drammatico, intitolato proprio Nausicaa) e Antigone. Poi sorride con Ermes, con Pigmalione, altro gran sognatore…
Finalmente una persona come si deve, mormora la gente che accorre in piazza credendo che si possa arrestare il declino della città, visibile a occhio nudo lungo le strade deserte del centro storico. Umberto Gordiani, attempato ex-ministro della Seconda Repubblica, si anima sul palco a motivare la sua candidatura a sindaco della città di C. È convincente, questa volta ci credo anch’io: è lui la persona che ci può risollevare, tirar fuori la città dal pessimismo atavico, vendicare le recenti amministrazioni guidate da reazionari e incapaci.
Non è mai stato uno showman, ma riesce a infondere la giusta energia. Si muove quanto basta per corroborare la retorica della rivoluzione che vorrebbe realizzare nella sonnacchiosa città della collina dalle pendici franose, senza dimenticare le contrade di campagna e la città di pianura, con lo scalo delle attività produttive. Perfino Cicerone farebbe fatica a tenere tutto insieme, ma Gordiani è bravo, è un figlio del vecchio Partito Comunista Italiano sopravvissuto a tutte le tempeste. La lezione l’ha imparata, e non l’ha accantonata. Anzi, il suo modo di fare ha un certo fascino retrò, per come si è trasformata la politica in Italia.
Ma mi viene un dubbio: lui ci crede?
Conosco Umberto da quando navigavamo nelle assemblee studentesche alla metà degli anni ’70, mi sembra ieri. Mentre illustra il programma della coalizione, vedo sul volto dell’uomo una piega amara, un segno, che non è solo il portato degli anni. Anzi, direi che non è invecchiato male: alto, distinto, un po’ stempiato, capelli grigi ma non bianchi come i miei, l’accento inconfondibile delle nostre parti, una cultura solida ma non intellettualistica, un eloquio sobrio, elevato e umile allo stesso tempo. Si aggira sul palco, senza cravatta, dentro un mini-trench grigio scuro fuori stagione, in un nuvoloso pomeriggio di maggio, a 330 metri sul livello del mare.
La campagna elettorale è un compito delimitato da portare a termine in maniera efficace, nulla di più. È come una partita di calcio, un mettersi il paraocchi senza dover guardare il prima e il dopo. La può vincere.
Forse ci crede, uno come lui che ha dedicato la vita alla politica, ci deve credere, per forza. Dicono che abbia attraversato una brutta malattia e che ora ne sia fuori. L’intonazione del volto non è quella di un uomo che presagisce la morte. No, mi sembra che lo pervada la dannazione a fare quello che ha sempre fatto, che lo ha reso vivo nella buona e nella cattiva sorte: la Politica. Con la coscienza della vana utilità a curare le ferite e i problemi di una comunità.
Sembra che sorrida col timore di rivelare una riserva mentale, è dominato dal pudore di chi sa che la vita non è sempre riassumibile in un sorriso.
Lui è da tempo consapevole dell’intima contraddizione dell’azione politica: fermi non si può stare, muoversi non serve poi a tanto. È per lui una missione esistenziale più che collettiva. Un destino. Che io non ho avuto la forza di seguire, pur facendo parte come lui della Ditta: mi proposero a vent’anni di diventare funzionario del grande partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, dissi di no.
Umberto divenne prima avvocato e poi disse sì. Da allora ha accumulato un discreto cursus honorum.
Ha di fronte una missione quasi impossibile: risollevare la sinistra depressa in un’intera città depressa, che potrebbe sopravvivere solo valorizzando il proprio grande passato. La modernità l’ha scavalcata, facendola passare dai 57 mila abitanti del 1991 ai 46 mila di oggi. Umberto cammina con disinvoltura sull’asse di equilibrio: deve sollecitare il demos senza però vendere fumo populista. A proposito di asse d’equilibrio, ora che ci penso, mio padre fu insegnante di educazione fisica del redivivo Gordiani, diceva che fosse bravo nella corsa a ostacoli.
Non so spiegare, ma vedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; è assente dal Parlamento da dieci anni e non ha più incarichi. C. è la sua ultima stazione.
Vengono ora chiamati sul palco due giovani candidati per l’elezione al consiglio comunale che, nessuno lo dice ma molti lo pensano, stanno ad esorcizzare il declino e l’invecchiamento della popolazione di C.
«Io sono tornato perché credo in questa città» dice un rampantino molto simpatico dalla parlata contagiosa e un cognome di origine straniera, impegnato nel campo del web design e nell’innovazione digitale.
«La sfida più grande è quella di chi decide di restare, perché vuole vivere l’intera vita nella città che tutti amiamo», sentenzia accorata una ragazza neolaureata con un sorriso portatore di speranze che ho dimenticato. Io il problema lo risolsi individualmente: la mediocrità di C. mi stava stretta e preferii diventare un numero nella Capitale.
«Mai più partire» sintetizza Gordiani, consapevole della piaga dell’emigrazione di cervelli in una città che ha sempre vantato delle ottime scuole superiori.
Tutti applaudono, finalmente, pensando di aver trovato la sintesi per superare la mentalità così radicata in C., quella della denigrazione e dell’esaltazione al tempo stesso. Mio padre era un genio in questa specialità.
Quando mi sono permesso di chiamarlo per postulare la mia candidatura nella sua lista civica, Umberto mi ha apostrofato con Egregio Cavaliere, ogni suo desiderio è un ordine. E subito è scoppiato in una fragorosa risata come ai vecchi tempi, quando agli attivi di Federazione del Partito intervenivano certi personaggi del popolo minuto con la loro involontaria comicità.
«Valerio, non si dica che non raccolgo il tuo grido di dolore … ma ti interessa ancora la politica della tua città, tu che ormai sei cittadino di Roma da tanti anni? Devi sempre ricordare che il tuo cognome è il più diffuso nel piccolo paese in cui sono nato. Morganti e Gordiani, Gordiani e Morganti, a Monterto non si scappa. Vedi, la storia fa giri incredibili. Tu che sei nostalgico amante di C. vivi a Roma, mentre io mi candido a sindaco della città che a suo tempo mi ha adottato. Tu sei scappato e io sono rimasto, faccio l’ultimo giro proprio qui».
Pensavo che mi avrebbe liquidato in breve tempo, un uomo della sua rilevanza, e invece no. Aveva utilizzato proprio le parole di cui la nostra generazione conosce tutto il peso.
«Vuoi che ti metta come capolista?» disse senza piaggeria.
