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La fine dello Stato, il presente dell’immagine e il futuro dell’automa

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di Nicola De Rosa

Da qualche mese, l’editore Castelvecchi ha dato alle stampe la traduzione italiana, firmata da Luca Cianca, del saggio di Horst Bredekamp sull’iconografia del Leviatano. Il libro, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1999 col titolo Thomas Hobbes visuelle Strategien. Der Leviathan: Das Urbild des modernen Staates [Le strategie visuali di Thomas Hobbes. Il Leviatano: l’immagine originaria dello Stato moderno], aveva vissuto progressivi aggiornamenti. Ad esempio, dopo gli eventi successivi all’11 settembre 2001, dopo un diffuso dibattito sulla “guerra delle immagini”, l’autore aveva proposto una seconda edizione aggiornata, modificando il titolo in Thomas Hobbes: Der Leviathan. Das Urbild des modernen Staates und seine Gegenbilder. 1651-2001 [Thomas Hobbes: Il Leviatano. L’immagine originaria dello Stato moderno e le sue contro-immagini. 1651-2001]. L’intreccio tra morfologia delle immagini e storia delle idee politiche aveva suscitato interesse, portando l’opera a essere tradotta sia in francese che in inglese. Mancava però una traduzione italiana, sebbene il lettore italofono potesse già leggere alcuni studi di Bredekamp[1].

Il Leviatano, com’è noto, forniva un’immagine (fig. 1) alla teorizzazione della sovranità scaturita dal contesto delle guerre civili che insanguinarono l’Europa del Seicento. Hobbes articolava, entrando in frizione con l’aristotelismo, un’antropologia negativa in cui la dimensione della naturalità – di ciò che sta all’origine dell’umano – si dà come stato di guerra permanente. Da tale stato bisogna uscire attraverso la costruzione di un potere artificiale quanto efficace, un sovrano identificato col mostro biblico che dà il nome all’opera. Il Leviatano assume prima di tutto il compito di allontanare dalla comunità la paura della morte violenta, monopolizzando l’esercizio della violenza nella sua persona.

Fig. 1. A. Bosse, Frontespizio di T. Hobbes, Leviathan Or The Matter, Forme and Power of A Commonwealth Ecclesiasticall and Civil, London, Crooke, 1651.

Il saggio di Bredekamp sosteneva la tesi secondo cui – al di là dei problemi di attribuzione, che coinvolgono soprattutto artisti come Abraham Bosse – la concezione del frontespizio del Leviatano abbia visto plausibilmente anche il contributo autoriale dello stesso Hobbes. Tale tesi si articola seguendo poi più direttrici di analisi. Prima di tutto quella delle fonti o più in generale delle influenze, che concernono la tradizione dei “corpi compositi”, dai corpi cosmici medievali alle teste composte di Arcimboldo, passando per le forme di body politics rinascimentali e per le anamorfosi, immagini ricombinabili in una figura coesa attraverso apposite lenti. Critico nei confronti della persuasione oratoria, Hobbes avrebbe in prima persona fornito un’importanza specifica alla funzione poietica delle immagini. Ciò a partire dagli interessi per la scienza ottica, espressi in scritti confluiti nel De Homine (1658). C’è inoltre la storia della ricezione, prima di tutto sincrona, poiché l’immagine del Leviatano vive di riappropriazioni e risemantizzazioni già nei vari contesti culturali in cui gli scritti di Hobbes appaiono: in particolare in ambito francese e olandese, oltre che inglese. Rimangono particolarmente interessanti, ad esempio, le riflessioni di Bredekamp sui frontespizi delle edizioni francesi, in cui al pastorale impugnato dal sovrano si sostituisce la libbra della giustizia. Dopo le guerre di religione, un’allegoria dello Stato in terra francese avrebbe dovuto essere più cauta nell’avvicinare il potere spirituale al corpo del sovrano.

Il libro presenta poi una sezione in cui le figurazioni che sfruttano la metafora anatomica per pensare il politico sono portate nell’ambito delle società di massa. Qui, il contesto a cui, in modo più immediato, tale problema iconografico si addice è quello della psicologia dei nazionalismi novecenteschi (fig. 2), non necessariamente nei loro esiti totalitari (fig. 3).

 

Fig. 2. S. Schawinsky, Sì, 1934, poster, 96 x 65.5 cm, Archivio Grafica Italiana, https://www.archiviograficaitaliana.com/project/226/s.

 

Fig. 3. A. Mole, J. Thomas, President Woodrow Wilson’s portrait created by 21,000 U.S. Army, 1918, Washington, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

In un certo senso, però, le riflessioni di Bredekamp sono altrettanto attuali per l’età che ha visto, secondo alcuni, l’arretramento dello Stato per come la modernità lo ha conosciuto, di fronte a un nuovo sviluppo del modo di produzione capitalistico e al suo impiego della rivoluzione tecnologica in atto.

Le ultime evoluzioni del digitale rappresentano infatti lo sviluppo di un’infrastruttura di sovranità concorrente. L’automazione dei processi decisionali e il loro uso negli ambiti attraverso cui abbiamo storicamente pensato la sovranità, la finanza e la guerra[2], pone non solo il problema teorico della “coscienza artificiale”, ma anche quello della “persona giuridica” che la incarna. Si potrebbe dire che anche qui si pone il problema di un’“immagine” che connette più corpi per crearne uno astratto, quanto concreto nei suoi effetti.

Di recente, sono emersi vari interventi di confronto teorico tra il funzionamento dell’IA e quello dello Stato hobbesiano[3]. Il Leviatano nasceva, come accennato, per superare lo spettro della guerra civile, che in Hobbes tende a essere assimilata a un ritorno allo stato di natura. Ciò avveniva prima di tutto attraverso una territorializzazione della decisione politica tale da superare in parte le strutture feudali. Come ha mostrato Bredekamp, tale territorializzazione, nell’immagine del frontespizio, è figurata attraverso una metonimia che subordina le parti al tutto. La logica che emerge dagli attuali sviluppi tecnologici, oltre che dalla progettualità di alcuni vertici del settore[4], ha qualcosa di simile e insieme qualcosa di diverso. Prima di tutto, la decisione slitta potenzialmente dal sovrano agli strumenti di calcolo. Ragionando in termini puramente astratti, sebbene anche in questo caso un gruppo di uomini deleghi qualcosa a qualcun altro, ciò non avviene più in un contesto che vede il singolo sottostare alla legge per ottenere in cambio l’assetto civile. Il “soggetto” assume piuttosto la funzione di un “oggetto” da cui estrarre dati comportamentali, il cui accumulo possiede un valore di scambio. Per il soggetto, si tratta di un’esperienza – incessante eppure occultata – descrivibile nei termini di un «lavoro morto» (tote Arbeit)[5].

Ciò dipende, oltre che dalla progressiva virtualizzazione dell’esperienza individuale e collettiva, prima di tutto dalla proprietà del mezzo tecnologico e dalla concezione dei suoi fini. Su questo, bisogna dire che i modelli occidentali di IA non sono gli unici attualmente in circolazione[6]. In ogni caso, la tendenza di una tale rivoluzione tecnologica vede all’orizzonte una distorsione nel modo in cui la modernità, anche quella capitalistica, ha pensato la proprietà e l’accumulazione del capitale. Oltre ad arretrare lo Stato, anche la forma del capitalismo finanziario neoliberale, governato da meccanismi concorrenziali e speculativi, evolve con l’incedere dei grandi monopoli privati nel settore tecnologico. Non è un caso che si parli di un autosuperamento dello stesso modo di produzione capitalistico e si rievochi la categoria di feudalesimo o, meglio, tecnofeudalesimo[7].

Dicevamo, però, che interrogarsi sul piano sia estetico che politico in merito al problema dell’immagine è utile a pensare gli attuali sviluppi dell’IA. Ciò è vero se la si guarda come una rappresentazione impressa su un supporto, la cui specificità è di comporsi dei dati estratti da molteplici corpi, trattati da manodopera ingegneristica a basso costo, accumulati in molteplici archivi fisici che richiedono l’estrazione di specifiche materie prime e l’utilizzo cospicuo di acqua per il raffreddamento[8].

Nel suo libro, Bredekamp traccia un percorso che inscrive gli elementi concettuali dell’immagine prodotta dal trattato hobbesiano all’interno di una parabola di lunga durata della tradizione ermetica – come aveva fatto Frances Yates, non a caso da pioniera dell’iconologia politica, per l’immaginario dell’Inghilterra rinascimentale. Il nucleo problematico di tale filone risiede nell’intendere in modo attivistico il rapporto tra natura e uomo e tra l’uomo e il Dio, attraverso una visione poietica dell’artificio umano come ri-creazione di un Dio mortale, che nel caso di Hobbes concerne la costruzione meccanicistica dello Stato in quanto persona ficta. Bredekamp aveva insistito sul fatto che uno dei problemi di Hobbes fosse quello di ostentare la personificazione dello Stato. Di qui l’utilizzo dell’armamentario allegorico barocco che lo caratterizza. Uno dei fini del nascente Stato moderno fu di certo quello di convincere il più possibile il corpo civile della sua esistenza, sia materialmente che dal punto di vista della rappresentazione.

La rinnovata attenzione per il libro di Bredekamp, che nella traduzione presenta anche un cappello introduttivo firmato dai curatori, Gianluca Bonaiuti e Silvia Rodeschini, è un ottimo risultato non solo per la ricezione italiana di una tradizione di studi iconografico-politici di grande interesse, ma anche per il suo impatto teorico su fenomeni che trascendono il corpus studiato dallo storico dell’arte; egli, d’altronde, in particolare in Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, si è interessato anche al tema degli automi. Del progetto leviatanico l’IA restituisce la sensazione di un organismo composto da parti dislocate, ma, data la struttura economica in cui attualmente tale organismo si inscrive, il funzionamento della sua “immagine” è ben diverso: essa tende in un certo senso a presentarsi come un’“apparenza” particolarmente efficiente, occultando la materialità che la produce e il luogo in cui va accumulandosi la sua ricchezza.

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Note

[1] Tra i più importanti, e in parte complementari al saggio su Hobbes, si possono citare: Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, tradotto dal Saggiatore nel 2020 (ed. or. 1992) e incentrato sulle Wunderkammern; il libro sull’iconografia delle scienze naturali di tradizione evoluzionistica: I coralli di Darwin, tradotto da Bollati Boringhieri nel 2006 (ed. or. 2005); il libro di taglio più teorico sugli “atti iconici”, a cui la traduzione per Raffaello Cortina, del 2015, aggiunge un titolo redazionale: Immagini che ci guardano (ed. or. 2010).

[2] Si pensi all’utilizzo dell’IA durante i bombardamenti genocidari nella Striscia di Gaza: Y. Abraham, ‘Lavander’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, «+972 Magazine», April 3, 2024, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/.

[3] Ad esempio T. Thielmann, C. Borbach, The Digital Leviathan: Medializing Sovereignty for Critical AI and Data Studies, in «Communication + 1», XI, 2, 2025, pp. 1-31.

[4] Si veda T. Cowen, Interwiew with S. Altman, Sam Altman on Trust, Persuasion, and the Future of Intelligence – Live at the Progress Conference (Ep. 259), in «conversationwithtyler.com», November 5, 2025, https://conversationswithtyler.com/episodes/sam-altman-2/. Sam Altman è il CEO di OpenAI. C’è poi Peter Thiel, volto di Palantir noto di recente per aver utilizzato concetti tipici della teologia politica per fornire la sua interpretazione delle attuali poste in gioco globali: M. Dotti, La teologia politica di Peter Thiel, in «Polidemos. Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici», 20 marzo 2026 https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-teologia-politica-di-peter-thiel. Per quanto riguarda i CEO che si pongono in una prospettiva precauzionista si veda D. Amodei, The Adolescence of Technology: Confronting and Overcoming the Risks of Poweful AI, in «darioamodei.com», January 2026, https://darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology. Ricordo solo che nel luglio 2025 la Anthropic di Dario Amodei aveva firmato un contratto con il Dipartimento della Guerra statunitense. Nel febbraio 2026, tuttavia, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha chiesto di rinegoziare il contratto eliminando le clausole legate all’utilizzo del software Claude per la sorveglianza di massa e per la gestione autonoma di armi senza supervisione umana. Amodei si è rifiutato di accettare tali condizioni. Il 27 febbraio 2026, Hegseth ha designato Anthropic «supply chain risk to national security», misura normalmente riservata ad aziende di paesi nemici, e ha annullato il contratto. Cfr. C. Metz, J. E. Barnes, S. Frenkel, Pentagon Officially Notifies Anthropic It Is a ‘Supply Chain Risk’, in «New York Times», March 5, 2026, https://www.nytimes.com/2026/03/05/technology/anthropic-supply-chain-risk-defense-department.html.

