di Lorenzo Tomasoni

Se ne stanno tutti seduti con le braccia conserte e lo sguardo abbassato per la preghiera, quando Colin McRooe all’improvviso si alza in piedi. La faccia gli è diventata una maschera di sangue. Qualcuno emette un grido, mentre lui no, nemmeno un gemito. Si dirige verso il portone laterale della navata come si fa quando il prete dice la messa è finita andate in pace, mentre invece non si è nemmeno arrivati al padre nostro. Chiamate un’ambulanza, dice qualcuno, è il castigo di Dio, ma Colin sembra intenzionato solo a prendere una boccata d’aria. Nel goffo tentativo di uscire dalla chiesa sbatte il fianco contro i banchi un paio di volte, procedendo a tentoni per guadagnare la maniglia del portone, poi lo afferrano bloccandolo sulla soglia.
Da dove proviene la luce, in questa immagine? Una manciata di centimetri, questa la distanza che intercorreva tra la punta della falange alzata in tono interrogativo e il pallido viso di Colin, prima che il respiro dell’insegnante di arte subisse una flessione spontanea fino a paralizzarsi in attesa del responso. Da bambino, durante l’interrogazione, Colin McRooe si limitava a fissare il libro lasciando che fossero gli altri ad individuare il punto focale da cui la luce nel quadro proiettava prospetticamente le ombre degli oggetti. A quella domanda la sua mente vagava sempre altrove, attratta da curiosità più profonde. Dopo l’incidente, alcuni anni dopo, Colin sosterrà che proprio quella domanda posta con semplicità dalla maestra Fleming fu il primo stimolo che lo spinse a cercare la verità nella luce.
Al termine delle lezioni l’accompagnatore Durth Filligan, detto piè veloce perché un congenito tallone sbeccato lo faceva camminare con un’andatura precaria e oscillante, scortava a casa gli alunni imboccando i sentieri ghiaiosi di Millenium Park. Mentre ascoltava Filligan sentenziare spropositi sulla negligenza della squadra di manutenzione comunale, Colin McRooe, amabile e biondo bambino di terza elementare, figlio di Arthur McRooe (dispotico bestemmiatore, proprietario di una panetteria in Grafton Street) e di Donna McRooe (casalinga dal fervente spirito cattolico) nata O’Neill, amava spesso osservare con la coda dei suoi bonari occhi azzurri la fontana al centro del parco, dove a volte la luce rimbalzava rifrangendo l’ondulata forma dell’acqua sulle statue sovrastanti. Era uno stato sospeso e delicato, quasi fragile, quello in cui sforzandosi di isolare ogni volta un particolare diverso, come il movimento palmato dei germani tra le foglie cadute nello scolo della fontana o la porosità marmorea del naso sbeccato di un tritone, Colin cercava di capire da dove provenisse la luce che lo colpiva con così tanta intensità, in quell’immagine. «Ehi, senti un po’» osò un giorno chiedere a Martin Murray, bambino grassoccio e dagli occhi sporgenti nonché suo compagno di fila fisso da almeno sei mesi, «da dove proviene la luce, secondo te, in questa fontana?».
Invaso da un buon senso tale da impedirgli di rispondere a una banalità così ovvia, Martin Murray si limitò a sorridere, lasciandogli andare la mano che per obbligo doveva tenere stretta per tutto il tragitto verso casa. Eppure già allora, in certi frammenti iconici della realtà, c’era qualcosa che continuava a ossessionare Colin McRooe tanto da trattenerlo interdetto a fissare per ore qualsiasi cosa emergesse dal mondo infantile che lo circondava, senza riuscire a cogliere che cosa veramente vi brillasse dentro. Quando capì che gli altri non condividevano la stessa sensazione, per vergogna smise di parlarne. Con il superamento dell’infanzia la domanda divenne meno assillante nella mente di Colin, il quale per molto tempo finì per essere incapace di scorgere altro nella realtà se non quello che chiunque, con una comune dose di diottrie, avrebbe potuto vedere.
