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I giacobini neri

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di Giorgio Mascitelli

I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti di C.L.R. James ( trad.it. di Emanuele Giammarco, pref. di Sandro Mezzadra, Tangerin, Napoli, 2026, euro 25) ritorna in una nuova edizione presso le librerie italiane. Si tratta di un classico dell’anticolonialismo, che racconta una storia, quella della nascita di Haiti e della lotta dei Neri contro lo schiavitù, che fu probabilmente il primo episodio, perlomeno in forma organizzata e consapevole, di lotta anticolonialista. Questo libro, che nell’originale in lingua inglese apparve nel 1938, è opera di C.L.R. James studioso e militante politico di posizione trockista, che dunque riesce a leggere la conflittualità razziale entro una chiave interpretativa basata sulla lotta di classe. Nonostante James infatti costruisca un’opera storiografica basata sullo studio delle fonti, rivendica egli stesso la natura anche militante di questa rammemorazione, potremmo dire con parola benjaminiana, in cui la storia della Santo Domingo francese diventa il passato prossimo immediatamente attualizzabile di ogni lotta razziale e anticoloniale. Questa visione non può essere patrimonio del semplice studioso accademico e infatti James scrive “La prosa lirica e i petali di rose li lasciamo agli storici e ai comizianti degli anniversari” (ed.cit. p.95) quando ricorda che con lo scoppio della rivoluzione francese la burocrazia coloniale cerca di associare i mulatti al proprio governo nello sforzo di mantenere il controllo dell’isola, allo stesso tempo facendo retrocedere il pregiudizio razziale. Nella battuta troviamo la rivendicazione di una visione dialettica della realtà che solo il militante può cogliere.

Se sopra si è definito I giacobini neri un classico, può essere utile chiedersi che cosa s’intenda per un libro del genere con tale parola. Ci aiuta Sandro Mezzadra nella prefazione quando ricorda che il libro appare in un contesto storico ben preciso in cui il movimento panafricano, dopo l’attacco italiano all’Etiopia, concepisce la necessità di una mobilitazione anticoloniale sistematica. Essere un classico in altri termini vuol dire recuperare un passato storico e una figura, quella di Toussaint Louverture, in nome di una necessità presente e contestualmente renderlo disponibile per tempi futuri.

Proprio la figura di Louverture, già ampiamente analizzata e perfino cantata nel diciannovesimo secolo, viene descritta e colta storicamente, evitando qualsiasi medaglione esemplare o monumento. Egli è una figura eccezionale nel senso che tempi eccezionali come quelli rivoluzionari producono uomini alla loro altezza; tuttavia la sconfitta di  Toussaint Louverture di fronte alla spedizione napoleonica del 1802 viene descritta senza infingimenti come frutto dell’incertezza e dell’incapacità del capo rivoluzionario di abbandonare quei principi, la moderazione nei confronti della popolazione bianca e il legame con la Francia rivoluzionaria, alla base del suo successo, anche quando è evidente che essi non funzionano più perché Napoleone ha ormai chiaramente deciso di  ripristinare la schiavitù. Louverture cade per la sua fedeltà alla rivoluzione che il vertice di quella stessa rivoluzione ha deciso di tradire. Gli errori politici non vengono elegantemente sottointesi, ma presentati dentro una prospettiva storica in cui assumono quasi un carattere di necessità e quindi di tragedia. In fondo Toussaint ebbe il torto di praticare quella politica della riconciliazione che è stato il grande merito di Mandela nel Sudafrica del dopo Apartheid, con due secoli di anticipo in un contesto, anche da un punto di vista culturale, troppo arretrato perché sostenitori e avversari comprendessero l’ampiezza della visione. Lo sostituirà Dessalines che compirà quella strage della popolazione europea, che i bianchi avevano paventato proprio nel predominio di Louverture e allo stesso tempo fomentato appoggiando le spedizioni napoleoniche che si riveleranno disastrose, anche perché elimineranno l’unico dei leader dei giacobini neri interessato autenticamente a costruire la convivenza e a mantenere il legame con la Francia.

Nel racconto Il fidanzamento di Santo Domingo, ambientato nella Haiti rivoluzionaria, in particolare nella fase della guerra in cui Dessalines ha sostituito Louverture catturato dai francesi al comando delle forze rivoluzionarie, Heinrich Von Kleist racconta l’amore di una fanciulla, figlia di una mulatta e di un europeo, che vive con la madre in casa di un ex schiavo nero diventato un capo rivoluzionario, dopo aver ucciso spietatamente il suo padrone, che pure lo aveva sempre trattato con umanità, per un ufficiale di nazionalità svizzera, ma appartenente all’esercito napoleonico, che cerca con alcuni famigliari di mettersi in salvo dirigendosi a Port au Prince. La ragazza, a cui l’ufficiale ha chiesto la mano, non esita ad abbandonare la madre e il patrigno, che volevano la morte del soldato e viene senza pietà a sua volta da loro uccisa per il suo tradimento. Prima di morire spiega che lei non ha tradito nessuno, ma è tornata a schierarsi con la sua gente, visto che è figlia di un europeo. Ora lo stesso James ricorda come nella colonia francese per essere considerato bianco occorreva avere addirittura i centoventotto centoventottesimi di ascendenza europea, che la protagonista non ha: tecnicamente sarebbe stata chiamata una quarteron e pertanto nessun bianco l’avrebbe nella realtà mai sposata. Tra l’altro Von Kleist non era affatto di sentimenti filonapoleonici, al contrario l’ambientazione haitiana di questo racconto è dovuto al fatto che, arrestato nel 1807 dai francesi, trascorse i sei mesi di prigionia nella stessa cella dove pochi anni prima era morto Toussaint Louverture; eppure il suo racconto pullula di stereotipi razziali ed è un esempio particolarmente eloquente del contesto culturale ostile alle politiche di Louverture.

Il libro si conclude con un’appendice inserita da James nell’edizione del 1962, intitolata da Toussaint Louverture a Fidel Castro, nella quale l’autore ricostruisce, seppure succintamente, l’elaborazione di una cultura autonoma e tutte le lotte anticoloniali e antirazziste del mondo antillano e caraibico, fino alla rivoluzione cubana, che viene vista in questa prospettiva storica come lo sbocco di quel ciclo di lotte cominciato dai giacobini neri quasi due secoli prima. Infatti la rivoluzione haitiana e quella cubana, pur con tutte le ovvie differenze storiche e anche sociali, a Cuba per esempio la schiavitù fu un fenomeno limitato, hanno dovuto affrontare problemi tipicamente indo-occidentali, “Il frutto specifico di una determinata radice e di una determinata storia” (op.cit. p.429). E forse uno dei motivi più significativi e più attuali per accostarsi oggi a questo libro è l’approssimarsi della fine dell’esperienza cubana, minacciata ancora una volta dal colonialismo che, come ricorda James, assume nelle diverse epoche forme diverse ma al fondo resta sempre lo stesso (sfruttamento economico, oppressione razziale), perché ci spiega che tutte queste vicende si muovono dentro una storia più lunga di cui anche il potenziale epilogo di questi giorni non sarà che un episodio.

 

Due libri per la Palestina di Ghazy e Meschiari

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Randa Ghazy con questo libro si propone di cambiare la lente con cui per troppo tempo si è raccontata la Palestina: offrendo prospettive nuove, umanizzando il popolo palestinese attraverso testimonianze raccolte di prima mano, ripercorrendo gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale, perché la Storia «non è cominciata il 7 ottobre». La Storia è la lente senza la quale il presente risulta incomprensibile. Ecco perché il primo passo per decolonizzare il nostro approccio alla Palestina, e la narrazione che ne facciamo, è ricordare il passato e riconoscere il legame del popolo palestinese con la propria terra. Solo se utilizziamo questa lente possiamo capire appieno gli eventi di oggi. Se spegniamo il ronzio della propaganda israeliana, dell’appiattimento culturale e intellettuale dei nostri salotti televisivi, al netto delle dichiarazioni surreali e tutt’altro che veritiere dei nostri governi, ciò che sta accadendo si rivelerà a noi per quello che è: un crimine che può continuare a perpetrarsi solo grazie alla nostra complicità. Per fare questo, tuttavia, dobbiamo ammettere una verità amara: in questa vicenda non siamo noi i «buoni». Se, per difendere Israele, abbiamo dovuto accettare la distruzione del nostro sistema di leggi internazionali, significa che abbiamo perso noi stessi. Yasmeen, Nedal, Yousef, Bushra, Hani, Mosab: sono le storie che i nostri media hanno deciso di non raccontare. Che i nostri leader scelgono di ignorare. Che i nostri studenti non hanno mai studiato. E che i nostri cuori sanno di non aver accolto. Dobbiamo ripartire da qui. Dalla memoria. Ricordare la Storia, ricordare i rifugiati palestinesi. Reclamare il loro diritto al ritorno.

Palestina. Una regione che è ponte tra continenti, corridoio per chi si muove, passaggio obbligato da sempre, dalla preistoria ai giorni nostri. Una terra che nella storia ha visto più guerre di qualunque altra, da cui emana un senso del sacro più forte che altrove. Un luogo in direzione del quale ci si gira per pregare, verso il quale si puntano armi, dal quale decollano aerei carichi di bombe, per il quale si lotta da decenni, secoli, millenni.
Una terra così è stata disegnata migliaia e migliaia di volte, e ognuno ci ha visto qualcosa di diverso, ci ha aggiunto del suo, speranze, desideri, tradizioni, un credo, persino l’arroganza e la crudeltà. Matteo Meschiari usa lo sguardo dell’antropologo e del geografo per decostruire quaranta mappe di questa terra, senza mai dimenticare la gente che quei luoghi li abita. Perché la Palestina, come ogni terra reale, è fatta di persone, prima che di segni e convenzioni, e chi vuole la pace, dietro le linee di un trattato, vede sempre i volti, le singole storie.

Da “En exergue” / “In esergo”

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Di Guy Bennett

 

Traduzione di Andrea Inglese

 

 

Chi apre un libro di poesia, vuole farsi luce con una candela in piena deflagrazione di una bomba a idrogeno.

– Philippe Jaccottet

Sono del tutto consapevole di partecipare a un’attività che dovrebbe far cambiare le cose più di quanto non faccia.

– Brian Eno

 

 

Due commenti sull’umiltà dell’arte. Jaccottet l’esprime con un’immagine delirante che deve il suo umorismo tanto alle metafore utilizzate (poesia=candela; deflagrazione della bomba a idrogeno=tutto il resto) quanto alla loro giustapposizione fulminante, mentre Eno la riconosce semplicemente con un sorriso pieno di autoderisione.

Ma, lasciando da parte la loro ironia, possiamo benissimo prendere queste osservazioni come degli elogi indiretti di un aspetto importante ma spesso misconosciuto dell’arte: la sua modestia relativa. In un mondo sempre più caratterizzato da avvenimenti che si svolgono su scala planetaria (catastrofi ecologiche, conflitti militari che si generalizzano, crisi dei rifugiati, guerre commerciali, pandemie virali, ecc.), l’arte resta una forza discreta e comparativamente limitata. Nonostante gli sforzi continui per drammatizzarla, monetizzarla, e renderla più favorevole alla famiglia, essa resiste, e la sua autentica potenza – la capacità di trasformare le menti e le vite – continua a funzionare sotto la soglia della visibilità sociale. Che questa trasformazione si produca principalmente sul piano dell’individuo, ossia una mente alla volta, lascia intendere una granularità che testimonia della potenza del piccolo, qualcosa che ha percepito chiaramente Agnès Varda, riconoscendo in lei stessa questa qualità. “Sono piccola, ha detto in un’intervista verso la fine della vita, sono sempre stata piccola. Ma solamente sul piano fisico.”

 

 

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[I] libri dicono qualcosa senza che siano letti, e non è il meno importante.

– Theodor Adorno

Credo a questo potere immanente dei libri, a volte bisogna lasciarli chiusi perché dicano i loro segreti.

– Hervé Guibert

 

 

Cosa comunica un libro se non lo si apre o non si legge altro che la sua copertina? Ogni sorta di cosa, almeno in principio. Se c’imbattiamo in questo libro sullo scaffale di una libreria o di una biblioteca: la natura dell’opera e a quali lettori è indirizzata; il carattere del suo editore e la sua visione del libro; il carattere della libreria o della biblioteca in cui si trova e la clientela reale o supposta che le frequenta. Se lo vediamo a casa di qualcuno: potenzialmente, la classe socio-economica e lo statuto o attitudine educativa / intellettuale del suo proprietario (o di chi l’ha preso in prestito, nel caso di libri provenienti da biblioteche); la sua attitudine verso il possesso dei libri; i suoi centri d’interesse e ambiti di ricerca e la natura di questi centri / ambiti; per non parlare della sua relazione con i libri su di un piano più generale. Da notare, che tutte queste cose sono esterne al libro in quanto tale (letteralmente, dal momento che non lo abbiamo aperto).

E il potere immanente del libro? I suoi segreti? Quest’ultima idea mi sfugge: come un libro mi rivelerebbe i suoi segreti, se non lo aprissi o non leggessi che il titolo? Di quale natura sarebbero questi segreti? Non ne ho la più pallida idea. Quanto al potere immanente del libro, è chiaro – i libri possono cambiare e in effetti hanno cambiato il corso delle cose. Il potere immanente del libro – questa qualità che sarebbe “più forte della spada” – è necessariamente ciò che spinge alcuni a volerli censurare, vietare, bruciare, come se un’idea potesse essere eliminata (cfr. lo slogan anti-guerra-contro-il-terrorismo di Jonathan Barnbrook. “Non si può bombardare un’idea” (un rifacimento di quello di Medgar Evers, “Si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea” (entrambi evocano l’osservazione spesso citata da Heine, “Là, dove si bruciano libri, si finisce per bruciare gli uomini”))).

 

 

Nota sulla “potenza della letteratura”

di Andrea Inglese

I testi che compongono En exergue di Guy Bennett (éditions Lanskine, 2025) sembrano invitare il lettore a un gioco metaletterario e forse iperletterario, ma dal momento in cui si gioca, e la letteratura è, malgrado tutto, o forse prima di tutto, un gioco, ebbene giocando ci si sporge inevitabilmente sulla vita, su qualcosa che precede il gioco, e in qualche modo lo accerchia. Se la vita non fosse quella che è, con le sue incoerenze, la sua brutalità, la sua inconcludenza, non ci sarebbe qualcosa come il gioco letterario, che inventa forme riconoscibili, leggere, compiute. Vi è un continuo andirivieni, nel libro di Bennett, dalla letteratura alla vita, ma in realtà è come se si trattasse di due lati di un identico nastro. Scrivere la vita è vivere, e nello stesso tempo distaccarsi in parte dalla vita.

Il passo che comunque m’interessa commentare è presente nel primo dei due testi qui tradotti. (Guy Bennett, pur essendo un poeta statunitense, ha scritto questo libro direttamente in francese.) Leggiamo: “l’arte resta una forza discreta e comparativamente limitata”. Qui l’autore non distingue arte o letteratura, né distingue poesia da romanzo. L’arte (e la letteratura) di cui si parla, è ovviamente la nostra, ossia storicamente situata dalla modernità (dai romantici) in poi. Arte e letteratura che non corrispondono più a un ordine del mondo e dei valori definiti, ma che procedono piuttosto per decifrazione sia dell’umano sia del mondo, nella loro storicità radicale e aperta. La letteratura, insomma, ha una forza, ma essa è “discreta e comparativamente limitata”. Alle nostre orecchie di servi del capitalismo, che ci nutre e ingrassa spiritualmente, questi due aggettivi sono una sciagura: la forza ha senso, è interessante, se è un fenomeno tendenzialmente crescente – se può aumentare e in maniera illimitata. Una forza limitata e discreta – nel senso di poco appariscente, ossia non “pubblicitaria” – non è una vera forza, oppure è una forza del “povero”, del “loser”, di quello che è destinato a non far crescere contatti, lettori, followers, ricavi monetari, ecc.

Più oltre, nella sua riflessione sulle caratteristiche della “forza letteraria”, Bennett aggiunge un termine magnifico: granularità. La letteratura agisce a questo livello: grano per grano, mente per mente, individuo per individuo, lettore per lettore. Siamo fuori dal regno della statistica e dei grandi numeri. Siamo fuori dagli effetti di massa. Siamo fuori dalle generalizzazioni: “la gente”, “i lettori”, “gli italiani”, “le donne”, “gli adolescenti”… Tocchiamo qui la verità che le nostre istituzioni culturali e le nostre aziende editoriali, devono subito dimenticare: la granularità è un meccanismo ostruzionistico, bloccato, a scorrimento esageratamente lento e strangolato. Non siamo più neppure nel mondo delle piattaforme elettroniche, con gli sciami di dati e azioni digitali che scorrono da un punto all’altro, con una contabilità perenne e chiara. Un libro non solo trasforma un lettore alla volta, una mente individuale alla volta, ma quanto li trasforma? Li trasforma fino a dove? Dove operare il conteggio? Dove misurare l’incremento? La produttività? L’aumento dell’efficacia? Rispetto ai grandi esperimenti, a cui siamo quotidianamente esposti in rete e sugli altri media, di un condizionamento di massa, perenne ma inavvertito, il libro incontra un lettore alla volta, e il lettore se ne appropria, e solo attraverso questa sua disponibilità (e nello stesso tempo capacità) d’appropriazione, c’è qualche ragione di credere in un mutamento. Quello che conta, qui, non è quello che l’informazione inconsapevolmente produce su di te (condizionamento), ma quello che tu, in quanto lettore, fai del discorso letterario, avvicinandolo e integrandolo nei tuoi strumenti di decifrazione di te stesso e del mondo (lettura come autoeducazione).

Che una cosa del genere possa accadere è meraviglioso e in qualche modo miracoloso. E ciò dovrebbe rendere chi scrive e chi fa arte, orgoglioso e nello stesso tempo speranzoso. Che una cosa del genere possa accadere nella forma della granularità, dovrebbe rendere chi scrive e chi fa arte modesto e grandemente paziente.

Nel secondo testo di Bennett, la questione si sposta sugli effetti a medio e lungo termine del libro, questa volta generalmente inteso. Non è solo la forza materialistica dei bisogni a cambiare il corso del mondo, ma anche la forza di creazione simbolica – immaginaria, concettuale –, che un libro può evocare. E questo è un discorso ostico per la mentalità capitalista, che però cerca subito di reintrodurre una contabilità chiara grazie al paradigma cognitivista e alla sue ramificazioni neuroscientifiche. Ma è un discorso ostico anche per molta cultura critica impregnata di marxismo più o meno scientista. Come può un “molle” elemento della sovrastruttura tagliare con più efficacia della spada, se qualche elemento strutturale non l’accompagna e determina? Non scioglieremo qui questo enigma. Ma su questo argomento qualcosa ci può dire uno degli avvenimenti più intollerabili della nostra epoca: il tentativo dello Stato d’Israele di annientare la popolazione palestinese di Gaza. Questo tentativo, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, si è dato tutti i mezzi, la potenza e la legittimità ideologica possibile per realizzarsi. L’esercito e l’aviazione israeliani hanno distrutto tunnel, strade, case, scuole, ospedali, università, moschee, impianti idrici, campi coltivati, adulti e bambini, miliziani e civili, uomini e donne. La materialità dei corpi e delle cose è stata abbondantemente colpita. Ciò nonostante, ad esempio, i palestinesi e le palestinesi non hanno smesso di scrivere poesie. Poesie per rivendicare l’esistenza – su carta, nel discorso, sul piano simbolico insomma – del popolo palestinese, come entità collettiva ed esperienza individuale, con una sua precisa vicenda storica e culturale. Quelle poesie fanno parte della dimensione ideale, non tangibile, e quindi indistruttibile, che risponde al fuoco militare israeliano.

In quanto poeta io stesso, la più grande lezione di questi tempi l’ho avuta dalla poesia palestinese, dai poeti e le poetesse palestinesi che scrivono o hanno scritto sotto le bombe, che sono morti, in diversi casi, scrivendo sotto le bombe. La poesia, come le altre forme della letteratura e l’arte, non solo hanno la potenza della spada, quale che sia il valore economico o di visibilità sociale che a esse assegniamo, ma non sono lontanamente un lusso, un passatempo per qualche élite assillata dall’urgenza di distinguersi dalla massa. Scrivere letteratura, ossia essere nella decifrazione di sé e del mondo, è una pratica, ossia una forma di vita, un modo specifico di vivere, di potenziare per via granulare la nostra vivente comunicazione con i nostri simili. Scrivere letteratura significa anche ascoltare il linguaggio, e tutta l’immensa stratificazione di voci passate che in esso si sono depositate. E questo ha anche un senso politico. Il linguaggio contiene una distesa di voci che esorbitano da ogni lato il discorso dominante nel nostro presente, ovvero la voce che si arroga il diritto di parlare a nome dello spirito del tempo.

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Nel 2023, ho presentato su NI un progetto collettivo curato da Guy Bennett, Poetry from Instructions / Poesia secondo istruzioni. Un’opera di poesia generativa (non combinatoria), accompagnato da un’intervista all’autore.

Immagine: Peter Schmidt, Waves in dense fog.

Mots-clés__Pianto

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Pianto
di Paola Ivaldi

Giorgio Gaber, È inutile piangere -> play 

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Valerio Magrelli, È specialmente nel pianto. Da: Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996, p. 26.
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È specialmente nel pianto
che l’anima manifesta
la sua presenza
e per una segreta compressione
tramuta in acqua il dolore.
La prima gemmazione dello spirito
è dunque nella lacrima,
parola trasparente e lenta.
Secondo questa elementare alchimia
veramente il pensiero si fa sostanza
come una pietra o un braccio.
E non c’è turbamento nel liquido,
ma solo minerale
sconforto della materia.
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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a:  ornellatajani@hotmail.it Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]

Nel Panopticon di Michele Mari

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Foto di Joseph Fuller: https://www.pexels.com/it-it/foto/architettura-soffitto-cupola-moderno-5603602/
Foto di Joseph Fuller, da Pexels

di Davide Orecchio

Dieci anni fa su questo sito pubblicai Panopticon, un racconto di Michele Mari. Una fantasia sull’ideazione da parte del filosofo Jeremy Bentham del noto carcere a struttura circolare, dove un singolo custode può sorvegliare ciascun detenuto. La prima realizzazione di questa architettura della sorveglianza penitenziaria fu nell’isola pontina di Santo Stefano, Regno delle Due Sicilie, Basso Lazio, nel 1795. Ed è stato durante una visita a quel carcere borbonico che a Mari è venuta l’idea del racconto. Una breve indagine psicologica, si potrebbe dire, sulle motivazioni e pulsioni che avrebbero potuto animare l’ideatore del “carcere veditutto”.

Leggiamo qualche estratto:

“Così oggi io, l’Ispettore, siedo al centro, e guardo. Tutt’intorno a me, alla distanza di un raggio di cinquanta metri, gira la circonferenza di un edificio formato da tre ordini di logge; ogni loggia si articola in trentatre celle: gli assassini in basso, i pazzi in mezzo, e i politici in alto, per un totale di novantanove reclusi. Dal mio scranno girevole li tengo tutti sotto controllo, e poiché li spio da una feritoia continua, nessuno di loro può sapere quando io sia di vedetta, né in quale preciso momento il mio sguardo sia orientato verso di lui. Questo incute in ognuno di loro l’idea di essere visto ininterrottamente, ciò che inibendolo e paralizzandolo ne fa un detenuto ideale. Ideale, voglio dire, al punto da trasformarsi nel proprio custode, poiché interiorizzando il mio sguardo ha finito con il sentirsi guardato in continuità da se stesso”.

E ancora:

“La guardia, il guardiano, è chi guarda: se solo l’uomo avesse un po’ più di coscienza etimologica, quanti inconvenienti si eviterebbero!”.

Ma questo, forse, oggi, è il brano più interessante del racconto:

“Un complesso sistema di tubazioni a raggiera mi porta anche i suoni: basta che io tolga l’opercolo a uno dei novantanove ugelli che si affacciano alla mia specola per sentire le bestemmie e le preghiere di ognuno, il suo pianto, un tamburellare di dita, un colpo di tosse: per questo dopo qualche mese di detenzione i prigionieri più pavidi divengono pressoché muti”.

Chi sta ancora leggendo questo pezzo avrà capito – immagino – dove voglio andare a parare. Ma mi prendo ancora un po’ di tempo.

In una nota a commento del racconto, Antonella Falco osservava:

“Aspetto da non sottovalutare è che la torretta centrale, oltre ad essere la sede del custode, è aperta anche ad altri eventuali visitatori, non solo parenti di detenuti ma anche semplici curiosi. La rete voyeuristica ideata da Bentham è dunque molto più larga di quanto si possa immaginare in un primo momento e nella mente del filosofo utilitarista inglese può trovare applicazioni anche al di fuori del sistema carcerario. (…) Mediante il suo panopticon Bentham ha concepito una nuova forma di dominio dell’uomo sull’uomo, raffinata e moderna, che Michel Foucault, nel suo saggio Sorvegliare e punire, individua come paradigma del potere nell’ambito della società contemporanea, un potere che non incombe più dall’alto ma pervade il tessuto sociale dall’interno ramificandosi in esso e creando una fitta rete di correlazioni”.