[5] La formula marxiana ricorre nel primo libro del Capitale (1867) relativamente al lavoro “sepolto” nel mezzo di produzione, in passi che, in fondo, oltre al problema dell’alienazione, pongono essi stessi quello della metonimia anatomica per pensare la subordinazione nel corpo sociale. Direi che la lungimiranza di alcune di queste pagine risulta oggi quasi sinistra. Si veda ad esempio K. Marx, Il capitale, vol. I, trad. di D. Cantimori, introd. di M. Dobb, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 349: «I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale».

[6] Sul modello cinese DeepSeek e le differenze rispetto ai modelli occidentali si vedano F. Sun, DeepSeek’s innovative breakthroughs and choice between open versus closed-source, in «The CASE Journal», XXII, 3, 2026, pp. 515-529.

[7] Si veda Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, Milano, La nave di Teseo, 2023.

[8] Cfr. G. Murdock, Artificial intelligence as primitive accumulation: enclosure, extraction, exploitation, in «Communication and Change», 1, 2025, pp. 1-24.

“Confini”: la nuova edizione di Strane coppie

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di Antonella Cilento

Mi sono spesso chiesta in questi anni in che modo abitare il confine, che è, secondo l’etimo, il segno che traccia la separazione e, insieme, il luogo della congiunzione.

Veniamo sfidati ogni giorno a superare un confine o a restarvi all’interno: inserire nuove password, memorizzare nuovi percorsi, adattarci a ripetere, in circolo, la stessa riduzione di noi stessi impostaci dal mondo. Spesso ci ritroviamo bloccati a cavallo di un confine, in impasse, in cima alla fortezza dove si attendono i Tartari, come scriveva Buzzati.

Tutte le stagioni dell’esistenza sono soglie, dall’infanzia all’adolescenza, dalla maturità alla vecchiaia, e le attraversiamo bruscamente, o a una lentezza tale che ci accorgiamo del passaggio solo dopo aver lasciato alle nostre spalle il confine da tempo.

Poi ci sono il mare in cui annegano generazioni di migranti, le spiagge dove muoiono bambini, le montagne su cui si combatte, linee astratte segnate da penne indifferenti o superate da droni, il fuoco nelle case in cui si cresce d’improvviso invase. Confine è recinto, lager, carcere, esilio. Spesso solitudine, abuso e follia.

Il confine dell’identità diventa il bersaglio nelle mani di chi è armato di missili, pistole, banconote, carta bollata e tastiere.

C’è stato un tempo in cui per traversare un fiume, entrare in una città, varcare un ponte, oltrepassare un bosco, occorreva pagare una tassa. Quando l’infinito frazionamento dei confini è diventato arcaico e vergognoso (i due fiorini chiesti ottusamente a Massimo Troisi e Roberto Benigni per traversare una dogana) ci è parso che ormai non ve ne fossero più di confini, grazie a democrazia, aerei, treni, Rete, flessibilità.

In Occidente studiare, viaggiare, lavorare e navigare ha illuso intere generazioni che i confini fossero svaniti finché l’accesso libero a infinite informazioni è diventata la trappola della menzogna e la fine di ogni fatica, persino quella di pensare, grazie all’AI, la nuova droga globale. La cessione dei nostri dati, il controllo, l’isolamento sono nuove facce di antichi confini. Il confine disegnato dal denaro stabilisce che chi può arraffa e chi non può muore. Scompaiono le lingue e i Paesi, se il mercato editoriale non mostra interesse alla traduzione. Scompare la vera letteratura, senza scuse, perché occorre puntare al prodotto. Scompare la libertà e il diritto alla parola, scompare il corpo, immobilizzato a scrollare contenuti social. Scompare l’esperienza, prestata a una macchina, scompare perfino la vita, troppo imbarazzante perché ci ricorda la morte. Scompare il diritto internazionale perché chi è armato esercita la legge a proprio uso e consumo.

Nascono così gli incontri che quest’anno ho immaginato per Strane Coppie, che arriva alla sua diciottesima edizione mentre il confine è la questione.

Penso sempre, per questa manifestazione nata con l’idea di creare un campo, uno spazio di ragionamento, visione e bellezza, a incontri irrealizzabili, matrimoni letterari improbabili: l’unico vero spazio dove il confine esiste solo come metafora è la letteratura (e l’arte, la musica, il teatro). Così quest’anno ci addentriamo in una foresta dove le parole tagliano mentre illuminano la natura del confine (e del conflitto che lo agita).

Quindi, la guerra: il confine fisico su cui avviene, quello temporale dentro cui si ripete, eterna, quello umano, ovvero il modo in cui gli umani abitano la guerra.

Rachel Bespaloff, ad esempio, nasce in Bulgaria ma la sua famiglia è di ebrei ucraini, cresce fra Ginevra e Parigi e morirà suicida nel Massachusetts. Osservando l’Iliade, scrive: “Invano cercheremmo nell’Iliade o in Guerra e pace una condanna esplicita della guerra in quanto tale. La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra”.

Simone Weil ha radici alsaziane, russe, belghe, è di cultura familiare ebraica ma la sua formazione è tutta francese. Quando parla dell’Iliade scrive: “L’uomo che non è protetto dall’armatura di una menzogna non può patire la forza senza essere colpito fino all’anima”.

Queste due giovani donne che appartengono a generazioni vicinissime (Bespaloff nasce nel 1897 e Weil e nel 1907) s’interrogano, sincrone, sul primo poema della letteratura occidentale, un poema che inscena un assedio, una guerra e le sue terrificanti conseguenze e lo fanno nel decennio in cui matura e scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

Avvinte da uno stesso pensiero diversamente elaborato, e a distanza, senza incontrarsi mai.

Un altro incontro “strano”, praticamente impossibile, che ho molto sognato, è quello fra Stephen Crane e Franz Werfel.

L’americano Crane, nato nel 1871 e morto a ventinove anni, autore di culto della letteratura americana cui Paul Auster ha dedicato una monumentale e bellissima biografia, descrive ne Il segno rosso del coraggio la Guerra Civile senza averla vissuta. Il suo giovane soldato, anonimo fra anonimi, finito nel bosco violento della sua stessa terra, spaventato dalla morte e inconsapevole, in nulla eroico, antesignano di milioni di altri americani finiti in analoghi boschi (in Europa, in Vietnam, nel Golfo), a lettura finita non ci lascia. Forse lui, come tutti i soldati, non ha ancora capito molto di sé, noi però sappiamo ormai troppe cose, non tutte dicibili, sul mistero umano.

Franz Werfel, nasce vent’anni dopo di Crane, nel 1890, a Praga, e morirà nel 1945 negli Stati Uniti, scampando al nazismo e ottemperando, da ebreo, a un voto cristiano: scrivere, in caso di salvezza, il romanzo di Bernadette, la santa di Lourdes. Amico (e nemico) di Franz Kafka (che a sua volta morirà leggendolo), vive da pacifista ma si arruola nell’esercito austriaco, visita il Mediterraneo con sua celebre e chiacchieratissima moglie, Alma Mahler, incrociando l’occultata vicenda del genocidio armeno del 1915 e raccontando, con assoluta genialità, la resistenza di alcune migliaia di armeni sulla montagna del Mussa Dagh (I quaranta giorni del Mussa Dagh usciranno con successo internazionale nel 1933 e saranno il libro più letto nel Ghetto di Varsavia: a Varsavia, però, le vicende non saranno favorevoli alla salvezza come quelle dei resistenti armeni).

Uno scrittore giovane e uno scrittore maturo: uno che la guerra la sente solo raccontare, l’altro che la odia, la fugge, vi partecipa. Mai come in questi due romanzi, uno asciutto e stringato come una staffilata e l’altro compatto e lungo come l’eco di un’eruzione, si ha l’impressione di essere esposti davanti alle scelte: difendersi o non difendersi, lasciarsi morire o sopravvivere, uccidere o non uccidere.

Ma in realtà i confini spesso non hanno nemmeno bisogno delle dichiarazioni ufficiali di guerra: come mi avrebbe detto Anna Toscano, se questa edizione che le è dedicata (la celebreremo sia a Milano che a Napoli) l’avessimo potuta fare insieme come tante altre prima, il confine che ci spezza è nella casa che si deve lasciare dopo un bombardamento, il giorno in cui si perde l’ultimo laccio con la vita (basta un gelato) ed è disseminato nelle poesie e nelle pagine di numerose poete che raccontano l’est dell’Europa, i Balcani, i finti paradisi neutrali.

Se l’ungherese Agota Kristof, rifugiata in Svizzera dove fiorisce il suo successo mondiale, l’avevamo in Strane Coppie già narrata, mai l’avevamo incrociata con la storia terribile e straordinaria di Mariella Mehr, svizzera di etnia Jenisch.

Un agghiacciante programma eugenetico negli anni Cinquanta e Sessanta strappa Mariella bambina a sua madre, la affida a una famiglia dove subisce violenze e abusi, le sottrae la figlia quando a sua volta diventa madre, secondo linee guida che prevedono la sterilizzazione e la rieducazione dei bambini di etnia nomade.

La normalità, il confine: Labambina, una sola parola, senza confine fra articolo e nome, è il titolo del terribile romanzo che narra la discesa nella patologia psichiatrica della narratrice. La letteratura, boa di salvezza: la Svizzera chiede poi scusa per le mostruosità commesse ma il segno resta. Mehr si salva con la parola, Kristof si salva con la parola: i bambini che raccontano Trilogia della città di K, traditi e abusati, ingannevoli, inaffidabili, sanno quanto poco c’è da fidarsi degli adulti. Bisogna trovare un modo per dirsi, contro la morte. La lingua in cui scriviamo, lo ripetono spesso scrittrici e scrittori di confine, è l’unica vera patria, l’isola in cui abitiamo.

E per difendersi e germogliare una lingua tende a fondare una tradizione: il confine è anche segnato dal tradursi di secolo in secolo, prende la forma di una la corda cui in tanti (e tante) aggiungono un nodo. Una cima che si stende sopra il mare del tempo.

Da Giovanbattista Basile, genio del cunto barocco confinato nel vicereame spagnolo a Napoli, nascono i sogni di Benedetto Croce, che lo traduce in lingua italiana per la prima volta, e quelli di Roberto De Simone, il cui teatro, la cui musica, la cui immaginazione antropologica e letteraria non sarebbero esistiti senza Basile e senza Croce.

A volte la tradizione è visibile e l’incrocio del confine agile, altre volte serve che qualcuno lo noti, come fa D. H. Lawrence che scrivendo de La madre di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (prima donna al mondo a ricevere questo premio e unica scrittrice italiana a tutt’oggi: del premio ricorre quest’anno il centenario), trova elementi di congiunzione con Thomas Hardy, straordinario romanziere vittoriano.

E in effetti la Sardegna di Deledda e il Dorset di Hardy sono popolati da donne e madri potenti e sono anche il confine del mondo più remoto, quello agricolo-pastorale, sulla soglia di una rivoluzione tecnologica definitiva.

