Home Blog Pagina 144

Le librerie più belle del mondo sono sempre le stesse

0

di Giorgio Pirazzini

 

Le librerie indipendenti parlano con due linguaggi, quello della fierezza della qualità del servizio rispetto all’anonimato delle grandi catene e quello dell’imminenza del naufragio perché “in Italia si legge sempre meno”.

Ma c’è uno sparuto gruppo nel mondo che invece non ha problemi di vendite, sono “le librerie più belle del mondo”. Il virgolettato viene dai titoli che si trovano sul web: ogni anno, forse ogni mese, c’è almeno un sito che pubblica, prendendolo da un post precedente di un’altra testata, una galleria di foto delle più belle librerie del mondo e l’articolo viene a sua volta rimbalzato da diverse testate.

Ricordando Francesco Leonetti

2

di Giorgio Mascitelli

E’ scomparso nella giornata di ieri a Milano Francesco Leonetti ( 1924-2017), poeta, scrittore, militante politico e figura di rilievo della letteratura italiana novecentesca. Se il suo nome in sede storica richiama innanzi tutto due riviste e due esperienze cruciali del Novecento italiano come Officina a Bologna negli anni Cinquanta con Pasolini, Roversi e altri e Alfabeta negli anni Ottanta a Milano con Eco, Balestrini, Volponi, Maria Corti e altri, la sua cifra intellettuale più autentica è stata quella di coniugare una forte passione politica con un’inesausta curiosità culturale: per Leonetti il piano della conoscenza del mondo e quella della critica dei rapporti di forza che ne determinano le gerarchie erano strettamente intrecciati. In questo senso egli apparteneva a una civiltà letteraria e politica profondamente diversa da quella attuale.

La forma della rivista, tipica del resto della cultura letteraria del Novecento, era per Leonetti il veicolo ideale di questa attitudine etica prima ancora che estetica e intellettuale, nella quale lo slancio conoscitivo e la tensione ideale si fondono. Questi elementi si ritrovano anche nelle sue tappe poetiche più significative da Percorso Logico 1960-1975 a In uno scacco fino a Le scritte sconfinate. Del resto la lucida passione che lo animava era di solito il tratto che colpiva immediatamente chi l’ha conosciuto, ma, anziché perdersi nella congerie dei ricordi,  verosimilmente il modo più giusto  per ricordarlo è ricorrere ai suoi stessi versi:

Io nativo cosentino in un fitto di larici

guardavo infante d’estate, mondo caldo,

alle colonie greche tra i sibariti

e ai popoli delle coste:

che danno sotto la ghiaia la sepoltura

a corpo rannicchiato, come a feto.

E ho naso forte e sesso

con allegrezza. Utopia nella testa…

La lingua è di Campanella e vociana  

e di militanti moderni, addolcita

con suoni di Bologna, negli studi.

Le ragioni di arcaico

che tollero o amo, volterriano del sud,

sono di base con furore logico.

Da La prima posa in AA.VV. Poesia italiana della contraddizione, Roma, 1989

 

 

Norbert Conrad Kaser

0

di Valentino Liberto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In autunno, i boschi d’alta quota del Sudtirolo si punteggiano di giallo. Sono i larici, unici tra le conifere a non essere sempreverdi, ad accendersi di colore

Posizione orizzontale. Su Progetto per S. di Simone Burratti

0

di Claudia Crocco

Progetto per S. è il primo libro di Simone Burratti, ed è una delle prime uscite all’interno di “Le Civette”, la recente collana che la Nuova Editrice Magenta ha dedicato alle opere prime. Magenta è la casa editrice che ha pubblicato Laborintus di Sanguineti nel 1956; nella storia della letteratura italiana il suo nome è legato soprattutto ad opere d’avanguardia. Anche la plaquette di Burratti è sperimentale, come si legge nel risvolto di copertina firmato da Viviana Faschi, ma lo è in modo diverso non solo rispetto alla Neoavanguardia, come è ovvio, ma anche rispetto a molta poesia di oggi che presenta un marchio esibito di sperimentalismo.

Il libro si compone di quattro sezioni (Posizione orizzontale, Costruzioni, Appunti per un distacco, Quadrato), ognuna contenente cinque testi, per un totale di venti. La terza sezione è quella più esplicitamente sperimentale: Poesia dello zenzero e Scarborough Fair possono essere considerati esempi di googlism; Cronologia consiste nell’elenco di tag o frasi tipiche della pornografia; Stinkfist è una traduzione molto libera di una canzone dei Tool, come si legge nella Nota alla fine del libro. Nessuno di questi testi, dunque, è scritto per rispecchiare o permettere l’espressione di una voce individuale; eppure sono in continuità con la voce presente nel resto di Progetto per S., che può sembrare autobiografica.

 

Agosto oscuro

0

(Tommaso Labranca ha scritto molto. E molto di ciò che ha scritto ha avuto diffusione carbonara, roba per pochi iniziati, autopubblicazioni, email, blog… Luca Rossi, dopo la sua morte, ha raccolto alcuni di questi testi introvabili, li ha organizzati e ora, nella collana dei libri di Tipografia Helevetica, finalmente ripubblicati (per i tipi della “loro” microcasa editrice). In attesa del doveroso anti-meridiano labranchesco, questo mi sembra un buon inizio. Pubblico qui di seguito la affettuosa introduzione al volume di Luca, spronandovi ad acquistare il volume. Basta un click. G.B.)

 

di Luca Rossi

Se solo fossi stato più veloce. Avrei potuto prendere la rotella della pizza Alessi a forma di orso polare blu che Tommaso aveva coordinato con il portabiscotti Mary Biscuit in termoplastica blu, con la zuccheriera Gino Zucchino Alessi, sempre in blu e avrei potuto operare il salvataggio cerebrale. Avrei usato lo spremiagrumi Mandarin per scolare il cervello e lo avrei collegato al powerbank che ho sempre nello zaino. Per tutto il resto ci sarebbe stato tempo: l’avrei potuto mettere in un acquario per pesci e lui sarebbe rimasto lì dentro, completo di occhi e nervo ottico, con tutto l’occorrente per continuare a guardarmi durante la procedura. Avrei sostituito la batteria portatile con un avviatore d’emergenza per auto o con una batteria per tir e avrei tenuto Tommaso in vita, lì immerso un altro po’ in una sostanza lattescente e nutritiva. Dall’acquario avrebbe continuato a guardarmi, con gli occhi sempre aperti, ancora vivi, alimentati dallo starter, collegato in due punti distanti del midollo spinale, per alimentarlo. Tommaso mi avrebbe guardato tutto il tempo, attraverso gli occhi, fissi, ma non spenti, un po’ come succedeva in una delle scene più pulp di Robocop II: un cervello, estirpato e messo sott’olio, ascolta i chirurghi parlare di come il resto della sua persona verrà smaltito, in umido probabilmente. Io avrei dedicato la massima cura a questi amabili resti, li avrei dispersi sul Sacro Monte di Varese, come voleva lui, facendo partire sull’iPhone Ascent (An Ending) di Philip Glass, come concordato con lui e subito dopo un pezzo qualsiasi degli Wham! Con George Michael che di lì a poco si sarebbe nullificato come Tommaso.

Penso che Tommaso avrebbe vissuto bene anche all’interno di un barattolo di miele che era la sua unica dipendenza. Avremmo continuato a parlare, telepaticamente. Certo ci sarebbe stato qualche problema per andare al ristorante e anche per elaborare un complicato dress code per un nuovo indimenticabile evento della stagione autunnale della MaisonLabranca, ma avremmo avuto tutto il tempo del mondo per trovare una soluzione.

In questa brutta copia del Cervello di Donovan io non avrei avuto la faccia di Lew Ayres, il primo Dottor Kildare e non avrei nemmeno potuto contare sull’assistenza della futura signora Reagan, ma al massimo della mamma di Tommaso che si sarebbe messa a urlare vedendomi prendere i guanti di lattice e la rotella della pizza a forma di orso polare che a Tommaso piaceva tanto, ma che non aveva mai usato.

Sarebbe stato il degno epilogo dell’agosto oscuro di Tommaso Labranca, un agosto passato a lavorare all’ennesima biografia su commissione e che si sarebbe concluso come uno dei libri più celebri del poco celebre Clifford Siodmak, che da noi è arrivato solo sotto forma di Urania altamente disintegrabile, fragile come tutte le cose belle.