E adesso veniamo un po’ al punto. Quando è scoppiato il noto affaire Mari-Ciabatti, questo racconto mi è tornato subito in mente. “Quasi” subito, per l’esattezza. Sulle prime mi sono limitato anche io, come molti altri, a vivere un’esperienza panottica, grazie all’articolo di Repubblica che ricostruiva la vicenda, sulfureamente propagato sui vari social. Spiavo come molti la presunta lite sul van dello Strega, le presunte parole misogine pronunciate da Mari sul corpo di Michela Murgia, e il momento sembrava cadere a metà strada tra la diceria e il grande fratello.

Ero, lo ammetto, costernato. Mi chiedevo come diamine fosse possibile che uno scrittore così raffinato avesse giudicato in quel modo una collega, per di più morta e ormai incapace di difendersi. Ero pronto anche io a chiudere per sempre la porta del gabbio alle spalle del detenuto Mari, recluso nel pulmino dello Strega? “Recluso”, sì, perché in quel van, in quella conversazione privata immediatamente trasformata – dalla diceria – in questione pubblica, si andava cristallizzando un’esperienza carceraria sorvegliata. Mari, l’imputato, non poteva più uscire dal van. Le sue presunte parole lo intrappolavano lì dentro. E fuori, dalla raggiera dei social alimentata da riflessioni e interviste media, il mondo (o la “bolla”) sbirciava. Proprio l’atto di guardare legittimava giudizi e sentenze: “È misoginia, è body shaming, che sia punito”.

“È tutto molto semplice: i detenuti siano lo spettacolo, il carcere una sinossi, e l’intero corpo di guardia si riduca a una sola persona: un voyeur. Non siamo forse stati educati a sufficienza, quando da bambini venivamo ammoniti a non peccare perché – risento ancora la voce del parroco – ‘Dio ti vede’? Un occhio inscritto in un triangolo, ecco la religione; un occhio inscritto in un cerchio, ecco la riforma carceraria”.

Credo che nemmeno uno scrittore di fantasia e talento come Michele Mari avrebbe potuto immaginare, molti anni dopo avere scritto queste parole, di trovarsi lui stesso in un meccanismo panottico. Certo, Mari ha avuto i suoi difensori, ma questo non ha frenato nessuno, anzi ha stizzito e provocato, ha aumentato lo sdegno. Quanto a me, man mano che il fremito social aumentava, ho cambiato idea. Tolleranza per la libertà di opinione (anche quando, come in questo caso, è un’opinione che non si può assolutamente condividere): se n’era persa traccia. Non mi sembrava tanto una faccenda di uomini contro donne. Nemmeno una faccenda di vecchi contro giovani. E non era una faccenda di squadrismo o fascismo digitale, come è stato scritto.

Se devo cercare una mentalità alla radice di questo episodio, mi viene da individuarla molto lontano, in un giacobinismo che ha diluito la violenza politica, il mito palingenetico del Terrore, in fustigazione verbale e digitale, ed è ancora pronto a castigare l’umano in nome non più di un Essere supremo o della rivoluzione, ma di un’ideologia morale che quando eccede nella sua intransigenza (e le capita spesso) rischia di trasformare qualsiasi giusta causa in una causa sbagliata. Questo caso, insomma, è interessante soprattutto perché rivela qualcosa sulla mentalità di chi scruta nella raggiera, una mentalità che non sembra accettare limiti, nemmeno quello posto dalla privacy di uno scambio di pareri. Siamo davvero al “Dio ti vede”, e se bestemmi ti ascolta.

Resta la questione del ben noto premio letterario in corso. Mari è uno dei più importanti scrittori italiani viventi, un grande scrittore. È in gara per lo Strega. Ed era, fino all’incidente del pulmino, il vincitore annunciato. Siccome è stata invocata la pena esemplare dell’espulsione dal premio o, dopo che questa soluzione è tramontata, l’umiliazione del perderlo, immagino che agli Amici della Domenica si proponga un fardello non leggero.

Se Mari, come merita, vincerà lo Strega, ascolteremo di nuovo la protesta ruggire contro l’affermazione politicamente insopportabile dello “scrittore misogino”. E se perderà – e mi dispiace scriverlo, cioè mi dispiace per le altre autrici e autori in gara, ma sarà inevitabile pensarlo: – concluderemo che sarà stato punito per le presunte parole su Michela Murgia pronunciate nel pulmino. Si tratterebbe di una pena non commisurata al “delitto”, irrogata attingendo da un codice di legge del tutto estraneo al codice della letteratura, l’unico, quest’ultimo, che dovrebbe vigere in un premio letterario. Ma su questo punto qualcuno penserà che io sono ingenuo, se non dogmatico, perché un premio letterario è uno spazio pubblico e dunque risente dell’opinione pubblica, che a sua volta è modificata dalle posizioni espresse da (o, tra fama e doxa, attribuite a) un contendente.

Passata questa piccola tempesta, resterà da chiedersi cosa vogliamo dalla vita. Ci piace realizzare il sogno del Panopticon? Dovunque noi si viaggi e viva, dire sempre la cosa giusta, la cosa corretta, o dissimularne la convinzione, per evitare la reazione di possibili guardiani in ascolto? E il passo successivo sarà direttamente dentro le pagine scritte? Potremo scrivere solo pagine che non offendano nessuno? È questa la lezione da trarre? Ma ci rendiamo conto che l’unica pagina che non offende nessuno è la pagina bianca? E che solo il silenzio è inoffensivo?

Riflessioni (parziali) sull’uso dell’AI nel campo dell’arte

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di Daniele Barbieri

Ho posto la seguente domanda a ChatGPT: “Descrivi analogie e differenze tra il rifiuto della tecnologia della stampa nei suoi primi decenni e il rifiuto dell’AI oggi”

Ecco la risposta:

 

Il rifiuto della stampa nel XV-XVI secolo e il rifiuto dell’AI oggi nascono da paure simili: perdita di controllo, trasformazione del lavoro, diffusione incontrollata delle idee e cambiamento degli equilibri sociali. Però le due tecnologie agiscono su livelli diversi e producono effetti molto differenti.

Analogie

  1. Paura della perdita di autorità

La stampa ridusse il monopolio degli amanuensi, delle università e delle autorità religiose sulla produzione del sapere. Libri e pamphlet potevano circolare senza il controllo diretto delle istituzioni.

L’AI oggi mette in discussione l’autorità di professioni fondate sull’expertise: insegnanti, giornalisti, programmatori, avvocati, designer, medici in parte. Molti temono che il valore dell’esperto venga sostituito o svalutato.

In entrambi i casi:

  • la tecnologia democratizza l’accesso;
  • il potere culturale si decentralizza;
  • le élite reagiscono con sospetto.
  1. Timore della diffusione di contenuti falsi o pericolosi

Con la stampa si diffuse rapidamente propaganda religiosa, testi eretici, fake news ante litteram, accuse infondate e panico morale. Le autorità temevano che “troppi libri” confondessero la popolazione.

Con l’AI:

  • deepfake,
  • testi automatici,
  • disinformazione su larga scala,
  • manipolazione algoritmica

alimentano una paura molto simile: la perdita di fiducia nella verità pubblica.

La differenza è che la scala e la velocità dell’AI sono immensamente superiori.

  1. Ansia per il lavoro

Gli scribi e i miniatori vedevano la stampa come una minaccia economica diretta.

Oggi l’AI genera la stessa ansia:

  • automazione di lavori cognitivi;
  • riduzione di alcune professioni;
  • trasformazione delle competenze richieste.

In entrambi i casi emerge l’idea:

“La macchina sostituirà l’uomo”.

Ma storicamente la stampa non eliminò il lavoro culturale: lo trasformò. Probabilmente l’AI farà qualcosa di analogo, anche se con impatti più rapidi.

  1. Paura del degrado culturale

Molti intellettuali del Rinascimento ritenevano che la stampa producesse testi mediocri e lettori superficiali. Il libro stampato appariva “meccanico” rispetto al manoscritto.

Oggi si teme che l’AI:

  • produca contenuti standardizzati,
  • riduca il pensiero critico,
  • incentivi pigrizia cognitiva,
  • renda la creatività artificiale.

La critica è sorprendentemente simile:

  • allora: “troppi libri”;
  • oggi: “troppi contenuti generati”.

Differenze

  1. La stampa moltiplicava testi umani; l’AI produce contenuti

La stampa era uno strumento di replica:

  • accelerava la diffusione del sapere umano.

L’AI invece:

  • genera testo,
  • immagini,
  • codice,
  • decisioni,
  • simulazioni linguistiche.

Questa è una differenza radicale: la stampa amplificava la voce umana, l’AI in parte la imita.

  1. L’AI agisce anche sul pensiero, non solo sulla comunicazione

La stampa cambiò:

  • accesso all’informazione,
  • alfabetizzazione,
  • diffusione delle idee.

L’AI entra direttamente nei processi cognitivi:

  • scrittura,
  • sintesi,
  • ricerca,
  • pianificazione,
  • creatività.

Per questo il rifiuto dell’AI tocca anche il tema dell’identità umana:

“Che cosa resta specificamente umano?”

Questa domanda non era centrale nel dibattito sulla stampa.

  1. Velocità del cambiamento

La stampa si diffuse lentamente:

  • decenni per consolidarsi;
  • secoli per trasformare davvero la società europea.

L’AI evolve in mesi:

  • nuovi modelli ogni anno;
  • adozione globale immediata;
  • impatti simultanei in molti settori.

Questo rende il rifiuto contemporaneo più intenso e instabile.

  1. Centralizzazione tecnologica

La stampa, dopo una fase iniziale, divenne relativamente distribuita: molte tipografie, molti editori.

L’AI oggi richiede:

  • enormi infrastrutture computazionali,
  • dati,
  • capitale,
  • energia.

Il potere è concentrato in poche OpenAI, Google, Microsoft, Anthropic e altri grandi attori. Questo alimenta paure politiche ed economiche che nel caso della stampa erano meno marcate.

Una differenza psicologica importante

Chi criticava la stampa spesso apparteneva a una minoranza alfabetizzata. La maggioranza della popolazione non era coinvolta direttamente.

L’AI invece tocca quasi tutti immediatamente:

  • studenti,
  • impiegati,
  • artisti,
  • aziende,
  • utenti comuni.

Il rifiuto quindi non è solo elitario o istituzionale: è diffuso socialmente.

Conclusione

La stampa e l’AI sono entrambe “tecnologie cognitive”: modificano il modo in cui gli esseri umani producono e trasmettono conoscenza.

Le reazioni di rifiuto condividono elementi ricorrenti:

  • paura della perdita di controllo,
  • ansia economica,
  • timore di manipolazione,
  • nostalgia per forme precedenti di cultura.

Ma l’AI rappresenta una rottura più profonda perché non si limita a diffondere il pensiero umano: interviene direttamente nella sua produzione simulata. È questo che rende il dibattito contemporaneo più radicale di quello sulla stampa.

 

***

Ho posto a GEMINI la medesima domanda. Ecco la risposta:

 

Il parallelismo tra la nascita della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (metà del XV secolo) e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa oggi è straordinariamente calzante. In entrambi i casi, l’umanità si è trovata di fronte a una tecnologia “disrompente” capace di democratizzare la produzione di contenuti, scatenando reazioni che spaziano dal panico morale alla resistenza economica.

Ecco un’analisi dettagliata delle analogie e delle differenze storiche e culturali tra questi due momenti di svolta.

Analogie: I Corsi e Ricorsi della Storia

  1. La paura della perdita del “tocco umano” e dell’autenticità

I detrattori di entrambe le epoche hanno espresso il timore che la nuova tecnologia deumanizzasse la cultura.

  • Stampa: Gli amanuensi e gli aristocratici del Quattrocento consideravano i libri stampati “volgari” e privi di anima rispetto ai manoscritti miniati. Filippo de Strata, un frate domenicano di Venezia, scriveva che la stampa “corrompeva i testi” e che la facilità di riproduzione toglieva valore alla conoscenza.
  • AI: Oggi assistiamo a una critica speculare. Molti sostengono che l’arte, i testi e la musica generati dall’AI siano privi di “anima”, empatia o vero genio creativo, riducendo l’espressione umana a un mero calcolo statistico di token.
  1. La minaccia economica ai professionisti del settore

Entrambe le tecnologie hanno ridefinito il concetto di “lavoro intellettuale”, minacciando intere categorie professionali.

  • Stampa: Gli scribi, i copisti e i miniaturisti videro il loro monopolio economico e culturale polverizzato in pochi decenni.
  • AI: Scrittori, grafici, programmatori, traduttori e doppiatori vivono oggi la stessa ansia da sostituzione, vedendo algoritmi capaci di replicare in pochi secondi compiti che prima richiedevano ore di lavoro specializzato.
  1. Il panico per la disinformazione e la perdita di controllo

La democratizzazione dell’accesso alla produzione di informazioni spaventa sempre le autorità costituite.

  • Stampa: La Chiesa e i regnanti temevano la diffusione di eresie, idee sovversive e traduzioni non autorizzate della Bibbia (paura che si concretizzò con la Riforma Protestante). La risposta fu la censura e l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti.
  • AI: Oggi il timore principale riguarda i deepfake, la generazione di fake news su larga scala e la manipolazione dei processi democratici. La risposta odierna si traduce in normative come l’AI Act dell’Unione Europea.

Differenze: La Velocità e la Natura della Minaccia

Se le dinamiche psicologiche e sociali si ripetono, cambiano radicalmente la scala, la velocità e l’essenza intrinseca delle due tecnologie.

Caratteristica Il Rifiuto della Stampa (XV-XVI Secolo) Il Rifiuto dell’AI (Oggi)
Velocità di adozione Lenta e geografica (ha impiegato decenni a diffondersi in Europa). Istantanea e globale (ChatGPT ha raggiunto 100 milioni di utenti in due mesi).
Natura del “Creatore” La stampa era uno strumento di riproduzione; l’autore restava un essere umano. L’AI è uno strumento di generazione; l’algoritmo agisce come co-autore o sostituto del creatore.
Il problema del Diritto d’Autore Inesistente all’inizio (il concetto di copyright nacque proprio come conseguenza della stampa). Centrale e preventivo (l’AI si “addestra” su miliardi di dati protetti da copyright senza consenso).
Impatto sul Pensiero Ha potenziato la memoria storica e la stabilità del testo scritto. Rischia di frammentare la verità (allucinazioni dell’AI) e rendere effimero il contenuto.
  1. Chi è l’autore? (Riproduzione vs. Generazione)

Il rifiuto della stampa era rivolto al mezzo: si accettava il testo, ma si disprezzava il modo in che veniva impresso sulla carta. Il torchio di Gutenberg non inventava nulla, si limitava a copiare.

L’AI, invece, viene rifiutata per la sua capacità di creare ex-novo. La resistenza odierna non è contro il supporto (digitale), ma contro l’entità non-umana che genera l’output, toccando corde più profonde legate all’identità e all’intelletto umano.

  1. Il nodo del Copyright e del “Furto”

La stampa non rubava il lavoro intellettuale per funzionare; semmai, permetteva di diffonderlo (anche se spesso senza pagare l’autore, problema regolato solo secoli dopo). L’AI generativa, per sua stessa natura, ha bisogno di fagocitare il lavoro umano pregresso per poter esistere. Il rifiuto attuale di molti artisti e scrittori si basa su una rivendicazione legale ed etica ben precisa: l’AI viene percepita come un sistema di plagio automatizzato su scala industriale.

  1. La velocità dell’evoluzione

Nel Quattrocento, un amanuense aveva il tempo di riconvertirsi in tipografo o correttore di bozze nel corso di una vita. Oggi, l’evoluzione dei modelli linguistici e generativi avviene a una velocità tale da non lasciare il tempo biologico e sociale ai lavoratori di riqualificarsi, amplificando il senso di rifiuto e impotenza.

In sintesi:

Il rifiuto della stampa fu il tentativo di un’élite (clero e amanuensi) di difendere il monopolio della cultura e della fede. Il rifiuto dell’AI oggi è un fenomeno più trasversale e democratico, guidato dalla paura che la tecnologia non si limiti a diffondere il pensiero umano, ma finisca per sostituirlo e svalutarlo economicamente.

 

***

Ho posto questa domanda a due diverse AI sollecitato da un video visto di passaggio su Facebook (visto troppo di passaggio e non lo saprei ritrovare, né ricordo che fonte avesse) dove si citava la resistenza che la stampa incontrò nei suoi primi decenni di diffusione, allo scopo di dimostrare che anche la resistenza che oggi incontra l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale sarebbe malmotivata e destinata a scomparire. Al di là dell’evidente pretestuosità dell’argomentazione, il paragone ha alcuni elementi di tenuta, ma anche mette in evidenza differenze che possono renderlo argomentativamente inefficace. Per questo mi sono divertito a vedere come vedono la cosa due diverse AI.

I risultati sono interessanti, ma ChatGPT dimentica un aspetto che invece Gemini sottolinea, ovvero il problema del diritto d’autore e della proprietà originaria delle idee utilizzate. Il problema del diritto d’autore nacque proprio dall’introduzione della stampa, perché la stampa permetteva di riprodurre facilmente idee e testi di altri. Fu risolto, nel tempo, con l’introduzione delle leggi sul copyright e sul diritto stesso d’autore – quel medesimo diritto che oggi ci permette di porre il problema nei confronti dell’AI. Tanto più che mentre gli stampatori erano piccoli e tanti, i gestori delle AI sono pochi e grossi, con un’enorme conseguente concentrazione del potere.

Non è chiaro se potrebbe essere sufficiente una semplice estensione del diritto d’autore a tenere il problema sotto controllo, o se sia piuttosto necessaria una linea giuridica differente, ancora da inventare. In ogni caso, la questione non è marginale, e va tenuta comunque sullo sfondo delle riflessioni che mi accingo a fare.

Anche il problema della sottrazione del lavoro intellettuale agli autori umani va tenuto presente, ma qui il paragone con la stampa resta interessante. Indubbiamente la nuova tecnologia tolse il lavoro agli amanuensi, e questo produsse per un certo periodo degli scompensi economico-sociali; tuttavia, alla lunga, non ridusse il mercato del lavoro. Anzi probabilmente nel complesso lo aumentò, pur cancellando la vecchia professione. Per analogia possiamo pensare, anche se la quantità di lavoratori coinvolta è molto maggiore, che si potrà arrivare a un’analoga soluzione di redistribuzione delle attività; e che il bilancio complessivo, alla lunga, possa essere positivo. Teniamo comunque presente, sullo sfondo, anche questa seconda questione.

 

Ci sono diversi campi rispetto a ciascuno dei quali la valutazione dell’impatto dell’AI si differenzia molto.

Per la ricerca scientifica il bilancio è evidentemente positivo. L’AI è in grado di analizzare i dati e produrre risultati che a un umano richiederebbero tempi molto più lunghi, e sarebbero in qualche caso impossibili – proponendo a sua volta esperimenti che condurranno a nuovi dati. Va comunque precisato che a monte e a valle di tutto questo resta la decisione e la valutazione di un attore umano, anzi di più attori umani, ovvero la comunità scientifica – né più né meno che per i risultati tradizionali. Lo stesso, più o meno, si potrebbe dire per la progettazione tecnica.

Per la ricerca e l’analisi di informazioni sul Web (o su testi forniti), la capacità di sintesi delle AI permette di ottenere molto più rapidamente quello che cerchiamo – anche se, pure qui, i risultati andrebbero controllati umanamente, cosa tanto più importante e necessaria quanto più importanti sono i dati. Questo rimane altrettanto vero per tutti i compiti di gestione, rispetto ai quali l’AI non è che una forma più raffinata della automazioni preesistenti.

Sul fronte della pubblica informazione (news), viceversa, sappiamo tutti quanto negativo sia l’impatto dell’AI. La sua capacità di creare documenti credibili permette di diffondere falsi indistinguibili dal vero – cosa che mette in crisi il concetto stesso di pubblica informazione. Questo è un piano su cui la concentrazione del potere sull’AI getta ombre sinistre sulla gestione dell’opinione pubblica.

Il caso più controverso (e quello che più ci interessa qui) è quello della creazione artistica, che non si riduce a nessuno dei precedenti. In questo campo sia le modalità dell’efficacia (che giustificano la valutazione positiva nei primi due casi) sia quelle della verità (che giustifica la valutazione negativa nel terzo caso) sono complesse e forse oscillanti. In generale, si potrebbe forse dire che la complessità di una decisione in questo campo è legata alla complessità della nozione, basilare, di bello artistico.

Prima di entrare nel vivo del problema, va fatta un’ulteriore distinzione, separando i testi specificamente artistici da quelli più genericamente di carattere estetico. Un testo pubblicitario, per esempio, è indubbiamente un testo estetico, perché la sua efficacia dipende dalla sua capacità di muovere qualcosa nel proprio pubblico; ma non è un testo artistico (di solito) perché la misura della sua efficacia è piuttosto semplice. Per questo, nessuno si scandalizza (a parte i pubblicitari cui viene sottratto il lavoro) se una pubblicità efficace è stata creata da un’AI: in una logica commerciale di investimenti e guadagni, si risparmia nella produzione e i risultati possono essere ugualmente buoni.

Tuttavia, questo ci impone di tenere presente il fatto che tantissima arte dei secoli scorsi è stata prodotta a scopo persuasivo, proprio come le pubblicità. Basta pensare a tanta pittura della Controriforma, prodotta sostanzialmente come forma di propaganda cattolica, e valutata, all’epoca, per la propria efficacia persuasiva. Non importa che noi, oggi, la valutiamo con criteri più strettamente artistici: se all’epoca ci fosse stata l’AI, non è difficile pensare che anche la Chiesa ne avrebbe approfittato, senza scandalo per nessuno, fatta salva l’efficacia persuasiva.

Questi “criteri più strettamente artistici” che guidano il nostro più complesso giudicare sono un’invenzione moderna, che arriva a sufficiente chiarezza solo nel Settecento, cioè quando arriva addirittura a nascere un’apposita branca della filosofia: l’estetica, appunto. Il problema è filosofico perché è complesso, e permette soluzioni molto diverse tra loro.

Certo, se uno pensa l’arte – come fanno i Romantici – come espressione dell’emotività del soggetto, nessuna produzione di un’AI potrà mai essere arte, perché evidentemente non c’è in gioco nessun soggetto. Eppure ben poche tra le innumerevoli autentiche espressioni dell’emotività di un soggetto arrivano a essere arte, nemmeno tra quelle che ci provano – e questo prova che il criterio è del tutto insufficiente, e probabilmente sbagliato. Tanto più che ci sono produzioni AI più interessanti di tante produzioni umane.

Io credo che il pregiudizio romantico continui a essere il principale motore della diffidenza nei confronti dell’AI in campo artistico. Se spacciate un Monet autentico per un prodotto di AI, otterrete probabilmente un sacco di valutazioni negative – come ha pure provato a fare qualcuno. In queste valutazioni, la qualità effettiva dell’opera diviene irrilevante, perché il fruitore smette di domandarsi quale sia stato il percorso inventivo dell’autore, visto che l’autore viene dato per inesistente.

Eppure, anche il prodotto di un’AI non si presenta da solo. C’è inevitabilmente qualcuno, umano, che glielo ha fatto fare, e c’è qualcuno che ha selezionato quello specifico risultato tra tutti quelli eventualmente prodotti. C’è insomma un autore, cioè qualcuno che ha usato l’AI come strumento per produrre un oggetto artistico, e il risultato rispecchierà inevitabilmente i suoi gusti e le sue posizioni, visto che lo ha scelto. Certo, l’AI è uno strumento molto più potente della penna o del pennello, tuttavia, attraverso le istruzioni fornite e la scelta conclusiva, il requisito romantico si trova paradossalmente soddisfatto, perché l’opera esprime il suo autore. Mimmo Rotella si limitava a staccare i manifesti pubblicitari strappati, riproponendoli come opere proprie; ma era proprio la qualità della sua scelta a rendere memorabili tante sue produzioni.

E ci ritroviamo al punto di prima, perché l’autorialità non è in nessun modo una garanzia di qualità artistica, e il pessimo autore si caratterizzerà comunque (che usi l’AI o no) per la banalità delle proprie istruzioni e delle proprie scelte. La ricchezza evocativa dell’opera d’arte riuscita può mancare qualunque siano gli strumenti utilizzati per produrla, se chi conduce il gioco non è all’altezza della situazione.

È proprio questa ricchezza evocativa, che essa nasca dall’emotività dell’autore o che nasca in altro modo, a far sì che la modernità associ all’opera d’arte un valore di carattere sacrale. Non si tratta propriamente di un sacro, e non c’è nessun rapporto necessario con Dio o con la religione, ma c’è comunque un elemento di mistero, che mette in gioco un qualche tipo di trascendenza: dall’arte ci aspettiamo, insomma, valori superiori – tanto che siamo credenti tanto che non lo siamo.

