Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.
A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.
I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.
E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.
Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.
Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.
14 aprile Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
15 aprile La staffetta (Federica Grasso, 2000)
16 aprile Il canto (Sean Ashmore, 1993)
17 aprile Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
18 aprile Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
19 aprile Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
20 aprile Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
21 aprile Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
22 aprile Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
23 aprile Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
24 aprile Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
25 aprile Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)
“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.
Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.
Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.
Buone letture e buon anniversario della Liberazione.
Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.
[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.
Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.
Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.
La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.
Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.
Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:
I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.
Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).
(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)
La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti – e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”. In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”
(San Francisco, 1870).
Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? – per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.
Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine – la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.
È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.
Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.
In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.
Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.
Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari – “They travel and travel, they spy and spy!”- e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.
Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).
Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.
Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.
L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.
Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)
Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.
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L’esploratore esplorato
di Giuditta Bassano
Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.
Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.
Il fascismo estetizza la politica e la guerra è la sua opera d’arte.
L’accelerazione tecnologica ha dispiegato un arsenale estetico senza precedenti.
Dopo NAZA, mi chiedo:
qual è la funzione estetica dello sterminio?
che cos’è quest’opera, accolta dalla più lunga standing ovation nella storia della mostra del cinema di Venezia?
a chi parlano le voci degli assassini?
NAZA è un film che inchioda: quando le luci ci portano fuori dalla notte di Tel Aviv e la memoria rimane inquieta su quelle immagini conclusive, sature di rovine e di lutto.
Dentro NAZA non ci sono le vittime, non ci sono i loro corpi e le loro voci.
Dentro NAZA ci sono le ombre dei carnefici che si stagliano contro le luci di una città insonne. Ombre contro il traffico, i palazzi, le case illuminate: ombre che raccontano la forma domestica dell’orrore.
Le voci cadono dall’alto: è il punto di vista di chi vede senza essere visto.
È la prospettiva dei droni che uccidono, degli schermi che indicano gli obiettivi e misurano gli effetti collaterali.
NAZA è l’interfaccia del genocidio, il filtro algoritmico dello sterminio.
Non c’è follia nella necropolitica; non c’è la forza irrazionale che alimenta un culto di morte, ma la logica crudele della gestione militare dell’esistente.
La scelta di perpetuare un genocidio ha una funzione: superare ogni limite per fare di ogni superamento la norma.
Dentro NAZA facciamo esperienza di un limite che diventa polvere, come gli ospedali e le scuole.
Un limite che si estingue, come quando uno degli assassini dice:
«Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io chi sono?».
Uomini e donne nate in un sistema culturale votato al dominio.
Uomini e donne nate dentro una macchina di distruzione e di propaganda.
Uomini e donne che il 7 ottobre hanno percepito la crepa dentro il racconto coloniale.
Un limite che si dissolve; come quando un assassino dice che si sono sentiti superati in astuzia, e ora sono molto arrabbiati.
Scrive Abdaljawad Omar: il 7 ottobre ha infranto il tessuto simbolico che reggeva alcuni tratti centrali dell’identità israeliana. Il sogno dell’invincibilità dell’esercito, il culto del sistema di difesa più sicuro al mondo, il mito dell’intelligence.
La risposta è stata una strategia dell’annientamento che stride con l’immagine di eccellenza militare.
NAZA ci mostra una politica che ha smesso di celebrare l’estetica della guerra: il campo di battaglia è un campo di sterminio.
NAZA ci parla di una potenza di distruzione indifferenziata: macchina bellica che penetra ogni telefono, immagina obiettivi, disegna le stanze degli edifici ancora in piedi.
NAZA ci parla di uno Stato dove la tattica è l’assunzione di una percentuale di errore, il massacro è strategia militare.
Satelliti, algoritmi, sensori, modelli di intelligenza artificiale che deresponsabilizzano il gesto del soldato e, contemporaneamente, realizzano la logica punitiva del terrore: uso sproporzionato della forza, distruzione di infrastrutture civili.
Come si sopravvive a tutto questo?
L’anarchia del genocidio è fatta di procedure, calcoli, avvertimenti.
Falsa coscienza degli assassini.
Come quando informano la popolazione di un bombardamento imminente, poco prima di scaricare la furia omicida.
Come quando considerano il fabbisogno minimo calorico per ogni fascia di età e sesso.
Come quando prescrivono i generi alimentari che non possono entrare.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese non è solo l’annientamento fisico. Non si può sterminare un’idea di resistenza, ma si può inchiodare un popolo nel panico.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese è dimostrare che non esiste un limite alla forza distruttiva del potere.
Forse il senso ultimo della soluzione finale nei confronti del popolo palestinese rivela la paura che si nasconde nel potere: è nel popolo che rinascono sempre le rivolte e le insurrezioni.
NAZA ci inchioda nel panico che non fa fuggire. Alla fine delle tenebre scendiamo all’inferno: la voce di un padre che cerca i figli tra le rovine, i piedi nudi delle vittime.
NAZA è la crepa che si allarga nel racconto dentro cui viviamo.
È un privilegio vivere nel mito.
La distruzione della Palestina è la distruzione del mondo.
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Immagine: Palestina di Mario Schifano (acrilico su stampa digitale su PVC, 1990)
«Mi scusi» dice, sollevando la testa verso il grosso passeggero che continua ad arrivarle alle spalle, sporgendosi sopra di lei per parlare con il suo vicino di posto, «è il settore non fumatori». Lui non le risponde nemmeno, anzi lascia apposta, le sembra, che il fumo le avvolga la testa accecandola.
«Per favore!» ripete con il suo tono più secco, ma un altro da dietro dice distintamente: «ma che rompicoglioni!»
Se ancora non ha capito cos’è la Russia, sa ormai cosa sono i viaggi per arrivarci, corse precipitose verso una nuova frontiera, anche se questi che la assediano non sono pionieri, ma tecnici di una qualche azienda, e non corrono verso il lavoro, che già hanno, bensì verso il bere molto, il molto mangiare, il sentirsi più gente di mondo, più occidentali e moderni del paese che li ospita. E il fraternizzare con le giovanissime prostitute di cui stanno fantasticando sopra la sua testa, senza risparmiarle nessun dettaglio di un rudimentale kamasutra da viaggio, convinti, si direbbe, che a loro si accompagnino grazie a robuste e virili virtù. Sanno già tutto, non c’è dubbio, l’incertezza non è cosa loro.
Quando arrivano all’aeroporto è pomeriggio. Il tempo è grigio, i loro compagni di viaggio accolti rumorosamente da sosia inquietanti. Nell’atrio un gentile Volodja in blue jeans che gli ciondolano dai fianchi magri divide per tre e distribuisce tra le signore impreviste l’unico mazzo di fiori, garofani rossi, cercati, lo sa, nei posti più improbabili, interni di stabili, baracchette che sembrano depositi di attrezzi. Lo ha seguito una volta, lui o un altro dei molti Volodja che sempre li accompagnano, alla ricerca di rose per un invito a cena. Allora le avevano trovate nell’atrio di un palazzone dove si era diretto con sicurezza. Il negozio qui sembra inessenziale.
Questo dividere i fiori davanti a loro, fiori presi direttamente da un vaso, nudi, senza carta, perché nessuno ne resti privo, le sembra un gesto di squisita cortesia, un gesto non formale, diretto a lei. È di nuovo in Russia.
Attraversano la periferia della città su un pulmino che schizza ai lati due spruzzi giallognoli di fanghiglia, fa caldo, dieci gradi sopra lo zero. L’enorme edificio dell’albergo impedisce di vedere il delta, ma dietro, nella nebbia, sente fischiare il vento che arriva dal Baltico, lo riconosce, non perché le sia già abituale, piuttosto come un rumore che la situa in quello spazio.
Accompagnata da una cameriera di cattivo umore trascina le valigie nella stanza che le hanno assegnato. Una suite a due piani con le vetrate sul golfo di Finlandia, una scala hollywoodiana, o svedese, che sale con un giro ampio, e dappertutto una moquette color senape e poltrone e divani in velluto giallo, segni di un’improbabile grandeur. In un angolo, un televisore che trasmetterà in russo, pensa, o vecchi film americani con sottotitoli in cirillico. Ma non lo saprà mai anche se per giorni, nonostante le sue proteste, un elettricista dell’albergo si ostinerà ad aggiustarlo, bussando caparbio alla sua porta.
Sul letto a sacco il lenzuolo ha un buco di sigaretta, un foro da cui con la forbice è stata tagliata via la parte bruciata, ben stirato, ma aperto, come un foro di pallottola. E dopotutto forse lo è.
Poiché li ha già visti, i monumenti della città, le residenze degli zar, i palazzi dei principi e il Nievskj Prospekt con i suoi piccoli commerci e le finestre stondate e si è già bagnata sotto i giochi d’acqua dei giardini di Pietro e ha infilato infinite volte sopra le scarpe enormi babbucce per scivolare lungo i pavimenti di legno intarsiato, questa volta non salirà nel pulmino alle ore previste per le previste destinazioni.
Non salirà? Le giovani Olghe addette alla loro cura e protezione scuotono la testa contrariate. Della vecchia Russia che non ha conosciuto pare sia rimasto questo senso della costrizione collettiva, sia pure ai piaceri dell’ospitalità. E pericoloso girare da soli, lo sa? Ci sono molti briganti, pronti a fare ai turisti cose terribili, lo sa? Lo sa, lo sa, anche a casa sua non scherzano, cerca di rassicurarle, non ha intenzione di uscire, si è portata del lavoro da fare, guarderà l’acqua da dietro i vetri e se vorrà uscire si accoderà a loro, promesso. La più giovane delle giovani Olghe scuote la testa, è delusa e lo lascia capire, è il suo primo incarico e dovrà dire a qualcuno che un’ospite le è sfuggita, è arrabbiata, anzi è furiosa, vorrebbe farsi ubbidire e non sa come. Sandra non intende evitarle questa prima sconfitta della sua giovane vita di moderna piccola russa efficiente.
Lasciandola in piedi nell’enorme atrio, gli occhioni azzurri incupiti, rientra nella sua improbabile suite, sorride alla cameriera e chiede in tutte le lingue a lei note un caffè. La cameriera sorride senza capire, come farà mitemente per tutti i giorni seguenti, accettando le mance con frenetici movimenti del capo. Si chiede come sia arrivata a lavorare in questo posto ambito, luogo di mance e privilegi, quella donna sparuta che sembra sorpresa e spaventata di essere al mondo. Lei tuttavia è soddisfatta della sistemazione. Del calore eccessivo delle stanze, delle poltrone in finta pelle, poltrone color marrone in cui si può sprofondare appoggiando i piedi sul tavolino, poltrone di svedese praticità. E soddisfatta dell’uomo col cane che vede correre lungo la riva e le dà l’impressione che questo sia il vero fronte dell’albergo, rivolto a un mondo ulteriore, e non l’ingresso mastodontico, aperto verso la città. È soddisfatta dei libri che ha sistemato sul piano della scrivania, della città che già conosce e non può più attirarla con le sue seduzioni e infine del pallido buio della sera che avanza. Starà lì, lavorando un poco, ma soprattutto abbandonandosi felicemente alla pigrizia, lontana da ogni obbligo, chiusa in questo studio giallo e marrone, silenzioso e privo di virtù, uno studio per uomini d’affari, dalla protettiva bruttezza.
Quasi distesa nella scivolosa poltrona marrone, sola nella stanza buia, sotto il cono di luce della lampada, succhia lentamente, un quadrato alla volta, le tavolette di cioccolato che ha comprato in viaggio. Fuma e legge e aspetta che qualcuno venga a prenderla per la cena. Alle sue spalle, dal golfo di Finlandia il vento si abbatte fischiando contro le vetrate.
Il giorno dopo scende a far colazione. Che gruppo? chiede sbrigativa la ragazza alla reception. Non sa qual è il suo gruppo, sempre che ne abbia uno, spiega nel suo inglese da viaggio, c’è un pulmino da qualche parte, in cui non è salita. La ragazza si illumina cupamente, dunque è lei quella che ha rifiutato il pulmino, la guastatrice, l’elemento che porta scompiglio e disturba il lavoro, e allora peggio per lei, il pulmino, le fa capire quasi con soddisfazione, mangia altrove, nessun gruppo, nessun pasto. Anche la sua collega scuote la testa con aria di compatimento.
Diventata uno scarto inutilizzabile, un avanzo che può solo far danno, rifiutata da ogni ristorante dell’albergo, trova per caso, solo perché si è persa, la cafeteria del suo piano, c’è un tavolino che blocca l’accesso, pausa pranzo, o semplicemente pausa, ma a gesti la cameriera la manda più su. E così scopre la vita parallela dell’albergo, dove le dimensioni si riducono e c’è posto anche per gli eccentrici. Negli anfratti di quell’edificio smisurato si mangia e si beve al di là delle relazioni organizzate o di gruppo, l’organizzazione retrocede e le relazioni umane si intrecciano.
Assicurate le retrovie, passa il primo giorno di volontaria reclusione leggendo Tolstoj per capire la Russia, ha questa presunzione. Perché la Russia non è come il resto del mondo, questo lo intuisce dai sorrisi vaghi, misteriosi, di compatimento, di chi ne sa più di lei. Non è ancora l’Oriente, del quale si intuiscono i primi segnali nelle facce caucasiche che incontra a volte nei corridoi, e non è più l’Occidente o, se lo è, lo è in una versione del tutto nuova e inattesa.
Visti i luoghi, ascoltate le persone, cerca illuminazione nella memoria dei russi, legge per ore, con il ritmo tranquillo di un fondista, infilando ogni tanto la mano sotto la carta lilla della tavoletta di cioccolato, e le sembra che dal tempo dei goffi e intensi tentativi di Levin per capire se stesso non sia cambiato molto, ma che tutto si sia mantenuto in qualche modo uguale, non vivo però, pietrificato, come il corpo del giovane minatore nelle miniere di Falun. Alle sue spalle sente la rete leggera dei caffè aperti, della gente che si infila nei corridoi, nelle stanze, l’energia ronzante dei loro traffici, e quando Levin va a falciare con i contadini, lei alza gli occhi e chiude il libro.
Nei giorni seguenti non scende a colazione con gli altri, si alza tardi, lavora, legge e quando ha fame mangia pane scuro e pesce affumicato alla cafeteria del piano, dove può mostrare col dito quello che vuole. Le cafeterie sembrano microscopiche mense aziendali a beneficio dei lavoratori dell’albergo, si paga infatti esclusivamente in rubli. A volte invece, improvvisamente, equivoci luoghi di incontro in cui giovanotti con magliette quasi occidentali (occidentali, si chiede, rispetto a cosa?) si chinano abbassando rapidamente la voce sulle tartine al caviale o su mezze uova rese molto barocche da ornamenti enigmatici, annuiscono con aria efficiente, si danno rapide e pesanti manate sulle spalle, si accordano. Poi di nuovo innocenti famigliole, facce patibolari, giovani prostitute. Quella che domina è però un’aria domestica, le cameriere li conoscono, sembra quasi che li conoscano da sempre, e a lei che è nuova e non ha biglietti da un rublo, il caffè viene offerto. Dalle porte esce nei corridoi un odore di mele e stanze sovraffollate. Ogni tanto si apre uno spiraglio su immobili facce russe, facce che non ha visto su nessuna rivista o giornale o televisione, e rozze facce europee, queste sì conosciute e tuttavia sorprendenti. E poi all’improvviso pallidi turisti belgi dall’aria sperduta e per bene, un ragazzo abbandonato per terra nell’atrio, senza che nessuno lo guardi. Un tedesco barcolla ubriaco strisciando la spalla lungo il muro del corridoio e parla da solo.
Le cameriere della cafeteria la trattano con gentilezza, lei sorride e mostra col dito questo e questo e questo, porta al tavolo il piatto e mangia con il libro davanti, piccola finzione per poter spiare in pace le facce intorno a sé.
Nei giorni seguenti non riesce a evitare un’ennesima favola delle tre melarance, né un balletto di grasse ballerine dalle carni bianche, che ricadono pesanti sul tavolato del palcoscenico. La Russia offre di tutto, senza discernimento, mette sul tavolo ogni genere di cose, cibi sopraffini e indigesti, con la certezza che verranno consumati. Durante l’intervallo file ordinate di spettatori con tristi abiti della domenica cercano di procurarsi un rinfresco: due caramelle offerte su un piattino, simboli di piaceri forse mai conosciuti, ritualità di eventi sociali. Anche loro avranno letto Tolstoj pensa crudelmente, dev’esser quella la loro memoria, quella a cui fanno ricorso per agganciare al vestito di tutti i giorni un merletto industriale, o per infilare sotto il golf una camicia di nylon color albicocca. Lo stesso pubblico numeroso applaude con lo stesso entusiasmo la bellissima favola delle melarance e l’informe balletto. Saranno persone diverse, pensa, dovrebbero esserlo. Eppure non ha questa impressione, le sembra quasi di riconoscere, nella fila che si muove lentamente in circolo, gli stessi volti dalle carni pallide che ha visto nei giorni precedenti in un altro teatro. Sono loro il popolo russo? Le sembra che solo qui, forse, ci potrebbe essere ancora un popolo, questa parola desueta, che le dà l’impressione di ricadere, per il solo fatto di usarla, in una specie di nostalgia per tempi più semplici che la mette a disagio.
Al bar del quinto piano merce quindicenne esposta sugli sgabelli, gli occhi vuoti e assieme spasmodicamente attenti, braccine minute, pallide e molli, un generale senso di miseria e malnutrizione. Attorno a loro, già su di loro, uomini occidentali, e qui improvvisamente non le sembra di doversi chiedere “rispetto a cosa”. Chiassosi, eccitati e quasi sorpresi. Ci sono proprio, sembrano dire, non è una fola, eccole qui. Gli abitués confermano con gli occhi, cosa vi avevamo detto? Sugli sgabelli ragazze assurdamente composte tengono le gambe incrociate e si sistemano le spalline di quelli che cercano di essere vestiti da sera, o eleganti, o forse addirittura provocanti
Nei giorni seguenti osserva affascinata la Russia che mangia.
La sala da pranzo di un albergo nel centro della città ha una sopraelevazione direttamente collegata a un office. Sono le nove del mattino e la ressa è grande. La lunga coda di gente silenziosa e determinata passa in silenzio davanti ai tavoli su cui sono esposti i cibi e accumula sui piatti polpette di carne piene d’aglio, bicchieri di latte cagliato, burro e cibi che non riconosce, fritti, dorati, grassi, e focacce e pile e pile di pane scuro e fragrante.
La cosa che più la colpisce è il silenzio. Mangiare, in questo paese in cui di recente, a un angolo di strada, una vecchia ha cercato di venderle cinque carote molli, annerite e ordinatamente disposte in fila per terra su un pezzo di carta, le sembra un’attività di impressionante importanza, un lavoro che richiede impegno e concentrazione. Capisce che le cafeterie non offrono in fondo che leggeri spuntini tra una riunione e l’altra, ha l’impressione che i digiuni siano altrettanto lunghi e concentrati, altrettanto seri e impegnativi. Sa che è difficile trovare da mangiare, forse soltanto le organizzazioni degli alberghi e dei ristoranti ci riescono. La gente che arriva fin qui, gente certamente privilegiata, che dispone di valuta o di relazioni, mangia con serietà.
A cena, di fronte a cibi che mantengono la forma dell’opulenza ma avvolgono le loro dorature su misere porzioni di carni di qualità disperante, conosce una nuova Olga, un’aristocratica personcina con un taglio di capelli sofisticato e un tailleur sorprendentemente elegante, fuori posto quasi tra quei calorosi espansivissimi russi che infatti tiene a bada con occhiate severe. Controllata e sottile, rappresenta la Russia che dovrebbe esserci, la Russia che c’è, ma per il momento si è persa. Siede con la schiena diritta dove tutti si protendono rumorosamente sul tavolo, fulmina il suo accompagnatore ormai ubriaco che si piega verso di loro baciando a turno la mano di tutti e dichiarando la sua amicizia, anzi, il suo amore. Non è così che si fa, sembra dire stringendo le labbra, lei mantiene il distacco, non li aggredisce con la sua emotività, non si aspetta nulla da loro. Bisogna non nascondere il disastro, sembra dire la sua schiena diritta, del resto è evidente, e tuttavia tirarsene fuori, dissociarsi con controllata intensità, esprimere sorpresa.
I gomiti stretti contro il busto esile, la nuova Olga si passa rapidamente la punta delle dita sulla frangia appena sfilata dei capelli, lancia un solo, secco, imperioso battito di ciglia e con scientifica obiettività spiega che sopra la Russia si è aperto un grande buco nel cielo, un buco misterioso che aspira e risucchia ogni cosa venga fabbricata e prodotta. Perché tutto viene ancora fabbricato e prodotto, ma misteriosamente sparisce. La giovane Olga, nonostante sia un’economista, non vede altra spiegazione per l’improvvisa, generale scomparsa dei ferri da stiro.
Quando il ferro di sua madre si romperà, spiega, non potranno più stirare, semplicemente questo, e lei sa che il paese trabocca, da qualche parte, di nuovissimi ferri da stiro, perfettamente efficienti, appena scodellati dalle fabbriche di ferri da stiro di cui la Russia è piena. E questo, aggiunge, vale per tutto. Poi tace e guarda il suo piatto con occhi severi, dando piccoli, diffidenti colpi con la forchetta alla coscia di pollo. E l’unica che abbia col cibo un rapporto distaccato, quasi disgustato. Per rompere il silenzio e interrompere quella manovra inquietante, Sandra si offre, nel caso la catastrofe si avveri, di procurare a sua madre un ferro da stiro occidentale. Con un gesto regale la giovane Olga abbandona la forchetta sul piatto e rifiuta. Lei si rende conto dell’errore grossolano. Ha scambiato una metafora sulla Russia per una banale necessità domestica, si merita tutto il disprezzo di quella elegante persona.
Nel silenzio che segue un tedesco ubriaco che per qualche ragione cena con loro reagisce in ritardo al nome della sua città. Venezia? chiede aggressivo. Sì, dice lei. Mafia! grida il tedesco.
Nei giorni seguenti continua a perdersi nei corridoi seguendo i turni delle cafeterie. Oltre una porta, seduti sul letto, fianco e fianco, un uomo e una donna guardano immobili il muro, facce asiatiche, in qualche modo dolenti. Di piano in piano sente voci dietro alle porte, si siede allo stesso tavolo di facce slave che la sorprendono, non ospiti dell’albergo, ma abitanti di questo sito artificiale e dotato forse di dignità territoriale. Immagina una sigla di provincia che lo rappresenti, non riesce a immaginare invece che questa gente sia di passaggio, ha l’aria di abitare qui da molto e di volerci o doverci restare. L’albergo è carissimo, lo sa, non un caravanserraglio per viandanti, ma un centro di incontri per gli affari più strani, estremamente istituzionali e insieme estremamente loschi. Un luogo privo di identità, separato, che pure accomuna tutti artificiosamente e li fa sembrare ambiguamente di casa.
A ogni piano assaggia fiduciosa polpette misteriose, addenta tartine con appiccicoso caviale rosso dalla superficie leggermente raggrinzita e asciugata per l’esposizione nelle vetrine. La cosa migliore è sempre il pane, grandi, spesse fette di pane scuro che lei spalma di burro e che nonostante tutte le suggestioni delle migliaia, dei milioni di addetti alla produzione industriale, le cui cifre sempre le vengono snocciolate per convincerla senza necessità, poiché lo è, della grandezza e importanza del paese, forse con la complicità della quotidiana lettura di Tolstoj, rendono la Russia ai suoi occhi un paese soprattutto agricolo, ancora antico, in cui qualcosa si è rotto proprio lì dove dovrebbe trovare conferma, impacciato dalla propria modernità che lo rende goffo e arrogante. Il pane russo, l’unica cosa che ancora si trova, uguale nel tempo, ancora in rassicurante abbondanza, rappresenta per lei, più efficacemente della giovane Olga, l’unione della Russia scomparsa e di quella a venire.
E forse per questo che, lasciata Leningrado per Mosca, non più accompagnati minuto per minuto dalle ansiose cure dei loro ospiti, mentre passeggiano oziosamente nelle strade della capitale, incrociando una panetteria, un vecchio negozio grande e spoglio nel quale dietro le vetrine non vede nient’altro che file di pagnotte marrone chiaro, dalla forma regolare, allineate sugli scaffali, decide di entrare e comprarne una per sé.
Entra e si mette in fila con i russi che fanno la spesa, l’uomo davanti a lei si gira a guardarla e sorride, una turista dal fornaio, ha l’aria di dire, se ne vedono di tutti i colori, lei sorride a sua volta e quando arriva il suo turno indica una pagnotta con il dito. Voglio quella, fa cenno alla commessa.