Tommaso però avrebbe potuto continuare a scrivere, mi avrebbe dettato le cose telepaticamente, proprio come a scuola, come avviene nelle pagine più belle di quell’Urania: un dettato come a scuola e avrebbe finito il libro sul mondo del lavoro e del lavorìo intellettuale che aveva il nome di lavorazione Cyclon come la polvere che il padre di Tommaso, gommista, usava per pulirsi le mani e che aveva scelto per quel suo  suono così dannunziano.

Nel cervello di Tommaso, quell’insieme di volute grigie che ora mi osserva silenzioso dall’acquario, sarebbe stato un Cuore 2.0 ambientato nel meraviglioso mondo di chi millanta una miseria balzachiana perché per vivere «lavoro coi libbri!» come ama urlare alle amiche coatte.

Il nuovo Cuore o Cyclon sarebbe stato pubblicato da Ventizeronovanta? Non è detto. Tommaso diceva spesso di voler cercare un altro editore, diverso da noi, cioè da me solo ora che lui si è ridotto a encefalo galleggiante, ma chi? Nel dubbio un contratto con se stesso, con Ventizeronovanta non era vincolante, ma avrebbe dovuto sottoporre il testo al vaglio del giudice-editor più severo: lui stesso.

Ci aveva preso gusto a farsi le cose da solo, perché «tanto non vendo, non m’interessa vendere se devo scrivere cose che non mi piacciono» e quindi era meglio vivere dignitosamente con le biografie alimentari come quella del cantante di Pontedera, oppure elemosinando articoli da Libero, «gli unici che mi fanno lavorare» e, sento che telepaticamente il cervello lo sta impremendo a fuoco tra le mie sinapsi, gli unici che mi facciano scrivere quello che voglio, come lo voglio.

Steve Martin, del quale Tommaso aveva curato la biografia per Excelsior 1881, l’editore che ci ha fatto incontrare (nel senso che grazie a Excelsior 1881 abbiamo preso a frequentarci ogni giorno, quando stavamo editando un mio libro), viene sedotto da un cervello in Ho perso la testa per un cervello: il protagonista s’innamora di una conserva di neuroni. In tutti i cerebri però è radicato un forte istinto di sopravvivenza, siano essi in vetro o all’interno della scatola cranica, o in un hard disk esterno pieno di file interrotti. Così quella cartella, nominata maliconicamente “cose da fare” chiede giustizia, perché la morte, prematura, di un cervello eccezionale, è sempre un’ingiustizia, anche se questo cervello non è morto.

Come il protagonista del Cervello di Donovan anche io mi chiedo cosa abbia originato il pensiero di Labranca, perché l’encefalo non me lo vuole dire. «Il pensiero è frutto di un processo chimico, il problema è scoprire quali combinazioni chimiche siano responsabili del successo, della gioia, del dolore, del piacere» diceva il Dottor Kildare a Nancy Reagan guardando dentro l’acquario nel quale galleggiano i neuroni di un miliardario mitomane.

Il cervello di Tommaso invece è reticente, quindi devo rispondermi da solo: è l’isolamento, quella solitudine che ricercava e nella quale mi era permesso entrare solo in punta di piedi. La solitudine che difendeva e che percorreva, percorravamo, in bicicletta nella lunga estate milanese fatta di asfalto rovente e di parcheggi facili, una città svuotata dalla volgarità impiegatizia sciamata verso località amene animate da dj set chiassosi, olio abbronzante su addominali faticosamente piallati per nove mesi all’anno in attesa di questi quindici giorni di trasgressione.

Sento che queste cose me le sta suggerendo il cervello telepaticamente. È questo cervello che ha scritto i frammenti che andrete a leggere e che sono stati scritti in anni diversi, ma sempre in questo periodo, il periodo che va dagli ultimi giorni di agosto ai primi di settembre, fino alle prime castagne mature, chiuse nel loro riccio come il cervello di Tommaso era chiuso nel corpo prima che lo liberassi. Sono anche i ricordi più belli che ho di Tommaso. Lo vedo con l’encefalo inserito nel corpo, io e lui, attraversare la città svuotata con le bici del comune e la cartella stampa del suo ultimo libro, Vraghinaroda per portarlo in gallerie d’arte e redazioni che non risponderanno mai. Oppure lo rivedo a raccogliere castagne nei boschi vicino a Varese «La mia Combray» o ad attraversare il decumano dell’Expo in una sera di ottobre dell’ultimo autunno che ha visto, la stagione che amava, tanto quanto odiava l’estate. È questo agosto oscuro, quello che ha distrutto il suo corpo fisico che lo ha elevato sopra quel grigio cielo impiegatizio dove Labranca ha ambientato 1+1=1 e che odiava fino al midollo (quindi anche ora che è un cervello), fin da quando lavorava all’enciclopedia della pesca DeAgostini, della quale ricordava maliconicamente il bar della metro di Caiazzo e l’Apple II che aveva portato un capodanno a casa per lavorare, proprio come noi due a capodanno 2015 che ci siamo trovati a lavorare a Tipografia Helvetica mentre il resto del paese faceva il trenino. Eccola la patetica libertà di chi vive nel meraviglioso mondo delle letterine e cerca di scaldarsi nel freddo inverno metropolitano solamente con collaborazioni a riviste e quotidiani come in Iva è partita, fiaba patetico-fiscale che è la vita di chi si deve procacciare un reddito giorno per giorno. Così quando l’ultimo modello di iPhone, che racconta mesi di stenti per pagare le rate e che non suona perché le redazioni sono chiuse ad agosto come a dicembre. In questa bolla di caldo africano o di gelo iperboreo si consuma la tua personale apocalisse urbana, fatta di attese irrealizzate e fatture non pagate. Viene da chiederti dove hai sbagliato, forse peccando di eccessiva purezza.

In uno di questi agosti Tommaso aveva scritto le Poesie dell’agosto oscuro e H20, Il sussurro dell’acqua, che chiude la raccolta e che è stato presentato in occasione del primo compleanno di Ventizerovanta. È stato invece il silenzio dei boschi insubrici a ispirargli Una zampa più corta ed Applesina, in uno dei pomeriggi passati a raccogliere castagne. «Ti fa piacere se li pubblichiamo? Anche se tu dicevi che alla tua morte avrei dovuto bruciare tutto?» Il cervello mi fissa, ma non risponde. Mi viene voglia di usarlo come un iPod Shuffle, uno strumento magico in grado di azzeccare sempre la playlist giusta per uno specifico stato d’animo, un libro-game che ha per protagonista Milano o una LabrancApp che sfruttando il gps e la realtà aumentata attivi un’ologramma tridimensionale di Tommaso ogni volta che attraverso in bici un luogo della città che ho visitato con lui. Quello che invece posso fare è un Labranca superpocket compatto e tascabile, che è un po’ quello che è stato raccolto nelle pagine che seguono. Accontentiamoci nell’impossibilità di avere un Labranca “aumentato”, ridotto nel peso e nello spazio occupato, ma virtuale e interattivo, ologrammatico, vivo in qualche modo, con il quale interagire ancora, come l’intelligenza artificiale del film Lei, ologrammi più veri dei replicanti senz’anima quotidianamente immessi e ritirati in un mercato in cui è difficile distinguerli dagli uomini dotati di anima. Una specie di Blade Runner 2049, ma con le prime umide foglie gialle settembrine al posto della pioggia sempiterna a manifesto di questi anni incolori. Il cervello di Labranca sarebbe più umano di tanti uomini interi. Potrei metterlo in un tupperware con del ghiaccio secco e infilargli un cappellino di lana per il freddo. Lo metterei nello zaino e poi nel cestino di una BikeMi e pedalerei alla volta del McDonald’s di Porta Venezia o di Brenta o in uno dei tanti posti in cui andavamo assieme a lavorare. Sarei disposto a correre il rischio di farlo spiaccicare sull’asfalto, proprio come nel finale di Robocop II. Rabbrividendo ogni volta che la ruota della bicicletta incontra l’infida superficie di porfido del temibile pavé cittadino, perché tutti i cerebri celebri del cinema fanno sempre una brutta fine. E troppo spesso anche nel mondo vero.

Gli abneganti

1

di Simone Panepuccia

Questo racconto è stato presentato e letto al corso della Scuola del Libro “Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker” tenuto da Luca Ricci

 

Tutto iniziò con un capello più lungo del normale. Quella mattina Lucio Scolari si stava pettinando e, come tutte le mattine, lavorava al camuffamento del suo principio di calvizie.
La piazza scoperta sulla sua testa si allargava e la lacca, che doveva ridistribuire i pochi capelli rimasti, seguendo un algoritmo più efficiente, non bastava più.