Saremo disposti a riconoscere la medesima sacralità al prodotto di una macchina? Al prodotto cioè di qualcosa cui non possiamo attribuire una relazione profonda con il mondo o con la natura, così come possiamo fare con l’uomo? Anche questo fa risultare scandalosa la possibilità che un’AI produca arte; e i commenti di tanti alle opere prodotte per mezzo dell’AI manifestano proprio un senso di procurato sacrilegio. Ci dimentichiamo, così facendo, che l’AI non fa che rielaborare (in barba al diritto di autore, certo) il prodotto di innumerevoli soggetti umani, e che dunque la dovremmo considerare non inumana, bensì iperumana, transumana. Una sorta di divinità, insomma…

Mi accorgo che, personalmente, io di solito non faccio uso dell’AI perché a me piace scrivere. Il flusso delle idee e delle parole che esce da me anche in questo stesso istante mi dà piacere, un piacere che mi sarebbe sottratto se demandassi l’operazione a un avatar artificiale, per quanto bravo e per quanto da me istruito. Se non mi potessi permettere i tempi rilassati che mi permetto, tuttavia, questa considerazione sul piacere finirebbe in secondo piano: in una logica di grande produzione l’AI è facilmente vincente. Ma anche questo muove la considerazione dell’AI in direzione del campo della produttività industriale e quindi sempre più lontano da quello dell’attività umana caratterizzata dal piacere, con il connesso mistero del rapporto tra il piacere della produzione e quello (quando c’è) della fruizione.

Mi domando se i critici quattrocenteschi della stampa, a parte quelli mossi dalla paura di perdere il lavoro, non percepissero un analogo senso di sacrilegio, e che proprio stampando come suo primo libro la Bibbia, Gutenberg non avesse dato corpo a tale sacrilegio. In fin dei conti fino a quel momento la Bibbia era sempre stata trascritta a mano da persone che nel farlo stavano al cospetto della parola di Dio. E adesso la trascrizione diventava un processo meccanico, senza cuore, senza fatica, senza piacere, senza adorazione.

Certo, il piacere che potevano avere in mente i critici del Quattrocento era quello della scrittura a mano. Non pensavano che ci potesse essere un piacere della progettazione e composizione tipografica. I critici di oggi non pensano al piacere di condurre e interagire con un’AI. Per quanto mi riguarda, semplicemente, per ora, non è il mio.

Il segreto dell’olio e della spada

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di Giuseppe Acconcia

Walid Daqqa, nato a Baqa vicino Haifa nel 1961, arrestato dagli israeliani nel 1986, condannato a 38 anni di carcere, ammalato di cancro, è morto in prigione nel 2024. Le autorità israeliane continuano a trattenere la sua salma. In carcere Daqqa ha finito gli studi universitari e scritto racconti e saggi, ha sposato la sua avvocata e ha avuto una figlia mentre era in prigione.
Il volume riunisce due romanzi brevi, scritti in carcere: Il segreto dell’olio (2018) e Il segreto della spada (2021) in cui Daqqa esprime la creatività di una fiction che mima la vita, e viceversa, ed afferma così la resistenza palestinese all’occupazione e al genocidio in corso.
Edizioni Q, Roma, a cura di Aldo Nicosia, pp. 146, € 14,00

Les nouveaux réalistes: Gabriella Volpi

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Ph.Robert Capa

 

Ph.Robert Capa

La religione dell’ombrellone
di
Gabriella Volpi

“In principio Dio creò il cielo e la terra”. E il mare? Solo al quarto giorno.
Blu, la mia amica d’ombrellone, dice che non iniziare col blu mare, nella Genesi, è stato un errore.
Io, di religioni, non ne ho. E si vede. Sembro Calimero con gli infradito nuovi: piena di fiacche. Ho cinquant’anni e una vita passata a riempire l’anta del frigorifero con post-it motivazionali del tipo se puoi sognarlo puoi farlo, tu sei abbastanza o la felicità dipende da te.
Blu, invece, una religione ce l’ha. Lei è il mio “armadillo in rosa”. Se ho paura della schiuma delle onde, mi tranquillizza: è solo l’orgasmo del mare e, se c’è annegato uno come Di Caprio, una botta potrei dargliela pure io. Al mare.
Per sette giorni le aprirò l’ombrellone, il cuore e un diario di catechesi.
Lei è la papessa della religione dell’ombrellone, che affonda le radici nella sabbia e predica: né cielo, né terra. Sii mare. Il cielo sta sopra di te, la terra sotto, il mare ce l’hai dentro.
La sua fede ha la sacralità del quotidiano e la leggerezza dell’estate: accetta la vita come la spiaggia, pulita in superficie ma coi mozziconi di Marlboro sotto. È senza pretese, come una granita al limone che non si atteggia a cornetto Algida. L’ombrellone è una chiesa sconsacrata sotto cui rifugiarsi.
Sarà un’estate di leggerezza pensante, a chiederci chi siamo, da dove veniamo e perché, solo a me, il costume entri nelle chiappe.
Al canto delle sirene, mi legherò forte all’ombrellone e Blu chiederà: ma tu, un’Itaca, ce l’hai?
Non se la prenderà Dio se ce ne troveremo un’altra di religione, d’altronde se non avesse avuto un gran senso dell’umorismo, non avrebbe creato i fenicotteri rosa come salvagente.
Blu e io siamo amiche da quando le ho chiesto perché si chiama così. Io, di lei, dico che è timone; lei, di me, che sono àncora e che, senza aprire le vele, non sarò mai Luna Rossa.
Io vorrei confessarmi, lei convertirmi.
Mi ha insegnato a guardare il mare dalla riva, all’incontrario, come fanno i bambini a testa in giù tra le gambe allargate, con il rischio che l’acqua cada nel cielo.
Blu è profonda come il mare, neanche in superficie è mai superficiale.
Pure la crema che spalma diventa un rito propiziatorio, perché bruciarsi non è splendere.
Le credo. Esco dall’ombrellone, mi ustiono i piedi sulla sabbia, mi entra il sale negli occhi e mi centra un ombrellone volato via, ma mi convinco che i gabbiani abbiano un messaggio profondo anche per me… finché non me lo sganciano sulla spalla.

Giorno 1
Apro l’ombrellone.
La gente del posto, dice che il mare è la parte più umana di Dio. Blu non gli crede e non abbocca al Dio perfettino che riordina il caos. Il suo è un casinista iperattivo ma con buone idee.
Vorrei che le certezze di Blu mi mettessero a posto la vita: a lei non interessano le risposte, proprio come ai marinai nella tempesta non importa da dove viene l’onda ma solo come salvarsi dal naufragio.
Nelle mie insicurezze, cerco di stare a galla col salvagente, ma alla mia età me ne vergogno. Ed è un peccato. Il peccato originale.
Blu mi tranquillizza con un “Non temere” che ha trovato scritto in un diario di bordo brevettato, ma io ho paura lo stesso. Per farsi le domande giuste mi convince a stare a riva, il posto dell’introspezione, dove si uniscono i misteri liquidi e solidi.
Secondo la sua fede, il mare nasce prima del cielo e della terra, poi Dio si accorge che il primogenito ha ereditato parte della sua divinità e si prende paura. Lo declassa terzogenito, lo addomestica con le maree e gli fa credere che fratello cielo e sorella terra siano nati prima di lui. E, così, lo castiga.
Come inizio, sono confusa. Mi rinfresco in acqua e spero che il mare abbia perdonato il suo Dio permaloso. Nel dubbio, una preghiera non guasta: e liberaci dal mare.

Giorno 2
Stamattina, una piccola onda anomala mi ha fatto ridere.
A Blu, che è porosa ma mai inzuppata, le onde anomale non piacciono: le chiama euforie del mare, che travolgono, durano un attimo e si portano via il superfluo. Quel poco che resta è la serenità e basta quella per essere felici.
Col mio disturbo da accumulo, felice non lo sarò mai, ma so di un’onda anomala che ha salvato un intero popolo in fuga.
Blu ha un suo comandamento: Dio non ci ha creati per essere felici ma per sopravvivere e riprodurci. Accontentiamoci: ci lamentiamo della sete anche immersi nell’acqua. Non dovremmo puntare alla felicità ma alla contentezza, che è la gratitudine addirittura per gli aborti che il mare lascia sulla spiaggia.
Se salpassi con la barca, sarei felice. Adoro sentirmi urlare dal pontile: Abbi cura di te!
Blu insiste per un’imbarcazione a vela ma odio fare i nodi e pure le parolacce: cazza la randa, regola il patarazzo, batticulo all’ormeggio.
Lei m’insegna che, per essere felice, devo stare, non fare e che, per la spinta di Archimede, se sto annegando è inutile che mi sbracci, in mare come nella vita.
Le do retta. Sto immobile, come le paperette di plastica che si è perso un cargo nel ’92 e, ancora oggi, se la spassano negli oceani.

Giorno 3
Oggi ho informato Blu che lo scorso mese ho perso un’amica.
Lei si è rammaricata perché non ho usato il verbo morire. Dice che non è stata una mia distrazione se non è più tornata: le persone che muoiono non si perdono, si riciclano. Solo che, se le cerchi con la stessa faccia, mica le riconosci più. Eppure, da bambini, facevamo castelli di sabbia sapendo che non sarebbero durati per sempre. La sabbia, sì.
Blu è saggia: divide i morti di terra da quelli di mare. I primi stanno nei cimiteri, con un indirizzo a cui portare i fiori; i secondi si disperdono nelle onde, liberi di essere ovunque. E noi, per condividerne il ricordo, passeggiamo sulle spiagge.
Della mia morte, mi seccherebbe che il mondo non se ne accorga.
Blu, invece, è convinta che andarsene in silenzio sia un’uscita in grande stile. Dice che l’importante è farlo senza rimpianti, come un delfino che sogna l’oceano e poi finisce per apprezzare l’Acquario di Genova. Senza squali.
Mi convince che la morte non è stata un’idea di Dio, ma la trovata di un tipo, stufo di stare in vita, che ha voluto creare un’alternativa di classe. Gli altri, per non sembrare da meno, l’hanno imitato, come si fa con le mode che attecchiscono senza che si ricordi chi le abbia lanciate.
Io, al mare, scelgo di non morire di prurito per l’eritema solare, ma di essere ricordata come la prima mummia alla calendula nei secoli dei secoli. Amen.

Giorno 4
In spiaggia, stiamo lontane dagli stabilimenti balneari.
A Blu non piacciono. Dice che abitare sempre la stessa casa fa perdere le occasioni di capire qual è il nostro posto nel mondo e che cambiare non è fallire, ma ricominciare.
Vorrei la sua fiducia, invece so solo che il posto fisso è facile, di facili costumi come la rossa della prima fila che, pur di assicurarsi il fronte mare, si è venduta il segreto dell’imbattibile Re delle biglie. Certi tradimenti cambiano proprio la Storia. Infatti, dopo la soffiata, c’è chi giura di aver visto il Re cadere depresso sotto l’ombrellone della spiaggia libera.
Per Blu, è solo inciampato. L’ombra non sarà il suo posto per sempre, ma una strategia temporanea di sopravvivenza, perché il bello di chi inciampa è che può rialzarsi.
Quelli che fanno pause all’ombra nella spiaggia libera li capisco perché hanno un mare che è il mio male, quello di chi ha perso la meraviglia e non ha più niente da raccontare. Quello di chi, tra Scilla e Cariddi, non sa più dove approdare.
Blu mi fa segno di guardare il cielo e capire le mie proporzioni nel cosmo: io vedo la solita nuvola di Fantozzi che mi fa ombra ogni volta che mi stendo al sole.
Mi rassegno: almeno mi sfuma la cellulite meglio di un filtro Instagram.

Giorno 5
Blu mi ha raccontato una storia d’amore vera: una balena che ha cantato per trent’anni a una frequenza che nessun’altra femmina ha mai sentito. Trent’anni d’amore non corrisposto e una media di cinquanta chilometri al giorno alla ricerca dell’anima gemella. L’hanno chiamata, tristemente, la balena più solitaria del mondo.
Ma Blu dice che non abbiamo capito niente e che l’amore vero è lanciare un messaggio in bottiglia e non aspettarsi alcuna risposta. Io sono per l’amore corrisposto, tanto coraggio non ce l’ho.
Blu prende un pugno di sabbia e lascia liberi i granelli al vento. Oggi è pensierosa: mi spiega che la spiaggia ama perché accoglie senza trattenere, mentre l’ombrellone desidera solo, perché la invade senza rispetto.
Sulle spiagge, ogni giorno, si consumano femminicidi, si violano confini, si cancellano prove sulla sabbia e gli ombrelloni non sono altro che una comunità di omertosi.
Io non so cosa sia l’amore, ma so cos’è il fascino che provo per gli squali perché sono un animale che si eccita col rischio e finisce sempre che m’innamoro dei miei mostri.
Non potrei mai insegnare l’amore alle onde, Blu sì. Dice che nessuno ama come il polpo Dumbo, ermafrodito e con tre cuori, perché l’amore non è un genere, ma un’attitudine. E noi, che il polpo lo peschiamo e cuciniamo, saremmo i primati.

Giorno 6
Ci resta solo un giorno di mare e Blu è inquieta.
Mi ha letto la leggenda del pescatore di ostriche: il giovane sapeva che le stelle marine ne erano ghiotte e, se restavano incastrate nella rete, le spezzava in due prima di ributtarle in mare. Peccato che fossero proprio le stelle a rigenerarsi. Doppie. Una perla salomonica.
Blu la cita da ambientalista ispirata perché vede il mare come un tipo poco collaborativo con l’uomo. La terra, almeno, trattiene le orme; il mare, invece, cancella ogni traccia. Chi sta nel mare non si preoccupa se, fuori, esiste un altrove e fa bene, perché l’altrove non è mai un posto rassicurante.
Anche i marinai, senza il mare, non avrebbero mai inventato le barche e senza un’Arca ci saremmo estinti tutti sotto la pioggia. Secondo Blu, la Terra ha avuto il suo momento di gloria acquatica solo per 40 giorni e 40 notti. Poi si è fatta ospitale a chi cammina.
Dovremmo averne più rispetto, perché prima o poi perderemo il guinzaglio cosmico della Luna e, con le maree, se ne andrà anche la vita che si trascinano dietro, il mare si ammalerà e, come un pesce all’amo, soffrirà senza urlare. E noi, che misuriamo il dolore in decibel, ce ne fregheremo.
I pensieri di Blu virano al nero seppia. E lasceranno la scia.

Giorno 7
È domenica e i netturbini riposano. Si vede: la spazzatura sulla spiaggia è la stessa con cui vado in psicanalisi per avere indicazioni sulla raccolta differenziata dei traumi. Che, se sbaglio io, finisco per avere sulla coscienza il futuro del pianeta, se sbaglia il dottore, pago lo stesso. Sempre che mi faccia la fattura.
Oggi ho capito che ognuno di noi ha un lato in ombra e che non è vero che chi è senza ombre, non ha segreti: c’è chi, i fantasmi, li chiude negli armadi e chi li nasconde sotto l’ombrellone.
Blu ora sta bene, ma senza l’intervento di Pedro, il bagnino figo del lido, sarebbe annegata. Ha sfidato il mare con bandiera rossa: un azzardo. A furia di vivere di certezze, le fragilità mica le affronti.
Rimane sempre la mia papessa, solo più umana.
Povera Blu, per la prima volta l’ho vista in difficoltà. Io, invece, non ho fatto la cosa più coraggiosa, ma quella giusta: ho allertato il bagnino.
Era già cianotica. L’avevano chiamata Blu in onore del mare ma, da Blu a blu livido, c’era voluto un attimo. Impaurita, stava inerme tra le braccia tatuate di Pedro che le praticava i primi soccorsi e le soffiava in bocca aliti di vita.
L’ho tranquillizzata: l’ombrellone l’ho recuperato io. Non tanto per l’ombra, ma per la luce che provo a portarmi a casa quando lo chiudo, con la speranza che mi riaccenda la voglia di vivere.
Al mare, non posso starci tutta una vita. Così aspetterò Blu la prossima estate, con l’ombrellone nel bagagliaio e un’Itaca di sabbia nel cuore.
Sul frigorifero, un nuovo post-it: la frivolezza è sacra se sa tenerci a galla.
Comunque, insisto. Il sacrificio in mare doveva essere il mio.
E chi lo sa quando mi ricapita una respirazione bocca a bocca con Pedro?

Il ritratto

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Foto di B Pixels

di Meltea Keller

“Fai il bravo.”

Viveva da cinquant’anni con questa voce in testa.

Ultimamente si era amplificata: tornava la notte nel silenzio, gli impediva di voltarsi verso il sorriso solare di sua moglie assopita facendolo dormire nelle posizioni più assurde e lasciandolo, il giorno dopo, tutto indolenzito.

Con il tempo impari ad accontentarti di chi ti piace meno ma con cui puoi sentirti sicuro.

Oscar era un professore al secondo matrimonio. Scriveva per hobby, ma lo pubblicavano le grandi case. Piaceva il suo sguardo ironico sul mondo, le sue scene quotidiane, i suoi personaggi umani nelle loro virtù e debolezze. Nelle loro piccole scelte, nelle loro piccole vite. Ascoltava molto gli altri. E il mercato gli diceva “bravo” perché era intelligente, ma non dava fastidio.

Non dare fastidio era una delle sue regole principali.

Con il tempo impari che, se parti con il cambiare il mondo, devi ridimensionare le tue aspettative.

C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere.

Altre no.

Le persone che mi circondano sono privilegiate. Sguazzano nel privilegio come tante anatre abituate all’acqua pulita in un mondo inquinato. È facile essere felici, così.

E io?

Abitava in una zona gentrificata. L’idea non gli piaceva, ma quando usciva per andare in facoltà si trovava davanti tante piccole botteghe carine che lo ristoravano. Era nel posto giusto.

Aveva conosciuto sua moglie a una mostra d’arte. Lei era critica di fotografia. L’aveva notata subito per i capelli biondi, lo sguardo solare, la camicia sobria e la gonna di jeans con la cerniera sul davanti che le risaltava i fianchi magri senza farla sembrare volgare. In cuor suo, sperò dal principio che fosse come appariva.

E lo era.

Cresciuta in città da famiglia ricca, aveva studiato all’estero nelle università dove occorrono soldi veri. Non si definiva femminista e non sentiva il bisogno di farlo, il cambiamento climatico non le interessava e nella sua parte della città i fascisti violenti non entravano. Eppure era colta. Durante le prime uscite, avevano passato ore a parlare di Pollock e di Keith Haring. Era divertente, lo faceva ridere. Aveva un sorriso dolce. Quei fianchi, aveva desiderato di spogliarli dalla prima volta.

Una persona che non si vergogna di bere alle cinque del pomeriggio. Una persona che non ha rispetto per le gerarchie intellettuali perché sa quanto valgono. Sa quanto vale, lei. È fiera – del suo corpo morbido e lievemente sovrappeso, delle sue idee che non nasconde senza gridare. Come fa? Davvero non ha nulla a che fare con me.

Adesso che erano sposati con un bambino piccolo, sua moglie non aveva praticamente segreti per lui. Faceva lunghi viaggi all’estero, per lavoro – ma andava bene, non avrebbe avuto tentazioni. La leggeva come un libro aperto. Era il suo punto di forza.

Lei invece sapeva di non dover toccare mai il suo computer.

L’aveva aperto una volta, credeva di non fare niente di male. Il suo era nella stanza accanto.

Oscar l’aveva fulminata con lo sguardo. E aveva fatto una cosa che le risultò stranissima, non da lui: per un attimo era diventato assertivo. Dava ordini.

“Lascia stare il mio computer. Non voglio che tu lo apra.”

“Ok.”

E mai più l’aveva fatto.

“Fai il bravo.”

Ci riusciva, durante il giorno. Ogni tanto – specie fra i giovani in facoltà – si distraeva. Gli occhi gli si facevano pieni di dolore, ma nessuno lo notava. E allora si prendeva il quarto d’ora accademico per buttare giù quei pensieri e liberarsene una volta per tutte.

Perché a me? Perché non riesco a smettere di pensarla? Non la presenterei a mia madre, non sarebbe un buon riferimento per mio figlio. E allora perché ho l’impressione che con lei ci siano parti di me che scappano?

E ancora:

Dice quel che pensa, lo difende. Mi sfida. È come essere mente contro mente. È difficile tenere testa alle sue idee perché sono le mie e non lo sa nessuno. Devo stare attento. Devo stare cauto. Mi è sfuggito uno sguardo.

Adesso che gli sfuggivano sguardi, doveva rimediare:

La ignoro. Che devo fare? Ho paura che mi trasformi. Mi guardava anche lei. Non come il professore, non come lo scrittore, il marito di un’altra, l’uomo con una posizione. Di tutto questo non le importa niente. E se mi scopre?

Perché stava andando a quell’appuntamento? Per esporsi? Per dirla tutta? Per farsi mettere alla berlina? Per farsi inghiottire dal senso di colpa di non aver fatto le cose nella maniera giusta?

Ogni volta che caccia quei suoi occhi verdi dentro ai miei ho voglia di spingerla al muro e amarla davanti a tutti. Che si veda. Che goda. Lo sento al solo pensiero.

Ma chi diventerei? Un bruto? Uno che non si sa contenere? Che penserebbe lei stessa? Se ne approfitterebbe. Di me, nudo, esposto al freddo. Che penserebbe mia moglie? Che farei al suo sorriso?

Ma poi scriveva:

Puoi prenderti in giro fin che vuoi ma la verità è che provi qualcosa per lei. Nero su bianco. Qualcosa di tanto forte che non hai mai provato con nessuna. Lei è te se non avessi fatto il bravo. E se ti porta con sé crolla tutto.

Lo aspettava al tavolino di un piccolo bistrot, la birra chiara in mano, lo sguardo perso a osservare la gente che passava. Lui ebbe il solito brivido che provava nel vederla – lo ignorò. Lei gli sorrise, in maniera pudica, perché pudica lo era.

“Ho voluto vederti”, disse con la voce che un po’ tremava, “perché vorrei che sapessi che ti ho visto. Ho visto come mi guardi. Come mi parli. Come mi ignori. So che provi qualcosa per me. È corrisposto. So che le mattine in cui hai gli occhi tristi è perché piangi da solo. So anche che confessare, da parte mia, non ti farà cadere ai miei piedi. Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Ma se ti senti in gabbia, io ci sono.”

Perse conoscenza per una frazione di secondo, senza darlo a vedere. Per un secondo annegò nei suoi occhi. Voleva baciarla. Voleva poggiare la fronte sulla sua e dirgli quanto fosse pericolosa e quanto avrebbe voluto accettare.

Le disse invece:

“Quello che dici è interessante. Scusa, non ho molto tempo oggi: ci penso su poi mi faccio risentire, va bene?”

E la lasciò lì. A bersi la sua birra.

Meglio così, meglio così, meglio così, meglio così, meglio così.

Tornò nel suo studio, accese il computer. Scrisse un’intera pagina di “meglio così” senza versare lacrime. Se l’avesse fatto – e non voleva – le mura del suo studio l’avrebbero protetto. Erano spesse, antiche, forti. Filtravano i rumori. Erano come le mura di un convento o di un vecchio carcere. Non si sentivano né le preghiere né le torture. Lì era dove doveva stare.

Gli uccelli in gabbia cantano di più

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di Michelle Steinbeck

traduzione di
Francesca Gironi e Luigi Socci

 

oggi quando mi sono svegliata
splendeva una specie di sole
alla mia finestra e pensavo
caspita
sembra proprio
il sole metterò la testa in questo
sole
quando mi sono svegliata di nuovo
il sole era scomparso

 

als ich heute aufgewacht bin
schien so etwas wie sonne
in mein fenster und ich dachte
na sowas
das sieht doch aus wie
sonne ich werde meinen kopf in diese
sonne legen
als ich dann wieder aufgewacht bin
war die sonne verschwunden

 

//

 

ho sognato
che baciavi una
e poi io ti facevo a pezzi

ma non è vero
dici tu

allora non ci credo più nemmeno io
però l’immagine resta
di me che porto in giro la tua testa per i capelli

 

ich habe geträumt
du hast eine geküsst
und dann habe ich dich zerstückelt

das stimmt doch nicht
sagst du

da glaube ich es selbst nicht mehr
aber es bleibt doch dieses bild
wie ich deinen kopf an den haaren herumtrage

 

//

 

al supermercato c’è una nuova offerta speciale
dalla quale mia madre fa fatica a districarsi
bambini
di tutte le taglie e colori
bisogna solo parlare con il capo
e se ti ritiene idonea
puoi comprarti un bambino
non costa così tanto
in realtà costerebbe così tanto
ma fanno lo sconto perché ne hanno così tanti
la gente fa la fila e i bambini
passano di mano in mano

 

im supermarkt gibts ein neues sonderangebot
von dem man meine mutter schlecht loseisen kann
babys
in allen grössen und farben
man muss nur mit dem chef ein gespräch machen
und wenn er dich für geeignet hält
kannst du ein baby kaufen
es kostet nur so und so viel
eigentlich wäre es so und so viel
aber sie machen es günstig weil sie so viel davon haben
die leute stehen schlange und die babys werden
herumgereicht

 

//

 

al bar

devo cambiare posto perché gli uomini mi fissano
si sporgono dal finestrino dell’auto e mi fissano
si schiantano contro il muro e si ammucchiano
carrozzerie sfasciate purea di uomini

c’è luna piena
c’è ovulazione

sono andata in un convento per riuscire a scrivere
per strada ho visto due uomini stupendi
e uno interessante

 

im café

muss ich mich umsetzen weil die männer so starren
aus dem auto lehnen sie sich und starren
fahren in die wand wo sie sich stapeln
kaputte karosserien männermus

es ist vollmond
es ist eisprung

ich bin ins kloster damit ich schreiben kann
auf dem weg sah ich zwei wunderschöne männer
und einen interessanten

 

//

 

capitalismo, calcolo facile

uno compra una tv enorme
+
uno dorme nel cartone della tv
=
win win

 

kapitalismus, einfache rechnung

jemand kauft einen riesigen fernseh
+
jemand schläft in dessen karton
=
win win

 

_______________________

Michelle Steinbeck, Gli uccelli in gabbia cantano di più, poesie e sogni, traduzione di Francesca Gironi e Luigi Socci. Collana Chimere diretta da L. Voce e V. Cuccaroni, Argolibri 2026.