A raccontare Strane Coppie quest’anno saranno Giuseppe Montesano, Matteo Palumbo, Vittorio Giacopini, Gianni Montieri, Anna Ruchat, Marta Morazzoni, Giorgio Mariani, Melania G. Mazzucco, Mario Fortunato, in compagnia di attrici e attori e della musica di Paolo Coletta. Ma che succede se poi l’ultima Coppia è una vera coppia nella vita e nell’arte, ovvero quella composta da José Ovejero e Edurne Portela? I Paesi Baschi e la Spagna, la rivoluzione, la guerra, le donne, la resistenza intellettuale sono solo alcuni degli argomenti di confine che terranno banco nell’ultimo incontro, il più internazionale di quest’anno, per una volta dedicato alla letteratura contemporanea narrata da chi la produce.

A tutti questi confini, diversamente esplorati al fine anche di illuminare scrittrici e scrittori non sempre al centro del dibattito o delle attenzioni editoriali, e dunque dell’occhio di lettrici e lettori, si uniscono i confini della traduzione: Palestina, Bulgaria, Ungheria e Svizzera i Paesi al centro del dibattito con quattro traduttrici impegnate sulla soglia della versione, del tradimento, della trasformazione della parola.

E poi il racconto del paesaggio e dei suoi confini, con la voce di architetti e antropologi a fare da guida, e quello dei nuovi confini dell’editoria che, mi pare di poterlo dire chiaramente, fa cose veramente nuove solo a partire da forti identità e da realtà in crescita, che credono nel sogno e nel rischio, fuori dall’elefantiasi autistica dell’editoria commerciale.

E infine, anzi, accanto a tutto, l’arte, con una mostra tutta al femminile di artiste di origini campane appartenenti alla stessa generazione e che, per scelta o per destino, non appartengono (ancora?) al giro del mercato dell’arte ma hanno storie personali profonde da raccontare.

Storie di famiglia, perché come Ellen G. alias Francesca Pirozzi, l’arte è una questione di famiglia, figlia di due protagonisti dell’arte contemporanea a Napoli, Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio, o storie che vengono anche dal teatro, come Iole Cilento e Luana Di Sarno, che in comune hanno la scenografia, mentre si muovono in campi di sperimentazione dedicati e diversi, dalla performance alla fotografia, esplorando la linea della materia, come ha scritto la curatrice, Simona Di Sciullo.

Strane Coppie nasce per guardare alla complessità in modo complesso, senza scuse di semplificazione: anche perché la profondità, la ricchezza, una volta colte, sono in realtà così semplici da dire.

L’usignolo, la macchina

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Tra mito, trauma e metamorfosi: Procne Machine di Carmen Gallo 

di Gianluca D’Andrea

L’ordigno testuale di Procne Machine (Einaudi, 2026) affonda le radici nel trauma del mito classico, riattivando la vicenda di Procne e Filomela, sorelle unite da un legame viscerale e separate da una violenza indicibile, laddove il titolo stesso, evocando la parola machine, apre una risonanza con la genealogia novecentesca delle macchine tragiche e con la Hamletmaschine di Heiner Müller, entro la quale il classico shakespeariano si contraeva in un congegno storico, ideologico e postumano. Diventando un apparato di montaggio, una macchina fredda che macina lingua, corpo e memoria, il mito si reinstalla nel testo poiché nel racconto ovidiano, come è noto, Tereo viola la cognata Filomela e le recide la lingua per assicurarne il silenzio, spingendo la vittima a eludere la mutilazione tessendo la storia su una tela inviata in segreto alla sorella, quale preludio a una vendetta speculare. Carmen Gallo sottrae questo materiale arcaico alla decorazione erudita e al rifugio lirico, trasformando il racconto in una lente critica capace di mettere a fuoco le fratture del presente, mentre l’apparire delle cose, dentro il dispositivo messo in scena, evoca un processo di fantasmizzazione storica, biologica e linguistica che si attiva quando il corpo mitologico diventa ingranaggio del dolore. La metamorfosi si compie così nell’automatismo di una lingua meccanica incaricata di registrare il progressivo svuotamento della realtà, spopolando i luoghi della memoria della loro consistenza materiale per mutarli in spettri che cantano la perdita mentre la mummificano, giungendo a smontare la struttura narrativa classica per isolarne i frammenti traumatici.

La minaccia assume i tratti somatici di una fobia spaziale fin dall’attacco della raccolta, nella prima sezione intitolata Aprile, dove il motivo ornitologico perdendo ogni grazia affabulatoria si dichiara come persecuzione:

 

Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani.
La minaccia costante nelle strade
di essere colpiti, di essere sfiorati.
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.

 

Questa confessione ravvisa nel «voi» aereo lo spettro di una trasformazione subita come violenza, una traiettoria verticale in cui la carne si scopre braccata, esposta nella sua fragilità anatomica di organi e viscere, e infine silenziata lungo le strade del presente. Dall’alto della minaccia che reclama e sovrasta, questo terrore precipita nella polvere dei vicoli metropolitani, dove l’alterazione prende la forma dell’infestazione urbana e del rifiuto:

 

Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini,
arpionano bicchieri, rovesciano cestini
nella città infestata dai turisti.
Lo sguardo stupido, le zampe mutilate,
a volte si fanno trovare nei vicoli laterali
pestati da motorini di passaggio. Le carni
esposte tra le piume impiastricciate
di rosa senza sangue. E ogni volta è un conato,
una persecuzione dello sguardo che distolgo
mentre cerco di non calpestarli e mi domando
chi raccoglierà quei resti, chi li rimuoverà all’alba,
se finiranno nell’umido o nell’indifferenziato.

 

I versi stringono il cortocircuito tra la violenza arcaica e lo scenario dello sviluppo urbano, riducendo i volatili a creature dalle zampe mutilate, prive dell’aura di messaggeri della tragedia, simboli di una menomazione che eredita la ferita antica di Filomela e spoglia la morte di ogni dignità rituale per assimilarla alle logiche dello smaltimento dei rifiuti. Se nel presente metropolitano l’evento traumatico viene smaltito come scarto, la memoria storica e filosofica tenta da sempre di decodificare l’enigma di questa sparizione, costruendo attorno alla figura della rondine una fisica del mascheramento: «Aristotele diceva che d’inverno non partono, si nascondono soltanto perdono le piume per farsi rami, o restano nel fango delle paludi come anfibi che aspettano il sole». Il riferimento alla biologia primeva di Aristotele sposta l’asse del discorso dalla fobia alla metamorfosi intesa quale strategia di sopravvivenza, interpretando l’assenza delle rondini come un camuffamento, un farsi rami sugli alberi spogli o anfibi nascosti nei canneti, capace di restituire al mito la natura di testimonianza sotterranea che pulsa in uno stato di animazione sospesa.

Esaurendo la ricognizione fenomenologica e urbana del dolore, questa immagine chiude la prima sezione per spostare il vero baricentro dell’opera nella seconda parte, l’omonima Procne Machine, all’interno della quale la scrittura muta statuto assumendo la forma inquieta del saggio in versi. Gallo lascia cadere le coordinate della lirica tradizionale per abitare una zona ibrida, attraversata da indagine teorica, montaggio poetico e urgenza del mito, affinché il trauma, colto prima nei suoi riflessi spettrali, entri direttamente nell’ingranaggio del racconto antico, trasformando la pagina in uno spazio autoptico dove la vicenda di Procne e Filomela viene smontata pezzo per pezzo e la riflessione sul linguaggio prolunga l’atto creativo. In questa sezione oggettiva e fredda, il saggio agisce come dispositivo di indagine sui vettori della parola recisa e sui modi in cui la forma-mito si tramanda, si usura e resiste nel tempo, trovando in Coda di serpe il lacerto isolato che innesca il montaggio testuale:

 

Nella versione del mito di Ovidio, Procne e sua sorella Filomela fuggono dopo aver dato il piccolo Iti in pasto a suo padre Tereo. Tereo è il marito di Procne. Tereo ha stuprato Filomela in un bosco. Le ha tagliato con la spada la radice della lingua. La lingua mozza giace a terra, racconta Ovidio, sul suolo nero di sangue. Guizza come la coda di una serpe che si fa sempre più debole mentre cerca il resto del corpo, l’intero cui appartiene.

 

Il passaggio mette a nudo l’equazione teorica del libro, identificando la lingua mozzata con la poesia stessa, poiché l’organo mutilato di Filomela e il fondamento del verso contemporaneo si specchiano fino a confondersi, costringendo la poesia a rinunciare al canto spiegato, all’effusione armonica o alla comunicazione lineare, per offrirsi quale referto testuale di un’amputazione. Privata della cavità orale che le garantiva senso e intonazione, la parte residua sopravvive come riflesso corporeo, grado zero di una parola che procede per sussulti sintattici, brusche interruzioni e frammenti isolati, sicché collocare questo lacerto in apertura della sezione dichiara un’impossibilità di dizione divenuta metodo saggistico e formale, per cui la ricerca dell’intero prende la forma di un accumulo ossessivo di schegge, citazioni e note di lettura che sacrificano l’integrità apparente per misurarsi con il vuoto lasciato dall’abuso, testimoniando la ferita attraverso il movimento perturbante di ciò che è stato separato dal corpo del senso.

L’operazione intertestuale di Gallo oltrepassa la fonte ovidiana, aprendo nella mutilazione di Filomela una camera d’eco in cui il canone letterario occidentale viene convocato a rispondere della stessa violenza, incrociando i miti classici con le macchine tragiche del teatro shakespeariano. Il dialogo più serrato si instaura con il Tito Andronico, dove la genealogia della ferita trova una continuità spietata nel personaggio di Lavinia, la quale, stuprata e privata di lingua e mani, riattiva il modello originario proiettandolo in una serialità del trauma, tanto che, essendole interdetta la parola naturale, la poesia di Gallo si muove come i moncherini della stessa Lavinia che incidono la sabbia con un bastone guidato dalla bocca, configurandosi come una scrittura protesica, rudimentale; emergenza e calco di una dizione recisa che rifiuta il lusso dell’eloquenza perché costretta da incombenti o consumate, in ogni caso tragiche, necessità. A questa violenza si affiancano altre opere shakespeariane, chiamate a modulare il fantasmatico e la distorsione biologica, a partire dal Sogno di una notte di mezza estate, che rovescia l’illusione della commedia restituendo il bosco allo spazio ovidiano di smarrimento e brutalità, fino alle risonanze di Romeo e Giulietta, che evocano il tempo distorto, l’azione del veleno e il sacrificio rituale dei giovani, e alle eco della Tempesta, che richiamano Prospero quale operatore di un dispositivo testuale e la dinamica del sea-change, intesa come metamorfosi delle carni sommerse che si ricongiunge alle immagini di congelamento della prima sezione.

Questa complessa rete intertestuale trova la sua sintesi formale e la sua chiave di volta nel dialogo sotterraneo con The Waste Land di T.S. Eliot, opera legata sia alle variazioni ovidiane sia alle suggestioni elisabettiane, la cui frequentazione critica e la cui pratica di traduzione da parte di Gallo (La terra devastata, Il Saggiatore, 2021) si riflettono, come tecnica compositiva, nel secondo lacerto della sezione, intitolato significativamente Il canto:

 

Jug Jug, ancora, dopo secoli, nella Londra del primo dopoguerra. T. S. Eliot riprende la storia di Filomela e fa risuonare la sua voce inviolabile nel deserto di un’Europa devastata. Tereu è il vocativo con cui implora o maledice il re che l’ha mutilata. Procne non è mai nominata.

 

*

 

Però è lei la rondine degli ultimi versi, compagna di vendetta di Hieronimo che è pazzo di nuovo. Lui, l’infuriato, che vuole far vedere a tutti di cosa è capace. E forse è una rondine anche Marie, che di notte legge e d’inverno si rifugia verso sud. E intanto canta la ballata di Mayerling, di Rodolfo che uccide l’amante con un colpo in testa, dei suoi uomini che la rivestono con cura, le mettono in ordine i capelli e la legano dritta a un bastone per portarla via di nascosto, in carrozza.