Si era accorto, quella mattina, che uno dei capelli con cui era solito ombreggiare la chierica, si era fatto grosso, nero come un cavo elettrico, e lungo, molto più lungo degli altri.
Gli fece fare due giri intorno alla piazza e lo fissò con un grappolo di capelli presi da un lato e paralizzati con diverse spruzzate di lacca.

Poi smise di pensarci e andò in ufficio.
Simone Fibonacci, il suo project manager, lo convocò nel suo ufficio per informarlo della situazione: Globalware Italia, il cliente che foraggiava tutta l’azienda con le sue grasse commesse, richiedeva la presenza di un analista software nella sua sede di Milano.
– È per quel problema che c’è stato lo scorso week end? – chiese Lucio. Fibonacci annuì. – La spiegazione che gli abbiamo dato non li ha convinti.
– Infatti era un po’ debole.
– Non potevamo dirgli che i loro siti web sono andati giù perché la nostra rete non ha retto il carico, che dici Scolari?
– Dico che in questo caso non ci sono molte scuse che tengano. Forse dire la verità…
– Non se ne parla. Ci fanno il culo a brani. Tu stasera parti per Milano e ti inventi una scusa migliore della nostra.
Mentre stava per uscire dall’ufficio del Fibonacci, i suoi capelli cominciarono a forzare lo strato di lacca che li teneva congelati.
– Scolari, una cosa… – intervenne il project manager senza alzare gli occhi dal notebook. – Ti ho girato un’email di quel coglione di Serafini, della Banca di Trento. Dagli una risposta, io non ci ho capito niente. Sempre a rompere i coglioni, quello lì. Un giorno o l’altro li mando a cagare, ‘sti pezzenti.
Lucio annuì senza voltarsi, temendo che i suoi capelli stessero prendendo il volo e si infilò in bagno. Davanti allo specchio non c’era sentore di ribellione: la lacca stava tenendo, ma allora perché sentiva questa sensazione, questo formicolio? Si osservò meglio e vide che il capello anomalo si era ingrossato ancora, soprattutto sulla punta, dove stava emergendo un pezzetto di metallo. Lo infilò sotto il ciuffo e uscì dal bagno.

Prese il Frecciarossa Roma-Milano delle 19, perché fino alle 18 era dovuto rimanere in ufficio. Anche se non importante come Globalware, la Banca di Trento era comunque un cliente di rilevo, checché ne dicesse Fibonacci. A volte non capiva come potesse, uno come lui, fare il project manager: l’azienda aveva bisogno di dirigenti come un bambino ha bisogno della mamma. Lui sapeva che molte volte bisognava sacrificarsi per questo bambino, passare notti insonni, preoccuparsi se qualche server faceva i capricci, chiudersi in ufficio durante il week end finché il problema non era risolto. Invece il Fibo se ne andava, per dire, tranquillo in settimana bianca e lasciava a lui tutte le incombenze.

cosedicasa

1
di Jacopo Ninni

Aperture 

Non ci restano
molte sorprese
ma il gesto è sufficiente
a rinfrescare la memoria

Preliminari 

Parliamone poi stasera
in un contorno di ebollizioni, fritture
e mescolamenti nella
processione fluida di idrolisi o
più congeniali amilasi,
definiremo ogni istanza al momento esatto
concentrati su un comune punto di fumo
davanti alla croccante scissione dei trigliceridi
e contemplare intanto l’imbrunire di una
generazione di destrine.
Lascia l’invidia agli occhi coagulati
delle proteine.
Decideremo allora se e quando
aumentare o calare la temperatura
con un gesto azzurro e progettuale. 

La cattiva scuola

3

di Giovanni Accardo

 

 

 

 

 

Credo che lo slogan “buona scuola”, con cui il governo Renzi ha chiamato l’ultima riforma scolastica, sia speculare allo slogan berlusconiano “forza Italia”: cioè superficialmente sottoscrivibile da tutti, nella sua genericità. Chi, infatti, potrebbe auspicare una cattiva scuola? Eppure quella disegnata dalla legge 107, nei fatti e nei giudizi di moltissimi insegnanti, è una cattiva scuola. Ne sono convinte due insegnanti di Palermo, Stefania Auci e Francesca Maccani (quest’ultima in realtà trentina trapiantata nel capoluogo siciliano), che su tale riforma hanno scritto un agile libretto intitolato, appunto, La cattiva scuola (pp. 105, 8,00 euro), pubblicato lo scorso ottobre da Edizioni Tlon.

GLI SCRITTORI PREPOSTUMI

3

di Giacomo Sartori

(Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Inglese, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.)

Il mio quinto romanzo, l’ultimo venuto, è stato rifiutato da tutti gli editori, come del resto i precedenti.

Tre giorni e una vita

0

di Gianni Biondillo

Pierre Lemaitre, Tre giorni e una vita, Mondadori, 223 pagine, 2016
traduzione di Stefania Ricciardi

Possono gli avvenimenti di pochi giorni, tre per la precisione, cambiare per sempre l’esistenza di una persona? È esattamente quello che succede ad Antoine, un dodicenne che vive a Beauval, nella profonda provincia francese, in una delle tante anonime case a schiera, con vicini anonimi quanto lui. Antoine non ha il padre, che lo ha abbandonato quand’era piccolo, e vive con una madre fin troppo affettuosa e oppressiva. Le sue amicizie sono rare, i suoi compagni di scuola non lo considerano un vincente. Vive l’arrivo dell’adolescenza pieno di timori nei confronti della sua mediocrità, incapace di eccellere, di farsi notare.

Poi accade un fatto allo stesso tempo di poco conto eppure brutale e catastrofico: il vicino di casa uccide il proprio cane davanti ai suoi occhi. L’affetto che provava Antoine per un cane neppure suo, l’idea che coltivava di amicizia disinteressata, bambinesca, subisce un duro colpo. Da qui un concatenarsi di avvenimenti muterà per sempre la sua esistenza.

Pierre Lemaitre appare un narratore sadico con i suoi personaggi, sempre in balia di eventi dovuti al caso, deus ex machina che rimettono di volta in volta in gioco le certezze del lettore. Tre giorni e una vita ha nella sua prima parte le pagine migliori, dove i temi della colpa e dell’inganno assumono colorazioni dostoevskiane, mentre il ritratto di Antoine adulto, dopo i tre fatali giorni del suo peculiare superamento della linea d’ombra, sembra ineluttabile, senza appigli.

La scrittura di Lemaitre è concentrata su due poli: l’intreccio serratissimo, colmo di colpi di scena, e la lettura dell’interiorità del suo protagonista. Tutti gli altri personaggi, e sono molti, sembrano reagenti chimici al servizio della analisi psicologica di Antoine, un ragazzo che avrebbe potuto vivere una vita differente, se non avesse vissuto quei tre giorni maledetti.

(pubblicato precedentemente su Cooperazione n° 35 del 30 agosto 2016)

Cangura [2 prose inedite]

0

di Alessandra Carnaroli

5
dice che non sa dov’è mio padre, dice che forse gira con la macchina sempre nei soliti posti quelli che conosce a memoria tutti gli stop, dove si può superare, dove bisogna stare attenti perché ci mettono gli autovelox proprio quando torni a casa dal lavoro.
dice che porta ancora il cappellino con la scritta di versace e gli occhiali neri, se c’è il sole abbassa la capotta dice che così vede meglio le ragazze e si fa vedere, sorride fa ciao con la mano.
dice che gli piace anche se è ridicolo quando mette la polo sui pantaloni di stoffa e le scarpe da ginnastica sono troppo bianche si vede che le ha comprate da poco le mette solo per andarci in giro venire da me dice che sembra come se è sempre un turista
dice che a mia madre gli viene la nausea quando lo vede vestito come uno che va al liceo, dice che è come se lo vede che si nasconde nei bagni per fumare come se lo vede baciarsi con la ragazzina che c’ha lo scooter argento gli mette una mano nelle mutandine di monella vagabonda gli parla di vasco rossi gli fa gli squilletti nel cellulare

FACCE (elenchi # 5)

6

di Giacomo Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

facce affacciate (alle facciate)

facce affaccendate (alle faccende)

facce sfaccendate

L’Europa vista dall’Albania: Paolo Mastroianni & Patrizia Posillipo

0
Foto di Patrizia Posillipo

Ksamil-Albania

di Paolo Mastroianni

E il padrone, come al solito senza parlare, ha intascato il danaro e con un cenno del capo mi ha passato la busta coi pesci che un turista aveva appena comprato. Quattro spigole. Ho iniziato a pulirle. L’uomo si è fatto vicino: barba d’argento, occhi castani spensierati e guizzanti in un volto abbronzato e rugoso. Sicuramente italiano.