La piccola donna russa, una donna di mezza età, robusta, con solidi bicipiti sotto il grembiule, la guarda in silenzio come se non capisse. Quella, indica di nuovo lei, puntando il dito verso la forma di pane. La donna allora spinge il mento in avanti, stringe le labbra e fa un secco no con la testa, non vuole darglielo, il pane russo. La gente intorno a loro si ferma a guardare. La donna risponde allo sguardo e incrocia le braccia. La gente guarda lei, la turista, e guarda la donna che non vuol darle il pane, qui, a Mosca, dove tutti vendono tutto, e ride di entrambe.
Anche lei allora si ostina, vede un cartello con un prezzo, va alla cassa e mette il denaro davanti alla cassiera che lo prende ridendo e grida qualcosa alla donna che ancora la fissa con rabbia, dalle quello stupido pane, grida la cassiera.
Alla donna dietro il banco deve sembrare che tutti scuotano la testa e la compatiscano, perché alla fine ostilmente si gira, prende un pane e lo sbatte sul banco come se volesse far danno, lo getta lì nudo, con rabbia, come se lei, la straniera, avesse abusivamente spalancato la porta di casa sua e si fosse seduta nel suo salotto, avesse appoggiato i piedi sul suo tavolo e si fosse bevuta il suo tè.
La cassiera scende dalla predella, gira intorno al bancone, prende un sacchetto e gentilmente lo porge all’eccentrica turista occidentale perché incarti il suo pane e se lo porti via, un pane vecchio, duro e gommoso, scelto apposta per lei, come scoprirà in albergo quando cercherà di mangiarlo senza riuscirci, finendo per buttarlo nel cestino, con la sensazione di compiere un gesto empio, sprezzante, uno spreco che la donna ha previsto, che le ha attribuito con lungimirante esattezza, come non ci si potesse aspettare altro che questo e avesse cercato di limitare il danno.
Nota per Rus
All’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso sono stata più volte a Mosca e a San Pietroburgo, che proprio nel 1991 aveva cambiato per la terza volta nome tornando all’antico, grazie a un referendum popolare promosso dall’allora sindaco, Anatolij Aleksandrovič Sobčak, mentore di Putin, che aveva appena lasciato il KGB e iniziava quella carriera politica di cui oggi vediamo i frutti.
Erano gli anni della grande crisi economica, i negozi erano vuoti, il cibo circolava grazie all’economia non ufficiale, la verdura e la frutta solo nelle case dei ceti privilegiati che potevano procurarselo e in qualche nuovo ristorante georgiano appena nato. Tutto quello che era stato statale era desolatamente vuoto e abbandonato.
E poi c’eravamo noi, gli occidentali, convinti che la nuova apertura sarebbe stata l’inizio di un’era di collaborazioni virtuose, di affari reciprocamente vantaggiosi, di rapporti con una nuova Russia ansiosa di diventare capitalista, di riabbracciarci, noi che dopotutto eravamo una sua parte fraterna, l’altra Europa. Non è andata propriamente così. La Russia non era particolarmente desiderosa di copiare il nostro stile di vita, ma soprattutto non aveva nessuna intenzione di farsi portare per mano dall’Occidente laico e capitalista, aveva la sua propria secolare grandezza, il suo orgoglio di grande potenza, di Terza Roma, la sua spiritualità e la sua capacità di resistenza.
Mentre le persone intorno a me progettavano, io osservavo gli anfratti, le cose in apparenza minime, la vita che si svolgeva nei corridoi degli alberghi, e rileggendo oggi il breve racconto in cui ho descritto quei viaggi, penso che fosse tutto già lì, ben visibile, perché dietro a Putin c’era e c’è ancora oggi la fornaia moscovita.
Questo pezzo nasce da un video, dopo averlo visto ho provato una strana sensazione, che in qualche modo ha a che fare con me, con le proiezioni di me rispetto ai miei studenti e alla loro esperienza legata, alle occupazioni e le manifestazioni di questi giorni. Partiamo dal video; sono pochi minuti divertenti: è la mattina di mercoledì scorso. I ragazzi sono dentro il cortile della scuola, hanno chiuso con il lucchetto le entrate e hanno deciso di occupare e di non far entrare i professori. Nel video ci sono io che parlo con i miei alunni e ridendo dico loro: “Ma come farete senza di me che vi spiego Dante! Fatemi spiegare Dante!” Il video finisce con noi che ridiamo e io che dico: “Lunedì prossimo, canto III del Purgatorio” (ho poi mantenuto la promessa).
Se penso a quel video, adesso, provo una sensazione come di rimorso, mista a una sorta di pudore, come se fossi un ospite indesiderato.
Come molti docenti ho vissuto i giorni della scorsa settimana non tanto come insegnante, ma come educatore dei ragazzi, che hanno deciso di mettere in atto un’occupazione; ci sono stati momenti di svago e leggerezza (quello che ho raccontato ad esempio); altri invece sono stati di profonda tensione, altri di confusione, di incomprensione e con gli alunni e con gli altri membri del corpo docente.
L’occupazione nella mia scuola è stata pacifica, nessun danno alle cose, in un clima abbastanza sereno, ma forse per questo, forse in virtù di questa tranquillità, ho potuto guardare alcune dinamiche dall’interno, che mi pare di non aver letto da altre parti.
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Parto da una breve testimonianza di una mia alunna che era alla manifestazione di venerdì. Stamane, mentre camminavo in corridoio, lei mi raggiunge, mi prende sotto braccio e mi dice: Prof, venerdì ci hanno caricato. Ho visto, dico, come stai? Bene, fa lei, i lacrimogeni non sono piacevoli, mi sono spaventata, però sono riuscita coprirmi gli occhi. Hanno usato anche gli idranti? Eh prof, sì, però. Però cosa?, le chiedo. Però un po’ di casino per farli innervosire l’abbiamo fatto. Pausa mia. Ci sta vero, prof? Ci sta, le ho detto.
Quando l’ho vista andare verso la sua classe, dentro di me ho tirato un sospiro di sollievo, perché le cose potevano mettersi male, ma infine spero che questo sia per lei un primo passo verso una riflessione sul suo agire politico e/o sociale. Oppure temo che non sarà così, mentre la vedo di spalle, inghiottita dai compagni che escono per l’intervallo.
Appena elaboro questo pensiero, mi rendo conto che nutro nei suoi confronti una sensazione vaga, l’idea che in questi quattro anni lei mi sia sfuggita, che non sia riuscito a comprenderla del tutto, mi lascia una certa amarezza.
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Ora in questi giorni, appunto, mentre stavo fuori da scuola a parlare con i ragazzi, mi è capitato di leggere diversi articoli, diversi documenti, diverse descrizioni dei ragazzi, e così mi sono deciso di parlare dei miei.
Ho letto diverse testimonianze che raccontavano le attività delle occupazioni, alcune volte scritte di prima mano da colleghi. Leggevo con una gelosia crescente di come gli alunni avevano prodotto documenti, fatto assemblee, in cui avevano avviato confronti. Certo, mi dicevo, questo avviene in licei più politicizzati del mio, quelli in centro, o quelli con un certo nome, ma noi a Mirafiori Sud siamo più “maranza”, poco inclini al ragionamento, immuni dall’impegno politico, monadi sociali e egoistiche che non hanno idea di comunità. Siamo una realtà in cui si teme e nel contempo si desidera essere branco, dai “miei” insomma non ci si aspettava un comunicato e/o assemblee.
Bisognerebbe, poi, chiedersi se sia un bene che abbiano scritto comunicati e interrogarsi su come li abbiano scritti. Per curiosità ne ho letti alcuni, e ho pensato che quelle parole erano solo una versione più presentabile, più giornalistica, dei miei alunni. In realtà, nel disimpegno dei miei così come nei comunicati degli altri, si può leggere facendo bene attenzione il progressivo svuotamento degli organi e luoghi deputati al confronto e alla politica nella scuola; un esempio tra i tanti, in questi anni ho visto la figura del rappresentante di istituto trasformarsi da agitatore di idee politiche a organizzatore di prom e di eventi di fine anno (una parabola perfettamente berlusconiana: dove il politico è colui che organizza “feste galanti” e dice “barzellette” perché è simpatico).
Qualche collega potrebbe obiettare: invidia? (di solito gli alunni del vicino sono sempre più bravi dei nostri). Qualcun altro potrebbe dire che sono io a non averli saputi preparare, e ci sta: è una riflessione che prendo sul serio. Ma ho letto quei comunicati, e vi chiedo: avete fatto caso alla lingua in cui sono scritti? È una lingua stantia, che sa di Novecento: stessi periodi, stesso lessico, stesse istanze dei nostri comunicati di allora. Ci si lamenta di un sapere nozionistico, lontano dal vissuto reale dei ragazzi, e lo si fa con parole di un’altra epoca. L’unica differenza è il femminile sovraesteso.
*
Torniamo alla mia scuola. Nei giorni dell’occupazione gli alunni non hanno interrotto il dialogo con alcuni docenti, spesso le loro domande potevano riassumersi così: Ecco abbiamo occupato, ma ora cosa dobbiamo fare? Alcuni miei colleghi hanno provato a guidarli: mail, messaggi audio su telegram o whatsapp in cui spiegavano come si fa un’assemblea, come si produce un documento, come organizzare tavoli di lavoro.
Io sono stato invece contrario a tutto questo. Io volevo osservarli, capire dove e se sarebbero andati da qualche parte. Non è mio compito dare senso alla piattaforma delle loro rivendicazioni. Se una volta passata la fase di euforia iniziale – viva l’occupazione, riprendiamoci la scuola etc etc! – ci si trova a non saper come riempire questa scatola vuota, chiedendosi “cosa dobbiamo fare?”, significa che qualcosa di ben più interessante sta per accadere. Quando ci accorgiamo che la nostra protesta ha come fondo il nulla, cosa ce ne facciamo? Questa domanda è per me interessante.
Il nichilismo, l’ospite inquietante per dirla non Nietzche, non invitato, si presenta così davanti a cancelli chiusi della scuola, tuta sintetica dai colori acetati, capellino, borsello palesemente contraffatti, suona per entrare e partecipare alla occupazione. Così noi docenti e alunni lo incontriamo.
I ragazzi si sono trovati senza una idea precisa per fare ciò che facevano. Certo c’erano le parole d’ordine, c’erano i documenti che altre realtà condividevano, c’erano le piattaforme di rivendicazione scritte alcune con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e altre con l’ausilio del prof di filosofia, ma, come dicevo, i miei studenti sono disabituati a tutto questo, e questa disabitudine ha prodotto una sorta di miracoloso disvelamento, che nei loro compagni delle altre scuole non è arrivato altrettanto repentino e lucido.
In quei giorni, parlando con loro, mi pareva sentire queste parole: “Noi agiamo non per qualcosa, neppure contro qualcosa, noi lo facciamo, perché a guardare dentro la nostra vita, dentro ai giorni, agli impegni, ai legami di amicizia e di banda, alla famiglia, alla società, guardando dentro a noi stessi, troviamo nulla.”
Il nichilismo, che contraddistingue i miei alunni, è un nichilismo attivo, nutrito da una rabbia che non fa particolare differenza tra assaltare una libreria, un negozio di scarpe o una profumeria, è una rabbia che cela il desiderio di lasciare un segno, ma insensato. Mai come in loro il nichilismo si presenta così in purezza: non c’è mai nelle loro riflessioni un senso, non esiste una idea parziale di futuro: non c’è una visione, spirito di palingenesi e rinnovamento. Quando parlo con loro, e ci parlo continuamente, perché mi prendo cura dei loro percorsi di vita e di studio per come e per quanto posso, rimango stupito dalle loro parole, dove anche grammaticalmente, il futuro è abolito.
Eppure, come posseduto dallo stesso paradosso di cui pare nutrirsi questo scritto (Sei a loro favore? Sei contro di loro?), io penso che questo nichilismo sia più utile dei trattati di sociologia che vorremmo che leggessero; più utile della letteratura che vorrei amassero; questa nullificazione della loro vita è in qualche modo la molla per buttare all’aria tutto, compresi quelli come me.
*
Venerdì, nella mattinata, quando l’occupazione era giunta alle fasi conclusive ho chiesto loro: quando tutto sarà finito cosa farete? Prof, mi hanno detto, torneremo a scuola. Fine? Fine.
Come se tutto ciò che era accaduto (l’occupazione, la manifestazione, i lacrimogeni, la polizia, le cariche) non avesse lasciato segno. Il loro nichilismo è un nichilismo di chi non vuole giocare ma rovinare il gioco agli altri. Così li ho guardati, infine, seduti in palestra alcuni, altri fuori nel campo da calcio, altri a camminare per i giardini, e mi sono sembrati tanti piccoli Joker, ma sono nuovamente io a proiettare, a domandarmi cose, che a loro non interessano, dovrei leggere loro questo pezzo che sto scrivendo? Che mi direbbero? Sarebbe sensato?
In loro io vedo qualcosa di radicale, che ci spinge a domande radicali. Per questo, forse, quando leggo gli articoli o le testimonianze dei colleghi in cui si descrivono i ragazzi manifestanti come bellissimi e pieni di sguardi rilucenti sul futuro, provo fastidio. In quegli articoli, forse anche in questo?, non stiamo descrivendo gli studenti, ma stiamo descrivendo noi, proiettando in essi la malinconia della nostra generazione, la quale non ha quasi mai avuto il coraggio di arrivare a questo strato profondo di niente. Siamo troppo educati, troppo colti, troppo rispettosi, non violenti, con le mani bene in alto, in segno di resa, mentre veniamo picchiati.
I miei alunni sono poco colti, poco educati, poco “belli”, non sono neppure disperati o annoiati, sono semplicemente tanti nulla che per un attimo trovano una comune forma di vicinanza. Sono furbi e cinici, sanciscono la fine dei progetti, delle assemblee, delle forme di rappresentanza così come le abbiamo immaginate, obliterano la vita politica: producono il nulla, ce lo gettano in faccia.
Noi adesso li vorremmo aiutare, educare, scrivere in vece loro i comunicati, noi che li guardiamo come fossero che la nuova meglio gioventù, ma in realtà li temiamo, perché a loro di noi e del nostro non interessa nulla.
Sono tanti particulari, tanti nulla particulari che guardano al futuro come allo scroll dei telefoni, alla corsa sul monopattino, ai soldi guadagnati con lavoretti di poco, al pomeriggio a farsi il taglio dal barbiere. Consegnano la loro vita, né esaltante né deludente, al nulla.
Potrebbe sembrare che il loro nichilismo sia negativo, distruttivo, eppure se lo guardo, se provo a guardarlo anzi, mi pare che quel nulla sia un luogo, nel quale i miei alunni riescono a trovare qualcosa. Sembrano passivi, perché siamo abituati pensare al nulla come qualcosa di immobile. Per loro, in verità, è una oscura forza di movimento, così mi domando se i miei maranza o se la mia alunna, che cammina per i corridoi, un giorno, annoiandosi durante una lezione di filosofia, si troveranno a dar ragione a Sartre e all’idea che il nulla corrisponda alla libertà, e a stupirsi di come loro l’abbiano messa in atto.
Per questo motivo li guardo ammirato, affascinato dal loro stesso nulla, e vorrei che la mia generazione, che ha avuto come unico compito l’autodistruggersi, li guardasse con lo stesso stupore: tutto era più semplice di quello che credevamo.
Così torno al sentimento che ho provato dopo aver visto il video, e a quel disagio, preoccupazione, sentimento di inquieta cura, verso la mia alunna che veniva ingoiata dal corridoio e spariva con gli amici, ecco è l’invidia. Invidio i miei alunni per essere giunti lì, dove noi ci abbiamo solo sperato, ma mai creduto.
Quella che segue è l’introduzione (non completa) di Gianfranco Bologna alla traduzione de “Il grande mito” di Naomi Oreskes e Erik M. Conway, pubblicata dalle Edizioni Ambiente (2025) nella collana “Connessioni”, diretta dallo stesso Bologna, Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia; il libro ha una prefazione di Massimo Polidoro
Naomi Oreskes ed Erik Conway, due autorevoli docenti di Storia della scienza e della tecnologia, rispettivamente alla Harvard University e alla Purdue University, ben noti a livello internazionale anche per il loro famoso libro del 2010 Mercanti di dubbi, ristampato recentemente in questa collana, ci offrono uno studio chiaro e affascinante che approfondisce in maniera dettagliata quello che viene ritenuto il grande mito dell’umanità, il mito della “magia del mercato”. Un mito perseguito nel tempo con grandi capacità di convincimento e di formazione di classi dirigenti a questo fortemente fedeli.
Oreskes e Conway analizzano in maniera molto attenta e documentata lo straordinario sviluppo di questa narrazione negli Stati Uniti, e preferiscono definire più precisamente questa “magia” come “fondamentalismo del mercato”.
Fanno presente quanto questo mito si sia sviluppato come una convinzione quasi religiosa, “secondo la quale il modo migliore per affrontare i nostri bisogni – che siano economici o di qualsiasi altro tipo – è di lasciare che i mercati facciano il proprio dovere, e di non affidarsi ai governi”. Inoltre, ricordano che i fondamentalisti del mercato considerano il “Mercato” come se fosse un ente unico a sé stante, capace di grande saggezza, sottolineando quanto sia importante, per farlo funzionare al meglio, lasciarlo libero e senza regolamentazioni al fine di mantenerlo il più possibile indisturbato e imperturbato.
E scrivono: “Il fondamentalismo del mercato non è solo la convinzione che il libero mercato sia il mezzo migliore per gestire un sistema economico, ma anche l’idea che rappresenti l’unico sistema che, in ultima analisi, non distrugge le altre libertà. È la certezza che la libertà economica abbia il primato non solo nel generare ricchezza, ma anche come baluardo della libertà politica, ed è la convinzione che i mercati esistano al di fuori della politica e della cultura, tanto da rendere logico il sostenere che vanno lasciati ‘da soli’”. Ovviamente, il fondamentalismo del mercato ritiene che i governi non siano affatto in grado di migliorarne il funzionamento o di essere più capaci a gestirlo, perché la loro funzione tende invece a ostacolarlo, e per questo motivo è bene che siano guidati da questa autentica “magia”.
Ernst von Weizsacker e Anders Wijkman in un interessante rapporto al Club di Roma2 ricordano in questo modo la nascita nel 1947 della Mont Pelerin society, scaturita in un incontro organizzato presso il centro termale svizzero di Mont Pèlerin proprio allo scopo di promuovere il libero mercato; questa struttura è diventata un baluardo di tale visione economica richiamata in questo libro di Oreskes e Conway. I due scrivono: “Coloro che promossero il modello del libero mercato estremo si incontrarono a Mont Pèlerin, nei pressi di Vevey, un paesino della Svizzera. L’incontro fu organizzato da Friedrich von Hayek, un prestigioso studioso che aveva vinto il Nobel per l’economia. C’era anche Milton Friedman, insieme ad altri economisti e noti esperti della finanza. Erano tutti accomunati dalla paura dell’espansione del governo in ambito economico, specialmente del welfare, che giudicavano pericoloso alla pari dei sindacati, e consideravano invece il mercato come qualcosa di divino. Il gruppo si diede il nome di Mont Pelerin society (Mps). Hayek dichiarò che l’intenzione era quella di creare un luogo per uno scambio di idee libero e indipendente, senza interferenze politiche. Ralph Harris, però, un economista britannico che si unì all’Mps nel 1960, confessò che l’obiettivo del gruppo era ‘lanciare una crociata intellettuale con lo scopo di rovesciare il collettivismo del dopoguerra’. Negli anni Settanta, durante la crisi della stagflazione, le idee della Mps si diffusero nei circoli politici e accademici conservatori, e il pensiero economico neoliberale ebbe anche successo politico. Il termine stagflazione sta a indicare il contemporaneo aumento dell’inflazione e della stagnazione. Membri della Mps come Milton Friedman indicarono il modello keynesiano quale causa del problema, e raccomandarono una riduzione radicale dell’intervento dello Stato. Una volta che Margaret Thatcher salì al potere in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti, entrambi iniziarono rapidamente a dare spazio alle idee della Mont Pelerin. Tra i consiglieri economici del presidente americano, ventidue erano membri dell’Mps”.
E successivamente affermano: “[…] il capitalismo si è fatto arrogante, una volta rimasto l’unico sistema in gioco. Il periodo che ebbe inizio nel 1989 fu anche quello in cui la finanza estese il proprio dominio sull’economia globale. Prima del collasso del comunismo, gli attori più potenti del settore privato erano le grandi industrie, le imprese di estrazione e di servizi, come anche le banche e le compagnie assicurative. Ma nel 2011, 45 delle 50 multinazionali più importanti del mondo non producevano affatto beni o servizi: erano banche o compagnie assicurative. Gradualmente, le imprese finanziarie sono diventate le maggiori azioniste nel settore della produzione, nonché le vere guardiane dell’economia”.
Inutile dire che l’ideologia del fondamentalismo del mercato, trionfante negli Stati Uniti come documentano Oreskes e Conway, ha avuto evidenti e forti ripercussioni e fondamentali adesioni in pratica in tutti i Paesi del mondo ed è diventata un vero mantra, assunto come principio fondamentale dell’economia moderna che, di fatto, ha guidato e sta guidando le politiche economi che a livello internazionale.
Gli autori sono comunque convinti che il problema non sia il capitalismo in sé. Fanno presente che i conservatori, i liberisti e i fondamentalisti del mercato contemporanei non stanno difendendo davvero il capitalismo, anche se pensano di farlo, ma stanno invece appoggiando una certa idea di libero mercato, la visione della crescita e dell’innovazione realizzate grazie a mercati senza vincoli, in cui il governo si fa da parte. Ciò sta avvenendo ancora di più ora, in maniera forte, brusca e repentina proprio negli Stati Uniti, con l’azione della seconda amministrazione di Donald Trump, che aggiunge a tutto questo un attacco incredibile, gravissimo e senza precedenti alla scienza, che proprio in quel Paese ha registrato da sempre progressi straordinari e strutture di altissimo livello e qualificazione.
L’economia attuale, basata sul mito della crescita materiale e quantitativa e del fondamentalismo del mercato, ci ha così proiettato in una condizione globale planetaria contraddistinta da una gravissima situazione di deterioramento ambientale e da una spaventosa crescita di disuguaglianze sociali senza precedenti, fattori che minano alla base le capacità future delle società umane di tutto il mondo.
È ormai evidente che l’umanità non può più proseguire su questa strada. E non a caso Oreskes e Conway scrivono: “La data di scadenza del grande mito è passata da un pezzo, e il nostro futuro dipende dal fatto di riuscire a respingerlo”.
Abbiamo bisogno di una nuova economia, capace di una profonda relazione armonica con la natura da cui proveniamo e deriviamo, senza la quale non possiamo vivere, un’economia capace di porre rimedio a quanto di devastante è stato prodotto dal sistema economico attuale, cercando di gestire l’inevitabile degli effetti negativi sin qui prodotti ai sistemi naturali e sociali e di impedire, con tutti i mezzi possibili e con urgenza, situazioni che si fanno sempre più ingestibili. Gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile.
Ancora oggi il rapido deterioramento della situazione dei sistemi naturali del pianeta è a malapena riconosciuto da una società globale che sembra sempre più infettata dalla fede irrazionale nel mito che le economie possano fisicamente crescere per sempre.
Oggi l’umanità si sta perciò avvicinando inevitabilmente a un bivio epocale, che riguarda soprattutto la reale capacità di costruire una sua sana sopravvivenza nell’immediato futuro.
Un bivio che da una parte vede il continuo perseguimento della visione e della pratica operativa quotidiana di una società globalizzata che ha assunto come riferimento fondamentale quello di una crescita economica materiale e quantitativa senza limiti e, dall’altra, il prendere invece seriamente atto dei devastanti, pesantissimi effetti ambientali e sociali che ne derivano, straordinariamente documentati sempre più dalla conoscenza scientifica, e cercare quindi di invertire questa tendenza.
Si tratta di un vero e proprio punto di svolta, che non può at tendere più a lungo.
Oggi abbiamo una popolazione umana che ha superato gli 8,2 miliardi di individui (quando sono nato, nel 1953, non avevamo ancora raggiunto il terzo miliardo, cosa che è avvenuta nel 1959) e, secondo il più recente World population prospect, del 2024, rapporto che le Nazioni Unite pubblicano ogni due anni sull’andamento della popolazione mondiale, dovremmo raggiungere i 10,3 miliardi a metà degli anni 2080, per poi scendere gradualmente già prima della fine del secolo.