Il risveglio della sua facoltà luminosa avvenne infatti durante il suo diciottesimo anno di età, nel bel mezzo dell’ultimo anno di scuola, quando Annie Faith, ragazza sbarazzina dai modi gentili anche se un po’ troppo energici, spruzzò con naturalezza un po’ di limone nel suo tè pomeridiano durante una pausa dallo studio. Il succo di limone cadde a piccole gocce davanti a quel viso tondo e non particolarmente bello, sconvolto però da una risata argentata che in quel momento ricordò a Colin la stessa melodia degli zampilli d’acqua a Millenium Park. Anche questa volta rimase folgorato da qualcosa, ma che cosa? Non riusciva proprio a venirne a capo. Era forse la tonda luminosità proveniente dalle lacrime del limone? Oppure i crateri incavati sulla superfice butterata della sua scorza? O ancora, perché no, l’acquosa consistenza degli occhi bovini di Annie Faith unita alla particolare angolatura assunta dalle sue dita intente a spremere il succo nella tazza? Colin McRooe sapeva solo che nel momento della spremitura qualcosa era tornato ad irradiarsi come una scheggia luminosa nei suoi occhi, fino a folgorarli per sempre.
Esperimenti simili a prove di laboratorio si svolsero nei giorni seguenti in camera di Colin, intenzionato a rievocare anche solo per un attimo quella sensazione che gli aveva attraversato la carne. Dopo essersi procurato una cassetta di limoni maturi, si mise a spremerli uno dopo l’altro in una tazza piena di tè, fino a renderlo un concentrato giallognolo e inacidito. Colin continuò i tentativi per un paio di giorni, fino a quando, scoperto a rubare i soldi dalla cassa della panetteria di suo padre, subì la consueta dose di schiaffi in cui i calli delle mani di suo padre gli lasciavano impresso sul volto tanti piccoli puntini rossi e roventi. Arthur pensò che chiunque avrebbe gridato nel riceve schiaffi così forti da far male alle ossa, ma suo figlio no, nemmeno un gemito. Nel momento in cui la debole luce della camera si sovrappose al viso di suo padre Arthur scolpendolo nella rabbia, una luce ancora più intensa attraversò finalmente, ancora una volta, quello di Colin McRooe. Fu l’ultima coincidenza necessaria per convincerlo a dedicare il resto della sua vita a catturare quella luce, ovunque fosse stato in grado di scorgerla.
Con le guance ancora gonfie, Colin scese in cantina, recuperò una vecchia macchina fotografica a cui mancava l’obiettivo, e dopo averla pulita e sistemata, iniziò a dedicare tutto il tempo libero alla verità nella luce. Di Annie Faith, di cui fino a qualche giorno prima credeva di essere innamorato, non parlò più. Nel corso dei mesi si rese conto però che più catturava immagini, più la luce sembrava sfuggire al suo obiettivo, e quando si soffermava su un soggetto che dal vivo gli pareva vibrare di luce propria, come per esempio la gamba metallica di un tavolo da esterno in una veranda assolata, ecco che nel momento in cui lo immobilizzava nel rullino questo perdeva la sua carica elettrica, rendendo quella fotografia nulla di più che un’immagine qualunque.
Colin McRooe nel frattempo concluse gli studi superiori senza roboanti risultati. Quando Arthur McRooe, dopo averlo tenuto in soggezione per più di vent’anni, morì per un arresto cardiaco nel bel mezzo della preparazione di una pagnotta di grando duro, Colin restò a vivere con la madre, continuando insieme allo zio Ernest a gestire la panetteria di famiglia e a fornire al quartiere il pane quotidiano così come per tanto tempo aveva fatto suo padre. Colin McRooe trascorreva le giornate in camera sua ad osservare le fotografie che aveva scattato, senza uscire mai se non per andare al lavoro o in chiesa con la madre, ultimo luogo dove vedrà la luce con i suoi occhi prima di essere trasportato in ospedale e poi trasferito in una casa di cura psichiatrica. Nei lunghi mesi prima dell’incidente, l’estenuante ricerca si era svolta con metodo, e a furia di scandagliare le immagini senza risalire all’origine ultima della lucentezza, ecco che Colin McRooe era giunto ad identificarsi così tanto con quell’indagine da non poter più pensare ad altro, ed ogni occasione era buona per andarsene in giro cercando di rispondere all’unica domanda che in fondo gli era mai davvero frullata per la testa: riesci a vedere la luce, in questa immagine?