Abbassato lo sguardo, ho affondato il coltello nel primo pesce, l’ho aperto, l’ho ripulito con un giro veloce lasciando cadere le interiora nell’acqua, poi mi sono abbassato, ho allungato il braccio aldilà della chiazza rossastra e marrone di sangue e interiora intorno ai miei piedi, l’ho sciacquato con acqua di mare pulita e mi sono rialzato incrociando gli occhi attenti dello straniero: forse non aveva mai visto nessuno pulire del pesce nel mare. Ne ho approfittato e gli ho chiesto:

– Per quale motivo gli Inglesi non vogliono stare in Europa?

Sorpreso, è rimasto un poco in silenzio. Tanto per prendere tempo, ha fatto anche lui una domanda:

-Com’è che parli italiano adesso che avete televisione e canali e programmi?

-Perché voglio andare in Italia, perché anche se molti Albanesi da un pezzo dicono che ci sono paesi migliori, l’Italia è sempre l’Europa, ed è per questo che non capisco gli inglesi.

L’uomo ha chiuso e riaperto gli occhi. Poi ha iniziato a parlare, con lentezza, scandendo ogni parola:

-E’ che evidentemente gli inglesi pensano che stare in Europa sia peggio per loro, per la loro economia, per il fatto che le persone dagli altri paesi d’Europa possono andare liberamente da loro…

Ho risposto:

-Resteranno isolati, come noi che non sopportiamo nessuno e nemmeno noi stessi, la Grecia che ci ha rubato la storia, il Kosovo che pure sono albanesi ma sono e saranno diversi…

L’uomo mi guardava pensoso. Mi sono fermato. Lui ha detto:

-Non si sta bene in Italia, non c’è niente di buono davanti, c’è disoccupazione, soprattutto tra i giovani…

-Per noi c’è lavoro! – gli ho detto.

Mi ha guardato perplesso. Ho capito che pensava alludessi agli albanesi che fanno imbrogli e rapine e portano droga e gestiscono prostituzione. Così ho ripreso a parlare:

-Non ce ne sono più di italiani che fanno i muratori e trasportano mattoni e cemento, che raccolgono frutta nelle campagne d’estate, o che portano al pascolo greggi per giorni e per notti e fanno formaggio di capra e di pecora, o che lavano cessi…

Lui mi ha interrotto:

-Ed ha senso venire in Italia per fare questi lavori? Non è meglio restare?

foto di Patrizia Posillipo

L’ho fissato. Ero sul punto d’iniziare a parlare, di dirgli “Lo sai quanto prendo e solo d’estate? Lo sai che mia madre non ha medico e medicine e oramai si trascina come una vecchia? Lo sai che qui non c’è lavoro in inverno, e che in inverno c’è solo freddo e disperazione? Lo sai che qui devi conoscere per ogni piccola cosa, e mia madre non conosce nessuno e mai nessuno ha voluto conoscere?” E lui allora mi avrebbe risposto: “E pensi che avresti medico e medicine con i lavori che hai nominato? Pensi che avresti una casa, o che potresti sposarti e fare dei figli?”. E io gli avrei ribattuto: “Sarei in Italia, in Europa, dove tutto è più semplice e comodo e presto o tardi mi passerebbe davanti una buona occasione. Magari qualcuno mi farebbe portare una partita di droga, mia mamma non verrebbe a saperlo, forse lo immaginerebbe a distanza di mesi o di anni vendendomi fuori dalla miseria per sempre, e allora ne sarebbe felice dentro di sé… E seppure nessuna occasione mi passasse davanti, seppure dovessi patire la fame, sarebbe in un posto migliore, con le ragazze e i ragazzi che hanno gusto e vestiti e spensieratezza negli occhi. Almeno godrei nel vederli, a immaginarmi cresciuto come uno di loro”.

Tutto questo ero sul punto di dirgli, ma il tempo non sarebbe bastato. Così, in modo da fargli capire, ho velocemente abbracciato con uno sguardo accigliato il coltello, le spigole che ancora non avevo pulito, il grembiule marrone e rosso di sangue e interiora, la baracca con le conche e il padrone, che adesso mi stava guardando poiché c’era un altro cliente cui pulire tre pesci, albanese stavolta, con l’aria di chi va di fretta.

Fingendo di non averlo notato, ho riabbassato la testa per raschiare le squame dell’ultima spigola dell’italiano, ripulirgli la pancia, sciacquarla, avvolgerla dentro la carta, allungare il braccio e passare la busta, con un movimento deciso che ha indotto l’albanese ad avvicinarsi e allungarmi i suoi pesci, l’italiano finalmente a capire che non c’era più tempo e allora a farmi un sorriso dolce e un po’ divertito, come a dirmi che stavo sbagliando, che qualcuno mi aveva messo in testa stronzate, quindi – in un istante veloce, simile a quello in cui avevo abbracciato il coltello, il grembiule marrone e rosso di sangue, la baracca e le conche e il padrone – a guardare il tramonto, il mare pulito, la costa rocciosa, le colline verdi alle spalle, ed a dirmi un’ultima cosa prima d’incamminarsi e sparire per sempre dalla mia vista:

-E’ una terra bellissima, e si vive con poco.

A mezza bocca, senza sorriso, gli ho detto:

-Ma non è l’Europa.

L’era dell’autopromozione permanente

21

[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.]

di Andrea Inglese

C’era la rivoluzione permanente. È un concetto di cui ho sentito parlare molto tempo fa, e qualcuno me l’ha pure spiegato.

I “monelli” del Dr. Tomuschat

4


 

di Orsola Puecher

Chi sono e dove si trovavano i bambini con i vestitini sporchi e stracciati come il monello di Charlot, i monelli come con arguta dolcezza qui nelle Marche si chiamano comunemente i bambini? E i soldati e ufficiali della Wehrmacht sorridenti che li prendono per mano, le donne in posa, i neonati in carrozzina, le suorine ammassate a sbirciare da un balcone, poi con gli ombrelli neri? Nelle riprese sfocate del Dr. Tomuschat, ufficiale medico della Wehrmacht, ⇨giunte dopo molte traversie fino a noi nel terzo millennio dal secolo delle guerre, in un ordinato antico paesaggio rinascimentale di vigneti e fondi agricoli si riconosce la cinquecentesca Villa Selvatico Sartori di Battaglia Terme, Rovigo, sui Colli Euganei, con la sua lunga scalinata a terrazze, la quadrata sagoma massiccia, il belvedere tutto intorno, la cupola turrita. Edificata in cima al colle di Sant’Elena, detto fin dall’alto Medioevo “colle della Stufa” (o stupa) per la presenza di una famosa grotta sudorifera, la Grotta Radioattiva, per curare malattie e dolori articolari con il calore e le acque termali che sgorgavano dal sottosuolo, fu frequentata nel tempo da famosi personaggi: da Francesco Petrarca, al duca Francesco III di Modena, il filosofo Michel de Montaigne, lo scrittore francese Stendhal e il poeta tedesco Heinrich Heine. E li possiamo ancora immaginare, sudati e accaldati, seduti fra le rocce vulcaniche, avvolti in bianchi panni drappeggati come senatori romani, o dannati di un un qualche antro acherontico dantesco.

Nel filmato appare anche un grande edificio “moderno”, in stile ventennio, che è lo Stabilimento Termale INPFS, Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale: un suo padiglione era stato adibito in quegli anni a ospitare i molti orfani di guerra della zona. Cosa che giustificherebbe la presenza dei “monelli”.

Lo stabilimento idro-termale, costruito ai piedi del colle per preservare la littoria salute dei lavoratori, venne inaugurato in pompa magna nel 1936, alla presenza di autorità regie e fasciste, Piccole Italiane e Balilla e folla festante.

 

Nel ’43-’44 l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale fu requisito dal comando Tedesco per ospitare il Feld-Lazarett 95, ospedale da campo della 5a Gebirgs-division della Wehrmacht, una divisione di montagna paragonabile agli alpini. La 5a Gebirgs-Division dopo le vittoriose operazioni militari nell’isola di Creta nel ’41, che si conclusero però con grandissime perdite di uomini, dopo l’impiego nel settore sud-ovest di Leningrado, dove fronteggiò l’Armata Rossa fino al novembre 1943, contribuendo tra l’altro all’accerchiamento del cosiddetto “fronte Volchov” ma subendo anche là grandi perdite, venne trasferita in Italia settentrionale per un periodo di riposo. Dal gennaio 1944 entrò in azione sulla linea Gustav, scontrandosi anche nella battaglia di Montecassino. A settembre era sulle Alpi Marittime, e il 2 maggio 1945 si arrese alla 5ª armata statunitense nei pressi di Torino.


