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Boschi cantate per me. Antologia poetica dal lager femminile di Ravensbrück

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di Orsola Puecher

Nell’antologia a cura di ⇨ Anna Paola Moretti, che, con consueta cura e rigore storico, raccoglie un centinaio di poesie composte nel lager femminile di Ravensbrück, queste voci dal silenzio aprono uno spiraglio inedito sul dolore, accendono luci nel buio della dimenticanza, riempiono di suoni, immagini e colori tutto ciò che si pensava svanito e cancellato dalla dura realtà concentrazionaria e testimoniano una volontà di resistenza, di forza ma anche di speranza e di bellezza che va oltre l’annullamento, la morte e il destino individuale di cancellazione della dignità e dell’umanità stessa delle oltre 140.000 donne che furono detenute nel campo. 90.000 non tornarono.
Per chi ha perso i propri cari nei campi le domande cosa avrà pensatoprovatosofferto sono un vero tormento: il freddo, i sapori, gli odori, gli spari, l’abbaiare dei cani, la fame, la stanchezza, il puzzo acre del fumo dei crematori, la continua minaccia della morte, i corpi trasformati, irriconoscibili, carne della propria carne, sono un dolore vivo. Queste voci danno una risposta, non consola, non lenisce, ma rompe il muro dell’annichilimento totale, le loro voci sono tutte le voci, in un coro doloroso.
Adorno affermava che scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, qui la poesia è già dentro Auschwitz, dentro Ravensbrück, contenuta nell’orrore, cresciuta nonostante l’orrore, ed è una ribellione, una speranza, il sogno di una libertà che per tanti restò solo un sogno.
L’unica cosa davvero ardua è riprodurre questo orrore con i mezzi dell’arte per chi è venuto dopo, come nel film di Glazer La zona di interesse forse ne possono essere raccontati solo i rumori lontani, in un frastuono continuo, spezzato solo da qualche grido e da qualche sparo, contrapposto alla perfezione della casa del comandante del campo, alla sua rassicurante normale quotidianità.
Le poesie delle donne di Ravensbrück colmano questo vuoto.

Violet Le Coq, Maltrattamenti nel campo di Ravensbrück

Zofia Górska

Attimo della paura

No, non può succedere questo!
Ah scappare, scappare lontano,
al muro viscido
al filo spinato.

No, non può succedere!
Ah trovare un rifugio, un rifugio!
Scavare una buca nella terra,
sparire come insetti nelle crepe.

Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!
Coprimi acqua, boschi cantate per me!

Dove devo mettere le mani?
Mi feriscono pietre
nei miei tormenti assurdi.

Sbatto contro la cella stretta
come sbanda un uccello malato.
Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!

(Ravensbrück, 1943)

Parte del ciclo “Chwile Ostatnie”; traduzione tedesca dall’originale polacco, in Der Wind weth weinend über die Ebene, Mahn und Gedenkstätte Ravensbrück, Fürstenberg, 1991

Traduzione di Daniela Maurizi

Violet Le Coq, Ispezione nel campo di Ravensbrück

Premessa: Una antologia

di Anna Paola Moretti

    L’antologia presenta per la prima volta in Italia la selezione di circa un centinaio di poesie provenienti dal Frauen Konzentration Lager di Ravensbrück, il più grande campo femminile del sistema concentrazionario nazista e l’unico destinato specificamente alle donne, attivo dal 1939 al 1945. I lager avevano lo scopo di distruggere gli individui, moralmente e fisicamente. Nonostante il processo di annientamento messo in atto contro le prigioniere, derubate del loro status di esseri umani e ridotte a numeri, stück, pezzi intercambiabili, a Ravensbrück e nei suoi numerosi sottocampi fiorì una produzione artistica come esercizio di sopravvivenza e di resistenza alla disumanizzazione.
    In Italia solo un esiguo numero di queste poesie è stato tradotto e pubblicato, senza mai ricollegarle al corpus esistente di circa 1200 versi, composti da più di 140 prigioniere di oltre 15 nazionalità. È questa coralità e complessità che si intende mostrare. Anche se di diseguale qualità letteraria, le poesie hanno tutte un grande valore storico e umano. Furono sicuramente molte di più di quante ne siano state ritrovate, perché spesso venivano distrutte dalle guardiane e anche dalle stesse detenute per sottrarsi alle punizioni. Anche a Dachau, Auschwitz o Theresienstadt nacquero poesie femminili, ma in numero sensibilimente inferiore.
    Le poesie sono presentate con il testo originale a fronte, tradotte dal francese, tedesco, polacco, inglese, olandese; una dal friulano; cinque sono state composte in lingua italiana. Ove conosciuta viene indicata la data di composizione. Nei casi in cui non è stato possibile risalire alla lingua originale, la traduzione è stata effettuata da una versione tedesca o inglese.
    A ciascuna autrice è stata dedicata una scheda biografica, più o meno estesa in relazione alle notizie che è stato possibile accertare. Dare notizie sulla vita prima e dopo il lager, ritrovare anche il cognome di nascita è un atto di cura, una restituzione di individualità. La biografia ci permette di raccordare le singole vite agli avvenimenti complessivi, di comprendere i diversi punti di vista. Dalla pluralità dei vissuti si disegna in filigrana anche il reticolo degli sconvolgimenti provocati dalle guerre del ’900: la scomparsa dell’impero zarista e di quello austroungarico, gli spostamenti dei confini statali e i trasferimenti forzati di popolazione.
    L’antologia è corredata da un saggio che ripercorre la storia del lager di Ravensbrück e della marginalità della sua memoria nel contesto storiografico. Si restituisce inoltre lo svolgimento della ricerca, la ricezione letteraria della poesia concentrazionaria femminile, la modalità di creazione delle poesie e il significato della loro produzione, il valore dell’arte per trasmettere memoria.
    La produzione poetica femminile ci mette in contatto con la sofferenza ma anche con la soggettività di chi, ridotta al ruolo di vittima, non ne rimase imbrigliata; ci manda un segnale forte e suggestivo che intreccia libertà e costrizione, dipendenza e relazioni.
    L’antologia vuol favorire una conoscenza storica della deportazione femminile non separata dalle parole delle testimoni. Nell’incommensurabilità della loro esperienza in lager è la loro voce che va fatta emergere; la ricerca storica può e deve accompagnare la testimonianza senza sovrapporsi, per questo ho scelto lo spazio della postfazione. Vuole essere una possibilità di incontro con la forza femminile, che anche deportate a noi più familiari ci hanno più volte indicato. Liana Millu aveva posto l’interrogativo: “Chi può dire quanto silenzioso eroismo sia necessario per vivere la quotidianità senza lasciarsene distruggere?”, mentre Lidia Beccaria Rolfi affermava: “Ho visto che anche nel lager si può non diventare dei mostri. Ho visto come riescono a reagire le donne, quanta forza e quanta dignità abbiamo”.
    L’antologia accosta e ricompone testimonianze europee a superamento della frammentazione, dispersione e babele di lingue incomunicanti operata dal lager. La poesia diventa un tramite per continuare a fare memoria della storia comune, accogliendo il lascito più significativo delle deportate: pratiche di resistenza all’annientamento, soluzioni inventate per sopravvivere in un ostinato volersi umane.
    Dalle poesie del lager emerge un simbolico opposto alla violenza e al desiderio di potere: indicazione preziosa quando i traumi generati nel secolo scorso continuano a vivere nelle seconde e terze generazioni e nuovi traumi vengono prodotti dagli eventi catastrofici (guerre e migrazioni) alimentati dalla nostra attuale società. In una modalità dialogica le sopravvissute ci offrono sollecitazioni e interrogativi contro l’indifferenza, ci invitano a un’interlocuzione esortandoci a non sprecare la nostra vita. A interrogarci sul nostro presente.


Die Moorsoldaten, composto nel 1933 nel lager di Borgemoor da Johann Esser e Wolfgang Langhoff per le parole e da Rudi Goguel per la musica, venne subito proibito, ma con i deportati che cambiavano campo, che scappavano o che venivano liberati attraversò tutti i lager in Europa, tradotto in tutte le lingue. La versione italiana fu tradotta dalla versione francese da anonimi e comunicata in Italia da Maria Montuoro, detta Mara, sopravvissuta del campo di Ravensbruck.


Boschi cantate per me. Antologia poetica dal lager femminile di Ravensbruck.
Testi originali a fronte
a cura di Anna Paola Moretti
Enciclopedia delle Donne, 2025

Subsidenza

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di Letizia Polini

sgorga da ogni cavità per finire nell’altro
mondo
il suo organismo ha scatole vuote
il suo organismo si dipana nella stanza

assottiglia anche le pupille per entrare

[cellule perfette in perfetti sistemi di disordine]
e l’interno è fissato con le dita
come spingere un pezzo che non ha
scanalature per l’incastro

 

 

 

 

la prima a crollare è la colonna
si sistema a pezzi nel torace

i frammenti dimostrano
il disordine nascosto.

la mente percepirà ancora un intero. l’intero diventerà
immaginario sparirà meglio.

[quando una forma di casa di corpo crolla
fuoriesce un quasi vivente che forse
diffonderà ad ampio raggio].

[è auspicabile che questo essere si consegni a ciò che teme per
constatare se accade].

 

 

 

 

quando ho visto una forma nuova ho cercato di
scomporla
provenienza crescita mutazioni
vedi qualche irregolarità?

dalla pelle scavi fin dentro l’encefalo ogni giorno perdi
70.000 cellule e non lo sai però menti
rimpiazzi ogni vuoto in tempi brevi

in questo slancio [dicono di rinnovamento] l’errore è
lasciarsi infettare da certe presenze

[stadio 2 di espansione]
soldatini e sentinella devono essere estirpati
prima dell’avanzata

Come vorresti battezzarlo questo essere?
Ti va bene chiamarlo Tumorino?

si direbbe sintomo o mostro ancestrale
si insinua nell’amore fino a godere

 

 

 

 

la casa disabitata generava
miriapodi di grandezza umana
l’assenza aveva partorito
ha controllato il respiro
dal primo segmento
le zampe percorrevano
le pareti

lei è sempre rintanata
in una crepa

 

 

 

 

4^ TREGUA

ricomincia dall’ultimo giro di lavatrice allunga una mano tira i vestiti le salme due volatili segnano la mattina aperta davanti [non crede davvero cerca solo di cogliere un punto lontano] resta dentro il respiro più ampio tende le pieghe fissa dei punti ripone ogni cosa al solito posto registra con un gesto l’ultimo segno

 

 

 

 

[Si devono osservare i seguenti indizi:
se i granuli siano singoli cristalli
se siano variamente orientati

si deve considerare l’estinzione
la presenza o l’assenza di inclusioni
e i contorni – se siano netti o con suture –

si deve tener conto delle interferenze
le interferenze quelle piccole
e quelle più grandi
inimmaginabili]

 

 

 

 

_________________

Testi tratti da Subsidenza (Puntoacapo, 2024). Con i testi poi confluiti in questo libro Letizia Polini (Fermo, 1988) ha vinto il premio Bologna in Lettere 2024 per le sezioni Poesia Singola e Raccolta Inedita. Polini ha pubblicato Macula (Ensemble, 2022). Ha partecipato alla rassegna poetica Dialoghi 2.0 a cura di Paesaggi di Poesia e TEN Teatro Bologna e a RicercaBo 2023. Vive a Bologna.

Bifo, pensando dopo Gaza: «quel che ci resta della civiltà è solo questo»

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«Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà» scrive Bifo in apertura a Pensare dopo Gaza, in uscita il 19 febbraio per Timeo. Poi aggiunge: «ma pensare dopo Gaza significa anche cercare le vie di fuga dal futuro che ci attende, che attende coloro che sono nati in questo secolo infame. A coloro che sono stati generati nella luce tenebrosa del secolo terminale, dobbiamo questa ultima azione di pensiero».

Ospito qui un estratto dal libro, di un libro che andrebbe letto –a prescindere– come diserzione ancora possibile verso quel futuro terminale come il secolo che lo ha generato. Eppure, sempre esistono vie di fuga.

Da qui, per ora, proseguiamo.

***

Che il genere umano possa sopravvivere all’attacco congiunto del cambiamento climatico, della demenza aggressiva dilagante e delle tecnologie di intelligenza distruttiva al momento non è certo. È però certo che la civiltà − intesa come progressiva «umanizzazione » dell’umano, come prevalere del linguaggio rispetto alla ferocia naturale dell’istinto − si sta disintegrando. Da tempo abbiamo percepito i segnali della disintegrazione, da tempo abbiamo capito che la deregolazione liberale apriva la strada al prevalere della forza nel rapporto tra gli animali umani.

Questa involuzione finale della storia moderna è diventata evidente nei giorni e nei mesi che sono seguiti all’atroce aggressione che le formazioni jihadiste palestinesi hanno scatenato contro le comunità che abitavano il sud di Israele il 7 ottobre del 2023, un’aggressione che dobbiamo definire come un pogrom, simile a quelli che il popolo ebraico ha subito nei secoli in molti territori europei, e simile a quelli che i palestinesi della Cisgiordania subiscono da anni per mano delle bande armate di coloni israeliani. Dopo questo anno di ininterrotta atrocità il fallimento del progetto umanistico e universalistico che prese nome di «civiltà » è apparso evidente e la ferocia ha ripreso il sopravvento: il ritorno della belva nella storia umana, il ritorno della violenza omicida come reazione primordiale di difesa della propria sopravvivenza. Il nome «Gaza» appare per la prima volta nei documenti militari del faraone Thutmose III nel xv secolo avanti Cristo. Nelle lingue semitiche il significato del nome della città è «feroce». Come capita spesso nella storia gli uomini si attribuiscono titoli altisonanti, esibiscono posture aggressive e promettono sfracelli, e fu così che i gazawi si auto-nominarono «feroci». L’infelicità del mondo dipende almeno un po’ da questo attribuirsi un’identità, una grandezza, una potenza che non abbiamo, ma che ci piace ostentare, e che talvolta siamo obbligati a ostentare nella speranza di spaventare altri che sono, in realtà, più feroci di noi. Quella sabbiosa striscia di terra che si affaccia sul Mediterraneo orientale è menzionata molte volte nella Bibbia, in antichi documenti egizi e iscrizioni di Ramses II, Thutmose III e Seti I.

Quando gli israeliti giunsero nella Terra Promessa, Gaza era una città filistea, e fra i suoi abitanti c’erano gli Anachim, una popolazione che abitava le regioni montuose di Canaan e alcune zone costiere. È a Gaza che Sansone, accecato e in catene, fece crollare il tempio dedicato all’adorazione di Dagon, dove potevano radunarsi oltre 3000 persone. Morì lui stesso, ma portò con sé all’inferno migliaia di filistei. Dopo il 7 ottobre gli israeliani hanno reagito con crudeltà e ferocia. Se la crudeltà è un desiderio perverso degli umani, la ferocia è reazione animale, iscritta nell’istinto di conservazione. È il ritorno della ferocia come unico regolatore degli scambi tra gli umani che segna l’inizio del processo di estinzione della cosiddetta civiltà. La civilizzazione ha consistito, almeno nei secoli moderni, nel tentativo di sottomettere la ferocia alla politica, l’istinto alla volontà, cioè di sottomettere il caos al linguaggio. Dopo Gaza è tempo di riconoscere che quel tentativo di umanizzazione della storia è fallito, e che non ci sarà un’altra prova. È tempo di riconoscere che l’esperimento chiamato civiltà è fallito. Quel che la civiltà ci ha consegnato in modo durevole è la potenza distruttrice della tecnologia, particolarmente della tecnologia militare. Ma quando la ferocia prevale, la tecnologia diviene la funzione della guerra. Quel che ci resta della civiltà è solo questo: la nostra capacità di uccidere in modo molto più sofisticato e sistematico rispetto a qualsiasi altro animale feroce.

Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà. Ma significa anche cercare le vie di fuga dal futuro che ci attende, che attende coloro che sono nati in questo secolo infame. A coloro che sono stati generati nella luce tenebrosa del secolo terminale, dobbiamo questa ultima azione di pensiero, perché possano disertare la storia, lungo sentieri che al momento non possiamo immaginare.

Pensare dopo Gaza significa riconoscere che le parole sono proferite per dire l’esatto contrario di quello che l’analisi storica, semiologica e psicologica permette di comprendere. Nell’epoca della ferocia il linguaggio serve solo per mentire, ingannare, sottomettere e sfruttare. Nel discorso corrente, nei media ultraveloci, non c’è tempo per l’analisi storica, semiologica o psicologica. Non c’è più tempo per ascoltare né per capire. Il tempo di circolazione dei messaggi nella mediasfera elettronica è iperveloce, più veloce di ogni elaborazione cognitiva. Il tempo accelerato dalla tecno-mediasfera è un tempo contratto, così contratto da non permettere la comprensione e l’elaborazione critica delle parole. In questo senso possiamo dire che si è esaurita la storia umana: perché l’umano (al di là di ogni privilegio specista) è la sfera in cui le parole hanno un senso, i segni vengono interpretati, e il linguaggio media le relazioni tra corpi. Da quando il linguaggio è diventato il campo di battaglia in cui il più potente impone il proprio significato, da quando, in nome della velocità di circolazione dei segni-merce, le vie della critica e dell’indipendenza di pensiero sono state tagliate, siamo entrati nel regno della ferocia. Nel regno della ferocia ogni forma di linguaggio diventa uno strumento di sterminio.

Il Diritto, la Legge si proponevano come forme universali capaci di regolare il rapporto tra gli attori del gioco sociale, intesi come soggetti di linguaggio. Nei secoli moderni il diritto si è affermato come discorso universale alternativo alla ferocia dell’appartenenza tribale. La moderna affermazione dell’universalità della ragione fu resa possibile dal contributo intellettuale ebraico, dal contributo intellettuale di coloro che pensavano da un luogo nomade, da un luogo diverso dall’appartenenza. Anche l’internazionalismo operaio e comunista fu reso pensabile dal contributo della cultura ebraica, libera dall’appartenenza etnica o territoriale. Per questo la tragedia di Gaza ha un carattere definitivo e irrimediabile: perché mostra il tradimento del contributo intellettuale ebraico alla civilizzazione moderna da parte di uno stato e di un esercito che si propongono come espressione territorializzata di quella cultura, eredi di quella storia. Pensare dopo Gaza significa prendere atto del tradimento della cultura ebraica da parte del gruppo dirigente sionista e da parte della grande maggioranza del popolo israeliano: il fallimento della ragione universalista e il tradimento della cultura ebraica moderna sono le due facce della stessa medaglia. Lo stato di Israele è stato fin dall’inizio tradimento e negazione di questo contributo; ma oggi, dopo Gaza, lo scempio del diritto, e della stessa illusione dell’universalità della ragione umana, è divenuto programma politico e senso comune di Israele. La vittoria militare dell’esercito e la complicità del popolo israeliano con il genocidio scatenato dal governo Netanyahu segnano in maniera irreversibile la regressione verso il particolarismo e la cancellazione di ogni speranza di un futuro «umano».