Solo per fare alcuni esempi, secondo quanto ci dicono le più importanti ricerche scientifiche sin qui condotte sulla relazione antroposfera-biosfera, l’antropomassa, e cioè la quantità di materiali prodotta dagli umani nella nostra tecnosfera (acciaio, cemento, plastica, vetro ecc.), ha sorpassato quella di tutti gli esseri viventi (biomassa) presenti sulla Terra, proprio in questi anni a partire dal 2020, modificando inoltre la biomassa totale dei mammiferi che, a causa della nostra azione, è composta oggi per il 60% da specie che utilizziamo per i nostri scopi alimentari e agricoli, come bovini, caprini, suini, ovini ecc., e solo per il 4% da specie selvatiche, mentre il restante 36% è costituito da tutti gli esseri umani presenti sulla Terra e, per quanto riguarda gli uccelli, dal 30% di specie selvatiche e dal 70% di quelle che utilizziamo, come polli, anatre, oche eccetera. Inoltre, come dimostrano tutti i dati provenienti dagli ormai supersofisticati satelliti di telerilevamento e da tutte le ricerche sul campo, abbiamo trasformato, modificato e in molti casi distrutto oltre il 75% degli ecosistemi terrestri e abbiamo avuto un impatto significativo su oltre il 60% degli ecosistemi marini.
Da vari anni gli scienziati che si occupano delle scienze del sistema Terra, capaci cioè di analizzare l’evoluzione e il funzionamento delle varie parti del nostro pianeta (atmosfera, idrosfera, geosfera, pedosfera, criosfera, biosfera, antroposfera, tenendo presenti le loro complesse interrelazioni e connessioni), sono in grado di valutare lo stato di salute delle importanti componenti del sistema Terra stesso, analizzate per capire se hanno o meno sorpassato il limite planetario (Planetary boundary) che queste ricerche documentano come confine da non oltrepassare, essendo causa di effetti molto preoccupanti per l’intera umanità.
Questi limiti planetari costituiscono nel loro insieme il sistema operativo della Terra, ovvero i processi interconnessi che sostengono la vita sul nostro pianeta, e devono rimanere entro i confini di sicurezza necessari per garantire la salvaguardia dell’umanità e la resilienza del mondo naturale. Gli scienziati monitorano questi limiti attraverso misure chiave, simili ai segni vitali che si registrano in un controllo sanitario, per tenere traccia delle condizioni del pianeta. I risultati derivanti da queste ricerche indicano un deterioramento accelerato e un rischio crescente di cambiamenti irreversibili, compreso quello più elevato, il raggiungi-
mento di punti di non ritorno.
Oggi l’umanità, come ha ribadito il recentissimo e fondamentale rapporto intitolato Planetary health check 2025, sta ormai superando i confini di uno spazio operativo sicuro complessivo per l’umanità, aumentando il rischio di destabilizzare il pianeta. Sui nove limiti planetari indicati dagli scienziati sin dal 2009, sette sono ormai stati superati e riguardano il cambiamento climatico, l’integrità della biosfera, i cambiamenti dell’uso del suolo, l’utilizzo dell’acqua dolce, i flussi biogeochimici (azoto e fosforo), le nuove entità antropogeniche e l’acidificazione degli oceani. Oltre ad essere stati superati, tutti e sette questi limiti mostrano purtroppo anche un trend in peggioramento.
Insieme ai sette limiti planetari oltrepassati, vanno ricordati gli altri due, e cioè il carico di aerosol che favorisce l’inquinamento atmosferico e la riduzione dell’ozonosfera, limiti sotto osservazione che ancora non risultano aver raggiunto lo stato del superamento. Questi confini planetari costituiscono le spie rosse lampeggianti sul cruscotto della stabilità della Terra. Ignorare queste spie significa rischiare di far crollare le fondamenta stesse del nostro mondo vivente, grazie al quale l’umanità può vivere.
La vicenda dell’esclusione dello scrittore canadese Thélyson Orélien dal più prestigioso premio letterario di lingua francese, il Goncourt, con l’accusa di plagio perché avrebbe fatto scrivere la sua opera a qualche chatbot appartiene più alla sfera del denaro che a quella della letteratura. Non sto sostenendo che i romanzi che partecipano ai premi letterari siano commerciali, questo non si può certo dire di tutti e soprattutto non è interessante per il presente discorso; affermo soltanto che il tipo di energie, strategie promozionali e pratiche che i premi letterari, perlomeno quelli maggiori, attivano sono quelle tipiche nella nostra società di manifestazioni che determinano dei movimenti di denaro in modo diretto o indiretto. Per esempio, se i celebri giudizi su Michela Murgia fossero stati pronunciati da Michele Mari non sul van del premio Strega, ma sul filobus circolare 90/91 di Milano, anche se fossero stati ascoltati e uditi con chiarezza da numerosi estimatori della scrittrice sarda e anche da testimoni neutrali, non avrebbero sortito quel clamore mediatico, che invece hanno suscitato quando il romanzo dell’autore milanese era candidato alla vittoria, a parer mio meritata, del premio Strega, cioè alla trasformazione del suo libro in un potenziale bestseller. Analogamente penso che, qualora Orélien fosse ricorso all’intelligenza artificiale, questa scelta si spiegherebbe più che con ragioni letterarie con ragioni economiche di vario tipo e genere, che potrebbero andare dal desiderio di migliorare la leggibilità del proprio testo a una strategia di marketing mirante a suscitare curiosità sul suo libro. E immagino che casi simili si ripeteranno in futuro: si prospettano tempi duri per organizzatori e giurati dei premi letterari!
Vorrei invece prendere in questione dal punto di vista esclusivamente letterario la domanda che il caso Orélien pone sulla figura dell’autore e, conseguentemente, sul concetto di plagio. La figura dell’autore come creatore assoluto del testo letterario è già stata messa in crisi da alcune pratiche delle avanguardie novecentesche, per tacere del largo uso nell’Ottocento di ghost writer a cui si rivolsero molti scrittori di successo per far fronte alle forme di sfruttamento seriale a cui erano sottoposti dall’editoria del tempo. Il montaggio e il ricorso al computer nell’elaborazione dei testi porrebbero dal punto di vista della legittimità problemi analoghi all’uso dei chatbot, se non fosse che queste pratiche vengono rivendicate esplicitamente e dunque non costituiscono un plagio. Naturalmente ciò è possibile perché le poetiche dell’avanguardia sono caratterizzate da un lato da un’istanza di ricerca di nuove forme espressive e dall’altro da una di contestazione delle istituzioni letterarie tradizionali, tra le quali quella dell’autore. E’ probabile che anche in futuro ci saranno altri testi caratterizzati da poetiche della contestazione e della ricerca che ricorreranno apertamente all’IA, ma questa possibilità non riguarda né il caso Orélian né in generale la narrativa da premio letterario e nemmeno quella di genere, nelle quali è importante l’immagine dell’autore tradizionale come creatore, anzi nelle strategie promozionali odierne è largamente prevalente la presentazione dell’autore su quella dell’opera: esse sembrano puntare su una sorta di proprietà transitiva per cui una persona a vario titolo valida e interessante produrrà un testo analogo. In questi casi, allora, la funzione dell’IA sarà più vicina a quella degli scrittori fantasma ottocenteschi.
Ritengo, però, che questa pratica non avrà una diffusione così massiccia, come alcuni paventano, sia per ragioni pratiche (voci che circolano nel pubblico, denunce di concorrenti danneggiati ecc.) sia per quello che potremmo chiamare il paradosso di Cristiano di Neuvillette, la cui operatività non sarà certo impedita da un robusto editing autoriale su un testo generato da un chatbot. Infatti Cristiano di Neuvillette, nel Cyrano, è il cadetto di Guascogna innamorato, ricambiato, di Rosanna, giovane e bello, ma maldestro con le parole, per il quale Cirano, altrettanto innamorato, ma senza speranze, della stessa donna, si offre di scrivere le lettere d’amore che lui non saprebbe comporre. Ben presto Cristiano si accorge che Rosanna è innamorato dell’autore delle lettere, per quanto sia convinta che abbia il suo volto, e di quanto sia pesante l’assurdità della situazione, vorrebbe imporre così a Cirano di rivelarsi rischiando di perdere l’amore della donna che ama, pur di uscire dalla contraddizione. L’uscita per il povero Cristiano ci sarà, ma è tragica benché semplice perché morirà in battaglia, ma se fosse sopravvissuto avrebbe compreso che l’uscita da un simile paradosso per ritornare se stessi non è a costo zero. Ci sarà sicuramente qualche cinico che è indifferente al paradosso di Cristiano di Neuvillette, ma la maggioranza degli scrittori desidera essere sé stessa.
L’impatto maggiore dell’IA sulla produzione letteraria è probabilmente da cercarsi altrove, in un ambito ideologico anziché tecnologico. I chatbot infatti si addestrano sui modelli di scrittura più diffusi nei media cercando di selezionare un linguaggio efficace per tutti, che si potrebbe definire standard. Offrono un modello cioè in cui in luogo di tutte le performance linguistiche individuali, se ne avrà una standardizzata generata dai chatbot che realizzerà il sogno della piena comunicatività e l’incubo letterario di una lingua in cui non saranno possibili nuove connotazioni, nuove sfumature, nuovi accenti di ironia o di rabbia. E non è da escludere che avremo scrittori umani che cercheranno di scrivere come i chatbot imitando la loro lingua standard.
Da un po’ di tempo ho ripreso a suonare la chitarra. È poco più di uno strimpelling, e c’è gente, poverina, che mi ha tolto l’amicizia su Instagram per questo. Comunque mi fa stare bene e non credo di nuocere a nessuno. Poi mi è venuta l’idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui altri tre esempi.
Antonella Anedda, Amore
Qui Anedda racconta l’amore allontanandosi da qualsiasi immagine cara alla nostra tradizione sentimentale (e poetica). Parole nuove seppure domestiche. Ho usato dei miei accordi in drop D, quindi non devo stare a spiegare crediti e arrangiamenti.
Questa poesia è “Amore”, in Historiae, ma io l’ho letta in Tutte le poesie, Garzanti 2023, p. 510.
Natalia Ginzburg, Siamo adulti
Per accompagnare questa pagina celebre, straziante e severa di Natalia Ginzburg ho usato un brano che suono quasi tutti i giorni, While My Guitar Gently Weeps di George Harrison. Non so di chi sia l’arrangiamento per chitarra fingerstyle (che io rallento molto, mi piace così) ma ho visto che lo adottano in molti. L’ho imparato guardando un video della chitarrista californiana Angela Petrilli.
Le piccole virtù, Einaudi 1962, p. 116.
Carlo Levi e il cielo di Roma
Quanto è difficile citare una sola pagina da L’Orologio di Carlo Levi! Sono tutte indimenticabili. Per accompagnare quella che ho scelto (dove parla la voce dello scrittore e del pittore) ho usato qualche accordo mio venuto fuori mentre suonavo altri pezzi in DADGAD.
Carlo Levi, L’Orologio (1950), Einaudi 1989, p. 24.
Quando nel tuo presente mancano baci e carezze non puoi far altro che rifugiarti nel passato. Solo, in un letto enorme, la mano sul cuscino abbandonato. Cuscino che ogni notte trasformo nel mio bisogno: un’immagine, un volto, una presenza. Stringerlo mi illude.
Ma lo stupore è in agguato come un sole tiepido, quello che ti sorprende nelle giornate invernali, a ricordarti che le ombre possono scostarsi e da quegli spiragli filtrare stupore inatteso.
Sono a Trastevere, cammino lento, osservo. Il fascino è intatto, il quartiere resiste all’invasione di turisti che riportano in vita vicoli silenziosi che la gente non sa più ascoltare. Di fronte a me una figura, ha i capelli che arrivano alle spalle, una linea sottile, non la capisco fino in fondo. Una giacca, dei pantaloni e dei sandali aprerti.
Non indossa calzini. Come prima cosa penso: “Che freddo!”. Poi noto che nella mano tiene una busta di carta che immagino dalle fattezze contenga o del pane o della pizza. Mi sorgono a raffica una serie di domande, è un ragazzo? Una ragazza? È un senzatetto? Un alternativo?
Il tempo di evitare un avvallamento sul marciapiedi e quegli interrogativi sono scomparsi, cammino rilassato verso l’appuntamento che mi aspetta.
A Trastevere i grandi portoni degli edifici possono celare tesori preziosi, statue al loro interno, giardini segreti dalla bellezza sorprendente, una pace e una quiete che mi curano nell’eterna corsa a raggiungere obiettivi e traguardi.
Proseguo lento quando sento una voce, un canto, note profonde di voce di uomo. Arrivano da dentro un palazzo alla mia destra. Volgo lo sguardo in quella direzione e riconosco la sagoma di prima. Cammina lentamente, canta.
D’istinto entro anche io e accendo il cellulare per fare un video. Quando l’ho quasi raggiunto, interrompo le riprese per pudore e lo supero svelandone finalmente le sembianze. Rimando senza fiato per la sua somiglianza a un attore che amo molto, tra i più belli e talentuosi del panorama mondiale. I capelli sono morbidi e circondano un viso delicato, dai lineamenti spigolois ma talmente armoniosi nel loro insieme da stupirmi.
Lo fisso un attimo, poi rivolgo lo sguardo altrove per timidezza.
Attraversando l’androne siamo sbucati su un giardino con palme, pappagalli e gabbiani. Due di loro devono aver rubato un piccolo di pappagallo da un nido e lo stanno divorando. Mi concentro su quell’immagine di impermanenza, quando dei passi sopraggiungono. Sono arrivati due turisti con la loro bambina nel passeggino. Il giovane senza calzini, con occhi verdi che tremano per la loro fragilità ma che pulsano di una purezza inusuale, si inginocchia e tira fuori da un fodero di stoffa un flauto. Inizia a suonare guardando negli occhi la piccola, le sta regalando la sua musica. Io non resisto e faccio un breve video rapito dall’intensità di quel momento.
Quando soffia l’ultima nota le fa un cenno con la testa e si porta una mano sul cuore. Io sto lì che vorrei avvicinarmi, parlargli, ma poi con che scusa, senza risultare patetico? Decido di andarmene e quando gli passo accanto sussurro un “ciao” al quale risponde con un filo di voce.
Una decina di metri e qualcosa mi trattiene, non voglio andare. Mi fermo rivolto verso il portone e mi giro. Lui è ancora lì, in piedi, che guarda dalla parte opposta la natura che esplode prepotente appena fuori dal palazzo. Prende di nuovo il flauto che aveva riposto con cura nella sua custodia e ricomincia a suonare. Che stia lanciando un incantesimo per trattenermi? Allora chiudo gli occhi, ascolto la musica, mi concentro sull’energia che le note muovono, cerco di connettermi con quella e attraverso di essa di arrivare a lui. Sto lì, invaso da sensazioni ed emozioni, in un attimo semplice che si insinua oltre la pelle, tra il respiro e i brividi.
Appena smette di suonare si gira verso di me, come avesse percepito la mia presenza, e con un cenno della testa mi invita a raggiungerlo. È tutto così strano, inusuale, in un mondo che corre, urla, che performa, che fa la guerra, io cammino verso di lui pieno di ingenuità e stupore. Ha una voce sottile, calma, lenta, che non sembra quella di un uomo che mi ha spinto a seguirla. Non distoglie lo sguardo, ci immergiamo l’uno nell’altro. Il suo italiano è buono, meditato, mi dice che viene da Barcellona ma sua madre è italiana. Poi mi invita: “Mi piacerebbe continuare questa conversazione camminando”.
Scivoliamo lenti tra i vicoli, con un ritmo che è estraneo a qualsiasi altra cosa ci circondi. Gli occhi sinceri, parliamo di vita, obiettivi, paure, muri, dolori, del mettere radici o della ricerca di leggerezza. Discorro con lui in un modo così profondo, precluso talvolta anche alle persone che ho più vicino. Ascolta, riflette, sente, non butta le parole, non sputa aria. Gli confesso che amo scrivere, ma vivo con difficoltà la realtà editoriale, il bisogno di commercializzare per arrivare, di essere visti per diventare bravi. Lui, stupito, mi fa una domanda tanto chiara e potente da sorprendermi, da ricordarmi il valore delle parole, dell’atto creativo: “Scrivere non basta dentro di te?”. Ribatto incerto, dicendo di sì, ma anche che se vuoi che il tuo messaggio arrivi alle persone devi inserirti nel sistema.
So che è vero, ma la sensazione che la domanda di Matias ha fatto scaturire in me è uno strano benessere, un fregatene di ciò che ti circonda. Si è laureato in Svezia in Transizione energetica, è a Roma per un corso di teatro. Dice che ha sempre girato e che forse è il momento di mettere radici. Io invece vorrei sradicarmi, andare lontano, al caldo, in una terra semplice, piena di natura, aggiungo che non lo faccio per non lasciare le persone che amo. Mi chiede se a bloccarmi sia solo l’amore o ci sia anche altro.
C’è dell’altro, ha ragione! C’è il timore di lasciare il conosciuto, di lanciarmi in un’avventura nuova, di perdere i punti di riferimento che mi danno stabilità e mi tolgono ossigeno. Penso che se lo facessi insieme a qualcuno sarebbe più semplice, lanciarsi in due tenendosi per mano è diverso.
Quando sbuchiamo nella piazza di Santa Maria in Trastevere mi chiede se ho voglia di entrare nella chiesa. All’ingresso c’è una mendicante e Matias le regala la sua busta con dentro la pizza. Quando la chiesa ci sputa fuori e siamo di nuovo in piazza, si ferma un attimo. Ha l’aria dubbiosa, mi guarda. Riesce a strapparmi un sorriso quando mi dice: “Sono rimasto attaccato alla pizza, non so perché gliel’ho data”.
Gli chiedo se ha fame e lui risponde di no, ma che sta pensando a dopo. “E se vado a riprenderla?” mi chiede. Se lo facesse sarebbe una cosa epica, mai vista. Glielo dico. Allora si rassegna con un “la pizza è andata”.
Non ho ben capito come si mantenga, se ha il sostegno dei suoi, so solo che quella pizza mi ha detto che gliel’avevano regalata e che è ospite a casa di un suo amico. Non vorrei urtare la sua sensibilità dicendogli che se vuole gliene posso comprare un po’ io, quindi taccio.
Parliamo ancora, lo facciamo davvero. Sentendo le parole, ci guardiamo. È bello farlo, è vitale, mi riconnette con l’essenza più intima. Poi ci soffermiamo sulle barriere, spesso erette per colpa del dolore, della paura. Mi guarda con i suoi occhi verdi tremanti e mi chiede: “Perché non riesco a lasciar andare il dolore?”.
Provo a rispondergli con tutta l’onestà possibile: “A volta non lo facciamo perché restare attaccati al dolore ci permette di tenere con noi i ricordi. Oppure per paura, per lasciare andare è necessario rivivere o guardare davvero in faccia quello che ci è successo. Però io non conosco il tuo dolore, non so a cosa ti riferisci, ognuno è diverso”.
Mentre glielo dico siamo a piazza Sonnino, un flusso continuo di persone, penso che vorrei abbracciarlo e nell’istante in cui termino di rispondere mi guarda e mi dice piano: “Io ti abbraccio”. Ci stringiamo delicatamente, stiamo così per qualche minuto, protetti da un bozzolo che ci separa dal resto. In quella vicinanza, nell’atto di abbandonarsi all’altro, sento il suo cuore e la dolcezza e la fragilità che lo abitano, una pietra preziosa, lucente e delicata. Percepisco anche i suoi pensieri, il calore che generano nella sua testa.
Quando ci distanziamo ci fissiamo un attimo e io sono pieno di tutta quella tenerezza che mi commuove. Mi dice di volersi incamminare per prendere l’autobus e tornare a casa. Mi propongo di accompagnarlo. Nell’attraversare la strada per raggiungere Ponte Garibaldi, gli dico che comunque lui non sembra spagnolo. Mi chiede come sono gli spagnoli. Secondo me lo spagnolo può avere tanti volti, non riconducibili a tratti specifici. Annuisce e io aggiungo che lui sembra francese, come l’attore a cui assomiglia. Mi domanda a quale attore mi riferisca e, nel farlo, sorride, sa già la risposta. “Lo sai già, te lo diranno tutti”. Allora abbassa la voce ancora un po’ ‒ come se fosse possibile visto che soffia le parole e ogni volta fatico nel catturarle ‒ e pronuncia un flebile “Timothée”. Una parte di me pensa ancora che sia davvero lui, che si sia camuffato per passare inosservato, che forse sta lavorando allo studio di un nuovo personaggio che interpreterà.
Ma in fondo non mi interessa, quello che stiamo condividendo è così bello che non me ne frega nulla, mi piace quello che è e come lo è. Sul ponte osservo il cielo e il Tevere, penso che sarebbe bellissimo farci una foto, ma mi vergogno a chiederglielo.
Poi lui riprende i miei pensieri alzando lo sguardo e apprezzando la bellezza del momento, del cielo di Roma. Siamo alla fermata dell’autobus, spero ci metta tempo ad arrivare.
All’improvviso mi chiede di controllare se ha un ragno sul collo, specificandomi di non fargli male. Io mi avvicino e quando gli sono prossimo ho l’impulso di dargli un bacio lì dove non c’è alcun ragno. “Non hai nulla” gli dico. Poi aggiungo: “Tranquillo io non uccido nessun animale, a casa ho un bicchiere col quale prendo tutti gli insetti che entrano per poi liberarli in giardino”. Ammetto che elimino senza scrupoli solo le zanzare, anche se hanno una loro funzione, sono cibo per i bellissimi colibrì e poi non ricordo cos’altro.
Lui mi strappa di nuovo un sorriso quando mi dice che aveva pensato di fare un videoclip intervistando le persone e chiedendo loro cosa pensassero delle zanzare. Un’idea originale, non c’è che dire!
Arriva l’autobus e gli sussurro un “mi dispiace che te ne vai”. Lui replica: “Perché?”.
L’ultima immagine è la sua mano che si agita per salutarmi da sopra la vettura.
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Sanguino abbandonato, ferito dall’ipocrisia delle parole di George che mi hanno schiacciato contro un muro di chiodi. E anche se quel sangue non possono vederlo gli altri, dentro di me si fa emorragia. Ma ci sono i libri per fortuna, e oggi ho un firmacopie. Mentre stringo mani, sorrido, scambio parole e ne dedico, vedo un viso apparire tra gli scaffali.
È lui, Matias. Mi è capitato spesso dal giorno del nostro incontro di pensarlo, di ritornare con la mente alle emozioni che hanno galleggiato tra i rivoli di dolore che ancora mi irrorano.
Dal momento della sua apparizione non faccio altro che guardare l’ora, voglio che il firmacopie finisca il prima possibile. Lui non si avvicina, è in attesa. Lo siamo entrambi.
Quando saluto e ringrazio il responsabile della libreria per l’ospitalità, ci trasformiamo in due saette e scappiamo a Villa Borghese. Le schiene poggiate contro un grosso tronco di pino, gli aghi che punzecchiano i piedi, le sue parole soffiate delicatamente che mi penetrano con la furia dei proiettili.
Una lettera a cui affida le parole che la timidezza blocca, dove mi racconta cosa ha provato nel leggere il mio romanzo.
Abbandoniamo il parco alla volta del mio appartamento. Le sue mani si muovono veloci. Con una dimestichezza che non mi appartiene taglia il salmone, accende il fuoco, si prende cura di me: in casa mia è lui quello più a suo agio. Poi sul letto quanta tenerezza, carezze, uno su l’altro.
Le sue labbra morbide che scacciano la malinconia dalle lenzuola, il soppalco che cigola ma non ci facciamo caso. Mi stringe e con le mani, misura la mia schiena che si inarca di piacere.
È incredibile l’intimità raggiunta; mi sento accolto. Nulla è sporco, ci occupiamo l’uno del corpo dell’altro, abbandonandoci con semplicità e fiducia, come se il mondo non fosse mai stato duro, come se la parola “tradimento” non esistesse. Ha occhi grandi, liquidi, riceve e dona. Immerso nel suo sguardo dimentico la noncuranza e le facce cupe di ogni giorno.
Nessuna barriera né ostacoli, siamo solo carne ed emozioni.
Dopo essermi lasciato trasportare dai sentimenti, sfumato l’istinto, esaurita la passione, il passato mi mette in guardia. Dubbioso balbetto: “Io non cerco una storia. Poi tu sei troppo piccolo”.