Michelle Steinbeck (Lenzburg, 1990) scrive poesie e romanzi, opere teatrali, rubriche e reportage. Il suo romanzo d’esordio Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena (Tunué 2016) è stato finalista al Deutscher Buchpreis e allo Schweizer Buchpreis nel 2016. Segue nel 2024 Favorita (park x ullstein). I suoi libri e reportage sono stati tradotti in diverse lingue. È editorialista di Wochenzeitung e co-fondatrice del collettivo di autrici RAUF a Zurigo. Dopo aver soggiornato per lunghi periodi a Roma, Parigi e Amburgo, vive attualmente a Basilea. Il presente volume è uscito in edizione originale nel 2018 (Voland & Quist).

Michelle Steinbeck sarà ospite del festival La Punta della Lingua il 3 luglio 2026, ore 19, alla Mole Vanvitelliana di Ancona.

 

Esercizi di contropotere

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di Antonio Francesco Perozzi

Un laboratorio

Quando affermiamo che la letteratura contemporanea e la scuola si frequentano poco intendiamo, di solito, che la letteratura contemporanea non è compresa nei programmi di scuola. Questo giudizio può essere chiosato da vari punti di vista (ad esempio partendo dal fatto che i programmi, intesi come scaletta rigida cui attenersi, non esistono più), ma qui vorrei evidenziarne, in particolare, l’impostazione in certo senso “quantitativa”: la scuola non contiene abbastanza letteratura contemporanea. Questo è il problema che ci poniamo, e al limite lo giustifichiamo sottolineando che sì, i programmi sono scomparsi, ma per prassi le lezioni si fermano comunque a Montale, o a Pasolini nei casi migliori. È la verità: a Pasolini nei casi migliori. Ma è altrettanto vero che raramente l’accento del problema viene posto, invece, su come la scuola prova a contenere il contemporaneo, più che sul quanto. Soprattutto se poi consideriamo, per contro, che la presenza di incontri con l’autore a scuola è abbastanza diffusa, specie nelle secondarie di secondo grado: gli scrittori vengono invitati a presentare i loro libri, e lo fanno molto spesso a rappresentanza di grandi case editrici, ma in ogni caso, quasi sempre, parlando a un pubblico-studentato.

Gli studenti come pubblico. Quando Giulio Marzaioli e Mariangela Guatteri, che condividono la conduzione del progetto editoriale Benway Series, mi hanno proposto di organizzare insieme un incontro a scuola io partivo da questa premessa. La premessa cioè di una scuola che, sì, parla poco con il contemporaneo, ma – di gran lunga più rilevante – ne parla male. Perciò ho condiviso senza remore questa impressione, che si presto è accordata con il loro interesse a rompere alcune maglie dell’editoria, invece, e cioè con la scommessa di lasciare a un organismo complicato come una classe di adolescenti il timone di un laboratorio artistico ricreato sul modello dei Fogli pubblicati appunto da Benway Series; quindi anche con la volontà dello stesso Giulio di non proporsi come scrittore in cattedra ma come interlocutore per quanto possibile paritario. E adesso che ho la possibilità di raccontare questa esperienza, allora, vorrei farlo visualizzando un sistema di reciproche messe in crisi, riguardanti il rapporto tra scuola e scrittura (o editoria, o letteratura), che si muove in un duplice senso, e che risponde a una prospettiva secondo me fruttuosa sia per la scuola sia per la letteratura.

Prima di descrivere questo duplice senso, comunque, conviene esplicitare un po’ di contesto (di cui si può sapere di più dal sito di Benway) [1]: il laboratorio si è articolato in due momenti, di due ore ciascuno, in cui una classe quarta dell’Istituto Magistrale Statale Gelasio Caetani di Roma, indirizzo Scienze Umane, ha dapprima incontrato lo scrittore Giulio Marzaioli – che ha condiviso il proprio lavoro e quello di Benway Series – e poi intrapreso un lavoro in gruppi di quattro o cinque studenti che producessero dei nuovi Fogli. Questi ultimi consistono in micro-libri d’artista realizzati con un foglio A3, in cui uno o più creativi sono invitati a intervenire con la massima libertà linguistica e stilistica ma confrontandosi, al contempo, con il limite fisico del supporto. E quindi, ecco: esplorazione e limite in interazione. Leggeremo così la crisi.

 

La classe incontra lo scrittore

Il primo senso o schema con cui abbiamo cercato di interpretare questa esperienza è dunque del tipo “la classe incontra lo scrittore”. Farò qui un riferimento certamente approssimativo, ma che ritengo comunque utile, almeno come suggestione, per affrontare il discorso – ovvero un riferimento a quella che Bruno Latour teorizza come «action-network theory» e che intende «il sociale non come un dominio specifico, ma come un movimento assai peculiare di riassociazione e riassemblaggio» [2], ovvero in cui «l’azione non è trasparente, non si fa sotto il pieno controllo della coscienza, dovrebbe piuttosto essere sentita come un nodo, un groviglio e un conglomerato di molti insiemi inattesi di agency che devono essere lentamente districati». Senza la pretesta di voler dimostrare alcunché sul piano sociologico (e consapevole anche delle criticità del termine “sociologico” all’interno dell’orizzonte latouriano), è a mio avviso interessante partire da uno stimolo del genere per riformulare, appunto, i metodi e le chiavi di lettura entro cui spesso si realizzano gli incontri letterari a scuola. Giocando con lo schema, quindi, in questo caso fisseremo che gli attori coinvolti siano lo scrittore che parla, la classe che ascolta e l’insegnante che media; più una serie pressoché infinita di attori solo in apparenza secondari (come i banchi, l’aula, la circolare che comunica l’incontro, il Registro Elettronico che certifica l’attività eccetera) che però lascerò qui da parte.

Assegnati questi ruoli, dunque, le domande che a mio parere bisogna porsi sono: quali i rischi e quali le potenzialità di questo assemblaggio? Ovvero di questo schema di lettura? Quali gli obiettivi realisticamente raggiungibili? E se proviamo a rispondere pensando anche al modo con cui di solito si concretizza l’incontro con l’autore a scuola (e che personalmente ho avuto modo di osservare da tre angolazioni: studente, insegnante, autore) ci accorgiamo che l’obiettivo viene settato più o meno consciamente su un piano pressoché informativo, o al più testimoniale. L’autore racconta il suo libro e la sua biografia, magari le sue motivazioni, in una modalità che ricalca in tutto e per tutto la presentazione in libreria oltre che la lezione frontale. Non conviene qui aprire una parentesi che pure andrebbe aperta (e cioè a proposito della staticità e ridondanza di un grandissimo numero di presentazioni di libri); basta concentrarsi sul rischio che di fatto affiora abbastanza visibilmente, e che – appunto non è un caso – ripete le modalità con cui nella maggior parte dei casi editoria e didattica in generale si confrontano con la platea: una modalità frontale, verticale, in cui agli studenti non può che spettare il ruolo passivizzato di pubblico. A ciò aggiungiamo infine come la scelta, tra i libri da promuovere a scuola, ricada praticamente sempre sul romanzo (e cioè escluda non di rado la poesia e quasi sistematicamente il racconto o la scrittura inclassificabile) e abbiamo una risposta chiara: l’aggettivo “contemporaneo” rimane pressoché inerte se inteso in senso meramente cronologico – quando cioè l’incontro con la “letteratura contemporanea” non fa che ripetere, nella scelta culturale e performativa, un paradigma perfettamente integrato nel modus più innocuo possibile della cultura, e quindi anche della scuola.

Non posso dire che con Marzaioli abbiamo risolto il problema (perché supera di gran lunga la capacità di azione dei singoli), ma intanto ci siamo posti la questione. La questione cioè se attuare o no lo schema “la classe incontra lo scrittore”, o quantomeno di come poterlo fare forzando l’assemblaggio e introducendo alcune decostruzioni. Dicevo prima di alcuni attori apparentemente secondari: già l’organizzazione fisica dell’aula, in realtà, è un efficacissimo facilitatore dell’approccio frontale; e di fatto la prima mezz’ora anche per noi si è tradotta nel racconto dei propri libri da parte dell’autore. Proprio la consequenzialità tra questa fase e quella in cui la classe è stata invitata a intervenire attivamente (con un brainstorming sul rapporto tra letteratura contemporanea e scuola, prima, e poi con l’attività pratica sui Fogli), ha rafforzato nella mia percezione la necessità di dover mettere in crisi alcuni presupposti della “scolasticità” proprio attraverso il dialogo con la letteratura contemporanea. Li riassumo così:

1) Il contemporaneo inteso cronologicamente ha un suo ruolo base, benché non sufficiente. È il ruolo del confronto con lo scrittore vivo, e cioè con l’esperienza per molti versi anacronistica di coltivare la scrittura. In questo senso, è stato significativo un momento di frizione, in cui Sofia, alunna della classe coinvolta, ha sostenuto la posizione per cui la scuola non abbia bisogno della letteratura contemporanea e che la partita si giochi, invece, sulla capacità della scuola di attualizzare e rendere significativo ciò che già è integrato nella prassi scolastica (Tasso, nell’esempio di Sofia). Proprio perché critico anche nei nostri confronti, l’ho trovato un intervento prezioso.

2) Da qui, ancora un ragionamento su quale contemporaneo far entrare a scuola. E in questo caso, invece, la peculiarità artistica ed editoriale di Benway ha avuto la meglio: prodotti che si propongono di eccedere i parametri con cui siamo abituati a riconoscere un libro, e cioè investendo in maniera massiccia nella rottura del confine tra prosa e poesia e tra i generi letterari tout court, sulla traduzione e il confronto con le letterature non italofone, sulla commistione tra i linguaggi artistici (specie verbali e visivi), sulla manipolazione del supporto librario. Questa è stata sicuramente la decostruzione più forte, dal lato della classe, che si è misurata con i libri ibridi e speculari di Marzaioli (specie Il volo degli uccelli, che “traduce” in disegno la prosa) e soprattutto con i Fogli: un libro costruito con un solo foglio, senza una direzione di lettura precisa, spazializzato – cioè un libro aperto, letteralmente, e alieno rispetto all’immagine-libro statica che proprio scuola e letteratura mainstream educano a riconoscere con esclusività o quasi.

3) Infine bisogna aggiungere un quale culturale. Più che un discorso di necessità, qui si tratta di scelte – di scegliere cioè verso quale tipo di esperienza esercitare la letteratura e quindi quale tipo di esperienza introdurre a scuola. A mio parere, la letteratura maggiore (in termini di visibilità) della nostra editoria, pecca spesso e volentieri di un confessionalismo, sentimentalismo, favolismo, autobiografismo, neo-neorealismo, convenzionalismo che non producono scarti sufficienti a sollecitare un’esperienza linguistica e immaginativa davvero diversa da quella che un adolescente può fare attraverso altri media, per giunta molto più eloquenti e reattivi. Lo dimostra il fatto che non è vero che la lettura non è diffusa tra gli adolescenti: anche sulla scorta del revival anni zero, e certamente sulla spinta di BookTok, al momento non è per niente difficile trovare libri extra-scolastici a scuola, che appaiono però quasi solo nella natura degli young adult e fantasy più triviali e collaudati possibile. Ecco quindi forse la rilevanza di un contemporaneo che proprio in quanto tale, cioè costitutivamente in fieri, si offre felicemente irrisolto e poroso: nel nostro caso si è trattato di post-poesia e pratiche verbovisive, ma è una prospettiva che si coniuga bene anche con la poesia sperimentale o la letteratura elettronica, o ancora con la micro-finzione, il racconto e in fin dei conti lo stesso romanzo, purché non sia la copia carbone abbondantemente saggiata del romanzo familiare borghese.

Dal contemporaneo cronologico al contemporaneo come stadio irrisolto, quindi: questo mi sembra un passaggio da compiere, o quantomeno da tematizzare, se si vuole provare a costruire un legame scuola-letteratura contemporanea che non sia un mero “la letteratura contemporanea a scuola”, cioè l’equivalente di uno spot o posizionamento. Non ho intenzione di proporre qui una panacea, né del resto la nostra esperienza è stata priva di una dose di demotivazione e disinteresse, o di qualche ostacolo – è un ragionamento a posteriori su alcune possibilità da sperimentare. Quelle che ci è sembrato di riconoscere come decisive nel momento in cui abbiamo provato a costruire questo legame a partire da domande e negoziazioni aperte, di cui il lavoro a gruppi sui Fogli, in fin dei conti, cioè il lavoro di collaborazione, incontro e scontro con l’altro, relativizzazione dello sguardo soggettivo, collettivizzazione del processo creativo, non è stata che la controparte pratica.

Lo scrittore incontra la classe

Lo schema degli attori-rete, però, può essere anche capovolto. Che sia la classe a incontrare lo scrittore, appunto, è l’assemblaggio che spontaneamente attribuiamo alla situazione proprio perché abituati al verticismo della pratica letteraria, agli scrittori che parlano a un pubblico. Per me che ho cercato di occupare un ruolo di intermediario (per quanto, proprio in virtù della prospettiva che qui sto adottando, mai davvero trasparente), è stato interessante guardare la scena anche dall’angolo opposto, quello cioè che osserva semmai lo scrittore incontrare la classe. E intendo: incontrare il conglomerato di individualità irriducibili, ognuna rimandante a una fetta di mondo, ognuna scommettente questa fetta di mondo su quelle degli altri, che è la classe.

Proprio dal discorso emerso finora, del resto, la classe non può essere considerata una realtà neutra, supinamente ricettiva e uniforme, quale invece è il pubblico, o almeno il pubblico ideale per un oratore protagonista. E se la didattica viene messa il più possibile su un piano relazionale, collettivo e meta-riflessivo come abbiamo provato a fare noi, questo aspetto non può che emergere con forza. Sono dell’idea che il lavoro a scuola, se fatto con l’impegno di spostare al centro la persona che studia – ancora più che l’apprendimento – sia un confronto continuo, rivelatorio e ustionante insieme, della realtà e delle sue conflittualità più rilevanti, che è profondamente formativo anche per chi insegna. Ma sono anche dell’idea, come si è capito, che questo aspetto venga in realtà spesso accantonato, proprio perché spinoso e almeno in parte delegittimante, in fin dei conti, l’impostazione verticale della scuola gentiliana e liberale. Ed è bene qui indugiare un momento su altre due possibili cristallizzazioni, per niente rare: il romanzo mainstream contemporaneo che parla proprio di scuola, ma lo fa con un filtro romantico-idealistico irricevibile (anche quando si mette in scena la degradata ma sotto sotto santificata scuola maledetta di periferia, altro stereotipo); oppure il docente stesso che interpreta la cattedra come palco, la postura istrionica indossata con una certa frequenza proprio dal docente-scrittore, crasi definitiva e pericolosa che meriterebbe un capitolo a parte.

Tutto questo ramo, infatti, ha a che fare con il potere. Quando Marzaioli è entrato in classe, nei primi minuti, come a volte succede, ho dovuto faticare un po’ per guadagnarmi l’attenzione dei ragazzi, nonostante la presenza dello scrittore. A posteriori però posso dire che questo dettaglio contestuale è stato il vero abbrivio della contraddizione: nessuna soggezione per lo scrittore, che nel momento in cui viene a scuola è convocato anche lui in una dinamica che ha molto a che fare con la contrattazione, e la contrattazione dell’attenzione prima di tutto. So benissimo che i casi sono molto diversi, in uno spettro che va dal caos puro alla classe perfettamente, magari anche un po’ noiosamente, diligente. Ma appunto dopo il primo incontro Marzaioli ha condiviso con me la differenza da lui percepita tra l’incontro universitario e quello scolastico: nel primo, una platea volontaria, attenta, selezionata e preparata; nel secondo, un dialogo più o meno ordinato insieme arricchente e faticoso. Ovvero, per me: nel primo caso un pubblico, nel secondo la realtà.

Per questo dico del potere. Dell’idea che fare scuola in un certo modo, provando cioè a rifiutare ogni cristallizzazione egocentrica e stereotipizzante, provando a centralizzare la classe come organismo eterogeneo e contraddittorio, porta inevitabilmente, per un docente, a fare meta-cognizione sul proprio ruolo e quindi anche sul proprio potere. Mi rendo conto che è un richiamo un po’ âgé, ma credo sia ancora attuale quello che scriveva Foucault in Sorvegliare e punire: «La ripartizione secondo ranghi o gradi ha un duplice ruolo: segnare gli scarti, gerarchizzare le qualità, le competenze, le attitudini; ma anche castigare e ricompensare. Funzionamento penale dell’ordinare e carattere ordinale della sanzione. La disciplina ricompensa con il solo gioco degli avanzamenti, permettendo di guadagnare ranghi e posti; punisce facendo retrocedere e degradando» [3]. È interesse della scuola italiana, soprattutto nella versione aziendalista con curvatura nazionalista concretizzatasi in questi ultimi anni, non problematizzare davvero il ruolo del docente e del potere che nel format didattico così costruito inevitabilmente incarna. Per un docente che ha intenzione di andare a fondo nella pratica pedagogica e nei presupposti culturali e ideologici dell’istituzione scuola è necessario uno sforzo di decostruzione e meta-coscienza che nessuna diramazione delle attività scolastiche tende a incentivare davvero. Ne consegue che questa necessità rimane per lo più inespressa (e in qualche caso direttamente repressa), anche quando l’accelerazionismo tecnologico in cui è caduta la didattica negli ultimi anni sembra dirigersi verso forme di pseudo-orizzontalizzazione: è una democrazia pedagogica apparente, e fa il gioco, semmai, del funzionalismo ed efficientismo cui l’apprendimento viene man mano sottoposto a suon di UDA e PCTO.

Quello dello scrittore ospite ovviamente non è lo stesso ruolo del docente, ma stando a quanto dicevo prima (la presentazione come spot, gli studenti come pubblico, il docente-performer) è possibile osservare alcune linee di continuità e tendenze a riprodurre un setting. Durante il laboratorio, cercando di occupare il ruolo dello spettatore, mi sono divertito non solo a guardare degli adolescenti reagire a possibilità di letteratura e arte per loro del tutto nuove, ma anche a guardare lo scrittore dover del tutto ricalibrare il ruolo che l’attività culturale, editoriale e universitaria gli avevano in certo senso affibbiato (nel caso di Marzaioli come di tutti, me compreso). Di questo è stato immagine il suo immergersi nei lavori di gruppo iniziati in classe, in una fucina che a sua volta ha avuto il compito di espandere e articolare i rapporti tra gli studenti, ma soprattutto il trovarsi in una posizione incerta in cui l’allure dello scrittore era tutta da riguadagnare, e con essa le motivazioni profonde del perché si scrive, quale legame si coltiva tra ciò che si scrive e il mondo esterno, a chi si parla, da quale posizione e per il mandato di chi.

Chiaramente, questa che è solo una testimonianza non vuole dare soluzioni precise a un problema così vasto e frastagliato che riguarda tanto la scuola quanto la scrittura. Ma la dinamica laboratoriale applicata alla letteratura contemporanea, proprio, si presta a mettere sul piatto una serie di domande infrequenti e però decisive. L’idea che mi sono fatto è che scuola e letteratura contemporanea, nel farraginoso dialogo che a sprazzi provano a intessere, si confrontano come due bolle per grandissima parte chiuse a una seria e vitale compromissione con il dato reale. Quando dico dato reale intendo: la condizione materiale e le incognite ermeneutiche che insieme dovrebbero essere parte integrante e motori tanto del processo creativo quanto di quello didattico-pedagogico, e che invece vengono spesso accantonate proprio perché richiedono, per essere considerate ed esplorate, una discussione dei ruoli a volte anche radicale. È un discorso di ruoli. Lo scrittore si presenta nei luoghi in cui viene anticipato dal proprio ruolo, ascoltato passivamente o al limite interrogato da specialisti entro il perimetro della sua aura; l’insegnante entra in classe con la missione di addestrare una massa informe e con il vezzo, talvolta, di giocare all’intellettuale. In questo, il pubblico-studentato rimane per lo più opaco e sullo sfondo, e doppiamente se la condizione è quella spesso sclerotizzata dell’incontro con lo scrittore a scuola. Invece la mia impressione è che scrittura e didattica (specialmente letteraria) siano significative solo in relazione alle proprie fratture, e al complesso interagire degli attori-rete che entrambe richiedono e che entrambe, per costituzione, dovrebbero incoraggiare verso il non noto. Posso dire così, che con il piccolo esperimento Benway Series abbiamo provato a incoraggiare tutti i partecipanti verso il non noto.

 

Note

[1] Il resoconto del seminario-laboratorio si trova a questo link: https://benwayseries.wordpress.com/2026/05/02/benway-school-seminario-laboratorio-con-giulio-marzaioli-e-antonio-perozzi-istituto-statale-g-caetani-roma/

[2] Le citazioni vengono rispettivamente dall’introduzione e dal terzo capitolo di B. Latour, Riassemblare il sociale. Actor-network theory, Meltemi, Milano, 2022.

[3] M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1993, p. 80.

Beckett, Cavazzoni, Trevisan

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Blackbird, The Entertainer, Black Mountain Side – strimpelling

di Davide Orecchio

Da un po’ di tempo ho ripreso a suonare la chitarra. È poco più di uno strimpelling, e c’è gente, poverina, che mi ha tolto l’amicizia su Instagram per questo. Comunque mi fa stare bene e non credo di nuocere a nessuno. Poi mi è venuta l’idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui due o tre esempi.


Samuel Beckett 1906-2026

Un classicone: Samuel Beckett, nel 120mo anniversario della sua nascita. L’ho abbinato a una versione di Blackbird ispirata dalla rilettura di Brad Mehldau, ma nell’arrangiamento di Mike Pachelli, più qualche variazione mia.

La citazione che ho scelto per questo piccolo omaggio è un po’ labirintica. Il brano viene da Il calmante, in Primo amore, trad. it. F. Quadri e C. Cignetti, Einaudi 1979. Ma io l’ho letto in un libro prezioso di Cees Nooteboom: Tumbas, Iperborea 2015, p. 65.


Quel genio di Cavazzoni

Qui il più recente Ermanno Cavazzoni di Storia di un’amicizia, da me molto amato. Lo accompagno con The Entertainer nel famoso arrangiamento di Chet Atkins. Dovendo fare una cosa rapida – li chiamano reel e li chiamano short – purtroppo non ho potuto inserire il bridge, che è forse la parte più divertente del brano.

È difficile che un libro di Ermanno Cavazzoni non mi piaccia, lui è proprio geniale. Ma in questo Storia di un’amicizia pubblicato da Quodlibet Cavazzoni si supera, ti mette proprio voglia di vivere, di fare e pensare, di leggere e ascoltare.


L’impareggiabile Works di Trevisan

Works di Vitaliano Trevisan è uno dei più importanti romanzi sul lavoro della letteratura italiana. Siamo alle altezze di Volponi e Primo Levi. Mi sembra giusto accompagnarlo (o almeno ci provo) con uno dei brani più belli per chitarra acustica che conosca, Black Mountain Side dei Led Zeppelin (e prima ancora di Jimmy Page: Bert Jansch e diversi altri). 

Siamo all’inizio del libro. La pagina di Trevisan racconta il desiderio di una bicicletta, e dà il tono all’epica del romanzo. C’è un sottotesto ironico: il protagonista, maschio adolescente, è stanco di usare la due ruote della sorella maggiore, e di farsi lasciare indietro dagli amici che corrono su biciclette più belle. Lui vuole una bici “da uomo”. La vuole “col palo” e le marce. Ma questo giovane figlio di proletari non può avere la bicicletta che desidera, e scopre presto il posto che gli spetta nel mondo.  Non ci sono soldi: la bicicletta dovrà guadagnarsela lavorando. Vitaliano Trevisan, Works, edizione ampliata, Einaudi 2022, pp. 5-16.