La lezione che Israele ci ha dato è questa: nella sfera storica le vittime non sanno né possono chiedere pace né riparazione, ma possono soltanto cercare vendetta. Ciò vuol dire che le vittime di oggi non potranno mai essere altro che vittime, a meno che non riescano a trasformarsi in carnefici. Dopo il genocidio israeliano, il diritto, l’universalismo e la democrazia appaiono come illusioni che i predatori hanno usato per mantenere il loro potere sulle prede. Ma ora queste illusioni si sono dissolte e appare la faccia feroce del colonialismo, di cui Israele è l’ultima manifestazione. La lotta contro il nazismo e la vittoria contro la Germania di Hitler permisero di riaffermare il valore e l’attualità dei principi dell’universalismo moderno. La ferocia nazista venne sconfitta dalla ferocia delle potenze antifasciste, ma oltre la ferocia della guerra parve poter emergere il tempo della pace, del diritto, della democrazia. Era questo il senso del «nie wieder» che stava alla base della formazione culturale e politica delle generazioni cresciute dopo la fine della Seconda guerra mondiale (la mia generazione). Oggi quella convinzione appare definitivamente un’illusione. Quel mai più era provvisorio, perché non si sono create le condizioni per espellere la ferocia dalla sfera della civiltà umana. Quelle condizioni stanno (o stavano) nell’uguaglianza sociale che la classe operaia organizzata ha avuto la forza di imporre in maniera limitata, senza però raggiungere il nucleo generatore della ferocia: la proprietà privata, lo sfruttamento, la trasformazione del tempo di vita in valore di scambio. Il genocidio che gli israeliani hanno scatenato per vendetta contro la vendetta dei palestinesi mostra che quel nie wieder era una menzogna, perché le vittime del genocidio nazista si preparavano a diventare forti abbastanza per perpetrare a loro volta il loro genocidio.

Contro l’eccesso di lavoro

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di Daniele Muriano

C’è oggi una consapevolezza strisciante che riguarda l’eccesso di lavoro in circolazione, e viene dalla pandemia e dallo smart working: sempre più persone, con argomenti diversi e sensibilità non comunicabili, stanno misurando con la loro pelle il potenziale affettivo-effettivo del tempo libero (pur nella consapevolezza che il tempo libero è una truffa, come sosteneva Adorno: è una truffa, perché è il pallido riflesso del tempo lavorativo, e meglio di Adorno lo sa la signora Emma che lavora in cassa nel supermercato di una famosissima catena, vicino casa mia, a Milano sud, che mi racconta di lavorare 12 ore in un giorno, più pausa pranzo, ed eventuale straordinario; per poi restare a casa il giorno successivo, che serve semplicemente a riprendersi dalla fatica, per poi ripartire l’indomani con le 12 ore, e così via). Lo smart working, si diceva. Sì, perché la consapevolezza è spirata da questa innovazione. Che all’inizio il Capitale ha abbracciato con gioia e bacetti sulle guance, perché si trattava in fondo di colonizzare l’ambiente domestico ancor di più, di compenetrare intimità e senso del dovere, con enormi speranze produttive. Ma è esattamente attraverso lo smart working che molte persone hanno avuto modo di pesare il “tempo libero” in senso pratico e non solo fantasioso, risparmiando ore di vita prima impiegate sui mezzi pubblici affollati o in treni sonnacchiosi. Non è un caso che dopo l’iniziale benedizione, lo smart working si stia riducendo (laddove non è produttivo per l’azienda, dove insomma non serve per risparmiare sul costo delle strutture e dei luoghi di lavoro); Elon Musk, per dirne uno a caso, ritiene lo smart working alla stregua di un vizio, se non serve al datore di lavoro: un problema morale. È il caso emblematico di un “re della telematica” contro le innovazioni della telematica.

La consapevolezza strisciante a cui alludevo, dove si comincia a usmare collettivamente una certa libertà, o al contrario una certa oppressione (se lo smart working diventa totalizzante e occupa addirittura più tempo e spazio interiore del lavoro in ufficio, e questo è il rovescio della stessa medaglia), è circostanza fortuita che andrebbe cavalcata. Ma esiste la sinistra? Esiste una politica che non sia confermativa?

Per il gusto di essere antipatico, quando entro nell’orbita di chi – da sinistra – ha digerito male Marx, io dico che a Marx preferisco il di lui genero, Paul Lafargue: autore dell’Elogio dell’ozio, bestemmiatore del “dogma del lavoro”, andrebbe riletto per contaminare un certo entusiasmo sregolato che da sinistra si imprime al lavoro di per sé – non quanto ai sacrosanti diritti dei lavoratori. Il marito di Laura Marx, Paul Lafargue, è anche padre (a)spirituale di molto pensiero novecentesco contro il lavoro: individua nella passione per il lavoro in sé (indipendentemente dagli scopi, dai desideri di ciascuno) una spinta verso gigantesche miserie sociali e individuali.

Certo, il rivoluzionario Lafargue poggiava i piedi nell’Ottocento, all’ombra nascente della seconda rivoluzione industriale, e parlava da un mondo dove il lavoro era ben altra cosa: eppure quegli argomenti parlano anche al nostro mondo sorridente e un sacco smart. Perché mai?

Non è difficile rendersi conto che, in questo nuovo vecchio secolo, l’eccesso di lavoro è un pericolo per le democrazie, e non solo un’aberrazione sotto i più immaginabili punti di vista. Che le democrazie siano gravemente ammalate, qualunque cosa si intenda con questo, è sotto gli occhi di tutti. Anche sotto quelli di chi nega – con argomenti a volte comprensibili – che viviamo effettivamente in regimi democratici.

La questione è semplice, inizialmente. Il mondo è sempre più complesso, sempre più incomprensibile, dice l’esperienza comune. Perché il mondo è fatto in larga parte di informazioni: certo, esiste il mondo pratico e vitale come l’universo affettivo (per chi può permetterselo), e ci sono un sacco di cose che possiamo toccare. Ma il resto è informazione. A quanto pare noi viviamo in tempi di infodemia, parola recente almeno quanto il problema che vorrebbe designare (anche se a volte quelli che la utilizzano sono il problema). Dobbiamo sapere troppe cose, perché dobbiamo vagliare troppe informazioni. Siamo cretini? No, non siamo cretini. Ma abbiamo poco tempo. Pochissimo tempo. Il sistema mediatico ne approfitta. E propone un’offerta disegnata per chi ha poco tempo, per chi non può verificare il valore di verità delle affermazioni più surrettizie, delle cretinate circolanti. E cosa si fa? Si beve tutto, o si sorseggia timidamente il drink delle informazioni. E poi? Si vota. O non si vota. Ma il risultato non cambia, pare.

A queste condizioni, noi cittadini di un mondo che non si comprende, è possibile organizzarsi per cambiare le cose? Dal basso. Ma in che modo? Proteste d’antan, ingenuità strutturale, violenza senza capo né coda, boicottaggi inutili, dichiarazioni di rabbia – cosa possiamo fare? Poco o niente. Non c’è tempo per sapere. Non c’è tempo per informare. Non c’è tempo.

Partito del tempo dovrebbe chiamarsi l’unico partito senz’altro di sinistra e sinceramente democratico. È da lì che è necessario partire. Ma metto da parte la boutade, o almeno ci provo.

Quasi sempre, parlando con la “gente che lavora” di ciò che succede nel mondo (dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese, ma anche Cina, India, o Nordafrica), non appena si scende un po’ di profondità culturale, arriva la protesta: “Ma io come faccio a sapere di queste cose? Non ho tempo. Devo lavorare, non posso sapere chi sono i cinesi, o gli israeliani, o gli ucraini, o gli egiziani, a mala pena so chi sono gli italiani”. Vale lo stesso per i meccanismi fondamentali dell’economia, per la conoscenza minima di un periodo storico, e per la cultura politica necessaria a organizzare un eventuale dissenso. Di fronte alla complessità del mondo, e alla complessità dell’informazione che fa il mondo, il lavoratore medio è esautorato. Dalla democrazia. Va bene, può ancora votare, ma è un elettore vuoto (o pieno degli omogeneizzati politici e culturali che sono diventati gli articoli o i contenuti giornalistici, la gran parte di essi – il cosiddetto mainstream, in opposizione a una galassia di controinformazione dove non ci si può orientare di fretta, senza prendere abbagli). Per essere un elettore pieno, sazio di informazioni, il cittadino ha bisogno di tempo, molto tempo. Il Partito del tempo, certo, e sono ricaduto nella boutade.

Ovviamente suona ridicolo, ne sono consapevole. Ma non perché sia ridicolo. L’etica del lavoro-per-il lavoro ha reso ridicolo il tempo libero da intendersi come ozio, e lo ha venduto a chi pagava peggio, lo ha sterilizzato politicamente. Per questo pretenderlo, e in modo più che serio, è diventato ridicolo. È da ridere perciò anche la proposta politica più sensata: un reddito universale democratico.

Se regali ai cittadini più tempo, non è detto che mangino brioche. Cioè non è sicuro che il tempo mancante per essere compiutamente cittadini (la pancia piena di informazioni) venga riempito proprio da tutti in maniera virtuosa. Ciascuno con il tempo fa ciò che vuole. Come ciascuno del sistema sanitario nazionale fa ciò che vuole. Non è mica obbligato a curarsi. Non deve far prevenzione per forza, o per legge. Usa il welfare in generale come può – vale a dire come vuole.

Un reddito universale democratico è una forma di welfare, e un’assicurazione contro la deriva apolitica della politica. Fornire a chi lo richiede, indistintamente, senza precondizioni, il minimo indispensabile per la sopravvivenza, è cosa vecchia, ultra detta e marginalmente sperimentata. L’hanno sviluppata teoricamente in tanti, e non bisogna leggere obbligatoriamente con amore André Gorz o abbracciare entusiasti Smircek e Williams e il loro accelerazionismo (di sinistra), per andare in brodo di giuggiole. Basta un pizzico di immaginazione.

Tra l’altro, la proposta di un reddito universale (anche se non concepito come democratico), non è una prerogativa di gente terrificante e brutta, anti-capitalista, che ha per incubo il neoliberismo. Hanno sposato la causa di un reddito di base per tutti anche economisti neoliberali – sebbene in alternativa al welfare, quindi molto male anzi malissimo. Ora non c’è tempo o spazio qui per fare la storia di questa proposta, né per discuterne la fattibilità futura. Che esiste. Il punto è un altro, ragionevolmente.

È in questione l’orizzonte, c’entrano le stelle verso le quali orientarsi nella notte. Si condivide l’approccio? È vero che il disorientamento politico ha molto da spartire con la scarsa capacità di comprendere il mondo? Che la complessità del mondo (ovvero delle sue informazioni) chiede più tempo che in passato? Se non si accetta la verità contenuta in queste domande retoriche, si hanno speranze di carriera e di affermazione individuale. Evviva, auguri. Quando si condivide invece la necessità politica di un Partito del tempo, allora bisogna uscire dallo scherzo, e pensare seriamente.

La maggior parte dei critici del lavoro muove guerra al capitalismo, e al neoliberismo. Ed è sensato, legittimo. Ma la maggior parte dei cittadini non sa nemmeno cosa sia il neoliberismo, e “capitalismo” viene letta come una parola d’ordine per iniziati alla marginalità politica. Invece, la democrazia sanno tutti cos’è. Certamente, magari in tanti non ne riconoscono le cadute, o non sanno definirla precisamente (ma chi ne è capace davvero senza contraddirsi per un attimo?)

Che la democrazia richieda tempo, è uno slogan semplice. Che essere compiutamente cittadini chieda tempo, è altrettanto semplice da capire. La democrazia è anche il tempo, senza il quale semplicemente scompare.

I cittadini che ricevano un reddito universale democratico (il minimo per sopravvivere), e che possano quindi scegliere quanto tempo dedicare al lavoro piuttosto che lavorare per quasi tutto il loro tempo da svegli, potranno svegliarsi alla politica. Se lo vorranno. E comunque avranno tempo per capire, per situarsi. È la storia di cittadini che diventano cittadini. E questo è il minimo dei prezzi, se è vero che la democrazia ha un costo.

Non affronto in questa limitata sede gli effetti che una misura simile avrebbe sul sistema economico e sul mondo del lavoro. Quanto alla fattibilità in un futuro non troppo lontano, è evidente che i maggiori ostacoli risiedano in una certa densità culturale, animata forse qui e là da residui teologici. Ricordo inoltre che ci troviamo nel territorio dell’imprevedibile. L’intelligenza artificiale è tra noi; fino a dieci anni fa nulla di ciò che sta accadendo in questo campo era prevedibile esattamente. Il futuro è politicamente nero come la notte, sì: soprattutto perché non ci sono stelle verso le quali orientarsi. E allora costruiamole, ciascuno nel proprio possibile. Questa è una di quelle.

 

Un poeta in scena: Elio Pecora

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Nota

di

Marco Beltrame

 

Numerosi sono i casi di poeti italiani che nella seconda metà del Novecento si sono provati nel genere teatrale – chi per il febbrile bisogno di confrontarsi con il palcoscenico, chi alla ricerca di un pubblico più ampio di quello dei soli lettori. Pensiamo a Pier Paolo Pasolini, autore di sei tragedie in versi e firmatario di un provocatorio Manifesto per un nuovo teatro (1968), o all’esperienza di Giovanni Raboni, che ha composto testi drammaturgici originali, firmato traduzioni di importanti classici, e poi è stato brillante recensore teatrale per il “Corriere della Sera”. Ma l’elenco è sterminato. Tra i tanti, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani, Giovanni Testori, Mariangela Gualtieri, Patrizia Valduga, Valentino Zeichen, Ludovica Ripa di Meana, Dario Bellezza.

L’interesse verso il teatro di poesia nasce in chi scrive proprio dalla ricerca e lo studio delle prove teatrali del poeta romano per una tesi di laurea di prossima pubblicazione con il titolo Amore funesto. Il teatro di Dario Bellezza. Quello del repertorio teatrale bellezziano è un caso esemplare di corpus drammaturgico di un autore del secondo Novecento, tempo in cui molto facile era la dispersione dei testi, tra manoscritti, copioni dattiloscritti, piccole pubblicazioni e riviste cartacee.

Dalla medesima esigenza di ricostruzione del repertorio dei poeti nella loro interezza nasce Tutto il teatro di Elio Pecora (Il Simbolo, 2024), volume che presenta per la prima volta al pubblico l’intera produzione drammaturgica dell’autore di Sant’Arsenio.

Forse più noto come autore di versi e critico letterario, Elio Pecora, classe 1936, si è dedicato in modo prolifico anche alla scrittura teatrale, con circa venti testi composti nell’arco di quarant’anni. Testi fino a oggi solo in parte disponibili per la lettura, poiché per lo più disseminati in rare pubblicazioni e molti del tutto inediti.

Il volume si apre con Alcesti, testo di debutto mai pubblicato, portato sulla scena nel 1984 da Manuela Morosini con la regia di Enrico Job. Seguono drammi come Pitagora, Prima di cena (Premio IDI 1987), Nell’altra stanza, Il cappello con la peonia, Trittico, tutti scritti e rappresentati tra gli anni Ottanta e Novanta. Per la prima volta appaiono in volume i radiodrammi realizzati per la Rai (Il giardino e Il segreto di Lucio), testi in versi (Narciso in pensiero e una versione di Alcesti in forma di monologo), brevi drammaturgie scritte su commissione come L’ira o dell’andarsene (per il progetto collettivo dal titolo I sette peccati capitali e a cui prendono parte, tra gli altri, Enzo Siciliano, Riccardo Reim, Bernardino Zapponi e Ghigo De Chiara) e Interno (nato come soggetto cinematografico per Il cinema dei poeti, progetto incompiuto dell’animatore del Beat 72 di Roma Simone Carella). Chiudono la raccolta tre monologhi dedicati agli amici scrittori Sandro Penna, Juan Rodolfo Wilcock ed Elsa Morante.

La poetica di Pecora espressa in poesie, romanzi e racconti lascia la sua originale impronta anche nel teatro e nei suoi personaggi. Che siano donne in rotta con l’istituzione familiare o uomini combattivi, i protagonisti del teatro di Pecora sono anime alla ricerca di un’altra condizione d’essere, ritratte nel momento di isolarsi dalla comunità o quando già ritiratesi in un proprio mondo di voci e ombre. «Ignoro sia l’andare che il tornare. Resto qui. Il mio ultimo spettacolo è questo, senza sipari e senza riflettori», confessa l’attrice di prosa Anna, protagonista del dramma in due atti Prima di cena (1986).

Si è deciso di presentare un estratto del monologo A metà della notte, scritto nel 1986. In parte ispirato alle vicende umane di Sandro Penna e Juan Rodolfo Wilcock, scrittori che hanno trascorso gli ultimi anni isolati nelle proprie abitazioni, A metà della notte ci consegna i pensieri di un poeta segregato in una stanza ricolma di «carte e immondizie» e impegnato a raccontare la propria vita a un registratore. Alcune misteriose figure sopraggiungono a interrompere il flusso di ricordi: è l’inizio di un confronto tra il poeta e le ombre del suo passato.

Foto di Dino Ignani

dal monologo A metà della notte.

di

Elio Pecora

Torna alla poltrona, siede, apre il flacone della medicina, versa nel tè gocce del farmaco senza contare. Poi si ricorda del registratore e lo spegne. Posa il bicchiere senza bere.

 

Non ho smesso invece di pensare, d’interrogarmi. Svuotare la mente, lasciare che galleggi nel nulla! Invece, ogni istante, una nuova trafittura, un altro labirinto da percorrere, un’altra uscita da cercare. Sono felici i bambini, gli idioti! Sono gusci vuoti, pianeti al primo giorno. Non sanno, non aspettano, non ricordano. È questa la felicità? Mi fermo di tossire, non sento più il dolore alla schiena, i miei piedi vanno sicuri per la stanza, ma i pensieri non si fermano, non cedono, ininterrottamente chiedono, rispondono, generando altri pensieri e con questi l’orrore, la confusione. Dormire senza sogni! Dov’è il farmaco che possa sprofondarmi in un lungo sonno?

Ho chiuso fuori della mia stanza il mondo e il mondo dilaga dentro di me con tutti i suoi fantasmi.  Ho voluto cancellare il tempo, gettando via calendari e orologi; ma seguito in un andirivieni fra quel che è stato e quel che sarà. Non posso uccidere le ombre; abitano dentro di me, mi parlano, esigono che gli risponda.

 

Toglie dal collo la sciarpa di seta indiana, se ne serve per asciugare la bocca e la fronte.

Intanto la voce, su musica, intona:

 

Madre da te si parte

questo amore che avvolge

e stravolge i miei giorni

voglia e bisogno insieme

vicinanza e rancore

cupa attesa di morte

che ghermisca chi amo.

