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La macchina immemore. Sulla poesia di Alessandro De Francesco

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di Cristina Babino

Gli oggetti nominati da Alessandro De Francesco sono sovraesposti. Esperiti da un punto di vista costantemente modificato, da una prospettiva provvisoria, da una luce estranea e straniante che se illumina, certo, al tempo stesso abbacina. E allora anche confonde, disloca, moltiplica, in scene solo apparentemente statiche, e brulicanti invece di fremiti continui, vibrazioni sottili del pensiero e delle cose.
Oggetti (in tedesco, non a caso, Gegenstände: ciò che sta di fronte, che fisicamente s’oppone al soggetto che li percepisce) mai descritti, mai aggettivati. Un’urgenza all’astrazione ricercata e perfino programmatica, e che però non preclude ai versi (alle immagini) una varietà di possibili significati, facendosi al contrario dispositivo garante di quell’apertura polisemica che è carattere e principio stesso della poesia.

Väterliteratur in italiano

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di Stefano Gallerani

Già a partire dal titolo – Era mio padre (Fazi Editore, “Le vele”, pp. 281, € 16,50) -, l’ultimo libro di Franz Krauspenhaar si pone di prepotenza, quasi violentemente, di fronte al suo tema, evidente al punto da rendere inevitabile e pressoché automatico il richiamo a quella gran parte di letteratura  contemporanea ispirata dalla morte di un genitore (in ordine sparso e fuori di qualsiasi gerarchia, i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Handke, Camus, Gadda, Le Carré, Simon e Ernaux). Ma se la tradizione principale di questo “filone”, almeno così come è proseguita, ad esempio, nel romanzo americano contemporaneo (Moody, Antrim e Lethem, tra i più recenti), si confronta e riferisce soprattutto della perdita della madre, Krauspenhaar, piuttosto, quasi assecondando, sul piano letterario, l’inclinazione delle proprie origini, si muove sul terreno di quella che in Germania è stata raccolta sotto il nuovo conio di Väterliteratur, ovvero “letteratura dei padri” – nonostante il diverso investimento e il diverso valore che assume, in lui, il punto in cui si intersecano esperienza individuale e Storia collettiva.

Libro della camera triste

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[ Mario Sironi (1885-1961) Composizione ]

di Paolo Sperandio

__Siamo in undici. Pare un po’ lugubre come sede di una casa editrice, ma forse è un ufficio secondario. Quando sono arrivato c’erano già un giovanotto barbuto e una signora di mezza età dall’aspetto comune. Di lui si poteva pensare che fosse un aspirante scrittore, mentre lei correggeva forse le bozze di sera, dopo le faccende di casa. Nel giro di mezz’ora sono arrivati gli altri, ognuno aveva in mano una copia del libro. Così si è capito che eravamo lì tutti per la stessa ragione, e ci siamo messi a parlare.

Su “L’uomo avanzato”

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di Marco Giovenale

Ha molti significati il titolo del recente libro di Mariano Bàino, il romanzo o racconto lungo L’uomo avanzato, uscito nella collana FuoriFormato dell’editrice Le Lettere (con postfazione di Remo Ceserani).

Il protagonista del libro è figura allegorica di una civiltà (occidentale) definibile certo ironicamente “avanzata”; è poi un uomo in sovrappiù (avanzato = eccedente) rispetto allo scorrere normale della storia: un naufrago; e infine si aggiunga che si è davvero mosso, avanzando, arrancando, fino ad approdare al piccolo e semi-inospitale arcipelago di quattro isolotti saldati che lo accolgono a disastro avvenuto. Il suo punto di vista è fuori della storia ma proprio per questo molto avanti/avanzato nel planetario di sordità e vuoto senza limiti rappresentato dalle forze naturali, indocili. Che lo incastonano, e lo cambiano, inevitabilmente.

Ulrich Holbein

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di Frank Schäfer

traduzione di Elisa Perotti

Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una “splendid isolation” a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.

Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. “Ulrich Holbein?”, sì, lo conosce e mi indica la strada, in direzione opposta al centro, in un boschetto. E intuendo che avrei avuto bisogno di ulteriori aiuti, aggiunge: “Ci sto andando anch’io”.

Infatti, giunto nei pressi dell’abitazione dell’artista, non riesco a vederla: l’essenziale è spesso invisibile agli occhi. Ma già si avvicina la donna a bordo della station wagon a mostrarmi il sentiero nella giungla incantata e il viottolo lungo quaranta metri che conduce alla casa delle streghe. La porta è aperta: si intravede l’anticamera buia e pavimentata di assi.