Nel filmato del Dr. Tomuschat compaiono ufficiali, soldati, in divisa, in maniche di camicia, in esercitazioni militari che paiono scampagnate domenicali, mentre brandiscono fiaschi di vino e bottiglie di prosecco, con bambini per mano e tutti sempre sorridenti e benevoli. Anche il saluto nazista con il braccio alzato è veloce, appena accennato, simile a un normale gesto di commiato. La gente qui è in posa di fronte agli shot di cinematografia amatoriale, con cinepresa portatile Agfa Movex e pellicola Agfa 8 mm del Dr. Tomuschat e non esposta, almeno per una volta, agli shot letali delle armi da fuoco di diverso calibro dell’esercito tedesco, ormai sconfitto e per questo ancora più incattivito, in quella precipitosa ritirata attraverso il Veneto, via di fuga diretta verso la Germania, detta comunemente marcia della morte per il numero di vittime di stragi, una lunga scia di atti di pura rappresaglia e crudeltà perpetrati contro una popolazione civile inerme e provata da anni di guerra. Il filmato ricevuto e fatto sviluppare da ⇨ Home Movies di Bologna e diffuso sui principali siti dei quotidiani per vedere se per caso qualcuno, ancora dopo tutti questi anni passati, vi si riconoscesse, è ora oggetto di analisi da parte di storici e studiosi. In vari articoli che ne parlano si cerca di identificare, un po’ forzatamente, e forse inutilmente, al suo interno, fra la quotidianità pacifica della situazione tracce del Male Assoluto, che ha percorso l’Europa nella prima metà del secolo scorso. La quotidianità, l’esistenza di una quotidianità, fatta di gesti normali, insignificanti è quasi impensabile in periodi di guerra, eppure la vita andava avanti comunque, nonostante tutto, per tutti, vittime e oppressori. Ad essere oggettivi, cosa molto difficile in casi come questi, non ci si può sbilanciare nè sul versante della celebrazione degli alcuni, rari, nazisti buoni, oppure di quella certa vulgata in cui si distingue Wehrmacht buona e SS cattive, cosa che farebbe solo il gioco di un certo strisciante e mai morto negazionismo, ma neppure è possibile virare le immagini riprese di indizi di terrore imminente, come un po’ fa intendere il pur bel accompagnamento musicale di sottofondo. Il terrore è interiorizzato dentro noi che guardiamo il passato con il futuro alla spalle, nel nostro occhio che non riesce ad essere innocente di fronte alla storia e alla sue bufere. Come l’Angelus Novus di Klee-Benjamin:

IX.
C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente ma­cerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

Il nostro occhio, il nostro ricordo è sempre nell’attimo di pericolo e forse è giusto che sia così, perché il ricordare, la memoria, non sia un mero esercizio di nostalgia, di conformismo, ma la scintilla di speranza per i cui morti, le vittime, non muoiano due volte nell’oblio e nel ritorno della stessa violenza, sempre pronta a rinascere, a ritornare a vincere, e che mai non ha smesso di vincere.

VI.
Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero». Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Per il materialismo storico l’importante è trattenere un’immagine del passato nel modo in cui s’impone imprevista nell’attimo del pericolo, che minaccia tanto l’esistenza stessa della tradizione quanto i suoi destinatari. Per entrambi il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla. Il messia infatti viene non solo come il redentore, ma anche come colui che sconfigge l’Anticristo. Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.

Un dottore nazista con dei bambini con faciloneria evoca subito un qualche Mengele, eventuali terribili esperimenti su di essi, le donne le vedi come possibili deportate, rasate, nude, messe al muro, stuprate, i bambini ostaggi di rappresaglie, episodi realmente e iteratamente avvenuti, ma forse questo Dr. Tomuschat, era solo un medico militare che curava i feriti di guerra nazisti nel Feld-Lazarett 95 situato nello stabilimento termale. La cinepresa è amatoriale e quindi pare improbaibile che proprio in quel drammatico 1944 di ritirata, il film fosse girato per propaganda, ma bensì forse era solo per uso personale, per ricordo. Per raccontare a casa di un bel ricordo, da viaggio in Italia, che lavasse la coscienza dalla stragi di quel periodo, in quasi ognuno dei piccoli paesi vicini dei Colli Euganei. Il comando della Wehrmacht della zona, posto nel Collegio Vescovile della vicinissima Este, era in mano a un certo Willy Lembcke, protagonista di atti indegni. Qualcuno dei soldati sorridenti in pausa terrore del filmato vi aveva partecipato, vi parteciperà?
Nel suo romanzo La vita eterna [1972] ⇨ Ferdinando Camon, scrittore un po’ dimenticato ma che molto ha dedicato alla Storia del Veneto martoriato dai nazifascisti, descrive la crudeltà di Lembcke.

Sul far della sera arrivò nel paese una moltitudine di ragazzini tedeschi sui sedici anni, con cappotti più lunghi di loro che spazzavano la terra e le facce spaventate e perciò spaventevoli, e disponendosi metà a destra della strada e metà a sinistra, in totale silenzio come per una cerimonia sacra, cominciarono la loro processione. Dietro di loro venivano i tedeschi anziani che sopraggiungevano continuamente in camion e lasciavano i camion al crocevia incolonnandosi a piedi per la processione che andava a benedire le Sette Albare. In mezzo alla processione come una reliquia santa portata a spalle sul baldacchino veniva la faccia di pugnale del colonnello Lembcke sulla gip silenziosa che pareva procedesse a motore spento, e ai quattro lati della gip c’erano quattro ufficiali tedeschi che con la coda dell’occhio tenevano continuamente sbirciato il colonnello. Come arrivarono in zona, il colonnello ad ogni casa che incontrava pareva che si svegliasse da un sogno, perché illuminandosi di una luce sporca trasformava il pugnale in una faccia e con lo sguardo annoiato e sofferente toccava qualcuno dei quattro ufficiali, a destra o a sinistra del suo tronetto a seconda che la casa fosse a destra o a sinistra, e l’ufficiale così toccato si trasformava in bestia e schizzava via come un cane rabbioso e mordeva le file della processione che in un grande urlìo si scompigliava di qua e di là tutt’attorno alla casa come vesponi inveleniti, e poi saltavano dentro la casa per le finestre e per le porte, e per scoprire se c’era gente piantavano la baionetta sui letti trapassando i materassi e sugli armadi sforacchiando le porte e sulle madie e attraverso le tende dei sottoscala, sempre di corsa per le camere e saltando i gradini e nella fretta più volte scontrandosi tra loro con fragore di elmetti e ruotare delle occhiaie bianche senza pupilla, poi saltavano fuori per le finestre e mentre quattro si disponevano agli angoli della casa gli altri tornavano di corsa a riprendere il loro posto nella processione.

Sono casi questi in cui la colpevolezza collettiva di un intero popolo, cozza con l’innocenza individuale, effettiva magari in qualche caso, o pretesa, sempre. A tutti i processi di criminali nazisti, la scusa più usata per giustificare ogni tipo e grado di crudeltà e autoassolversi individualmente, non è sempre quella di aver ubbidito a ordini superiori?
Dando uno sguardo alla mappa dell’⇨ Atlante delle Stragi Nazifasciste in Italia, colpisce questa nuvola cosi densa di segni rossi delle etichette luogo di Google Maps, tale da non lasciare quasi intravedere l’orografia del territorio, e ingrandendo con lo zoom, ecco che si evidenzia come quasi ogni piccolo paese ne fu colpito in misura maggiore o minore.

Nel libro Soldaten, Garzanti [2012], lo storico Sonke Neitzel e lo psicologo sociale Harald Welzer analizzano i comportamenti brutali e la psiche dei soldati nazisti studiando i verbali degli archivi inglesi e americani, che trascrivono le intercettazioni delle conversazioni tra i soldati tedeschi rinchiusi nei campi di prigionia di Trent Park e Wilton Park, nel Regno Unito, e di Fort Hunt, in Virginia, Stati Uniti, e da cui emerge che quella violenza così incomprensibile era una violenza talmente profonda e ideologicamete radicata da essere davvero normale.

In Italia, in ogni luogo dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre “cominciate ad ammazzarne un po’ “. Io parlavo italiano, avevo compiti speciali.
[Dice un caporalmaggiore della Wehrmacht e un suo compagno di prigionia.]

Il tenente ci diceva, ammazzatene venti, così avremo un po’ di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta. Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava, “crepate, maiali”, odiava gli italiani con rabbia.