Madre da te mi viene

un destino di canto

che arresti le ore brevi

in un’estasi eterna.

E come te misuro

l’attimo dell’amore

l’illusione del canto,

maledico e sospiro

e modulo richiami

dalla mia stanza ombrosa.

 

Il poeta riaccende il registratore e, cessata la musica, la voce detta:

 

…Tutto cominciò da lei, con lei. Prima ero allegro, vivo. Riuscì a caricarmi delle sue ansie, pretese che capissi, la soccorressi. Perciò divenni fiacco, bugiardo. Prima andavo, contento. Mio padre mi portava sulle spalle, scendevamo la collina verso le barche e il mare. Il mondo m’attendeva, perché ne percepissi tutti i respiri, perché ne percorressi tutte le strade. Ero libero, come un falco sui monti, colmo come un fiume ad aprile. Parlavo con i santi dell’altare, con i rami del noce nell’orto. Intanto lei mi nutriva, perché il figlio crescesse sano e docile. L’assecondavo, per farmi attento e forte. Dopo che mi aveva vestito e profumato uscivo a rotolarmi nell’erba, gettavo gli abiti nel pozzo o li ammucchiavo fra i rovi e sotto i sassi. Sapevo già in quale carcere mi avrebbe rinchiuso? Poi mio padre partì. Il mondo mi chiuse porte, mi fermò i passi, svanì ogni certezza. Mi vidi tradito, cacciato dal paradiso. Restai solo con lei, atterrito per quanto accadeva. E lei seppe distrarmi. M’accolse nelle sue carni profumate, m’ad dormentò carezzandomi. La sua voce m’attendeva ai risvegli, mi chiamava dalle scale. Lei rise e cantò per me, mi raccontò di lupi feroci e di case sicure. Spinse dentro di me le sue paure. Davanti a me interrogò la sua giovinezza, pianse le sue malinconie. Così scelsi di esistere per lei, di servirla, placarla. E fui obbediente, amoroso. Tremai per ogni suo sussulto, chiesi ai santi e al destino la sua salute, la sua scontentezza. Scordai le mie voglie, il mio stesso desiderio…

Ora so, dietro il mio innamoramento, allignò il rancore. Lei mi toglieva a me stesso. E, se temevo che s’ammalasse e morisse, invece volevo soltanto la sua sparizione. Per tornare a me, alle mie uniche voglie. Invece volli dimenticarmi. …Fu tutto un errore… Lei diceva soltanto la sua scontentezza, elencava le sue fiacchezze e rabbie. Ma io le badavo per sfuggire alla disperazione. Fu sola anche lei, nonostante la mia vicinanza. Credevo di far luce nella sua notte, ora so che continuò ad andare, da sola, nel buio. La mia fu un’inutile rinuncia. Sono occorsi anni, decenni, per capire, per rintracciare quel poco di me che non avevo annientato, svilito.

 

Spegne il registratore. Si china a raccogliere la sciarpa che gli è scivolata dalla mano sul pavimento. Quindi alza, va all’armadio, cerca in un cassetto. Torna con un libro smilzo. Siede, cerca fra le pagine, riaccende il registratore e detta:

 

Fu per me mia madre la misura di tutte le cose…

 

Getta via il libro mugugnando, spegne il registratore. Si volta verso la poltrona in fondo alla stanza in ombra. Parla agitato:

 

So che sei qui. Avvicinati. Mostra la faccia sdegnata, gli occhi lacrimosi. Quando finirai di pretendere da me la compassione che a me non hai dato mai? Vedi, sono stremato. Pronto a lasciare tutto. Tutto! (Si guarda intorno) carte e immondizie. Vieni, parliamo anche stanotte.

 

La madre si alza dalla poltrona, eretta, sdegnata. L’uomo la raggiunge, le afferra il braccio destro, stringe. Lei si dibatte debolmente, lui le lascia il braccio. La madre si guarda il braccio, guarda l’uomo. Questi s’allontana, dà un calcio alla poltrona, rovescia la sedia col termos e il registratore, caccia un urlo. Un attimo e commenta come guardandosi:

 

Ancora la stessa rabbia, la stessa disperazione! Devo uscire da questo gioco tremendo… Voglio disfarmi, sparire…

 

Crolla ansante sulla poltrona. La madre lo guarda di lontano. L’uomo cerca con gli occhi il termos e la medicina, li vede sul pavimento. Allora si piega per raccoglierli, s’inginocchia. Svita il bicchiere dal termos, versa dal flacone gocce del farmaco senza contare, beve.

La voce, accompagnata dalla musica, dice:

 

Andiamo al tramonto sotto chiuse finestre,

lontano m’additi un ramo una nuvola chiara,

le mie parole per te sono piaghe che ardono

i tuoi sospiri per me sono amari coltelli,

e camminiamo mentre s’addensano le ombre

dentro il mistero che ci comprende e consuma:

nemmeno morta tu finirai di chiamarmi

ma non saprò rispondere che sospirando.

 

La voce e la musica si smorzano. Il poeta è tornato tranquillo. Si rivolge alla madre:

 

Ti prego, rimani. Siedi vicina a me, per un poco.

 

S’alza, raddrizza la sedia rovesciata. Prende la madre per mano e la fa sedere. Siede nella poltrona.

 

…Non so veramente nulla. Per capire ho ripercorso le nostre storie. Ho saputo gli errori, ma anche i patimenti. Mi si è presentata una folla, i tanti che ci sono stati vicini. Ho saputo che era impossibile giudicare una caterva di gesti in conclusi, di frasi balbettate, di progetti mancati. Dov’era la malvagità in così tanta confusione? Ho visto uno stuolo di creature trascinate da un fiume in piena, anna spanti in un abisso senza fondo. Tutte pretendevano di salvarsi, e nel pericolo estremo non cessavano di attendere il porto promesso… Allora, dov’era la colpa? Qual è, dov’è questa colpa? La tua, la mia, degli altri? Giunto a questo, avrei dovuto placarmi. Invece continuo a maledire, a gemere, chiamando morti e vivi nella mia camera stretta. Il tempo che mi resta è una soffertissima agonia. Ma tu non rispondi, non parli. Dentro di me la tua voce ripete le parole di allora: sono parole di sdegno, subito spente nel pianto. Tu sei fra i tanti che stanno dimentichi e ignari; ogni voglia li spinge verso una fame inesausta. E sono anch’io smarrito, anch’io confuso, se cerco compagnia alle ombre, se ancora accuso, assolvo.

 

La madre s’alza dalla sedia, non capisce; va verso la poltrona in fondo, vi siede, scompare.

 

…Allora, in che il mio destino è diverso? Già, la poesia!… Ho cercato parole che significassero quel che intravedevo, sentivo. Perché fossero esatte queste parole bisognava asciugarsi dal sudore, misurare l’ebbrezza. Diviso: da una parte uno che s’invaghisce, si perde, dispera; dall’altra parte uno che vigila, esplora, svela… Per accendere un fuoco da un’altra parte, su una sponda remota, un fuoco capace di scaldare di lontano, capace di entrare negli occhi di chi guarda. Ora quel fuoco è tanto lontano da me che nemmeno lo scorgo. Mia quella voce? Fui io a modulare quel canto? Sto qui, perseguitato dall’ansia come nei giorni interminabili dell’adolescenza quando disperavo di vincere il balbettio per sciogliermi in un dire esatto e ammaliante.

 

Si guarda intorno e non vede la madre. S’alza, si dirige verso la poltrona in fondo alla stanza, prende per mano la madre, la conduce verso la poltrona finora occupata da lui. La madre siede impietrita.

 

 

Tomas Tranströmer: «il geroglifico del verso di un cane»

1

 

È uscito per Crocetti Poesia dal silenzio del premio nobel per la letteratura Tomas Tranströmer.

Ospito qui alcuni testi estratti dal libro.

 

da Segreti sulla via (1958)

Quadro meteorologico

 

Il mare d’ottobre brilla freddo

con la sua spina dorsale di miraggi.

 

Niente è rimasto a ricordare

il bianco vortice delle regate.

 

Una luce ambrata sul villaggio.

E tutti i suoni in lenta fuga.

 

Il geroglifico del verso di un cane

è dipinto nell’aria sopra il giardino

 

dove il frutto giallo inganna

l’albero e si lascia cadere.

 

da Il cielo incompiuto (1962)

 

L’albero e il cielo

 

Un albero vaga nella pioggia,

ci passa in fretta davanti nel grigio scrosciante.

Ha un affare da sbrigare. Prende vita dalla pioggia

come un merlo in un frutteto.

 

Appena smette di piovere l’albero si ferma.

S’intravede dritto e fermo nelle notti chiare,

come noi in attesa dell’istante

in cui i fiocchi di neve si rovesciano nello spazio.

 

da La barriera della verità (1978)

Punto di passaggio

 

Vento di ghiaccio contro gli occhi e i soli danzano

nel caleidoscopio delle lacrime quando incrocio

la strada che mi ha seguito così a lungo, la strada

dove l’estate groenlandese brilla dalle pozzanghere.

 

Intorno a me sprigiona tutta la sua energia,

la strada che nulla ricorda e nulla vuole.

Nella terra, sotto il traffico, aspetta

il bosco non nato, immobile da mille anni.

 

Ho idea che la strada mi veda.

Il suo sguardo è così cupo che il sole stesso

diviene un gomitolo grigio in uno spazio nero.

Ma proprio ora mi illumino! La strada mi vede.

Il filo pericoloso delle cose

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di Giovanni Pio Ruggiero

Se potessi uscire dalla nudità, case sul lago, granelli di sabbia incasellati, piede di donna nudo
seno, nudo corpo corpo nudo svestito corpo affranto legato al filo indissolubile corpo celeste colpo
liberato chiedente un nome svestito un come un come ti chiami perché si possa serbare ricordo
torre di inutile stanchezza di inutile vacanza di noia umbra grigia cascata di marmo dove si spegne
l’amore rugiada a piccole gocce sui seni grandi di chi danza, neve su Parigi, operette opere, esploso
il quadro d’arancio e infine. Infine resta, nell’immersione dei corpi ruvidi resta nella melma nel
piatto fangoso che ti porgo nella fanghiglia ostinata sulla tua purezza che smussa angoli ancora
intatti che spezza la pretesa addolcendo in linea curva. Infine una farfalla sbianca un panorama
che crei con le dita a piccoli passetti sui gradini di bianco salita la donna che desideri e manca, e
gioia, di sé gode e non d’altri costellazione che si apre al superfluo innecessario stupore della vita.
Controra sulle scarpe levate fenditura che consente il bacio in solitudine, in essa si danza, non in
altra, in altra stagione: finitudine nel tempo della stessa stagione consentita…
…quando i cari ridormono e non sanno, lontani crepuscoli solo altri attende e non te che hai
scoperto vera una ninnananna.


Sotto i piedi gli arbusti il pietrisco,
secche le foglie i rami il lombrico,
la conchiglia qualche pesca sbucciata
stesa al suolo stramazzata
l’orma si inclina e l’ombra si espande
su ciò che credevi toracico.
Sui sentieri incamminati di buio,
era certo sparire come sassi
nelle fontanelle di campagna,
era certo sostare sui muri
alla stregua dei gechi, camminare
ciechi, rimanere muti e comunque
cantare, sul cinguettio implume
dalla sedia offerta alla nascita,
e dunque imperitura:


su di essa
e non su altre hanno tutti
una base,
non sulle false pellicole di idee,
ma sui campi su cui il lago
si ritira, bruca una giumenta
passeggiano i villeggianti.
E nel ritorno alla campagna,
rappresentata, anticamera
come molte già sopite
e inutilmente traspirate
quelle cose che si inferriano

sì tanto e paiono insormontabili,
vedi allora tramontare scoperte
friabili più della crusca che
ammanta nei forni, torni
a stendere i sorrisi
per una sola intuizione.
Tra due corpi fraudolenti
più non credi che l’altrove sia vero
quando un bianco senti
aprirsi nel buio un sentiero.
_
Occhi chiusi e sorrisi sedentari,
una luna non basta
luna che in frange si spezza
sulla prevedibile inservienza
di persona.


Cecità, nella laguna striata delle isole venete vediamo a che punto una festività diventa canto caro
a ogni individuo, quandanche mi sembri vero che tutto ha già ottenuto il fabbisogno, la punta di
una certezza ricavata in buchi di tarme nel mogano, anfratti di esperienze già vissute e dalla metà
di chi ti apparteneva mozzate perché un tronco

*immagine di copertina Torre di Buranaccio – Girolamo Cannatà

L’aura non c’è: sulla poesia oggi, in breve (a proposito de Il metaverso di Gilda Policastro)

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Di Emanuele Franceschetti

Edito a tre anni di distanza dal più corposo (in termini “progettuali” e dimensionali) L’ultima poesia (Mimesis, Milano-Udine, 2021), Il metaverso (Quodlibet, Macerata, 2024) prosegue l’indagine di Gilda Policastro su fenomeni, tendenze, problemi e discorsi della poesia contemporanea. Il volume, stavolta, è agevole e snello, in linea con la proposta della collana «Elements»: meno di centocinquanta pagine, fattura quasi tascabile, tendenzialmente parco di note a piè di pagina (incubo di saggisti, lettori ed editor) e dotato di una bibliografia finale a dir poco essenziale. Un sogno, insomma, per chiunque abbia vaghezza di immergersi senza eccessivi patemi nelle questioni poetiche odierne. Una sintesi del “senso” del libro – quadripartito, con ciascuna delle sezioni ulteriormente suddivisa in cinque o sei paragrafi – è chiarita nell’abstract finale (p. 141), e non mi sembra pertanto particolarmente meritorio riproporre qui un sunto del testo; né troppo utile può risultare qui apprezzarne lo stile avvertito e brillante, smaliziato e appuntito (ben noto a chi conosca la produzione critico-saggistica dell’autrice). “Utile”, invece, è proprio il testo in questione: al netto del probabile sospetto che l’idea dell’utilità rischia di portarsi dietro (in relazione alla poesia, poi…), vorrei soffermarmi proprio su questa qualità.
Può essere un’ammissione dolorosa, ma è anche ovvia e inevitabile: la poesia, oggi, è ancora per molti un’ “estranea cosa” (così Alberto Savinio definiva la musica, all’inizio degli anni Quaranta).[1] Doloroso è anche, per chi scrive qui, rendere oggetto di discussione considerazioni che possono risultare fruste e consunte a chi, invece, la poesia la frequenta e la maneggia quotidianamente, e non nel dopolavoro. È di larghissima circolazione la storiella (diffusa con infinite varianti, come gli aforismi di Jim Morrison) che vedrebbe la maggior parte dei discenti di qualsiasi ordine “non specializzato” (e non è neppure detto che, insomma…) incapace di nominare cinque poeti viventi: è una storiella tutt’altro che fittizia, però, che al di là del gusto per l’aneddoto dovrebbe porre (e porci) qualche problema. Come si può pensare che i nodi teorici, i discorsi ricorrenti e le questioni fondanti dell’universo poetico possano non risultare oscuri se è impossibile, in contesti a dir poco largamente alfabetizzati (Licei, Conservatori, Università) persino nominare qualche poeta vivente?
Non essendo l’eziologia della crisi culturale tra gli obiettivi di queste righe, tornerei subito sul libro di Policastro. L’autrice, che oltre a libri di poesia e romanzi, di lavori accademici (quelli lunghi, con molte note, con le bibliografie infinite) ne ha scritti parecchi, è riuscita a confezionare un testo che può davvero essere “utile” a molti. Ma non l’ha fatto rendendo dozzinale il discorso o banalizzando i punti nevralgici dell’indagine: bensì realizzando una buona sintesi tra vis affabulatoria, mordente narrativo, conoscenza diretta degli strumenti in possesso degli interlocutori circostanti (Policastro insegna in contesti e realtà diversi per orizzonte culturale e prospettive) e capacità di immaginare un itinerario interno accattivante, reso tale anche da una scelta smaliziata, astuta e precisa di argomenti (contesto presente e individui [prima parte]; temi [seconda parte]; forme [terza parte]; personaggi “notevoli” [quarta parte]) e soprattutto titoli (“I poeti sono vivi?”; “Canone, no grazie”; “Meno amore, più morte”; “Poesia tra le stelle”; “L’endecasillabo è morto”; “De Angelis e Insana: fine pena mai”, ecc.).
Policastro sa bene che, ancor prima di perimetrare lirica e ricerca, non-assertività e “espressivismo”, e occuparsi di installazioni, intermedialità, AI e pratiche performative, il vero problema (culturale ancor prima che strettamente poetico) potrebbe essere ancora discutere la sopravvivenza – e le condizioni e modalità di sopravvivenza – di un intero “genere”, senza dare nulla per scontato. Bisogna ancora chiederci (e spiegare) cos’è la poesia oggi, se esiste, come riconoscerla dai suoi falsi surrogati, chi è che la fa e che modelli adotta, dove si trova (la poesia, ma anche chi la fa), cosa può fare (la poesia) e cosa ha smesso di fare (e forse non ha mai fatto), che rapporti ha con le emozioni e con i fatti propri (tasto dolentissimo) e con la realtà e la storia, con le canzoni e con la lingua con cui parliamo tutti i giorni. Utilizzare Il metaverso e proporlo anche come strumento didattico-divulgativo, insomma, potrebbe facilitare in tal senso l’impresa, contribuendo forse a ridurre – anche per i lettori meno avvezzi e avvertiti al genere – il senso di estraneità che la scrittura in versi, per non dire di quella non in versi (ma sempre poetica) continua a portarsi dietro.
Policastro sa anche bene che l’aura, la poesia, l’ha persa da un bel po’: e che – rubo un’espressione che Fortini rivolgeva a Pasolini[2] – conviene far pace con l’idea che non ci sono più i Poeti (con la “p” grande), ma solo individui che scrivono poesie che vanno sottoposte, sempre fortinianamente, a necessaria verifica. Il difficile, mi sembra, è spiegare alla gente che la poesia può aver perso l’aura ma non ha smesso di essere uno dei modi più interessanti di mettere “in forma” e “in lingua” le cose, il mondo, la storia, gli altri: e che quindi continua a farlo anche oggi, seppur in forme e in modi molto diversi da ciò che potrebbe immaginare chi è fuori dalla bolla.
Con buona pace della «provocazione-profezia»[3] di Edoardo Sanguineti sul presunto «diluvio» dopo la stagione della neo-avanguardia, di poesia buona e valida se n’è fatta e se ne continua fare ancora molta. Ciò che però mi sembra fuori discussione (o sarebbe bene che lo fosse), e di cui Policastro si fa da sempre interprete, anche ed efficacemente nel Metaverso, è la necessità di “odiarla” un po’, questa poesia (per riprendere l’espressione di un fortunato e intelligente libro recente di Ben Lerner).[4] E cioè metterla in discussione, e magari alla berlina; storicizzarla e toglierla via dal museo e dal negozio d’antiquariato; strappare quelle venute male, se necessario; provare a dirla «con la bocca» (per usare un’espressione di Umberto Fiori),[5] o magari anche a metterla in musica (questo invece lo suggeriva Pound).[6] Decostruirla, prenderla a scossoni, parlarne anche fuori dalla bolla, raccontare in quanti modi diversi si può scrivere. Oltre che a far fuori l’aura, questo potrebbe essere utile a fare a meno del semplicistico poesia-non poesia di crociana memoria, nonché a familiarizzare ulteriormente con la complessità: della poesia e del reale.