Abdul, diciannove anni

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di Gianni Biondillo

Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l’età. Non si può morire a diciannove anni, non c’è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su tutti noi, ho paura a concepire cosa siamo diventati.

Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 9

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di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

Ti ho mentito, non sono mai stato
a Buenos Aires.

Non sopporterei, per altro,
una città dove qualcuno ha sofferto a lungo, inutilmente,
per un amore, continuando a sperare, ad elaborare
una storia parallela, favorevole a sé, come un calmante,
impegnandosi nei dettagli, come un letterato professionista,
e forse la letteratura nasce così, tutta la finzione che inonda il mondo,
è nata per riparare l’angoscia d’amore, e parare
lo strazio di quell’appuntamento concesso
dopo lunghe suppliche
e che sarà annientato,
perché anche camminando in lungo e in largo,
anche tenendo gli occhi fissi agli edifici,
anche sorseggiando come un agonizzante
una tazza di tè,
la persona non viene, non è venuta, non verrà,
non è possibile udirne la voce,
non è possibile riconoscerne il soprabito,
non è possibile niente.

Canopo per un canopo

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di Gherardo Bortolotti

Con grande dispiacere, ma anche con un certo sollievo, segnalo che il mio blog canopo ha interrotto (almeno per un po’) la sua attività, dopo tre anni di posting quasi quotidiano.

Per chi fosse interessato, ho preparato un’edizione in ebook di tutte le tracce apparse su canopo, sia in formato .pdf che in formato .lit. Per la versione in .pdf, ringrazio fortissimo Michele Zaffarano, ormai un vero mago del layouting e dell’editoria in digitale.

L’ebook in .pdf (248.8 kb) è scaricabile all’indirizzo:

quello in .lit (123.1 kb) invece è all’indirizzo:

Di séguito, una scelta di tracce:

72. le grandi infrastrutture continentali, gli oleodotti, i gasdotti, i cavi telefonici che attraversano l’atlantico e rimangono nascosti alle tue opinioni.
73. fieri alleati dell’industria del divertimento.
74. assorti, fumando fuori dalle pizzerie.
75. raffigurazioni ideologiche dei casi, a bassa risoluzione.

Lettera alla mia terra

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di Roberto Saviano

I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

Urbanità 3

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di Gianni Biondillo

A detta di Gianluca, il mio mio socio di studio, noi architetti ormai ci siamo trasformati in parrucchieri. E, maledizione, ha ragione da vendere! Forse è anche per questo che ultimamente mi sto convertendo sempre più alla scrittura. Sento di avere un maggiore spazio critico scrivendo, spazio che la professione pare avere definitivamente precluso. L’architettura non è più critica dello contesto, ma la sua spettacolarizzazione.

Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni

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di Francesca Matteoni

Ne Gli interessi in comune, secondo libro di Vanni Santoni, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli che teoricamente fanno da collante nei rapporti interpersonali: in questo caso però il titolo è preludio ad un certo beffardo cinismo che percorre tutta la narrazione.

Baciami, Marte

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di Maria Cerino

Non è che possa gettarla lì, lanciarla tra le due macchine parcheggiate proprio sotto la sua finestra, infilare le mani tra le serrande abbassate e i vetri che riflettono dentro la stanza il raggio dei tre quarti di mattinata, la mela. Alle quattordici e sedici – l’ora gliela scandisce a suoni di bip la sveglia elettronica a metà del comodino – tiene ancora il volto alto, aspettando dietro i buchi delle tapparelle che quella luce più forte le riappaia; ma è tranquilla, nel pomeriggio al massimo c’è il sole e nessun altro inganno. Poi, capita che giunta notte, con le lampadine che si spengono disordinatamente (sa, oramai, che Marta resta a leggere in salone mentre Giacomo si ritira a dormire) una macchina attraversi il viale vicino, svolti ad U e le punti i fari in faccia, allora si copre gli occhi grandi con le dita, Maria e conta fino a sei prima di riportare le braccia ai fianchi e intravedere dell’auto nulla di più del cofano, abbastanza in lontananza. Si è abituata ai rumori difficilmente percepibili: se una mosca le ronza intorno è lo stridio della sedia nell’appartamento di fronte ad infastidirla. Non che riesca ad ascoltare qualcosa di vivo in casa;

Plettro di compieta (terza parte)

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di Marina Pizzi

(la prima e la seconda parte si possono leggere qui e qui)

51.
respiro un angelo con il diario in faccia
la luce sotto spoglie di rugiade
quella la diga con la voce del padre
morente, e le lentiggini bambine
senza amore, tra le spirali
d’ansia e l’ecumene culla.
cura del salto spargere la voce
verso il sodale strato della terra
terriccio universale starci accanto.