Lo allontano dispiaciuto, combattuto da forze opposte, le mie braccia non lo vogliono lasciare, ma la mente è abilissima nell’elencare i rischi che non sono pronto a correre di nuovo. Forse lui non è stato altro che un regalo, un monito a non perdere la speranza, a non cedere al dolore che ogni santo giorno mi consiglia di indossare una corazza.
O forse vorrei unicamente che lui replicasse dicendomi di provarci, di darci una possibilità. Ma la risposta di Matias mi disarma: “Emiliano, io domani parto. Grazie per questa bella giornata”.
Se qualcuno, mentre lo osservavo allontanarsi, mi avesse detto che quello sarebbe stato il più recente attimo di purezza con un ragazzo che la memoria avrebbe potuto ripescare negli anni a venire, gli avrei dato dello iettatore.
Ma avrebbe avuto ragione.
(dal romanzo Chi lo dice a mamma che non sono più gay? Una confessione)
Cellulosa, terzo romanzo di Sofia Pirandello (e/o 2026), mette in scena elementi felici per la resa narrativa. Il primo sta nei personaggi, tutti protagonisti. Un gruppo di ragazzini e ragazzine, figli della transizione tra il vecchio secolo e il nuovo, li incontriamo adolescenti nei primi anni Duemila e poi, nell’ultima parte del libro, poco più che ventenni. Certo, un romanzo di ragazzi è sempre un romanzo avvincente. E Cellulosa lo è anche perché gli altri suoi elementi fanno di questa storia di inevitabile formazione (o “trasformazione”, come è stato scritto) qualcosa di più.
C’è infatti (secondo elemento) un luogo insolito che non è città: un paesino, Trecase, frazione di un altro paesino dal nome inquietante, Caino, in mezzo a una qualche area interna tra Umbria e Lazio. Nulla a che vedere con certe tendenze post-rurali, strapaesane e vagamente consolatorie di altra narrativa italiana. Il paese infatti non è immune all’industria, è sfregiato da una fabbrica (terzo elemento), una cartiera nella quale risulta il destino di chiunque abiti qui, unico destino disponibile di lavoro e a volte di morte in fabbrica, come il romanzo racconta.
In questi ragazzi, figli di genitori comunisti senza più molte speranze, si accende un desiderio di rivolta o rivoluzione (quarto elemento) contro la “serpentessa”, come chiamano il reparto macchine della fabbrica. Si costituisce una “cellula”. Si dichiara una guerra. Come se l’anemia della sinistra, nello scorrere e avvicendarsi delle sue generazioni, si potesse curare solo imboccando l’antica e terribile strada senza ritorno della distruzione. Ma il comunismo “classico” delle madri e dei padri era industrialista, in questo non era diverso dal capitalismo. La novità di questi ragazzi immaginati da Sofia Pirandello, invece, è che la loro utopia prevede la morte della fabbrica, e in questo, passata la sbornia dell’Antropocene, senza saperlo ritornano a un antico socialismo rurale, libertario e anti-macchinico, diciamo così, e riabilitano le bistrattate ragioni dei luddisti britannici. I luddisti, però, un loro progetto di lavoro e sostentamento alternativo alla fabbrica lo avevano. I protagonisti di Cellulosa, invece, se distruggeranno la “serpentessa”, poi di cosa camperanno?
A seguire un estratto, per gentile concessione dell’editore.
(d.o.)
Una pagina del romanzo
Futura è arrivata a Trecase qualche anno più tardi, precipitata tra loro come una meteora. Lei viene dallo spazio, dal tempo profondo, cadendo ha lasciato una traccia indelebile. Orlando e Re Bomba hanno preso a ronzarle intorno eccitati perché il suo arrivo ha sfondato l’orizzonte di Trecase. Futura profuma delle cose nuove di pacca, della civiltà usa e getta, della plastica lucida, della pelle vergine, dell’album di figurine appena stampato. A Futura quei due selvatici sono sembrati gli ultimi esseri viventi su un’isola deserta. Se li fa andare bene, anche se, certo, c’è ancora molto da lavorare.
I ragazzini di Trecase sono parte di un’unica struttura di materia vivente organizzata. Per loro il sangue non conta, a unirli basta la campagna. È importante avere amici più grandi, così si può far conto su un’automobile. Prendi la macchina, parcheggia la macchina. Fanno visita a qualcuno. Uno, due caffè. Poi di nuovo prendi la macchina, parcheggia la macchina. In paese la solitudine non esiste. Il presagio è la forma d’esperienza più diffusa: tutti sanno cosa è successo ancor prima che accada, proprio per questo ogni cosa si trasforma in uno scandalo succoso.
Ida e Pietro darebbero qualunque cosa per far parte del gruppo. Della cellula, anche adesso che la faccenda non ha ancora preso alcuna sfumatura politica. Le cose vanno un po’ meglio da quando entrambi esibiscono gambe di dimensioni finalmente ragionevoli e non sembra più di portarsi dietro dei lattanti. Solo avvicinandosi molto si nota che Pietro è un colosso con la faccia da bambino. La loro integrazione sta avvenendo lentamente ed è in fondo accolta con inatteso entusiasmo, soprattutto da Futura e da Re Bomba, perché si tratta di due sbarbatelli che è facile raggirare e che sono naturalmente portati all’idolatria.
Pietro imbocca prima la strada che porta a Caino e poi devia leggermente seguendo la discesa erbosa che conduce alla fonte. La vasca è lunga, stretta e profonda, stracolma di acqua gelida, il fondo scuro è ricoperto di un muschio nero e vivo. Le cicale segano le orecchie. È periodo di more e Pietro avrebbe voglia di gettarsi a rovistare tra i rovi a precipizio sulla valle.
Le pareti della fonte sono divorate dai rampicanti. Orlando è seduto sul bordo, le gambe divaricate penzoloni verso fuori e la schiena ingobbita. Non fa una piega quando lo vede avvicinarsi. Futura prende l’ultimo sole accanto a lui con apparente disinvoltura. I suoi pochi anni sembrano voler esplodere in tutte le direzioni, costretti malamente in un costume che ha comprato di una taglia troppo stretta perché i seni risultino più pieni, nonostante siano ancora poca cosa. Ida la sbircia di sottecchi, impara come si fa in religioso silenzio.
Dentro all’acqua fino al collo ci sono Re Bomba e il Conte. Ecco perché, pensa Pietro. Il Conte. Futura non lo ammetterebbe mai, ma è di certo lui il destinatario privilegiato della sua sceneggiata muta, il motivo per cui stamattina ha proposto un bagno alla fonte: per esibirsi.
Lo hanno così ribattezzato perché fin da ragazzino si fa portare a spasso da abiti di grande eleganza e alla fine del suo nome vero si è persa memoria. Non c’è niente che sia più adesivo di un soprannome affibbiato in tenera età. Il Conte è di Caino. Fuma le sigarette. È lui quello con la macchina. Probabilmente per questo riesce a guadagnarsi il rispetto di tutti. Persino in mezzo al nulla la gerarchia conta.
Peccato, avrà vita breve: una malformazione cardiaca è l’anatema che gli pende sulla testa e gli sussurra “Muori”, anche se è così giovane. Lo ha rovinato la nascita, la morte rimetterà a posto le cose.
A sedici anni doveva morire e poi, fatalità, non era morto. Allora si diceva che non avrebbe superato i diciotto, ma poi, incredibile, non era morto. La voce che il Conte deve morire a breve si è diffusa in fretta ed è diventata una barzelletta con cui lo si punzecchia senza pietà. Ogni tanto qualcuno grida: «E anche oggi il Conte è vivo!». E in coro gli altri rispondono: «Alé! Alé! Alé!». E nel coro, puntuale, anche il Conte grida e batte le mani. Gioca a rimpiattino con la fine, non può succedergli niente.
In questo numero uno evochiamo il rapporto tra poesia e documento attraverso il lavoro di quattro voci contemporanee: Florinda Fusco, Mariangela Guatteri, Alessandra Cava, Jean-Patrice Courtois; parlare di poesia e documento vuol dire evocare anche la figura decisiva di Charles Reznikoff, poeta statunitense che ha costruito due libri di poesia straordinari basati su materiali d’archivio (Testimony e Holocaust). Un breve ricordo è dedicato all’amico poeta Angelo Lumelli, da poco scomparso.
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“As the archive assumes an increasingly central role in individual memory formation, the process by which civilization destroys itself is condensed and reproduced on an individual level. Everything written on a computer is saved; everything written on the Internet is categorized and searchable. In this environment, images and writing are copies before they are originals and the death drive threatens to outpace the libido on the level of basic psychic formation.” (R.H. Lossin)
Nell’ambito dell’arte contemporanea, l’esplorazione dell’archivio e la riflessione sul suo uso hanno prodotto una notevole letteratura. Si consideri almeno: Hal Foster, “An Archival Impulse”, in October, vol. 110 (Autumn, 2004), pp. 3-22, e l’esposizione Archive Fever: Uses of the Document in Contemporary Art, curata da Okwui Enwezor presso l’International Center of Photography di New York (gennaio-maggio 2008).
Il pezzo che segue di Alice Pisu è la postfazione alla raccolta di scritti brevi di Francesco Permunian “Camminando attraverso i campi bruciati dell’amore”, recentemente pubblicata da Oligo, che ci ha gentilmente autorizzati a pubblicarla
Al pari del contemplatore baudelairiano che vaga per i labirinti di pietra con un’espressione che tradisce la cronicizzazione del furore e dell’affanno, Francesco Permunian si aggira ramingo tra le rovine di un’epoca, tormentato da ricordi imperituri e visioni macabre. Da esule alienato, concepisce figure sempre nuove ma in fondo uguali a se stesse, utili a lambire un orrore incombente. Invita chi legge a seguirlo nelle sue peregrinazioni epifaniche, per provare a scorgere un disegno sotteso alle interviste semiserie, alle liriche, alle prose traboccanti autobiografismo.
I luoghi del Garda e del Polesine strutturano la topografia della memoria di un autore votato a scrivere con il ricordo delle lacrime, come gli suggerì Andrea Zanzotto. Sono le incursioni storiche, le acuminate schegge memoriali, gli interrogativi alla Cioran sull’inconveniente dell’essere nati, lo scardinamento della filosofia dell’io, gli aneddoti su grandi esponenti della letteratura e delle arti a illuminare il disordine apparente di una narrazione tentacolare composta da innumerevoli itinerari iconografici paralleli, tra foto di repertorio, appunti, fotografie e ritratti d’artista.
Come Borges, Permunian è convinto che la finzione non dipenda solo da chi la costruisce, ma da chi cerca di decifrarla. Da qui l’adozione di una postura radicale: leggere il reale perturbato e contaminato dalla finzione assecondando l’esigenza vitale di rimaneggiare costantemente un materiale proliferante – il cui calco nascosto è impastato di infanzia e di morte – destinato a rimanere aperto, dolente, soggetto a corrispondenze elettive.
Le nuove combinazioni di frammenti che giacciono sul fondo della memoria come «calchi penosi di tragedie d’altri tempi» hanno come primo ispiratore il tetro e licenzioso scrittore ellenistico Aristide di Mileto: rivelano nella profanazione linguistica l’intento di un rinnovamento necessario. L’inesausta ricerca lessicale originata da un trauma remoto rende lo scrittore idealmente affine al sentimento provato da Christa Wolf verso un tempo anteriore mai morto e mai passato, da cui però l’individuo si stacca, agendo come se gli fosse estraneo (Trama d’infanzia). Il processo incessante di scarnificazione e trasfigurazione mitica ispirato alle magiche costruzioni di Bruno Schulz è un dolente elogio del frammento, necessario a definire l’ossatura delle opere di Permunian su mattonelle sbrecciate «palesemente inadatte per costruire un solido romanzo». Camminando attraverso i campi bruciati dell’amore consente di addentrarsi nell’officina di uno scrittore capace di destrutturare mode letterarie e pose intellettuali per rivendicare la propria inattualità. La tensione generata dalla forma zibaldone, eletta da tempo per contraffare il reale, è regolata da un rigoroso studio storico e linguistico di lemmi associati a correnti disparate, alternato a divagazioni e strambi retroscena che rappresentano una sorta di racconto parallelo ispirato al teatro sonoro di Tadeusz Kantor. Sottotraccia un’allegoria della vita e della morte, del tramonto di un’epoca e delle sue contraddizioni, sviluppata tra innumerevoli rimandi di natura diversa espliciti o velati a Baudelaire, Gombrowicz, Artaud, Céline, Bernhard, Bolaño, Gide, Ionesco, Kant, Gadda, Ripellino, Parise, nella perenne fascinazione per la parodia nell’epica con pagine capaci di lambire l’assurdo per offrire un feroce ritratto della miseria umana. La concezione di una peculiare poetica teatrale dell’artificio ispirata da Bernhard, palesa il rifiuto della mimesi del reale attraverso maschere, figure mutevoli germinate da tormentate elucubrazioni notturne.
Nel ricco repertorio di vicende immaginate da Permunian tese tra istinti primordiali e sangue, decadenza dei costumi e appiattimento critico, si cela un flutto pesante di pensiero (per riprendere le parole usate da Artaud a proposito della composizione di Eliogabalo): «Qualcosa che scricchiola, che peta», un grado d’intensità non raggiunto da molto tempo. Le nevrosi dello scrittore assumono i connotati di anime incappucciate che incedono in processione, ombre inquiete di poeti e alchimisti, di strani golem e folli geniali, maschere uscite dal buio che accennano oscenità nella notte, creature provenienti dalle terre dell’oblio: è tale sguaiato schiamazzo il letame migliore per la penna dello scrittore. Mutuando le parole di Roland Barthes a proposito della chiusura del luogo sadiano, anche in Permunian «è la chiusura a permettere il sistema, vale a dire l’immaginazione».
Attraverso il filtro dell’odio, dell’orrore e del dolore dal gusto affine a Céline e Drieu La Rochelle, la ricerca feticista del piacere in Permunian risulta strettamente legata al sotterraneo rifiuto verso ogni tipo di autorità definita, nell’adesione sadiana alla voluttà come unico mezzo affinché «quell’essere infelice che chiamiamo uomo, gettato suo malgrado in questo triste universo» possa riuscire a «spargere qualche rosa tra le spine della propria vita». Nella parodia metafisica e nell’esaltazione del sordido si cela la visione drammatica di un’umanità fatua espressa nei termini del grottesco, del comico corrosivo, del caricaturale, nella quale si inserisce tra le costanti una sferzante invettiva anticlericale, esito di studi condotti dagli anni Ottanta su Sergio Quinzio e sulla corrispondenza con Guido Ceronetti (citata in varie opere, tra cui Il rapido lembo del ridicolo e Sillabario dell’amor crudele). Per inettitudine o per impossibilità di allinearsi a un modello socialmente accettabile, i suoi soggetti diventano spesso maschere di sé, caricature di un ruolo, comprensibili solo accogliendo la peculiare veste comica che li ammanta. L’esigenza di sovraccaricare tratti assurdi e grotteschi anche attraverso un preciso studio linguistico è affine all’esperpento, genere letterario creato da Ramón María del Valle Inclán.
L’uso del paradosso, del sarcasmo e dell’invettiva nell’inatteso ripiegamento lirico si rivela una vana via di fuga dall’«incipiente assedio delle ombre» che impone di esasperare il tono della scrittura fino all’approdo nel regno dell’assurdo e dell’aberrante tra storie anni Cinquanta di esibizioni circensi clandestine nelle piazze della pianura padana con improvvisati Houdini dai vestiti leopardati, nani in groppa a vitelli con due teste e donne cannone a bordo di slitte trainate da pony. Come, tra gli altri, nel Gabinettodel dottor Kafka, nell’Elogio dell’aberrazione, nelle microstorie Tutti chiedono compassione, o in Teatri minimidella Valpadana, le insistenze sulla necrofilia, sulla fascinazione erotica per gli escrementi e su pratiche sadiche e masochiste non si riducono a misurare il torbido nell’immaginario della natura umana, ma intonano un’elegia del marcio nelle vicende di quei padani manichini schulziani. Che negli anni Permunian abbia riconosciuto nella provincia il luogo letterario d’elezione per sperimentare deformazioni aberranti di scenari noti è dimostrato dalle ricorrenze terragne del Polesine, dalle atmosfere crepuscolari gardesane che sanciscono una peculiare metafisica dell’assenza. L’immobilità di stagioni interminabili e la monotonia del paesaggio di afa e solitudine, di venti marini e stradoni bianchi dell’infanzia, sono osservati oggi con spavento e sollievo. Tra incubo e realtà, la visione letteraria è intrisa di un senso di smarrimento doloroso che innesca l’urgenza di un esilio per tentare invano di acquietare schiamazzi collettivi e visioni demoniache.
Nell’indagine sulla fine celata in ogni inizio compiuta in Camminando tra i campi bruciati dell’amore si inserisce l’arte del ritratto del semidio al tramonto, con esempi mirabili nelle pagine dedicate a Maria Callas, al suo congedo definitivo da un mondo popolato dai fantasmi del suo passato – «La musica si allontana, rimane il rumore del mondo» –; in quelle su Antonin Artaud, incapace di emanciparsi da tormenti che lo perseguiteranno anche una volta uscito dalla clinica psichiatrica impedendogli di tornare sulla scena letteraria e teatrale parigina; e in quelle su Paul Léautaud, ormai quasi cieco e ridotto a uno scheletro, immortalato sul finire di una vita trascorsa a lambire la voragine e celebrare il piacere per poi adottare una postura ascetica nel disprezzo dello schiamazzo inutile della società civile. Sedotto dalla fine tragica di soggetti ai margini e segnati dal disagio psichiatrico, Permunian consegna pagine mirabili su Lucia, la figlia di Joyce, che non fece in tempo a diventare una stella della danza perché consumata da un autodistruttivo processo identificativo con il padre per il quale lei rappresentò uno strazio imperituro, detonatore del genio creativo. Gli interrogativi sul tempo non replicabile, la feroce satira della decadenza della comunità culturale (definita in Giorni di collera e di annientamento una materia purulenta che nessuno intende risanare), gli ingrandimenti sull’aspetto tragico dell’evoluzione, le fantasie su catastrofi future tra le rovine della civiltà, la tentazione della palingenesi definitiva, l’odio come strumento per radiografare il presente, sostanziano visioni esasperate nelle quali si impone la parodia.
Dimora nella lingua la singolarità della sua letteratura, nella cifra farsesca usata per ridefinire nel surreale le pieghe del noto, nella celebrazione della disarmonia di registri e idiomi convogliati in un solo insistente brusio. In una babele linguistica che sublima la ricerca di Joyce e la polifonia di Gadda, Permunian arriva a riesumare parlate popolari disperse nelle nebbie del Polesine, con un rutilante e sgangherato alfabeto dell’infanzia dominato dall’estetica dell’indecenza, il furore osceno, l’esito carnascialesco. Nel tradire un codice dall’impeto dionisiaco, rivela ancora una volta di aver fatto proprio il monito manganelliano di oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo nel consegnarci un’opera sulla demistificazione del sublime. Prossimo a congedarsi dal lettore, l’io narrante fa proprie le parole di Sebald e comprende nei suoi ultimi passi verso il nulla di avere in comune con i fantasmi l’attitudine a occuparsi del proprio passato e di quello dei cari defunti, riconoscendo nell’oblio una beffarda condanna condivisa.
«Recitava una quotidiana parodia di sé stesso per difendersi dai suoi stessi fantasmi. Ciò nonostante, rimase intatta in lui la forza di continuare a sghignazzare. Fu la sua ancora di salvezza».
Esce oggi “Nichilismo illuminato” di Ivan Talarico, Neo Edizioni. Ne pubblico un estratto per gentile concessione dell’editore. (d.o.)
Baldo e Avide si sono innamorati velocemente e hanno deciso quasi subito di andare a vivere insieme.
Avide abitava in affitto in un microappartamento di sette metri quadri, ricavato all’interno di un ampio androne nel vano scale. Hanno valutato insieme che forse non era la soluzione più adatta per loro. Baldo viveva in un appartamento di 85 metri quadri e gli restavano solo 76 anni di mutuo da pagare. Non aveva avuto soldi per ristrutturarlo, quindi l’impianto elettrico non era a norma e spesso lanciava scariche improvvise – e così se n’era andata la mamma di Baldo. L’impianto di riscaldamento non veniva revisionato da anni e spesso andava in blocco, portando la casa a temperature di 80-90 gradi – e così se n’era andato il padre di Baldo. I muri erano abbastanza friabili, a volte le pareti si scrostavano o cadevano pezzi di soffitto – e così se n’era andata la sorella di Baldo. Lo avevano lasciato da solo a gestire quella casa, e l’idea di abitarla con Avide lo metteva di buonumore.
Finalmente fanno dei lavori di ristrutturazione e la casa sembra perfetta.
La prima settimana di convivenza va bene, nessun morto.
Poi Avide avvisa che la madre, di passaggio, si fermerà per qualche giorno. Nessun problema per Baldo, che fa una veloce ispezione dell’impianto elettrico. La vita con la madre di Avide è un po’ meno intima: lei si intromette spesso nei loro discorsi, cucina sempre quello che vuole e, durante un temporale, chiede di dormire con loro nel lettone perché ha paura a stare da sola. Dalla seconda settimana la sua presenza lì sembra normale a tutti, tranne che a Baldo, che non vede l’ora che se ne vada.
Ma la settimana successiva il padre di Avide, di passaggio per un appuntamento di lavoro, si ferma a dormire da loro. Visto che c’è anche la moglie, decide di restare qualche giorno in più, per poi andarsene insieme. Il padre siede sempre a capotavola, pretende di mangiare a orari precisi, fuma molto e va a dormire alle 19, imponendo il silenzio in casa. Dalla settimana successiva la presenza dei genitori è ormai quotidianità, anche se Baldo chiede spesso ad Avide – sottovoce, se dopo le 19 – quando se ne andranno.
Una sera Avide esce a cena con due amiche. Passano una bella serata, ma fanno molto tardi, così le amiche si fermano a dormire a casa sua. I due hanno già ceduto il letto matrimoniale ai genitori di Avide, per questioni di rispetto, così cedono alle ragazze il letto degli ospiti e dormono sul divano-letto in salotto. Baldo cerca di protestare, ma viene subito zittito dal padre, che non tollera rumori a quell’ora.
Inutile dire che dal giorno dopo anche le due amiche prendono residenza lì, come se fosse la cosa più normale del mondo. In realtà non disturbano molto, perché passano tutto il tempo davanti al televisore. Ma comunque a Baldo non sembra opportuno.
Per una decina di giorni le cose vanno avanti così, con i sei inquilini che fanno percepire l’inadeguatezza dell’unico bagno.
Poi si presenta un prete con il chierichetto per benedire la casa in vista delle feste. Avide li invita a entrare, a bere qualcosa. Loro si fermano per cena e poi restano a dormire. Condividono il letto con i genitori di Avide, che sono buoni cristiani. Dal giorno dopo sono inquilini regolari della casa, e il prete decide di celebrare quotidianamente, alle sei del mattino, una piccola messa in soggiorno; quindi, Baldo e Avide devono svegliarsi presto. Tutto sommato un bene per lo spirito, ma non per Baldo, che si sveglia sempre con la speranza che qualcuno esca di casa per non tornare più. Intanto comprano un tagliacode e lo installano davanti al bagno per evitare tafferugli.
Quando vanno a trovarli anche il fratello e la sorella di Avide, che si sentono troppo soli senza i genitori, Baldo capisce che la situazione sta sfuggendo a ogni controllo, dal punto di vista emotivo e abitativo. Si chiude nel ripostiglio con Avide per parlarne, e la discussione raggiunge toni abbastanza elevati, diventa un litigio piuttosto furioso. I genitori, all’esterno, si preoccupano per tutte quelle grida e chiamano la polizia.
Dopo aver calmato gli animi, anche i tre agenti semplici e il maresciallo aggiunto trovano particolarmente confortevole la casa e decidono di fermarsi, accontentandosi di dormire a terra. Il giorno dopo iniziano a svolgere indagini domestiche sui presenti, subito dopo la messa del mattino. Baldo li guarda sconvolto: tutti si comportano come se niente fosse.
In quattordici, lo spazio in casa comincia a mancare; questo è abbastanza evidente. Così quando sette operai, venuti per fare dei lavori nel palazzo, restano lì a dormire, si decide di scavare delle stanze sotterranee per accogliere i nuovi ospiti.
Il progetto iniziale prevede quattro stanze e un bagno, ma poi Avide dà ospitalità anche a un pastore che si trova a passare di lì per questioni di transumanza, con le sue trenta pecorelle. Le prime a vivere sottoterra sono proprio le pecore, che trovano comodi i giacigli improvvisati.