«Ti ringrazio, mi basta testimoniare il mio attaccamento alla città e darti una mano a raccogliere un po’ di voti. Mi ricordo che non eri credente, ma ti dico che la tua candidatura mi sembra come un dono proveniente da un’entità superiore, credimi».
Al telefono Umberto ricordò perfino quando nei primi anni ’90 gli mandai una lettera per spiegargli le motivazioni a sostegno di un nuovo partito della sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino. Una lunga nota che si concludeva con l’incipit di un testo latino dei primi anni del V sec d.C., noto come Inno a Roma.
Si mise a recitare a memoria la frase che io invece dedicavo alla nostra città di C.
«Non c’è tedio in ciò che piace senza fine».
Proprio così conclude il comizio Gordiani, con quelle parole di Rutilio Namaziano che gli ha fatto conoscere il candidato Morganti. Mi indica col braccio spianato tra i suoi primi sostenitori davanti al palco e sorride, sornione. Tutti battono le mani, esilarati. Lui ha una pausa, non sa come continuare, mi commuovo, chino il capo e stendo anch’io la mano verso di lui. Sorrido, dopo tanti anni, per un nobile motivo.
Gordiani ha ancora un’anima, ho pensato, sono orgoglioso di salire anch’io sulla giostra, di dire alla mia città che non l’ho mai abbandonata.
Le nuvole afose che hanno sorvegliato il comizio ci hanno voluto bene: dal cielo non è piovuta nemmeno una goccia.
Si torna tutti a casa, per una notte i cattivi pensieri tornano in cantina.
Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.
«Eh?»
Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.
«Ipostasi. Dal greco: hypòstasis. Stare sotto. Dare concretezza a ciò che non ne ha».
Lei spalanca gli occhi per poi socchiuderli: lo sguardo di quando è senza occhiali e cerca di mettere a fuoco qualcosa. Gli occhiali però ce li ha.
«Mi stai lasciando?»
«Non ti sto lasciando. Tu mi piaci, lo sai. La prima volta che ti ho vista in foto mi sono venute le vertigini, giuro. Anch’io ti piacevo, suppongo. Altrimenti non saremmo qui. Poi ci siamo scritti e in un certo senso… già lì stavamo ipostatizzando il nostro rapporto. Stavamo dando concretezza alla cosa. Mi segui?»
«No. E per la cronaca, sei tu che mi hai scritto. Io all’epoca mi frequentavo con un altro».
«Fa niente. Quello che voglio dire è che… insomma, dopo quei messaggi siamo usciti, e se non sbaglio ci siamo dati anche un bacio che, seguendo il mio ragionamento, possiamo definire l’ipostasi di quell’uscita. Ora ci sei?»
«In realtà ti ho baciato io la seconda volta, perché al primo appuntamento tu me l’hai chiesto e me l’hai fatta asciugare».
L’inguine ha inizia a pulsarmi. Lo massaggio con una mano e accavallo strette le gambe.
«Va bene, era la seconda volta, non la prima. Comunque… dopo un po’ abbiamo iniziato a tenerci per mano. Non dico di avertela presa io per primo. Forse me l’hai presa tu, ok? In ogni caso, quel tenerci per mano dava ancora più concretezza alle foto, ai messaggi, al bacio. Poi siamo andati in gita a Garda, giusto? Ecco, per me quella è stata un’altra ipostasi. E poi c’è stato l’unicorno. L’unicorno viola che ho vinto alle giostre e ti ho regalato, quello che tieni sul cruscotto della macchina. Per come la vedo io anche quella è un’ipostasi. Ti chiederai: com’è possibile che un portachiavi di peluche dia concretezza a due persone in carne e ossa? Ti rispondo: perché no? Se ci pensi non è così assurdo. Quando mi sono fatto fare la ceretta da te, quando sono venuto al pranzo con la tua famiglia, alla serata karaoke coi tuoi colleghi, era per dare concretezza alla nostra relazione. Persino il nostro primo litigio, al cinese, ricordi?, quando ti ho detto che se non volevi dividere il dolce non l’avrei ordinato neanch’io, e da lì apriti cielo, mi hai detto che eravamo due entità separate e che dovevo imparare a scegliere per conto mio… anche lì io ci vedo l’ultima di una lunga serie di ipostasi, cominciata con una tua foto in bikini del 2018. Ma ecco, adesso ho la sensazione che quel ciclo si sia interrotto. Che non ci sia più niente da ipostatizzare. Questo e soltanto questo sto cercando di dirti, ok?»
«Senti, forse è meglio affrontare il discorso chiaramente».
«No guarda, ti fermo subito. So dove vuoi arrivare. Ti assicuro che non c’entra».
«Io invece credo che c’entri eccome. E forse dovremmo dirlo, una buona volta. Si chiama disfunzione erettile. Dal greco: non lo so. Ma so che dovremmo parlarne».
«Ecco. Vedi?»
«Mio padre mi ha dato il numero del suo andrologo».
«Cosa? Che? Perché tuo padre lo sa?»
«Come perché?»
«Perché gliene hai parlato? Chi ti ha dato il permesso?»
«Permesso? Dovevo chiederti il permesso? Questa è una cosa che riguarda tutti e due».
«Cristo Santo. Cristo Santissimo. Non posso crederci».
A questo punto levo la mano dall’inguine e do un colpo deciso al tavolino. Lei fa la bocca di quando è senza occhiali e la cosa che cercava di mettere a fuoco è uscita dal suo campo visivo, e cioè una specie di ghigno strafottente. Poi mi risponde afferrando lo spritz e se lo scola tutto in una volta sola. Il risucchio della cannuccia sul fondo è la goccia che fa traboccare il vaso.
Mi alzo e corro in bagno.
Una volta tirata giù la patta, me ne sto lì e aspetto. Porta pazienza, mi dico. Adesso arriva. Intanto fa tempo a spegnersi la luce. Muovo la testa per riattivare la fotocellula. Poi le spalle. Non funziona. In quel limbo maleodorante penso all’etimologia delle prime parole che mi vengono in mente. Bagno (balaneion). Tazza (tāsa). Urina (oúron). Etimologia. Étymos, logos, parola autentica. Sento una goccia che cade nell’acqua. Do una scrollata là sotto, fiducioso. Poi mi accorgo che sono solo io che piango nel buio. Da quant’è che sono in bagno? Cinque minuti. Forse dieci. Rimango in questa posizione finché la fotocellula non si riattiva da sè. Qualcuno bussa alla porta.
«Sì, occupato».