Gino Hahnemann

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di Stefano Zangrando

[Il brano pubblicato è tratto da harzblog]

Ieri stavo scorrendo in rete il calendario delle manifestazioni di ottobre nel sito dell’Accademia delle Arti di Berlino, l’istituzione di cui sarò ospite tra poco, in autunno. A un certo punto, appena sotto la metà del mese, mi sono imbattuto in un nome che mi ha scosso al punto da appannarmi lo sguardo: Gino Hahnemann.
Conobbi Gino nel dicembre 2000 durante un Praktikum al Museum Mitte di Berlino, dove lui lavorava part-time per tirar su due soldi. Mi disse presto di essere un poeta, ma la sua discrezione m’impedì di conoscerlo meglio fino agli ultimi giorni di tirocinio, quando mi donò alcune sue carte. Afferrai che aveva fatto parte della scena letteraria di Prenzlauer Berg negli anni Settanta e poco altro. Il mio tedesco non era ancora sufficiente per poter apprezzare i suoi scritti. Nel 2001, poi, ci fu un breve scambio epistolare: io tradussi una delle sue poesie – fu la mia prima traduzione di una poesia dal tedesco –, lui mi rispose con una lunga lettera cui allegò un componimento sull’oggetto della mostra cui avevamo lavorato insieme (il monumento di Federico il Grande in Unter den Linden) e un articolo di giornale che criticava l’emergere di correnti neoprussiane sulla scena politica e socio-economica berlinese.

VivaVoce#05: Juan Gelman [ 1930, Buenos Aires ]

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[ Louise Brooks da Lulu (Die Büchse der Pandora) 1929, G.W. Pabst ]

[ mujeres dalla viva voce di Juan Gelman ]


 
donne
 
dire che quella donna era due donne è dire pochino
doveva averne 12 397 di donne nella sua donna/
era difficile sapere con chi si trattava
in quel popolo di donne/ esempio:
 
giacevamo in un letto d’amore/
lei era un’alba di alghe fosforescenti/
quando feci per abbracciarla
si trasformò in singapore piena di cani che urlavano/ ricordo
 
quando apparve avvolta di rose di aghadir/
pareva una costellazione in terra/
pareva che la croce del sud fosse discesa a terra /
quella donna brillava come la luna della sua voce destra/
 

cronache da Pechino #2

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di Gabriella Stanchina


Oggi, sotto una pioggia battente, ho visitato la Città Proibita. Ho camminato ininterrottamente per sette ore per coprire i suoi 720.000 metri quadrati e scrutare dalle grate di legno nell’interno di alcuni dei suoi 890 palazzi. È un’esperienza difficile da descrivere e del resto credo che l’intenzione di coloro che nel tempo costruirono e ampliarono questa città fosse proprio quello di sottrarla al dominio della parola. Indicibile per vastità o per complessità?
Nei primi due giorni che ho trascorso a Pechino ho sperimentato un disagio che non avevo mai conosciuto durante i miei viaggi precedenti. Io amo soggiornare nelle metropoli: mi sono sentita abbracciata da Parigi, nelle strade di Toronto ho trovato familiarità e calore, come se le città fossero diapason che risuonano appena
sfiorate, consonanti al mio più intimo sentire. Ritenevo perciò che anche Pechino, nel rispetto delle proporzioni, e con un più lento ritmo di adattamento, avrebbe risposto al mio sguardo con un volto riconoscibile. Invece, Pechino mi ha sopraffatta.

Per Abdul

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Domani a Milano parte alle 14.30. dai Bastioni di Porta Venezia una manifestazione per Abdul, il ragazzo ucciso domenica in Via Zuretti per un furto di merendine e/o il colore della pelle, che si concluderà in Piazza Duomo.