Il cibo comincia a scarseggiare, così nella stanza delle pecorelle – molto più grande delle altre – viene seminato un bel praticello da brucare e nella stanza accanto un orticello, per avere un po’ più di risorse da abbinare eventualmente alla carne delle pecore. Purtroppo, l’ambiente buio non permette a piante e ortaggi di crescere. Avide decide di invitare il sole a casa loro, per portare un po’ di luce. Ma quando entra in casa è talmente caldo e luminoso che uccide tutti.
Il sole trova molto comodo l’appartamento e così decide di riposarsi lì per qualche ora al giorno, lasciando il suo posto nel cielo.
In un’Irlanda che non è soltanto degli Heaney e dei Muldoon – per citare due autori di riconosciuta levatura internazionale – è attivo da decenni Trevor Joyce, nato a Cork nel 1947 e protagonista di alcune importanti iniziative culturali, come la casa editrice New Writers’ Press, la rivista “The Lace Curtain” e il festival di poesia e altre arti SoundEye. Pubblicato da case editrici come Shearsman e Veer2 e vincitore del premio N. C. Kaser 2017 dopo Tom Raworth (1938-2017) – quest’ultimo, poeta anglo-irlandese di spicco del British Poetry Revival, e forse più conosciuto in Italia, anche in funzione di suoi legami con vari autori e traduttori – Trevor Joyce è anch’egli voce poetica internazionalmente riconosciuta, eppure mai tradotta in italiano (fatta eccezione, per quanto a mia conoscenza, per alcuni testi a mia cura presenti nel numero in uscita di Versodove).
Da quest’ultima, piccola selezione è stata espunta una mia prima traduzione di “The Peacock’s Tale” di Joyce, perché all’epoca ancora piuttosto inconsapevole del retroterra letterario, culturale e politico di un testo che è, per altri versi, dal chiaro e netto impatto culturale e politico all’interno della mai sopita “questione irlandese”. Era tuttavia prevedibile che si dovesse tornare più volte, e più distesamente, su un testo che esemplifica così bene alcuni tratti fondamentali della poetica di Trevor Joyce, tesa a coniugare un grande lavoro di scavo e al tempo stesso di stratificazione linguistica con il suo perdurante interesse, anche traduttivo, per varie tradizioni poetiche popolari esterne all’Europa occidentale e per la stessa tradizione letteraria irlandese, sia in gaelico che in inglese (con due opere, nell’ultimo decennio circa, che affrontano lo scoglio Edmund Spenser come Fastness e Rome’s Wreck).
In questo senso – com’è possibile leggere in questo documento di grande importanza per l’interpretazione del testo, apparso su un numero di Drunken Boat del 2006, intitolato “Toward Oulipo”, cui si rimanda – “The Peacock’s Tale”, successivamente inclusa nell’antologia What’s in Store. Poems 2000-2007 (1a ed.: 2008; 2a: Shearsman Books, 2025) è un testo diviso in due parti: la prima è una prosa che rielabora il lemma “Irlanda” dell’edizione dell’Encyclopaedia Britannica del 1842, mescolandola con altre fonti, come ad esempio le Chronicles of England, Scotland and Ireland (1578) di Raphael Holinshed; la seconda è una serie di dodici sestine di versicoli, unite tra loro da profondi legami intra- e intertestuali. Tra questi, uno dei più importanti viene dalla lezione della poesia cinese, con varie forme di versificazione parallela – specie per i distici – che introducono una sorta di rima ‘semantica’ accanto alla sua più convenzionale caratterizzazione, nella tradizione inglese, di tipo fonosimbolico: “The Peacock’s Tale” segue questa struttura, con soli 12 versi completamente svincolati da struttura e che, per le caratteristiche forse serendipitous della traduzione, costruiscono in italiano – con alcune variazioni, talvolta legate all’andamento stesso del testo di partenza – una sequenza poetica autonoma, qui riprodotta come coda alla traduzione.
La “rima” principale – suggerisce Joyce su Drunken Boat – è tra lo spogliarsi dei propri indumenti e l’essere sfigurati, con un rimando chiaro alla violenza sia fisica che culturale connessa alla dominazione imperiale britannica sull’Irlanda, che si ripercuote, ad esempio, nel repertorio culinario della prima sequenza di “rime” interna al testo (oggetto di una serie di trasformazioni in italiano, da “scòsciati” a “scàlcati”). In questa complessità, la traduzione, pur avvalendosi di strategie compensatorie, ad esempio per le “rime” fonetiche, o per le insistite paronomasie – si arresta (provvisoriamente, in una ricerca che può essere continuata ad libitum, e in altri modi: come ogni traduzione…) davanti ad alcune circostanze che rasentano la più classica delle situazioni di “intraducibilità” (nel caso di usi polisemici o di morfologie impossibili in lingua italiana: è il caso, tra gli altri, dell’omofonia nascosta nel titolo, fra tale e tail, di get up – utilizzato anche come omofono dell’indumento getup – del ballo bunny hug – di cui non sembra esserci traduzione italiana corrente – di lie – con un significato che sembra prevalere, all’interno del testo, di “dire una menzogna” – e di leach – che porta con sé il riferimento, inattingibile in italiano, del taglio della carne di maiale in gelatina, leach a brawn). Pare difficilmente riproducibile anche la sequenza interna di verbi che rimanda ai quattro verbi sintatticamente reggenti usati nella frase finale di ciascun paragrafo della prosa.
D’altronde, è possibile praticare la lettura (e, dunque, le parti più ardue della traduzione) di questo testo come “non necessariamente legate” a questa introduzione, come suggerisce lo stesso autore in un’intervista su Jacket2. Ci risulta invece difficile immaginare la lettura di questo testo senza esplicitare, da ultimo, il fatto che l’ultima sestina è una citazione diretta dalla grande autrice statunitense Fanny Howe (1940-2025), anch’essa inedita in italiano, a un anno dalla sua morte: “Umano è qualcosa // che se ne va in giro / disintegrandosi”.
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“The Peacock’s Tale” (For Fanny Howe)
The costume of the people is so wretched, that, to a one who has not practiced such visitations, it is almost inconceivable. Shoes or stockings are seldom to be seen on children and often not on grown persons, so yet they stand shod only in the plush of their red bogs, making unsteady verticals.
The rags in which both men and women are clothed are so worn and complicated, that it is hardly possible to imagine to what article of dress they have originally belonged. Duds, threads, fatigues and once-fancy hand-me-downs step out in parallel, all swaddled in knots, bedizened in glad rags; wardrobes run down past the least coherence.
It has been observed that these sheer beasts never dismantle themselves of their clothes when they go to bed; but the fact is, that not only are they in general destitute of blankets, but, if they once took off their clothes, it would be difficult to put them on again. Is not this a terrible way to be naked: wanting spread or comforter, however mute; to lie in envy of the gravel under grass?
Thus, their habit is worn day and night till it literally falls to pieces; and even when first put on, it is usually cast-off fragments; for there is not one subject out of ten who ever gets a coat bespoke, but chaff away instead their little means at hazard, where at last, exposed by numbers and for lack of other stuff, they pawn the nails of their fingers and toes, with shirred and smooth and shaggy, even to their kelder and dimissaries. That’s the way they walk in view: tender and fractious, unsheltered and exposed, while yet not wholly detached, as the moth waits famished and the needle rusts.
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“Storia del pavone” (per Fanny Howe)
L’abbigliamento della gente è talmente misero che, per chi non abbia mai praticato questi luoghi, è quasi inconcepibile. Non si vedono quasi mai scarpe o calze ai piedi dei bambini e spesso neppure delle persone adulte, dacché si infilano solo il feltro delle loro rosse paludi, stando a malapena in verticale.
Gli stracci di cui si vestono sia gli uomini che le donne sono tanto logori e aggrovigliati che è quasi impossibile immaginare a quale capo d’abbigliamento appartenessero in principio. Sfilano uno dopo l’altro abiti logori, filacci, divise da lavoro e capi di seconda mano un tempo eleganti, ora tutti tenuti insieme da nodi e ornati di cenci colorati; ormai non c’è più la minima coerenza nei vestiari.
È stato osservato come queste non meno che bestie non si spoglino mai quando vanno a letto; il fatto è che, non soltanto sono in genere privi di coperte, ma, se una volta si togliessero i vestiti, sarebbe per loro difficile rimetterseli. Non è forse un modo terribile di stare nudi: senza coperta né trapunta, per quanto sbiaditi; giacere nell’invidia della ghiaia sotto l’erba?
Pertanto, indossano giorno e notte il loro abito finché non cade letteralmente a pezzi; anche quando lo si infila per la prima volta, si tratta usualmente di brandelli di abiti dismessi; poiché non c’è nemmeno un soggetto su dieci che si faccia confezionare una giacca su misura, invece di sperperare alla cieca i propri scarsi mezzi, finché alla fine, messi a nudo dal numero e per mancanza d’altro, danno a pegno le unghie delle mani e dei piedi, arricciate, lisce o ruvide che siano, e persino i loro grembi e i loro didimi. È così che si presentano alla vista: fragili e irascibili, senza riparo ed esposti, pur non essendo del tutto distaccati, come la falena che muore di fame o l’ago che arrugginisce.
*
(coda)
a tutti quei pianoforti
in attesa dei preludi:
e gioite d’essere nel primo, come un dannato pavone!
Il corpo della politica, ultimo saggio di Giorgio Agamben, riprende e condensa alcuni argomenti cruciali della riflessione filosofico-politica che negli anni scorsi sono stati oggetto di acceso confronto teorico, con qualche ricaduta sulle pratiche di contrasto alle attuali tecnologie di governo della vita.
Si tratta di argomenti che sono stati fonte di polemiche consumate prima del COVID che ha segnato la definitiva rottura tra i fautori di una indiscriminata libertà di ‘cura’ e coloro che, pur mettendo in discussione le ingiunzioni dello stato ad immunizzarsi, hanno adottato un criterio di prudenza dando priorità alle fragilità collettive di fronte alla dismissione del sistema sanitario pubblico e meno alla rivendicazione di un’esigenza assoluta di mobilità individuale. Questo però non giustifica i beceri attacchi che Agamben ha subito, soprattutto da chi si professa libertario/a o da paludati “filosofi/e” accademici che hanno còlto l’occasione dell’obbligo di vaccino e di greenpass per regolare con lui i conti che non sono mai stati in grado di fare sul piano filosofico-politico.
Sono comunque i corpi ad essere catturati dall’attuale politica mondiale che è guerra planetaria per l’estinzione. Un tecno-suprematismo miliardario ha introdotto su larga scala il razzismo di stato, emergente del resto nel regime di guerra permanente inaugurato agli inizi degli anni 2000, ha fomentato il genocidio e presidia la catastrofe ambientale già avvenuta tramite riarmo e industria fossile, alimenta il capitalismo della sorveglianza con il controllo algoritmico dell’esistenza e distrugge le possibilità di immaginario.
In questo scenario la filosofia politica al tramonto ha fatto brillare l’ultimo raggio di luce nella circoscrizione destituente del fondamento rivelatosi fantasma epocale. Che sia stata giustificazione o registrazione delle forme di potere poco conta. Sono la sua realtà, il suo luogo, la sua funzione, il suo gioco teorico e storico e i suoi discorsi ad essere ormai in archivio.
Per chiunque pensa oggi, non si tratta di continuare o riattivare o criticare le asserzioni filosofico-politiche del passato o le ricerche del presente; e neanche di recuperare dalla tradizione della teoria politica ciò che sarebbe utile alla sua ricostruzione. Ma non si tratta neanche di prospettare una forma di vita politica una volta disfatte le grandi argomentazioni sulla sovranità, sulle forme di governo e sul diritto internazionale.
La questione della filosofia e della filosofia politica oggi è “fare una mappa dell’abisso e di una possibile via di fuga”. Franco “Bifo” Berardi con la consueta lucidità ne ha còlto il movimento in Disertate. “Solo la diserzione è strategicamente razionale, eticamente accettabile e capace di restituire carattere collettivo all’azione, anche se l’azione consiste nel non agire”.
Se la filosofia politica cerca nelle società le forze culturali e politiche in grado di disattivare la violenza distruttiva, la diserzione è quella forza capace di sottrarsi “dall’ordine automatico della guerra…ma anche dall’ordine automatico della competizione, del lavoro salariato e del consumismo…”. L’abbandono di ogni campo di battaglia non significa inazione, ma prassi negli interstizi di società disfatte, vita in esilio dal mondo.
In questa posizione esistenziale, che non è mai individuale, consiste oggi la realtà della filosofia. Questa realtà è quella di una filosofia dopo Gaza. La realtà del pensiero, cioè il fatto di poter continuare a pensare è ‘dopo Gaza’. Gaza, che lo si voglia o no, è il luogo, il discorso e il reale possibile della filosofia.
Fatta questa necessaria premessa leggiamo il saggio di Agamben, seguito da una conferenza sulla débacle dell’Europa tenuta nel 2024, come occasione di memoria dei temi che erano al centro della filosofia politica più avvertita negli ultimi due decenni: la tradizione della teologia politica, la moltitudine e l’esodo, l’inoperosità e la prassi, il comune e l’anarchia, la cura, l’uso dei corpi.
A differenza delle facili espressioni di una prassi destituente, questo passaggio ha significato il corpo a corpo con le possibilità di un essere comune. Il punto di crisi, attraversato almeno dagli inizi degli anni 2000, risale niente di meno che all’‘annus terribilis’ del ‘900, il ’77, che segna l’esodo dalla società del lavoro, pronunciato e praticato in due direzioni ancora attuali: il desiderio, che continua a disdire il corpo dell’uomo al maschile preferendo un femminile singolare generico, e una politica non statale nel tempo del capitale algoritmico.
Si tratta di una pratica nomade della filosofia secondo il criterio indicato da Michel Foucault nella lettura di Nietzsche: fare la diagnosi del presente, muoversi nello spazio della lotta e della verità.
Nella sequenza filosofico-politica dell’homo sacer Agamben ha mostrato che il dispositivo teologico-politico che ha governato l’occidente ha esercitato un potere ambivalente sulla doppia superfice del corpo e del linguaggio. Sulla superfice dei corpi il potere cattura ‘già da sempre’ la nuda vita; ma è sulla superfice del linguaggio che il potere produce ‘qui e ora’ con diverse tecnologie di governo, un ordine del discorso in cui circola, si alimenta, viene scambiato e produce soggettivazione.
Gli a-priori storici delle epoche dell’occidente delimitano i rapporti tra corpi e linguaggio dislocandoli nelle diverse invenzioni giuridiche e nelle istituzioni politiche. Ma gli stessi corpi detengono un potere di sospensione della realtà a cui sono legati, dovuto ad una forza, un impulso a permanere nel proprio essere che non è una essenza ma un’affettività, un’apertura. Il conatus, scrive Agamben, mette radicalmente in questione “la concezione sub-stanziale dell’essere”: è intensità, tensione, movimento, non forma compiuta. Si tratta di un movimento inerte, di una forza virtuale in cui moto e quiete si indistinguono.
Nel primo cristianesimo la Chiesa assume il corpo come comunità della parrocchia (paroikia) che è soggiorno dell’esule. Il corpo rimane comune nella comunione con il corpo di Cristo. Questo corpo è il corpo mistico che non tollera separazione dal corpo naturale.
Nella progressiva separazione di filosofia e teologia, Plotino assume la vita filosofica come ‘fuga di un solo presso un solo’ in vista della felicità. Ma il movimento vero di trasformazione comporta comunque l’ ‘uscita da sé’ non la residenza del soggetto in uno stato filosofico inespugnabile.
Per Dante l’esilio è la figura della moltitudine come potenza politica. Si tratterebbe di una potenza anarchica comunque interna allo stato. Ma, aggiungiamo, il punto di crisi di questa identificazione consiste proprio nell’anarchia se considerata come stato politico della moltitudine che perde così la tensione del movimento incomune.
Il corpo diviene politico solo nella modernità, quando è scisso nel corpo naturale e nella persona ficta che abolisce la pluralità dei singoli. Allora la filosofia politica si costituisce come scienza autonoma della ragion di stato che dispone una serie di tecniche, procedure e norme di amministrazione che forgiano l’identità dello stato e del sovrano.
Per Hobbes la dinamica finita dei corpi promuove la logica infinita del patto che incatena i sudditi al Dio mortale nella finzione del sovrano, macchina automatica del comando. Il popolo, che è tale perché “vuole attraverso la volontà di uno solo”, implica il sovrano nel rapporto di comando-obbedienza dei sudditi. Una volta ceduti volontariamente i propri diritti di natura, la moltitudine “non può in alcun modo pretendere di sciogliersi dal patto…”. Siamo in prossimità di quell’insieme di trasformazioni del potere in cui il corpo è “preso” all’interno dei dispositivi di governo della vita.
Sarà Spinoza a dare la cauzione più adeguata all’impulso dei corpi. La natura affettiva del corpo sottrae l’organico alla cattura del sovrano. La libertà distanzia i rapporti tra i corpi dalla necessità dello stato, ed è un fenomenologia degli affetti a rendere ragione del corpo politico. Infatti, “il diritto sovrano…non è altro che il diritto di natura, determinato non da ciascuno ma dalla moltitudine, la quale è guidata come da una sola mente”. Da quel momento l’esilio diviene via di fuga dal comando del potere sovrano. Siamo all’inizio della storia delle soggettivazioni che rovesceranno il corpo politico in politica dei corpi: un impulso ingovernabile a permanere nel movimento che trasforma. La storia dei conflitti insegna che quando ‘il verbo si fa carne’ il corpo della politica si rovescia in politica dei corpi in grado di insidiare il sovrano.
‘Dopo Gaza’ non ci sono altre filosofie, non ci sono altri esercizi filosofico-politici, non c’è un’altra realtà della filosofia, benchè si continui a pensare, a produrre discorso, a pubblicare una saggistica e a trattare temi filosofici.
Dopo Gaza la filosofia è ‘palestinese’ non per l’identità locale di filosofi, artiste e poetesse palestinesi che continuano comunque ad essere invisibili, ma perchè quei corpi in esilio, violati, deportati, bombardati di bambini sono corpi di giustizia, corpi nel senso che ogni loro pensiero e ogni loro gesto manda in archivio le forme teorico-politiche pensate in occidente: la comprensione dell’‘altro’, la logica di destino del pensiero, persino la convivialità e le ultime fandonie sul caos e sul cosmo.
Dopo Gaza la filosofia è diventata pensiero mondiale dal suo luogo di massacro. La sua inesistenza per l’occidente è diventata questione permanente di vita o di morte, questione vitale, cioè questione di vita delle popolazioni. Il pensiero ‘palestinese’ è etica ed estetica, è una forma di vita filosofica in cui presenza e poesia si indistinguono. Si tratta di una filosofia del sumud, che è resistenza in esilio permanente, impulso a permanere nel proprio stato, conatus.
Mahmud Darwish ha cantato i corpi in esilio: “La tenda è un corpo fragile,/…apre le porte su un vuoto infinito,/ ruba il calore dell’istante/e lascia dietro di sè un silenzio tremante./ la tenda non è una casa, è una promessa d’attesa,/…su una terra che non porta il tuo nome/…”.
In Canta Palestina, dedicata all’attivista e pacifista Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza dai salafiti nel 2011, il musicista Enzo Avitabile in napoletano e la cantante palestinese Amal Murkus in arabo cantavano: “…Come sono alte le stelle a Betlemme/…Quanto sono bagnati i fiori di Betlemme/…E il sole e la luna mescolano i colori/…E chi di speranza vive/Disperato non muore…”.
Haidar al-Ghazali scrive “…Mi vergogno del mio petto/ ancora unito alle braccia e alla testa/…E mi vergogno quando passo, tutto intero, davanti a una donna/che raccoglie i brandelli di ciò che resta/del suo bambino./…”.
La poetessa Hend Joudah canta: “Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?/ Significa chiedere scusa,/ …agli alberi bruciati,/ agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate…/ Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra?/ Significa vergognarsi,/del tuo sorriso,/del tuo calore,/ dei tuoi vestiti puliti,/…della tua tazza di caffè/…”.
La filosofia palestinese è anche filosofia ebraica perchè, come di recente ha osservato il filosofo Étienne Balibar “è esempio del dovere che hanno oggi gli ebrei di tutto il mondo di dissociarsi dalla politica israeliana e di rafforzare la lotta dei palestinesi”. Pensare ‘dopo Gaza’, ha scritto ‘Bifo’, “significa prendere atto del tradimento della cultura ebraica da parte del gruppo dirigente sionista e da parte della grande maggioranza del popolo israeliano: il fallimento della ragione universalista e il tradimento della cultura ebraica moderna sono le due facce della stessa medaglia”.
In un testo recente, Nell’abisso, lo storico Omer Bertov ricostruisce il processo che ha trasformato il sionismo in teoria politica etno-nazionalista di sterminio, mente la storica Anna Foa in Il suicidio di Israele ricostruisce le trasformazioni del sionismo come ideologia dello stato nazionale che fin dalle prime formulazioni alla metà del XIX secolo ha rotto con la diaspora che chiama galut (esilio) e propone un progetto di stato “che non ha mai fatto parte della costruzione filosofica del mondo ebraico”.
Conveniamo dunque con lo storico Ilan Pappé che nel recente saggio La fine di Israele indica la possibilità di una politica dell’avvenire attraverso un processo di giustizia riparativa sull’esempio del Sudafrica; ma fino a quando durerà la cornice attuale dello stato di Israele “non c’è speranza di porre fine al negazionismo israeliano sul sionismo come un progetto politico intrinsecamente violento…”.
Per questo la filosofia politica ha da curare, raccontandola, la vita dei corpi.
Riferimenti
AA.VV., Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi editore, Roma 2025.
Giorgio Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri editore, Torino 2026.
Luca Baccelli, Autocrati e liberali, il piano inclinato della guerra giusta, “Il manifesto”, 20/08/2026.
Omer Bartov, Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2026.
Franco Berardi “Bifo”, Disertate, Timeo edizioni, Roma 2023.
Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo edizioni, Roma 2024.
Didier Fassin, Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza, Feltrinelli, Milano 2026.
Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza editore, Roma-Bari 2024.
Silvia Lippi, Canta Palestina! L’inconscio di fronte al massacro di un popolo, Ombrecorte, Bologna 2026.
Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi Editore, Roma 2025.
(A trent’anni dalla corsa che anticipò l’Europa globale)
Sono passati trent’anni da quando, a San Siro, George Weah intercetta un pallone nella propria area di rigore. Non è un’azione costruita e neppure uno schema: è un errore avversario. Weah controlla, alza la testa e si invola palla al piede. Ottantacinque metri di campo attraversati in progressione, con difensori ubriacati dai dribbling e aggirati come birilli dal passo felino del liberiano, mentre un’intera squadra lo insegue senza riuscire a fermarlo. Il gol contro l’italianissimo Hellas Verona, senza neppure uno straniero schierato in campo, diventerà una delle immagini simboliche del calcio degli anni Novanta, pura nostalgia per gli appassionati di cineteca. C’è un corpo che scavalca i confini, un talento straniero che attraversa geografie e identità indigene in una traiettoria che già, quell’8 settembre 1996, prefigurava ciò che di lì a poco avremmo imparato a chiamare globalizzazione.
In quella cavalcata coast-to-coast, infatti, non correva soltanto un attaccante: fluiva un’idea di mondo in odore di cambiamento radicale. Di sconvolgimento.
Alla fine dell’anno precedente, nel dicembre 1995, Weah era diventato il primo africano a vincere il Pallone d’Oro. Quel riconoscimento aveva un valore simbolico che superava il gesto sportivo: il centro del calcio europeo premiava un talento proveniente dagli slum di Monrovia, da una Liberia segnata da conflitti e instabilità. L’Europa vedeva in quell’assegnazione la consacrazione di un paradigma basato su nuovi propositi d’integrazione, destinato a estendersi negli anni a venire.
Paradossalmente, proprio nello stesso dicembre del ‘95, una decisione giuridica apparentemente tecnica avrebbe scosso le fondamenta del calcio europeo. La sentenza Bosman della Corte di Giustizia dell’Unione Europea applicava al mercato dei calciatori il principio della libera circolazione dei lavoratori. Il talento diventava forza lavoro mobile nello spazio sovranazionale. Il campo da gioco si trasformava così in uno dei primi laboratori visibili dell’Europa integrata. Non si trattava soltanto di trasferimenti e contratti: per i calciatori comunitari la libera circolazione diventava un diritto, sottratto ai precedenti vincoli numerici legati alla nazionalità. I campionati avrebbero progressivamente attenuato la loro identità nazionale, assumendo i tratti di leghe sempre più transnazionali e superando, per i giocatori dell’Unione Europea, il limite storico dei tre stranieri in campo.