Tiro su col naso e tiro su la patta.
«Guarda che io me ne sto andando. Ho già pagato».
Non so cosa rispondere, quindi ripeto: «Occupato!»
Sento i suoi passi allontanarsi intanto che fisso la pozza del wc. Concludo che è meglio tirare l’acqua anche se non ho sporcato.
Quando ritorno al tavolino, il cameriere sta sparecchiando e al nostro posto si è già seduta un’altra coppia.
È mattina presto a Des Moines, Iowa. Nonostante il jet lag, non sono stanco. Sono qui per onorare una promessa fatta a Derna, la madre di una mia amica. Derna. Nome residuo dell’esperienza coloniale? In Iowa suona come una parola di un’altra lingua, un frammento portato da un’altra sponda del Mediterraneo. Me la immagino come una di quelle città di palazzoni sul lungomare, lambite dal deserto, circondate da palme e viali che portano verso il nulla. Così distante da questa mattina continentale del Midwest.
Salgo sull’auto a noleggio e imbocco l’Interstate verso sud, direzione Kansas City. Supero l’aeroporto e, dopo una ventina di miglia, esco dall’autostrada. Comincia un saliscendi su una statale che non va mai dritta, tra campi e colline ancora avvolti nella nebbia. La strada è vuota, il cielo è un’assenza, e la radio, per lunghi tratti, non emette altro che musica country. Il traffico sparisce.
Supero Winterset, prendo Elderberry Avenue e arrivo al ponte Roseman. Parcheggio in uno slargo. Non c’è nessuno.
Qui Clint Eastwood girò I ponti di Madison County, interpretando Robert Kincaid, accanto a Meryl Streep nel ruolo di Francesca Johnson.
Scendo. Il silenzio è fisico, interrotto soltanto dall’acqua del Middle River sotto le assi e dalle gocce della pioggia notturna che cadono ancora dalle foglie. Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.
Tiro fuori la macchina fotografica, una Nikon Zf digitale. Una discendente della Nikon F che Robert Kincaid portava al collo. La Kodachrome 25 è uscita di produzione all’inizio degli anni Duemila. I rullini, comunque, ho scelto di non portarli: troppi controlli, troppi aeroporti. Ma ho con me, insieme a un adattatore, una vecchia lente degli anni Sessanta.
La giro tra le dita prima di montarla. Il barilotto porta i segni degli anni; la ghiera oppone una lieve resistenza, quasi ricordasse ancora le mani che l’hanno percorsa prima delle mie. È una cosa sciocca, certo, ma mi piace che almeno un pezzo della macchina venga da un tempo abbastanza vicino a quello che sono venuto a cercare. Il corpo macchina è nuovo, il sensore è digitale, l’immagine comparirà subito sullo schermo. La lente no, quella appartiene ancora a un mondo in cui bisognava aspettare, trattenere il respiro, sperare, senza sapere mai con certezza se ciò che si era visto sarebbe rimasto.
Attorno, la nebbia sta appena cominciando a levarsi. Ha piovuto tutta la notte. Ci sono pozzanghere ovunque e, camminando nell’erba alta con i sandali, sento l’umidità della vegetazione sulle caviglie. Osservo, cerco la composizione giusta, scatto.
L’interno del ponte è molto buio. Sul legno si leggono le scritte che mi immagino incise da molte coppiette: nomi, date, iniziali, cuori. Alcune sembrano incise in fretta, con la punta di un coltello; altre hanno una calligrafia lenta, solenne, come se chi le ha lasciate avesse pensato di poter durare più del legno. Quasi tutte prevedibili; un paio, però, riprendono le battute del film. Rimango a leggerle una per una. Alcune sembrano vecchie, vecchie abbastanza da chiedersi che cosa sia successo, dopo.
Questo è il luogo dove, alla fine, Robert e Francesca tornano insieme, per sempre. O meglio, non insieme nel modo in cui avrebbero potuto esserlo. Le ceneri di Robert vengono disperse al Roseman Bridge; Francesca, nel testamento, chiederà ai figli la stessa cosa per sé. Ci avevo pensato spesso, rileggendo il romanzo: due persone che non hanno vissuto insieme e che pure scelgono di condividere il luogo in cui non si è mai presenti, se non come cenere portata dal vento.
Guardo il legno del ponte, le assi umide, le scritte lasciate da ragazzini del luogo e da turisti che probabilmente non torneranno mai più tra le sterminate praterie dell’Iowa. È curioso che certe storie abbiano bisogno di un luogo proprio quando non hanno più un tempo. Un ponte coperto, il legno rosso mattone, le ringhiere bianche, i graffiti, l’acqua lenta, i moscerini. Mi viene da pensare a un tunnel, ma anche a una bara. Certi passaggi servono a questo: portarci dall’altra parte lasciando qualcosa indietro.
Il film, del resto, comincia quando tutto è già finito. I figli aprono cassetti, leggono quaderni e lettere, guardano fotografie. Scoprono che la donna che hanno conosciuto per tutta la vita ne conteneva un’altra, rimasta quasi interamente segreta. Quattro giorni che non avevano visto e che pure, in qualche modo, erano rimasti lì per decenni. Gli oggetti sopravvivono alle storie: non si scopre un amore, si scopre che l’amore ha lasciato una traccia, una scatola, una macchina fotografica, una lettera. E la traccia impone di essere guardata, anche quando non può più cambiare nulla.
Torno nella Chevrolet blu elettrico che ho noleggiato. Collego il telefono al Bluetooth e metto il Bhairavi, suonato dal flauto di Hariprasad Chaurasia. Poi prendo il quadernetto e una penna.
«Roseman Covered Bridge, mattina. La nebbia si alza. I nomi restano sul legno. Almeno fino alla prossima mano di vernice.»
Resto ancora un po’ con il quaderno appoggiato al volante, la penna in mano. Mi accorgo che, senza averlo deciso, anch’io sto mettendo insieme delle tracce: fotografie, un quaderno, qualche riga che chissà chi leggerà. È la prima volta, da quando sono partito, che scrivo qualcosa di non strettamente necessario. Anche le parole, come le fotografie, hanno bisogno di un tempo intermedio, di una camera oscura? Quando rialzo gli occhi, la nebbia si è quasi sciolta.
Mi rimetto in strada verso gli altri ponti: il Cedar, citato nel libro e l’unico che si può ancora attraversare in auto, e l’Holliwell, che compare invece nel film: è lì che Robert fotografa Francesca. Quando lascio il Roseman, è quasi pomeriggio. La mattina è rimasta da qualche parte tra il ponte, l’abitacolo dell’auto e le pagine del quaderno.