Su “All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria” di Micol Meghnagi

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di Riccardo Capoferro

Dopo un’iniziale stagione di oblio, la Shoah sembrava essere divenuta una fondamentale pietra di paragone etica e storica, pienamente consacrata e collocata al cuore della nostra cultura pubblica; dopo Gaza, però, la sua aura sacrale si è in parte dissolta. È stata trasformata in un’insegna, è stata oggetto di puntigliosi tentativi di negarne le affinità con le violenze e le devastazioni in corso, ed è stata invocata per giustificare le operazioni belliche più efferate: all’indomani del 7 ottobre, varie personalità pubbliche israeliane hanno paragonato i miliziani di Hamas ai nazisti, auspicando la distruzione di Gaza. Al tempo stesso, tra coloro che hanno manifestato per la Palestina c’è stato chi, pur essendo stato educato a commemorare le vittime del Lager, ha contestato la centralità della Shoah nel nostro immaginario storico e civile.

All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria di Micol Meghnagi (Fandango 2026) ci aiuta, con un’analisi molto convincente, a districarci tra i significati che hanno definito la Shoah e ne hanno determinato il ruolo, concentrandosi sulle culture della memoria degli ultimi decenni. Addentrandosi in una realtà ebraica vasta e plurale, Meghnagi mostra le funzioni politiche e identitarie di cui la Shoah si è caricata nel tempo, senza mai perdere di vista lo stato di Israele. In tal modo, porta in evidenza quel che la religione della memoria europea e angloamericana ha lasciato in ombra – il sottotitolo del libro è anche metafora di un’eclissi –: la possibilità che la Shoah possa essere invocata in modo strumentale per giustificare violenze ed esclusioni e marginalizzare il ricordo di altre esperienze traumatiche. Con particolare attenzione, Meghnagi affronta il problema che dopo la distruzione di Gaza è venuto più di ogni altro a complicare il significato pubblico della Shoah: il suo rapporto con la lunga durata delle politiche neocoloniali.

Nel quadro delineato da Meghnagi, la memoria della Shoah si rivela come il prodotto di molte forze e interessi: è stata anche il cuore, in Europa, negli Stati Uniti e in Israele, di un culto che ha offuscato oltre che memorializzare, spesso legato a pregiudizi eurocentrici e opportunità politiche. È significativo il caso tedesco, che Meghnagi ricostruisce con precisione. Nonostante il processo di Norimberga, in Germania la denazificazione è stata, nei fatti, parziale, e l’antisemitismo è sopravvissuto. Ma questo è solo un aspetto della vicenda. Negli anni ’50, nel contesto della Guerra Fredda, Adenauer offrì a Israele indennizzi sostanziosi, e la Germania diventò, negli anni ’60, uno dei suoi principali fornitori di materiale bellico. L’antisemitismo continuava a serpeggiare, e al tempo stesso si delineava un atteggiamento di filosemitismo ostentato, sostenuto da un’alleanza sempre più salda tra Germania e Israele. Negli ultimi anni la contraddizione si è aggravata. Poco feconda in rapporto ai dilemmi del mondo globalizzato, la sacralizzazione della Shoah si è intrecciata a un’islamofobia diffusa. Ha avuto, inoltre, un peso nella mancata risposta istituzionale tedesca alla distruzione di Gaza, e ha offerto ulteriori giustificazioni per censurare chi criticasse l’operato di Israele. (Una situazione che, sfiorando il grottesco, ha visto tedeschi filosionisti additare come antisemiti degli ebrei israeliani critici verso Israele).

In Italia, in cui ci si è crogiolati a lungo nel mito rassicurante del bravo italiano – e in cui, come recita il luogo comune, non c’è stata Norimberga – le faglie sono state, in apparenza, meno profonde. Ma Meghnagi ci mostra come la cultura della memoria abbia avuto, anche qui, esiti ambigui. In particolare, ripercorre la trasformazione della Shoah in un capitale morale che è tornato utile alle destre neofasciste in cerca di verginità politica. Ritualizzata e non accompagnata da una consapevolezza storica articolata, la memoria della Shoah è divenuta solo in parte un catalizzatore di progresso civile e intellettuale. Coltivata per fare i conti con la storia, ha fatto buon gioco a chi la storia voleva lasciarla in ombra. Nel frattempo, l’etnonazionalismo israeliano, vissuto come un ritorno gratificante di quel represso suprematista che l’Europa ha provato senza gran successo a espellere, si è imposto come punto di riferimento per le ultradestre. C’è anche in Italia chi difendendo la memoria della Shoah difende, ammirato, la Sparta israeliana, modello di militarismo e compattezza etnica, oltre che partner dell’industria bellica europea.

Ma l’Italia, la Germania e gli stessi USA – in cui nel clima surriscaldato della politica delle identità ampi settori delle comunità ebraiche invocano i traumi del passato per rivendicare autorità morale – sono solo ai margini del monopolio della memoria. Al centro, come mostra Meghnagi, c’è Israele. Dopo il processo a Eichmann, la Shoah diventò parte di una retorica bellicista imperniata sul principio ambiguo e pericoloso di una difesa preventiva; un principio che è stato ripetutamente usato per legittimare un uso indiscriminato della violenza: nel 1982 Begin giustificò la decisione di invadere il Libano con l’argomento che “l’alternativa è Treblinka” (quel che è poi successo in Libano è ben noto).  La memoria della Shoah è stata presa, in altri termini, a fondamento di un’identità dal forte tratto vittimario; di una prospettiva morale che nel conflitto con gli arabi vede il perpetuo riproporsi di un’eterna “minaccia esistenziale”. Una prospettiva deformata, che ha cancellato la natura politica e storica dell’occupazione della Cisgiordania e dell’assedio di Gaza – oltre che del processo che ha condotto alla nascita di Israele.

C’è una sezione di All’ombra della Shoah che torna particolarmente utile ai fini di una comprensione delle contraddizioni di Israele, dei suoi rapporti con il mondo arabo, delle sue politiche demografiche e, in ultima analisi, dei suoi legami con la cultura coloniale: quella dedicata ai mizrahi, gli ebrei “orientali” giunti in Israele poco dopo il ’48. Con una formidabile opera di sintesi, Meghnagi ripercorre una storia complicata e rivelatoria. Le due guerre mondiali, la nascita di Israele e l’inasprirsi dei rapporti con gli stati arabi ruppero un equilibrio durato secoli: le comunità ebraiche mediorientali e nordafricane, ben inserite (non senza qualche tensione) nei tessuti sociali locali, sono state a loro volta espulse con violenza dai paesi arabi: un clima esacerbato dall’arrivo dell’antisemitismo moderno – che è, ricordiamolo, un prodotto europeo. In Israele, però, i mizrahi sono stati a loro volta stigmatizzati, perché considerati corrotti dalla vicinanza con il mondo arabo. Esclusi dal loro mondo d’origine e sviliti dallo stato che li ha accolti e ha a volte sollecitato – in modo non sempre limpido – il loro arrivo, si sono ritrovati al fondo di una gerarchia dalla marcata impronta razziale, derivata, come evidenzia Meghnagi, dalla cultura coloniale europea. Dopo decenni di marginalizzazione, le comunità di mizrahi hanno poi trovato un riscatto politico nel momento in cui Begin e la destra del Likud hanno fatto leva sul loro scontento per assicurarsi la vittoria elettorale. E questo ha segnato l’inizio di una nuova fase, all’insegna di un ancora più forte sentimento antiarabo.

Nella lettura di Meghnagi – e dei teorici postcoloniali che chiama in causa – le contraddizioni che caratterizzano la storia dei mizrahi mettono in rilievo il persistere di una visione orientalista, che ha operato sotterraneamente nelle stesse logiche memoriali della Shoah. Attraverso il dialogo con l’importante lavoro di Michael Rothberg sulla “memoria multidirezionale”, Meghnagi mette in luce come la memoria della Shoah sia stata a lungo tenuta lontana da un confronto con l’esperienza coloniale. È sintomatico che solo negli ultimi vent’anni i presupposti coloniali della Shoah siano stati indagati più a fondo, muovendo dal lavoro di Hannah Arendt e dalle osservazioni, a lungo trascurate, dei pionieri del pensiero postcoloniale.

All’ombra della Shoah non è solo una genealogia della memoria della Shoah; è anche una riflessione sui vicoli ciechi del conflitto tra memorie. Intessendo una conversazione con il lavoro pionieristico di Bashir Bashir e Amos Goldberg – incentrato su “Olocausto e Nakba” – e con altri contributi importanti, Meghnagi evidenzia il potenziale politico di una memoria complessa – multidirezionale, per dirla con Rothberg – basata su una pratica di empatia e ascolto e su un dialogo aperto tra storie ed esperienze, dal quale può emergere una visione condivisa.

All’ombra della Shoah articola le sue analisi con chiarezza rara. È non meno rara, nel contesto italiano, la chiarezza con cui manifesta i propri presupposti affettivi ed epistemologici. Nel discorso su Israele e Palestina – anche nelle parole degli storici – si avverte non di rado la tendenza a nascondere le proprie idiosincrasie e i vincoli sociali e personali da cui esse derivano dietro una facciata di obiettività. Distinzioni dal tono accademico possono assecondare idee preconcette, paure dalle radici profonde e il bisogno viscerale di tutelare il proprio gruppo. Meghnagi ha invece scelto di rendere esplicito il vissuto personale e di attivista che ha nutrito il suo sguardo: la sua è una famiglia di ebrei libici giunti in Italia come profughi nel 1967. In questo libro, dunque, l’esperienza dei mizrahi non è solo oggetto di ricostruzione storica, è a sua volta un’eredità, esistenziale e memoriale, convertita in strumento di conoscenza, e al tempo stesso apertamente riconosciuta.

Un ricordo di Carlo Ginzburg

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Tra i molti ricordi di mio padre Carlo Ginzburg, usciti in questi giorni dopo la sua morte il 17 giugno, questo è quello che mi ha toccata più di tutti. Grazie
⇨ fatamorganaweb.it che lo ha pubblicato per primo.

 

⇨ Frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari

di Cora Presezzi

Carlo Ginzburg era un viaggiatore formidabile. Poteva capitare di scrivergli a più riprese nell’arco di qualche settimana, e lui avrebbe risposto una volta dall’aeroporto di Parigi, un’altra da un hotel di Sibiu, quella dopo da San Pietroburgo o da Los Angeles, dove era appena arrivato dopo essere stato a Pechino. Anni fa, alla cerimonia in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Montereale Valcellina (il comune friulano dove viveva Menocchio), il suo amico Adriano Prosperi descrisse il modo che Ginzburg aveva di entrare nelle città durante i suoi innumerevoli viaggi: come se fosse sempre la prima volta. Pare infatti che gli fosse sconosciuto il senso del ritorno, e di sé diceva di aver sempre avuto un intenso rapporto con i paesaggi, ma un «debolissimo sentimento di appartenenza ai luoghi». D’altronde è stato lui a suggerirci la lettura più interessante del detto «tutto il mondo è paese»: non che tutto il mondo è uguale, ma che ovunque si può essere spaesati rispetto a qualcosa o a qualcuno (una condizione carica di benefici per il troppo piccolo cosmo del nostro ego), per poi imbattersi, nel più selvaggiamente lontano e straniante dei luoghi fisici o immaginari, in qualcosa di profondamente familiare.

La tensione tra straniamento e familiarità è anche una delle chiavi della storiografia di Ginzburg, del suo modo di immergersi nel paesaggio umano. E il flebile senso di appartenenza è stato probabilmente ciò che gli ha permesso di scrollarsi di dosso ogni etichetta che rischiava di trasformarsi in una gabbia. Nessun campo, tema, forma, gruppo, scuola, nemmeno la direzione della mitica collana «microstorie» di Einaudi, e persino nessuna metodologia affinata nel corso di una specifica indagine (come quando progettava di scrivere un libro su Jean-Pierre Purry, a cui aveva dedicato vari anni di ricerche, ma poi gli parve troppo simile nell’impianto allo studio su Menocchio, e desistette): nulla poteva reggere il passo della sua caccia implacabile di qualcosa che potesse scardinare il già noto, mettere l’intelligenza e l’immaginazione davanti a un problema, far sorgere la cosa più difficile da trovare per ogni ricercatore: una vera domanda, prodotta dal confronto con l’opacità e con l’ignoto, possibilmente presaga di più livelli di verità.

Ma a fondamento di questa postura radicalmente dinamica, c’è la feroce fedeltà di Carlo Ginzburg alla sua vocazione di storico, che era anche la forma obliqua del suo quotidiano impegno politico e umano, svolto attraverso la ricerca, la scrittura, l’insegnamento. Quando evocava la scena della triplice decisione presa a vent’anni davanti a uno scaffale della biblioteca universitaria, da cui ebbe avvio questa lunga fedeltà al mestiere di storico, a qualcuno sarà forse venuta alla mente quella pagina delle Piccole virtù, dove Natalia Ginzburg, sua madre, descrive la consapevolezza del non poter produrre o controllare, e insieme il dovere elementare di favorire e non ostacolare, la nascita, in un ragazzino, di «una vocazione, una passione ardente ed esclusiva».

Nelle pagine di sua madre, il Carlo figlio compare in più occasioni. È il giovane uomo dagli «occhi di carbone», la «testa nera, irsuta e selvatica», che la scrittrice scopre essere uno dei suoi pochissimi interlocutori, al quale lei sottopone ciò che scrive e lui la delizia coprendola «di insulti e contumelie, con prepotenza divertita e selvaggia». Ed è il bambino portato insieme ai fratelli, ogni mattina molto presto, a fare lunghe passeggiate nella neve a Pizzoli, il comune dell’aquilano dove la famiglia visse al tempo del confino di Leone, e con cui poi mantenne per sempre un fortissimo legame. E proprio a quell’infanzia abruzzese, ma più in generale alle storie e letture d’infanzia, Ginzburg è più volte tornato per rintracciare il capo di fili che avrebbe poi ritessuto nelle sue ricerche di adulto: le nenie macabre che gli cantava Crocetta, la ragazzina dell’Aquila che gli faceva da balia a Pizzoli, ma anche la lettura di fiabe illustrate, tra le quali ricordò in più occasioni le spaventose metamorfosi del personaggio di Gomitetto nelle amate Fiabe di Capuana.

Ho assistito a molti suoi seminari, ma non sono mai stata a una lezione universitaria di Ginzburg. Sul suo modo di fare lezione conosco i racconti di suoi ex studenti poi divenuti miei amici: un vero campionario leggendario che resterà giustamente appannaggio della tradizione orale, in cui si affastellano aneddoti e frasi ormai mitologiche. Molti dicono, e lo ha scritto anni fa Ottavia Niccoli, che il Ginzburg insegnante riusciva a portarti a fare delle cose che non avresti mai creduto di poter fare. Di questo, e dell’energia contagiosa che era in grado di trasmetterti se si appassionava a una ricerca che stavi conducendo, ho invece esperienza diretta. Ricordo la sensazione esaltante nell’avvertire i perimetri di sicurezza sgretolarsi, l’ansia del giudizio altrui svaporare, i «non è il mio campo» venire letteralmente demoliti da un entusiasmo travolgente, dalla gioia di scommettere tantissimo, dal rischio di non afferrare nulla. Ricordo di aver lavorato su una pista che gli era parsa intrigante, qualche anno fa, per tutto il mese di agosto, svegliandomi prestissimo ogni mattina e scrivendo per una trentina di giorni come una forsennata. Alla fine alcune cose non tornavano e inserii una nota in cui promettevo una versione estesa del contributo in cui avrei chiarito x e y. Glielo mandai. Dopo mezz’ora arrivò una sua email: aveva letto ovviamente anche le note, dato che la sua risposta fu «non vedo l’ora di leggere la versione maior».

È stato detto più volte, in questi giorni dopo la sua scomparsa, che Ginzburg era un gigante, in riferimento alla sua statura intellettuale e morale. E in effetti Carlo faceva spesso le cose in una scala tutta sua, che raramente prevedeva mezze misure. Come l’accoglienza che riservava ai suoi visitatori, aspettandoli sul pianerottolo davanti all’ascensore, con le braccia spalancate, un grande e raggiante sorriso, e poi diceva «Evviva!»; l’enorme caffettiera che preparava a qualsiasi ora del giorno, versandosi le più grandi tazze di caffè immaginabili; le quantità esorbitanti di parmigiano che grattugiava in una cuccuma, invitandoti ripetutamente durante il pasto ad aggiungere altro formaggio al tuo piatto; il numero di spazi che digitava, quando scriveva al computer, tra una parola e l’altra, e che potevano essere tre, quattro o anche sei, a testimonianza dell’energia con cui batteva sulla barra spaziatrice; i viaggi di cui ho già parlato, culminati in un vero e proprio giro del mondo che fece poco prima della pandemia; e ovviamente i programmi di ricerca ambiziosissimi che si era prefissato, e quelli che ha portato a termine. Ricorderò qui solo Storia notturna, un libro che rileggeremo e che avrà sempre qualcosa da dirci, frutto di oltre quindici anni di ricerche e dedicato alla genesi dello stereotipo del sabba stregonesco, dove si parte dal Friuli e si attraversano in lungo e in largo le pendici più remote dell’Eurasia alla ricerca di elementi da inserire in una vastissima comparazione diacronica.

A volte, specie nel caso di alcuni saggi, leggere Carlo Ginzburg è difficile. Non per questioni di stile, perché la sua scrittura è sempre refrattaria ai tecnicismi, alle formule che occultano invece di rivelare, ma per la tortuosità – come direbbe lui – delle piste e per i giochi di scatole cinesi che tanto amava come lettore e come scrittore. Ma sempre si può star certi che anche il più impervio dei tragitti porti da qualche parte, a una qualche verità.

Ci sono ancora tante cose che ho la tentazione di evocare. Alcune sue risposte memorabili, ad esempio: «questo non è né un merito, né un’attenuante», detto a un interlocutore che sottolineava, con una certa compiacenza, il fatto che I benandanti fosse stato scritto all’età di ventisette anni; «meglio un asino vivo che un cavallo morto», quando gli chiesero perché non si cimentasse nella scrittura letteraria, dato il suo evidente talento per la narrazione; «il coraggio è tutto dall’altra parte», detto a proposito della Chiesa cattolica, quando venne aperto agli studiosi l’archivio della Congregazione della fede, e qualcuno parlò del coraggio di Carlo Ginzburg, che diversi anni prima aveva scritto una lettera a papa Wojtyla per chiedergli di rendere accessibili agli studiosi i documenti lì conservati (era il 1978 e stava allora studiando il caso dell’ebreo convertito, buffone e distillatore, Costantino Saccardino).

Oppure alcune sue battaglie: come quella contro l’abuso della categoria di empatia, in cui vedeva una troppo facile scappatoia all’imperativo di analisi razionale e distacco critico, o quella (ben delineata già in Spie) relativa alla categoria di identità, a suo avviso uno strumento repressivo e di dominio, inservibile sul piano analitico. O le sue sopracciglia cespugliose, parte attiva in ogni conversazione, così come gli intercalari – il suo Eh già! – inconfondibili. Il suo sfrenato piacere non della conoscenza come possesso, ma del conoscere come moto perpetuo. La sua proverbiale euforia dell’ignoranza: il patto implicito di ogni scambio con lui si fondava, come Lucio Biasiori ha ricordato nel discorso di commemorazione all’Archiginnasio, sull’idea che l’ignoranza non fosse qualcosa di cui vergognarsi, ma la condizione necessaria per imparare. O, ancora, i capisaldi che non si stancava di ribadire, come la distinzione tra risposte inaccettabili sul piano morale e domande legittime da sottrarre al terreno del nemico. O il modo che aveva di pronunciare certe parole in altre lingue, come la parola quechua huacha, che sempre citava quando raccontava una sua ricerca su Garcilaso de la Vega. O, infine, quelle sue frasi che sono dei fari a cui sempre torno col pensiero quando perdo la bussola, e che cito qui a memoria in modo spero non troppo impreciso: «piacere a tutti non è solo impossibile, ma sbagliato» (detto a proposito della microstoria, ma estendibile ad altro); «dovrebbe esistere un giuramento di Tucidide come esiste un giuramento di Ippocrate» (una battuta molto seria); «la conoscenza procede in modo discontinuo, per strappi»; «la letteratura nutre la nostra immaginazione morale» (un insegnamento ricevuto dalla madre).

È stata emozionante l’onda di affetto e di memorie personali che ha scosso i social e i media in questi ultimi giorni, con centinaia di foto di copertine consunte del Formaggio e i vermi, citazioni tratte dai suoi libri più amati, evocazioni di aspetti e lati diversi di Carlo Ginzburg, carissimo a tanti, per tanti diversi motivi. Ma questo non sorprende. Come non sorprende che durante il suo ultimo viaggio in sud America, Ginzburg fosse stato accolto (se non ricordo male a Buenos Aires) con un vero e proprio coro da stadio («Olè Olè-olè-olè! Carlooooo, Carlooooo!»), in cui si esprimeva chiaramente l’idea che, per la coscienza popolare, Ginzburg è stato sì il professore emerito della Normale di Pisa e il vincitore del premio Balzan insignito di più di venti lauree honoris causa; ma prima e dopo esser stato tutto questo, Carlo Ginzburg è stato e resta uno storico che ha saputo guardare dritta negli occhi l’oppressione nelle sue tante forme – come ha scritto, ancora una volta, Adriano Prosperi –, e raccontarla con quel «tatto delle parole» di cui parlava Marc Bloch. Lo storico che ha usato la sua grande felicità espressiva e la sua vasta erudizione per dar voce a straordinarie storie di indipendenza morale e intellettuale nei confronti dell’autorità, nel modo alto e caparbio di un Menocchio e di un Thiess, o anche solo in rapidi guizzi di un momento, poi ripiombati in più mediocri destini. Lo storico che ha portato sotto gli occhi dei suoi lettori e delle sue lettrici, in magnifica prosa (ed è questo un fatto etico ancor prima che estetico), la meticolosa ricostruzione di frammenti di vite lontane, sconosciute e familiari.

Carlo Ginzburg, Torino, 15 aprile 1939 – Bologna, 17 giugno 2026.

Fortunello e Cirillino e il Terzo Reich

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[ CARLO GINZBURG da “I benandanti”, pag. VII Prefazione, Einaudi, 1966 “Queste testimonianze friulane ci mostrano infatti un intersecarsi continuo di tendenze della durata di decenni o addirittura di secoli, e di reazioni assolutamente individuali e private, spesso addirittura inconsapevoli – quelle reazioni di cui apparentemente è impossibile fare storia, e senza le quali, in realtà, la storia della «mentalità collettiva» finisce con l’ipostatizzare una serie di tendenze e di forze disincarnate e astratte.” ]

1940 Teatro Scala di Berlino, locandina a colori dello spettacolo”Fortunello e Cirillino”
Eric Satie[1866–1925]
Acrobates da ⇨ Parade [1917]

di Davide Panzavolta

Per anni ho quasi ignorato l’esistenza e la storia di mio nonno materno, quando sono nato, lui non c’era più già da tempo, in famiglia non se ne parlava molto, anzi le notizie erano poche e nebulose. Più o meno quando avevo 10 anni morì anche mia nonna e da allora quel ramo della famiglia andò lentamente e inesorabilmente ad allontanarsi. A differenza ricordo bene tutto il periodo trascorso con i nonni paterni, contadini di Forlì, grazie ai quali ho imparato l’importanza della terra, del susseguirsi delle stagioni e l’alternanza tra il periodo di raccolta e di semina. È molto facile creare bei ricordi quando si va tutti insieme a raccogliere le ciliegie, ad assistere alla nascita di un vitellino, a vendemmiare oppure a pigiare l’uva per produrre quel Sangiovese che si berrà durante tutto l’anno. Questi momenti di felicità familiare restano impressi nella memoria creando ricordi indelebili trasversali tra le generazioni.

Arrivati però alla fatidica soglia dei 40 anni, cominci a fare i conti con la crisi di mezza età, ed è inevitabile provare a fare un bilancio della propria vita, penso sia successo a tutti. E’ durante questi conti e calcoli che mi accorgo che le mie radici non sono così ben consolidate come credevo, o per meglio dire, sono ben radicate da un lato ma ancora superficiali da un altro. E’ inevitabile che per riuscire a comprendere chi io sia veramente, devo sapere da dove provengo.

Così, come un novello archeologo, mi dirigo verso il solaio. Mi ricordo che da qualche parte ci dovrebbero essere degli scatoloni provenienti dallo sgombero della casa dei miei nonni di Modena. Nella sala a fianco all’acetaia di famiglia, sepolta tra vecchie sedie, passeggini in disuso e alberi di Natale, riposa da tempo una di quelle grosse confezioni regalo che negli anni 60 commercializza la Stock 84 con i suoi migliori brandy durante le feste. Al suo interno si nasconde il tesoro che stavo cercando, quello che da ora in avanti sarà denominato come: L’archivio di Primo Malagoli. Questo era il nome di mio nonno.