 

*

 

Canta Marie, e con lei cantano le ninfe del Tamigi, le prostitute del Cairo, le figlie del Reno e il marinaio che non vede Isotta tornare dal mare. Cantano il gallo che aspetta la pioggia e il tordo nascosto tra i rami e l’usignolo con la lingua mozzata che vorrebbe essere una rondine. Quando fiam uti chelidon, ricorda Eliot citando un carme latino. Lei canta. Noi restiamo muti. Quando viene la mia primavera? Quando farò come la rondine e smetterò di tacere?

 

La riattivazione del celebre «Jug Jug» eliotiano restituisce una voce della vittima resa inviolabile dalla frammentarietà del montaggio modernista, muovendosi attraverso i secoli per farsi colonna sonora di un’Europa devastata, mentre Gallo disegna una costellazione di figure in cui il trauma si specchia e si riproduce, facendo riemergere Procne nell’ombra degli ultimi versi eliotiani accanto alla follia vendicativa di Hieronimo, e introducendo, con Marie e la ballata di Mayerling, una variante storica dello stesso abuso, in cui il corpo femminile ucciso viene ridotto a manichino occultato, legato a un bastone. La poesia si struttura come coro polifonico ed eterogeneo attorno all’invocazione del Pervigilium Veneris: «Quando fiam uti chelidon», momento in cui la scommessa metapoetica rivela la propria posta etica, poiché davanti a un coro che continua a cantare il soggetto contemporaneo misura l’isolamento del proprio silenzio, e la domanda sulla primavera coincide con l’urgenza di una scrittura capace di spezzare l’anestesia del presente, in attesa che la lingua mozzata della poesia possa mutarsi in rondine e smettere di tacere.

In tal modo, lo smantellamento delle retoriche consolatorie permette all’ordigno di Procne Machine di intercettare le coordinate di una riflessione sulla “cultura del femminicidio” tracciate, tra gli altri, da Ivan Jablonka. Il trauma arcaico di Filomela cessa di essere un caso isolato o un fossile mitologico per farsi sintomo di una struttura permanente, una macchina sociale e antropologica che da secoli pianifica il silenziamento del corpo femminile e l’annientamento della sua soggettività. Come Jablonka dimostra –nel recentissimo La cultura del femminicidio (Einaudi, 2026) – che la violenza di genere non è un raptus ma l’esito di una pedagogia del dominio, così il montaggio di Gallo isola i dispositivi di questa coercizione: la recisione della parola, l’occultamento del cadavere (evocato nella ballata di Mayerling) e la reificazione dello sguardo. Il saggio in versi si appropria di questa postura sociologica e documentaria, trasformando la citazione letteraria in un referto giudiziario che accusa la storia e la sua cronaca.

La traiettoria intertestuale della sezione trova infine il suo culmine geopolitico e postmoderno nell’ultima parte, programmaticamente intitolata Figure, dove la filiazione letteraria della menomazione esce dai confini europei per agganciarsi al romanzo di J.M. Coetzee, Foe, riscrittura del mito di Robinson Crusoe in cui riemerge la figura afona del servo Friday:

 

Un giorno Friday indossa una vestaglia e comincia a danzare. La mattina, in cucina, dove batte il sole. Gira su sé stesso con gli occhi chiusi per ore. Nel pomeriggio si sposta in salotto, dove le finestre danno a ovest. Fa dei versi con la gola, come se volesse «cantare». Solo più avanti Susan scopre che Friday danza perché a Londra ha freddo e vorrebbe sopravvivere all’inverno. Danza perché vorrebbe smettere di tremare. Un giorno però nella danza la vestaglia di Friday si apre e lascia intravedere qualcosa. L’occhio di Susan cade e lei resta a guardarlo a lungo e senza vergogna. Susan ripensa alla radice della lingua nel fondo della sua bocca scura. Allora l’aveva immaginata dimenarsi, non come una serpe ma come un verme tagliato a metà che continua a contorcersi.

 

*

 

Susan pensa alle figure, a quanto siano necessarie per coprire ciò che non riusciamo a raccontare.

 

Con questo affondo la riflessione sul silenziamento della carne subisce una torsione radicale che investe la sfera dell’eros, inteso come energia legata alle dinamiche del potere e della scopofilia, laddove la danza circolare e solitaria di Friday a Londra cessa di apparire come performance esotica o strategia di adattamento per rivelarsi esibizione inconscia di un corpo desiderante e desiderato, sottratto alle proprie coordinate e interamente reificato dall’occhio dell’Occidente, mentre i fonemi spezzati, quei versi con la gola di chi tenta un canto impossibile, diventano il correlativo di una sessualità mutilata, di un eros privato della facoltà di nominarsi e consegnato al ritmo della ripetizione coreutica.

L’occhio di Susan Barton che resta a guardare Friday a lungo e senza vergogna inaugura una dialettica erotica asimmetrica e voyeuristica, in cui lo sguardo bianco, coloniale spoglia Friday della sua alterità per ridurlo a oggetto di una curiosità insieme anatomica, politica e feticistica. In questa pulsione a vedere si consuma una sovrapposizione concettuale per cui l’attrazione per il sesso nascosto e svelato si sposta sulla visione mentale della mutilazione della bocca, trasformando la cavità oscura di Friday in uno spazio perturbante dove eros si sposa con thánatos, e permettendo a Gallo di mettere a sua volta a nudo il nucleo dell’ambivalenza erotica nel contesto dell’abuso, dove il desiderio dell’altro si rivela inseparabile dalla coscienza della sottomissione storica. Lo slittamento dell’analogia formale del libro, con la lingua mozza che da guizzante coda di una serpe si riduce alla miseria viscerale di un verme tagliato a metà, descrive proprio questo naufragio del desiderio, esponendo il corpo di Friday nella nudità dello spasmo biologico, svuotato di ogni residuo di seduzione lirica o di esotismo consolatorio, là dove godimento e dolore si confondono nell’afasia, mentre le figure evocate da Susan Barton, orchestrate da Gallo attraverso il montaggio colto, si rivelano dispositivi di mascheramento immunologico, schermi formali necessari per coprire ciò che non riusciamo a raccontare, veli stesi per disciplinare e anestetizzare l’attrazione per la carne offesa dell’altro.

Questa specifica postura metodologica permette di tracciare un decisivo riallineamento stilistico e tematico tra l’ordigno testuale di Procne Machine e l’opera di Anne Carson, da cui Gallo assimila la pratica radicale del saggio in versi, inteso quale territorio ibrido in cui l’indagine filologica e l’ossessione critica diventano il motore della tensione espressiva, ritrovandovi la teorizzazione dell’eros come mancanza, frammento e ferita. Come Carson ha ampiamente dimostrato nel suo studio Eros il dolceamaro, il desiderio si attiva sempre nello spazio vuoto, nella fessura geometrica che separa l’amante dall’amato, e in Procne Machine questa fessura coincide esattamente con il perimetro dell’amputazione, rendendo il parallelismo stilistico stringente, poiché la poesia di Gallo, procedendo per ellissi, blocchi isolati e bruschi tagli grafici, mima sulla pagina sia l’anatomia della lesione linguistica sia l’andamento interrotto del desiderio impossibile. L’eros, per entrambe le autrici, rifiuta la dizione fluida dell’idillio per scriversi attraverso lacerti, essendo il frammento l’unico residuo biologico fedele tanto all’estasi quanto all’abuso subìto, e integrando la pulsione erotica nella tessitura critica del mito Gallo dimostra che la violenza antropologica, oltre a zittire la storia, colonizza l’immaginario dei corpi, costringendo la poesia contemporanea a cercare la propria verità proprio lì dove lo sguardo desiderante si scontra con il trauma del silenzio.

Il libro si sviluppa poi verso la terza sezione, Le metamorfosi, un ampio poemetto polifonico che estende la spietata fenomenologia dei corpi oggettivati, la cui analisi per estratti permette di penetrare la precisione clinica di questo movimento, a partire da una soglia presidiata da un frammento della tradizione letteraria italiana:

 

Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero.

(Giacomo Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie)

 

L’innesto della citazione leopardiana fissa la tonalità barocca e macabra dell’intero movimento, portando la dialettica tra silenzio e risonanza a sperimentare un punto di non ritorno formale, dove chi parla assume lo statuto dell’operatore, dello scienziato o del moderno Tereo che ha creduto di poter governare la carne dei vinti sottoponendola a un processo di ibernazione coercitiva e, paradossalmente, protettiva. Il panico del tassidermista davanti al risveglio acustico delle sue mummie coincide con il collasso dell’illusione immunologica, svelando che preservare i corpi dalla corruzione storica o filologica costituisce il meccanismo involontario che ne garantisce la spettrale resurrezione, sicché la poesia, lungi dall’addomesticare la ferita, ne riattiva la presenza nell’istante in cui i morti si riappropriano di un canto notturno capace di paralizzare la coscienza di chi custodisce la teca.

Subito sotto questa soglia, la dizione lirica si frantuma e si distribuisce lungo una scansione narrativa di precisione anatomica, dissolvendo definitivamente il soggetto lirico tradizionale a favore della voce corale e afona di creature ornitologiche catturate, operate e ridotte a oggetti domestici:

 

Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo più bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio…

 

La prima sequenza del poemetto descrive l’esito della reificazione spaziale e organica, mostrando come le creature «impagliate» – calco contemporaneo della mutilazione di Filomela – abitano una stasi post-mortem in cui la privazione della libertà viene interiorizzata come assenza di bisogno, e dove la mensola, stretto perimetro domestico sospeso «tra la finestra e l’armadio», diventa la parodia del nido e del cielo. In questa immobilità artificiale, gli uccelli impagliati evocano l’immaginario perturbante della tassidermia cinematografica, configurandosi come presenze domestiche sospese tra decorazione, minaccia e necrofilia dello sguardo, secondo una linea che richiama alla mente Psycho di Alfred Hitchcock, dove gli uccelli imbalsamati che abitano la stanza di Norman Bates portano il segno di una vita catturata, fissata e resa disponibile allo sguardo. Anche nel poemetto di Gallo la tassidermia espone, irrigidisce e profana, procedendo a ritessere l’archeologia della cattura, il ricordo delle gabbie, la sofferenza dell’istinto migratorio represso («prendevano le sbarre a testate / […] a migrare senza andare») e l’attesa frustrata degli uomini, pronti a monetizzare o consumare esteticamente la dizione naturale («in attesa di sentirci cantare / ma noi siamo rimaste / mute per tutta l’estate»). Di fronte al rifiuto di farsi intrattenimento, il potere ricorre al congelamento, eleggendo la busta di plastica e il frigorifero a moderni dispositivi di smaltimento e sospensione della memoria.

La sequenza successiva si addentra in una vera e propria autopsia della forma, descrivendo dettagliatamente il processo di tassidermia vissuto come tortura tecnica sulla carne indifesa:

 

L’avranno tirata fuori dal frigo
per farle subito delle foto
di faccia, di profilo
sul tavolo di marmo nuovo
poi l’avranno scuoiata
piano, con un coltellino…

 

In questi versi la precisione chirurgica di Gallo mima il protocollo poliziesco e scientifico, inserendo lo sguardo contemporaneo che reifica la vittima sottoponendola a una schedatura visiva di faccia e di profilo sopra il tavolo di marmo nuovo, asettico altare del sacrificio tecnologico, mentre la scomposizione del corpo avviene attraverso la parcellizzazione metodica, dallo scuoiamento all’asportazione degli organi interni, fino allo svuotamento della carne e del grasso. La conservazione esige l’innesto dell’artificiale, sostituendo il nucleo biologico con un simulacro: «le avranno messo dentro / una specie di gesso / una massa morbida / di un materiale strano», finché la pelle originaria viene tirata e ricucita con un filo di nylon volto a rendere invisibile il taglio sul davanti, cucitura invisibile che si pone come l’esatta metafora della testualità post-traumatica, una scrittura “ortesica” che ricopre il vuoto interno, occultando la cicatrice per restituire un’apparenza ordinata e commercializzabile sul mercato delle forme.