“A fellow of infinite jest”

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“A proposito, lo so che questa parte è noiosa e probabilmente ti annoia, ma si fa assai più interessante quando arrivo alla parte in cui mi uccido e scopro quello che succede subito dopo che una persona muore”. Caro vecchio neon, DAVID FOSTER WALLACE

di Francesca Matteoni

Domenica, 14 settembre 2008. Sono all’internet point di Judd Street, nel quartiere londinese di Bloomsbury: sullo schermo appare la foto di un noto scrittore americano dai capelli lunghi, il volto aperto, un po’ malinconico. Sotto l’immagine due numeri, 1962 e 2008, un arco di 46 anni, una nascita ed una morte. Non riesco a focalizzare subito cosa ho davanti. Poi mentalmente una sequenza di altri scatti, lo stesso uomo – accovacciato contro un muro di mattoni accanto ad un cane come un barbone; con occhiali che legge e sorride davanti ad un microfono; con bandana larga, bianca, l’immagine che preferisco, che guarda pensieroso qualcosa in basso, forse un libro che sta autografando. David Foster Wallace si è ucciso venerdì 12 settembre, nella sua abitazione nel sud della California. Lo ha trovato la moglie, impiccato.

Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 8

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[18 immagini + lettere invernali per l’estate; 1, 2,
3,4,5,6,7…]

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

se tu mi abbandonassi ora,
non saprei calcolarne il danno,
e non succederebbe nulla.

Se io invece
mi abbandonassi,

nessuno di noi si accorgerebbe
di cosa è cambiato, di come crescano
fertili i miei ragionamenti,
del perché io ancora ti scriva,
come a mendicare,
prigioniero delle mie guarigioni.

Sono guarito troppo, non faccio
che continuare, sotto i tuoi occhi, a guarire:

Leggere, le voci – Dizionario affettivo degli scrittori

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L’indiano Giorgio Vasta – perché come dice Biondillo se si è stati indiani una volta lo si è per tutta la vita- ha accettato di rispondere alle mie domande su un libro che è appena uscito e che sarà presentato a Pordenone legge il prossimo week end.
effeffe
ps
Per chi volesse leggersi la storia del progetto ideato da Matteo B. Bianchi consiglio un giro su questo sito.

Effeffe:Com’è nata l’idea di questo libro?

Giorgio Vasta: L’idea di un Dizionario Affettivo della Lingua Italiana è di Matteo B. Bianchi che lo scorso autunno aveva pubblicato su ‘tina, la sua rivista on line, quello che è stato il germe iniziale di tutto il lavoro successivo. Matteo aveva contattato tramite posta elettronica una serie di scrittori domandando a ognuno di individuare un termine per loro importante dal punto di vista affettivo e di scriverne una definizione, una breve dichiarazione d’amore (ma anche di odio, nel caso). Seguendo ‘tina ho letto anch’io scelte e definizioni, ho trovato l’idea molto bella e ho contattato Matteo per proporgli di sviluppare questo primo spunto in qualcosa di più strutturato. Unendo le forze, e con la collaborazione della Scuola Holden nonché, fondamentale, di Stefania Notte, che ha svolto il ruolo al contempo di segreteria organizzativa, coordinatrice, collettore e “memoria” del progetto, ci siamo messi a lavorare.

Terra! Angelo Petrella

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Note per il romanzo di Angelo Petrella, Una città perfetta
di
Francesco Forlani

Uno.Scrivi come se dovessi essere letto dai tuoi nemici.

“L’esperienza mi ha insegnato che è impossibile non scrivere per i propri nemici, e innanzitutto per loro, perché sono sempre loro a gettarsi per primi su quello che scrivete. Sembra che non abbiano altro da fare. Chiamo nemico il vigilante, il sorvegliante, lo sbirro ideologico, tutto il pretume burocratico che si fa carico della morale del tempo, il tutto negando che lo sia, visto che ci tengono a far passare come naturale ciò che è un ordine, un potere, il terrore. Farei fatica a considerare come semplici avversari e non nemici, gente il cui unico sforzo consiste nel rendersi invisibile in tanto che ordine virtuoso e a sancire così il loro dominio.”
Philippe Muray

Sorpreso. Quando ho trovato tra gli entusiasti recensori de “ la città perfetta” , un redattore de “ la destra”, sì proprio dell’organo d’informazione di Storace e compagnia sono rimasto sorpreso. Un brivido mi è corso lungo la schiena. E mi sono detto: “Vuoi vedere che quelli mi stanno diventando intelligenti? “

Ma allora per chi scrive Angelo Petrella, a quale nemico ha pensato quando ha dato alle stampe la sua città perfetta?

Prima di tentare una risposta vorrei proporre la cartografia che mi sono composto come lettore appassionato, coinvolto, incazzato, sedotto di un libro che è tutto tranne che facile,nonostante si legga tutto d’un fiato, di una narrazione che sicuramente ha il merito di essere visionaria e “ sperimentale, ” insomma il tipo di libro che piace a me.