 

______________________

[1] Alberto Savinio, Musica estranea cosa, «Parallelo», I/2, 1943, pp. 68-70.

[2] Cfr. Franco Fortini, Attraverso Pasolini, a cura di Vittorio Celotto e Bernardo De Luca, Quodlibet, Macerata, pp. 12-13.

[3] Così la definisce la stessa Policastro nella bandella de L’Ultima poesia.

[4] Ben Lerner, Odiare la poesia, Sellerio, Palermo, 2017.

[5] Umberto Fiori, Poeti con e senza bocca, in Scrivere con la voce. Canzone, Rock e Poesia, Unicopli, Milano, pp. 131-140.

[6] Ezra Pound, L’ABC del leggere, Garzanti, Milano, 2012, p. 57.

HelloQuitX: istruzioni per l’uscita da X

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di Andrea Inglese

“Ma ragazzi, se ce ne andiamo anche noi da X, chi garantisce la sopravvivenza di un vero dibattito democratico? Chi garantisce l’espressione di punti di vista diversi?” Questo magnifico argomento fallace, è già disponibile domani per l’esodo da Facebook. L’esodo da X, però, sembra davvero ancora più urgente, perché esso è già teatro da tempo di campagne d’astroturfing (propagande falsamente spontanee e popolari) contro non solo la fantomatica cultura woke, ossia l’ideologia di sinistra, ma anche semplicemente: 1) il giornalismo indipendente; 2) la ricerca scientifica universitaria. Nemici della galassia neofascista, promossa dal padrone della piattaforma (Elon Musk), sono tutti coloro che pretendono di difendere la verifica delle fonti e la fondatezza scientifica delle prove. Si tratta, in entrambi i casi, di processi collettivi complessi che, pur evolvendo nel corso della modernità, hanno costituito forme di limitazione, nei confronti tanto del delirio individuale quanto di quello settario, di natura religiosa o politica che sia. Ma rispondiamo subito all’argomento formulato all’inizio. Perché mai, io, libero cittadino, dovrei garantire la “democraticità” di un luogo privato (X), che trae profitto economico dalla mia presenza su di esso e mi getta in pasto a bande di fascisti, razzisti, climatoscettici, ecc., che godono il massimo appoggio da parte del proprietario di questo luogo (Musk). Volete emendare il vostro Karma? Andate a nutrire i senza tetto, invece di cercare di ripulire dalla merda fascista case private che ne strabordano.

Il vero problema è un altro. La droga era buona e a poco prezzo. Ne abbiamo abusato, traendone grandi vantaggi in termini di efficacia personale o di gruppo. Ora che però sappiamo quante brutture implica la sua circolazione, ne siamo schiavi, fisicamente dipendenti. Tagliare le relazioni con lo spaccia è durissima. Ci ritroviamo vulnerabili e miseri, come prima del grande sballo. Lo sballo è consistito nella capacità delle piattaforme di creare un nostro ampio pubblico, una nostra ampia famiglia. E uscire da X significa dover ricominciare da zero. Sacrificare una ricchissima agenda e un foltissimo archivio che si sono costruiti con sudore negli anni. Ecco, questo è un discorso che si capisce. Ed è per questo motivo che i difensori dell’abbandono di X, per l’occupazione di spazi di dibattito alternativi, ossia ancora democratici, hanno posto l’attenzione sulla “portabilità”.

È quanto accade in Francia. Qui abbiamo un signore di nome David Chavalarias, che ha tutte le carte in regola anche per i più tecnofili: un matematico con esperienze di ricerca pluridisciplinari (direttore di ricerca al CNRS e Centro d’Analisi di Matematiche Sociali all’EHSS), autore di un libro sulle piattaforme (Toxic data. Comment les réseaux manipulent nos opinions, 2023; Dati tossici. Come i social manipolano le nostre opinioni) e soprattutto coordinatore del progetto openportability.org, un programma a libero accesso, che permette di trasferire tutti i dati del proprio conto X su mastodon o BlueSky. Questo programma è stato poi associato a HelloQuitX (Esci da X), che si definisce in questi termini: “un movimento meta-politico e apartisan che aiuta i cittadini a riappropriarsi degli spazi digitali compatibili con delle democrazie funzionali”. Questo movimento di “cittadini” in realtà è “politico”, nel senso che difende la possibilità di integrare le piattaforme a uno spazio di scambio e incontro realmente democratico, ossia antifascista.

Il problema, quindi, è quello di uscire da piattaforme elettroniche in mano a soggetti privati, e per lo più fascisti, che ne controllano il funzionamento grazie alla scelta degli algoritmi e alle strategie o meno di moderazione, per integrare delle nuove piattaforme (BlueSky e Mastodon) a un tipo di scambio e comunicazione che rispettino le norme e lo spirito della democrazia. Questo “spirito” democratico si fonda su un ideale fondamentale: il controllo il più possibile diretto da parte dei cittadini delle istituzioni sociali; tra queste ci sono gli organismi di comunicazione di massa e di circolazione dell’informazione.

Sul sito di HelloQuitX si trova anche una lista di realtà associative, giornalistiche, politiche, ecc. che hanno già lasciato X (da Mediapart, consorzio di giornalisti indipendenti sul web, all’Università di Starsburgo, dalla Berlinale Film Festival alla ONG Cimade, e così via).

Cari e care tossiche di X, oggi avete un bel metadone, e persino droghe alternative, ma che, pur facendovi sballare allo stesso modo, non hanno effetti nefasti sulla vostra salute e quella del vostro prossimo. HelloQuitX, andate a farvi un giro.

Folgoriti

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Immagine generata da AI

Immagine generata da AI

di Igor Antonio Lipari

Dov’è?
Laggiù.
La roccia a cupola?

[niente a che vedere con la Cupola della Roccia, fino a prova contraria]

Proprio quella.
E dove sarebbero?
Ci sono.
Vedo solo macchie scure.
Saranno licheni o chiazze di muffa. Sotto ci sono i simboli ignoti. Li hanno esaminati gli archeologi, tempo fa. Non hanno potuto stabilire di che lingua si tratti, e se si tratta davvero di una lingua.

[lingue matrigne e patriarche, accozzaglie di fonemi, grafemi, lessemi, morfemi e sintagmi che adombrano minuzie e insabbiano essenze nell’illusione di gettare un ponte fra l’io e l’altro, le cui campate sono appese al vuoto, perché non esistono né io né altri, soltanto allevamenti intensivi di apolidi e fraudolenti nessuno, che saturano la noosfera dei gas serra delle loro farneticazioni a colpi di belati, chat, post, topic, bramiti, memi, thread, solecismi, haiku, slogan, flame, jingle, ragli: aria lastricata di flatus vocis, moto browniano verso nessun luogo]

E hanno lasciato tutto incustodito?
Qualcuno ha stabilito che si trattava di uno scherzo, altri non erano d’accordo, ma intanto le università hanno ritirato i fondi e la faccenda è stata piantata in asso. La roccia è ancora lì, con tanto di iscrizioni sopra.

[e se i fenomeni naturali scrivessero, oltre che dipingere e scolpire, con tutto il tempo libero che si ritrovano? e se fosse una pietra paesina ad averci inseriti come refusi nell’irrealtà che si è dipinta da sola dentro le sue viscere di minerale sapienza muta per discepoli silenziosi, e il meglio che se ne apprende non si potesse comunicare?]

{…questo tackle commesso con vigoria sproporzionata, sanzionabile con espulsione e squalifica, il regolamento parla chiaro…}

Più che pietra, sembra vetro opaco.
Sono stati i fulmini a ridurla così. L’hanno colpita decine di volte.

[non è il come ma il perché; non la misurazione di volt e ampere, ma la ragione per cui proprio quella persona fra tante su una spiaggia o in aperto terreno, proprio quell’albero di una foresta, proprio quella vetta di catena montuosa debbano attrarre la scarica che folgora e ustiona, che carbonizza o vetrifica, per poi ramificarsi in figure di Lichtenberg dal buio ctonio di quaggiù fino alla luce vuota dell’iperuranio, come uno scongiuro o una bestemmia, in un lampo, invano]

Chi lo dice?
Il servizio meteorologico dell’aeronautica militare. L’ ESA. Ci sono persino dei video in rete (si sta chiedendo chi può averli realizzati – forse qualcuno che conosce – oppure si tratta di normali deepfake, e l’autore è un estraneo qualunque – oppure i video sono autentici, ed è il tizio che conosce a essere un fake, nonostante gli avrà anche parlato faccia a faccia, o forse proprio per questo – o invece l’intero universo osservabile, dal superammasso della vergine alla radiazione cosmica di fondo, è un deepfake monoblocco, ma alquanto rudimentale, altrimenti lui non se ne sarebbe accorto: ma lui o chiunque altro se n’è davvero accorto? – non si sta chiedendo niente di tutto questo). È una folgorite esogena. Fra le più grandi al mondo, pare. E ce l’abbiamo proprio a due passi da casa. Queste altre rocce sbriciolate tra la sabbia (Sabbia. In un terreno agricolo. Così distante dal mare. Desertificazione? E fra le dune a venire, carovane che guadano i laghi salati dei miraggi.) sono folgoriti standard. Quella integra che ti ho mostrato prima a casa, l’ho presa da qui.

[Lei lo sospetta. Lui lo sospetta. Entrambi, guardandosi e riconoscendosi, sono certi del fatto che un essere vivente, la sua quiddità perlomeno, qualunque cosa significhi, non abbia molto a che vedere con ovociti, cromosomi e spore, ma si origini da una scarica elettromagnetica scaturita non si sa da dove né come e subito estintasi, lasciandosi dietro una tubolare condensazione di materia friabile, provvista di due orifizi, uno per l’alimentazione e l’altro per l’escrezione. Che a poco a poco ti si sgretola fra le mani. E che non rimanga davvero nient’altro, dopo tanto deglutire e defecare. Ma questo, come si potrebbero trovare parole per dirselo?]

{…questa gratuita manomissione del dispositivo che ancora conservava una patetica parvenza di funzionamento, e invece ecco che deve metterci le mani sopra e dentro, così che il costruttore declini ogni responsabilità e la garanzia decada, come un isotopo o una civiltà…}

Sarà sicuro starci vicino?
Vedi nuvole per caso?
Non vedo proprio un bel niente, il sole è gia tramontato da un pezzo e qui in mezzo al nulla chissà come mai si sono scordati di installare qualche lampione. Potevamo prendere un’altra torcia: questa è quasi scarica. Mi hai fatto lasciare a casa anche lo smartphone, e io che ti do pure retta.

{il diafano discrimine fra nerdsplaining e gaslighting, fra Disturbo Bipolare Non Altrimenti Specificato e tedio di sentire che non vale la pena di fare alcunché, fra quanto è classificato in un DSM e tutto il resto che fermenta nelle interiora umane; il ponte tibetano vacillante fra il sé e l’altro-da-sé su cui basta avanzare di qualche passo per capire che crollerà nell’abisso sottostante, di te e dell’altro-da-te non resteranno che frattaglie e ossa confuse insieme sul fondo, fino alla calata degli avvoltoi}

Bisogna essere idioti per portarsi dietro certe COSE quando si viene in posti del genere.

[le cose, che per emendarsi della loro irrilevanza hanno la necessità che a nominarle siamo noi, dall’alto della nostra rilkiana impermanenza, noi pilastri e fondamenta di ogni frana, periferici a tutto e più di tutto a noi stessi, noi che sopra ogni cosa non siamo altro che cose inutili gettate in mezzo alle cose]

Infatti mi sento talmente idiota da non vedere nemmeno dove sto mettendo i piedi, diversamente da te, che hai la visione notturna dei gatti; oltre che il loro identico carattere.
Ti dico che conosco bene il posto. E comunque ci vuole il buio per vedere qualcosa.
Questa poi me la segno tra le frasi celebri. Ma ancora non ho capito cosa.

[… le mestruazioni si verificano al termine dell’oscura fase prepuberale, dal che pare lecito arguire che siano correlate al ciclo riproduttivo della specie: una foce che travasa il fiume vitale nell’oceano pacifico dell’età adulta, con tanti di quegli arcipelaghi inesplorati da cartografare (i più adatti verranno adibiti a mete di crociera), un’epifania che assegna un sesso a chi ne accoglie o subisce il marchio, relegando all’altra riva della senna tutti coloro che ne sono privi; e qui, sulla rive gauche di un’infanzia protratta ad libitum, ce ne restiamo ancora a rigirarci sotto le coperte, quindi per favore non svegliateci, oggi a scuola non abbiamo intenzione di andarci; da oggi abbiamo deciso di non avere intenzioni, punto]

Questa è la zona dove spuntavano i crop circles. Il proprietario del terreno ci diventava matto: gli rovinavano il raccolto, anno dopo anno.
E dove sarebbe qui attorno il grano?
Il tizio ha abbandonato tutto. Un giorno è tornato in città coperto di sangue. Dice che stava dando fuoco alle stoppie, quando ha sentito un boato sotterraneo e uno spostamento d’aria l’ha sbalzato lontano. Sono venuti gli artificieri. Un ordigno inesploso, hanno detto. Aveva la schiena tatuata di schegge. Io ero al pronto soccorso con mia madre, quando è arrivata l’ambulanza, e l’ho visto. Ha messo in vendita il terreno, ma nessuno ne vuole sapere.
Tranne te.
Me compreso, invece. Se non fosse che qua sopra sono apparsi molto spesso grappoli di luci che volteggiano velocissime. Il giorno dopo, puntualmente spuntava un cerchio. Avresti dovuto vederli: disegni di una complessità impossibile (quanta della presunta complessità di qualcosa risiede nella miopia dell’osservatore? quanto della mente che algoritma dietro gli occhi si estroflette al di fuori del corpo, e si raggruma in un cosiddetto mondo? e quanto del cosiddetto mondo non è che una protesi sovraestesa di un cosiddetto corpo?). Chi può averli tracciati in una sola notte? Ci ho camminato in mezzo; c’era qualcosa, un calore dal terreno, attraverso le suole delle scarpe, non lo so, ma c’era qualcosa.

[l’origine dei crop circles potrebbe essere naturale. O artificiale. Ma che cos’è artificiale? E cosa naturale? Se l’origine è umana, allora i cerchi sono artificiali? Quindi anche gli esseri umani, essendo produttori di artifici, hanno natura artificiale? Forse i crop circles sono l’origine degli umani? Dei loro cervelli frattali come cerchi nel grano saltati fuori nel corso di una notte, a opera di ignoti burloni?]

Ti bevi tutto, tu.
Ho un binocolo. Una notte ho visto le luci, dalla finestra di camera mia.
Come no. Potrebbe essere stata qualunque cosa, o niente del tutto. Tu vedi sempre qualcosa: ma quanto capisci, di quello che vedi? (quanto di quello che vedi è comprensibile? quanto di ciò che è comprensibile è reale? quanto del reale è visibile? quanta realtà esiste di per sé? e soprattutto, quanto è assurdo esistere, in sé e per sé?)
È scomparsa della gente, qui. Venivano a vedere e non sono mai tornati.

[gli scomparsi: ilari sguardi seriosi in camera che dalle foto, ultimo detrito di passato, sono intenti a fissare come attraverso una nebbia questo presente che non vedranno mai; gli scomparsi, il timbro delle loro voci che ancora riecheggia nel pensiero di qualcuno che in futuro sarà scomparso; gli scomparsi da una falesia o dentro seracchi o sotto slavine, ghiaccio e neve che si sciolgono come il tempo, solo con più strepito; gli scomparsi in mare, ombre dove l’ombra non può esserci; numeri di statistiche, figuranti di necrologi e programmi tv; desaparecidos nel Gobi e in Vaticano; volatilizzati come vittime di rapimenti alieni da ponteggi di cantieri, guardrail di autostrade, letti d’ospedale; gli scomparsi che popolano i sogni che non sono sogni, e appena prima del nostro risveglio si aggrappano alla fenditura fra il qui-e-ora e il nessun-luogo-mai per riaffiorare, ma vengono risucchiati indietro nell’imbuto, non hanno scampo, mentre noi apriamo confusamente gli occhi e un gesto dopo l’altro ci apprestiamo a celebrare i riti espiatori delle nostre vite, e passo dopo passo ci allontaniamo da loro finché non riescono più a scorgerci per la distanza, e ciononostante cercano ancora di chiamarci ma ormai come faremmo a sentirli, noi vivi: noi che per loro siamo scomparsi]

Per questo mi ci hai portata? Volevi vedere che effetto fa scomparire? Grazie, ma di certe esperienze imperdibili ne faccio volentieri a meno. Potevamo starcene con gli altri, al quartiere (gli altri, quest’associazione a delinquere di stampo indefinito, che si infiltra ovunque, impossibile smantellarla, prima o poi ogni agente sotto copertura viene smascherato). Ecco, si è esaurita la torcia: e ora che si fa?

[Il quartiere è una parte trascurabile di una circoscrizione; una circoscrizione è un’area negletta di una municipalità; una municipalità è una località secondaria di una amministrazione regionale; una amministrazione regionale è una propaggine marginale di uno stato nazionale; uno stato nazionale è una componente irrisoria di un continente; un continente è una squama epiteliale di un pianeta terrestre; un pianeta terrestre è una briciola irrilevante di un sistema solare; un sistema solare è una particella infinitesima di una galassia a spirale; una galassia a spirale è un pixel di un ammasso locale; un ammasso locale è un batterio annidato in un filamento di universo; un filamento di universo è un ectoplasma evanescente srotolato ai margini di un supervuoto e ha il solo compito di emettere luce: per gettare ombra sull’omologo dell’apparato visivo di qualcuno/qualcosa annidato nell’equivalente di un quartiere, da qualche parte, oltre il supervuoto?]

Non li sopporto, gli altri. Il quartiere mi fa schifo. A malapena tollero te.

[gli ALTRI, questa presunta criptospecie, di cui tanto a sproposito si favoleggia, mai avvistata in natura, nonostante la dedizione di bracconieri ed entomologi]

Onorata davvero. Papà non approverebbe, comunque.

{un modello teorico delle interazioni sorellastra/fratellastro [sostituire con adeguato singenionimo di non consanguineità (ammesso che esista un qualche esemplare non consanguineo al resto della sua specie)] che sia tanto lontano da una thumbnail di pornhub quanto dalle pagine in carta riciclata e scrupolosamente (scr)editate di un romanzo-di-(de)formazione-contemporaneo; che non fornisca previsioni verificabili; che non sia falsificabile perché in primo luogo non avanza pretese di veridicità; che non sottoscriva oggetti e non proscriva soggetti, che non sia militare coscrizione di pseudo-realtà ma trascrizione quanto più possibile (in)fedele di [REDACTED]}

Tuo padre picchia mia madre.