Con il pomeriggio arrivano più visitatori. Coppie non più giovani camminano piano, si aspettano all’ingresso dei ponti, si fotografano a vicenda. Osservo soprattutto le donne. Qualcuna rimane a guardare il ponte un poco più a lungo dell’uomo che le sta accanto. O forse sono io a volerlo vedere.
Poco più avanti, una donna con un abito chiaro si ferma davanti all’erba bagnata. Si sfila i sandali, li prende per i cinturini e continua a piedi nudi. Nell’afa quel gesto ha qualcosa di inatteso, una piccola libertà che dura pochi metri. Poi il marito la chiama. Lei si volta, i sandali ancora in mano. Gli risponde qualcosa che non sento e torna verso di lui, lentamente.
Per un istante penso a Francesca. Non a quella del film, ma a quella che avrebbe potuto diventare molti anni dopo, in un altro pomeriggio d’agosto, mentre attraversa un ponte senza più sapere che cosa, una volta, un ponte aveva significato.
Mi torna in mente una frase di Francesca: «Non era ciò che avevo sognato da ragazza». Guardo ancora la donna con l’abito chiaro. Il marito le sta dicendo qualcosa, lei ride. Poi si rimette i sandali.
Ma la giovinezza non c’entra. Francesca non ritrova la ragazza che è stata; intravede, piuttosto, la donna che avrebbe potuto essere. Ci avevo pensato una volta, non ricordo più quando di preciso, alla Villa dei Misteri di Pompei. Quelle figure sono ancora lì dopo due millenni, ferme sulle pareti, dentro un rito di cui abbiamo perduto il senso, eppure continuano a guardarci da un tempo che non è più il nostro. Davvero non lo è? Ad ogni modo, le vite non vissute fanno qualcosa di simile. Non scompaiono. Restano accanto a quella che abbiamo scelto.
La vita di Francesca non è infelice. Ed è questo, in fondo, a rendere la sua storia così crudele. Il marito Richard non è un uomo cattivo, i figli non sono una prigione. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, nessun errore abbastanza evidente da poterlo correggere. Per quattro giorni, semplicemente, si apre accanto alla sua un’altra vita: altre strade, fotografie, un uomo che la guarda come se la vedesse per la prima volta. È intera quanto la prima, e proprio per questo impossibile. Alla fine non le chiede di scegliere fra due uomini. Le chiede quale delle due donne che è diventata dovrà continuare a vivere.
A vent’anni, una storia come questa parla dell’amore che si incontra. Più tardi parla anche delle vite che non abbiamo vissuto. Non necessariamente migliori. Soltanto possibili. E delle porte che non si sono aperte, e che restano lì, socchiuse, nel punto esatto in cui una mano ha esitato.
La donna di prima appoggia la mano alla ringhiera del ponte mentre il marito la fotografa. Rimane così un istante, poi si volta verso di lui e sorride. Non so cosa stia pensando. Non so nemmeno se vorrei saperlo.
Riparto verso Winterset, la città dove è nato John Wayne. Una ventina di minuti per strade sterrate, tra fattorie, silos, tralicci con le banderuole che segnano il vento e case dai grandi portici. Cerco l’incrocio dove, nel film, Francesca vede Robert per l’ultima volta. Per qualche minuto le due vite, appena separate, tornano ancora vicine. Parcheggio al distributore.
È ancora lì, anche se non è più un Texaco. Nel film piove. Anche oggi è agosto, e il cielo si è chiuso quasi nello stesso modo. La luce è cambiata di colpo; tra poco pioverà forte. Entro a prendere un caffè. La donna dietro il banco riempie un bicchiere di cartone e me lo porge senza quasi alzare gli occhi. È bollente, devo tenerlo per il bordo. Per lei, penso, questo è soltanto un distributore.
Appoggio il caffè sul cofano e resto a guardare l’incrocio. Il semaforo cambia colore, passano poche auto. Un distributore, due corsie, un marciapiede in cemento. Nient’altro. Eppure proprio qui, per pochi secondi, un’intera vita resta ferma al rosso.
Rivedo Robert sotto la pioggia, dall’altra parte della strada. Francesca è nell’auto del marito. Si guardano. Poi Robert torna al pickup. Poco dopo Francesca e Richard se lo ritrovano davanti al semaforo: lui nel pickup, loro nell’auto dietro.
Robert si china verso il vano portaoggetti. È un gesto da nulla, ma Francesca lo riconosce: pochi giorni prima, facendo lo stesso movimento, il suo braccio le aveva sfiorato una gamba. Per un istante il tempo si confonde. Il pickup, la pioggia, Richard accanto a lei; e insieme quei quattro giorni, già lontani come un ricordo eppure non ancora finiti.
Scatta il verde.
Robert non parte.
Rimane fermo ancora qualche secondo. Anche l’auto dietro di lui aspetta. Richard si spazientisce. Francesca guarda la nuca di Robert attraverso il parabrezza bagnato.
Poi la sua mano cerca la maniglia.
Si posa lì, le dita si stringono. Per andarsene basterebbero pochi centimetri. La mano avanza, esita, avanza ancora. Non abbastanza. In quel momento i quattro giorni sono scomparsi, il ponte è lontano, Robert stesso quasi non si vede più. Restano una mano, una portiera, quella distanza minima.
Robert aspetta ancora.
Poi parte.
Svolta all’incrocio e il pickup scompare nella pioggia. Francesca non ha aperto la portiera. Richard le chiede che cosa le sia successo. Lei gli chiede soltanto un momento.
Quello che trovo più difficile nella scena è ciò che viene dopo: non accade niente di straordinario. La strada continua, il semaforo torna rosso, si torna a casa. Una decisione può dividere una vita in due senza lasciare, almeno all’inizio, nessun segno visibile.
Poi gli anni fanno il resto. Ciò che Francesca non ha scelto non scompare davvero. Resta nelle fotografie, nelle lettere, negli oggetti che sopravvivono a chi li ha toccati. I fantasmi sono anche questo: non presenze che ritornano, ma assenze che continuano a lasciare segni.
Resto ancora un po’ davanti al semaforo. Adesso comincia a piovere. Le prime gocce sono larghe e scure sull’asfalto caldo.
Robert se ne va lungo John Wayne Drive.