Al suo interno ci sono reperti cartacei, foto, documenti, missive, articoli di giornale, locandine e poster databili tra il 1936 e il 1946. Comincia per me un lungo periodo di riordino e catalogazione di tutto questo materiale, cercando di dare un ordine cronologico alla sequenza di eventi che trascinarono mio nonno in lungo il largo per l’Europa negli anni più bui che il ventesimo secolo ricordi.

1936 riviera romagnola Primo Malagoli con la moglie Domizia Brighenti e la figlioletta Miriam Malagoli in un momento di svago e gioco al mare.

Cercherò quindi qui di seguito di riportare il più fedelmente possibile quello che dopo più di tre anni di ricerca sono riuscito a scoprire.

I gemelli Primo e Secondo Malagoli entrambi atleti alla Società Sportiva Panaro di Modena.

La storia parte intorno agli anni venti a Modena, dove mio nonno Primo Malagoli, quinto di sei figli e orfano di padre, si trova a lottare quotidianamente per sopravvivere all’ingerenza e alla povertà ed è solo grazie alla buona sorte e alle sue sorprendenti doti atletiche che riuscirà a entrare nelle grazie di uno dei pochi uomini che all’epoca potessero vantare una fama mondiale. Tra il 1920 e il 1930 Primo ha la fortuna di essere accolto sotto l’ala protettiva dell’atleta più famoso al mondo Alberto Braglia, pluri medagliato olimpico, classe 1883, che al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale viene travolto dalla tragedia della perdita di un figlio e probabilmente troverà in mio nonno il conforto per quella mancanza altrimenti incolmabile. Nasce così tra i due un rapporto che va ben oltre al semplice legame tra mentore e allievo e che li legherà per tutta la vita. Sulla rocambolesca vita di Alberto Braglia si è già scritto molto, della sua formidabile carriera Olimpica, delle medaglie d’oro vinte ad Atene nel 1906 quello di Londra Nel 1908 e l’altra Stoccolma nel 1912. A me spetta l’arduo compito di raccontarvi la storia del suo discepolo più talentuoso. Primo, oltre a essere stato suo allievo nelle discipline sportive, seguì le sue orme anche nell’altra attività di Braglia, quella meno nota, quella per cui forse l’atleta provò anche un certo imbarazzo, perché dettata dal bisogno di “sbarcare il lunario”. Erano altri tempi, dove lo sport si praticava solo per la gloria senza ricevere compensi, così l’olimpionico dovette reinventarsi artista di spettacoli di varietà dove si esibiva grazie alle proprie doti atletiche:

 

Braglia si diede al teatro portando in scena con un bambino di sette anni due personaggi del Corriere dei Piccoli, Fortunello e Cirillino: usava le sue doti atletiche sul palcoscenico per compiere spericolate evoluzioni riscuotendo un grande successo di pubblico.

È nel 1925 che Primo e Alberto Braglia si conoscono: Primo è allievo alla Società Sportiva Panaro del mitico Braglia, la leggenda della ginnastica italiana, che si affeziona a quel ragazzo. L’uomo ha perso un figlio e Primo dal canto suo è orfano di padre, così è presto spiegato lo stretto rapporto umano che si crea. Oltre all’arte ginnica, Braglia è un vero mentore per Primo che grazie ai suoi insegnamenti decide di non iscriversi mai al partito fascista, nonostante le crescenti pressioni del regime.

Ed è proprio a Primo Malagoli che Braglia decide di lasciare in eredità il suo spettacolo clownesco. La ricerca del nuovo Cirillino inizia nel 1935. La scelta ricade su di un bambino magrolino, tutto nervi, sinuoso come la seta ma duro come un incudine da fabbro: il suo nome è Armando Salami.

1940 Germania, “Fortunello e Cirillino” in posa per un giornale tedesco

Il rinato spettacolo diventa da subito richiestissimo e verrà portato in scena per dieci anni, tra il 1935 e il 1945, talmente apprezzato da essere eseguito anche davanti al Re, nel maggio 1939. L’occasione è il pranzo dato a Roma in onore della visita della principessa Olga di Jugoslavia. I due emozionatissimi clown si esibiscono a corte davanti alle famiglie reali e in segno di ringraziamento ricevono in dono una coppia di gemelli da camicia in oro, impreziosita da piccole rosette di diamanti su cui sono incise le iniziali della regina Elena.

Questo è l’unico filmato recuperato contenente alcuni dei numeri dello spettacolo. È stato convertito dalla pellicola originale in 16 mm al formato digitale. Si tratta di una prova dello spettacolo effettuata nel 1935 a Formigine in provincia di Modena.

È un vecchio filmato in bianco e nero che svela i dettagli dello spettacolo di Fortunello e Cirillino: in scena ci sono un uomo e un bambino che si tengono per mano e avanzano con sguardo fiero e passo deciso su uno stretto tappeto. L’uomo regge una grande valigia, sono entrambi vestiti da clown, sorridono felici, finché il bambino non inizia a sbeffeggiarlo. L’uomo per acchiappare il piccolo birbante si prodiga in acrobazie, fino ad afferrare una scopa per punirlo alla quale però Cirillino si avvinghia compiendo altre evoluzioni. La parte conclusiva del loro numero è la più spettacolare: Fortunello, spazientito, afferra deciso il piccolo briccone e lo lancia in aria facendogli compiere un triplo salto mortale che termina esattamente dentro la capiente valigia a soffietto. Una volta richiusa, i due artisti guadagnano l’uscita di scena tra gli scroscianti applausi del pubblico.

Nel 1941 qualcosa va storto: forse una soffiata ai fascisti o qualcuno invidioso del successo, fatto sta che Primo Malagoli viene mandato a esibirsi in Germania: si tratta di una sorta di esilio coatto.

Il viaggio attraverso tutta l’Europa di “Fortunello e Cirillino”

In Germania Fortunello e Cirillino spopolano: lo spettacolo viene portato in scena numerose volte alla Scala di Berlino, e su tutto il suolo del Reich da Dortmund, Dassau, Köln, Düsseldorf, Nürnberg, München, Frankfurt, Hamburg, ecc…

1939 teatro Scala di Berlino foto degli artisti Fortunello e Cirillino in camerino prima dello spettacolo, da notare le foto dei famigliari cari attaccate intorno allo specchio, e un po più a sinistra la foto del Duce e di Hitler, il teatro Scala era in origine un teatro gestito da ebrei che venne requisito e adibito alla propaganda per questo gli artisti erano obbligati a esibire le immagini dei loro carcerieri.

D’altra parte in quegli anni bui la ricerca di leggerezza e risate era fondamentale per resistere alle brutture della guerra. Tra il 1941 e il 1943, per sopravvivere, Primo è costretto, in cambio di 11 mesi di spettacoli nei teatri tedeschi, a garantire un mese di repliche solo per i militari o i dignitari tedeschi e le loro famiglie.

Resta lontano dall’Italia, e dai suoi cari (Primo ha una moglie, una figlia piccola e una madre anziana), per tre anni lavora senza interruzione e non ha la libertà di contrattare personalmente la paga né tantomeno di riscuoterla. Per tutte queste operazioni ha l’obbligo di passare, con grande complicazione, attraverso l’Amministrazione Fiduciaria per le Professioni Culturali.

Domizia Malagoli la moglie di Primo e Miriam Malagoli la figlia.

Sono anni di soddisfazioni, grazie al successo dello spettacolo, ma anche di grande fatica e limitazioni alla propria libera volontà. Nel 1942 vede riconosciuto ufficialmente il valore del suo lavoro poichè è chiamato a far parte dello spettacolo “Das brosse Lachen” (la grande risata), uno dei più famosi dell’epoca, allestito dal grande clown spagnolo Charlie Rivel.

1939 Teatro Apollo di Berlino, saluti finali della compagnia del varietà, al centro con il mazzo di fiori Fortunello e Cirillino, come attrazione principale.
Settembre del 1939 a Berlino al Teatro Scala la foto ritrae un attimo delle prove del Varietà. Al centro con quella sorta di megafono il direttore del teatro che impartisce ordini agli artisti in pista che si esibiscono. Gli altri artisti sono in attesa del loro turno a sedere su una sorta di ribalta simile a quelle che si trovano nei circhi cosi anche il pavimento non è di legno ma probabilmente sabbia. Tipico della concezione di teatro di varietà nordico.
1940 Berlino ingresso in scena di Fortunello e Cirillino presso il teatro Scala

La tournè si interrompe bruscamente il 15 luglio 1943, appena dieci giorni prima della caduta di Mussolini in Italia. In tale data infatti, dall’archivio si evince, che Primo lascia improvvisamente la Germania, grazie all’intercessione di un alto funzionario tedesco che, in brevissimo tempo, gli fornisce tutti i documenti necessari per espatriare, prima a Copenhagen poi a Göteborg, con l’obbligo, in cambio, che egli conduca con sè in salvo suo figlio per riportarlo in Germania solo a guerra finita. E così fa.

17-7-1943 Arrivo a Copenaghen di Primo Malagoli e Armando Salami, si intravede nei loro occhi la gioia e la consapevolezza di chi sa che è appena scampato a un enorme pericolo. Da li a pochi giorni tutti gli italiani sul suolo tedesco verranno fatti prigionieri.

Nei lunghi tre anni in cui si ferma in Svezia, in attesa di poter rientrare in Italia, Primo, sempre accompagnato da Armando “Cirillino”, alterna il mondo del varietà a un lavoro stabile presso la fabbrica di statuine di ceramica di proprietà di una famiglia di immigrati italiani.

È solo nella primavera del 1946 che Primo potrà far rientro a Modena dopo ben cinque anni di assenza. Cirillino, partito ragazzo, è tornato ormai uomo. Primo può finalmente riabbracciare la moglie Domizia e la figlia Miriam rimaste in Italia ad aspettarlo. A Modena Primo ritroverà anche il maestro Braglia, la cui storia nel tratto finale della vita, è da riscrivere rispetto a quella ufficiale. Si parla infatti di un Alberto Braglia morto in totale solitudine nel 1954 mentre, fino alla sua morte, a 70 anni, la famiglia di Primo Malagoli gli resterà vicino e si prenderà cura di lui.

Ed eccoci qua alle battute finali di questa incredibile storia, tutto quello che ho scoperto sulla vita di mio nonno mi ha permesso di capire meglio chi io sia veramente. Infatti ora mi riscopro figlio d’arte, anch’io come lui ho dedicato gran parte della mia vita al teatro, non come artista ma come tecnico di scena. Per quasi vent’anni ho calcato i palcoscenici italiani e europei custodendo e tramandando un tesoro unico e inestimabile, “la Macchina del Teatro all’Italiana”. “Macchinisti”, così infatti si chiamano i tecnici che manovrano quel complicatissimi ingranaggi che permette la magia del teatro. Una magia fatta di corde, rocchetti e contrappesi, di polvere e sudore, quella magia che ti permette di far volare case o persone, che ti da la possibilità di passare da una sala di un castello a un prato di campagna in pochi secondi.

Esattamente come mio nonno ho vissuto una routine fatta di montaggi, prove, recite, smontaggi e spostamenti da una piazza all’altra. In un alternarsi continuo, frenetico, inarrestabile e quasi nevrotico, perché come tutti sanno “the show must go on”. Ho provato sulla mia stessa pelle quanto può essere duro trascorrere interi mesi lontano dai propri affetti, il vuoto che ti resta dentro a festeggiare il Natale o il Capodanno in teatro quando la tua famiglia è a casa lontana da te. Solo dopo molti anni di tournée ho capito che: nonostante il mio fosse il lavoro più bello del mondo questa passione, quasi una malattia, è inconiugabile con gli affetti familiari.

Costumi orginali di scena

Mi sono trovato con molti più punti in comune con mio nonno Primo rispetto all’altro ramo della famiglia, anch’io come lui sono stato salvato dall’amore e dalla passione per una vita unica del suo genere. Solo chi ha passato anni in tournée può capire come questo lavoro ti pervada, si insinui sotto alla pelle dentro le ossa e che tu non riesca più a farne meno. Sicuramente se non avessi avuto il teatro avrei impiegato molti più anni a realizzarmi come uomo. Finalmente ho capito da chi ho preso quella vena di follia che mi ha portato per anni a costruire i sogni di scenografi e registi e che oggi mi esorta a realizzare il mio di sogno, poter raccontare la fantastica storia di mio nonno Primo Malagoli e chissà che prima o poi non sarò in grado di farne uno spettacolo teatrale, per rivivere su un palcoscenico, fianco a fianco, quella magia che ci unisce.

Da “Lumina ex Ade”. Quattro testi.

1

[Questi testi appartengono all’ultimo libro di Silvia Tripodi, Lumina ex Ade, appena uscito per l’editore Aragno, nella collana curata da Bernardo De Luca, Carmen Gallo e Chiara Portesine.]

di Silvia Tripodi

Ci stiamo preparando
a un mondo nuovo
a vivere una vita viva
abbiamo compreso che il male
è un malinteso
una contraddizione
dopo avere frequentato a lungo
la morte
attraverso l’agonia delle identità
siamo stati vivi e morti
la natura si rivela ora nel suo lato

* * *

Attraversi da parte a parte
la comunicazione
la voce è in assoluto
il mezzo per riprodursi
la voce è un organo che funziona
per mezzo del godimento
la voce la sua intonazione
la sua cadenza
contesta l’elettromagnetismo
ne rivoluziona le leggi
in particolare nel regime
del tu così mi fai morire
attraverso la ripetizione forzata
del piacere
per mezzo degli intervalli di silenzio
ti trovi su un piano di immanenza
con aculei e cavità attraverso le spezzate
compiendo molte oscillazioni
innumerevoli gorghi infinite risacche
lambiscono i discorsi
cadono a picco rovinosamente
fino a scheggiarsi
le mani ottengono la stasi
solo dopo avere toccato la carne
averne smezzato il senso
dopo averlo distribuito capillarmente
puoi vedere come fluttua
e come si incista
come esercita il suo dominio
avevi previsto
che sarei svenuta di piacere
ritengo che dovrò ammazzarti

* * *

Riempimi con il tuo amore
riempimi con la tua forza
riempimi con la tua saggezza
riempimi con la tua perseveranza
riempimi con la tua umiltà
riempimi con il tuo coraggio
riempimi con la tua passione

* * *

Quanto sei posseduto dal demonio
quanti spiriti maligni ti abitano
la polizia morale è giunta
anche per liberare la casa
legano mani e piedi
con un filo elettrico
aspettano che sputi dei chiodi

Les Nouveaux Réalistes: Cristina Pasqua

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Benedizioni
di
Cristina Pasqua

Così mi lasciai indietro le case e lo stagno, e poi la locanda, e poi camposanto e torbiera, e dopo un poco ero solo, e attorno a me non c’erano che gole e calanchi e più in là qualche pascolo e più in là ancora il costone dei monti.
Silvio D’Arzo, Casa d’altri, Feltrinelli, Milano 2023

Eppure intorno s’era fatto grigio. Offuscato dalla cinta dei monti, a Rimedio arrivava solo un’ombra d’aria, spifferi che s’insinuavano tra le case basse e le spesse mura. Limetta scostò la porta e lasciò passare il Curato, che sciancato e guercio com’era, prima che annottava s’aggirava pe’ vicoli. I suoi anni ce li aveva, il pelo arruffato, la zampa offesa, e il manto, un tempo lucido, che s’era fatto fuliggine. L’aria, sciacquata di pioggia, s’ammischiava col fumo che dai comignoli s’inanellava in lingue nere, insozzando il bianco slavato delle nubi. Il Curato, girato l’angolo, seguì dritto fino alla scesa che conduceva ai giardini. Mentre imbruniva e oltre il cancello scolorivano gli alberi e la sfilza di mezzi busti, attraversò il viale preferendo la ghiaia all’erba fradicia. Arrivato alla fontana, si fermò come per riflettere. Durò poco, ché già s’incupiva e una pioggia senza peso era tornata a cadere lieve. Infeltrito, il Curato si sprimacciò il pelo e prese a sinistra, risalendo pigro verso la piazza. Nel fragore di tuono che seguì, arrivò davanti alla casa del Soavi e di nuovo s’arrestò. Un refolo di luce si faceva largo attraverso gli scuri, già serrati a quell’ora presta. Dall’interno, s’insinuò tra gli stipiti un lamento lungo e il pianto delle donne lì riunite. Insieme alla Nilde, la comare dei buchi che girava di casa in casa con il vetro e l’ago nella latta, c’erano Elsa e Maresa, le figlie grandi. Avevano tirato giù la saracinesca del forno all’ora di pranzo, a bottega per quel giorno non sarebbero tornate. Elide, la smemorata moglie del Soavi, girava per casa ciabattando che pareva una sonnambula. «Un pasticcino, un confetto» chiedeva non si sa a chi, mentre apriva a turno madia e credenza, l’armadio e i cassetti tutti del trumeau. Poi si fermava ad attizzare il fuoco e tornava a cercare qualcosa per addolcire il trapasso del vecchio. L’odore di spirito e acqua di colonia pizzicò il naso del Curato. Prima di lui doveva essere arrivato il condotto. Il gatto s’arrucciolò sul primo gradino e lì rimase fino a che la coltre di buio non fu tirata via dall’impertinenza del mattino. Solo allora, quando il dottore si scambiò di posto col prete e l’aria s’impregnò d’incenso, fece ritorno a casa.

«Alla buonora» disse Limetta prima di sversare un altro secchio d’acqua sulla soglia imbrattata d’impronte. Il Curato la seguì in casa, prese dalla ciotola due linguate di bianco e, sfiancato dalla nottata, si mise a dormire non lontano dalle braci del camino.
Il venerdì successivo presto presto prese a grattare la porta di casa. Limetta si alzò e gli mandò un colpo. «Che ti pigliasse un accidente! Già a quest’ora sei di turno?» Girò la chiave e scostò l’uscio quel tanto per permettergli di sgusciare fuori. «Già sei storpio, non mi tornare peggio» si raccomandò mentre la bestiola s’allontanava trascinando la zampa sinistra.
A Rimedio c’erano i cani, giravano in branco, prima solo col buio, ma negli ultimi tempi capitava di incontrarli a tutte le ore. Capitava pure che dal fitto del bosco si facesse largo un cinghiale. Con le automobili pericolo non se ne correva, erano in pochi a circolare. Il farmacista, che era pure il condotto, guidava un’utilitaria, c’era la motoretta del postino e l’Ape che scarrozzava Trivulzi al podere, oltre a sparuti automobilisti di passaggio che s’attardavano alla pompa di benzina o parcheggiavano sotto i platani per recarsi a piedi al corso per i tabacchi, le cartoline e il caffè al vetro.
Limetta tirò fuori una sedia e l’appoggiò al muro. Poco dopo la raggiunse l’Iva. «È già partito?» chiese mangiandosi le mani.
«Purtroppo, sì».
«Di nuovo?»
«Così pare. Pochi ne siamo, in meno resteremo», che era poi la frase che pronunciava ogni volta che il Curato prendeva per via.
Era ottobre avanzato, e Liberti era sceso al campo per vestire la vigna di verderame. Le foglie s’erano mezze accartocciate per chissà quale malanno e sperava di porvi rimedio. Suo figlio s’era arrampicato sul fico per tagliare certi rami che battevano contro il casotto degli attrezzi, e intanto Silvana, tra le zucche dell’orto, saggiava se i gobbi s’erano già inteneriti nell’incarto. Fu la prima a vedere il Curato. «Madonna santissima!» le scappò di bocca e si portò subito dopo una mano a coprire.
«Che farnetichi, Vana?» disse Liberti scostandosi il fazzoletto che gli copriva a mezzo la faccia.

In cima all’albero, il figlio sembrò vacillare. «Via, bestiaccia! Sciò sciò!» Agitò le mani che per poco di nuovo non cadeva. Silvana si fece il segno della croce, per scaramanzia Liberti fece sparire la destra sotto la cintola dei calzoni. Il figliolo stava per fare un balzo e scendere, ma poi cacciò un urlo che pareva il guaito di una bestia. L’Alberta, sua moglie, era rimasta a casa e bruciava di febbre dal giorno prima. «Vai» lo aveva pregato al mattino con un filo di voce. «Prendi aria. Staremo bene».
Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.
Suo padre bussò che appena rischiarava. I rami bisognava tagliarli prima che il vicino tirasse fuori lo schioppo. Era stato gentile l’ultima volta, ma lo conosco, è uno che tante volte alza il gomito, dà di matto. «Dorme male da quando è allettata, alla mamma basta che respiro che eccola: “Franchi’, sei tu. Taglia quei rami. Di notte, col fitto del silenzio, sbattono forte».
E sia, si era detto Ubaldo tirandosi dietro la porta. Ora che il Curato era lì e lo fissava gramo, fece uno zompo e, senza aggiungere altro, corse a scapicollo fino a casa.
Quando Limetta lo vide tornare, tirò un sospiro. «Chi se n’è andato stavolta?» disse mentre si incollava la sedia per riportarla all’interno.
«Te ne rientri?» strillò l’Iva dalla finestra.
«Tu sei bella che salita» rispose Limetta a mezz’uscio.
«A chi sarà toccato stavolta?»
«Cosa vuoi che ne sappia. Il Curato non parla».
Il gatto, finito di pulirsi le zampe di lingua, s’apprestò a seguirla all’interno.
«Poveri noi, domani sapremo».
«Io alla messa non vado più. Il Curato ce l’ho in casa» disse Limetta e rientrò.
Il giorno dopo l’Iva bussò allo scuro che erano da poco passate le sette.
«Non vieni, allora?»
«No che non vengo, sono stufa delle prediche. Hai saputo niente del morto?»
«Non ancora. Penso al vecchio Alfieri. Dopo passo e t’aggiorno».
«La vita sua l’ha bella che fatta» disse aprendo del tutto gli scuri. Il Curato ne approfittò e saltò di nuovo fuori. «Pochi ne siamo, in meno resteremo» concluse Limetta alla vista del gatto.
«Signore benedetto! Eccolo, ve’, che riparte» e mentre il gatto s’incamminava pigro verso una nuova benedizione, l’Iva si segnò il petto.

Dissonanze ballardiane nella poetica dei This Heat

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Di This Heat - https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163717554

di Stefano Spataro

Desincronizzazione permanente

C’è un piccolo controllo sul retro delle vecchie televisioni analogiche: horizontal hold (“controllo di frequenza orizzontale”). Serve a stabilizzare l’immagine sullo schermo. Quando fallisce, l’immagine rolla, scorre in un loop verticale infinito, sempre visibile ma mai ferma. Vedi la scena ma non riesci ad agganciarla, a sincronizzarti con essa. L’informazione arriva, ma il tuo sistema di ricezione non può processarla. I This Heat registrano esattamente questo malfunzionamento. Horizontal Hold è musica impossibile da stabilizzare. Ogni volta che il cervello cerca di costruire un pattern, di afferrarne il ritmo, di aggrapparsi alla melodia, il brano slitta via senza sincronizzazione. Il suono rotola su sé stesso come l’immagine TV difettosa, passa e ripassa ma sempre sfasato, sempre irraggiungibile.

Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato esattamente questo: un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Vietnam trasmesso in diretta ma percepito come “sfondo mentale”. Kennedy assassinato, Oswald ucciso due giorni dopo in diretta televisiva. La realtà è una trasmissione difettosa; sai che sta succedendo qualcosa di cruciale ma non riesci a sincronizzarti con l’evento. Il cervello non tiene il passo. Nei suoi romanzi descriveva questa condizione: la velocità autostradale che rende illeggibile il paesaggio, il trauma che fa slittare la percezione temporale, la tecnologia che procede più veloce della capacità umana di elaborarla. Il mondo come istituto psichiatrico squilibrato, non perché abitato da pazzi, ma perché è il sistema stesso di percezione a essere guasto.[1]

Horizontal Hold traduce questa condizione in forma sonica. La chitarra attacca, poi deraglia. Il synth emerge, poi affonda. Il ritmo si stabilizza per diverse battute, poi perde aderenza. Complessità musicale e impossibilità di ancoraggio percettivo. Il brano mima il malfunzionamento del tuo apparato ricevente. Se Testcard era il vuoto organizzato, il sistema in stand-by perfetto, geometrico, efficiente, Horizontal Hold è il pieno che cerca disperatamente di organizzarsi e fallisce continuamente. La macchina che tenta di allinearsi con sé stessa ma non ci riesce mai del tutto. L’immagine continua a scorrere, l’informazione continua ad arrivare, ma tu resti lì, incapace di fermare il flusso.

Ballard localizzava questa condizione nello “spazio interiore”.[2] I This Heat ne fanno la struttura stessa del suono: una civiltà che ha perso sincronizzazione con la propria realtà. L’horizontal hold che non tiene è il sintomo preciso. Non riusciamo più ad agganciare il presente. Possiamo solo guardarlo rotolare via, frame dopo frame, sempre leggermente fuori fase, sempre mal trasmesso.

Il brano finisce senza concludere. L’immagine continua a rollare da qualche parte, in qualche schermo, in qualche frequenza. Il controllo è rotto. Non si aggiusterà.