[l’analisi delle serie storiche individua un trend in costante aumento per i casi di violenza domestica. Le serie storiche sono di tipo stocastico, impossibile elaborare previsioni prive di errore. L’errore è, per esempio, quello di considerare una variabile aleatoria come la sofferenza umana sotto forma di processo ergodico. Assegnare l’ipotesi di un valore finito a qualcosa che non ha fondo né limite.]


… non te ne sei accorta va bene non te ne faccio una colpa anch’io lo sapevo e me ne sono rimasto a guardare proprio così lo sapevo anche se non volevo saperne di ammetterlo d’altronde cosa avrei potuto farci è meglio non sapere di aver sempre saputo quello che si sa piuttosto che ammettere di sapere che non c’è niente da fare al riguardo o forse è tutto il contrario chi può saperlo ma adesso che te lo sto dicendo almeno parlami … [IN COLATA UNICA DI FIATO]

[l’importante è parlarne, tutti bravi a parlare, tutti adulte e consenzienti macchine di turing che sparlano straparlano si rimpallano gesti e sguardi muti da cui si srotolano stringhe su stringhe di parole, il punto non è arrivare al punto ma confabularci attorno, parliamone e non se parli più]

{istanze diegetiche centrifughe, deraglianti, che mimano voci nella testa che non sono voci dentro nessuna testa, alcune incitano o dissuadono a scegliere o compiere questo e il contrario di questo, perché sarebbe giusto o necessario, altre più fievoli ti programmano a credere che necessario e giusto esistano, altre ancora che sembrano fuori dalla testa e non lo sono ti invogliano e obbligano a consumare e produrre, a riprodurti e consumarti; voci onomaturghe, engastrimite, ognuna verbigerante in una sua traiettoria di ventriloquio, balbuzie, raucedine, mutismo selettivo, congenita afonia}


Hai sentito?

Tranquilla, l’ho spenta io la torcia.

Non fare così. Guarda, adesso la riaccendo. [REITERATI CLIC DI INTERRUTTORE] Merda, è scarica. Bea, dove sei?

Che ridere, Bea.

Rispondi!

(Ti prego, non è così che doveva andare [e come? c’è qualcosa che si può prevedere? la partita, l’elezione, le condizioni meteo che rispettano i pronostici, cosa dimostrano, se non che questo non è il migliore dei mondi impossibili, e quindi accontentatevi?]. Tutte le volte che l’avevo immaginato non andava mai a finire così. Il prima, il durante e il dopo, soprattutto il prima e il dopo, perché il durante, quello è un buco nero che inghiotte la luce e la decompone, non si vede niente al suo interno, e quando ci sei dentro, non si vede niente dell’esterno, quando ci sei dentro non sei più di un punto dentro un punto che pialla e tritura lo spaziotempo e non è da nessuna parte. Non lo so nemmeno io quante varianti ho immaginato, o perché le immaginavo: ma no, questa qui no. Non restavo mai solo).

{immaginare: la pianificazione strategica di starsene-a-naso-per-aria a classificare le nubi quando il cielo è sgombro come un appartamento non appena ultimato il trasloco e sembra impossibile che qualcuno o qualcosa lo abbia mai potuto o lo potrà ancora abitare}

Dove sei? Rispondimi!

{…questo sabotaggio onanistico del meccanismo riproduttivo del senso, lo sperma del messaggio eiaculato nell’utero frigido di una fognatura, dove non inseminerà fraintendimenti e non concepirà che un buco nell’acqua…}

(Solo, a girare a vuoto nel buio, attorno a una roccia impassibile, urlando senza risposta, senza la minima idea del perché sta succedendo questo, senza poter tornare indietro, che cosa direi, senza la minima intenzione di restare qui, senza un altro posto dove andare, potresti essere vittima di uno scherzo oppure è tutto vero, potrebbe essere là dietro in fondo a un fosso oppure è scomparsa davvero, senza sapere quale alternativa sia peggiore, insistendo a urlare alla notte, che non ha mai dato risposte a nessuno, accanto a questa roccia che rimane sorda, com’è giusto che sia, a girare a vuoto nel buio; solo?)

(…)
[…]
{…}

Nota sul romanzo gotico

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Pubblichiamo alcuni estratti della postfazione di Adriano Ercolani al volume L’amante del diavolo di John William Broad-Innes, in uscita il prossimo 10 febbraio per Venexia Editrice, che ringraziamo.

 

Nota sul romanzo gotico.

Una fuga nell’Inconscio per sfuggire alla gabbia della Ragione

Per la paradossale legge della polarità che governa, con i suoi misteriosi meccanismi dialettici, i grandi movimenti di pensiero che animano incessantemente gli eventi umani, è proprio nel culmine del Secolo dei Lumi che è sorta l’onda oscura della letteratura gotica.

Esattamente nel periodo in cui i cultori della Dea Ragione intendevano spazzare via le superstizioni religiose, creando un nuovo mondo di ordine razionale in grado di dominare tecnologicamente la Natura, emerge per reazione non un mero genere letterario, ma una forma mentis destinata a influenzare tuttora l’immaginario artistico contemporaneo, fondata sugli opposti metafisici dell’Illuminismo e della nascente regolarità borghese dettata dalla incipiente Rivoluzione Industriale; l’oscurità notturna, il terrore per l’Ignoto, il senso del sublime e del Sacro, la stregoneria e i riti oscuri, intrighi, trabocchetti, fantasmi e torture, incesti e vendette, apparizioni sataniche e maledizioni invincibili, vergini perseguitate e possessioni violente, in un crescendo infernale di colpi di scena che conducono i protagonisti verso una redenzione inattesa o un abisso di perdizione.

Il tutto, com’è proverbiale, ambientato, appunto, in un’ambientazione gotica: inquietanti castelli medievali che nascondono misteri innominabili, boschi oscuri che ghermiscono in notti maledette, cimiteri abbandonati che diventano teatro di rituali demoniaci.

Com’è ben noto, il termine “gotico” (coniato a metà Cinquecento dal Vasari in accezione spregiativa per lo stile architettonico del Nord Europa, a suo gusto barbarico e confuso), fu ripreso e lanciato da Horace Walpole nel sottotitolo (“A gothic tale”) alla seconda edizione del romanzo capostipite del genere, il celebre Il Castello di Otranto del 1764: nei luoghi dove poco più di due secoli dopo

Carmelo Bene ambienterà il delirante monologo interiore di Nostra Signora dei

Turchi, il dotto nobile inglese porrà le basi fondanti per il genere.

(…)

Quando abbiamo in mente i castelli medievali sfarzosi, spettrali e minacciosi, pieni di botole, passaggi segreti e stanze delle torture, cristallizzati da decine di film (dalle gemme di genere di Mario Bava al successo internazionale di Harry Potter, in larga parte fondato dall’atmosfera magica di Hogwarts) stiamo, probabilmente, ancora perpetuando un sogno creato dalla mente di Horace Walpole.

E, infatti, è proprio a l’ossessione per l’architettura gotica del suo fondatore che dobbiamo la definizione di questo genere.

Il successo de Il Castello di Otranto ispirerà subito una serie di epigoni, di imitazioni, più o meno riuscite, ma l’evoluzione del romanzo gotico passerà, qualche decennio dopo, per una serata memorabile, uno di quei momenti in cui l’Inconscio Collettivo decide di intervenire direttamente nella storia umana e manifestarsi in una forma limpidamente leggibile.

(…)

Come in una cornice boccaccesca, durante una notte “buia e tempestosa” del giugno 1816 a Villa Diodati, il grande protagonista della stagione romantica, Lord Byron, sta ospitando alcuni amici, non propriamente anonimi: Percy Bysshe Shelley, l’altro grande eroe della poesia romantica, Mary Clairmont (presto sua moglie, dunque destinata a diventare famosa come Mary Shelley), sua sorellastra Claire Clarmont (compagna incinta del celebre padrone di casa) e il medico personale di Byron John Wiliam Polidori. Costretti in casa per il clima severo, quel peculiare gruppo di amici, per vincere la noia, passa il tempo leggendo.

E cosa leggono? Per nostra fortuna, a loro disposizione nella villa trovano Fantasmagoriana, un’antologia tedesca di racconti gotici, e il romanzo Vathek di William Beckford. Dopo ore di lettura, nasce l’idea destinata a cambiare la letteratura moderna.

Una sfida: ognuno dei convitati durante la notte avrebbe scritto un racconto dell’orrore.

In quella notte fatidica, nacquero i due grandi mostruosi protagonisti dell’immaginario horror moderno: Polidori, da uno spunto di Byron, ribattezzato Un frammento o La sepoltura, scriverà Il vampiro (inizialmente attribuito, dopo la pubblicazione nel 1819, proprio al poeta inglese e considerato, per ironia della sorte, da Goethe come una delle sue opere migliori), gettando il seme per il mito letterario di Dracula poi ripreso da Bram Stoker, nell’omonimo romanzo del 1897; soprattutto, Mary Shelley (che, benché, appena diciottenne vantava un patrimonio genetico promettente, essendo figlia della prima pensatrice femminista, Mary Wollenstonecraft, e del politico e filosofo William Godwin) quella notte scriverà Frankenstein ovvero il moderno Prometeo, capolavoro non solo d’intrattenimento, ma dal profetico valore filosofico.

(…)

più che gli infernali paraphernalia, le spose cadaveri, le lune piene, i licantropi, le decapitazioni e gli scheletri nascosti nelle nicchie, questo genere è fecondo perché scova nelle pieghe dell’Inconscio, talvolta con formidabile potenza iconica e sottile discernimento spirituale.

Questo, ad esempio, è il caso di un’opera tremenda quanto indimenticabile, Il Monaco di Matthew Gregory Lewis (1796), un lungo racconto violentemente scandaloso (non a caso ripreso e amato negli anni ‘30 dalle menti incendiarie di Antonin Artaud e André Breton): il crescendo abissale della corruzione interiore, il capovolgimento satanico della virtù (sono gli anni di Sade, che non a caso lo definì “capolavoro gotico”), la santità che diviene vizio e crimine…

(…)

Ecco, questo valore morale (per antifrasi) dei racconti gotici, precisamente da exempla medievali, non va sottovalutato, anzi ne è forse l’ingrediente esoterico più prezioso.

Superficialmente, certo, gli elementi che intrattengono il lettore sono afferenti a quella mescolanza di terrore e meraviglia propria del Sublime, definita da Edmund Burke “delightful horror” (anticipando in qualche modo Rimbaud, Lautréamont e i loro nipotini Surrealisti): lo spavento, la suspense, il disgusto e il raccapriccio e insieme lo stupore verso il fantastico, l’eccitazione dell’esplorazione dell’ignoto.

In questo senso, il romanzo gotico, soprattutto nella sua declinazione di romanzo “nero”, non farà che amplificare un’intuzione romantica, che attraverso queste opere arriverà come un dono sotterraneo ai poeti maledetti e alle avanguardie del Novecento.

(…)

Ma questa non è solo una posa pre-dannunziana: vi è, per le menti più sottili, un occulto insegnamento sapienziale.

(…)

Pensiamo al grande Edgar Allan Poe, il quale ben lungi da essere “solo” il creatore del romanzo “giallo” o il codificatore del romanzo del terrore, sarà tra i grandi ispiratori di Charles Baudelaire, il grande testimone poetico della scissione dualistica tra Spleen e Ideale, tra sensi e spirito; pensiamo a colui il quale ergerà a sistema metafisico rovesciato e blasfemo tutte le suggestioni gotiche, il genio oscuro e beffardo di H.P.Lovecraft, autore molto più colto e consapevole rispetto alle letture spesso facilmente goliardico-adolescenziali dei suoi ammiratori; pensiamo, ad esempio, a Wilkie Collins, autore dalla sapiente eleganza, amato e posto accanto a Dickens per valore, come scrittore di storie di fantasmi, da un campione della fede cattolica come G.K.Chesterton.

E potremmo parlare, come emanazioni dal germe gotico, dei racconti di Ambrose Bierce, di Sheridan Le Fanu, del terribile “licantropo” Petrus Borel, del crudele ed elegante Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, ovviamente dei grandissimi Henry James e Robert Louis Stevenson, degli incubi mistici di Léon Bloy, dell’adorato Gustav Meyrink, del fondamentale Arthur Machen, dell’indimenticato Lord Dunsany, all’incanto intatto della prosa di Oscar Wilde, ma vi rimandiamo per approfondire, tra gli altri riferimenti, alla collana La

Biblioteca di Babele curata da un certo Jorge Luis Borges per Franco Maria Ricci.

(…)

John William Brodie-Innes scrive questo romanzo nel cuore dell’espansione magico-teosofica, nel momento in cui le energie telluriche esplodono nel primo, e non ultimo, conflitto mondiale della Storia.

Figura dal fascino peculiare, quella dell’autore: amico e confidente di Darwin, (si dice) maestro esoterico di Dion Fortune, co-fondatore e protagonista dell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, prima dell’avvento della Bestia Crowley, da lui avversato in ogni modo, rimase fedele, durante i ben noti dissidi interni, a MacGregor Mathers, assieme a lui fondatore dell’ordine (sposo, tra l’altro, di Moina Mathers, sorella di Henri Bergson), ritratto con tinte crudeli da villain nel celebre racconto crowleyano Moonchild.

In The Devil’s Mistress ritroviamo tutti le caratteristiche dei romanzi gotici fin qui descritte, con l’evidente consapevolezza filologica ed esoterica di chi ha potuto studiare tutto l’arco dello sviluppo narrativo del genere: il richiamo alla “storia vera”, i sensi di colpa di una religione follemente oppressiva che diventano propedeutici alla seduzione demoniaca, l’impossibilità di distinguere il sogno dalla realtà, la sapienza dalla follia, la rivelazione dall’allucinazione, la stregoneria e le apparizione demoniache, i dettagli raccapriccianti e le avventure fantastiche, il peccato e la redenzione, la virtù capovolta e gli incantesimi di protezione, il patto ingannevole col Diavolo e la Misericordia ottenuta attraverso l’espiazione.

In questo caso, però, abbiamo un chiaro vantaggio critico: sappiamo benissimo

che, in questa rilettura fantastica e nera dei racconti folkloristici scozzesi, si

agitano delle “verità segrete esposte in evidenza”, come direbbe Elémire Zolla, grande esperto di letteratura inglese, in uno dei suoi saggi più vertiginosi.

Il messaggio esoterico di Brodie-Innes, fin dai nomi dei personaggi, è ambiguamente veicolato, in un equilibrio ottenuto per contrasti tra le pulsioni più vili dell’essere umano (la lussuria, l’invidia, il desiderio di vendetta e di potere) e gli aneliti più elevati (il sacrificio altruista, la devozione, l’abbandono alla volontà divina).

Leggendo le avventure de L’amante del Diavolo, nelle sue scorribande demoniache nei cortei infernali che fendono i cieli, aggrappata al Gran Nemico, il più fascinoso dei bugiardi e dei reietti, non abbiamo potuto non pensare a una delle scene più suggestive dei grandi romanzi del Novecento, il capolavoro della letteratura russa nell’epoca staliniana: ecco, L’Amante del Diavolo di John William Brodie-Innes è l’anello mancante tra Il Monaco di Lewis e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

Calvino: tre maniere stilistiche (1963-1972)

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È apparso per la casa editrice il Mulino La lingua di Calvino di Chiara De Caprio, terzo volume della Collana Italiano d’autore, diretta da Andrea Afribo, Roberta Cella, Matteo Motolese. Per gentile concessione dell’editore, si pubblica il paragrafo Tre maniere stilistiche (1963-1972), tratto dal cap. 3 (Stili e maniere, forme e generi).

 

Calvino: tre maniere stilistiche (1963-1972)

Lungo il decisivo giro di boa degli anni Sessanta si collocano due sperimentazioni stilistiche: l’una è nella Giornata di uno scrutatore (1963), romanzo cui Calvino consegna una lucida e sofferta analisi della condizione di stallo, politico ed esistenziale, di un intellettuale comunista, Amerigo Ormea; l’altra prende corpo e forma nei racconti di Cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967) e La memoria del mondo (1968). Risalgono invece agli anni Settanta le maniere di Dall’opaco (1971) e del racconto Sapore, sapere (I ed. 1972).

Con La giornata di uno scrutatore diviene significativa la presenza di sequenze di spiccato tenore ragionativo in cui occorrono moduli funzionali alla formulazione di ipotesi:

Seguendo questo filo di pensieri, già Amerigo arrivava a sentirsi soddisfatto, come se tutto ormai andasse per il meglio (indipendentemente dalle oscure prospettive delle elezioni, indipendentemente dal fatto che le urne si trovavano dentro un ospizio, dove non avevano potuto né tenersi comizi, né manifesti essere affissi, né vendersi giornali), quasi che la vittoria fosse già questa, nella vecchia lotta tra Stato e Chiesa, la rivincita d’una religione laica di dovere civile, contro… (GS, 14-15).

E come chi, tuffandosi nell’acqua fredda, s’è sforzato di convincersi che il piacere di tuffarsi sta tutto in quell’impressione di gelo, e poi nuotando ritrova dentro di sé il calore e insieme il senso di quanto fredda e ostile è l’acqua, così Amerigo dopo tutte le operazioni mentali per trasformare dentro di sé lo squallore della sezione elettorale in un valore prezioso, era tornato a riconoscere che la prima impressione – di estraneità e freddezza di quell’ambiente – era la giusta. (GS, 15).

In queste sequenze l’andamento sintattico-testuale assume talora anche movenze ipotattiche: come mostrano i due passi, la frase reggente può essere circondata da strutture subordinanti e correlative sia a destra, sia a sinistra. Il ragionamento più spesso, però, procede espandendosi orizzontalmente ed assume forme dilemmatiche e spezzate. Sono infatti frequenti le strategie retorico-testuali attraverso le quali, mantenendo un andamento paratattico, sono moltiplicate le possibili interpretazioni di situazioni e dinamiche; fra queste, i grappoli di interrogative dirette: «Cos’è questo nostro bisogno di bellezza? si domandava Amerigo. Un carattere acquisito, un riflesso condizionato, una convenzione linguistica? E cos’è, in sé, la bellezza fisica?» (25). Svolgono una funzione analoga – e sono notevoli per frequenza e ampiezza – gli incisi e le sequenze poste fra parentesi, con cui sono forniti ulteriori dettagli o sono illustrate le obiezioni che Amerigo Ormea rivolge a sé stesso. Si noterà che nel romanzo del 1963, con modalità analoghe a quelle della coeva scrittura saggistica, Calvino agisce anche sulle strutture intonative della lingua: per non sacrificare l’ampiezza e la complessità dei ragionamenti, lo scrittore calibra con fine esattezza il peso di più linee parallele di svolgimento del discorso e ne scandisce ritmicamente lo spazio ricorrendo a frasi parentetiche e interrogative. Si veda, ad esempio, il seguente passo:

Però, qualcosa in lui faceva resistenza. Cioè: non in lui, nel suo modo di pensare, ma lì intorno, proprio nelle stesse cose e persone del «Cottolengo». Ragazze con le trecce s’affrettavano con ceste di lenzuola (verso – Amerigo pensò – qualche segreta corsia di paralitici o di mostri); camminavano gli idioti in squadre, comandati da uno che pareva appena meno idiota degli altri, (queste famose «famiglie» – si chiese con improvviso interesse sociologico – come sono organizzate?); un angolo del cortile era ingombro di calce e sabbia e impalcature perché sopraelevavano un padiglione (come si amministrano i lasciti? quanta parte va alle spese, agli ampliamenti, agli aumenti del capitale?). Della inutilità del fare, il «Cottolengo» era la prova e insieme la smentita.