Maastricht era recente, l’integrazione economica procedeva, il lessico dell’apertura e della mobilità iniziava a dominare il discorso pubblico. Il mercato unico si presentava anche come una promessa culturale, e il Milan di quegli anni, crocevia di lingue, provenienze e capitali, ne era una delle rappresentazioni più visibili. Il calcio diventava spettacolo globale e insieme anteprima concreta dell’idea di un’Europa aperta e attraversabile.
Negli anni Novanta muoversi oltre i confini era segno di espansione: significava connettersi, emanciparsi. La globalizzazione appariva promessa da realizzare. Il continente sembrava avviato verso una progressiva dissoluzione delle barriere interne e la mobilità veniva celebrata come destino condiviso.
Trent’anni dopo, quell’orizzonte appare meno lineare. L’allargamento a Est ha ampliato lo spazio europeo ma ne ha reso più visibili le asimmetrie; la crisi finanziaria del 2008 ha incrinato la fiducia nel mercato come fattore automatico di coesione; le tensioni migratorie hanno riportato al centro la grammatica dei confini. L’Europa non ha smesso di esistere, ma ha smesso di percepirsi come promessa indiscussa, lasciando emergere con maggiore evidenza una frattura che Zygmunt Bauman aveva individuato già negli anni della globalizzazione: quella tra “globali” e “locali”, tra chi può attraversare i confini e chi ne resta immobilizzato. La mobilità, dunque, non è una condizione universale, ma un privilegio distribuito in maniera selettiva. Non tutti attraversano, o quanto meno non tutti possono permetterselo.
La domanda, allora, non è se l’Europa abbia mantenuto o tradito il proprio sogno, ma per chi quel sogno sia diventato realtà. Forse quel sogno era più facile da attraversare nella sua dimensione simbolica che nella sua piena realizzazione storica.
In questo scenario, Weah appariva come la prova concreta che quella promessa si stesse realizzando: anche la periferia poteva diventare centro. Tuttavia il calcio europeo stava diventando il principale polo di attrazione del talento globale, una macchina capace di integrare ma anche di selezionare e assorbire valore. E certamente la mobilità sociale di un singolo non cancellava le asimmetrie strutturali tra Nord e Sud del mondo; le rendeva, semmai, più sofisticate.
Weah incarnava il mito positivo di quella fase storica: il ragazzo cresciuto in condizioni difficili che riesce a conquistare il centro dell’immaginario mondiale. Ma proprio la forza di quel mito rendeva meno visibili le tensioni che lo attraversavano.
Il calcio come ascensore sociale, il mercato come spazio neutrale di riconoscimento del merito, l’Europa come arena inclusiva: erano narrazioni potenti, e in parte vere, ma non prive di ombre.
C’è da aggiungere che la traiettoria di Weah non si esaurisce sul campo. Anni dopo, il capitale simbolico accumulato in ambito sportivo si trasforma in capitale politico. Weah diventa presidente della Liberia. Il corpo globale ritorna alla propria origine, triangolando (come faceva spesso sull’erba del Meazza con il compagno d’attacco Marco Simone) e provando a convertire carisma e popolarità in governo.
Qui la parabola si complica. Il talento individuale, che nel calcio può decidere una partita in pochi secondi, non è sufficiente a risolvere le stratificazioni storiche, economiche e istituzionali di uno Stato. La promessa meritocratica si scontra con la complessità del reale.
Rileggere oggi la cavalcata di quell’8 settembre significa interrogarsi su ciò che gli anni Novanta hanno rappresentato. In quel decennio il calcio è diventato definitivamente industria globale e spettacolo planetario, piattaforma economica e mediatica. Il Milan di quegli anni era parte integrante di questo passaggio. Weah ne è stato uno dei simboli più evidenti: il talento che irrompe in Europa e viene celebrato come prova della sua apertura, del suo coraggio, del suo nuovo volto.
Trent’anni dopo, la globalizzazione non è più una promessa, ma una struttura consolidata. Il flusso di giocatori, capitali e immagini è continuo, sistemico, spesso impersonale. La retorica dell’inclusione è diventata linguaggio istituzionale, ma le diseguaglianze persistono, e in taluni casi addirittura si acuiscono. In questo scenario, il gol di Weah assume un valore ulteriore. Non soltanto per la sua bellezza tecnica, ma per ciò che rappresentava in quel momento storico: la fiducia in un mondo in cui il talento potesse attraversare i confini senza essere ingabbiato da essi.
Eppure, mentre il calcio diventava industria globale e i confini sembravano ridursi a mere linee amministrative, il mondo non ha smesso di organizzarsi secondo logiche di potenza. Persino la Groenlandia, isola di ghiaccio ai margini dell’immaginario europeo, è divenuta terreno di competizione strategica. E oggi la crisi iraniana lo ricorda con brutalità.
La geografia non è scomparsa. Dopo il lungo ciclo della globalizzazione, è tornata a pesare: territori da contendere, confini da difendere, aree di influenza da conquistare, come su un tabellone di Risiko. Eppure, nei primi anni Novanta, la fine della Guerra fredda sembrò aprire una stagione nuova, fatta di mobilità, scambi e confini sempre meno rigidi. La Guerra del Golfo mostrava già quanto quella promessa fosse fragile. Oggi quelle logiche sono tornate prepotentemente al centro della storia, facendo apparire lontana l’idea di un mondo aperto e pacificamente attraversabile.
Forse è proprio questo che rende quella corsa travolgente verso il gol ancora memorabile. Non solo l’eleganza del gesto, non solo la potenza fisica. Ma l’illusione, allora credibile, che le linee bianche nel mezzo di un campo non fossero limiti, ma confini attraversabili. L’Europa si raccontava come promessa di spazio aperto, dinamico, permeabile.
In un verde prato milanese, trent’anni fa, sembrò possibile attraversare un intero continente. La corsa di un africano, durata 14 secondi, fu la più spettacolare messa in scena di quel sogno europeo.
Letteratura standard, letteratura edificante, letteratura di ricerca
In un’intervista apparsa il 6/10 su “Il Giornale”, Gianluigi Simonetti e Walter Siti intavolano un duetto quasi all’unisono su diversi temi. E toccano persino, sollecitati dall’intervistatore, quello della poesia*. E qui Siti mi chiama in causa, ossia cita il mio ultimo libro “Prati. Extended Version” (2025), ma anche i concetti di “prosa in prosa”, “poetiche non assertive”, “scritture adiacenti alla poesia”, concetti che riguardano, in realtà, diversi scriventi oggi, in zona poesia o nei suoi paraggi. Gli sono grato per questo, grato per la sua curiosità e onestà. È uno dei nostri migliori narratori e anche uno dei migliori critici, e continua a interessarsi anche a quello che avviene nelle periferie editoriali, ossia in poesia. E inoltre ha l’onestà, dalla piena luce della “scena ufficiale”, d’indicare, seppure con aria perplessa, quello che accade nelle penombra, laddove si hanno pretese d’innovazione letteraria in generi e forme ben poco standard, poco edificanti e poco commerciali. In genere, questo tipo di segnalazioni, i residenti della “scena ufficiale” si guardano bene dal farle, chissà mai che qualche spot secondario si sposti dal podio ai retroscena.
Detto questo, c’è qualcosa che vorrei dire pubblicamente di Siti e a Siti. E il discorso riguarda in fondo anche Simonetti. In questa intervista, Siti riprende i temi di battaglia grosso modo già esposti nel saggio Contro l’impegno del 2021. È un saggio che io ho molto apprezzato, intelligente come tutte le cose che scrive Siti, e nutrito, per altro, della migliore critica marxista novecentesca. Siti, e nella sua scia Simonetti, sono spesso impeccabili nel denunciare quella che una volta si chiamava “letteratura edificante”. Sono entrambi convinti, come certuni di noi della vecchia guardia, che l’inconscio dello scrittore “forte” dica o possa dire cose più avanzate, articolate, di quanto gli dica, ad esempio, la sua “coscienza” ideologica. E quindi il buon vecchio Lukács su Balzac. Nulla di nuovo, sul piano critico, ma benissimo ricordarlo. E siamo pure d’accordo sull’amarezza per la lingua standard del romanzo standard. Ma perché quando si arriva alla poesia, Siti sostiene la tesi che “la metrica è considerata reazionaria e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta”. Grande semplificazione sotto il sole.
Di che metrica sta parlando Siti? Di quella tradizionale, che precede il verso libero e che scatenò scandalo, ad esempio, nei lettori degli Alcools di Apollinaire negli anni Tredici del secolo scorso? Sta parlando semplicemente di poesia in versi (verso libero) rispetto a testi che rifiutano sia la scansione versale sia la tradizione della prosa lirica? E Simonetti non chiarisce granché, quando parla di “poetiche costruite come teologie negative”, che già si trovano nel Montale degli Ossi di seppia. Certo, siamo sul “Giornale”**, si tratta di un’intervista, è già anomalo che si parli di poesia, ma caro Siti facciamo uno sforzo di chiarezza. Ciò renderebbe altrimenti efficace la tua curiosità e onestà. Davvero la faccenda della poesia oggi (e delle sue adiacenze) si riassume a un immaturo pregiudizio contro la metrica tradizionale? Non pensi, invece, che la prosa in prosa, le scritture non assertive, siano alcune vie, tra diverse altre, per fare qualcosa di diverso rispetto alla letteratura standard e a quella edificante che giustamente biasimi? Ma anche rispetto alla lirica standard e edificante? Non pensi che la necessità di sperimentare forme diverse, nell’ambito della poesia, ma anche in narrativa, nasca non da un partito preso ideologico (la tradizione alla destra, la rottura alla sinistra), ma, come ho scritto altrove recentemente, “dal disagio di un poeta nell’utilizzare strumenti, forme, figure che ha ereditato e attraverso le quali si è ‘costruito’ come soggetto poetante [?] E questo vale evidentemente per il romanziere, o il drammaturgo, ecc. (…) [I motivi dell’innovazione] sono semplicemente conseguenza di un conflitto tra il mondo, come l’autore lo percepisce, e la forma (letteraria e linguistica) nella quale questo mondo dovrebbe ridursi / rivelarsi / posarsi / arrendersi.”
Questo non lo dico per difendere la bontà letteraria del mio libro, ma per invitarti a confrontarti più spesso, nel tuo panorama della “letteratura circostante”, anche con queste forme che difficilmente possono essere associate alla letteratura standard e a quella edificante. Certo la loro rilevanza editoriale (si legga: vendite) è minima. Ma non credo che sia questo il criterio che condizioni interamente la tua attenzione critica.
Note
*
Riporto per intero il passo dell’intervista di Siti e Simonetti dedicato alla poesia:
“Si diceva che manca il recinto delle regole, utili anche per trasgredire. Ha qualcosa a che vedere, ad esempio, con la crisi della poesia?
SITI: «Perché la metrica è considerata reazionaria, e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta. Così non vanno più nemmeno a capo: fanno “prosa in prosa”. Con la prosa ormai si può fare di tutto: in Sotto il vulcano di Lowry ci sono metafore che qualunque poeta invidierebbe. Nei Prati di Andrea Inglese è come se un verme solitario impedisse il formarsi della narrazione e dell’argomentazione: ci si blocca dove dovrebbe partire un racconto e dove dovrebbe partire una riflessione.
Forse sono regole in negativo».
SIMONETTI: «Sono poetiche costruite come teologie negative, a partire da ciò che gli autori sanno di non voler fare. Un po’ come la sinistra da qualche decennio, nascono da ciò che non si può fare: non nel senso del politicamente corretto, ma in senso strettamente letterario. Uno sperimentalismo frutto di molte sconfitte politiche».
SITI: «Loro le chiamano poetiche non assertive, contro una tradizione in cui un io forte dice delle cose, in genere lamentandosi.
Qualcuno parla di scritture adiacenti alla poesia, come se la poesia fosse un prato minato: stanno attenti a dove mettono i piedi».
**
Non m’interessa qui discutere della linea politica del “Giornale”, ma non posso non manifestare una difficoltà d’ordine immaginativo. Faccio fatica a immaginare come un lettore che ha assaporato frasi dell’editoriale del 6 ottobre (“Una sinistra confusa, che non sa più distinguere tra dibattito parlamentare e retorica da Brigate Rosse…”), si getti poi con altrettanta golosità sulle analisi di Siti sulla mancanza d’inconscio dei dispositivi dell’IA, nella creazione letteraria. Così come faccio fatica a far rientrare tale quotidiano nell’orientamento politico che generalmente gli si attribuisce (centro-destra o liberal-conservatore), dopo che titola il 10/10: “Premio Nobel per Hamas”, allineandosi con le posizioni isolatissime del presidente USA (che pretendeva per sé il premio Nobel della pace) e del capo del governo di estrema destra israeliano, Netanyahu, colpito da un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Ma probabilmente si può senza ombra d’incongruenza condividere l’opinione che vede il comitato del Nobel come un raduno di antisemiti pro-Hamas e leggersi poi delle lunghe interviste a scrittori e critici contemporanei che citano i giudizi del marxista Lukács su Balzac.
Nella nostra testa le campagne sono qualcosa che sta a mezzo tra le città e la natura, che ci rappresentiamo istintivamente sotto forma di folta foresta, di savana, di prateria alpina, di vasti spazi poco frequentati. Nelle città è l’uomo che la fa da padrone, nelle campagne anche, ma sporcandosi le scarpe e le mani, e mediando con le piante, e nei boschi le cose ci sembrano andare avanti da sole, in modo insomma prevalentemente spontaneo. È l’idea tripartita che mi sono fatto io stesso da bambino, perché casa nostra per me era la città – restavamo pur sempre dei cittadini, anche se abitavamo in collina – e nemmeno il giardino poteva essere considerata campagna, anche se per certi aspetti se ne avvicinava. Poi però cominciavano i campi veri e propri, con le loro regole e la loro filosofia completamente diverse: mi accorgevo che lì tutta la prosopopea della mia famiglia veniva a cadere, sommersa da altri saperi e da un’altra lingua, il dialetto. E più a monte c’era il bosco, che era molto meno frequentato e più misterioso. Io stesso ci andavo poco, e mai da solo.
In realtà anche nelle città c’è la natura, anche se noi non siamo tanto abituati a considerarla, e la nostra abilità consiste appunto nel nasconderla, nel reprimerla appena alza la testa, nel tenerla confinate in ridotte aree a essa dedicate. E tanto più c’è nelle campagne, dove i processi in gioco restano per molti versi naturali, seppure pilotati e guidati. Quanto ai boschi, essi hanno molto spesso pochissimo di intatto, in particolare dalle nostre parti: la loro composizione e struttura sono opera degli umani, tanto che molto spesso possono essere considerati delle vere e proprie coltivazioni. È il caso delle peccete delle Alpi, le foreste cioè a dominanza di abete rosso – quello con gli aghi in tutte le direzioni attorno ai rametti – che sconfinando alla grande dal loro areale di predilezione dominano in molto vallate. O anche dei diffusissimi boschi cedui degli Appennini, quelle foreste di latifoglie dei quali si sfruttavano – la maggior parte sono oggi abbandonati – i ricacci, tagliandoli ogni quindici o vent’anni.
La nostra società è tutta focalizzata sulle tecnologie di precisione e informatiche, e l’agricoltura interessa poco. Economicamente conta come il due di picche: rappresenta una percentuale irrisoria, l’uno due per cento, del reddito delle nazioni più ricche, ed è ormai un qualcosa strettamente riservato agli addetti ai lavori. Per molti aspetti sembra quasi un anacronistico residuo del passato, legata com’è a fattori poco controllabili. I discendenti di contadini, un tempo molto numerosi, sono adesso molto pochi, e i comuni mortali non hanno un accesso diretto a come si coltiva. Se negli ultimi tempi se ne parla di più, è principalmente perché i prezzi di molte derrate tendono a seguire gli aumenti del petrolio. Non a caso, perché l’agricoltura industriale è molto dipendente dalle energie fossili: i concimi chimici, i pesticidi, le macchine agricole e l’irrigazione ne richiedono in grandi quantità. Produce molto, in termini di rese quantitative a ettaro o anche per addetto, ma consuma altrettanto. È una tara – che si aggiunge a quelle ambientali – che la rende molto vulnerabile, anche se non viene sottolineato come meriterebbe.
L’idea che ne abbiamo, la stessa che avevo io quando mi sono iscritto a Agraria, tende a restare invece piuttosto bucolica. Produttori e grande distribuzione fanno di tutto per mantenerci in quest’illusione: le confezioni e le pubblicità sono ingentilite da scene arcadiche, sorrisi, gesti antichi, cieli tersi, bimbini e nonne. Relativamente pochi consumatori – è lo stesso termine che si usa anche in ecologia per indicare gli esseri che vivono cibandosi di altri esseri – hanno visto l’inferno di un allevamento di polli o suini, pochi sanno che un peperone riceve durante la sua crescita decine di formulati chimici diversi, che agiscono all’esterno ma anche dall’interno, che l’olio di semi è estratto con un solvente, che la pasta dei marchi italiani è fatta prevalentemente con grano duro canadese seccato con un erbicida, visto che il clima di quel Paese non permette una maturazione completa, che la maggior parte delle farine per il pane contengono una sfilza di additivi e miglioratori, che gli agricoltori sono vittime preferenziali di molte forme di tumore e del Parkinson, che molti prodotti caratteristici, come lo speck altoatesino, sono fatti con materie prime che vengono da lontano, e via dicendo.
Già a partire dal diciannovesimo secolo il modello dell’agricoltura è diventato l’industria, visti gli incredibili successi di questa. Si riteneva che andasse imitato il meglio possibile quell’esempio vincente, sbarazzandosi di ogni arcaica dipendenza dalle contingenze locali e dalle deleterie tradizioni. Ma è a partire dalla seconda metà del secolo scorso che si è fatto di tutto per escogitare e imporre procedimenti standardizzati di stampo ingegneristico, e la sottesa logica riduzionista, a tutte le produzioni agricole. E proprio qui sta l’altro grande inghippo del settore, perché i campi, così come i corpi delle persone, non sono macchinari meccanici, e hanno i loro complessi funzionamenti biologici, conosciuti solo in parte, le loro fragilità e le loro reazioni agli interventi esterni, le loro ineludibili differenze. Insomma la loro vita. Ma certo chi coltiva forzando la mano ai processi naturali, o ignorandoli, e non può non rendersene conto almeno in modo subliminale, non ha molto interesse che si metta il naso nei suoi modi di procedere: i consorzi dei produttori sono sempre molto preoccupati che ci si faccia una cattiva idea delle loro mercanzie. Hanno la coda di paglia, e sopportano molto male le inchieste e le critiche. Pensano – non ha torto – che meno trapela meglio è.
Strano saperne così poco di un ambito che ci dà da vivere, i cui prodotti entrano tutti i giorni nei nostri corpi influendo sul nostro stato e equilibrio, modificandoli. E che è localizzata vicino a noi, perché circonda i nostri nuclei abitati: la attraversiamo per spostarci da una città all’altra, spesso la frequentiamo per riposarci, fare una passeggiata, una mangiata fuori dalla frenesia. Ci è molto familiare, anche se la guardiamo distratti, senza cogliere i dettagli. Molti di noi confondono il granoturco con il grano, ossia il frumento, pochi sanno riconoscere l’erba medica, le lenticchie, il luppolo. Paradossalmente sono meno ignote certe curiosità delle colture più particolari: il riso, il tè e il caffè, le uve dei grandi vini. E ancora meno si ha contezza delle tendenze in atto nelle proprietà fondiaria, degli arcani dei mercati agricoli, dei modi di procedere della potentissima grande distribuzione. Sarebbe come non avere mai sentito parlare dei colossi del mondo digitale, come non cogliere la differenza tra un camion e un motorino, tra un’auto elettrica e una con il motore a scoppio. Ma certo le automobili si conoscono meglio, anche se non si mangiano: se ne occupano ogni giorno i media, ci sono riviste e programmi divulgativi, approfondimenti e spiegazioni sulla rete. Del resto per guidare ci vuole la patente, mentre per mangiare non occorre: si ritiene forse che fare male solo a sé stessi e alla propria famiglia non sia grave.
Forse proprio come reazione a questa alienazione, dell’agricoltura se ne parla sempre di più dal punto di vista dei malanni. Volta a volta vengono a galla la presenza di residui di pesticidi negli alimenti, i danni ai suoli, l’inquinamento delle falde, l’emissione di gas a effetto serra, il massiccio contributo nella formazione dei particolati nell’aria, lo stravolgimento o la banalizzazione dei paesaggi. Agli antipodi delle visioni idilliache propinate, aumenta la consapevolezza che c’è qualcosa che non va, in quel modo di produrre il cibo. Cresce una visione negativa, o comunque di diffidenza, è un dato di fatto, che contamina anche i relativi territori. Inchieste televisive vanno a mettere a naso in questo o quel prestigioso distretto agricolo, mostrando l’altra faccia della medaglia. Quello che si dice meno è che la maggior parte delle colture possono condurre a buone produzioni con ottime qualità organolettiche e alimentari senza inquinare, utilizzando meno energia, con una resilienza molto maggiore di fronte agli eccessi climatici. Non si sottolinea che le tecniche ci sono già, anche se certo possono essere migliorate, e c’è chi le usa da tempo con successo. Gli interessi in gioco sono enormi, se si considerano pure le filiere di trasformazione e di distribuzione, che nel complesso hanno un peso ben maggiore delle produzioni primarie nel prodotto lordo dei vari Paesi, e gli influenti attori del settore sono abituati a manovrare i media, la politica e la ricerca scientifica. Riescono a farlo con una relativa facilità proprio grazie alla spessissima nebbia che stagna sulle coltivazioni.
Peccato non insistere su queste potenzialità a portata di mano. Perché nella tripartizione dalla quale siamo partiti, la fetta che offre grandissimi margini di manovra, senza bisogno di investimenti colossali, sembra essere in effetti questa. Le superfici in ballo sono enormi, nonostante la tendenza alla contrazione. All’inizio degli anni Sessanta più dei due terzi del territorio italiano era agricolo, esattamente come trent’anni prima. In pochi decenni siamo scesi, in seguito all’abbandono delle aree snobbate dall’agricoltura industriale, e che lasciate a sé stesse contribuiscono ora massicciamente al dissesto idrogeologico, a meno del quaranta per cento. Resta pur sempre una fetta molto grande del Paese. E appunto molte zone lasciate a loro stesse potrebbero essere recuperate.
È interessante andare a vedere più in dettaglio, prima di proseguire con la riflessione, cosa è successo. Certo la cementificazione di ampissime zone di pianura e non – si è passati da meno del tre per cento del territorio nazionale del dopoguerra all’attuale sette e passa per cento – ha molto pesato, ma il fenomeno principale è stato la fuga degli agricoltori dalle zone collinari e montane, e la conseguente incuria delle stesse. Questo disastro è potuto avvenire solo perché si faceva affidamento unicamente sulle procedure agricole predatorie considerate ottimali, e si guardava solo ai tornaconti finanziari immediati, senza considerare che i paesaggi sono fondamentali anche per una buona gestione delle acque, della vegetazione e della fauna, che alla lunga hanno una loro determinante incidenza economica, e sono spazi di vita e di bellezza. Il dilagare degli incolti e delle problematiche boscaglie di nessun valore ecologico e commerciale, e la desertificazione dei borghi che la accompagna, sono il risultato dell’incapacità di pensare utilizzi agricoli e agroforestali economicamente sostenibili, o comunque non troppo costosi, adatti alle caratteristiche specifiche dei vari ambienti, grazie anche ai saperi tradizionali, funzionali alla loro preservazione. L’attuale percentuale nazionale delle superfici boscate, circa un terzo, contro il quinto di un secolo fa, che potrebbe essere considerata positiva, nasconde invece un profondo degrado, del quale se ne parla solo quando succedono eventi catastrofici, purtroppo sempre più frequenti.