I sorrisi dei militari della Wehrmacht non ci ingannano nemmeno per quei pochi minuti del filmato, ma forse queste immagini ci dicono molto di più dell’Italia del ’44-’45, di ville antiche e storiche, luoghi sacri o profani requisiti dai tedeschi e che spesso furono teatro di saccheggi, di torture, e di violenze di ogni tipo. E questi monelli ci raccontano la condizione di un paese ridotto a una miseria profonda da anni di guerra. Si fanno riprendere con maggiore o minore ritrosia, gli viene detto di certo Sorridi… sorridi…, si avvicinano agli uomini in divisa, ai loro mezzi con la confidenza e la curiosità che solo i bambini possono avere. Si fanno prendere per mano. Ma i visi già quasi adulti, già provati da mille privazioni, da una vita dura, anche oltre la guerra, che forse abbiamo troppo presto rimosso, con un cagnolino al guinzaglio, una canna da pesca in mano, i piedi nudi, le gambine un po’ rachitiche e sporche, i fiocchi nei capelli, nonostante, e le treccine ben strette intorno alla testa da mani sapienti, guardano diritto in camera, ci guardano e noi con commozione li guardiamo. Come ci guardano, e anche noi li possiamo guardare negli occhi, i soldati, a volte un po’ pingui, lo sguardo da padri di famiglia, spesso con un certo imbarazzo. La sagoma del Dr. Tomuschat curvo nel riprendere si sovrappone sotto forma di ombra per ben due volte. Ci siamo tutti sulla scena in questa pausa sospesa fra le violenze. Ed è forse per questo che l’emozione di questi quasi sette minuti che paiono apparire come per miracolo dalle code della pellicola con i loro disturbi di linee e di erosioni, non ci abbandona facilmente.

Nel rapido passaggio di inquadratura fra un soldato che spara con il fucile durante le esercitazioni e i tre bambini adossati a un muro in fila, corre un brivido lungo la schiena. Ma loro poi un poco sorridono. Senza troppa convinzione, ma sorridono, parlottano fra loro. Non è il caso questo di fucilazioni di massa e rastrellamenti di donne e bambini di tanti altri luoghi. Ma il pensiero non può non andare subito a questi episodi, a terrore negli occhi, nessun sorriso, attesa dell’esecuzione. Più si guardano questi sorrisi, questa confidenza apparentemente gentile dei superuomini ariani conquistatori con il popolo conquistato e sottomesso duramente, più non si riesce ad esserne tranquillizzati. Per contrapposizione. E qualche attimo di studiata e costruita serenità, non riesce e non può cancellare tutto il resto.

Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (1/2)

2

testo e foto di Dario Coletti

 

 

 

 

 

 

 

 

Più di altri il territorio del Sulcis Iglesiente può essere visto come punto di incontro tra più

CinemaZERO

0

di Mariasole Ariot

Da stasera, a Trento, comincia CinemaZERO. Tra le più importanti realtà cinematografiche, il festival si propone di far incontrare autori e opere all’insegna di una ricerca nazionale e internazionale – e al cui interno troviamo anche un concorso destinato a cortometraggi autoprodotti.
Per quanti avessero letto qui  la recensione di Alberto Brodesco a The Good Intentions di Beatrice Segolini, il film verrà proiettato sabato 2 dicembre alle ore 18,15.

 

Europa vista dalla luna: intervista a Steven Brown dei Tuxedomoon

0
Cover di Andrea Pedrazzini

Tales from an european journey: Steven Brown e l’Europa dei Tuxedomoon

di Mirco Salvadori

traduzione a cura di Andrea Aguzzi

da Sud n°50

 

 

Sembrerà strano chiedere ad un americano nato in Illinois e residente in Messico cosa rappresentava il vecchio continente per chi, negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80 lo vedeva da oltre oceano. Eppure è una domanda che giunge quasi spontanea, se pensata dopo aver conosciuto Steven Brown, la musica e il lungo percorso dei Tuxedomoon, una formazione che incarna la purezza dell’avanguardia cresciuta in un’Europa vissuta come terra ritrovata, forse mai del tutto abbandonata.

Mirco, prima di rispondere alle tue domande vorrei solo condividere alcuni pensieri sul tema più ampio riguardante il vecchio continente. Ho sempre creduto nel ruolo fondamentale degli artisti, lo stesso rivestito dai re, gli eserciti e le chiese nella creazione della futura Europa. Tra il ‘700 e l’800 del primo millennio, nel vostro continente sono vissuti Goethe e Byron e Shelley e Keats e Wagner, per citarne alcuni. Questi uomini attraversavano l’Europa, le Alpi, i fiumi e le valli spesso a piedi, prima ancora che tale luogo esistesse ufficialmente. Si potrebbe dire che già covava un ideale nelle menti dei grandi pensatori e artisti. Inconsciamente stavano tessendo un futuro basato sull’ identità europea. Già a quel tempo le frontiere per loro non esistevano: i trovatori, i protagonisti della commedia dell’arte e le piccole compagnie teatrali si muovevano costantemente, senza dimenticare gli innumerevoli pittori espatriati. In un certo senso i Tuxedomoon, con umiltà, hanno seguito il loro esempio come europei della seconda e terza generazione sradicata dall’Europa.

 

Per molti di noi, estimatori della prima ora, ascoltare brani come In A Manner Of Speaking o The Cage, Les Six, A Piano Solo, Egypt, Time To Loose, Soma, ecc. – tracce che ho scelto d’impeto, a memoria – rappresentava una sorta di salto indietro nel tempo, quell’ascolto ci portava a respirare l’atmosfera satura di frenesia artistica imperante dentro gli indefiniti confini di una mitteleuropa sempre vista come ricettacolo di passioni. La vostra musica ci immergeva nel fumo dei caffè letterari parigini e nella frenesia dei circoli lettarari del primo ‘900. Voi eravate coscienti del potenziale immaginativo scatenato dalle vostre composizioni, era quella la via idealmente percorsa dai Tuxedo o il vostro fine era altro.

foto di Mirco Salvadori

Tu fai riferimento alla natura paradossale di un’intervista ad un americano che parla di Europa. Dire che un gruppo di musicisti e artisti provenienti da San Francisco è riuscito a trasportarvi nella Parigi fin de siècle e nel glorioso passato mitteleuropeo può suonare assurdo. Poi però penso ai Rolling Stones, gli inglesi che hanno introdotto milioni di persone, negli Stati Uniti e in tutto il mondo alla musica afroamericana del ventesimo secolo. Oppure i Beatles che si sono evoluti da “I wonna hold your hand” alle tecniche in studio di Stockhausen. Per molti di noi il primo contatto avuto con Stockhausen e la tape-music è arrivato attraverso interviste con i Fab Four. Ecco, forse abbiamo bisogno di condotti o di filtri per elaborare i nostri sogni e i nostri desideri nascosti. Altri esempi potrebbero essere Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley, che trasformarono il mondo attraverso il proprio suono usando stili impensabili come per esempio la musica minimalista orientale di Bali e non solo.

A volte il termine “straniero” “étranger” “outsider” ci fornisce solo il giusto contatto per apprezzare qualcosa che non potremmo altrimenti percepire. Un esempio di questa torsione o cambiamento di percezione provocato dallo “straniero”, anche se negativo, è il cosiddetto “Malinchismo”, qui in Messico.

Malinchismo si riferisce all’idea comunemente diffusa in questa terra, che qualsiasi cosa straniera sia migliore o preferibile a qualsiasi cosa nazionale, sia essa formata da uomini o oggetti.

Il nome deriva da “la Malinche” la donna indigena che è diventata amante di Hernan Cortez. La donna mayana che ha preferito l’europeo alla propria gente.

Certamente siamo stati immersi nella musica europea per lungo tempo prima di arrivare in Europa. Ricordo di aver usato Schoenberg per una colonna sonora di un film super 8 realizzato al liceo e ancora, al San Francisco City College ho conosciuto Blaine (Reininger), assieme andavamo a vedere le mostre sui futuristi e amavamo ascoltare i Kraftwerk, Bowie e Eno, per dire.

 

Che aria si respirava nella San Francisco fine anni ’70.

 

San Francisco, a metà degli anni settanta, era ancora immersa nel crepuscolo dorato degli anni Sessanta. Ho vissuto in un comune del distretto di Haight; gay, uomini, donne e cani tutti vegetariani e tutti talentuosi artisti a tempo pieno.