Tuttavia, l’equilibrio della teca è precario, esposto alla degradazione atmosferica («la muffa ci rovina la pelle», «ci vengono le crepe») e alla violenza dello sguardo voyeuristico degli ospiti della casa, tanto che il corpo impagliato subisce la persecuzione del tatto infantile e adulto:

 

…qualcuno si avvicina e ci tocca,
a volte i bambini ci tengono
nelle mani per ore […]
vogliono capire che cosa
abbiamo dentro, di cosa
siamo fatte, se siamo piene
di paglia o di cartone.
«Come le mummie», dice la madre…

 

La curiosità anatomica dei visitatori smaschera lo statuto di finzione del reperto attraverso il paragone materno con le mummie, riallineando il testo alla soglia leopardiana, e questa violenza conoscitiva si riflette specularmente nella regressione bestiale dei padroni di casa, colti in un interno domestico saturo di sostanze e nudità, dove gli umani si trasformano in «due creature enormi / due glabri rapaci orripilanti / che si beccavano / fino a farsi sanguinare». L’esito di questo scontro domestico è una caduta rovinosa che sfigura ulteriormente i resti già mutilati («Lei aveva il becco scheggiato / e io un occhio caduto»), provocando l’esilio finale all’interno del «buio del cassetto», dove le forme smettono di essere guardate perché private del decoro borghese.

Nel buio del contenitore si attiva un dialogo sotterraneo tra i frammenti della memoria, in cui riemerge il comando del silenzio quale strategia di sopravvivenza psichica:

 

Andavo avanti a raccontarle
ma lei non rispondeva.
[…] ho visto che con il becco
aveva graffiato un lato della scatola,
aveva provato a scrivere qualcosa.
Nella testa mi è sembrato
di sentire la sua voce, e diceva,
«smettila di ricordare»…

 

Il graffio sul cartone eredita la tela di Filomela e la scrittura rudimentale di Lavinia, ma la parola incisa si rivela un’invocazione all’oblio («smettila di ricordare»), dacché la memoria viene vissuta come un surplus tossico che impedisce l’adattamento alla condizione di scarto. Nonostante la riparazione estetica successiva, ottenuta con l’uso dello stucco per il becco e con la sostituzione dell’organo visivo tramite «un paio di madreperla» giudicato bellissimo dal pubblico, la reazione della materia produce un duplice schianto volontario, un suicidio formale in cui le due parti cadono «con lo stesso volo / con lo stesso doppio schianto» per ritrovarsi «fianco a fianco» sul pavimento, rifiutando il restauro consolatorio del trespolo.

La narrazione si sposta quindi al piano superiore, introducendo la figura patologica di un padre solo, custode di trappole e documentari ornitologici, e di una figlia adolescente ridotta in uno stato di segregazione biologica:

 

Fino a poco tempo fa sua figlia
girava per casa, apriva il frigo
e mentre mangiava restava
a fissarci per ore […]
Voleva capire, diceva,
gli istinti di sopravvivenza…

 

L’ossessione della ragazza per la storia del cuculo intruso – che svuota il nido degli altri per fagocitare tutto il nutrimento – e per l’inquietudine pre-migratoria («la necessità di ingrassare / prima di mettersi a volare») anticipa il dramma del suo stesso corpo, compiendo la metamorfosi sotto forma di ipertrofia psicosomatica e morte per accumulo. Avvisate dal lezzo della decomposizione, le autorità scoprono il cadavere della sedicenne «distesa nel letto», trasformata in una massa informe di «centotrenta chili / tra escrementi e avanzi di cibo», di fronte a cui il padre, interrogato, dichiara un’afasia morale totale, avendo nutrito la figlia assecondandone ogni richiesta, incapace di comprendere la traiettoria di quel tragico ingrassamento vissuto dalla giovane come un accumulo di riserve per un «grande viaggio» migratorio mai iniziato. La confessione dell’uomo svela una fobia profonda per la maturazione biologica della ragazza («aveva le sue cose / continuava a crescere / […] e lui aveva paura / di non riconoscerla»), un terrore del femminile che riattiva la colpa di Tereo sotto la specie dell’omissione e del distacco oculare.

L’ultima parte del poemetto introduce una figura femminile anziana e confusa, una custode che instaura con i reperti un rapporto erotico e perturbante:

 

Ogni tanto si avvicinava
e ci chiedeva di cantare.
Noi restavamo mute […]
Altre volte invece si alzava
la veste della gonna
e mostrava ai vicini
il suo sesso raggrinzito…

 

L’esibizione del sesso senile e deteriorato scardina nuovamente le logiche del voyeurismo, trasformando l’isolamento in una parodia carnevalesca, finché la fine di questa donna, che muore «supplicando» gli spettri del proprio soffitto di lasciarsi toccare e baciare come bambini, precipita il testo nell’orizzonte dello smaltimento totale, dove i topi consumano i resti carnali della vecchia e i nuovi inquilini ristrutturano lo spazio eliminando la muffa e programmando l’eliminazione delle mummie ornitologiche: «andranno nella plastica / o nell’indifferenziato / non credo ci sia ancora della carne».

Prima dell’evacuazione definitiva, i corpi aperti vengono privati della loro dignità biologica e ridotti a «osceni vuotatasche», contenitori inerti all’interno dei quali Gallo elenca, con una tecnica di montaggio oggettuale, una serie di residui tecnologici e clinici della contemporaneità sotto la dicitura esplicita:

 

COSE CHE SI POSSONO INFILARE

una pallina da ping pong […]
il blister delle pillole
anticoncezionali
le stampe dell’eco
della sonda a ultrasuoni
il ricambio dei bottoni…

 

Questo inventario di scarti, che va dalle lamette usate ai flaconi di ansiolitico fino alle tracce ecografiche di una riproduzione monitorata, satura la cavità della carne mutilata colmando l’antico vuoto di Filomela con i detriti del capitalismo avanzato, mentre l’operazione finale di reificazione prevede un ultimo innesto metallico:

 

Ci hanno messe dentro […]
qualcosa di freddo, di metallico.
[…] Abbiamo un bottone
sotto la superficie piumata
e se la schiacci parte come
un verso registrato
Jug Jug…

 

La reintroduzione del fonema eliotiano «Jug Jug» avviene ora sotto forma di automatismo tecnologico, un verso registrato attivabile tramite la pressione di un interruttore meccanico che canta a comando, producendo un calore interno volto a simulare la pulsione erotica («qui, nel petto, e poi piú sotto / tra le zampe»). Questo surriscaldamento del dispositivo provoca infine il cortocircuito liberatorio dell’opera, la sua catarsi incandescente e infera, giacché il metallo fonde internamente l’ingranaggio, spingendo il fumo fuori dal becco e allargando una macchia nera che mangia la pelle cancellando i tagli della tassidermia, e avviando, attraverso una combustione lenta e spietata, l’incendio che distrugge i simulacri, consuma gli arredi della casa e riduce l’apparato della rappresentazione a un cumulo di fumo nero.

Questa dissoluzione prolunga la metamorfosi e subisce una radicale torsione formale nella quarta sezione del libro, intitolata significativamente Traducendo Keats, all’interno della quale la filologia si fa carne e la dizione sperimenta una vera e propria ricreazione del mito attraverso la pratica della riscrittura. Il quaderno di traduzioni cessa di apparire come un esercizio di trasposizione accademica per configurarsi quale corpo a corpo con la parola dell’altro, permettendo a Gallo di raccogliere l’eredità dell’ode romantica e di sabotarne l’armonia originaria inoculando nella lingua di Keats le tossine del trauma contemporaneo, tanto che la traduzione diventa atto di appropriazione e metamorfosi, dove la voce del poeta inglese viene decostruita e rimontata affinché il suo celebre canto dell’usignolo assuma la dizione ferita di un corpo che tenta di nominare l’abuso. Tradurre significa allora forzare la forma fino a costringerla a dire il vero, ripetendo il gesto di Filomela che tesseva sulla tela i segni della propria menomazione, espandendo la scrittura in uno spazio di transizione in cui l’io lirico si dissolve nell’alterità del testo tradotto, a testimonianza di come la ricreazione del mito possa avvenire solo attraverso l’esperienza di uno sradicamento linguistico totale.

Questa traiettoria di spiazzamento formale approda alla quinta e ultima sezione della raccolta, Il quadro (nessun recinto salva), dove la ricerca poetica assume una densa curvatura ecfrastica, misurandosi direttamente con l’opera pittorica di Max Ernst, Due bambini sono minacciati da un usignolo, assunta quale correlativo oggettivo definitivo dell’indagine sulla minaccia e sul confine. Il quadro di Ernst, con il celebre sportellino di legno tridimensionale applicato sulla superficie dipinta, scardina l’illusione della cornice proprio come la poesia di Gallo incrina i recinti della lirica tradizionale, fissando nell’immobilità del segno pittorico la minaccia ornitologica che nella prima sezione si manifestava come fobia urbana e nella terza come automa meccanico. L’usignolo di Ernst, minuscolo e apparentemente inoffensivo, tiene in scacco lo spazio della rappresentazione e terrorizza i corpi dei bambini che tentano una fuga impossibile, facendo risuonare la formula nessun recinto salva come la sentenza dell’intero libro, per cui nessuna barriera immunologica, protezione borghese o struttura formale riesce ad arginare l’irruzione del trauma, laddove il recinto del quadro, violato dall’elemento plastico esterno, mostra una ferita sempre aperta che l’arte può soltanto esporre nella sua perturbante evidenza.

L’archeologia del trauma e l’archeologia del mito si fondono così, al termine delle cinque sezioni, in un’unica percezione spettrale dello spazio e del corpo, dove i territori dell’infanzia, le stanze dell’isolamento e gli organi della voce recano in sé le tracce di una transizione violenta, un’evacuazione silenziosa che riduce l’antico shock antropologico a una serie di presenze larvali. Si tratta della dinamica di una memoria ferita che lotta contro l’occultamento e che, per non soccombere, si fa essa stessa spettro o automa, rievocando ossessivamente il lutto di un mondo sottratto o di una lingua recisa che continua a perseguitare la coscienza moderna. Se il silenzio imposto dal carnefice viene aggirato nel mito attraverso una scrittura non verbale, identificata nella tela tessuta da Filomela, in Procne Machine questa trama si virtualizza e si scontra con le gabbie sociali attraverso “texture” grafiche, apparati testuali in cui si è trasformata la forma di scrittura che chiamiamo poesia nel contemporaneo, dove persino la carne sperimenta la propria dissoluzione e il proprio sradicamento spaziale. L’incapacità di mappare storicamente un posizionamento muta il racconto in un agglomerato di pezzi isolati, un assemblaggio robotico privo di coordinate temporali entro cui il reale e il biologico si svuotano per gradi, mentre il grido strozzato nella gola di Procne classifica un territorio ridotto a traccia sotterranea, invisibile all’iper-funzionalismo della produzione continua, spingendo il corpo marginale a farsi carico della necessità di sottrarsi, di rimanere indecifrabile, affinché l’archetipo antico si incarni in un’esistenza che resiste rendendosi volutamente inoperosa, custodendosi nel silenzio o nel ronzio meccanico dell’automa.

Il punto di massima escandescenza si compie là dove il testo, almeno a mio avviso, sembra incontrare la teoria del simulacro di Jean Baudrillard, mostrando come la realtà venga interamente sostituita dalla sua simulazione e dimostrando come il presente tecnologico sia in grado di fagocitare il sacro e il tragico per ridurli a pura interfaccia di segni orfani di un referente reale. Il presente assoluto evoca quella linea d’ombra che l’Occidente ha gettato sopra il sacrificio delle generazioni, sostituendo la profondità storica con la simultaneità spaziale e i consumi frenetici, entro un movimento generale che muove verso un lento disfacimento, consumando gli alibi lirici e i simulacri protettivi per preparare la parola a varcare il crinale dell’oggi, per andare a misurarsi con il luogo in cui tutti gli scheletri della stessa storia occidentale – e dei suoi miti, dalla “favolosa” ma quanto cruenta origine – si radunano concretamente: sul margine della terra di una cultura ferita, dove nessun recinto, appunto, salva.