Lo storicista, in Amerigo, riprendeva fiato: tutto è storia, il «Cottolengo», queste monache che vanno a cambiare le lenzuola. […]

Bastava che Amerigo continuasse a farne il giro e sarebbe incappato cento volte nelle stesse domande e risposte. Tanto valeva tornarsene al seggio; la sigaretta era finita; cosa aspettava ancora? «Chi agisce bene nella storia, – provò a concludere, – anche se il mondo è il “Cottolengo”, è nel giusto». E aggiunse in fretta: «Certo, essere nel giusto è troppo poco» (GS, 42-43).

Nel brano le riflessioni di Amerigo sulla vita dei malati accolti dall’istituto di cura Cottolengo scavano una seconda linea di ragionamento che corre parallela alla prima, ma è più sotterranea; questa seconda linea, posta fra parentesi e segmentata da domande e ipotesi, costringe Amerigo a chiarire meglio a sé stesso la sua posizione, ad ammettere l’incepparsi dei suoi ragionamenti e, infine, a prender fiato prima di poter sostenere che «tutto è storia».

Anche il tipico corredo calviniano dei segnali discorsivi e connettivi testuali qui è funzionale a mostrare non solo come Amerigo provi a spiegare le proprie ragioni agli altri («Non può esprimere la sua volontà, cioè non può votare», 65 [dd]) e a sé stesso («idee dei sani […] cioè idee di privilegiati, cioè idee non universali?», 41 [narratum]), ma anche come possa giungere a sdoppiare o rovesciare ogni possibile argomento. A sua volta, l’interpunzione, fitta e nervosa, sottolinea pause e snodi del ragionamento; spiccano lineette correlative e parentesi «in frenetica concorrenza» fra loro [Tonani 2023, 128], e si registrano occorrenze dei connettivi posti fra il punto fermo e i due punti («Però, qualcosa in lui faceva resistenza. Cioè: non in lui, nel suo modo di pensare, ma lì intorno, proprio nelle stesse cose e persone del “Cottolengo”», GS, 42): è quest’ultimo uno stilema che Calvino impiegherà sempre più spesso anche nei testi pressappoco coevi o successivi, dalle Cosmicomiche e Ti con zero a Se una notte d’inverno e Palomar. In sintesi, tutte queste strategie ottengono effetti complementari; per un verso, frastagliano e segmentano il procedere ragionativo, per altro verso lo ampliano e dilatano: come mostra la sequenza in cui sono riportate le riflessioni del protagonista sul suo dirsi «comunista», un unico ampio blocco testuale di quattrocentosessantasei parole (GS, 9-11), le risorse sintattico-testuali sono qui impiegate affinché «una disperata forza di coesione» tenga insieme ciò che sempre più appare «un cumulo di macerie» [Scarpa 2023, 282]. Infine, guardando alle relazioni e ai legami stilistici fra i testi narrativi, va sottolineato che per lo scrittore La giornata di uno scrutatore è anche una sorta di laboratorio, così come lo sono i racconti cosmicomici, che Calvino comincia a scrivere proprio dal 1963 e che pubblica in rivista dall’anno seguente. In effetti, alcune soluzioni sperimentate nel romanzo dedicato allo scacco esistenziale di Amerigo Ormea, l’arrovellato alter ego di Calvino, sono impiegate anche nei racconti cosmicomici, dove però vi è un narratore, Qfwfq, dall’affabulazione estroversa e fantastica; ed egualmente tornano in Se una notte d’inverno un viaggiatore e Palomar: in questi testi in alcuni casi Calvino alleggerisce la gravitas con la misura dell’ironia e con una giocosa vocazione al catalogo dei mondi possibili; in altri casi, invece, opta per una postura meditativa e interrogativa che presenta alcune analogie con quella del romanzo del 1963.

Un’ulteriore e importante svolta nella ricerca di Calvino è rappresentata dai racconti di Cosmicomiche, di Ti con zero e La memoria del mondo. La novità stilistica è dovuta alla continua mistione di tecnicità e colloquialità, all’ostentata ricreazione di effetti di parlato e alla pervasività di una sintassi dall’andamento «aperto» e «informale» [Mengaldo 1991, 286]. Se ne veda un esempio:

Gli incontri a quei tempi erano rari: eravamo così in pochi! Con l’ultravioletto per poter resistere bisognava non aver troppe pretese. Soprattutto la mancanza d’atmosfera si faceva sentire in molti modi, vedi per esempio le meteore: grandinavano da tutti i punti dello spazio, perché mancava la stratosfera su cui adesso picchiano come su una tettoia disintegrandosi lì. Poi, il silenzio: avevi un bel gridare! Senz’aria che vibrasse, eravamo tutti muti e sordi. E la temperatura? Non c’era niente intorno che conservasse il calore del Sole: con la notte veniva un freddo da restarci duri. Fortunatamente la crosta terrestre si scaldava da sotto, con tutti quei minerali fusi che andavano comprimendosi nelle viscere del pianeta; le notti erano corte (come i giorni: la terra girava su se stessa più veloce); io dormivo abbracciato a una roccia calda calda; il freddo secco tutt’intorno era un piacere. Insomma, quanto a clima, se devo essere sincero, io personalmente non mi trovavo troppo male (Co, 124-125).

Come mostra il brano, forme e moduli colloquiali dilatano una narrazione che accumula non solo eventi e fatti, ma anche ipotesi e spiegazioni sull’universo e i fenomeni fisici, chimici e biologici. Le storie di cui è protagonista Qfwfq sono da lui raccontate con tono brioso, interpellando il lettore in modi giocosi e anticipandone spesso la curiosità con l’uso di interrogative dirette («E la temperatura?»). Sotto gli occhi di chi legge si dipana un racconto mosso e a tratti dal ritmo vorticoso, che mima la concitazione del parlato e sfrutta tratti morfo-sintattici ed espressioni colloquiali. Scandito da strutture di sintassi marcata, frasi nominali («Poi, il silenzio»), esclamative («eravamo così in pochi!»), incisi posti fra parentesi o lineette correlative, l’organizzazione sintattico-testuale assume a tratti un andamento a spirale, in cui paratassi e ipotassi si alternano ed «elidono a vicenda» [Mengaldo 1991, 286]. Inoltre, sono ampiamente sfruttati, nelle loro diverse funzioni, i segnali discorsivi e i connettivi: ora a indicare rettifiche e chiarimenti (ad esempio, «Ossia: non bruciavamo, vi eravamo immersi come in un’abbagliante foresta», Co, 107); ora per trasferire nel testo scritto i soprassalti e i picchi emotivi di una conversazione a voce: «Certo, anche per me […] questo suo argomentare così filato suonava come una novità» (Co, 150 [narratum]); «Insomma, non volevo saperne né degli uni né degli altri; che si scannassero a vicenda!» (Co, 174 [narratum]); «– Allora non sei prigioniera degli uccelli! – esclamai» (TZ, 245 [dd]); ecc. Oltre alle occorrenze di allora, certo, comunque, insomma, è significativo l’impiego di fra due enunciati con identico contenuto proposizionale («e lo vidi, lo vidi», Co, 92), così come l’uso di e no prima di un nuovo enunciato con il quale sono forniti chiarimenti su quanto detto in precedenza («e immediatamente sentivo […] il moto della Luna svellermi dall’attrazione terrestre. , la Luna aveva una forza che ti strappava […]», Co, 83; «no: lì faceva troppo freddo», Co, 97). Calvino, insomma, qui spinge sul pedale del parlato e della colloquialità per dar forma ad un racconto-conversazione.

Volgendo ora l’attenzione agli anni Settanta, possono riunirsi entro il perimetro di una medesima ricerca stilistica testi come Dall’opaco e il racconto Il nome, il naso, da cui si traggono due campioni:

cosicché nella forma del mondo che ora sto descrivendo le case appaiono come a chi guarda i tetti dall’alto, la città è una tartaruga là in fondo dal guscio quadrettato e in rilievo, e non perché la vista delle case dal basso non mi sia familiare, anzi posso sempre chiudere gli occhi e sentirmi alle spalle case alte ed oblique quasi senza spessore, ma allora basta una casa a nascondere le altre possibili case, la città più in alto di me non la vedo e non so se ci sia, ogni casa sopra di me è una tavola verticale dipinta di rosa appoggiata alla china, tutti gli spessori si schiacciano in un senso ma non è che nell’altro s’allarghino, le proprietà dello spazio variano a seconda delle direzioni in cui guardo in rapporto al modo in cui mi trovo orientato (DO, 90).

Così adesso mi alzo per cercare questo schifo di stufa a gas e metterci dei pennies per farla andare, cammino con la pianta del piede sopra i capelli sopra i sederi le chitarre le cicche le latte di birra le tette i bicchieri rovesciati di whisky sulla moquette qualcuno deve averci pure vomitato, è meglio che mi metta a quattro zampe almeno vedo dove cammino del resto mica mi reggo in piedi […]. (NN, 119).

In questi casi l’organizzazione sintattico-testuale procede per blocchi nei quali le frasi sembrano innestarsi le une nelle altre e quasi germogliare le une dalle altre: le sequenze sono caratterizzate da un andamento giustappositivo e accumulativo e da uno stile interpuntivo in cui domina la virgola o, soprattutto in corrispondenza di confini fra unità, possono mancare i segni di punteggiatura. Insomma, la fluidità affabulatoria determina l’indebolimento delle giunture sia coordinative sia subordinative, «allo scopo, essenzialmente conoscitivo, di dar conto di realtà che sfuggono alla rete della grammatica» [Testa c.s. (b)]. A ciò si aggiunga in Dall’opaco l’effetto di taglio e stacco fra le sequenze: separati tra loro da spazi bianchi, talora chiusi dalla virgola o privi di un segno d’interpunzione di chiusura, i blocchi testuali sembrano estratti da un flusso di pensiero più ampio, di cui essi sono i lacerti e frammenti. Nel tentare una valutazione di queste sperimentazioni si è parlato di stile vischioso o granuloso: volendo con queste categorie mettere in evidenza il fatto che il testo «procede a scatti» e i contenuti, sommandosi gli uni agli altri, si addensano in grumi [Testa 2023, 158]. In effetti, questi testi portano in primo piano i dati che via via emergono dai sensi: e, in certo qual modo, la sintassi e la testualità puntano a mimare la vischiosità e complessità dei processi con cui le percezioni diventano parziale e provvisoria conoscenza delle cose e del mondo.

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  1. Riferimenti bibliografici

Mengaldo, P.V. [1991], Aspetti della lingua di Calvino (1989), in Id., La tradizione del Novecento. Terza serie, Torino, Einaudi, pp. 227-291.

Motolese, M. [2023] (a cura di), Le parole di Calvino, Roma, Treccani.

Scarpa, D. [2023], Calvino fa la conchiglia. La costruzione di uno scrittore, Milano, Hoepli.

Testa, E. [2023], Sintassi, in Motolese [2023, 147-159].

– [c.s. b], Due prose a confronto: «La strada di San Giovanni» e «Dall’opaco», in corso di stampa in P. Benzoni e S. Poli (a cura di), Primi piani su Calvino. Esercizi di (ri)lettura, Firenze, Cesati.

Tonani, E. [2023], Punteggiatura, in Motolese [2023, 119-133].

 

  1. Sigle per le opere di Calvino

Co       Le Cosmicomiche (RR2)

DO      Dall’opaco (RR3)

GS        La giornata di uno scrutatore (RR1)

NN      Il nome, il naso (RR3)

TZ       Ti con zero (RR2)

 

  1. Volumi dai Meridiani da cui si cita

RR1     Italo Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 1.

RR2                 Italo Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 2. 

RR3                 Italo Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, prefazione di Jean Starobinski, 3 voll., Milano, Mondadori, 1991-1994, vol. 3.

 

Camminando nei notturni della testa

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di Mariasole Ariot

Camminando nelle palpebre del tempo ci si affaccia ad un notturno, la gola che si secca di spazio e di pretese, le maglie troppo strette per sentire – è muovere il coraggio di afferrare per nascondere un già detto, le grondaie si tramutano in silenzi: bevi il resto del presente, nascondi la tua faccia dalle case e dalle cose, nascondi la tua faccia dalle troppe ricorrenze, i giorni di Natale e le scommesse dei più vecchi, nascondi la tua faccia e fanne un grido: è questo affacendarti che si dice troppo tardi. La nascita contraria : è un bulbo partorito senza gambe

***

Di nuovo si soccorre, l’accadere di posture senza senso che ci schiaccia nel terreno, dove mine che hai cercato di scansare sono mine che ti invitano a cadere: è l’esplosione dei corpi mai offuscati, un occhio che si stinge con un rivolo di sangue.  
La corrente non fa fiume e non si pente: è ridere sul niente, intravedere le suture della mente e farne un gioco per la festa – il perdersi a calura di un mondo già invecchiato. Ricorda delle reti vuote, dei pesci senza testa che hai mangiato, ricorda delle case, delle porte senza chiave che urlavano i secondi: ricorda delle mani, delle dita premute alla memoria, dei futuri : che assomigliano ai ricordi.

***

Non fare la procura di una notte, quando vedi da vedetta che la furia delle ombre non si muove, quando il cielo è a un grado più alto del pensiero – e la Gradiva di notte ha il cranio perforato: è l’utero del mondo che hai pentito. Ci affonda una domanda più del tempo, riformula la luce del mattino, i reduci che dici di aver visto: deludi se prospetti e non percorri, deludi la tua forma e la specchiera, deludi quella fame nelle gambe, deludi quella porta che non chiude, deludi le materie le mancanze le memorie, deludi il già deluso, deludi le scapole le voglie le promesse. Ancora ti risvegli tra la soglia e la tua strada, interstizi la tua calma, ricorda che è passato, che i morti : sono aghi senza cruna.

Ikonoklast. Oksana Shachko.

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di Nadia Agustoni

Il 28 luglio 2018 Oksana Shachko una delle fondatrice del gruppo femminista Femen si suicidava in Francia, luogo di esilio per lei e altre attiviste. Portava nelle mente i segni di ferite mai rimarginate, tra l’altro fu sequestrata, picchiata e minacciarono di darle fuoco, uomini dei servizi segreti della Bielorussia e non era la prima volta che subiva angherie e un sequestro.
A Parigi nel 2013 abbandonò le Femen con cui ormai era in disaccordo. Seguì quella che sentiva essere la sua strada di artista e rivoluzionaria. Tornò alla pittura, studiando e trovando nell’arte quel mezzo che le permetteva di essere se stessa pur senza rinunciare agli ideali.


Ho già scritto di Oksana Shachko su Nazione Indiana e se torno a parlarne, ricordando alcuni fatti della sua vicenda è perché casualmente ho scoperto un libro su di lei e sulla sua pittura. Un libro prezioso “Ikonoklast” a cura di Massimo Ceresa, con una prefazione della critica d’arte Antonella Uliana e con la postfazione della giornalista Anna Zafesova. Un piccolo libro ricco di notizie e immagini con inclusi capitoli che spiegano l’arte religiosa dell’Ucraina proponendone esempi. Oksana Shachko dipingeva rifacendosi alle icone della sua terra e ovviamente la sua interpretazione di questa cosmologia era personalissima, urticante e rivoluzionaria. Del resto non avendo rinunciato ai suoi ideali inevitabilmente la sua visione della vita entrava nella sua arte: “Ho ancora le mie convinzioni, ma ho scelto altri mezzi per agire, per diffondere le mie idee…” p.21
Ecco allora, che le figure delle icone e i temi sacri vengono ripresi in un’altra chiave che diventa una forte critica e riflessione su una società e un mondo ostili alle donne, ai diversi, ai migranti, a chi non si conforma.

Oksana Shachko Vergine Crocifissa

In queste brevi note segnalo solo due dipinti di Shachko, ma per chi vorrà approfondire, il libro propone ben altra disamina del suo lavoro. A pagina 29 troviamo la “Vergine crocifissa”; con le parole di Massimo Ceresa: “Si tratta di una donna/oggetto che è stata torturata, violentata, uccisa, un corpo completamente privato della sua dignità. E’ la denuncia più forte della Shachko contro la violenza sulle donne. Chi la osserva da vicino, con attenzione, non può che restare atterrito dalla violenza alla quale è capace di arrivare un uomo nel suo insensato e macabro senso del possesso”.

Più avanti, a pagina 35 troviamo un dipinto sulla pesca miracolosa, raccontata nel Vangelo di Luca e di Giovani. Qui Pietro e Andrea i due apostoli sono sulla barca con Gesù. In mezzo a loro Gesù regge l’albero della nave e l’albero è di fatto una croce. I due apostoli stanno alzando una rete piena di pesci, ma nello stesso tempo sembrano indicare a Gesù le mani che si alzano dall’acqua, migranti che stanno annegando nel tentativo di raggiungere una terra che sa di promessa e che invece è quanto mai lontana.
Dirà Oksana Shachko a proposito di questo dipinto: “Sono rimasta colpita da un fatto di cronaca accaduto qualche mese fa, durante il quale sono annegati numerosi profughi. Per questo ci sono le mani che si protendono dall’acqua implorando aiuto… ma, per quanto i profughi possano pregare, il Signore non li aiuterà… al pari dei nostri governi” p.38
In ogni dipinto gli infiniti particolari, la scelta, l’uso dei colori oltre che dei temi e la stessa raffigurazione, raccontano una ricerca di senso e verità che commuovono.


La povertà estrema e l’isolamento, le ferite e l’esilio, non le hanno dato che poco tempo per parlarci ed è a nostro discapito, perché molto, moltissimo aveva da dare. La sua parabola si ferma in quel pesante fine luglio del 2018 ed è paradossale che le sue compagne di un tempo la ricordassero subito come la più pura, la più idealista, la più fragile e questo anche se Shachko non aveva rinunciato, sempre in uno dei suoi dipinti, a criticarle perché avevano svilito, almeno in parte, i valori iniziali. L’ultima frase sulla sua pagina Facebook: “Siete tutti finti”.