Mentre fotografava una prugna spiaccicata sul pavimento di linoleum di casa sua, durante una sessione di fotografia nei primi giorni di aprile, Colin McRooe fu colto dalla feroce intuizione che non ci sarebbero mai stati criteri oggettivi o inquadrature luminose artificiali che avrebbero potuto inchiodarla per sempre alla realtà. Imprigionata dunque dentro di sé senza poterla possedere, la verità della luce poteva sorprenderlo all’improvviso senza ripresentarsi per mesi, e in quel periodo di tempo Colin si sentiva sperduto e abbandonato, così vicino ad un sentimento tragico della vita che non gli importava nient’altro se non ritrovare ancora per un attimo la levigatezza assoluta e trascendente di quella lucentezza. Poi avvenne l’incidente.
La chiesa è semideserta, quella mattina. Capita spesso che Colin McRooe accompagni la madre a messa nel fine settimana, ma quel giorno, dirà lei, chiede espressamente allo zio Ernest di assentarsi dal lavoro per poter venire. Assistono alla celebrazione alla chiesa del Santo Spirito, e poi a quella seguente presso la chiesa di Sant’Andrea. È sempre stato un bravo ragazzo, forse un po’ triste, dirà poi lo zio Ernest interrogato sulla vicenda. Colin McRooe, poco dopo l’inizio della messa e precisamente tra il salmo responsoriale e la seconda lettura, proprio nel momento in cui padre Jason alza le braccia al cielo per procedere con la liturgia e le maniche della sua veste gli si affusolano sui gomiti e il suo l’orologio da polso segna le dieci e diciassette, si afferra lentamente le palpebre infilandosi le falangi nell’incavo dell’orbita fino a farle scivolare dietro al nervo ottico, e senza alcun segno di dolore o un singolo sussulto, si strappa i bulbi oculari cavandosi gli occhi. Il sangue inizia a colare rigandogli il volto, fino a ricoprirlo con una maschera viscosa simile ad un sottile strato di cera rossa. «Me l’ha detto la luce, di togliermi gli occhi» dirà Colin McRooe una volta giunto in ospedale, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. All’età di vent’anni rimarrà cieco a vita, dopo aver compiuto un atto per cui, a detta dei medici, era stato necessario possedere una forza sovraumana. Nel breve incontro con la madre, prima di entrare nel reparto di psichiatria, le sue parole tenteranno di testimoniare solo l’avvolgente visione di una luminosa oscurità. E dunque, riesci a vedere la luce, in questa immagine?
Foto di Ashish Bogawat da Pixabay



















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Qual è il tema portante di questo romanzo psicologico? Credo sia la nevrosi di colui che è poi il protagonista assoluto, Paolo. Nevrosi causata dall’episodio terribile a cui ha assistito da bambino: l’uccisione della madre da parte del padre. In sostanza, un femminicidio. O meglio: non il dramma dell’atto in sé ma quello peggiore di chi si trova nella doppia posizione di figlio della vittima e di figlio dell’assassino. Serena Penni scava nel profondo della psiche di Paolo portando alla luce le ossessioni che lo tormentano: il terrore di aver ereditato il gene dell’omicida, il dubbio mai estinto di essere il vero autore dell’assassinio della madre, l’esistenza dentro di sé di un devastante complesso di Edipo e la conseguente ricerca disperata della figura materna nelle donne che incontra. Con un amore-odio che in uno slancio autodistruttivo lo porta addirittura a frequentare la casa di Shantal, luogo per scambisti.













Arno Breker scolpisce un busto di Ezra Pound





(San Francisco, 1870).
Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.