La vita senza desideri

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Leonardo Pelo, Dio è morto. La vita senza desideri in un campo profughi, ReNudo, 2026

Il 12 di ottobre esce un piccolo/grande libro che racconta l’esperienza di Leonardo Pelo in un campo di profughi siriani. Tutti i ricavati delle vendite del volume andranno a supporto dell’associazione SSCh. Una ragione in più per acquistarlo e leggerlo.
Di seguito la prefazione al volume di Arianna Martini e un estratto da un capitolo del libro – “Ammalarsi” – scritto da Leonardo Pelo. Le fotografie sono dell’autore e di Pietro Politi.

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Prefazione del libro, di Arianna Martini
fondatrice di Support and Sustain Children (SSCH):

Sperare non basta.
Questo libro non è nato per spiegare la Siria, né per commuovere.
È nato per restare.
Restare addosso a chi legge, come restano addosso certe storie quando le incontri davvero e non puoi più archiviarle come “lontane”. Leonardo Pelo ha fatto una cosa semplice e rara: è entrato in un luogo dove la speranza è considerata un lusso e ha scelto di non aggiungerne di finta.
Ha ascoltato.
Ha guardato.
Ha scritto senza protezioni.
Leggerlo, per me, ha significato anche altro. Ha quasi messo ordine nel tumulto che da anni mi porto dentro, come si può immaginare dopo tanto tempo passato nei campi, tra storie che non si chiudono mai davvero. Non perché chiarisca, ma perché chiama le cose con il loro nome.
In queste pagine non troverete eroi, né redenzioni facili. Troverete persone vive, che vivono in condizioni che non permettono il futuro come lo intendiamo noi. Persone per cui desiderare non è un diritto naturale, ma qualcosa che si spegne per sopravvivere.
Leonardo non salva nessuno, e proprio per questo è onesto. Non addolcisce, non semplifica, non cerca colpevoli comodi. Restituisce la realtà per quello che è: dura, contraddittoria, spesso insopportabile. E lo fa con rispetto, che è la forma più alta di umanità.
Io lavoro da anni nei campi profughi. So quanto sia facile trasformare il dolore in racconto edificante, quanto sia sottile il confine tra testimonianza e spettacolo. Questo libro quel confine non lo oltrepassa mai. Rimane dalla parte giusta: quella delle persone, non delle narrazioni.
Eppure, dentro tanta assenza, qualcosa resiste. Non la speranza urlata, ma quella più ostinata e silenziosa: il continuare a vivere, il continuare a esserci, il non cedere del tutto all’annullamento. È una speranza che non consola, ma chiede. Chiede responsabilità, presenza, scelta.
Questo libro non chiede compassione.
Chiede di non voltarsi dall’altra parte.
Ed è per questo che conta.

 

estratto dal capitolo AMMALARSI,
di Leonardo Pelo:

Ammalarsi, come in tutti i posti, è comune. Quello che qui diventa raro è curarsi.
Sagida ha 16 anni: da queste parti, in realtà, è già una donna. Una madre.
Ha ricordi solo di qui. I suoi genitori sono scappati dalla guerra civile.
Rifugiati già nel 2011, presto sono scaduti i documenti provvisori e, da un giorno all’altro, sono diventati clandestini.
Il padre, dopo pochi anni, è scappato in cerca di una vita migliore. Nessuno sa che fine abbia fatto.
Lei si è aggregata (il termine è freddo, ma rende l’idea) al nonno. Morto lui, è diventata orfana.
In molti paesi musulmani la definizione di orfano si applica se viene a mancare il ramo maschile, la madre non potendo garantire per mille ragioni — culturali e pratiche — il sostentamento non ti salva dalla definizione di orfano.
Danya, sua figlia, perde molto peso in pochi mesi: “Non riusciva a tenere su la testa. Dormiva sempre. Non stava sveglia”. Non ci sono bilance nel campo, perdere peso non è qualcosa che misuri, è qualcosa che vedi.
Riesce, grazie ad Amina — una dipendente di SSSH — a portare in ospedale la piccola Danya.
“Arrivati lì, non avendo documenti, veniamo cacciati senza neanche poter parlare con un infermiere. Cambiamo ospedale. Due volte. Tre. Sempre la stessa storia. Nessun documento, nessuna cura.
Al terzo ospedale, mi racconta Amina sovrapponendosi alle parole di Sagida, “chiamano la sicurezza e ci mandano via come se non ci fosse una persona da salvare. Una neonata.”
L’assenza di un linguaggio aggressivo è qualcosa che mi stupisce.
È come se non ci fosse spazio per la rabbia, solo disperazione.
Nel quarto ospedale, il giorno dopo, si portano i soldi: tanti.
Anche i comuni esami del sangue hanno un sovrapprezzo, quello del silenzio per evitare denunce.
Il medico, pagato rigorosamente in nero, la visita.
Niente deve risultare, anche perché in teoria sarebbe tenuto a segnalare alle autorità le persone clandestine.
Nulla di grave, come spesso accade con le infezioni, se prese in tempo.
Il salva-vita? Un semplice antibiotico (l’amoxicillina, prezzo in Italia circa 8 euro).
Una cura ricostituente e un antibiotico. Niente di particolare.
Niente di così grave in Occidente; in un campo profughi può costare una vita.
Una vita che evidentemente vale 8 euro. Circa 8 euro.

(per chi si trovasse a Milano, alle ore 18,30 del 7 ottobre ne parleremo con l’autore, alla Libreria Feltrinelli di Corso Genova, 20)

Da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa

2

di Biagio Cepollaro

  1. Fare questi pastelli

Fare questi pastelli mi è essenziale in questi miei giorni: ormai più di un anno di lavoro quotidiano. Oggi il numero 614. La stessa sensazione della poesia: aver significato un giorno, aver dato un senso interno, più profondo, più lussuoso. Eppure pronto a buttare via tutto, perché quello che conta non è il fatto ma la voglia di fare ancora. Il senso è la voglia di creare, di tracciare un segno che nessuno chiede e che a nessuno serve. E a nessuno è asservito.

  1. Le notifiche

Appena sveglio, a controllare le notifiche di Facebook e di Instagram. Un tempo il termine “notifica” aveva quasi sempre un sapore minaccioso: era il Tribunale, erano le Tasse, era comunque qualcosa che veniva comunicato oggettivamente, implacabilmente, impersonalmente. Raramente una notifica era irrilevante. Appena sveglio, mi informano sugli atti di persone che in realtà non conosco e che, propriamente, non compiono atti ma cliccano e postano, si distraggono e si anestetizzano, come me, dal dolore contemporaneo.

  1. L’aria di primavera e Albert Camus

Mi piace l’odore umido del bucato sullo stendino, mi piace anche stirare le camicie; mi piace il ripetersi periodico, la scansione come l’alba e il tramonto, la ripetizione delle stagioni, la sorpresa ogni anno della prima aria di primavera, quella sottile eccitazione, promessa di emozione, di fragranza, il sapore dell’immanenza quando sei dentro, assorbito nel momento senza residuo, come nel gesto pittorico o scrittorio. È un fendere l’acqua nell’avanzare, un tracciare una rotta che poi si scioglie, si cancella al richiudersi dello squarcio. È il clima della mia tesi di laurea sul giovane Albert Camus, sulla sua Algeria metafisica, sul nucleo tragico della sua felicità corporale. Se non avessi conosciuto quell’aria della primavera del Mediterraneo, non avrei mai capito Camus, non avrei capito Il mito di Sisifo e non avrei neanche capito, per contrasto, per assoluto contrasto, La critica della ragion pura di Kant.

  1. L’arte come esperienza di immanenza

L’arte come una via per giungere all’esperienza dell’immanenza. Dentro la cosa che stai facendo, dipingendo, scrivendo. Una logica e una dinamica che sono dell’oggetto, del manufatto che si va creando sotto ai propri occhi: perfetto equilibrio tra caso e intenzione, tra desiderio e frustrazione, tra ciò che capita e ciò che si vuole. In assenza di istituzioni culturali che abbiano conservato adeguata autorevolezza per valutare, ognuno è solo con il proprio esito. L’esito del lavoro ci accompagna in una solitudine che fino a trenta, quaranta anni fa era impensabile. Allora si poteva essere apocalittici oppure integrati. Si poteva essere anche tante altre cose. Oggi la stessa integrazione ha un sapore apocalittico o la stessa apocalissi ha un sapore di integrazione. L’esito del lavoro ci lascia soli: bisogna percorrere le strade dell’immanenza; queste strade sono circolari, sono eternamente ritornanti. Ogni giorno, apparecchiando la tavola e liberando ogni volta il tavolo. Ogni giorno, dopo ogni pranzo. È l’opera. È La curva del giorno.

  1. Il sapore dell’immanenza

L’immanenza è il non uscire da un certo grado di realtà e verità. Questo grado non sta di fronte a noi: è tutto intorno, è una condizione. In questo senso, ne Il mito di Sisifo, l’Assurdo e la “logica dell’assurdo” indicano la fedeltà alla propria condizione: non evadere, non consolarsi, restare. È in questa fedeltà che si realizza l’immanenza. Non molto distante, per analogia, è la nozione dell’estetica indiana di Rasa: succo, essenza, sapore. L’immanenza ha un suo sapore. Si è dentro un certo sapore.

  1. Aderire e sparire

Il movimento dell’aderenza si porta con sé paradossalmente l’immagine della sparizione. Dentro la curva del giorno, nella concretezza del fare, ci si stacca dalla propria immagine che si pensa visibile agli altri, una sorta di proiezioni sociale, di avatar. Ci si allontana da quell’immagine con la sensazione di sparire. E proprio quando la presenza si fa più intensa, come può solo la presenza che aderisce, proprio allora si guarda in faccia la paura di sparire e ci si accorge che esiste una sola presenza, quella della curva del giorno, che l’altra è solo una fantasia collettiva.

  1. La complessità dell’ordinario

Una poetica dell’aderenza può riferirsi al nesso tra gioco linguistico e forma di vita, alla configurazione — o costellazione — di senso che la poesia, come manufatto retorico-stilistico, costruisce a partire dall’ordinario, il quale, lungi dall’essere semplice, è altamente complesso. Basta considerare la qualità e la quantità di tecnologia richiesta per ogni singolo atto compiuto in casa, e le implicazioni culturali degli oggetti che la arredano.

  1. Un mare di compulsioni

Siamo tutti immersi dentro un mare di compulsioni. Comunichiamo in qualsiasi momento, di qualsiasi cosa, a chiunque e in ogni luogo. È una furia espressiva che inizia al nostro risveglio (sempre che non ci siamo svegliati una o più volte durante la notte) e finisce quando ci addormentiamo (sempre che riusciamo a dormire davvero e non semplicemente ci assentiamo a tratti). A confronto di questo mare di compulsioni, la vita distratta che lamentava Pascal era ancora pura meditazione sulla punta del naso. Una volta si diceva che l’agitazione non faceva star fermi; adesso non è uno stato psicologico il nostro: è la stessa infrastruttura della comunicazione. Una tecnologia basata sull’emissione e la ricezione di segnali ha sostituito la psicologia, al di là di ogni nostra buona intenzione di disciplinare il nostro comportamento. Noi siamo spinti a comunicare anche se, propriamente, non abbiamo nulla da dire né da ascoltare né da leggere né da scrivere. Il dolore è cresciuto così tanto da richiedere dosi molto più massicce di anestetico. Il mare di compulsioni in cui i vecchi si ritrovano e i giovani nascono è un mare di anestetico. Non è forse una coincidenza il fatto che questo mare abbia cominciato ad allagare le nostre terre proprio nei decenni in cui la crisi economica diventava permanente. Sono quarant’anni che la vasca del mondo continua a riempirsi, fino a che la misura sia colma.