Termodinamica del collasso

Il nome stesso della band è una trappola termica. This Heat non indica la temperatura ambientale ma uno stato di emergenza climatica permanente. Ballard aveva costruito la sua cosmologia su due poli: il mondo sommerso dall’acqua (The Drowned World) e il mondo prosciugato dalla siccità (The Drought). Non sono scenari opposti, ma la stessa catastrofe vista da angolazioni diverse. In entrambi i casi, la liquidità della civiltà che evapora o straripa.

I This Heat del primo disco abitano quella stessa instabilità termodinamica. Not waving è una trasmissione dal liquido amniotico, un rifiuto di nascere nel mondo materico. La voce affoga nel riverbero, il suono cola come condensa su vetro. Non vuole solidificarsi in forma. Ballard l’avrebbe riconosciuto subito: la regressione psichica verso l’ambiente originario, il grembo-oceano dove la coscienza può finalmente dissolversi. La strumentale Water conferma quest’attitudine.

L’idea di cold storage – la cella frigorifera adibita dal trio a studio di registrazione – è l’allegoria del ribaltamento di questa polarità: congelamento, ibernazione, la promessa criogenica del futuro che non arriva mai. Ballard scriveva di corpi cristallizzati in stasi temporale; i This Heat del freddo che conserva, che congela il trauma. Il suono è ghiaccio opaco, frequenze sotto zero che bruciano quanto il fuoco.

La climate fiction ballardiana non riguardava mai soltanto il clima, ma anche la psiche che collassa insieme all’ambiente. Anche nel più recente Millennium People i personaggi benestanti innescano rivolte domestiche non per disperazione, ma per noia entropica: hanno bisogno del calore della distruzione per sentirsi ancora vivi. I This Heat misurano la temperatura corporea di una civiltà in delirio.

Acqua che sommerge, caldo che brucia, freddo che conserva cadaveri. Ballard e i This Heat condividono la stessa ossessione: gli stati di transizione. L’accento è sul momento del passaggio, il soffocamento della morale, la terra riarsa bagnata dalle prime gocce di una pioggia di là da venire, la condensazione vetrosa della natura. È lì che la realtà si rivela costruzione instabile. È lì che il suono dei This Heat ti trascina, in quello spazio liminale dove non sai più se stai annegando o evaporando. C’è solo ciclo termico senza uscita. Il caldo genera vapore, il vapore condensa in acqua, l’acqua congela in ghiaccio, il ghiaccio si scioglie in acqua. E ricomincia. Climate fiction sonica: non il racconto della catastrofe, ma la sua frequenza perpetua.

Non c’è domani
Annegare, non fluttuare.
Annegare nell’oceano. Annegare nel liquido amniotico, non volerne uscire.
Acqua.
La realtà come una forma incapsulata dell’ambiente in cui abbiamo vissuto in precedenza e a cui restiamo aggrappati come embrioni riluttanti.
Non salvateci.
La circolazione si ferma.
Acqua che ti congela fino al midollo.
Impara ad amare l’acqua, fino a emergere alla luce brillante del sole archeopsichico interiore.
L’acqua ti amerà come se non ci fosse un domani.
Il legame con il futuro, fino a quel momento tormentato da tanti dubbi ed esitazioni, è ora assoluto.

Geometria dell’occupazione domestica

Ballard immaginava il futuro come il paesaggio lunare, spigoloso, geometrico, privo di ornamenti. Uno spazio dove l’isolamento sarebbe diventato libertà; la libertà di stare soli davanti alla televisione, lontani dalla folla rinascimentale delle piazze. Un deserto climatizzato dove ogni oggetto avrebbe svolto un ruolo estetico preciso, stilizzato, necessario.[3]

I This Heat mostrano cosa accade quando questa geometria viene militarizzata. Nel testo di Twilight Furniture, l’arredamento domestico diventa arsenale. Penna stilografica e calibro .35 sono sinonimi. La macchina da scrivere si carica come una Tommy gun. Il telescopio preme su un occhio bendato – strumento ottico o mirino? Ogni superficie, ogni angolo, ogni mobile è simultaneamente funzione domestica e tattica militare. La fissione nucleare, cantano alla fine, è nostra amica. Dobbiamo stringerle la mano. Nella stanza vuota, spigolosa, efficiente, resta solo questo: il patto con la tecnologia che ci sorveglia mentre finge di servirci.

Ballard parlava di bambini autistici ipersensibili ai contorni delle stanze, che entravano in panico se una poltrona veniva spostata. In The Atrocity Exhibition, Traven si chiede se l’angolo tra due pareti ha un lieto fine. Per lui – e per l’autore – è una domanda seria; la realtà come costruzione mentale che può sgretolarsi in qualsiasi momento, rivelandosi scenografia inutile.[4] Nei This Heat la risposta è netta: no. L’angolo è il punto cieco, il settore non coperto dal proiettore, lo spazio dove si nasconde il nemico. La geometria domestica non è neutra, è già campo di battaglia. Il coprifuoco inizia alle dieci, il cessate il fuoco termina a mezzanotte. Lo spazio privato ballardiano, quella stanza vuota, lunare, dove finalmente stare soli, è già sotto assedio.

24 Track Loop costruisce esattamente quello spazio lunare promesso: ripetizione meccanica, angoli retti, superfici metalliche. Il loop gira su se stesso come un dispositivo di sorveglianza instancabile. Non c’è melodia, solo architettura sonora, un ambiente che ti contiene, ti misura, ti controlla. Il suono del loop ti ipereccita. Ogni variazione minima diventa trama e trauma. Il nastro gira identico per sei minuti ma tu non ti abitui mai, sei in allerta permanente, in attesa della detonazione. L’ambiente stesso è diventato frequenza ostile.

Ballard sosteneva che le persone cercassero la propria psicopatologia come via d’uscita dalla noia, che volessero rompere i mobili, scatenarsi, entrare in uno stato di rabbia come scimpanzé stanchi di masticare ramoscelli.[5] I This Heat registrano il momento successivo: i mobili sono già rotti, già trasformati in strumenti bellici. La rabbia è mutata in sorveglianza permanente.

Il pezzo finisce senza concludere, il loop semplicemente si interrompe, ma sai che continua da qualche altra parte, in un’altra stanza, in un altro nastro. La geometria lunare promessa da Ballard è qui, ma non porta libertà. Solo isolamento armato, ogni angolo un possibile fronte, ogni mobile un potenziale complice.

Decomposizione e cristallizzazione

Al di là del riferimento storico, Diet of Worms evoca disturbanti immagini alimentari. Chi mangia chi? I vermi mangiano il cadavere o il cadavere si nutre di vermi? Ballard aveva scritto del gigante annegato sulla spiaggia, corpo colossale colonizzato da parassiti e curiosi. La decomposizione come spettacolo pubblico, la carne morta che attira le folle, anche se per brevissimo tempo. Il brano strumentale procede per infiltrazioni, suoni che si insinuano come larve sotto la pelle della composizione, divorandola dall’interno. Non c’è melodia da seguire, solo processo organico di disfacimento. Il suono si autofagocita, si nutre della propria struttura fino a restare scheletro.

In Music Like Escaping Gas c’è il contatto ballardiano più chiaro: “datemi gli strumenti del desiderio / progettati per incendiare la mia faccia”. È The Atrocity Exhibition condensato in due versi, la richiesta esplicita di violenza tecnologica come unica via d’accesso al sentire. La nazione che ottiene le nuvole che merita, idrogeno, nitroglicerina, monossido di carbonio. Non inquinamento passivo ma chimica del desiderio, l’atmosfera come arsenale che abbiamo scelto consapevolmente. Ballard mostrava atrocità come eventi estetici: incidenti d’auto, assassinii presidenziali, esplosioni nucleari trasformate in installazioni mentali. I This Heat sublimano l’atrocità in arte. Il suono-cilindro-filtro-pompa che eroga veleni mentre cantiamo preghiere silenziose per ottenerli.

Rainforest chiude il cerchio. Ballard aveva scritto sia del mondo sommerso dall’acqua sia della foresta cristallizzata, la natura che si mineralizza, diventa geometria morta, superficie riflettente. I This Heat sovrappongono le due catastrofi in un unico brano, in una foresta pluviale che si configura come archivio sonoro del collasso. Il patchwork di nastri, charleston frantumati, piatti esplosi è solo apparentemente caos, ma è piuttosto stratificazione geologica. Ogni layer sonoro è un’era differente compressa nello stesso istante: la foresta che cresce, si indurisce e rifulge di luce. I loop di chitarra sono liane sonore che si avvolgono su se stesse, soffocano, si pietrificano.

Nel Crystal World di Ballard il tempo si ferma, la foresta diventa museo di se stessa, ogni foglia un diamante, ogni insetto un gioiello immobile. Ma continua a esistere, intrappolata nella propria perfezione mortale. Rainforest è il suono di quella trasformazione: la vita organica che collassa in pattern minerale, il battito che diventa ritmo meccanico, il respiro che si fa frequenza atemporale. Il noise ultra-denso è compressione di tutte le foreste possibili, quella sommersa, quella bruciata, quella congelata, quella cristallizzata, quella interiore, suonate simultaneamente. Ballard ti faceva scegliere quale catastrofe visitare. I This Heat te le scaricano tutte addosso in tre minuti di crollo sedimentato.

Alla fine resta solo il riverbero, lo spazio vuoto dove la foresta esisteva, ora cristallizzato in eco perpetuo.

Anche i vermi si sono vetrificati.

Trasmissioni dalla catastrofe amministrativa

La guerra come intrattenimento domestico. Ballard lo aveva capito: il Vietnam non era un conflitto geografico ma uno spettacolo elettrico consumato in diretta dal salotto di casa. La violenza tecnologica non disgustava, eccitava. Dieci anni di cinegiornali serali avevano trasformato la catastrofe in sfondo mentale, in tappezzeria psichica.[6] I This Heat registrano il momento della caduta con la precisione di un sismografo: il drone funebre che apre The Fall of Saigon è la frequenza residua, quello che resta nell’etere quando l’ambasciata si svuota. Il suono avanza lento, narcotizzato, atonale, una nausea fredda che non cerca risoluzione. Nel testo, qualcuno cucina il gatto dell’ambasciatore. Poi mangia la televisione, la poltrona, il telefono, il polistirolo. Cannibalismo della civiltà. L’Occidente che divora i propri residui, i propri elettrodomestici, i propri schermi. Ballard l’avrebbe chiamata autodigestione mediatica; quando la realtà diventa indistinguibile dal suo simulacro televisivo, cosa resta da consumare se non il dispositivo stesso?

La chitarra scava solchi irregolari sulla superficie del drone, come unghie su una lavagna. Il ritmo ostinato sembra mettere ordine, insieme alla melodia dei cori, ma questo non preserva dalla cupezza generale del brano, che in sé suona come passi in ritirata ed elicotteri sovraccarichi che faticano a sollevarsi. L’evacuazione – quella vera, quella storica – fu un atto di selezione brutale: prima tutti, poi solo gli americani. La vita vietnamita pesata contro quella statunitense, trovata più leggera. I This Heat trasmettono questo bilancio, il calcolo freddo, la nausea burocratica.

Ballard sosteneva che la guerra soddisfacesse bisogni precisi. Che fossimo tutti combattenti grazie alla copertura televisiva. Che dovessimo essere onesti riguardo al fascino di quegli eventi.[7] I This Heat lo sono. Il brano non denuncia, non piange, non protesta, abita lo spazio psichico della catastrofe, ti tira dentro, ti ci lascia crogiolare.

Quando il pezzo finisce non c’è sollievo. Solo il ronzio dell’amplificatore, il rumore di fondo che continua dopo lo spegnimento. La guerra è finita ma la frequenza rimane. Continueremo a trasmetterla – e a riceverla – forse per sempre.

Torna il vuoto organizzato della Test Card.

Note

[1]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’: J.G. Ballard on The Atrocity Exhibition”. In S. Sellars, D. O’Hara (eds.), Extreme Metaphors. Interviews with J.G. Ballard 1967-2008, London, Fourth Estate, 2012. (Edizione digitale).

[2]     Cfr. J.G. Ballard, “Which Way To Inner Space?”, New Worlds n.118, 1962, pp. 2-3; 116-118.

[3]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday without Really Trying”. In Extreme Metaphors, cit.

[4]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’…”, cit.

[5]     Cfr. “2006: Toby Litt. ‘Dangerous bends ahead. Slow down’: J.G. Ballard on Kingdom Come”. In Extreme Metaphors, cit.

[6]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday…”, cit.

[7]     Cfr. “1970: Lynn Barber. Sci-fi Seer”. In Extreme Metaphors, cit.

Ombre dell’autenticità

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[Questo saggio fa parte di un volume collettivo curato da Maria Borio e Laura Di Corcia, dal titolo: Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca, Mimesis, 2026. Esso raccoglie saggi di taglio teorico e storico, scritture di poetica e interventi di critica letteraria. Il progetto è nato da un questionario che ha coinvolto diverse voci ed è stato diffuso in rete grazie a Le parole e le cose e la stessa Nazione Indiana.]

Scrivere nell’epoca dell’individualismo digitale

di Andrea Inglese

 

Dell’articolato e denso questionario proposto da Maria Borio e Laura Di Corcia, ho selezionato alcuni spunti, che mi hanno permesso di ritornare in modo più organizzato sull’argomento centrale dell’autenticità e delle forme letterarie a esso associate. Essendo stato elaborato da due poetesse, il questionario ha messo in prima piano la poesia, ma l’ottica proposta da Borio e Di Corcia ha proficuamente fornito alle loro domande un’apertura di campo che tocca questioni anche d’ordine narrativo, oltreché filosofico, sociale e politico. Ho quindi io stesso, nel mio intervento, mantenuto questo intreccio di molteplici prospettive. E allo sguardo del poeta, ho affiancato quello del romanziere e del filosofo.

 

Il romanzo al di là del realismo tra tardo moderni e post-moderni (Kiš-Volodine e Beckett-Coover)

Secondo alcuni, con l’attentato dell’11 settembre 2001 e il trauma collettivo che ne è conseguito, almeno per il mondo occidentale, sarebbe suonata la campana a morto del “realismo” romanzesco e delle sue poetiche. Il XXI secolo si sarebbe inaugurato all’insegna di una realtà che non solo supera la finzione, ma la rende definitivamente sorpassata. Secondo altri, invece, si è imposto un richiamo alla serietà del “reale”, del “referente”, che in Italia è sfociato sul dibattito intorno al “New Italian Realism”.

Rispetto a considerazioni di questo tipo è importante precisare un punto. Ben prima dell’attentato dell’11 settembre, era chiaro per alcuni di noi che l’immagine di un mondo pacificato e di una storia giunta al suo culmine evolutivo, grazie a un capitalismo universalmente accolto in ogni angolo del pianeta, erano fasulle. La prima guerra del Golfo e le guerre nella ex-Jugoslavia avevano già annunciato, in realtà, che il collasso dell’Unione Sovietica e dei suoi Stati satelliti non avrebbe aperto un periodo di pace e prosperità per il più gran numero di esseri umani. Chi guardava agli eventi, senza aver preso per buoni i ritornelli sulla fine delle ideologie, si rendeva conto che l’offensiva neoliberista, nata con Thatcher e Reagan, si stava consolidando, con l’obbiettivo di mettere brutalmente in discussione il compromesso tra capitale e lavoro, realizzato nel Secondo Dopoguerra.

Tale precisazione non vuole liquidare la questione del realismo. Ma le tesi di Maurizio Ferraris e di Walter Siti “sull’impossibilità delle poetiche del realismo e della fiction”, citate da Borio e Di Corcia, non credo siano esclusive del XXI secolo. La crisi del realismo attraversa per certi versi tutto il Novecento[1]. Non solo, ma intorno a tale nozione si addensano diversi equivoci, che durano ancora tutt’oggi. Ma se guardiamo cosa dice Brecht nella seconda metà degli anni Trenta, appare chiaro che il realismo è una forma d’arte e di letteratura che combatte innanzitutto una visione ideologica, mistificata, della realtà. In un intervento del 1938, leggiamo: “D’altro canto, le opere che non mettono in luce nessun lato nuovo della realtà difficilmente sono grandi opere realistiche: nessun realista si accontenta di ripetere ciò che già si sa; ciò significa esser privi di un vivo rapporto con la realtà” (Contributo pratico al dibattito sull’espressionismo, corsivo mio). In altri termini, secondo Brecht non è “realista” ciò che conforta un’immagine della realtà ampiamente condivisa e costruita secondo il punto di vista della classe dominante. Vi è un moto innovativo e distruttivo nelle poetiche del realismo, che le rende paradossalmente vicine sia a certe sperimentazioni moderniste che a certe distruzioni avanguardistiche. Ma Brecht era un comunista, e il suo realismo implicava una forma di critica sia della società sia delle leggi profonde che la strutturano. Ciò non toglie che tutta una serie di autori e autrici del secondo Novecento, proprio in ragione di “un vivo rapporto con la realtà” a loro contemporanea, hanno messo in discussione anche i presupposti politici ed epistemologici del realismo brechtiano.

In Volodine in Italia e la questione dei generi, un saggio apparso sul sito “alfabeta2” nel 2016 (non più accessibile), mettevo in luce il filo conduttore che unisce uno scrittore tardo moderno come Danilo Kiš (esordio negli anni Sessanta) e uno post-moderno come Antoine Volodine (esordio negli anni Ottanta), entrambi ossessionati dal problema di come scrivere “finzioni” dopo Auschwitz, Hiroshima e i Gulag. (Non solo i poeti, insomma, si sono misurati con la crisi del loro “genere” di fronte all’estrema disumanizzazione degli eventi storici.) Danilo Kiš affronta la questione in modo esplicito in La lezione d’anatomia (Čas anatomije, 1978), pamphlet e saggio di poetica romanzesca ancora inedito in Italia. Kiš riprende un aforisma di Borges – “La forma moderna del fantastico è l’erudizione” – e lo riformula secondo una diversa “politica della letteratura”. In sintesi, per Kiš la forma moderna del fantastico è l’archivio. Ciò va inteso, però, non nel senso incontestabile e assai diffuso, secondo cui il romanziere lavora spesso su documenti, inserendo la sua immaginazione nelle pieghe oscure degli eventi storici. Come Manzoni c’insegna, non vi è in questo atteggiamento nulla di inedito. L’interesse della tesi di Kiš sta tutto nell’ossimorica tensione tra “fantastico” e “archivio”. Leggiamo un passo decisivo di Lezione d’anatomia (mia traduzione dall’edizione francese del 1983, pp. 64-65).

Lo scrittore, nella maniera di concepire i suoi eroi, non ha più come scopo d’interpretare le loro azioni grazie alla chiave psicologica della trasgressione del divieto o del rispetto della morale, ma tenta piuttosto di raccogliere, come fa Truman Capote nel suo libro A sangue freddo, la massa di documenti e di fatti la cui combinazione frenetica e imprevedibile produce un massacro insensato, nel quale entrano indifferentemente dei motivi sociologici, etnologici, parapsicologici, occulti e ancora diversi, che sarebbe del tutto vano analizzare come un tempo, dal momento che sullo sfondo troviamo il comportamento schizo-psicologico dell’uomo, una realtà paranoica, ossia fantastica: il dovere dello scrittore sta nel fissare questa realtà paranoica, di studiare grazie al documento, all’investigazione, all’inchiesta questo demente concorso di circostanze, e non di tentare, di sua propria iniziativa e arbitrariamente, di stabilire delle diagnosi e di proporre dei rimedi.

La dimensione paranoica caratterizza ormai la letteratura “post-esotica” di Volodine, così come l’archivio storico del Novecento, con le sue guerre, le sue rivoluzioni mancate, le sue istituzioni totalitarie, i campi di sterminio, le dottrine millenaristiche, fornisce la materia prima di tutte le sue narrazioni fantastiche.

Ho voluto ricordare le riflessioni di Kiš, perché credo che anticipino quelle poi diffuse all’inizio del XXI secolo. E tutto ciò è avvenuto a margine di certe mode intellettuali (“Il pensiero debole”) o di certi slogan ideologici (“La fine della storia”). La vera questione ancora oggi, allora, non mi sembra quella dell’”impossibilità della fiction”, ma dell’impossibilità di distinguere, in molti casi, narrazione realistica da narrazione fantastica, verosimile da inverosimile. I film, come i romanzi, che invece rivendicano il loro legame essenziale con “una storia vera”, vogliono essere a modo loro rassicuranti, e rinunciano a entrare in quel territorio che, supportato o meno da documenti storici, rischia di cancellare i contorni tra realtà e allucinazione.

All’asse Kiš-Volodine bisognerebbe poi associare l’asse che si costituisce tra un altro tardo moderno, Samuel Beckett (esordio anni Trenta), e un altro post-moderno, Robert Coover (esordio anni Sessanta). Anche in questo caso abbiamo il rifiuto sia di forme verosimili, coerenti e realistiche di finzione, sia di testimonianze autentiche che, in virtù della loro dimensione autobiografica e confessionale, sarebbero in grado di dare un respiro nuovo al genere romanzesco. Sono questi, però, riferimenti assai alieni al contesto italiano. Difficile trovare una riflessione di narratori o poeti riguardo a questa eredità. D’altra parte, tutto ciò che, nella nostra narrativa, è tangente a quelle esperienze, è stato sia premurosamente imbalsamato dagli studiosi universitari sia vigorosamente ignorato dalla maggior parte degli odierni scrittori: Morselli, Malerba, Volponi, Manganelli, il Sanguineti e il Di Ruscio narratori, oltre a tutta quella tribù di autori editi nella collana rossa della Ricerca Letteraria, per Einaudi. Ma si potrebbe citare anche una narratrice “anomala” come Marosia Castaldi o chi, come Cavazzoni, assume ancora oggi una strategia umoristica, basata più sulla deformazione che sulla rappresentazione realistica degli eventi. Non pretendo minimamente in queste poche righe di delineare panorami plausibili del contemporaneo, ma constatare che il partito preso anti-realistico (antimimetico), in Italia, se davvero esiste, ha rimesso al centro l’immediatezza dell’esperienza individuale (la vicenda vera) o la storicità delle biografie (la vicenda documentata). L’obiettivo, però, di sfuggire agli stereotipi della finzione attraverso i “fatti realmente accaduti” forniti dal “referente”, non garantisce minimamente quella penetrazione nelle oscurità dei comportamenti umani e nel caos degli eventi storici, che invece è il portato della migliore letteratura narrativa e romanzesca.

Per quanto riguarda la poesia, le esperienze più interessanti si muovono in direzione opposta rispetto alle tendenze della narrativa. Ci sono dei poeti che sentono o hanno sentito la necessità di uscire dal paradigma lirico, ossia dal legame forte che l’enunciato poetico si presume abbia con l’enunciatore reale. Questo legame, ovviamente, non è neutro e mobilita tutta un’ideologia dell’enunciato, del soggetto che ne costituisce l’origine e dell’atto comunicativo poetico. E se il concetto di “autenticità” ha un’applicazione in poesia, essa riguarda in modo privilegiato quegli autori che s’inscrivono nel paradigma lirico, ossia nella linea dominante del genere poesia nel corso del Novecento. Al di fuori del paradigma lirico, l’opposizione tra “autentico” e “inautentico” perde grandemente il suo carattere morale. Allo stesso modo, il riferimento a esperienze dirette, vere, intime non offre garanzie di rilevanza maggiori rispetto a esperienze indirette, ipotetiche, estranee. Ma su questo punto, tornerò meglio più avanti.

 

Trauma e invenzione. Su di un progetto romanzesco.

Se torniamo all’ambito del genere romanzo, è innegabile che la “letteratura come menzogna” oggi piace meno, convince meno, anche quando si pretende di giungere attraverso l’immaginazione romanzesca a una maggiore comprensione delle persone e del mondo. Alla verità espressa per il tramite di personaggi immaginari si preferisce l’autenticità di un resoconto che si presenti come reale. Confesso che questa tendenza rimane per me in parte enigmatica. Innanzitutto è un fatto paradossale se si guarda alla politica editoriale dominante. Siccome ciò che si vende, secondo gli editori, è il genere “romanzo”, allora qualsiasi cosa deve essere ridotta a “romanzo”. Questo significa che la storia “autentica” che uno racconta in prima persona, “basata su fatti realmente accaduti”, deve comunque presentarsi in libreria come “romanzo”. Diventa per altro impossibile contrapporre il realismo romanzesco della “vecchia” fiction con le scritture narrative dell’autenticità. Il problema è che, nell’uno come nell’altro caso, rischiamo di trovarci di fronte a forme di rappresentazione stereotipate e a significati preconfezionati che vengono a coronare lo scioglimento dell’intreccio. Per me la scelta di un genere come il romanzo si pone su di un piano diverso. Esso riguarda innanzitutto il rapporto tra la vicenda individuale e quella collettiva e il modo in cui il caos della storia si manifesta su scale differenti di eventi.