John Wayne, a Winterset, ci era nato davvero. L’ironia è quasi perfetta. Robert sembra appartenere a un altro tempo: viene da altrove, viaggia leggero, non resta abbastanza a lungo da appartenere davvero a un luogo. L’ultimo dei cowboy. Ma un cowboy che non conquista nulla. Non porta Francesca con sé, non abbatte l’ostacolo, non forza il destino.
Se ne va. E l’ultimo gesto da cowboy è sapere quando andarsene.
Il western è tramontato qui, a Winterset, Iowa.
Nicoletta Bianconi, Un invincibile inverno, Manni editore, 2023
Un invincibile inverno è una storia di depressione, dove ad ogni capitolo si scende di una spira verso l’inferno della solitudine. Le cose si ripetono, ma più dolorose.
È una storia di ossessione, di un pensiero così assillante da non lasciare spazio per altro, un pensiero così buio e profondo e con pareti così verticali e lisce da non lasciare nessuna possibilità di risalita. Man mano che i giorni passano e le cose si ripetono, necessariamente la protagonista si sfibra e perde lucidità e controllo. Contare, ripetere la stesse azioni continuamente sono atti che fanno parte della sua nevrosi, sono tentativi di tenere il controllo di una situazione che per sua natura non può averne.
Il romanzo è scritto in seconda persona. Sembra che a parlare sia la protagonista, dissociata, che si guarda da fuori, con lucidità.
Sì la scelta della seconda singolare è una scelta non per parlare ad un’altra persona, come in un dialogo o in una lettera, ma è una sorta di telecamera parlante che segue e descrive i movimenti esteriori e interiori della protagonista.
La fonte che mi ha ispirata è Georges Perec, in particolare con il suo romanzo Un uomo che dorme.
Di tutti i personaggi a contorno, di grande dolcezza e umanità, è anche presente una Bologna che non è solo uno scenario.
Bologna la protagonista la definisce “il mio cortile”, no, non è solo uno scenario, è un abbraccio, è un famigliare. È l’unico luogo dove riesce a stare bene e a stare male, non sente la necessità di spostarsi, di viaggiare. La protagonista poi cerca una Bologna che quasi non c’è più, una Bologna che sta sparendo come quella delle sale biliardo o dei vecchi negozi.
Già dal titolo l’inverno è invincibile: non è contemplata alcuna primavera per la protagonista?
No, il romanzo è volutamente senza speranza, ho provato a descrivere una claustrofobia emotiva, un’ossessione senza via d’uscita.
Il lieto fine non è contemplato semplicemente perché ho voluto raccontare i giorni del dolore, i giorni di buio quando non si percepisce nessuna via d’uscita.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione, gennaio 2024)
Haytham el-Wardany, scrittore e traduttore egiziano dissidente vive a Berlino ed è autore di prose filosofiche di rara bellezza. How to Disappear (2018) è un manuale su come rimanere ‘ascoltatori’ e sottrarsi alle luci accecanti della presenza pubblica; Jackals and The Missing Letters (2023) è un mix di espressioni saggistiche, fiabe e prose brevi che si spera di poter presto leggere anche in italiano. Per ora è Il libro del sonno (2016) l’unico suo testo apparso per merito di Timeo edizioni (www.timeo0.zone), casa editrice che ha intrapreso un puntuale percorso di sperimentazione dell’intera filiera editoriale, pubblicando, distribuendo e promuovendo libri selezionati con cura che restituiscono un profilo acuminato ed essenziale, ormai raro, del lavoro dell’editore. Tradotto con eleganza da Fernanda Fischione, ricercatrice e docente specializzata di letteratura araba, il testo compone in una tessitura sottile brevi prose che generano il movimento tematico del sonno nella superficie colorata del sogno, della memoria e dell’invenzione.
Il libro è sepolto in una profondità relativa e per questo è un tesoro di maggior valore rispetto ad un canone della finzione ‘filosofica’ che obbliga a scavare fino al centro della terra, per scoprire al fondo l’inanità della ricerca. Invece, nella sobrietà di una prosa distesa Il libro del sonno rende preziosa la contemporaneità di un passato recente (la cacciata di Mubarak e le ‘primavere arabe’), di ricordi veri e di memorie immaginate.
Nella sequenza dei racconti il progetto alchemico ha successo. La realtà trasmuta in alterità possibili gesti e forme delle cose. Assenze e anime dei morti si fanno concrete presenze fino alle luci dell’alba, quando fuggono negli interstizi del tempo diurno. Kafka e Walter Benjamin sono convocati, perché all’inizio si annuncia che il vero lavoro è il lavoro di scrittura.
Nell’abisso “che chiamiamo sonno” le forme si compenetrano, i limiti si sciolgono, le stanze sono invase dal fluido della notte: “Non incontrano le cose sulle linee del potere, bensì nel cuore del divenire della materia prima.”. Il momento dell’abbandono è il momento della liberazione. Qui tutto diviene, l’accesso al sonno è garanzia di indistinzione di sé e del mondo, realtà e possibilità. Ma qui tutto mantiene la propria differenza, nel mutare degli oggetti in singolarità fluttuanti, degli ambienti in luoghi che vibrano, di persone in figure che dal sogno, dal passato e dagli affetti, trapassano in soggetti quasi estranei e in profili liminari.
Lo spazio dormiente, scrive el-Wardany, è quello in cui il binarismo sonno/veglia imposto dalla produzione è sospeso. Interno ed esterno si mischiano ed è l’oscurità interna a fuoriuscire nel tempo della notte e ad invadere l’esterno, al punto che la stessa dimensione spaziale diviene un fuori inaccessibile. L’indice di questo stato è un tempo flesso in cui presente e passato si incontrano perdendo il loro proprio ricordo. La toponomastica domestica diviene una psicogeografia straniera, i fantasmi dell’infanzia si aggirano in camere da letto separate dagli spazi usuali della vita diurna. D’altra parte, il sonno è l’alternativa vivente al tempo diurno dello spazio pubblico, del lavoro, della precarietà e del controllo sociale. Allestire, in spazi sottratti al profitto e alla speculazione immobiliare, ambienti per dormire, addormentarsi in luoghi pubblici, abbandonarsi al sonno nei giorni collettivi in cui si è lottato, nei presidi di protesta, nel contrasto alla violenza dei poteri, è il gesto destituente che, con e nella prassi conflittuale, realizza altre possibilità di esistenza.
Nella memoria attiva di el-Wardany ci sono gli esiti nefasti delle ‘primavere arabe’, le operazioni sporche della NATO nel maghreb e in Asia occidentale nel primo decennio del nuovo secolo, la repressione in Egitto e la caduta di Al-Hasad. Ma la storia trucida dell’ ‘occidente’ è contrastata dal sogno, evento magistrale del sonno, che la sopravanza.