In altri Paesi a noi vicini le aree agricole sono ancora più abbondanti. In Germania e Spagna sono di poco inferiori al cinquanta per cento del totale, comprendendo anche i pascoli, e superano questa soglia in Francia. Per non parlare dell’Inghilterra, dove sono superiori ai due terzi. La media europea, inferiore al quaranta per cento, è relativamente bassa solo per il peso dei paesi nordici e baltici, prevalentemente forestati, in relazione alla loro posizione geografica. Nel contesto della crisi ambientale e climatica, è proprio questa grandissima diffusione, considerata la disponibilità di reali alternative, che le rende così centrali. Esse rappresentano in effetti la leva più facile da manovrare per ridurre i consumi di energia e gli impatti sull’ambiente e sulla salute. Va sottolineato che l’agricoltura europea, così come quelle degli Stati Uniti, e anche quella cinese, è molto sovvenzionata: quasi il quaranta per cento dei redditi degli agricoltori provengono da sostegni pubblici. È evidente che gli aiuti – ora concentrati sulle aziende più produttive e redditizie, spesso le più impattanti – dovrebbero essere strettamente vincolati all’adozione di pratiche non dannose.
Le esperienze delle agricolture ecologiche degli ultimi cinquant’anni, sempre più diffuse, hanno dimostrato che è possibile produrre cibi sani con metodi sani. Le vari metodi sono stati osteggiati e ostacolati per decenni, tuttora sono spesso denigrati, e non vengono sostenuti come dovrebbero, ma funzionano bene. Rassegnandoci a produrre un po’ meno per unità di superficie, ma consumando meno e senza provocare disastri, che pur non rientrando nella contabilità aziendale non possono essere esclusi dal bilancio complessivo, l’agricoltura può diventare quella macchina solare molto efficiente che sa essere, che trasforma l’energia gratuita in ottimi cibi. Ci sono studi molto approfonditi che cercano di valutare a scala continentale o mondiale se questo è davvero possibile. Tutti concludono, a dispetto dei minacciosi pronostici strombazzati da chi le avversa senza sostegno di calcoli precisi, che non sarà affatto facile, e ci vorrà la collaborazione di tutti, in particolare per adottare una dieta meno carnivora e meno ricca. Ma è possibile.
Per ora le principali organizzazioni del settore si arroccano sulle proprie abitudini consolidate, e sulle urgenze contingenti, negando di fatto la gravità senza precedenti della situazione e la necessità di cambiare rotta. Vedono solo il problema del momento, come lo scoglio dei prezzi del petrolio, o di una annata troppo calda, quasi fossero inghippi congiunturali, e non svolte epocali legate al cambiamento climatico e alla necessità di ridurre la dipendenza dalle energie fossili. Ripropongono i metodi che ritengono essere i soli possibili, i quali sono molto sensibili e poco resilienti, e quindi destinati al fallimento, e chiedono volta a volta sostegni puntuali finalizzati a mantenere inalterato lo status quo. In mancanza di altri santi a cui votarsi, parlano moltissimo di nuove tecnologie: sono certe che faranno miracoli. Chi le mette a punto e commercializza ha interesse che prosperi questa credenza: riesce a farglielo credere. Se va bene da queste verranno ridotti apporti positivi, per le agricolture che potranno permetterseli, ma non certo le meraviglie promesse. Già in passato – in particolare con gli organismi geneticamente modificati di prima generazione – sono stati pronosticati prodigi che non sono arrivati, e che anzi si sono rivelati dei costosi e pericolosi boomerang: non a caso non vengono fatti dei bilanci sinceri, che sarebbero impietosi.
La realtà è che le terre coltivate, queste zone ibride che stanno tra le città e le aree più naturali per le quali vagavo da bambino, restano quelle di sempre, sono anzi molto più fiacche e spossate, visto come si è tirato loro il collo per decenni. E le soluzioni più efficaci per rigenerarle tendono a essere purtroppo sempre le stesse, quelle già abbozzate dagli agronomi latini e – un millennio più tardi – da quelli arabo-andalusi: apporto di sostanza organica e uso di piante cosiddette miglioratrici, in particolare le leguminose, che regalano azoto – il principale elemento della fertilità – ai suoli. Quelle appunto preconizzate da ogni tipo di approccio ecologico, che si chiami agroecologia o agricoltura biologica o altro, che mira sempre a insinuarsi nei meccanismi naturali per sfruttarli a proprio vantaggio, anche per quanto riguarda la lotta contro parassiti e patogeni. Sempre basandosi su prove in loco, mai dimenticando le specificità locali, chiedendo la complicità di chi vive lì e di chi compra i prodotti. Perché non è saggio tenere lontano chi utilizza gli alimenti, presupponendo che le campagne non siano un problema anche loro. E anzi è solo coinvolgendoli che si può ricreare un legame con i territori.
NdA: le tre puntate precedenti di questa serie si possono leggere qui, qui e qui
Sempre nitida e affilata come una lama di stiletto chirurgico la disamina che Annie Ernaux opera su se stessa, di se stessa. Vicinissima e fedele a sé, quanto da sé distante, capace di mettersi in prospettiva. Ora ne L’occupazione (come tutti i suoi libri in Italia pubblicato da L’Orma, anche questa volta nella ineccepibile e straordinariamente “intonata” traduzione di Lorenzo Flabbi) al centro dell’analisi c’è una particolare tempesta privata: quella che può scatenarsi in una donna che sebbene sia stata lei a lasciare un uomo, viene subito poi da lui molto in fretta “sostituita”. Sostituita da un’altra: la temibile “altra” che diviene qui per Ernaux oggetto di pensieri farneticanti e febbrili, ossessioni, folli indagini, pedinamenti metaforici perché solo mentali, ma sfiancanti come fossero veri, fatti fisicamente. Al contrario di come si potrebbe immaginare, l'”occupazione” non è però l’ingombro da cui la mente si trova impegnata in un rovello del genere; piuttosto la scrittura che quel rovello partorisce e costruisce grazie al suo affidarsi alle parole. Occupare lo spazio vuoto dell’angoscia da abbandono riempiendolo con parole che riempiano quel vuoto. Con ipotesi che assemblandosi in una riflessione compulsiva solo alla fine sfociano nella presa d’atto della assordante realtà della fine di un amore, della verità di un abbandono. Prima, l’occupazione è abitare il fantasma e dargli un volto; sforzo strenuo, anche inane, ma necessario a sopravvivere al dolore, aggirandolo.
Riflessione sull’abbandono, sul rimpianto dettato solo dalla gelosia: l’uomo non si fosse tanto rapidamente riaccoppiato, per la donna non ci sarebbe probabilmente stato nessun ripensamento sulla propria decisione. E anche, riflessione malinconica e come sempre in Ernaux onesta in modo spietato sul proprio modo di essere amante, una maniera che fatalmente si lega al guardare il mondo e perciò anche, indirettamente, allo stile di scrittura. “Dal piacere sessuale mi sono aspettata tutto, oltre al piacere stesso. L’amore, la fusione, l’infinito, il desiderio di scrivere. Ciò che mi sembra di avere ottenuto di meglio finora è la lucidità, una sorta di visione improvvisamente semplice e desentimentalizzata del mondo”. È nel quadro di questa desentimentalizzazione che trova come articolarsi il periplo della gelosia, dei suoi meandri e chiaroscuri.
Rispetto ad altri suoi libri, qui il paesaggio narrativo si amplia e si restringe al tempo stesso. Si amplia per grado di oggettivazione di sé, si restringe per lo stesso motivo. I l racconto dell’ossessione di gelosia trasforma questa in materiale non unicamente e non più soggettivo, bensì solo letterario. Perché è data la lucidità di guardarsi da fuori, ogni moto d’animo, anche il più violento, perde connotazione individuale e diventa racconto. A posteriori, Annie Ernaux dei grandi tormenti del passato, quando l’uomo la lasciò e la sostituì tanto in fretta, ricorda tutto, senza però provare nulla. I moti intimi si sono disincarnati e ora trascendono qualsiasi cronologia. “in queste pagine non ci sono più il mio desiderio, la mia gelosia: c’è del desiderio, della gelosia, e io lavoro nell’invisibile“. Perché il tempo è passato e ha scavato solchi di riparazione, perché l’esperienza si è fatta parola, staccandosi dalla storia personale che ne era all’origine, quella esperienza può diventare letteratura. Il risultato è una volta di più una potente ipotesi letteraria. Una lezione di metodo del racconto.
Così, mai “occupazione” è intrattenimento: in nessun modo è mente bonificata (maleficata) dalla peste dei sentimenti di gelosia. Non è certo l’ingombro mentale a spingere Ernaux a fare ricerche minuziosissime ai limiti della paranoia per risalire all’identità della donna che l’ha sostituita e che ora dorme, fa l’amore, convive con l’uomo che per sei anni è stato il suo. No, occupazione è e resta procedimento letterario. Scrivere colmando con le parole l’immagine mancante di un personaggio (in questo caso una persona, una donna rivale in amore, ma potrebb’essere anche un personaggio di finzione). E la donna, la temibile “altra”, diventa così più che rivale, oggetto e soggetto di una proiezione. Un fantasma: l’occupazione consiste nel dare corpo a quel fantasma, arginarne l’assedio rendendolo figura letteraria. Straordinario, scrive Ernaux, quanto nella gelosia “si popola la città, il mondo, di un essere, persino se non lo si è mai incontrato”. “Occupare” è occupare ogni spazio vuoto con fantasie sull’identità, la personalità, la fisicità di qualcuno il cui pensiero ci invade e ci tormenta, ma che non conosciamo, di cui nemmeno sappiamo il nome, qualcuno che probabilmente non vedremo né conosceremo mai. “Occupazione” è colmare con la scrittura, con la forza magnetica delle parole quel vuoto angoscioso che genera la non conoscenza di una persona che per il solo fatto di esistere, ci fa soffrire. Così, questo breve mémoir dal ritmo serrato tanto quanto concitata ne è stata l’origine, le affannose e meticolose ricerche condotte da una Annie Ernaux pazza di gelosia pur di trovare chi fosse la donna con la quale è stata sostituita, ci dice come grazie alla scrittura quel che non è visibile diventi altro. Realtà, semi-realtà; come che sia, un racconto da poter condividere con gli altri. Cronaca di un tormento liberato da implicazioni presenti, e divenuto qualcosa di obbiettivo che proprio perché tale, si può dire e raccontare. Dal rigore della disamina di sé, l’ampiezza di una oggettività letteraria che si fa universale. Ecco quel “del desiderio, della gelosia”: quell’articolo indeterminativo è la forza dirompente del sapere universalizzare. Ecco che la verità (verità sull’amore, per prima cosa) cui solo una sana assenza di giudizio nei propri confronti può far raggiungere. Verità da toccare con mano, sgombrandola di ogni altra “occupazione” così da potere infine scriverla.
Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera e il tuo bulbo oculare ha piccole scosse. Vede addensamenti, grumi pettinati. Sappi che il rosa delicato sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene, dopo cena. Allegri. I grumi pettinati dev’essere un pensiero storto. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. È la favola della pittura, quella!
Tu stai guardando ed io ti consiglio di guardare con la mente analfabeta. Analfabeta, assapora il vuoto tra i segni, occhiolingua che spazzola anfratti tra gli spazi interdentali. Il vuoto dà sapore e troppi denti fa male potrebbe essere un’idea di poetica (dentale, direi). Assaporerai meglio il rosa delicato e i grumi pettinati. Scoprirai addensamenti e piccole scosse di piacere. Nuove.
Ti dico una cosa: io ho la mente analfabeta quando dipingo. Senza pensieri incastrati nelle parole. I fiori del ciliegio, il sole sul collo, una coccinella infragilita. I fiori del ciliegio…l’ho detto? La mia mente fa ripetizioni, sgrammaticature, salti. E vi si aggrappa, analfabeta. Sul foglio, sulla tela.
Intanto ascolto gli urti dell’uovo nel pentolino sul tavolo della cucina. Quando dipingo. O assaporo una glassa medusacea acida lucente. Nella mente. Acquosa direi che ci nuoti dentro con gli odori della tua pelle e i sensi tirati… LA LUNA!!! e lo sfrigolio del freezer che fa tanto poesia. C’è sempre la luna incastrata nello spazio aggrumato fra i segni che vedi. Spalmata, senza pensieri. Analfabeta pure lei. Cercala!
Pensieri-sensazioni che fluttuano nella mente. La scrittura li afferra nel picchiettio delle lettere, veloce. Striscia invece più lenta la pittura e fa la sua bava schiumosa sulla tela, sul foglio. Rimangono atomi addensati che ora macchiano il tuo occhio di pixel colorati. Sulla tela, sul foglio dove io non ci sono. Piccole scosse di piacere.
Io sono già da un’altra parte. Butto la spazzatura, schiaccio una zanzara, mangio l’uovo sodo cotto nel pentolino (vedi sopra). O disteso freddo sento il biscio schifoso che si insinua tra il pezzo di pollo incastrato tra i denti. Nel buio. Te ne mancano quattro, dice. Di denti. Il ragno peloso titilla invece tra i bulbi oculari e i cespugli piliferi, una glassa medusacea spalamata su di me. Acida lucente…LA LUNA!! Un sogno. C’è la spesa da fare, mi sveglia la Polly.
In rete trovi pezzi di me. Cose accadute parole incontri. Sappi che non sono io. E non saprei neppure dirti chi sia, quello. Leonardo Canella è nato a Bologna nel 1971 è tutto il mio curriculum. Di mio, ti consiglio di afferrare Canella incastrato dentro una sua opera. Basta. Lascia il tuo occhiolingua libero di assaporare, di non capire o di pensare di avere capito. Costruisci storie, tu ed io ci incontreremo nelle trame che avrai saputo tessere.
Questa è la favola della pittura. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. Con la mente analfabeta il sole sul collo e i fiori del ciliegio. E i grumi pettinati. Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera. Adesso sai che lui è alla Despar vicino casa a fare la spesa. E sai che il rosa delicato e i grumi pettinati sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene. Ieri, dopo cena. E la luna sfrigola tra i segni. E’ la favola della pittura, quella!
Marco Papa in una foto degli anni '80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano
Marco Papa in una foto degli anni ’80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano
di Massimiliano Governi
A Marco Papa (1955 – 2026)
Verso la fine di marzo del 2019 prendemmo a incontrarci a metà strada, che avevamo individuato come Ponte Milvio – lui difatti adesso viveva ai Parioli, io alla Balduina: di solito ci davamo appuntamento il pomeriggio verso le cinque e vagavamo un po’ a caso, evitando la pista ciclabile, che ci costringeva a scartare continuamente di lato per far passare ciclisti, corridori e monopatteisti. A dire la verità non era un buon camminatore, strusciava i piedi, si sgranchiva spesso le spalle, si chinava e si grattava un ginocchio, dovevo di continuo accomodare la mia andatura alla sua. La natura delle nostre passeggiate divenne ben presto questa: fare congetture mentali sulle persone che vedevamo. Forse perché avevamo perso confidenza, dato che non ci frequentavamo da molti anni – avevamo anche una faccia diversa, una voce diversa – o forse perché volevamo sfidarci segretamente, o per tutt’e due le cose insieme, fatto sta che invece di concentrarci su di noi, sulle nostre vite e sui nostri libri, preferivamo rivolgere l’attenzione agli uomini e alle donne che incrociavamo. Non ricordo nemmeno chi cominciò con questa idea, credo lui perché era un pensatore determinato e più competitivo, o forse io, perché ero il più imbarazzato e di carattere ossessivo.
Nel corso di quelle camminate sulla riva destra del Tevere, o intorno al piazzale o sulla Cassia antica o su via della Farnesina, o al ritorno sotto ai platani alti come palazzi di viale Angelico, ci facevamo un sacco di domande e mettevamo a punto i collegamenti.
Da dove viene quell’uomo? Nord est? Sardegna? Qual è il suo lavoro? Quanti anni di contributi ha versato? Quel loden che indossa odora di tabacco di pipa? Avrà un calzino bucato? Alla punta o al calcagno? Cos’ha quel tizio sulla fronte, un ciuffo a banana? O una versione ridotta del ciuffo alla Elvis, una versione all’inglese, alta solo un paio di centimetri? Quando si rade a volte si taglia? Come tampona il sangue? Usa un kleenex o appallottola un piccolo quadrato di carta igienica e se lo preme sulla guancia? E quella tipa chi è? Che fa? Disegna e realizza gioielli a cera persa? Presenta i libri per vocazione? È benestante, va a tantissime mostre d’arte, suo marito lavora al consolato italiano a Cracovia? O a Lisbona? Quei due lì parcheggiati in auto su via Capoprati, di fronte al centro remiero, sono una coppia cuckold? Lei, ogni tanto, gli manda piccoli video in cui il bull si svuota il cazzo sulla sua pancia? Potremmo quindi dire, che per un certo periodo di tempo, abbiamo vissuto come fossimo in un racconto di Don DeLillo, io e Emanuele.
Di noi parlavamo poco e niente, gli argomenti privati solo sfiorati, certi dispiaceri e delusioni appena lambiti, dalle nostre recenti produzioni letterarie rispettosamente giravamo alla larga. C’è stata poi una lunga fase invernale che, in balia del freddo e delle intemperie, iniziarono a venirci a noia le congetture su persone sconosciute e siamo passati – chissà per quale oscuro motivo – a sviscerare le morti più orrende dei calciatori della Lazio – ovviamente Re Cecconi ucciso dal gioielliere, Nando Viola decapitato dal parabrezza del suo motorino su viale Parioli, Maurizio Scarsella devastato dall’Aids; Mirko Fersini, il forte terzino degli allievi nazionali, schiantatosi con il motorino contro un cassonetto mentre stava andando a tagliarsi i capelli prima di un torneo; Gianmarco Agostinelli fulminato in un albergo di Montecatini dalla cocaina, Riccardo Magherini, morto soffocato a Firenze durante un’operazione di fermo dei carabinieri, gli ultimi due non erano giocatori bensì figli di calciatori biancocelesti, ma ormai un nome richiamava l’altro, per automatismo – e poi, giunti a quel punto, dai calciatori morti siamo passati agli scrittori morti – Maurizio Salabelle, Sandro Onofri, Sergio Atzeni, Filippo Betto – e quindi, un po’ misteriosamente, ci siamo fermati su Marco Papa. Non ci risultava che fosse morto, ma che diavolo di fine aveva fatto? Non so quanti lo ricordano, ma è stato un vero genio che ha scritto tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una decina di racconti ipnotici, circolari, ossessivi, disturbanti, onirici, folli, buffi e commoventi. E poi di colpo è scomparso, decidendo di non pubblicare più nulla.
Ci venne in mente in quel momento che era tra i più grandi scrittori del Novecento italiano, il nostro Kafka romano, e ricordammo i suoi personaggi – Ricky, Lothar, Bruno, Rolando aviatore, Lolita, Marcella Sfiga, la Papessa, i punk del bibobàr – e ne parlammo con molta nostalgia, come fossero degli amici dimenticati. Ne discutemmo durante tutto il tragitto fino al Ponte di ferro di Castel Giubileo, ridotto a tre grandi piloni rugginosi a mollo nel fiume con una campata che finisce nel nulla, undici chilometri ad andare e undici a tornare, l’unica volta che usammo la ciclabile. Sapevamo entrambi che lavorava alla Biblioteca Nazionale, ma io ero contrario ad avvicinarlo, la ritenevo una violazione, una follia, e mi sono tirato subito indietro, Emanuele invece una mattina scrisse una mail alla sala Linguistica e Letteratura per chiedere sue notizie e il responsabile, il dottor Mario Sebastiani, gli comunicò che era andato in pensione e per entrare in contatto con lui doveva mandare una richiesta a quelli dell’Ufficio del personale, cosa che Emanuele fece senza indugio, e la loro risposta, che non tardò ad arrivare, fu gentile ma ferma: per motivi di riservatezza non potevano fornirgli il suo numero di telefono. Per circa una settimana, svolse una piccola ricerca tra gli amici comuni e conoscenti, che si rivelò per fortuna infruttuosa: nessuno a quanto pare sapeva dove fosse finito. Meglio così, mi dicevo tra me, nelle nostre passeggiate ora potevamo metterci a fare i collegamenti, a sistemare i dettagli, a immaginare.
E infatti iniziammo da lì a poco a chiederci se Marco Papa mangiava pasta di semola o integrale, se leggeva Beckett in originale, se aveva un account social falso, se si masturbava nel bidet o sul lavandino, se faceva camminate intorno al quartiere e ogni tanto finiva la giornata con una capatina al negozio di ferramenta e si incantava a osservare quegli attrezzi dai nomi secchi, implacabili, tipo il girabacchino, e gli sembrava di stare nel luogo linguistico per eccellenza, oppure passeggiava in centro con le mani strette dietro la schiena e al tramonto fotografava con il cellulare i ponti che si inarcano sul fiume; se aveva scritto dei nuovi racconti o si era dedicato alla composizione di “versicoli”, come forse li chiamava lui alla maniera di Ungaretti; se era rimasto in contatto via mail con qualche collega più giovane della Biblioteca, magari della Sala Falqui o dell’Emeroteca; se andava a prostitute, e se sì, se le cercava girando la notte in macchina, o se invece le trovava su Escort Advisor.
Non sapevamo nemmeno noi perché facevamo questa cosa. Per Emanuele forse era un gioco, per me era come un lavoro. In certi messaggi notturni sul telefono ipotizzavamo che avremmo trascorso la vita a formulare ipotesi, a mettere a posto le connessioni. Durante il periodo di isolamento per il virus, non potevamo ovviamente più incontrarci e passeggiare nei dintorni di Ponte Milvio, ma continuavamo a pensare in maniera maniacale e malata a lui. Io verso aprile avevo aperto un account Instagram chiamandolo Mirko Polkan, il personaggio di quel suo racconto che stava nell’antologia Mondadori di scrittori degli anni ’90 intitolata “Italiana”, e postavo frasi prese dai suoi libri, del tipo: “Sono inseguito dalle mie cacche! Le sentite come abbaiano lì fuori?”. Emanuele mi mandava messaggi sms con scritto: “In questi giorni di pandemia, M.P. gioca a strip poker con il suo amico Ricky”, “solo sul suo balconcino fuma Milde Sorte e canta Yellow Submarine”; “ha una mascherina chirurgica con l’immagine di Cocco Bill, o forse di Jack Mandolino”; “medita di farsi asportare due costole per autopraticarsi sesso orale”.
Finito il confinamento, come tutti riprendemmo a uscire, e all’inizio dell’estate andammo ogni tanto a cena in un ristorante triste su viale Angelico, con l’insegna blu elettrico, quasi venisse da un film di Lynch: io un po’ ascoltavo le sue pene amorose e i suoi problemi ai denti, un po’ guardavo le foglie palmate dei platani sulla strada grandi come mani dalle dita aperte e i cartelloni pubblicitari con delle scritte allarmanti tipo “Il 3 settembre è vicino”, e quasi sempre poi me ne uscivo con qualcosa su Marco Papa. L’ultima volta, dopo aver lasciato le posate ai lati del piatto, dissi: “Vive a Ostia, in una vietta accanto al palazzo razionalista delle Poste, nel trentatreesimo quartiere di Roma, si è rifidanzato con la sua ragazza storica, Anna, a cui aveva dedicato ‘Le birre sonnambule’, hanno un figlio di diciassette anni di nome Silvano, molto intelligente e un po’ solitario. Silvano ha il sogno di aprire una piccola casa editrice, chiamarla SPedizioni – SP sono le sue iniziali – e ripubblicare tutti i libri di racconti di suo padre in eBook. Non vanno mai al mare, spesso a pranzo prendono cibo da asporto da Old Wild West: hamburger Navajo, Apache, Dakota, Toro seduto double da dividere, tre vaschette di Dippers Fries, diverse bustine di salsa barbecue. Di regola non lasciano vuoto l’appartamento per paura dei ladri, ma certe sere d’estate decidono di fare due passi tutti insieme fino al molo di marmo, e lui, quando la compagna e il figlio sono già sul pianerottolo, porta il suo computer portatile nel terrazzino e lo nasconde dentro la caldaia – ormai è abile a togliere e rimettere il pannello molto velocemente. Da quando ha imparato questa piccola accortezza, esce molto più tranquillo”.