Ci siamo formati come tutti, in quei tempi, all’interno di questa comune dove ho avuto la ventura di diventare un membro del gruppo chiamato Angels of Light. Figli e figlie di Duchamp o Breton che hanno lavorato a rendere la vita quotidiana un’opera d’arte, anche grazie alle loro produzioni teatrali. Nessuno di noi andava al negozio all’angolo senza indossare qualche costume o altre stravaganze. Dal lato politico gli Angels erano sostenitori della cultura “free” di San Francisco. Credevamo che tutta l’arte doveva essere libera. Gli Angels non facevano mai pagare un biglietto e per farne parte non potevi avere un lavoro normale (un’influenza del situazionismo?) o essere coinvolto in qualsiasi cosa che comportasse un pagamento. E così quando ho iniziato a suonare con i Tuxedomoon in bar o in locali dove si facevano pagare ho dovuto lasciare il gruppo. Erano tempi inebrianti.

Il Punk ha aperto i portali, ha rotto la musica commerciale che ci ha tenuto in scacco per anni. E anche se in un primo momento fu difficile, fu grazie a questa ribellione culturale che la creatura Tuxedomoon poté crescere.

Che ne pensavate del movimento di protesta europeo di fine anni ’60, aveva lasciato traccia nella San Francisco psichedelica di quegli anni?

 

Il movimento studentesco e quello dei lavoratori del ’68 si era diffuso oviamente in tutto il mondo. Per quanto riguarda il suo impatto su San Francisco negli anni ’70 però, la mia sensazione è che la Bay Area si fosse già reinventata tutto senza l’aiuto di Parigi… le comuni, le cooperative, gli hippies i movimenti neri e quelli delle donne e poi i gay, tutto era già accaduto negli anni ’60! C’era uno zeitgeist vero. Ecco il perchè del nome “Holy Sixties”. A Berkeley si, loro erano più in linea con quello che stava accadendo in Europa in quel momento.

 

Quale è stato il vostro primo contatto con la cultura europea contemporanea e cosa vi ha spinto ad attraversare l’oceano.

 

Il mio primo contatto è avvenuto attraverso la musica e il cinema: Kraftwerk, Bowie, Eno, Fellini, Pasolini, Fassbinder. I loro messaggi parlavano di un altro spazio e del tempo, qualcosa di diverso e nuovo. Qualcosa di più serio e interessante degli USA. Winston (Tong) e Bruce (Geduldig) erano già stati in Europa come duo, l’agente di Winston a Parigi è diventato l’agente europeo di Tuxedomoon e via, ci siamo diretti verso l’Europa che per noi era come un altro pianeta. Quando abbiamo deciso che era ora di lasciare San Francisco pensavamo di avere 3 opzioni: Los Angeles, New York o l’Europa. Abbiamo scelto quest’ultima in parte incoraggiati da Winston; in un modo incredibilmente ingenuo, quasi infantile, siamo saliti sopra un aereo e abbiamo iniziato a muoverci senza piani prestabiliti, siamo andati… e siamo rimasti.

 

Come si immaginava Steven Brown questo continente, la sua cultura e come lo ha realmente trovato una volta sbarcato dentro i suoi confini nei primi anni ’80.

 

Il primo anno trascorso a Londra e poi a Rotterdam fu quanto di più lontano dalla scena californiana ci si potesse immaginare: freddo e grigio… persone e paesaggi. Penso che in qualche modo la mia natura malinconica ne fosse felice. Ma alcuni di noi si lamentavano molto, desiderando il calore della California.

Ricordo che durante il nostro primo giro in Olanda eravamo in un furgone e cercavamo il posto in cui avremmo dovuto suonare (un centro giovanile sponsorizzato dal governo, sconosciuto negli Stati Uniti). Abbiamo chiesto informazioni ad una ragazza in bicicletta che ci ha detto di seguirla. Le siamo stati dietro per qualche chilometro, abbiamo seguito quella ragazza su una bici per qualche chilometro e siamo arrivati alla nostra destinazione grazie al suo aiuto. Questa prima percezione degli Olandesi e dell’Olanda è stata confermata nel corso degli anni. Naturalmente ci sono molte altre storie in altri paesi … ma un’altra volta? Un altro posto? Forse…

 

Che mi dici della nostra penisola, quella che mi sembra sia come una vostra seconda casa.
Mia madre era italiana. Il suo cognome era Fuga. L’architetto del XVIII secolo Ferdinando Fuga è un parente lontano. L’Italia è diventata una seconda casa, sì. Ogni volta che visito il vostro Paese non vorrei più andarmene. Qui si ncontrano nuovi amici, si impara la lingua e si conoscono sempre nuovi luoghi. La bellezza fisica dei paesaggi, la storia, l’arte… inebrianti.

 

Due sono le domande che volevo porti da tempo, questa occasione mi permette di farlo. Quale secondo te, tra tutti i lavori dei Tuxedomoon, é quello pensato e ideato con modalità contenuti ed intenti cari al vecchio continente.

 

La risposta ovvia a questa domanda è il poco conosciuto “Les Six” dal cd Joeboy in Messico.

 

La seconda ed anche ultima domanda della nostra chiaccherata: Luigi Tenco.

 

Un’estate dovevo fare la cover del disco di un cantautore italiano degli anni sessanta. Ho chiesto per i suggerimenti. Penso sia stata Velia Papa ex agente italiano dei Tuxedomoon e direttore del Festival di Teatro Polveriggi che mi ha fatto conoscere questo cantante. Alla fine dovevo scegliere tra Gino Paoli e lui. Mi piacevano entrambi ma ho scelto Tenco perché è il cattivo ragazzo dei due. Mi piaceva la tensione e la tematica delle sue canzoni… e naturalmente “suicide is sexy”.

 

Come in tutte le intervista canoniche il finale è destinato al tempo a venire, tuo e dei Tuxedo. Ce lo sveli?

 

Cinema Domingo Orchestra è un progetto che ha le sue radici nella Bruxelles dei primi anni novanta con il vecchio amico Alain Martel, una collaborazione continuata qui in Messico negli ultimi 15 anni. Siamo un gruppo di 4-6 musicisti che compongono e realizzano le colonne sonore per film muti poco conosciuti. Quello che è iniziato come intrattenimento fai da te con gli amici, è diventato un progetto professionale che ora coinvolge festival e teatri in tutto il paese. L’anno scorso siamo stati commissionati per la seconda volta dall’Istituto Goethe del Messico per mettere in musica gemme silenziose recentemente restaurate e poi suonare per le loro prime nazionali. Il 2 novembre di quest’anno, per il Giorno dei Morti, ci esibiremo con il film italiano Rapsodia Satanica di Nino Oxilia del 1917 che vedeva la diva Lyda Borelli come protagonista. Sorprendente simbolismo di mixaggio cinematografico e immagini preraffaelite con la storia di Faust in versione femminile, decorazioni art nouveau e sezioni dipinte a mano.

Ensamble Kafka è un quintetto inaugurato nel 2010 dopo aver messo in musica il film documentario El Informe Toledo del regista Albino Alvarez. È stato nominato per un premio accademico messicano. Julio Garcia è il fedele compositore e il mio partner in Kafka. Suona l’oud, la jarana, la chitarra. Gli altri strumenti sono Tuba, Trombone, Tromba e io con il sax e il clarinetto. La nostra è musica contemporanea messicana. Mentre giochiamo con i brani messicani tradizionali, il nostro obiettivo è quello di creare una nuova musica tradizionale. Abbiamo appena finito il nostro secondo cd. Lo pubblicheremo presto

Nel 2014 Blaine (Reininger) è venuto a Oaxaca per un mese e abbiamo composto e registrato Monte Alban. Pubblicato su Independent Recordings nel 2015, la musica è per pianoforte, violino, organo e sax.

L’estate scorsa, mentre eravamo a Bruxelles a fare le prove per il tour imminente, Peter Principle improvvisamente ci ha lasciato. Peter (Pierre) era la roccia dei Tuxedomoon. Ha creato il terreno su cui poter resistere, lui era il fulcro. Uno dei tre sul palco, quello che sosteneva tutto il lavoro.

Purtroppo ci ha abbandonati, rimaniamo Blaine, Luc (Van Lieshout) e io, continuiamo a lavorare insieme, come da quarant’anni a questa parte.

L’ultimo disco dei Tuxedomoon e l’ultimo registrato con Peter è Blue Velvet Revisited insieme al gruppo Cult With No Name. È una colonna sonora per un bellissimo documentario fatto oltre 30 anni or sono da Peter Brantz durante la realizzazione di Blue Velvet di David Lynch.

Senza nessun suono sincronizzato e con una bellissima fotografia questo film evoca la magia di Lynch in modo veramente originale.