La scrittura onirica sopporta almeno due modi: quello surrealista in cui il sogno diviene scrittura che si accampa nello spazio del giorno per lottarne la sua logica miserabile, e quello del racconto in cui la realtà si popola di figure e situazioni che ne dissolvono i piani.
Il sonno è parte di un mondo senza capitalismo e di una terra senza sfruttamento, per questo sognare è pericoloso, come aveva intuito André Breton. Ma il problema del surrealismo fu che se anche fosse esistito un inconscio collettivo, i sogni sarebbero comunque personali, indirizzati ‘ad personam’ da un desiderio anonimo che è lo stesso nel sonno e nella veglia. Il processo manifesta la sua origine non umana: né individuale, né collettivo, la materia del sogno è espressione del movimento di un autore di gruppo, di una muta, di un branco.
Il sonno è rivoluzionario perché fa esplodere la realtà. Dall’interno del desiderio il tempo onirico del sonno se ne separa e vaga nella terra incognita di una psiche liberata. Durante un’ondata di proteste “…potrebbe diffondersi un sogno che consiste nel fuggire la polizia per poi entrare in un palazzo sconosciuto da soli, oppure in compagnia di gente stramba…Il gruppo afferma di essere ciò che plasma l’esperienza collettiva ripetuta dal sogno e ciò che gli dà la capacità di perdurare e proliferare…”.
Battaglie familiari e arresti arbitrari, macchine kafkiane per pulire le strade che diventano mostri inesorabili, gesti segreti per sottrarsi alla repressione, rivelati in reti spontanee di solidarietà che li trasformano in senso comune, storie della buonanotte in cui gli occhi senza palpebre dei pesci fanno affogare la vista servile degli umani. Ecco perché “il sonno è ciò che protegge dalla follia o dalla morte”; l’individuo che non dorme essendo ossessionato da ‘sé’, nel momento del sonno in cui si arrende al fallimento, compie “l’atto di una soggettività che si libera del tempo del controllo”, per svegliarsi ispirato da un nuovo sogno.
Vale l’assenza nel racconto di tal Ibn Qushair in cui uno degli amici di tal Bayazid Bistami arriva in città e scopre che Bayazid, “presente nella Verità e assente nel Creato” non sapeva più chi fosse e dove si trovasse. A differenza dei presenti nel giorno, i mistici sufi ‘cadono’ da svegli nel Creato, mentre sono presenti nella notte, laddove il sonno è vera Verità. Per i presenti infatti, passare la notte svegli non è l’utopia in cui si realizza ciò che fallisce nella città del lavoro, ma è il rogo di pensieri e desideri, terra bruciata del ‘sé’ nel buio bianco che trafigge:
“…l’insonne cerca una lingua che spezzi l’isolamento del suo dolore e sappia fonderlo nel dolore degli altri…Quando la stanchezza lo vince, smette di cercare di coinvolgere gli altri e dorme il proprio dolore…Il sonno è l’unica lingua in cui è possibile condividere il dolore: quando dormiamo, infatti, smettiamo di aggrapparvici e lo lasciamo andare…ed è così che il nostro dolore torna a essere il dolore del mondo, così come era all’inizio di tutto…”.
Il mondo mostra la sua schiena di rovine quando i panorami dell’infanzia sono visti dal tetto di una casa in una terra che diviene palude. Così el-Wardany tesse la tela scintillante di schegge di realtà con la perizia del miniaturista. Ogni frammento è al suo posto nel giusto disordine di un’immagine più vera di qualunque esperienza. Vera perché creata, raccontata, scritta e assunta nella finzione.
Ciò è possibile perché la scrittura soggettiva il giorno e la notte. Ogni soggetto è per la produzione: allora, il giorno che si vuole eterno dimentica il buio che lo intralcia, forse perché sa che la diuturna forza-lavoro nel sonno diviene solo forza che demolisce il lavoro. Il soggetto della notte è anonimo, la sua forza è dissolvente perché è già dissolta, è un corpo in cui non si cela alcun ‘sé’. La notte dunque, non è un soggetto proprio perché vi rimane la forza del sonno in cui il corpo non è parte del mondo ma è il “mondo incarnato”.
Limite della veglia è il delirio, limite del sonno è la distrazione, l’uno eccedente, l’altra soggiacente.
La veglia continua raffina la realtà fino ad una trasparenza cristallina. Il senso vi è già esaurito nel delirio; questo diventa il suo sonno per l’abbagliante lucidità di cui è fatto. La natura del sonno invece è la distrazione. Contrario alla produzione, il cuore distratto del sonno provoca o sogni o rivoluzione. Quella che in Egitto ha fatto ‘primavera’ era l’intarsio di entrambi, espresso nelle immagini caricate su Facebook e nelle scadenze informate tramite ‘Blackbarry’, utile modello di cellulare criptato.
Nella distrazione c’è l’esito di una catena associativa che è un’altra forma di liberazione. Ci si perde nel canto delle sirene. Ulisse è preso nella lotta della concentrazione, la malìa del canto devia la rotta e il ritorno non è replica che risale quanto si è vissuto ma è ripetizione di possibilità di vita. Ciò a cui si ritorna è una virtuale uscita dal mondo. Ulisse è trasformato, non è più volontà concentrata, inscalfibile, che ha percorso il viaggio all’indietro, ma distrazione.
Chi divaga viene cacciato via dal giorno. Chi sono dunque i dormienti? Non un individuo ma un gruppo sociale che ha sciolto i legami con la società, - una e un sopravvissuto della grande perdita. Chi dorme appartiene alla storia parallela delle incrinature, delle ferite aperte e dei vuoti vicini. Il sonno affronta questa storia che la veglia non potrebbe sopportare e che al risveglio si rimargina. Ogni desiderio proviene da un abbandono, quando il volto dell’amante è perfetto e si sa che il giorno lo farà scomparire. Persone morte si affacciano con i loro tratti di estrema gioventù o di vecchiaia ma non parlano a chi li sogna.
In ogni caso il sogno registra il divenire e la scrittura lo fa rinvenire nella differenza con quanto è accaduto. Scrivere i sogni al mattino è esercizio terapeutico ma quando la pratica entra nel dominio dell’utile e diventa prosa letteraria la guarigione è piegata alla prosa del mondo che il mercato editoriale, anche quello più indipendente, divora per erogare reddito.