Dopo aver scritto due romanzi (Parigi è un desiderio, 2016 e La vita adulta, 2021), sono impegnato nella sfida di scriverne un terzo, che vorrebbe trattare della mia infanzia. Per certi versi, una tale scelta mi situa sul terreno dell’autenticità: la narrazione riguarderebbe qualcosa di “realmente accaduto”. E c’è qualcosa in quei “fatti realmente accaduti” che costituisce un vero interesse per me dal punto di vista letterario: ho avuto un’infanzia anomala, costellata di situazioni traumatiche. Queste situazioni traumatiche, proprio perché vissute in prima persona e perché aberranti, esigono per me la serietà e la responsabilità di una forma di testimonianza. La motivazione che mi guida è quella tipica di chi ha avuto esperienze traumatiche: bisogna uscire dal silenzio e rivelare certi fatti agli altri, bisogna mettere nel linguaggio certi eventi che, anche su un piano collettivo, si fanno fatica a vedere, si fanno fatica a descrivere e, in definitiva, si fanno fatica a capire. Proprio quest’ultimo aspetto, mi sollecita però a posizionarmi su di un terreno che non sia solo quello della testimonianza “fedele”. Tutte le zone opache della vicenda, irrimediabilmente opache, chiedono di andare oltre l’autenticità, oltre la testimonianza, chiedono un lavoro dell’immaginazione e dell’invenzione, così come chiedono il distacco umoristico. Il trauma è un’esperienza mancata, che non riesce a produrre significato, così come la violenza sociale che l’ha provocato non trova una ragione una motivazione legittima. Un trauma è un buco nel tessuto (auto)biografico, ed esige quindi un lavoro d’immaginazione, di creazione, di finzione.

Se considero, invece, la poesia, mi è del tutto chiaro che i componimenti in versi, per quanto mi riguarda, non sono adeguati a trattare un soggetto così intimo e problematico. Si tratta di una forma troppo rigida, perentoria, scorciata, per entrare nella complessità e pluridimensionalità di certe situazioni, di certi eventi. Per altro, da un punto di vista più generale, quello che m’interessa nelle scritture nate nel campo poetico o in prossimità di esso è precisamente un movimento di abbandono degli ideali espressivisti e del paradigma lirico in cui s’inseriscono. Questa fuoriuscita dall’orizzonte lirico avviene innanzitutto con un distacco, uno sfasamento, tra l’enunciato poetico e il presunto soggetto d’enunciazione, che inevitabilmente si tende a identificare con l’autore reale del libro di versi. Questo distacco non è di genere puramente finzionale: non si tratta di far parlare un personaggio fittizio (la ragazza Carla) al posto dell’autore reale. Si tratta di fare entrare nell’enunciazione una serie di flussi linguistici dallo statuto incerto, in cui l’opposizione autentico-inautentico, ad esempio, non funziona più come criterio selettivo. Questo procedimento è riconducibile al concetto di non-assertività. Non lo tratterò, qui, in poche righe, ma è senz’altro una delle proposte teorico-concettuali più interessanti, per analizzare scritture che sono fuoriuscite o mai entrate nel paradigma lirico, pur posizionandosi in prossimità con il campo poetico da un punto di vista puramente sociologico (case editrici, riviste, iniziative collettive, ecc.).

 

Ascesa e declino degli ideali di autenticità

Borio e Di Corcia hanno sollevato, grazie a un riferimento al filosofo canadese Charles Taylor, una questione che sembra situarsi persino a monte delle loro preoccupazioni “letterarie”. Alludo al destino degli ideali espressivisti e di autenticità nella società contemporanea, a cui un individualismo estremo avrebbe fornito un’interpretazione caricaturale. L’individuo non subirebbe più la violenza dell’atomizzazione sociale, come si diceva un tempo, ma la cavalcherebbe convinto, facendo della propria singolarità l’orizzonte ultimo di ogni suo interesse.

Di questi temi specifici mi sono occupato con una certa assiduità in una vita precedente, quella dello studioso che si è mosso, durante gli studi del dottorato, a cavallo tra teoria della letteratura e filosofia. Il mio direttore di tesi è stato il filosofo francese Vincent Descombes, amico e interlocutore dello stesso Taylor. L’esito di questo lavoro di ricerca è un volume intitolato L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalle confessioni al solipsismo uscito nel 2003 (collana “trame”, Dipartimento di letterature comparate, Università di Cassino). Già nel titolo risuona la constatazione di Borio e Di Corcia: vi è un’evoluzione, o un’involuzione, da indagare rispetto alle pretese espressive (autobiografiche) dell’individuo moderno. Per quanto mi riguarda, il terreno privilegiato di questa indagine è stato il rapporto tra le forme discorsive letterarie e quelle extraletterarie, nella costituzione di un paradigma narrativo dell’autenticità.

L’autenticità è connessa con la nascita dell’autobiografia moderna (radicalmente diversa dalle scritture del sé precedenti), ossia con Jean-Jacques Rousseau. Ma con Le Confessioni di Rousseau non nasce solo un genere letterario “nuovo”, che per altro feconderà in modo irreversibile la storia del romanzo moderno dall’Ottocento in poi, ma nasce anche un modello narrativo che, stratificandosi e complicandosi nel corso degli anni, diventerà una componente importante dell’ideologia individualistica, soprattutto nella fase della modernità[2]. Dalla modernità in poi, l’individuo occidentale (e il personaggio-uomo che lo segue o precede come un’ombra) ha subito una progressiva – la chiamo io – tentazione del solipsismo. Sulla tendenza dell’individuo novecentesco e occidentale – oggi possiamo aggiungere: maschio e bianco – a concepirsi sciolto da ogni appartenenza, eredità, lingua comune, si è scritto molto. Norbert Elias è stato l’autore che ha fornito forse la descrizione più compiuta di questa sorta di “patologia” nel suo saggio del 1987 La società degli individui. In quell’occasione, egli formula il concetto di homo clausus. Un membro delle società moderne aspira, raggiunto un certo grado di socializzazione, a elaborare un percorso che lo individualizzi, che lo distingua cioè dagli altri e dia valore a tratti singolari della sua persona. In questo processo, però, egli corre il rischio di spezzare il legame con la società in cui vive e con il mondo di significati condivisi. Tutto questo ha anche a che fare con il concetto di “autenticità”.

Nel corso del Novecento l’autenticità si presenta come una nozione ambivalente: da un lato essa nasce per rivendicare l’autonomia morale dell’individuo nei confronti dei valori collettivi, dall’altro finisce per presuppore e sacralizzare un percorso d’individualizzazione che non solo implica un mandato sociale, ma anche si rivela come inevitabilmente accidentato, e quindi esposto a fallimenti, errori. Charles Taylor ha utilizzato il concetto di self-expression per parlare del modello moderno della soggettività, che vede per la prima volta nella storia l’individuo impegnato in un lavoro di “espressione di sé”. Ed è qui che la nozione di autenticità entra in gioco: l’individuo, nella scelta di occupare un posto nel mondo storico-sociale che lo circonda, deve rimanere comunque fedele à sé, a certe sue particolarità, a certe sue inclinazioni. Il suo destino non è più determinato (unicamente) da modelli eroici, appartenenze di gruppo, norme trasmesse. Il paradosso di questa situazione, che Taylor però sottolinea sempre, è che l’espressione di sé implica la mediazione attraverso il linguaggio, e non può avvenire che nel linguaggio, se vuole essere accolta, compresa, riconosciuta dalla collettività. L’espressione di sé presuppone quindi un lavoro espressivo, che avviene attraverso il linguaggio comune o eventualmente altri tipi di linguaggio, come quello artistico o musicale. Non esiste quindi una singolarità del soggetto già data prima di questo lavoro, una qualche esperienza interiore o un qualche vissuto individuale che precede ogni atto di comunicazione e condivisione. La singolarità, allora, è frutto di un impegno, di una creazione, e come tale essa può riuscire oppure no, può persuadere gli altri oppure no. Questa incertezza sugli esiti del lavoro espressivo – e si consideri a questo proposito tutta la parabola degli scritti autobiografici di Rousseau – è ciò che rende l’espressione di sé una scommessa, un rischio, una serie di tentativi, che possono avere successo, ma anche esiti fallimentari o addirittura tragici.

La letteratura moderna è diventata un terreno privilegiato per vagliare ed esplorare questi ideali “espressivisti”, e quindi un terreno privilegiato anche per inscenare, a seconda dei casi, percorsi autentici oppure inautentici. Quello che è accaduto nel corso del secondo Novecento, però, è la comparsa di una singolarità considerata come un dato acquisito, come presupposto; oggi, addirittura, ognuno è chiamato a produrne prove sempre maggiori e sempre più rassicuranti, in contesti ibridi tra la sfera privata e quella pubblica, come nel caso dei social. Nel novecento, l’espressione di sé era considerata un ideale esigente, sia sul piano politico che letterario e artistico. Comportava scelte forti, rischi e sacrifici. Con il nuovo secolo, l’espressione di sé è un dovere-diritto per tutti; il mercato, le piattaforme elettroniche, persino i media generalisti non sollecitano altro che prove di singolarità. Ma stavolta sono spariti i cammini tortuosi e incerti attraverso cui si conquistava l’autenticità. Ognuno è chiamato alla prestazione, bisogna sbandierare il proprio sé come un prodotto attraente e caratteristico. Siamo passati, come ho già scritto altrove, da un regime dell’espressione di sé (lavoro sul linguaggio e sugli enunciati), al regime di promozione di sé (lavoro sui canali di comunicazione e sui segni di sé – sul proprio logo autoriale/autobiografico).

Questo cambiamento di regime dovrebbe, come lamentano molti, implicare una perdita di qualità delle opere letterarie o artistiche? Non credo. Penso che continuino a esistere opere valide e sorprendenti. Il problema è semmai un altro: vi è tutta una produzione di singolarità più o meno “riuscita”, più o meno “convincente” con cui siamo confrontati a tutti i livelli, e in cui siamo anche coinvolti intimamente, nel doppio ruolo di produttori e consumatori. Noi abbiamo bisogno di emettere prove di singolarità intorno a noi, e nello stesso tempo ne siamo anche i destinatari. Ovviamente la tentazione del solipsismo è oggi favorita ulteriormente dalle piattaforme digitali. “I confini del mondo”, dice il solipsista, “sono i confini del mio mondo”. E la filter bubble, in cui ognuno è comodamente sistemato grazie al servizio di selezione prodotto dagli algoritmi, non fa che rafforzare questa tentazione. Ma sarebbe interessante considerare anche le forme di “solipsismo di gruppo”, che è ben rappresentato dai terrapiattisti, dai negazionisti climatici, e da altre forme del cosiddetto complottismo. In molti casi, frammenti degli ideali espressivisti si trovano nei loro discorsi: alla menzogna sociale, bisogna contrapporre la verità, che il piccolo gruppo d’individui coraggiosi è in grado di cogliere.

 

Gli individui non nascono individualisti, ma lo diventano (in una data società)

Il paradosso dell’individuo nella modernità consiste nell’obbedire a quello che è un’ideale sociale. Esso può essere formulato in due modi: uno monco e oscuro, e uno completo e intelligibile. La formulazione monca sarebbe la seguente: “sii te stesso”. La formulazione completa: “sii te stesso rispetto agli altri in un dato contesto sociale”. Se qualcuno mi esorta, senza fornirmi nessun contesto specifico, ad essere me stesso, ovviamente non so neppure da che parte cominciare. Se qualcuno, invece, di fronte a un mio disagio nell’interpretare un ruolo sociale (quello di padre, di insegnante, di marito, di consumatore, ecc.), mi esorta a essere me stesso, vuol dire che sta lanciandomi una sfida a cui non è detto che sappia rispondere.

Tale paradosso è al centro di un magnifico saggio di Descombes del 1987, Proust. La philosophie du roman (Minuit). In questione non è la poesia lirica, come genere “confessionale” per eccellenza, ma la Recherche in quanto romanzo autobiografico (anche se potremmo applicarle retrospettivamente la categoria di autofiction). Per Descombes, come per altri filosofi come Cornelius Castoriadis o Ferruccio Rossi-Landi, l’ideologia della nostra società è individualistica ma la sua struttura profonda è olistica[3]. Se vogliamo allora comprendere l’enigma moderno dell’espressione di sé non possiamo pensare che riguardi dapprima l’individuo, e che poi cerchi sul piano dell’intersoggettività un terreno di verifica nel confronto con gli altri, con la società nel suo complesso, con qualche significato universale. Bisognerebbe, quindi, riconoscere almeno due cose: 1) l’individualizzazione (il lavoro “morale” di espressione del vero sé) si situa a una certa soglia del necessario percorso di socializzazione dell’individuo empirico; 2) il mandato “morale” di individualizzarsi non è una decisione sovrana dell’individuo, in quanto gli viene appunto dal tipo di società occidentale e individualistica in cui vive. A ciò bisogna aggiungere una dimensione che ho già evocato. Se quanto detto in precedenza è vero, allora significa che l’espressione di sé non può essere giudicata dal semplice individuo che la realizza (ricadremmo nella prospettiva solipsistica), ma deve affermarsi attraverso una negoziazione sociale, una sfida per il riconoscimento, a partire da un “luogo comune”, in cui ognuno può situarsi. (Il “luogo comune” è la seguente domanda: chi sei al di là delle attribuzioni sociali?) In questa relazione per il riconoscimento tra l’individuo e la società, o tra soggetti minoritari e soggetti maggioritari, il linguaggio ha un ruolo decisivo, e quindi la letteratura stessa. Ma come Descombes mostra a proposito della Recherche: ripudiare le appartenenze e le identificazioni sociali, implica un lavoro espressivo arduo e radicale; al successo mondano Proust oppone la paziente, solitaria e incerta creazione di un’opera letteraria.

 

Ideologia della lirica e soggetto poroso

Oggi la “singolarità”, il “vero sé” hanno mutato di statuto. Sono merci tra le altre, sono prodotti da esibire, anche nella forma più elementare, ripetitiva e stereotipata, sulle piattaforme digitali, nelle azioni sportive, negli stili di vita, quindi la poesia è confrontata a un nuovo contesto, a un nuovo orizzonte. Tale situazione corrisponde all’avvento di quello che io chiamo soggetto poroso, un soggetto in cui è davvero difficile distinguere cosa è proprio e cosa non lo è, cosa è autentico e cosa no, ciò che viene dall’esterno, dalla società, e ciò che viene da sé, dalle proprie inclinazioni irriducibili. Chi si occupa dell’impatto attuale delle nuove tecnologie, delle varie applicazioni dell’intelligenza artificiale attraverso gli algoritmi, ad esempio, fa un enorme fatica a distinguere soggetto da oggetto, volontà da automatismo, intimità da estraneità. Proprio nelle nostre bolle digitali, là dove rischiamo l’accusa di solipsismo, di narcisismo, di autoreferenzialità, l’estraneo già agisce in noi, oscuro e inavvertito: preseleziona le informazioni, le organizza, modella le nostre reazioni emotive, ecc.

Secondo l’ideologia della lirica, il soggetto poetante soffrirebbe di una fondamentale dicotomia, che oppone esperienza individuale e linguaggio comune. All’interno del paradigma lirico, l’esperienza individuale è vista come una forza centripeta (autentica), che spinge verso il sé autentico, e il linguaggio comune, ossia il discorso ordinario che si articola attraverso le situazioni della vita di tutti giorni, assume il ruolo di forza centrifuga (inautentica). Secondo questo schema, il conflitto principale si pone tra il discorso poetico (linguaggio al servizio del vissuto singolare) e il discorso comune (linguaggio al servizio della collettività). Fin da subito, insomma, s’instaura una gerarchia che fa del discorso poetico una sorta di super-discorso, rispetto a quello della vita ordinaria, dove si utilizzerebbe un linguaggio di serie B, inautentico, vuoto, ossificato, ecc. Ora da dove salta fuori il super-discorso, con tutte le sue componenti? Non certo dalla vergine interiorità del singolo, ma dal bacino dell’eredità letteraria: forme, figure retoriche, metafore, organizzazione metrica o ritmica, ecc. E il soggetto si costituisce inevitabilmente sotto l’influsso di questa duplice eredità: lingua letteraria e lingua comune. L’inautenticità, quindi, si situa a livello di entrambi gli affluenti del soggetto: lingua letteraria e lingua comune, entrambe intessute di componenti ideologiche, che inevitabilmente sono in parte inconsapevoli. Quando si parla di ricerca letteraria, d’innovazione e rottura formale, si parla di uno sforzo per mettere a distanza entrambe le eredità, che premono sul soggetto che scrive. Questo, si dirà, avviene in tutti i casi. La poesia “moderna” in definitiva richiede proprio questa attitudine. L’innovazione formale, la presa di distanza, si misurerà allora sugli esiti che questo processo ha avuto nell’opera. Quello che mi sembra rilevante nel campo poetico contemporaneo (in Italia e altrove), è la presenza di pratiche di scrittura che, pur rifacendosi alla poesia da alcuni punti di vista, assomigliano molto poco alla raccolta di testi in versi, a cui ci ha abituato il genere lirico novecentesco. Ma bisogna subito precisare che la lirica, pur essendo stato il genere dominante della poesia novecentesca, non è stata l’unico genere. Ancora oggi la maggior parte degli studi accademici sull’argomento fanno fatica a integrare non tanto delle inevitabili tendenze “anti-liriche”, ma pratiche ben distinte, come la poesia sonora, la poesia visiva, la poesia concreta, la poésie-action, la poesia concettuale, ecc. Si è relegata all’eccezione fornita dalle avanguardie e dalle neo-avanguardie tutta una produzione, che in realtà ha continuato, pur essendo extra-canonica, a irrigare ogni ambito della poesia, anche quello più tradizionale e lirico.

Concludo con un riferimento personale alla postura del soggetto entro una cornice lirica e una scrittura confessionale. Commiato da Andromeda (Valigie Rosse 2011 e 2022) sarebbe, in principio, uno dei mie libri più apertamente confessionali e lirici. È un prosimetro, il cui tema è una catastrofe amorosa, la conclusione violenta e sofferta di una storia d’amore. La presenza della prosa elude piuttosto che temperare con una dimensione narrativa la cornice lirica. In effetti, la prosa si pone al servizio innanzitutto di un saggismo “furioso”. E qui interviene la prima rottura rispetto al modello “confessionale”. Per raccontare un evento intimo, per esprimere la sofferenze che mi ha provocato, ho scelto un diaframma estraneo, ossia un mito greco (Perseo e Andromeda) espresso da un pittore rinascimentale (Piero di Cosimo). All’interno di questo diaframma già composito risuonano poi ulteriori elementi legati alla cultura pop contemporanea. Il mito greco e le sue versioni pittoriche rinascimentali sono divenute così occasione di esegesi della rottura amorosa, attraverso un processo d’ibridazione testuale, che ha mescolato prosa ecfrastica, saggio sull’arte pittorica, trattato umoristico sull’amore, e ovviamente testi sia allegorici che lirici. Questo “pluralità disordinata” delle forme è nata in virtù di una diffidenza nei confronti, appunto, della postura confessionale. È nata per aggirare le tentazioni dell’autenticità, e per controbilanciare gli enunciati che hanno una forma lirica. In Commiato da Andromeda, però, non si è trattato solamente di sbandierare lo slogan avanguardistico: “il linguaggio non è trasparente”. Ho voluto – ho dovuto – mostrare che anche l’amante ferito non è trasparente. E questo in un duplice senso: l’amante in questione è inevitabilmente affabulatore (e affabula a partire dalla sua identità di maschio etero) e gli eventi più intimi e traumatici hanno bisogno dell’altro da sé, hanno bisogno della più “remota esteriorità” per rendersi anche solo in parte leggibili. All’opacità assoluta della catastrofe amorosa si sovrappone l’opacità relativa di una superficie pittorica creata alcuni secoli fa. Solo attraverso questa triangolazione è possibile dire qualcosa al lettore su di sé e sulla propria esperienza.

 

Note:

[1] In una relazione del 1974, tenuta a un Convegno sul Neorealismo, il critico Gianni Scalia dice: “Il dibattito “secolare”, che dico?, bimillenario, non termina, anzi si riassume e si esplica, si rende esplicito “dialetticamente”. La realtà è produzione, unità di soggetto e oggetto, essere e pensiero, ragion e storia. Ma comincia con Marx (“ogni inizio è difficile”) la critica della “realtà” come “feticcio”, reificazione”. In Gianni Scalia, Signor capitale e signora letteratura, Dedalo Libri, Bari, 1980, p. 202.

[2] Nozione che io uso nella specifica accezione che ne dà da Marshall Berman nel suo ormai classico saggio del 1982, L’esperienza della modernità (trad. it., il Mulino, 1985).

[3] In termini più precisi Descombes, riferendosi ai lavori di Marcel Mauss e di Louis Dumont (ma anche di Castoriadis), parla di olismo strutturale. Tale concezione nega tutte le fantasie di costruzione di un ordine sociale sul modello del contratto e dell’incontro intersoggettivo tra coscienza già formate. In ogni società una totalità di senso è data attraverso le istituzioni prima delle singole significazioni. In altri termini, impiegando i concetti del secondo Wittgenstein, quando entro in società (in seguito alla nascita), le forme di vita e i giochi linguistici sono già lì ed è solo assumendoli, facendoli miei, che io posso misurare la mia autonomia ed eventualmente contestarli o inventarne di altri.

*

Immagine. Dettaglio di Sun Yuan et Peng Yu: “Old peoples home”.

I poeti appartati: Pablo Andrés Rial

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Cinque poesie dal libro Costretto a viaggiare

traduzione in italiano di Simona Adivíncula

 

1.

Mia madre è morta
in un giorno come oggi
un giorno come un altro qualsiasi
poteva essere
un lunedì
un mercoledì
o una domenica d’estate
d’inverno o di primavera
in un’ora come un’altra qualsiasi
potevano essere
le quattro del pomeriggio
mezzogiorno
o le tre del mattino

Quando mia madre è morta
ho coperto la sua casa di fango
ho inondato la sua stanza
e anche il suo giardino
ho strappato i fiori
che curava con tanto amore
ho bruciato la tovaglia
su cui cenavamo
e ho rotto le porte
ho portato via i suoi cani
e li ho nutriti

è stato un giorno come oggi
un giorno come tanti
che non è mai esistito
e che non potrò dimenticare.

*

Mi madre murió
un día como hoy
un día como cualquier otro
podría haber sido
un lunes
un miércoles o un domingo en verano
invierno o primavera
en una hora como cualquier otra podrían haber sido
las cuatro de la tarde
las doce del mediodía
o las tres de la madrugada.

Cuando mi madre murió
cubrí su casa de barro
inundé su habitación
y también su jardín
arranqué las flores que tanto cuidaba
quemé el mantel
donde cenábamos
y rompí las puertas
me llevé a sus perros
y les di de comer

fue un día como hoy
un día como cualquiera
que jamás existió
y no podré olvidar.

2.

Mi emozionano le capitali,
i fedeli che fumano
e il vino.

Mi emozionano le mance sui tavoli,
la mia camicia arrotolata,
i violini che interpretano Vivaldi,
gli inviti che mi restano lontani,
il materasso sottile del mio letto,
la cortesia dei brindisi
in tempi di guerra.

Mi emozionano le mie mani
che si salvano con me
quando scrivono.

*

Me emocionan las capitales
los feligreses fumando
y el vino.

Me emocionan las propinas en las mesas
mi camisa arremangada
los violines interpretando a Vivaldi
las invitaciones que me quedan lejos
el colchón flaco de mi cama
lo cortesano de los brindis
en tiempos de guerra.
Me emocionan mis manos
salvándose conmigo
cuando escriben.

3.

Da mesi
aspetto una buona notizia.

Che qualcuno me la porti
e mi dica
“ho una buona notizia per te”
e io sorrido e gli rispondo
“sapevo che sarebbe arrivata, lo sapevo”.

E che quando se ne va
pianga e sorrida di nuovo
e mi senta quasi salvato
dai pericoli.

Più leggero
meglio preparato
per ciò che
verrà dopo.

*

Hace meses
espero una buena noticia.

Que alguien me la traiga y me diga
“te tengo una buena noticia”
y yo me sonría y le conteste
“sabía que iba a llegar lo sabía”.

Y que cuando se vaya
llore y sonría de nuevo
y me sienta casi como salvado
de los peligros.

Más liviano
mejor preparado
para lo que
después venga.

4.

Sei morta
guardando dalla finestra
io sono seduto
dietro di te.

Fuori
si vede sempre lo stesso albero
– un salice –

La tua sedia ora è vuota
ma tu sei ancora lì, morta
guardando dalla finestra
dove ora c’è solo
un cortile di cemento.

*

Estás muerta
mirando a la ventana
yo estoy sentado
detrás tuyo.

Afuera
se puede ver el mismo árbol de siempre
-un sauce

Tu silla ahora está vacía
pero vos seguís ahí muerta
mirando a la ventana
donde ahora solo hay
un patio de cemento.

 

Nora e noi genitori

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di Claudio Bagnasco

Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un ace noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, Lucia ha gli occhi della tigre.
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un ace, Nora, ancora un ace, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.