 

Joeboy continua a viaggiare, Joeboy continua a suonare.

intervista pubblicata su Sud n°50

 

 

Storia

0

Questa poesia nasce da un racconto molto personale sull’eccidio di Santomoro, avvenuto il 22 giugno 1944. I fatti sono riportati in varie pubblicazioni locali, ultima in ordine di tempo: C’era una volta un torrente che scorreva lungo un piccolo paese, nato su una strada che portava alla Badia… a cura di Laura Bassareo per il Centro Sociale di Santomoro, stampato in proprio nel 2017. Serrantona è la località dove si trova il cippo dedicato alle vittime. Un altro cippo, dedicato a tutti i caduti del paese nelle due guerre, si trova sotto la chiesa di Santomoro. “Non vi è nulla di nuovo sotto il sole” (Ecclesiaste, 1:9). La mia scelta di pubblicare qui questa poesia ha un valore di testimonianza, certo, ma è anche un atto di gratitudine, per tutto quanto questo piccolo paese in cui sono tornata a vivere mi continua a insegnare, anche in tempi cupi, come quelli che viviamo (ndf).

di Francesca Matteoni

Tra una donna di ottant’anni e una bambina
che ancora non va a scuola
passa una vita oppure un corpo
che diviene e si infittisce
ma anche l’altro che stranisce
nella fossa privata della storia
o nel cipresso chiuso
della Serrantona.

Non vi è nulla di nuovo sotto il sole
in un posto minuscolo si scuce
la rete del cielo, si scompare
si ripongono i resti sotto un fiore.

Vennero all’inizio dell’estate
ne presero cinque
per il soldato che si ferì da solo
e non lo voleva confessare.
Io non so come sia morire
per il calcio del fucile
la bocca sulla terra e scava
respira tutto

com’è forte ridere, esserci, tremare
non strappare più l’erba per gioco –
il prato a testa in giù dove si è liberi
per poco, sprofondati
tra gli animali minimi del suolo.

Uno era anche il tuo babbo e mi hai detto
che non sai più che viso avesse
una voce che viene e non si vede chi parla
una bambina che corre e non urla
sotto il cancello del cimitero.

Ci stanno cinque scale coi pioli
Ci stanno cinque morti senza chiodi
legati dai paesani con stupore
per non farli cadere sul selciato
legati con pietà o con dolore
legati con il sangue alle colline
come si lega il male alle memorie.

Non resistono giorni abbastanza
per tradire il passato
io non so come sia dopo aver ascoltato
perché poi bisogna crescere, andare
dimenticare

eppure sta questa nostra amicizia
tra il torrente gentile della Bure
e l’umano non trascorso
come un tempo presente, tutto intero.
Dove nasce un paese, dove finisce
dove vanno le cose che sappiamo
dove t’incontro, dove si accampa il vero?
Dove sono coloro che amiamo?
E io dov’ero?

Perché mente chi dice che non c’ero.
Si ricompone in sogno la bambina
quello che è fratturato si fa saldo
sentire che ogni giorno ricomincia
l’impresa disumana di tenere
le briglie troppo corte dell’amore
e più le tiro più ci fanno stretti
ci allacciano dispersi in un racconto
dove ora abbasso gli occhi per capire
costringo questo soffio di futuro –
dove eravamo tutti, ma tu eri una soltanto

anch’io provavo a vivere lì accanto.

Da Lavoro da fare, VII

0

di Biagio Cepollaro

VII

al ruotare del pianeta l’aria

anche questa volta acquista

in dolcezza: anche quest ‘anno

ci sorprende come un dono

 

si disse che guardato dalla fine

solo l’amore è cosa che val la pena

di realizzare e con ciò non s’intendeva

una situazione ma il modo globale

di fare mondo -dentro standoci- e

in ogni cosa da fare -facendola

 

ma quando tutto questo sta

nel palmo di una mano

ogni cosa mostra suo nome

e sopra tutto oltre la mano

c’è il nulla dell’esser già

passati altrove o in niente

 

è così difficile tollerare questa vista

contare con le dita di cosa è fatta

poi la propria vita

e

nome

per nome

avere coscienza

di questo passare: è la malinconia

che si accompagna all’intensità

del desiderio che quando è sano

ha sempre inizio e fine

 

noi –diceva saggia- andiamo

in giro da sempre a chiedere

l’essere da qualcuno

dall’inizio

dal primo sguardo

a fuoco

di neonato oltre il primo

riconoscimento

a fiuto

e la completezza che cerchiamo

nel darci da fare o nello stare

fermi lasciando avvicinare

è cosa che sfugge in breve:

ogni giorno daccapo cerchiamo

il ciclo al suo ritorno quell’attimo

solo che poggia a terra il piede

e sembra senza peso per potere

andare

 

*

e insomma ora che fare? la scomparsa

dei racconti del mondo in una dittatura

mondiale ci lascia l’uso

solo di una parola

lunga come dura la nostra vita: sarebbe

altrimenti restata sullo sfondo ma ora

è l’unica da svolgere così come di un giorno

si racconta dall’alba

alla notte il farsi

e il disfarsi

di inezie

 

–come il Tao

che chiedeva come può la durata

di farfalla saperne di stagioni

così noi con la storia –

 

(nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un’altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

 

siamo in attesa di quel che accade

e forse per questo

stiamo accadendo: ci difendiamo

poco e senza riassumerci

in un motto

avanziamo: le cose

possono anche all’improvviso

avere un nome

nuovo

oppure tranquille

persistere in una loro

faticosa

scorrevolezza

 

di qui il disagio quando si sta

in mezzo a gente

che fa progetti

che fa e non si capisce

per cosa e perché

come uno che manca

per troppa presenza

come uno che non sa

vuota la natura di quella

presenza

 

*

diciamo che siamo stanchi

dei teatrini altrui

e nostri

che piuttosto ce ne stiamo

buoni e zitti

da qualche parte

come chi abituato

a lottare

in un campo

un bel giorno scopre

che il campo

non c’è più

-che questo è accaduto:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

(una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

 

NOTA

Da Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano,2017.

L’immagine, Ibrido digitale n.3, 2008  di Biagio Cepollaro, funge da copertina del libro.

Qui viene pubblicata la parte VII del poemetto che consta di otto parti e un prologo. Lavoro da fare uscì come e-book nel 2006 con la postfazione di Florinda Fusco. L’edizione cartacea del 2017 comprende, oltre all’originaria postfazione, anche i contributi critici di Giuliano Mesa e di Andrea Inglese. Il saggio di quest’ultimo , diviso in due parti, è rintracciabile  qui  e qui. Reazioni, interventi e video relativi al poemetto sono raccolti qui e qui.

Era mia madre

0

 di Gianni Biondillo

 

Iaia Caputo, Era mia madre, Feltrinelli, 166 pagine

I rapporti fra Alice e sua madre non sono dei migliori. La prima è una ballerina che vive un’esistenza precaria a Parigi, la seconda è una grecista napoletana, docente universitaria ora in pensione. La madre ha nel suo passato una vita di lotte politiche, di emancipazione sociale e di genere, la figlia sente la rabbia di appartenere alla prima generazione che vivrà in condizioni peggiori di quella che l’ha preceduta.

C’è rabbia, c’è tensione, c’è incomprensione. Ma sono madre e figlia. Questo legame resta indissolubile. E verrà compreso appieno da Alice quando, all’inizio del romanzo, vedrà accasciarsi a terra la madre colta da un malore che la ridurrà al coma. Alice è perduta. Decide di riportare a Napoli la madre per le cure, aspettando l’inevitabile fine. E così, giorno dopo giorno, tornando sui luoghi della sua infanzia, scoprirà quanto poco credeva di sapere di quella donna.

Era mia madre è un romanzo che cerca l’impossibile compito di far dialogare due generazioni in apparenza vicine ma nei fatti attraversate da una frattura epocale insanabile. Tutto il futuro che la generazione precedente ha voluto conquistare è il presente scippato a quella che le è succeduta. Ma durante il coma di sua madre Alice scoprirà che quella donna forte, volitiva, tetragona, aveva altrettante fragilità e debolezze, così simili alle sue. Ché se non si può cercare un dialogo fra generazioni lo si può trovare fra legami che sono più profondi.

La scrittura di Iaia Caputo in questo senso è fatta di movimenti tellurici a basso impatto. Mai colpi di scena rocamboleschi, ma un continuo, incessante bradisismo sentimentale. Questo comporta un controllo della frase ferreo, ineccepibile. Fra nonne, madri e figlie a tutto tondo, le figure maschili appaiono come inconsistenti, egotiche, puerili. Incapaci di sondare l’abisso che c’è in ognuno di noi.

(pubblicato precedentemente su Cooperazione n° 30 del 26 luglio 2016)