La poesia si sottrae a questa cattura e rimane, rivendicandola, parte della fonte anonima del delirio, del sogno e del desiderio. Da ora in poi allora, il compito della scrittura sarà sottrarre il romanzo e il racconto all’intento predatorio della selezione editoriale, non sognando un altro mercato ma provando a lavorarlo, a investirlo, ad usarlo e ad esserne usate e usati – in vista del sogno e del piacere, laddove Kafka, Benjamin, Foucault, Deleuze e Guattari, insieme a el-Wardany godono la felicità maggiore di un sapere comune.
di Nina Kodrič (sloveno) e Snježana Vračar Mihelač (croato) traduzione di Darja Betocchi
la notizia del giorno ha inciso così a fondo le madri cominciano a rifiutare il cibo da poter essere vera non è una decisione avventata scuote la nostra indifferenza loro non hanno più nulla da perdere si scaglia oltre se non la propria voce l’apatia dilagante oppongono corpi invalicabili la perenne ipocrisia non ha limiti sparsi come un carico invece di una quotidianità gestibile indispensabili come il respiro portiamo il peso delle strade salvano il mondo non siamo mere spettatrici annientando se stesse è per lei che ci siamo strette insieme negando il proprio corpo la trasformazione del sistema sullo schermo ce l’abbiamo nel sangue ridiamo vita a corpi fragili ce l’abbiamo nella ferita sentiamo un dolore acuto inevitabile come il crollo del glicogeno rifiutiamo la stretta di mano come la disidratazione non dobbiamo distrarci da ciò che è stato promesso il rancore immagazzinato nella clavicola il respiro si fa attesa la degradazione del tessuto muscolare dichiarazione di stato d’emergenza il polso rallentato e la nausea abbiamo bisogno di più di quanto possediamo fanno ciò che pensano di dover fare noi donne in prima linea già una volta si sono sdoppiate cancellate dalla storia ora negheranno al corpo anche quell’altra cosa stiamo in mezzo entrano nella fase della sopravvivenza alla città inquieta la voce dei figli nella gola delle madri passaggio vietato crollo alle ribelli potassio fosfato sodio un ciclo senza fine le madri dei figli morti, i loro cuori inutili i segnali si esauriscono di dimensioni sproporzionate alla funzione frastuono della città si riducono, si restringono sul telefono chiamate senza risposta anche il fegato rallenta dove sono i limiti i reni riducono la filtrazione delle capacità del corpo le madri aprono la strada alle infezioni ridotto allo stremo le madri dei figli morti ma la volontà non cede i corpi senza vita sono tutti loro scudo vivente cominciano con l’autodistruzione respiro superficiale la fame mastica il silenzio lenta come una domenica violenti attacchi d’ansia madri strette come alloggi operai rovina disturbo interno mai pronunciati resti mai pronunciati legati dal cordone ombelicale iniettano stricnina nella notte abitata dal silenzio dissolvono le membrane delle cellule crollate e bruciate sature e intrise di fumo ostinate come cimici da entrambe le parti come pilastri portanti da che parte stai come un orario ferroviario la prognosi è chiara diritte come un faro il battito della vena sul collo luminose come palmi aperti le espressioni del volto pure come acqua buona non rivelano nulla alberi fieri protesi verso l’alto il segnale di stop arde ardono più che mai sta cambiando meglio che mai affamate all’ombra madri contro il regime della macchina mediatica del potere grave ipoglicemia decompressione distruttiva aritmia cardiaca invito all’agonia danni multipli raccogliamo le forze perdita di coscienza sfiancate ci riverseremo nelle strade rischio di morte siamo consapevoli delle conseguenze ma cos’è la morte ci sosterremo a vicenda per le madri di figli morti l’aria si addensa in un presagio per i figli senza occhi sepolti sul podio per gli occhi senza figli dissepolti nel vuoto per la fame dei figli altrove loro guardano sazi da mense altrui da tavole coloniali imbandite tintinnio di ossa per una vista senza futuro per avere una spina dorsale le madri aprono le porte per le madri sazie di dolore comprendono le madri affamate di giustizia proteggono come avvoltoi con il filo della lama che beccano pecore bianche feriscono attaccano mentre crollano le tettoie calpestano fino in fondo città come vetro guance infossate viali di rabbia e insensatezza pelle troppo tesa e ospedali senza incubatrici non smetteremo di pensare seminano morte le corporazioni alle corporazioni dagli appetiti insaziabili corruzione, occupazione, avidità sanzioni insensate da quattro soldi economia del genocidio noialtre da sole fermeremo l’infrastruttura del femminicidio la mania bellica del patriarcato colpisce più precisa di un coltello un’ascia o una caduta dalle scale di un drone o di un cecchino non chiudiamo uomo accanto a uomo gli occhi indifferenti sparge pugni ai confini del mondo ogni cellula morta del corpo le donne non vogliono partorire abusatori lotta per sopravvivere soldati morti una soluzione temporanea non basta trascorrono il loro tempo ai margini una comunità connessa salva rifiutano le geografie personali ciò che è guasto il razzismo europeo le false speranze non saranno eterne la storia coloniale il male la glorificazione dei crimini di guerra il male sempre la violenza IL M A L E il collasso del corpo il collasso del sistema le donne morte il suono fra noi due a forza di digiuno è un grido le madri morte di figli morti finalmente un respiro senza paura fanno saltare in aria il meccanismo quando si dissolvono le asperità le madri morte le madri vive che contribuiamo a creare le donne vive la finzione si tramuta illuminano il buio in inesauribile speranza con tenacia che finalmente un giorno ci sia fra noi come un sole al neon uno spazio sicuro
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Madri morte madri vive è un lavoro sull’eredità materna: ciò che del corpo, delle ferite e dei silenzi passa da una generazione all’altra. Le madri vi appaiono insieme come perdita e presenza, e continuano a lasciare tracce nella lingua e nella memoria. La dimensione intima del testo si intreccia a una riflessione più ampia sulla possibilità della scrittura di dare voce a ciò che è stato rimosso o taciuto. Il progetto bilingue si è poi aperto al lavoro di traduttrici, fotografe e artiste visive. Il cordone ombelicale diventa in esso immagine ricorrente: un simbolo di separazione, continuità e trasformazione.
La versione inglese è stata pubblicata su Versopolis.
