di Sergio Garufi

Una delle immagini più suggestive, nel Trionfo della morte di D’Annunzio, è quella della scoperta del Duomo di Orvieto, quando il protagonista del romanzo percorre un dedalo di vicoli angusti nel centro storico della città e alla fine prova questa epifania scioccante (“d’un tratto, in fondo a una via, un miracolo: il Duomo“), come di un mostro sorto dal nulla.
Il tema del percorso, di come cioè un’opera si sveli attraverso il tragitto (interno o esterno, tattile o visivo) che ci conduce a lei, si ritrova pure negli studi che riguardano Castel del Monte. Mentre il primo è una brusca apparizione che sconcerta perché inattesa, il secondo si palesa subito, e si scorge già a grandi distanze. La strada da Andria scorre dritta per chilometri e il castello è là, in fondo, minaccioso e terribile come una corona imperiale poggiata sul terreno. Il tracciato è lo stesso dei tempi di Federico II, e l’impressione, man mano che ci s’avvicina, è che l’effetto intimorente sia deliberato. Un simbolo di potere così grandioso e inaccessibile da scoraggiare sul nascere qualsiasi velleità di sovvertirlo, provenisse da sudditi rivoltosi o da sovrani belligeranti.


Nella vita quanti scrivono romanzi? Diciamo che nella vita il romanzo non esiste. Quando qualcuno racconta una storia mai accaduta, viene censurata come frottola o menzogna e espunta dalla circolazione sociale. Certo il racconto, la narrazione, il mito, sono già presenti nella vita, ogni racconto che ascoltiamo al bar è una narrazione, ma è la narrazione di una realtà, o di un’irrealtà, nel caso del mito, ritenuta reale.
Il 21 maggio alle ore 21 Nazione Indiana organizzerà a Milano, al Teatro i, un nuovo incontro per festeggiare la traduzione ancora in corso della 
Di Biagio Cepollaro