Sono sincero, mi aspettavo la sua approvazione, che mi dicesse che era ingegnoso, ben strutturato, che tutto teneva, al limite che ridacchiasse, invece arrivò il rumore della notifica di un messaggio whatsapp e lui recuperò il telefono dalla tovaglietta di carta grezza dove era disegnata l’Italia con tutti i vini collocati nelle varie regioni, lesse quello che c’era scritto e poi rispose brevemente, quindi poggiò il cellulare di nuovo sul tavolo e riprese a inforcare i tonnarelli alla gricia. Dopo una lenta e laboriosa masticazione, guardandomi distrattamente, disse: “Mi piace che il figlio ripubblichi i suoi libri solo in eBook, è un bel dettaglio”. Poi per il resto della cena continuò a rispondere e a mandare messaggi, e a parlarmi di questa donna, una cantautrice jazz lesbica di cui si era innamorato. Avevo altre cose da aggiungere, altri pezzi della vita di Marco Papa da montare, belle idee, ma non dissi più niente, ingoiai tutto e me li tenni per me. Terminato di mangiare, tornammo a piedi a casa, lui da una parte, direzione Parioli, io dall’altra, verso la Balduina. Fino al ventitré giugno non ci siamo né visti né sentiti. Il ventiquattro riprendeva il campionato di calcio dopo la pausa per il virus e lui alle dieci e cinquanta mi ha mandato un sms per invitarmi a casa sua, a vedere Atalanta-Lazio. Ho lasciato passare circa due ore strategiche prima di scrivergli nel primo pomeriggio uno stringato Ok, ma non ero a mio agio, anche perché la notte precedente avevo fatto uno strano sogno. Io e Emanuele camminavano in silenzio su Viale Angelico, arrivavamo sul lungotevere Maresciallo Cadorna, poi lui si fermava a fissare con un’intensità ebete un tratto di strada tra il Foro Italico e l’aula bunker del tribunale e quindi mi diceva: “Qui è morto Alessandro Momo con la moto”. Io non capivo perché se ne fosse uscito con quel fatto. “Che cazzo c’entra?” quasi urlai. “Qui si parla di calciatori o scrittori morti”. Ma lui sembrava essersi messo in testa di irritarmi e ha continuato: “A Circonvallazione Clodia si è schiantato invece Alex Baroni”. Al solo udire nominare un cantante mi sentii addentare da una rabbia improvvisa, incontrollabile, e diedi un calcione sul parafango di una macchina parcheggiata. Una fitta mi attraversò il piede. Scattò l’antifurto. Qualche secondo e si zittì. Poi, zoppicando più per scena che per il dolore, ripresi a camminare, lasciandolo dietro. Ben presto ci siamo ritrovati in un altro quartiere. Credo l’Appia, o la Tiburtina o la Casilina, era calato il buio e non riuscivo a orientarmi. Io ero sempre davanti, ogni tanto mi voltavo a guardarlo, e lui come d’abitudine arrancava, si trascinava. Portava la sua felpa grigia che non riusciva a camuffargli del tutto la pancia e i jeans dall’orlo sfrangiato. Non è abituato a questi quartieri, pensavo malignamente, lui viene dai Parioli. Non ha mai preso la metro verso Furio Camillo, Colli Albani, mi dicevo. Non sa neanche che qui vicino c’è la pescheria Bezziccheri, che è del padre di quel ragazzo promettente che è cresciuto nella Lazio e ora è in prestito alla Viterbese. Ero sicuro che stesse pregando Dio: se esisti, ti scongiuro, fammi ritornare a via Mercalli. Ci eravamo comunque allontanati troppo, capii dove eravamo perché dalla tozza costruzione di una specie di stabilimento color paglierino apparve la scritta: CINECITTÀ. Dal cancello vedemmo uscire ombre smilze e poi un uomo con gli occhiali dalle spesse lenti e la montatura antiquata, portava un trench fuori moda, tutto risvolti, ganci e cerchietti, stringeva nella tasca un libro quasi fosse una rivoltella. Era Marco Papa, lo riconobbi subito e lo dissi a Emanuele, che mi raggiunse quasi correndo. Ora sembrava improvvisamente rinvigorito, non il solito postino sciancato. “Sta lasciando gli Studios, andiamogli dietro”, disse. “Lo fermiamo e ci parliamo”. Io gli diedi uno spintone a due mani per allontanarlo, o almeno ci provai, anche se lui non si spostò di un centimetro. Era tosto, ossuto, come non credevo, dotato di una forza nascosta. “Noi non andiamo da nessuna parte, stai fermo lì, non ti muovere” urlai, per supplire allo spintone fallito che mi aveva reso poco temibile. Ma lui reagì, con una mossa a sorpresa, e mi agguantò per il collo facendomi indietreggiare e sbattere contro il cancello dello stabilimento. Visto che non potevo parlare perché mi stava strozzando, scossi ripetutamente i palmi delle mani sull’inferriata, come segno di resa. Lui stringeva con le dita a tenaglia alla gola, ma non mi guardava: aveva la testa girata di lato e teneva d’occhio la strada. Dopo qualche secondo lasciò la presa. “Se n’è andato”, disse, “è sparito verso i Castelli”. E iniziò a correre come un idiota sulla Tuscolana, con lunghe falcate sgangherate, saltellando in modo ridicolo, con il cappuccio logoro della felpa che gli ballonzolava dietro la nuca. Io rimasi lì, a tossicchiare e a osservarlo, e mi sentivo completamente vuoto, distaccato, da lui, da quello che era successo, da Marco Papa, dalla nostra idea, forse anche dalla vita.
Alle ventuno e cinquanta del ventiquattro giugno arrivai sotto il suo palazzo, mi ricordai che la targhetta era sulla pulsantiera in ottone di sinistra e non su quella di destra e citofonai; il cancello di ferro pieno di decorazioni e riccioli si aprì con uno scatto elettrico dopo qualche secondo. Attraversai il cortile e mi trovai di fronte un portone di legno chiaro: citofonai ancora, un altro scatto secco, entrai. Salii al primo piano piuttosto lentamente, anche se la partita era iniziata da cinque minuti. La porta era aperta, vidi la targhetta con il nome del padre psicoanalista, e non feci in tempo a varcare la soglia che sentii un fitto mormorio di persone che parlottavano e poi un’esplosione di grida: gol della Lazio, anzi autogol dell’Atalanta. Mi abbassai passando davanti allo schermo e mi sedetti su una poltroncina rivestita di un cencio bianco, spalle alla finestra aperta. Venni presentato velocemente a tutti. Tre avevano un soprannome, “il professore”, “il pescatore”, “lo spacciatore”, gli altri nomi comuni che non ho afferrato. Mi guardai intorno. Tutte le pareti del salone erano ricoperte da grandi cartine geografiche ben fissate con lo scotch, colorate immagini di isole o di città di ogni genere, Ventotene, Zanzibar, Procida, Repubblica Dominicana, Capri, Naxos, Favignana, tra cui spiccava quella della Guida Monaci dedicata alla Capitale, l’unica ad avere una sua cornice. Dello studio di suo padre sopravviveva solo la lunga scrivania in legno massiccio, che Emanuele aveva riempito di oggetti, cartoline, foto, peluche, e una fila di taccuini Moleskine per i suoi appunti, dall’aria sciupata dall’uso. Sembravano tutti felici di essere lì, con la Tv, la telecronaca, le urla degli allenatori, dei secondi e dei panchinari che rimbombavano nello stadio vuoto: seguivano, si accendevano, avevano bisogno di essere accesi, mangiavano patatine da una ciotola verde di plastica, sbriciolavano per terra, stappavano bottigliette, lasciavano rivoli di birra sul tavolino basso, spargevano fiato alcolico. Emanuele, invece, in piedi, dietro il divano stazzonato, sorrideva ma stava pensando a tutt’altro, forse al viaggio di Flaubert in Egitto o a quello a Roma di Émile Zola, oppure al racconto di Kafka “Sciacalli e arabi”. Spostava la mascella a destra e a sinistra, aveva ancora mal di denti. I suoi capelli parevano più ordinati, forse qualcuno glieli aveva spuntati, scorciandoglieli alle tempie. Mi alzai per andare in bagno e poco dopo il salone esplose di nuovo, tutti urlavano e picchiavano con i piedi sulle assicelle del parquet a ritmo sempre più incalzante, la casa riecheggiava di tamburi selvaggi. Una volta finito, tirai l’acqua e poi mi misi in ascolto. Sentii il telecronista che diceva: “È una super Lazio, come se il tempo non si fosse fermato”, e anche: “Ripartenza col botto per la banda di Simone Inzaghi”. Prima di tornare, girai un po’ per l’appartamento che un tempo era lo studio di suo padre, quello dove riceveva i pazienti. Oltre alla camera da letto con due cuscini ammaccati e di traverso e le lenzuola attorcigliate alla trapuntina estiva, c’era un’altra stanza con al centro uno stendino con i panni penzolanti ad asciugare, due strofinacci, un telo in spugna, un paio di calzini da donna a righe rosa e nere, un costume bermuda da uomo rosso. Sulla scrivania un computer portatile chiuso e degli auricolari bluetooth bianchi abbandonati sul ripiano. Forse era la stanza della cantautrice jazz lesbica. Qui ascolta musica e compone testi sofisticati e insulsi, pensai. Percorsi il corridoio, mi fermai a osservare la libreria di legno a parete, molti Adelphi, libri sapienziali, viaggi iniziatici, alchimia, tutte le edizioni straniere dei suoi libri: israeliane, francesi, polacche, bulgare, portoghesi, turche, ucraine, croate, giapponesi. Mi misi a guardarle, a tirarle fuori dai ripiani e a sfogliarle anche se quasi mai capivo quale cavolo fosse il libro tradotto, ma volevo perdere tempo, mi faceva effetto tornare in salone con loro, guardare la partita su quella poltroncina. Non avevo mai detto a Emanuele che io avevo già messo piede in quella casa, ero stato lì una quindicina di anni addietro, per una seduta con suo padre, qualche anno prima che lui morisse, suo paziente per un giorno: dalle undici a mezzogiorno di una domenica mattina di ottobre. Lo chiamai dopo aver letto una sua intervista sul giornale e prendemmo quello strano appuntamento perché, come ci dicemmo al telefono, “le domeniche deprimono”. Passai un’ora con lui imbarazzante ma anche piacevole. Continuammo a parlare della domenica, della sua esasperante lentezza: “sembra che la giornata non voglia mai finire”, disse il padre di Emanuele, oppure io, non ricordo. Lui cercò di capire che cosa facessi durante le mie domeniche. Gli parlai della Lazio, delle partite che per quarant’anni ho visto allo stadio con mio padre, pure con la grandine e con la neve, tribuna Monte Mario perenne, e che ora avevo un bambino piccolo di due anni e non potevo certo continuare ad andare allo stadio, e finivo per guardarle da solo, in poltrona, sollevando appena un pugno quando segnavano; gli dissi anche del sesso che schivavo con mia moglie, che lei a un certo punto a metà domenica se ne andava a passeggiare intorno al quartiere o in qualche villa, e sbatteva leggermente la porta quando usciva, facendo tintinnare le chiavi attaccate. Lui mi ascoltava, aveva delle grandi mani e dei grandi baffi, quindi mi disse che suo figlio era un importante critico e guardava le partite della Lazio con altri amici, scrittori e gente di ogni genere, nella sua casa del Ghetto, ma che non si era mai unito a loro perché del calcio e dello sport non gli importava niente. Stavo per dirgli che conoscevo bene il figlio, che per un periodo ci eravamo frequentati, che lo stimavo anche se la sua cultura e la sua vanità mi innervosivano, e volevo aggiungere che tra l’altro non aveva mai recensito un mio libro, ma poi lasciai perdere. Prima di andarmene, fissandomi con i suoi occhi dal taglio orientale e stringendo con la sua manona la mia, lanciò una bizzarra idea: mi propose di andare nello spazio insieme a lui: “in orbita la domenica sarà tutta un’altra cosa, la routine darà forma e sostanza al nostro tempo”.
Appena tornato di là, l’Atalanta accorciò le distanze, il telecronista disse “Colpo di testa splendido, la DEA la riapre al minuto trentotto”, poi finì il primo tempo. Fu riempita di nuovo la grande ciotola verde di patatine, furono portate altre birre ghiacciate e una scodella con dell’uva bianca moscata che Emanuele aveva comprato al mercato rionale dei Parioli, al banco da Alfredo, dove da sempre faceva la spesa. Lui non toccava niente perché faticava ancora a masticare. Stavo per consigliargli di cambiare dentista e andare da Perpetuini. “Ve lo ricordate? Il mediano di Cisterna, ha esordito in serie A nel 2009, stava pure su Fifa 11. Ha smesso di giocare a ventisei anni, ora fa l’odontoiatra”. Ma non so perché, feci cadere la cosa e agguantai una manciata di patatine dalla ciotola e iniziai a sgranocchiarle. Erano un po’ stantie, di sicuro avevano qualche giorno. Lo spacciatore poi confezionò una, due sigarettine di erba, muovendo le cartine tra pollici e indici con velocità sorprendente, e le fece girare. Instupiditi sul divano, gli altri si scambiarono battute, insulti virili, voci, notizie, pettegolezzi, indiscrezioni. Ora facevo parte di un’élite, come forse avevo sempre desiderato, ma ero incapace di integrarmi in quel gruppo di persone che si incontrava da anni tutte le domeniche, di dire cose efficaci, pungenti, allegre, ero debole e spacciato, non mi avrebbero più chiamato. Emanuele, vedendomi ai margini, provò a darmi un’opportunità, a inserirmi, chiedendomi: “Secondo te che fine ha fatto Antonio Elia Acerbis, ‘il muto’?”. Era una domanda facile, era il mio pane, il mio campo, quello delle congetture. Senza quasi pensarci, dissi: “Ha aperto un autonoleggio a Port Victoria, alle Seychelles, affitta macchine ai turisti”. La risposta ebbe un fiacco successo, qualcuno scoppiò in una risata forzata e sputacchiò un po’ di birra, qualcun altro disse che sì, poteva essere che ‘il muto’, colui che non aveva mai concesso un’intervista in vita sua, il nostro Salinger, si fosse ritirato nell’oceano indiano e ora affittasse automobili; poi la partita ricominciò. Al sessantaseiesimo: “Controllo e sinistro, spacca la porta! Gol pazzesco dell’ucraino al Gewiss Stadium. Missile terra-aria. Fa due a due”. Adesso l’odore dell’erba nella stanza era talmente forte che sembrava fosse andato a fuoco un deposito di camomilla e gommalacca, e il pescatore prendendo una sigarettina chiese che diavolo fosse questo Gewiss, gli pareva di aver letto quel nome sulla Portuense, vicino Ponte Galeria. Sapevo che era un’azienda elettrotecnica che aveva acquisito il diritto di naming del complesso sportivo, ma non fiatai, avrei guadagnato comunque pochissimo credito. Il popolo degli affratellati alla Tv, amici di lunga data, compagni di bisboccia, non si fece certo abbattere dalla disfatta che avanzava. “Vinceremo il campionato”, disse il professore, “come il Leicester”. Emanuele fumava e aveva un sorriso estatico, a lui bastava occupare il tempo. Per lui noia e morte erano la stessa cosa. A dieci minuti dalla fine: “Gomez dalla bandierina, la porta è vuota, Palomino! L’Atalanta ribalta la Lazio, ribalta la partita, mette la freccia del sorpasso, è tre a due a Bergamo”. Vacui accessi di allegria, vecchie battute, ancora bottiglie marroncine, spuntò un’altra ciotola con delle albicocche di stagione, “le perzicocche” le chiamò il pescatore – del solito banco di Alfredo del mercato dei Parioli.
“L’Atalanta dei sogni scrive un’altra impresa. Castiga la Lazio, da zero a due a tre a due”, disse il telecronista con un tono di voce vagamente posseduto.
La partita era finita, erano soltanto le undici e trentacinque di un mercoledì di fine giugno, tra di loro c’era ancora questo bisogno ardente di fuggire dalle responsabilità, dai figli e dalle mogli, dal mondo esterno e dalla routine. Emanuele propose di cucinare una pasta con le olive e i pomodori, alla calabrese.
Io risposi che ero a piedi e dovevo avviarmi, e mi alzai dalla poltroncina, salutai in modo sbrigativo e mi avvicinai alla porta. Un po’ intontito, senza scarpe, la maglietta grigia bagnata sotto le ascelle, come se si fosse appena svegliato e non sapesse in che casa si trovasse, Emanuele mi accompagnò. Una leggera depressione mista a sollievo si fece strada nella mia mente. Volevo togliermi una soddisfazione e rivelargli della vecchia seduta con suo padre, avevo già pronta l’immagine che avevo rimuginato durante tutta la partita: “Io e tuo padre su una navicella spaziale, una domenica qualunque, che sbattiamo contro le pareti, ci attacchiamo a un angolo della grata del soffitto, succhiamo un budino di cioccolato termostabilizzato”. Ma ero già fuori della porta ormai, e fu lui a riservarmi l’ultima battuta. “Ricordi la jazzista lesbica? Mi sono spinto dentro di lei come una canna in una palude”. Era una frase di un racconto di Marco Papa intitolato “Uccelli, aereo, operai”, mi ricordavo anche la pagina del libro, ventuno; mi limitai a sorridere flebilmente giusto per fargli capire che avevo colto la citazione e trottai giù per le scale, uscii dal portone e poi, dopo aver attraversato il cortile, dal cancello. Camminai su via Antonelli, via Domenico Chelini, Piazza Euclide, giunsi alla rotonda di Via De Coubertin, poi a Piazzale Cardinal Consalvi, il Lungotevere Salvo D’Acquisto, piazzale Ponte Milvio. Controllai la distanza sul telefonino: 2,7 chilometri. Mi diressi verso lo Stadio, passai il Foro Italico, viale Angelico, viale delle Milizie, via Andrea Doria, Piazzale degli Eroi, Viale delle Medaglie d’oro, arrivai in cima, svoltai a sinistra per la mia vietta e raggiunsi in fondo al vialetto di lecci il mio cancello verniciato di bianco. Mi fermai, controllai di nuovo il telefonino: da Ponte Milvio segnava 5,3 chilometri. “Non era a metà strada, il nostro luogo d’incontro”, pensai, mentre infilavo la chiave nella serratura.
Abbiamo scorto la presenza
di un metalupo
durante una videochiamata
ho riconosciuto la sua testa
da dietro la tenda
mi è parso di vederlo alle tue spalle
durante una panoramica
veloce della stanza
e veloce il suo manto
quante volte è già accaduto
accadrà altre volte
posso leggere dentro di te
non hai scampo
abbiamo imparato a vedere il metalupo
e oramai fa parte delle nostre giornate
appare come un’ombra
alle nostre spalle
le volte che si assenta ci stupiamo
e parliamo sommessamente
aspettando un segno
è accaduto altre volte
che frequenza avranno le sue visite
ci mancherà
quando non lo vedremo più
studieremo un altro tipo di mirroring
forniremo ai fantasmi una nuova merce
li addestreremo agli scambi
ci adatteremo
*
Benvenuta
con chi sto parlando
mia cara ti aspettavamo
lo sappiamo sono inganni dei governi
con brutali pensieri psichici
sono le tecnologie che vi tengono
a basse frequenze
ci sono esseri
tu procedi
mi potete dare informazioni
è una nave plasmatica
cristallina
è cambiata di colore
prima argento e blu
poi verde e adesso color oro
la sua magnificenza
vi donerà grazia cosmica
tanti non saranno pronti
ma è inevitabile che questo flusso arrivi
deve fare il salto frequenziale
di un’ottava superiore
la densità che si era creata
intorno al sole
non preoccuparti del vedere
*
L’estrema operosità
dei morti viventi
consapevoli di esistere nell’esercizio
di qualche occupazione convenzionale
portateli in campagna
o imbarcateli su una nave
non provano piacere
nel semplice esercizio
delle loro facoltà
a meno che la necessità
non li colpisca con un bastone
trascorrono in una specie di coma
le ore
l’intero universo vivente
è uno spazio vuoto
senza un pensiero che sfreghi
contro un altro
degli esseri che respirano
inermi se non impegnati
in un compito riconosciuto
collocati tra i campi
affidati al ponte di una nave
le mani restano inattive
gli organi inutilizzati
non producono gioia
le facoltà lasciate a sé stesse
arrugginiscono
la pressione della necessità
come un colpo secco
altrimenti il tempo
li attraversa senza attrito
il mondo è per loro
una vasta superficie inerte
l’iperattività
dei vivi che sembrano morti
è una cosa nota
*
Immagina di sostituire il tuo lavoro
insoddisfacente
con uno scopo profondo
con un profitto di cento
duecentocinquanta euro per sessione
fornendo una pace inestimabile
a coloro che ne hanno più bisogno
immaginati mentre crei
rituali trasformazionali
di fine vita
vieni chiamato dalle famiglie
nei loro momenti più vulnerabili
sei la guida fidata nella tua comunità
per l’assistenza compassionevole
alla morte
sei il custode della transizione
guidi i morenti a trovare pace
nel loro capitolo finale
aiuti le famiglie ad affrontare il lutto
con dignità
mostri come creare addii
belli e significativi
lacrime di terrore
lacrime di liberazione
mentre i clienti
stanno aspettando
stanno affrontando i giorni finali
entri nella tua vocazione
entri nel servizio sacro
*
Su Lumina ex Ade di Silvia Tripodi (Aragno 2026)
di Renata Morresi
Questo libro lavora sulla cattura e ricombinazione di linguaggi già socialmente attivi: tecnologie relazionali e di lavoro, discorso motivazionale e retorica della spiritualità, con i relativi esercizi di sollievo o incremento della sensazione e della prestazione, ma anche testi tradizionali della modernità immersi nell’ultracontemporaneo. Siamo di fronte a postpoesie che sono fantasie di accesso all’oltre (più che la beatitudine, un regime di ricompensa perpetua) sotto forma di inviti perturbanti all’affidarsi e all’indocilirsi, in cambio di un aumento di intensità. Il soggetto, collocato nel “fuori campo dell’identità”, come recita il retro di copertina, non dispone di una posizione esterna da cui smascherarle, essendo già preso nella loro economia libidinale. Questi testi, dunque, non sono semplicemente parodie dall’effetto ironico. Sappiamo che “il metalupo”, “la nave plasmatica”, “i rituali trasformazionali”, le “esperienze extracorporee” e le altre pratiche estreme esibite attingono al repertorio dei dispositivi mercificati, spesso grotteschi; e tuttavia riconosciamo che quel linguaggio si modella sul desiderio di una frequenza superiore, riconosciamo il fruitore che spera (o magari si vanta) di capire come separare ciò che è buono dal suo medium. “Noi siamo d’altro canto il bene” (15). O no? No. Il metalupo è lo spettro che invece di essere temuto ed esorcizzato viene integrato in un sistema di produzione e circolazione. L’orrore contemporaneo che arriva durante il flusso di lavoro non provoca una crisi, tantomeno una presa di coscienza, diventa piuttosto una nuova competenza: “li addestreremo…ci adatteremo”. Dove finiscono il sentimento e le sensazioni e dove cominciano la gestione e la vendita? Non è tanto semplice dirlo. Prendiamo la nuova professione dei death doula evocata nell’ultimo testo di questo estratto, figure professionali preparate al delicato compito di accompagnare le persone morenti, dando loro supporto spirituale e psicologico a “duecentocinquanta euro per sessione”: non sentite anche voi un brivido di angoscia? Chi è fragile e chi ha il potere in questa ‘sessione’? Ancora in quarta si parla della “secolare reversibilità dei ruoli tra vittima e carnefice”; aggiungerei: una reversibilità che non riguarda la responsabilità, ma il punto in cui ‘si salva chi può’ mettere le mani sul bisogno, modellarlo a sua immagine e poi rivenderlo come promessa di una salvezza.
Tripodi non contrappone un linguaggio ‘vero’ ai linguaggi falsi. Qualche anno fa parlavo del suo lavoro sull’eccesso e sulla sottrazione, dell’oscillazione tra nomenclatura, tono sapienziale e ripetizione infantile. In Lumina ex Ade il passo è ulteriore: qui avviene un amalgama di grande potenza immaginativa, in cui i registri cessano di essere distinguibili. Non vi è un fuori dal discorso contaminato. La cura può essere “scopo profondo” e contemporaneamente merce; il metalupo è fantasma e dato da processare; un saggio di Robert Louis Stevenson, campionato nel terzo testo di questo estratto, può rappresentare la letteratura canonica e contemporaneamente sembrare un post sul burnout. È questa compresenza fibrillante che permette di non ridurre l’operazione di Tripodi alla parodia della retorica dell’ottimizzazione o alla semplice found poetry. I testi affondano nei discorsi artificiosi fino a far tremare i polsi, riuscendo a far coesistere l’assurdità acefala di un linguaggio che è insieme padrone e servizievole, coercitivo e sempre a disposizione. Critica e adesione restano invischiate. Il perturbante di questa scrittura sta nella lucidità con cui riconosciamo la corruzione reale e, insieme, il nostro impulso a inseguirne ancora la promessa sul come addestrarci meglio, chiedendo alla stessa macchina che ci consuma di massimizzarci. I carnefici pregano di essere salvati (è un dato di fatto, in streaming al momento).