Snježana Vračar Mihelač (nata a Pola) vive e lavora a Lubiana. È poetessa, autrice, giornalista e traduttrice; la sua attività si muove tra la scena letteraria slovena e lo spazio culturale post-jugoslavo. Ha pubblicato le raccolte poetiche Kad zatvorim oči vidim modro (Quando chiudo gli occhi vedo il blu), vincitrice del concorso Presing per la migliore raccolta poetica del 2022, e Srce na baterije (Cuore a batterie), pubblicata nel 2025 dall’Associazione degli scrittori croati (HDP) e selezionata per il premio letterario Jovan Popović, con menzione speciale della giuria del premio Drago Gervais. Le sue poesie sono state tradotte in sloveno, inglese, albanese e macedone. https://snjezanavracar.com/en/
Nina Kodrič (NinaBelle) è musicista, autrice di testi, compositrice, DJ e produttrice con sede a Lubiana. Lavora inoltre come accompagnatrice musicale per programmi letterari di Radio Slovenia (Ars e Prvi). Dal 2017 sviluppa il duo elettronico Warrego Valles con la produttrice Nina Hudej; il progetto ha pubblicato quattro album per l’etichetta indipendente slovena Kamizdat e si esibisce in festival e club in Slovenia e all’estero. È membro del collettivo DJ queer Ustanova, co-organizzatrice del festival Grounded di Lubiana e produttrice di eventi musicali presso il centro culturale Pritličje. La sua pratica artistica nasce da collaborazioni e collettivi guidati da donne. https://linktr.ee/warregovalles
Darja Betocchi è nata a Trieste e si è diplomata presso il liceo sloveno Prešeren. Dopo essersi laureata in Italianistica ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi sul tema della traduzione. Affianca all’attività di insegnante quella di traduttrice di poesia e narrativa per cui è molto apprezzata.
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Mrtve matere žive majke
verzi v slovenščini: Nina Kodrič stihovi na hrvatskom jeziku: Snježana Vračar Mihelač
novica dneva je tako zarezala majke počinju odbijati hranu da bi bila lahko resnična nije to ishitrena odluka vznemirja našo ravnodušnost one nemaju više što izgubiti izstreli se čez osim svoga glasa razraščeno apatijo zaustavljaju neprohodna tijela nenehno sprenevedanje nima mej rasute kao teret namesto obvladljivega vsakdanjika neophodne kao disanje nosimo bremena ulic spašavaju svijet nismo samo opazovalke poništavanjem sebe zaradi nje smo se stisnile skupaj odricanjem vlastitog tijela prenova sistema na zaslonu to nam je u krvi oživljamo šibka telesa to nam je u rani začutimo ostro bolečino neminovno kao pad glikogena zavrnemo rokovanje kao dehidracija ne smemo prezreti obljubljenega zamjerka skladištena u ključnoj kosti vdih postaja pričakovanje razgradnja mišićnog tkiva razglasitev izrednih razmer usporen puls i mučnina potrebujemo več kot imamo rade što misle rade što treba ženske v prvih vrstah već su se jednom podvojile izbrisane iz zgodovin sad će tijelu uskratiti i ono drugo stojimo sredi ulaze u fazu preživljavanja nemirnega mesta glas djece u grlu majki prepovedan prehod urušavanje za upornice kalij fosfat natrij cikel ki se ne konča srca majki mrtve djece uzaludna izčrpana signalizacija veličine nesrazmjerne funkciji hrup mesta skupljaju se reduciraju na telefonu neodgovorjeni klici i jetra usporavaju kje so meje bubrezi smanjuju filtraciju zmogljivosti telesa majke otvaraju put infekcijama z zadnjimi močmi majke mrtve djece a volja ne popušča beživotna tijela sva su njihova živi ščit pokreću samorazgradnju plitvo dihanje glad žvače šutnju sporo kao nedjelja intenzivni napadi tesnobe majke tijesne kao stanovi za radnike ruševina notranja motnja neizgovorena tijela neizgovorjeni ostanki zavezana pupčanom vrpcom injicirajo strihnin u noći naseljenoj šutnjom raztapljajo strune celičnih membran srušene i spaljene nasičene in pokajene uporne poput stjenica obojestransko poput potpornih stupova na kateri strani stojiš poput reda vožnje prognoza je jasna uspravne kao svjetionik zatip žile na vratu svijetle kao dlanovi izrazi na obrazu čiste kao dobra voda ničesar ne razkrijejo prkosna stabla koja streme uvis stop znak gori gore nikad jače se spreminja nikad bolje sestradane v senci majke protiv režima oblastnega medijskega stroja teška hipoglikemija rušilna dekompresija srčana aritmija vabilo na agonijo višestruka oštećenja zbiramo moči gubitak svijesti zgarane se bomo pognale na ulice rizik od smrti zavedamo se posledic ali što je smrt druga drugi bomo opora za majke mrtve djece zrak se zgosti v slutnjo za djecu bez očiju zakopani na podiju za oči bez djece odkopani v vakuumu za glad djece drugdje oni gledajo nažrti iz tuđih blagovaonica iz obloženih kolonialnih miz zveckanje kostima za vid brez prihodnosti za imanje kičme matere odpirajo vrata za majke site boli razumejo majke gladne pravde ščitijo kao bjeloglavi supovi z ostrino rezila koji zoblju bijele ovce ranijo napadajo dok padaju nadstrešnice gazijo do konca gradovi poput stakla potlačena lica bulevari bijesa negacija smisla pretesna koža i bolnice bez inkubatora ne bomo nehale misliti siju smrt korporacije na korporacije neskončnih apetitov korupcije okupacije pohlepa nesmiselne sankcije drobiža ekonomija genocida same bomo ustavile infrastruktura femicida orožarsko manijo patriarhata bolje gađa od noža sekira ali padec po stopnicah drona i snajpera ne zatiskajmo muškarac do muškarca brezbrižnih oči rasipaju šake po obodu svijeta vsaka mrtva celica v telesu žene odbijaju rađati zlostavljače se bori za preživetje mrtve vojnike začasna rešitev ne zadostuje provode vrijeme na rubovima prepletena skupnost rešuje odbacuju osobne geografije kar je zavoženo europski rasizam ni neuničljivo lažno upanje kolonijalnu povijest zlo veličanje ratnih zločina zlo uvijek nasilje Z L O kolaps tijela kolaps sistema mrtve žene zvok med nama gladovanjem je kričanje mrtve majke mrtve djece končno izdih brez strahu miniraju mašineriju ko se razpustijo ostrine mrtve majke žive majke ki jih soustvarjamo žive žene sprenevedanje se spreminja svijetle nam u mraku v nenehno upanje ustrajno da bo vendar enkrat med nami kao neonsko sunce varen prostor.