Ikonoklast. Oksana Shachko: arte e rivoluzione.
di Massimo Ceresa
Carabba edizioni 2022
p. 97 € 14

Post in Translation: Blaise Cendrars

2

Napoli-Una canaglia

dal romanzo Bourlinguer

di

Blaise Cendrars

traduzione di Mario Eleno e Manuela Mosé

 

Allo schifoso e geniale
Curzio Malaparte,
autore di «Kaputt»,
in ricordo della Legione,
in omaggio al giovane garibaldino
in camicia rossa della foresta
d’Argonne,
al fante della montagna
di Reims,
e una stretta di mano al confinato
di Lipari.
 
Blaise Cendrars
(Napoletano d’occasione)

 

 

   Napoli dove ho trascorso la mia più tenera infanzia. Napoli dove ho consumato le mie prime brache seduto ai banchi della Scuola Internazionale del dottor Plüss. Un tedesco, tanto per cambiare. Ma che vadano tutti all’inferno!

A Napoli non c’è soltanto la gente del Basso Porto che tira a campare e soffre e s’affanna in quella cucina del demone pagano che è il dedalo dei vicoli bui dei quartieri, non c’è soltanto la solfatara del Vomero, risistemata da mio padre in lotti moderni, ha dei sussulti, fiammeggia e tuona e sprigiona sbuffi di vapore tra un’eruzione e l’altra del Vesuvio, la lava che schizza dal sottosuolo dove fermenta fin dall’Antichità, il fiore di zolfo che sporca i fiori d’arancio e i grappoli e i pampini dei giardini, ma persino in alto mare, in quella pesante vasca d’indaco, i grandi piroscafi che a fatica s’avvicinano al porto e ingegnandosi e scuotendosi avanzano alla bell’e meglio per non affondare, per non lasciarsi andare all’indietro e colare a picco e inabissarsi di sbieco fino alla fornace sottomarina dove Nettuno magnetizzato sogna e delira, l’anima colpita dalla folgore, il cervello che fa da esca all’appetito vorace dei pesci abissali, questi mostri antemitologici.

Alla partenza da Alessandria d’Egitto nostro padre ci aveva presentato il comandante Agostini, un Sardo mingherlino, febbrile, con sopracciglia spesse e nerissime unite alla barba e ai capelli al punto di farne una maschera pelosa sotto l’alto berretto dorato, e Agostini m’aveva affidato a un mozzo di bordo, Domenico, un gigante, mentre mio fratello e mia sorella giocavano nei saloni del bastimento e mamma si rilassava sulla sdraio nella cabina del comandante che affacciava sulla passerella.

Eravamo a bordo dell’Italia, il primo transatlantico italiano che partendo dal capolinea di Alessandria faceva scalo al Pireo, a Salonicco, Brindisi, Napoli (dove noi dovevamo scendere, nostro padre ci avrebbe raggiunto successivamente con un’altra imbarcazione), filava poi dritto verso Genova, porto di ascrizione, e dopo aver fatto il pieno, toccava Marsiglia, Barcellona, Malaga, per lanciarsi infine verso New York a un’andatura record (undici giorni di traversata!) e c’eravamo ben intesi, io e Domenico, il mozzo che m’aveva in custodia, che una volta giunti a Napoli m’avrebbe nascosto da qualche parte a bordo per sbarcare dopo insieme a New York, dove avremmo abitato, il gigante e io, in incognito, nel più alto dei grattacieli. Gli avevo dato il mio piccolo portamonete e avevo svuotato il salvadanaio.

Era il 1891 o 1892, avevo quattro o cinque anni, e attiravo l’attenzione di tutti a bordo, scortato dal mio marinaio, quel buon gigante che esaudiva ogni mio desiderio, mi faceva salire sulla coffa dell’albero di trinchetto, mi calava giù nella stiva dalla botola dell’occhio di cubia, mi portava a spasso nella sala macchine e fino in fondo al tunnel degli alberi motore, dove bisognava infilarsi e strisciare per raggiungere il punto in cui si sente il gorgoglio delle eliche, la vibrazione dello scafo come una membrana, l’acqua profonda del mare fluire all’interno dell’orecchio e, seduti al centro di questo punto ideale e di equilibrio instabile, partecipare a tutti i movimenti della nave che come una bestia testarda preme a sinistra, preme a destra, fa scricchiolare i verricelli del timone, riceve schiaffi, colpi, urti, si butta in avanti per non impennare, per non sprofondare a poppa, inabissarsi, arranca, si danna e fatica. E al termine di questo tunnel, si vede luccicare una broda torbida sotto una lampadina elettrica che la illumina e in cui si riflette, dentro un pozzo che si riempie d’acqua di mare che sgocciola attraverso le giunture e i pressatrecce delle eliche, una chiavica colma d’olio caldo che trasuda dagli alberi a motore, sono le acque nere, dove si gettano i bambini cattivi, mi diceva Domenico con una smorfia da orco. Però non avevo paura, il gigante mi teneva forte per mano – non era forse il mio complice? non dovevamo andare a scoprire New York insieme? non eravamo amici, noi due?

Domenico mi parlava molto di New York quando andavamo a fare uno spuntino nella cambusa dove c’erano sempre due o tre marinai che lo stavano a sentire mentre fumavano la pipa, ma non ricordo niente di quelle storie, distratto com’ero in mezzo a quegli uomini tutti più o meno barbuti che scimmiottavano l’inquietante Agostini. Al contrario, non ho dimenticato affatto cosa raccontava Domenico della sua terra natia, Taormina, la città dipinta, quando di sera andavo a dormire con lui negli alloggi dell’equipaggio dopo aver fatto una scenata a mamma per ottenerne il permesso.

«È la città dei mostri», diceva incominciando a masticare il pezzo di tabacco che aveva pressato a lungo nei palmi e che doveva durare tutta la notte e fino all’indomani sera, «è la città dei mostri marini, gli stessi che si possono vedere a Napoli, vivi e vegeti, all’Acquario, e in qualsiasi altro posto del mondo nei baracconi da fiera, dove quelli di piccola taglia vengono esposti morti dentro barattoli di vetro pieni di gelatina, mentre i più grandi, essiccati, sono messi in mostra sopra un letto di alghe dietro una vetrina con il divieto di toccare! A Taormina, sotto le case, non ci sono cantine per tenere al fresco il vino ma grotte invase dalla risacca e dagli sciabordii o dai muggiti delle onde. Queste grotte sono profonde. Da sempre ci buttano i bambini che vengono al mondo e quelli che non sanno nuotare vengono mangiati dalle murene. Gli altri si mettono in salvo al largo e ritornano da adulti sulle coste; sono i tonni, i marsuini, i narvali, tutti quei minchioni che si divertono come pazzi nella tempesta e che si lasciano prendere a centinaia con la bonaccia. Le bambine, quelle furbe, vanno a vivere negli abissi e risalgono in superficie quando sono in età da marito. A quel punto hanno la testa molle, i denti marci, un muso grottesco e una voce d’oro. Le chiamano sirene e passano per principesse. Però guai al pescatore che fa l’amore con una sirena, genererà lo squalo martello, il pesce sega o il pesce trombetta, nient’altro che esseri a due teste perché le sirene non hanno cervello e cantano bestialità. Quanto ai bambini che rimettono piede nella loro culla dopo aver combattuto con le murene, rimangono spesso sfigurati per il resto dei loro giorni, o portano strane cicatrici, o si beccano strane malattie che marmorizzano i loro corpi, ma i sopravvissuti diventano i migliori marinai del Mediterraneo e i timonieri più arditi, e quando fanno ritorno, ormai uomini, dalla loro lunga circumnavigazione per prendere moglie a Taormina, sono loro che dipingono le case e ricoprono i muri della città con graffiti indecifrabili, sono profezie che raccontano le loro avventure di mare. Ma Taormina si spopola. L’acqua è un sogno e tutto ciò che il cielo da mattina a sera contiene, astri, venti, uccelli e fumi, è un’esca che inganna la fuga del tempo. Alcuni dei nostri uomini saltano giù dalle navi per andare a cercare una stella nell’acqua. L’oceano è una menzogna…»

Ma gli altri marinai lo sfottevano, tutti quegli uomini che andavano a letto nudi a causa della notte rovente e che erano pelosi dalla testa ai piedi come se l’equipaggio a bordo dell’Italia fosse stato la progenie di Agostini, lo mettevano in ridicolo, perché il mio gigante era glabro e non aveva un pelo né sulla pancia né sul petto. Aveva un tatuaggio sulla parte sinistra del torace, a forma di piccola bocca umana. Lui affermava che erano i segni del morso di una murena che gli aveva iniettato il veleno nel cuore nel momento in cui, come Ercole bambino, aveva strangolato nel sonno quel serpente di mare che si era insinuato dentro la sua culla, veleno che gli aveva fatto cadere più tardi peli e capelli – e senza preoccuparsi delle prese in giro Domenico apriva il suo baule da marinaio ed estraeva piccoli barattoli e boccette di pomate e acque essenziali con le quali si spennellava e si ungeva dappertutto. Ma da lì tirava fuori anche i pezzi del suo tesoro più intimo: una nave in una bottiglia di cui mi spiegava la tecnica di costruzione, cartoline panoramiche di città e porti asiatici, una stella di mare, un ippocampo, un ramo di corallo che mi stringeva nelle mani, una grande conchiglia dei mari del Sud che m’appoggiava all’orecchio e che finiva per farmi addormentare nonostante le risate, le bestemmie, le urla per chiedere qualcosa, lo strascichio dei piedi, la puzza di urina e di sudore, il tanfo degli alloggi dell’equipaggio dove si faceva fatica a respirare, e l’inevitabile note del mandolino sulla soglia, e la voce del tenorino:

 

Vieni sul mar!

Vieni a vogar!

Sentirai l’ebrezza

Col tuo marinar…

 

Durante le manovre di avvicinamento a Napoli, come d’accordo, il caro Domenico m’imboscò nel dormitorio deserto, nascondendomi nella sua cuccetta, e affinché il piccolo bozzo che formavo sotto le coperte non si notasse, ci gettò sopra un cappello impermeabile da tempesta e alcune maglie sporche, come se si fosse appena cambiato, e prima di uscire aggiunse al mucchio pure la chitarra del marinaio con la gamba di legno. Non potevo muovermi e con il cuore che mi batteva e l’orecchio teso sentii il tamburo dell’argano roteare con fracasso proprio sopra la mia testa, un’ancora cadere nell’acqua, fischi e colpi di sirena, grida e incitamenti, il sibilo delle vedette a vapore delle autorità di porto che si accostavano alla nave, lo stridore dei verricelli, poi le discussioni e il lungo mercanteggiare dei battellieri che stavano trasbordando i passeggeri perché a quell’epoca un transatlantico del tonnellaggio dell’Italia non poteva ancora attraccare al molo; e dopo, per due o tre volte e non so per quanto tempo perché il tempo mi pareva terribilmente lungo, mi sembrò che mi chiamassero per nome, ma stavo soffocando e caddi addormentato, asfissiato dall’odore dei piedi del gigante e dalle emanazioni farmaceutiche degli unguenti e dei liquidi di cui faceva un uso così furioso e che impregnavano la sua cuccetta.

In seguito, nostro padre raccontava spesso quest’avventura napoletana affermando con prove che ero scampato per un pelo al tentativo di rapimento da parte di un membro della Mano Nera; ma cosa diavolo poteva saperne della Mano Nera, quel poveraccio di nostro padre, proprio lui che qualche anno dopo fu spossessato delle sue lottizzazioni del Vomero con un semplice raggiro contrattuale dal contabile nel quale aveva riposto tutta la sua fiducia e che invece era un affiliato dell’associazione segreta, proprio lui che fu rovinato legalmente dagli avvocati napoletani che gli erano stati raccomandati dall’alta società e che presumibilmente erano i dirigenti della confraternita. Solo mia madre, che aveva dato a Domenico dieci, venti, cinquanta monete d’oro, uno, due, tre rotoli di banconote per ritrovarmi e che non spifferò mai nulla di questa storia, aveva intuito parte della verità, aveva capito che il tradimento del marinaio m’aveva aperto una piaga nel cuore, ragion per cui da allora stette sempre in ansia per me.

… Mi ricordo che quando Domenico venne a svegliarmi dal mio sonno, credevo che fossimo arrivati a New York e la mia delusione fu immensa quando il gigante, che m’avvinghiava con forza tra le sue braccia, attraversò il ponte di prua e incominciò a salire su per la rampa di scale che conduceva alla passerella illuminata dell’Italia dove m’aspettavano mia madre, l’orribile comandante dalla faccia di cane, due, tre ufficiali del transatlantico, tra cui il commissario. Si stava facendo notte. Un altro bambino si sarebbe battuto per divincolarsi, avrebbe pianto, gridato, graffiato con le unghie la faccia di quella canaglia di marinaio traditore. Del resto non mi mancava certo la voglia di mordergli le orecchie, di fargli schizzare fuori come sangue nero la cicca dalla bocca assestandogli un bel pugno sul mento, di riempirgli la pancia di calci; ma non dissi nulla, soffocavo in corpo ogni impeto, e mentre il gigante saliva le scale, mi sentivo sempre più pesante tra le sue braccia, scalino dopo scalino, pesante come quel bimbetto di cui parla San Cristoforo, che in una notte di pioggia lo svegliò per chiedergli di essere portato sull’altra riva di un fiume straripante, San Cristoforo lo issò sulla spalla e una volta giunto in mezzo al fiume avvertì che il fanciullo diventava a ogni passo più pesante, così pesante che l’uomo credette di non potercela fare. E il buon traghettatore disse: Questa notte ho dovuto portare tutto il Dolore del mondo.

Mia madre mi strinse al petto.

Ero infelice.

Poi m’ammalai.

«Mi creda signora, non è niente» disse il dottore. «Una tipica malattia infantile. Classico. Niente di grave. Latte, riposo, sciroppo e riprenderà colorito. Una tisana la sera e un po’ d’acqua di fiori d’arancio, qualche goccia, può bastare, lo farà dormire…»

Di tanti passi, o del diritto alla caduta

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di Paola Ivaldi

(Pubblichiamo un estratto da Di tanti passi, Maurizio Vetri, 2024. Il romanzo di Paola Ivaldi racconta l’inconsueto legame che, nell’arco di un anno, si instaura tra il relitto del più drammatico naufragio del Mediterraneo e una donna che si trova ad affrontare, in una manciata di mesi, un lutto famigliare, un’inattesa separazione, due traslochi)

Al termine del giro serale, mi sentivo sempre più stanca, una donna sfiancata. Poi mi capitava di domandarmi: c’è un modo di rincasare che possa apparire dignitoso pulito lieve? Perché ogni volta che io mi guardo dall’alto o che osservo gli altri che infilano la chiave nella toppa, spingendo rassegnati il portone, sbilanciando il proprio peso un poco in avanti, a voler aprire più rapidamente e con minore fatica di braccia, dunque aiutandosi con la spalla, di lato, o con la punta del piede, capo chino, mi pare di assistere a una sconfitta, non plateale, in sordina, tranne che per il lamentoso cigolio che precede il rumore cocciuto del portone che sbatte, una sconfitta che si consuma lontano dai clamori, ma che scava dentro lunghe gallerie di risentimento non sempre capace di tramutarsi in rassegnazione.

Riesco a vedere, attraverso i muri, le persone che avanzano barcollanti verso ninnoli e altarini colori tessuti acrilici luci e profumi sintetici che evocano sempre altro dal qui e ora, dall’istante del ritorno a casa, che è poi l’unico che conta, quello autentico che però si rinnega. Cuoricini pupazzi meme ritagliati magneti turistici frasi sagge quattro salti in padella telenovelas televendite telegiornali telequiz. Ecco, io allora penso all’animale selvatico e alla meraviglia di una tana che è rifugio, solo quello, la verità accecante nella sua semplicità, essenza di esistenza, terra sassi fango paglia zanne sangue, chinarsi strisciare per tornare a una tana, la nostra capanna, chinarsi umilmente grati della destinazione di fine giornata. Quanto siamo lontani, noi, e infelici in mezzo ai nostri giocattoli e protesi e capricci sommersi dall’inutile troppo. Annaspiamo tra le cose nostre, lucide e lisce.

Soffochiamo in mezzo alle cose. Sommersi dalle cose, dal pensiero delle cose, dal desiderarne sempre altre, nuove, più lucide e più lisce. Eppure, in quel richiudersi senza speranza del portoncino, quel rumore sì familiare, ci accompagna l’illusione che lasciamo fuori il mondo cattivo, fatto di brutture maldicenze malanni, ma che da lì in poi siamo salvi, al sicuro. Non è affatto vero, naturalmente, perché siamo braccati fin nel profondo dell’anima, dal mondo di fuori e da quello di dentro.

Riempire sempre riempire: il trolley, il frigo, il carrello, le rughe, l’agenda, il tagliere e il bicchiere, il baule, l’armadio e la scarpiera, la bocca il silenzio. E poi questi smisurati vuoti che, con deleteria ostinazione, rifiutiamo di abitare, li si riempie oltre che di cose anche degli altri, compulsivamente: dei figli dei nipoti di mariti e amanti, vampirizziamo gli altri, ci attacchiamo come sanguisughe o come invisibili zecche ai loro polpacci e ci nutriamo di loro, delle loro vite, dei loro guai e i loro vuoti riempiti, ulteriormente, di cose e di vite e di vuoti altrui. Riempire i vuoti di programmi televisivi, colmare le attese di musiche di sottofondo. Riempire, riempire la vita e i discorsi, di abitudini di luoghi comuni e frasi fatte pur di parlare pur di non ammettere di non avere parole o avere esaurito i gesti.

E poi: tubetti e flaconi, creme pastiglie opercoli prodotti preparati e infusi massaggi aperitivi e chiacchiere. Schermi e cavi, social e messaggini, post, pixel, tweet, call, spot e gaffes e app, codici a barre e codici QR, raccolte punti e buoni acquisto, strass e brillantini, paillettes e glitter, e lucine natalizie intermittenti, prenotazioni e shopping, pantofole e scarpe giacche e borse cinture e cravatte, mete e avventure da sogno, abbonamenti coupon saldi e offerte stracciate, elettrodomestici, elenchi puntati, pin e password, multivitaminici, rate, mutui, verbali certificati multe bollette perizie polizze.

Invece, io credo, ma davvero ci credo, avvicinandomi alla fine del viaggio e anche avviandomi con una conquistata lentezza verso il termine di questo mio annus horribilis, ma anche assai sorprendentemente mirabilis, che, almeno per me, la sola salvezza concepibile consista nel mettere spazio tra le cose, tempo fra le azioni: ecco, sì, molto meglio dilatare, rallentare, diradare. Nonostante tutto intorno a me sembri andare nella direzione opposta, come a puntare in massa obiettivi sempiterni di accumulo e accelerazione.