  1. La necessità di cambiare

Un’esperienza non facile, quella di dover constatare l’esaurimento di un certo assetto formale, di una certa configurazione stilistica, di una determinata costellazione di senso. Si dice che la Seconda guerra mondiale — come del resto la Prima — sia stata molto importante nel mutamento stilistico delle traiettorie di molti poeti, come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni, Caproni e tanti altri, con il crollo dell’Ermetismo e l’apertura al lessico del quotidiano, alla coralità, alla testimonianza diretta. Era accaduto qualcosa di traumatico a livello globale nella cultura: penso al passaggio da L’Étranger a La Peste di Camus. Continuare con i modi dell’anteguerra sarebbe suonato come automanierismo, retorica fatua, autoreferenzialità insostenibile, sopravvivenza zombie di un mondo che di fatto non esisteva più. Fu necessario creare nuovi strumenti, intendere in modo nuovo il rapporto tra lingua e mondo, smettere, in alcuni casi, gli occhiali della metafisica per indossare quelli della storia.

  1. Da Pound a Instagram: suono, immagine e senso

Le domande intorno alla poesia che sanno di metafisica mi hanno sempre irritato, mentre il pensiero di Ezra Pound al riguardo mi ha convinto dalla prima volta che l’ho letto. La poesia è suono, immagine e senso: non si può negare nessuno di questi elementi, si può solo variarne la proporzione. Vi può essere una poesia che giochi le sue carte retoriche più sull’immagine che sulle altre componenti, o più sul suono o sul senso, ma non ci può essere poesia che sia del tutto priva di una di queste dimensioni. Ecco perché la cosiddetta poesia sonora, facendo sacrificio dell’immagine e del senso, non è sufficiente, così come non lo è la cosiddetta poesia visiva, che spesso sacrifica, a vantaggio delle strategie retoriche dell’immagine, sia il senso sia il suono. E neanche l’epigramma e la poesia gnomico-sentenziosa, spingendo troppo sul senso, possono sacrificare l’immagine e il suono. Un pensiero, insomma, non può costruire una poesia se non s’incarna nel suono e nell’immagine. Certo, è una questione di gradazioni e di diverse proporzioni, ma questi tre elementi devono giocare tutti e tre la loro partita. C’è da chiedersi oggi, rispetto alle parole di Pound, che ne è, nel nostro universo attuale della comunicazione e dell’estetica, dell’immagine, del senso e del suono che vanno a costituire la poesia. Questi elementi e la loro combinazione sono ancora gli stessi per le nostre percezioni, abituate a contesti differenti? L’immagine, ai tempi di Instagram, è ancora l’immagine dell’inizio del Novecento oppure ha acquisito una potenza diversa? L’immagine era qualcosa di raro e prezioso; in passato si esaltava l’immaginazione come facoltà creatrice proprio di immagini, ma oggi l’immagine è ancora questo sorprendente tesoro? Oppure l’inflazione dell’immagine ne ha irrimediabilmente mutato il senso all’interno della poesia? Lo stesso ragionamento va fatto per il suono, per la moltiplicazione esponenziale dell’accessibilità della musica e di ogni sorta di materiale sonoro. E il senso? Forse il senso è quello meno toccato da queste trasformazioni epocali. Sembra che il senso, con tutto il suo portato etico, emotivo, fàtico, abbia fatto un passo indietro. Sembra che il senso, progressivamente la comunicazione sociale, nella sua attuale estetizzazione, possa fare sempre più a meno del senso, come nella propaganda politica: una sorta di paradossale realizzazione di un programma dadaista su scala globale.

  1. Le distanze come punti di partenza

Resistere nell’involucro dell’immanenza vuol dire realizzare quasi visivamente la distanza da tutti gli altri. Soprattutto da coloro che fanno parte del nostro “ambiente”. Anzi, proprio il presunto “ambiente” che si presenta come nostro contesto a ben guardarlo si sbriciola, si disintegra sotto i colpi dell’immanenza che richiama ad aderire alla propria situazione. La distanza del nostro lavoro da quello degli altri è proprio incommensurabilità talvolta e quindi la sensazione della strada solitaria da percorrere diventa acuta: ci si pente di aver agito come se ci fosse comunanza e somiglianza. La comunità ermeneutica inizia davvero quando le distanze sono acquisite come punti di partenza, luoghi da cui si comincia a parlare.

  1. La sperimentazione nel territorio dell’etica

La crisi che rese necessario il passaggio dalle forme di Fabrica a quelle di Versi nuovi non fu soprattutto linguistica: non si trattava di passare dal “pastiche idiolettico” all’italiano standard, ma di realizzare un’autocritica costruttiva che avesse per oggetto il modo di considerare le maniere di relazionarsi agli altri attraverso le proprie attività. Si trattava di rimettere in gioco i temi che riguardavano il bene e il male, temi poco frequentati fino ad allora, temi che spostavano l’attenzione verso l’etica. La sottolineatura delle dimensioni linguistiche della poesia aveva portato, soprattutto nella storia delle neoavanguardie ma anche nelle manifestazioni delle postavanguardie, a non far cortocircuitare la ricerca formale con questioni dichiaratamente etiche. Il timore del contenutismo teneva lontani da queste zone che alla fine del Novecento a me sembravano particolarmente urgenti. Si trattava di portare gli strumenti della sperimentazione proprio in queste difficili zone, in questi territori minati dal buon senso e dal senso comune.

 

  1. Un rumore

Periodi in cui non si ha nulla da dire. Si ascolta, si legge. Non si commenta, oppure sì, ma senza un piano, come per reazione. Periodi in cui non si “posta” nulla sui social, neanche una foto, neanche una frase. Periodi in cui, non avendo nulla da dire, non si dice nulla. Al tempo dell’espressività diffusa, questa condizione sembra mettere a rischio di sparizione. Così come può venir meno, in una camera stracolma di rumori, un singolo rumore: forse un gracchiare, o un tintinnare, o un fischio, o un battito di posate.

  1. Il movimento

Il movimento non implica una fine, un risultato, l’opera che conclude e che premia gli sforzi, l’opera che resta e che immortala o sostituisce. Il movimento non implica una fine né un risultato, ma un procedere: un processo fatto di fini e di risultati temporanei, come se il movimento fosse la vita stessa e i suoi giorni. Finché ci sono giorni, si va avanti, di lato, indietro, intorno: si va. E da ogni direzione c’è bottino, davanti, di lato e indietro, perché la vita è il bottino quando prende corpo nella ricerca e nel ritrovamento.

  1. Il colore è anche segno

Il colore è anche segno, come accidente della materia. L’incresparsi della materia definisce un segno, la sua ferita o la sua callosità, i suoi graffi o le sue incisioni. Gli accidenti della materia che è già colore producono i segni che sono sempre incarnati sia nella materia che nel colore. Nulla di astratto, nulla di mentale ma movimento della materia nella curva del tempo contemporaneo a tutto il resto, anche a noi che osserviamo o passiamo distratti.

  1. La profondità è fatta da superfici

Non esiste profondità che non sia costituita da superfici successive, impilate, per così dire. La parola poetica mente quando pretende di aver attinto alla profondità se non è passata da superficie a superficie, da apparenza ad apparenza, variando di scala e di contesto, ma non — soprattutto — di densità. La grande poesia di John Donne credo che sapesse già tutto questo. Ma i più aderenti di tutti, i più sapienti, gli insuperabili, sono i tragici greci: la parola qui è direttamente la situazione, la parola qui è la cosa.

  1. La pittura come la poesia è una pratica

La pittura, come la poesia, è una pratica, cioè un processo continuo. All’interno di questo processo ci sono poi molte articolazioni: i cicli, le serie, le varianti. E poi gli inizi, i consolidamenti, le estenuazioni e infine le opere davvero riuscite, che sono pochissime. Cinque, sei quadri, forse. Tre libri o, all’interno dei libri, alcune poesie. Ecco: ciò che davvero conta, per una vita, è il processo, non il singolo momento, la singola concrezione. Quelli che dicono — come dico io, con Rothko e con Mario Persico — “fare arte per me è respirare” indicano una forma di adattamento, un’ossessione poco nociva e talvolta molto gratificante. L’artista lo riconosci da questo: non c’è la sua vita da una parte e il suo fare dall’altra. La sua vita è impensabile senza il suo fare.

  1. Non mi penso più attraverso

Non mi penso più soltanto attraverso le parole della poesia, non penso più il mondo soltanto attraverso le parole della poesia ma mi penso attraverso i colori, le materie, i segni della pittura informale, penso il mondo ora come lo pensa un pittore informale, attraverso i colori, le materie e i segni. Passaggio definitivamente avvenuto intorno ai sessant’anni dopo una quarantina di poesia.

  1. Orientarsi

Dai molti che sono passati — da Eschilo, da Omero, fino agli ultimi cantautori — e anche dall’idea della fine dell’autore ma non della sua funzione, magari svolta da un computer, come Balestrini già dagli anni Sessanta, vengono tracce dell’impermanenza, del breve tratto del nostro passaggio. Suona retorico detto dall’umanista in un Trionfo della morte, suona meno retorico detto da un poeta zen. Suona retorico a chi è ancora giovane, a chi si crede immortale perché finora non gli è accaduto nulla di così importante da spaventarlo. Poi, a una certa età — anche a quarant’anni — può succedere di avvertire improvvisamente che è tutto vero: che stiamo qui per qualche giorno e che di questi pochi giorni ne impieghiamo tanti solo per orientarci. Tra distrazioni e traumi, tra illusioni e consapevolezze sempre parziali. Una vita ben vissuta, forse, è una vita che ha saputo, a un certo punto, orientarsi e che così facendo ha dato una ragione a tutto il disorientamento.

  1. Pavese e il donare poesia agli uomini

Scrive Pavese alla fine: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Condividere le pene io lo leggo dentro ho dato poesia, perché ho dato poesia è dentro ho lavorato. C’è un lavoro specifico dello scrivere poesie che non è l’esibizione dell’artificio ma la direzione di esso. Il labor limae è rivolto alla condivisione delle pene. Solo sulla base di questa esperienza l’esercizio della poesia diventa un donare agli uomini. Chi pensa oggi alla poesia come un dono? A partire dagli anni Ottanta, dopo il festival di Castelporziano a Roma, sembra che il dono non sia più rivolto agli uomini quanto al poeta stesso; gli uomini sono spariti nel disinteresse generale, nella smorta ritualità delle presentazioni disertate, nella banalità dei tornei, confronti, slam tra poeti come gladiatori nell’arena. Gli uomini non ci sono più a cogliere un dono che non c’è. Sembra invece quasi una punizione inflitta quella di noiose letture di poesia, punizione che sopporta chi dovrà infliggerne un’altra subito dopo o alla presentazione successiva. La frase di Pavese è scritta al culmine di un raccoglimento speciale, perché volto a tirare le somme, a concludere, a fare un bilancio, una sintesi in una sola frase ma definitiva. Una frase che necessariamente deve avere il potere di mettere in pace, di pacificare, rassicurare, nobilitare, scegliere il livello alla cui altezza pensare la propria vicenda e tradire, per una volta, la sua raccomandazione di guardare basso per guardare giusto. Basso invece non guarda, non concede spazio a “pettegolezzi”; piuttosto, a due mesi dallo Strega che ai suoi occhi premiava il suo lavoro, lo sforzo, la fatica, la serietà, la costanza, la severità del fabbro, guarda in alto, al dono agli uomini, a ciò che concretamente ha fatto dei suoi giorni e della sua vita. Per poter dire che il lavoro da fare è stato fatto. Che ha fatto ciò che doveva fare e il resto non conta più nulla. Mi viene in mente, a questo proposito, 4.44 Last Day on Earth, un film scritto e diretto da Abel Ferrara che prevedeva la fine del mondo: la madre della protagonista, che è una giovane pittrice, rassicura la figlia dicendo più o meno: «Tu non hai colpe, tu hai provato ad abbellire questo mondo, a donare bellezza». Anche nel film c’era questo dono, il lavoro e la condivisione delle pene degli uomini.