Posso accettare il rischio dell’acuirsi del senso di una inscalfibile e inevitabile solitudine, di restare incompresa, di sentirmi, ancora e ancora, uno scarto. Ma a seconda dei punti di vista, lo scarto può anche rivelarsi la porzione più preziosa, quella da tenere più in conto, da salvare, mettendola da parte. Posso farcela, perché io so, adesso, che non c’è un’altra via, per me, che la mia traiettoria di vita è questa, non un’altra.

Dilatare, rallentare, diradare. Spazio, tempo. Non c’è molto altro da capire, in fondo. Perché se non c’è più tempo e spazio per i fatti, se non ne abbiamo consapevolezza, non ne serbiamo memoria, allora significa che le cose hanno preso il sopravvento sui fatti, i quali accadono quasi a nostra insaputa. E questo, pur nella mia modestia intellettuale, non credo sia un buon segno.

———

Paola Ivaldi (Torino, 1966) è laureata in Lettere moderne e lavora nel campo della comunicazione pubblica. Ha esordito nel 2020 con Piccoli viaggi (Robin Edizioni). Di tanti passi (Maurizio Vetri Editore, ottobre 2024) è il suo secondo romanzo.

Da “Un giudice incapace”

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[Questa selezione di poesie è tratta dalla plaquette Un giudice incapace, Zacinto edizioni, 2024.]

di Ezio Partesana

 

È arrivato autunno

piove e la verità

è in ritardo.

Scompaiono in ordine alfabetico

i libri dagli scaffali.

Qualcosa urlano

dalle scale lavate

le badanti ucraine.

Adagio scompongono

i marciapiedi

le folate di vento.

*

C’è un padre triste al compleanno

della figlia e una figlia triste

al proprio compleanno.

Sono vestiti come imbianchini

senza saper dipingere una parete.

Aspettano che piova per loro

almeno dalle nubi in cielo.

*

Non avere mani

rosse, gelate sul ghiaccio

oppure non avere mani

nere che raspano sotto bosco

o ancora non avere mani

del tutto e da terra beccare

in fretta, saltando.

E tornare

e finire il lavoro.

*

Non c’è anima in stazione

l’orario forse o la pioggia

le han fatte tutte andare.

Scorrere i nomi

è stupido,

il controllore ha ragione:

il treno era perfetto.

In ritardo sono io

o la destinazione.

*

Dalle scale scende un filo di sangue

è inciampato il trasportatore

con in braccio la cassapanca veneziana.

Non importa, il trasloco è finito.

Che poi finisca il giorno

è solo questione di ore.

*

Bambini piangono a Venezia

tra il ghiaccio delle pescherie

e i cani lupo senza guinzaglio.

Fa freddo e l’acqua oscilla

come una maschera appesa

alle vetrine dei negozi di vetro.

È passata l’età della Salute

e il Ponte votivo della peste,

si vuotano gli appartamenti

da affittare domani ai turisti.

Da San Servolo un motoscafo grigio

trasporta quieto una cassa

di legno e due uomini di equipaggio.

Anche i pazzi muoiono a Venezia.

*

Imparare a camminare

è stata la cosa più facile

mi sono messa le scarpe

e sono uscita a vedere

come facessero le altre

a andare.

*

Kurt Schwitters, Collage 19, 1920

L’Iperode, poema d’amore in quindicimila versi

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di Raffaele K. Salinari

Il poema, la poesia in generale, è sempre stata la forma prediletta per la comunicazione delle Cose Ultime, una sorta di simbologia in versi che coniuga musicalità e logos, come nella Creazione. È, infatti, questa potenza vibrazionale, che si carica di ritmo ad ogni verso, a creare una vera e propria onda che, alla fine, sommerge l’io del lettore inducendolo in uno stato di coscienza amplificata, sottile, in cui, forse, è possibile cogliere l’essenza dell’Essere. La ricerca dell’essenza amorosa, della sua potenza ricongiungitiva al Tutto, è l’eterno tema del poema L’Iperode, di Lorenzo Bernardo, edito per La Scuola di Pitagora (pag. 630, € 40), che si immette nel solco di questo espediente artistico antichissimo, che forse nasce prima ancora della parola scritta, come mitologia del racconto, aura percepibile di qualcosa che altrimenti resta invisibile.

Gli ascendenti classici vanno da Omero a S. Giovanni della Croce, da Rumi sino alle Elegie Duinesi di Rilke, passando per il grande poema di Dante, tutti impegnati nel trovare nel verso il solvente universale dell’anima personale in un mare di amore angelicato che attraverso un singolo soggetto amato, catalizza alchemicamente la trasmutazione verso quel “fondersi senza confondersi” con la Sorgente che rappresenta il compimento della Grande Opera di tutti i mistici. Ma la via amorosa è ardua, forse la più impervia, fatta di improvvisi lampi di luce accecante attraverso i quali si svela la possibilità, e lunghi momenti di oscurità, da percorrere sino in fondo, senza paura, senza che la fede nell’amata smetta un solo momento di illuminare l’anima in cammino. Questo è il tema portante dell’Iperode che sdoppia e duplica, per così dire, la ricerca dell’essenza divina come ce la descrive apofaticamente San Giovanni della Croce nella sua «notte oscura».

Nel Prologo scritto da Giovanni a commento delle immagini poetiche, è interessante notare come egli stesso, per poter spiegare e far comprendere il significato di questa «notte oscura» attraverso cui l’anima deve passare per giungere alla luce divina della perfetta unione con Dio, dichiara che: «Occorrerebbero una scienza e un’esperienza superiori alla mia. Difatti sono tante le difficoltà e così dense le tenebre, spirituali e temporali, che ordinariamente le anime fortunate sogliono attraversare per raggiungere questo sublime stato di perfezione, che non bastano né la scienza umana per comprenderle né l’esperienza per descriverle. Solo chi passa per questa prova potrà darne una valutazione, ma non parlarne». Lorenza Bernardo, invece, coglie la sfida del dire poeticamente, poieticamente, e traccia la lunga strada in versi che condurrà l’amante verso la piena identità con l’amato, al Rebis Filosofico che, come ci ricorda Rilke nelle Elegie, a tutti gli amanti sarebbe possibile se solo (solo!) fossimo consapevoli di ciò che stiamo vivendo.

 

 

 

 

 

 

La Spada

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Immagine generata da AI

di Silvano Panella

La villa era composta, silenziosa, non ostentava il disfacimento del lutto improvviso, era governata come in un giorno qualunque e in effetti, se non si fosse indagato negli animi di chi sapeva, sarebbe davvero risultato un giorno qualunque. Stavo per suonare il campanello ma la porta era socchiusa. La spinsi, entrai nel grande atrio della villa. Sulla scalinata una figura in penombra, fissa e muta, la sorella del mio amico si fingeva statua e tentava di celarsi al mio sguardo pur sapendo che ero un abile osservatore.

Raggiunsi il salone. Sul divano sedeva il colonnello a riposo, il proprietario della villa, il padre del mio amico e della figura sulle scale. Ora stava leggendo un giornale vecchio e consunto – li collezionava. Si volse verso di me e mi oppose un gesto calmo, ampio della mano, finì di leggere, richiuse il giornale in quattro, si alzò dal divano, andò alla scrivania, mi fece segno di avvicinarmi. Sedemmo l’uno di fronte all’altro. Non riuscivo a distinguere la sua espressività, il volto semicoperto dalla barba folta e brizzolata. Sulla scrivania c’era un panno di velluto color ciclamino. L’uomo lo svolse e fece apparire i due pezzi della spada, ebbe uno spasmo di ritrosia e iniziò a toccare la lama, lucida e nettata dal sangue. Dei due, il mio amico aveva utilizzato il pezzo con l’impugnatura per commettere il suicidio.

Immaginavo che l’uomo, in virtù del suo grado, avesse ottenuto il rapporto completo, immaginavo che mi chiedesse i dettagli sfuggiti all’inchiesta, i dettagli più personali e soggettivi, le ultime parole di suo figlio, immaginavo che, per quanto fosse un uomo intelligente, non avesse colto la sottigliezza insita nel suicidio. Ma non domandò nulla. La degradazione dall’esercito non era ancora avvenuta, il mio amico l’aveva anticipata spezzando lui stesso la sua spada da cerimonia. Si era suicidato sia per non sottostare al congedo con disonore sia perché il piano al quale aveva partecipato era fallito, aveva spezzato la spada sia per suggellare la sconfitta con un simbolo di disonore sia perché era più comodo rivolgere verso se stesso una lama dimezzata, la nuova punta era taglientissima. Quanto sapeva del piano il colonnello? Non abbastanza. Il mio amico accennava spesso a quest’uomo così austero e tuttavia ottimista, tanto brillante quanto privo di intraprendenza. Dove nascondeva questa brillantezza d’ingegno? Cercai nei suoi occhi, invano. Mi volsi al salone ricco di dipinti, vasi, giornali. Quei giornali vecchi e ingialliti, impilati, consultati per godimento personale, forse contenevano messaggi scritti a penna da decifrare dopo la sua morte. Ci avrebbe pensato la figlia, abilissima archivista di famiglia.

Non intendevo perturbare quest’uomo trattenuto – sarebbe scoppiato davanti a me, scoppiato in un accesso d’ira fatale, io avrei assistito a due morti, non avrei potuto negare questa duplice coincidenza e ne sarei uscito con una pessima fama. Il mio amico aveva tentato di convincermi a partecipare. Rifiutai. Non avrei potuto fare granché, non ero addentrato nei meccanismi dell’esercito, dell’economia, della vita civile come lui, come la sua famiglia, le sue conoscenze. Inoltre quando appresi i particolari del piano fui investito dalle perplessità. La gente non vi seguirà, la gente si crogiola nella critica all’operato altrui e non intende varcare tale mediocrità, gli dissi.

Quando elencai noti piani finiti male o in farsa, per poco la nostra amicizia non si incrinò. Resistette, e gli fui vicino finché mi fu possibile. Non si trattava del sacrificio per una folla di ingrati, era soltanto un intimo compimento, lo avevo capito e glielo dissi un momento prima che fosse troppo tardi. Dunque le sue ultime parole furono le mie, ci salutammo in strada con un sorriso e lui varcò per l’ultima volta il portone della caserma per mettere fine alla sua esistenza. Riuscii a evitare il clamore mediatico – tra coloro che conobbero il piano e lo rifiutarono, io sono l’unico che non è stato inquisito. Parecchio il sangue, sparso sul mio amico e sul pavimento e sulla lama ora impeccabile. Il mio amico aveva sopportato l’insuccesso del piano senza lasciarsi condurre dall’emozione. Suo padre fu fiero di questa sopportazione. Del suicidio, non so. La faccenda è inesplicabile in poche parole e lascia spazio a continue riflessioni, più ci si pensa, più ci si addentra in meandri inconcludenti.

Il panno di velluto faceva spiccare la lama più della luce della lampada, una luce troppo parziale – allungava l’ombra del paramano a dismisura, rischiarava l’impugnatura d’ebano palesandone le piccole imperfezioni. Questo panno avvolge morbidamente l’affilatura, ne è immune, non si taglia, ciò è assai strano, pensavo. Magari il mio amico si era tramutato in quel panno. Non nella spada, la spada rappresentava l’azione, ora il mio amico era un corpo immobile e un concetto persistente, immutabile, un panno ripiegato su se stesso. Non lo dissi, suo padre non avrebbe capito.

«Ha sofferto?», l’uomo mi chiese.

La sua domanda mi stupì. Il volto in attesa, credevo fosse più insensibile.

«Per un solo, bruciante momento», dissi, vago ma non così lontano dal vero.

L’uomo annuì. Aveva ricevuto la risposta e questo gli bastava. La disposizione del giardino al di là della finestra, il giardino lo ricordavo bene e ora mi bastò un suo frammento di siepi e bagolari, mi suggerì che il suicidio fosse l’inevitabile conclusione per gli abitanti di questa villa. Non una maledizione, piuttosto una corrispondenza di forme. L’uomo non sapeva nulla del piano se non tramite il rapporto che si trovava sulla scrivania, tra me e lui. Un rapporto meticoloso, sì, ma scritto da chi ignorava le aspirazioni dei partecipanti, perlopiù prigionieri per vocazione e memorialisti per scelta. L’uomo avvolse con cura la spada spezzata nel panno e me la porse. Voleva che la tenessi io. Non lo disse. Né io dissi che lo consideravo un onore, che sentivo già di essere affezionato alla spada perché era appartenuta al mio amico, di essere affezionato al panno che l’avvolgeva perché era il mio amico. Presi il fagotto e feci un breve inchino. Lasciai la villa.

Babilonia

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di Gianni Biondillo

Sembra un’altra Milano, eppure sono passati solo dieci anni. Quella del 2014 era, a tutti gli effetti, il più grande cantiere d’Europa, primato scippato a Berlino alla fine del secolo scorso. Nella corsa contro al tempo per arrivare all’inaugurazione di Expo2015, non c’era angolo della città che non fosse un cantiere, popolato di “umarelli”, fuori dalle recinzioni di cantiere, con le mani dietro la schiena a disquisire con gli operai (pazientissimi) su come gettare il cemento o eseguire un finitura. Tutto era Expo, in quegli anni, per i milanesi. Anche cose che con Expo non c’entravano nulla. Ma in fondo non era sbagliato pensarlo. Dopo il sonno post-tangentopoli durato un decennio, il capitale mondiale aveva spostato lo sguardo sulla città meneghina: Expo, insomma, era una scusa, una operazione di marketing urbano per rimettere tutto in moto. Per “estrarre” denaro dall’edilizia. E fra opere di maggior o minore qualità, fra grandi cantieri e cantieri smisurati, in attesa di riattivare anche gli scali ferroviari, ecco spuntare fuori il Bosco Verticale. Progetto vincente, inutile negarlo, a partire dalla sua comunicazione. Architettura che si fa claim, slogan, motto.

Onore ai tre progettisti. Ché, è bene ricordarlo, sono tre. Altrimenti qui facciamo come con De André, al quale assegniamo la scrittura di tutte le sue canzoni, quando invece le ha quasi tutte scritte con altri autori colpevolmente dimenticati. E parlo di signor autori, da De Gregori a Bubola, da Pagani a Fossati. Quindi, fuori i nomi: Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra.

S’è detto tutto e il contrario di tutto, delle due torri. Io per primo. Pochi progetti hanno avuto laudatori e critici, followers e haters, come il Bosco Verticale. E la cosa in fondo interessante è che hanno ragione sia gli uni che gli altri: è un progetto che guarda alla biodiversità, al rapporto del verde in città, innovativo, visionario; sono case per ricchi, per chi se lo può permettere, è speculazione fondiaria; No è una sperimentazione urbana, un nuovo approccio ecologico, un contributo alla qualità dell’aria; figuriamoci, è marketing urbano, greenwashing, gentrificazione! Da quanto tempo un’architettura non scatenava polemiche così accese?

Chi aveva occhio aveva compreso da subito che sarebbe diventato un marcatore territoriale, un oggetto identitario per la metropoli. Gianni Amelio, ad esempio, gira le prime scene del suo L’intrepido, nel cantiere del Bosco Verticale, dove si vede Antonio Albanese che posa un albero dentro un’enorme vasca catramata. Il film esce nel 2013, il cantiere non era ancora terminato, ma già se ne sentiva l’iconicità.

I tre architetti, e loro lo sanno per primi, non hanno inventato niente. Senza bisogno di andare indietro nel tempo (dai giardini di Babilonia alla torre medievale del Guinigi a Lucca), a loro è bastato fermarsi davanti alla facciata verde che orna l’edificio in via Quadronno degli architetti Mangiarotti e Morassutti per capire che esisteva un modo diverso di pensare gli edifici a torre che non fosse quello delirante che da decenni imperversa in tutto il mondo, fatto di pareti vetrate, riflettenti, dove persino aprire una finestra è vietato. Piaccia o non piaccia, il progetto ha aperto una discussione importante, non solo nella disciplina. Come dobbiamo (ri)pensare le nostre città, di fronte alle sfide dei cambiamenti climatici? Il Bosco Verticale, a ben vedere, è un manifesto. Ha una forza simbolica che travalica quella estetica. Ci dice: le città possono, anzi devono, convivere con la natura. Per la pura e semplice sopravvivenza della specie, elemento centrale di ogni progettazione urbana.

È una nuova urbanistica quella che si impone. Che progetta la restituzione della permeabilità del suolo o la mobilità dolce fatta di corridoi verdi che collegano parchi e giardini. Parchi non più solo luogo di svago, ma spazi di produzione alimentare a chilometro zero (parchi edibili). Un’urbanistica che abbatte le isole di calore urbane rendendo i tetti coltivabili e trasformando le barriere infrastrutturali in facciate verdi. Che impianta milioni di alberi. Foreste metropolitane, da gestire come nel medioevo, capaci di essere produttive in termini di materie prime. Un’urbanistica che è capace di lasciare “a maggese” parti del territorio, mitigando la dannosa presenza umana e qualificando la resilienza dell’ecosistema.

Oggi, a dieci anni di distanza, con tanto di pandemia che ci ha mostrato tutte le nostre difficoltà relazionali, possiamo dire che l’esperimento del Bosco Verticale, per la sua stessa presenza, ha vinto? Purtroppo no. Alla fine è andata come sappiamo. Il mercato immobiliare ha reso la città sempre più attrattiva solo per chi poteva permetterselo. È l’ecologia sociale la grande sconfitta di questa città. Volevamo una città esclusiva, è diventata una città escludente.

(pubblicato precedentemente su La Repubblica-Milano il 3 dicembre 2024)

Narcisismo

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di Samir Galal Mohamed

Qualunque cosa non soltanto distruttiva è un bene che capita.

È incantevole riconoscere il narcisismo sul volto delle persone; c’è un istante specifico nel quale è possibile individuarlo precisamente. Non farne un dramma. Consideralo uno dei tanti fatti umani, uno qualsiasi: in effetti, negli anni, non abbiamo che prestato, e progressivamente, attenzione a un ulteriore fatto dell’umano.

Se pensate non vi sia mai accaduto è molto probabile che vi stiate sbagliando, anzi: è certo. Con tutta evidenza non avete ancora sviluppato strumenti idonei per questa lettura: siete anagraficamente troppo giovani per possederli o, peggio, vivete nella convinzione che si tratti di un fenomeno raro. Anche il vostro caso conferma la mancata acquisizione di certi strumenti per conoscerlo e riconoscerlo: non biasimatevi. Al contrario, c’è da ritenersi fortunati, e molto, se le esperienze dolorose sperimentate fin qui sono risultanza esclusiva dell’incontro con il soggetto narcisistico. Significa che potete scriverne.

«Le persone si incontrano e si perdono: con buona pace del principio di non contraddizione, ci sono ragioni sufficienti che non lo sono simultaneamente. E, tertium datur, ci sono pure ragioni per non sentirle».

Sparire è una forma di sublimazione – sottrarre violenza materiale al mondo. Tocca pure ringraziare.

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Immagine: Cy Twombly. Untitled. 1954