(N.d.A.: Questi pensieri sono tratti da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa. Si tratta di un work in progress dal 2020. L’opera si articola per ora in sei sezioni: Una poetica dell’aderenza, Esercizi di presenza, Prime campiture, Seconde campiture, Paleografie e Risposta senza domanda. 420 pensieri, suddivisi in 70 per ogni sezione, dedicati per lo più alla condizione mediale contemporanea che definisco “espressività diffusa” in cui siamo immersi e alle implicazioni estetiche sulla poesia e sulla pittura a partire dalla mia pratica, dalla mia esperienza)

(N.d.R.: l’immagine è opera dell’autore ed è  Tracce A-27, 2025. Mista su carta , formato A4.)

Il piede nella porta – parte 2

3
Image by Tumisu from Pixabay

Disforie di uno psichiatra nella sanità pubblica

Image by Tumisu from Pixabay

di Leonardo Zaninotto

Mentre mi preparo la borsa per il lavoro – che poi fondamentalmente mi serve solo a portare il pranzo e l’acqua – penso al mio lavoro di “specialista della mente”. Il bello di fare lo psichiatra è che non hai altri strumenti di lavoro che la tua persona, con la tua carne e il tuo sangue, con le tue sensazioni e i tuoi sentimenti, con le tue congetture e la tua esperienza, come specialista e come essere umano. Ogni volta che ci penso mi coglie come una vertigine di orgoglio. Ho sempre creduto che la nostra branca della medicina, una branca dall’identità piuttosto incerta, raccogliesse l’eredità di una lunghissima tradizione, in cui, prima che entrasse in campo la tecnologia con i suoi strumenti, il medico aveva a sua disposizione solo – per dirla con un teorico della medicina – la sua “erudizione”, il suo “spirito di osservazione” e il suo “genio”. Mi piace coltivare il paradosso – un tantino grandioso, lo ammetto – che in un certo senso lo psichiatra è, o almeno dovrebbe essere, il medico all’ennesima potenza, visto nella sua condizione originaria e naturale.

Divagazioni inconcludenti, in risonanza col mio proposito inconcludente di uscire di casa e imboccare la via del lavoro.

Il grande giorno dell’accreditamento

Mentre indugio ancora, seduto sul divano, mi ritorna in mente il G.G.A., il Grande Giorno dell’Accreditamento.

L’accreditamento è uno degli eventi cardine per la maggior parte delle strutture sanitarie, pubbliche e private, in cui, tra miserie e fasti (miserie per le prime, e fasti per le seconde), viene rinnovato l’impegno, morale ancor prima che concreto, verso un Sistema Sanitario efficiente, moderno, equo, ma soprattutto economicamente sostenibile. Ora, partecipare dall’interno all’accreditamento delle strutture pubbliche equivale dal mio punto di vista ad assistere ad un balletto sul bordo di un burrone: un intero corpo di ballo che volteggia sul bordo dell’abisso, espressioni tese e slanci felpati, movimenti coordinati ad un passo dall’aporia sistematica. E se non ci si finisce dentro è merito dei tanti professionisti che, a tutti i livelli, collaborano perché gli ingranaggi della macchina continuino a girare.

In soldoni, ti viene richiesto di dimostrare, carte alla mano (molte carte… moltissime carte…), che quello che hai a disposizione, in termini di strutture, protocolli e personale, è del tutto conforme alle prerogative richieste. Il fatto è che la piena conformità è una chimera: strutture e personale risultano per lo più inadeguati, sottodimensionati, o – Dio non voglia – fuori norma. Chi si trova a dover fronteggiare questa prova d’esame, deve allora preventivamente produrre documenti, procedure e protocolli che attestino, se non la piena conformità, quantomeno l’intenzione, pura e cristallina, di adeguarsi nel più breve tempo possibile ai requisiti richiesti. Questo sempre tenendo bene a mente che le risorse per poter portare avanti questo adeguamento forse non arriveranno mai.

Tuttavia, quello che è veramente importante, a mio modo di vedere, quello che conta davvero, al di là dei riscontri obiettivi e delle infinite carte, è l’intenzione, lo spirito di collaborazione e di deferenza istituzionale con cui ci si dispone in questo genere di circostanze. Quando arriva il G.G.A. siamo tutti opportunamente dispiegati, in parata militare, vestiti a festa e pettinati con la riga, protesi in uno slancio oblativo nei confronti degli ispettori venuti dalla Regione per verificare l’idoneità di strutture, personale, procedure e protocolli del Dipartimento di Salute Mentale. L’obiettivo è ottenere il bollino di conformità, l’attestazione di merito, la coccarda della buona condotta, la certificazione legale che le nostre strutture costituiscono la migliore approssimazione possibile al “benchmark”, l’ideale della struttura sanitaria in ambito salute mentale. I colleghi sono tutti in fibrillazione, tra l’eccitato e l’angosciato. Io per primo avverto un senso di solennità e di timore reverenziale. Gli ispettori sono una donna sui cinquanta e un uomo un po’più giovane: hanno un atteggiamento pacato e cortese, ci tengono a farci intendere che da loro non abbiamo nulla da temere, perché sono dalla nostra parte e sono lì per aiutarci. Le carte da giocare sono chiare e l’intento comune pure. Il presupposto è che nessuna struttura deve fermarsi e che tutti devono collaborare in questo senso.

Tuttavia, di fronte a quel diffuso senso di eccitazione che serpeggia nel gruppo mi sento allo stesso tempo coinvolto ed assente, partecipe e dissociato, come se non riuscissi a liberarmi da una vaga sensazione di dissonanza cognitiva, l’impressione stridente di qualcosa di solenne e di grottesco allo stesso tempo. È questa eccitazione anomala, da “notte prima degli esami”, che mi colpisce. Vi ricordate “Takeshi’s Castle“? Ecco, a me pare che noi siamo come i concorrenti di quel famoso gioco a premi giapponese: ci troviamo a dover schivare ostacoli ed insidie, a non farci spaventare dalle trappole dietro l’angolo, a guardarci le spalle e a tutelarci a vicenda. Ma sempre, immancabilmente, col sorriso stampato sulle labbra, vagamente entusiasti di essere parte di questo grande spettacolo collettivo.

Ecco allora che mi prende di nuovo quella pulsione animale al movimento, quella smania di fare qualcosa pur di uscire dall’angolo della passività. Ma non posso fare un accidente, non posso alzarmi in piedi e mettermi ad urlare. Mi viene in mente di simulare uno svenimento, ma lascio perdere perché mi risulta poco pratico. Per cui mi alzo per cercare un bagno.

Mi defilo da un’uscita secondaria, da cui accedo ad un corridoio immacolato su cui si aprono una serie di uffici, ogni ufficio una targa.

Non so dove mi trovo, forse si tratta di un qualche distaccamento amministrativo dell’ULSS o dell’ennesimo dannato helpdesk informatico.

O magari – penso tra me e me – è solo l’anticamera dell’Inferno.

Luci al neon, muri spessi, porte chiuse, silenzio claustrale.

Forse il bagno non lo troverò mai, forse sono qui per un motivo, forse in fondo al corridoio troverò un impiegato con la faccia grigia di fumo e l’espressione vuota che mi dirà di sedermi, prenderà una vecchia calcolatrice da tavolo e farà un conteggio sommario dei miei peccati.

Prima porta in fondo a destra: girone dei superbi…

E allora, mentre mi faccio indicare la strada da un’impiegata stizzita col caffè in mano, mi coglie il solito crampo metafisico.

Non c’è alternativa al mercato?

In fin dei conti in questa grande partita a carte dell’accreditamento, così come in altre circostanze in cui il Sistema ti passa al vaglio delle sue incongruenze, è in ballo il grande tema dell’autenticità. Il sentimento di straniamento che mi coglie in queste occasioni mi rimanda al problema della Verità: la verità personale, la mia verità, declinata nel mio essere fedele a me stesso, ma allo stesso tempo la verità di un modo di pensare e di agire comune, che si conforma ad una serie di regole non scritte a cui tutti, consapevolmente o meno, ci troviamo a sottostare.

La prima di queste regole non scritte riguarda l’assimilazione della sanità (o dell’istruzione, della cultura, ecc.) alle norme del libero mercato. “There Is No Alternative” (TINA), come diceva lo slogan della Thatcher. Quella del mercato è l’unica realtà possibile, il codice linguistico a cui nessuno si può sottrarre. Che si tratti di aziende private o istituzioni pubbliche, di persone in carne ed ossa o di enti spirituali, che si parli di scienza, di arte o di convenzioni sociali, tutto è regolato, in maniera più o meno diretta, dalle leggi del libero mercato. In sanità questa assimilazione viene prima di tutto veicolata dall’utilizzo di un linguaggio finanziario, che impiega termini come: “produttività”, “efficienza”, “obiettivi” (o ancor meglio “target”), “mission” e “risultati”. Ogni anno l’“azienda” sanitaria pone come “mission” di tutti i suoi dirigenti il raggiungimento di alcuni “obiettivi di budget”. L’ottenimento di una certa parte dello stipendio dei dipendenti, la cosiddetta “retribuzione di risultato”, viene vincolato al raggiungimento di questi obiettivi.

Ora, quanto a questo non ci sarebbe nulla di male. Al di là della dissonanza cognitiva derivante dall’utilizzo di termini finanziari in ambito sanitario, è innegabile che la sanità pubblica per essere efficace, ovvero per raggiungere i suoi obiettivi, debba essere anche efficiente, e dunque utilizzare i mezzi che ha a disposizione nel modo migliore e col minor impatto di spesa.

Il problema sta nel definire quegli obiettivi. Se lo sfondo ideale è rappresentato dalla Costituzione (“la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”), la necessità di declinare quello sfondo in una serie di obiettivi determinati e quantificabili rappresenta una sfida per la maggior parte dei sistemi sanitari nazionali. Ed è qui che la burocrazia rischia di infilarsi con tutto il suo carico di sovrastrutture, cavillosità, incongruenze e vacuità.

La seconda di queste regole non scritte è allora che non conta tanto il risultato, quanto la rappresentazione del risultato. Chiunque lavori nel sistema pubblico potrà confermare che molti degli obiettivi che vengono dati ogni anno non hanno delle ricadute concrete e riconoscibili sul suo lavoro. Non nell’immediato, almeno. Può essere che i risultati si vedano solo in seguito, magari a distanza di anni, ma in generale si ha l’impressione che quello che conta veramente non sia tanto la ricaduta immediata e concreta sull’operatività di chi lavora, quanto la rappresentazione collettiva di una macchina che continua a funzionare e a progredire macinando “risultati”.

Mark Fisher, teorico del realismo capitalista, lo ha detto molto chiaramente: quello che conta, tanto nella burocrazia pubblica quanto in quella privata, non è tanto un raffronto diretto tra prestazioni e risultati, ma tra le rappresentazioni (debitamente quantificata) di quelle prestazioni e di quei risultati. È il cosiddetto “stalinismo di mercato”. In questo contesto si finisce allora per mettere maggiore impegno nell’assicurarsi che i servizi siano rappresentati correttamente che nel loro effettivo miglioramento ed efficientamento. Più o meno la stessa cosa che succede nel mercato azionario, dove il valore viene generato non tanto da quello che una compagnia realmente produce, quanto dalla fiducia che “il Mercato” pone nei confronti delle sue performance future.

Il senso e la direzione: nelle mani di nessuno

La terza regola non scritta riguarda la centralizzazione apparente del potere burocratico. Chi lavora in sanità pubblica, e più in generale, chi lavora per la pubblica amministrazione, sa bene che la catena del sistema decisionale è tutt’altro che lineare. Più che una catena si potrebbe parlare di una rete, i cui nodi sono tanti quanti sono i centri di potere e i cui confini non sono facilmente definibili. Kafka è stato uno dei più grandi narratori della burocrazia proprio perché è riuscito a rappresentare efficacemente la qualità impersonale, ambigua ed astratta che caratterizza le sue strutture di potere.

Nel Sistema burocratico ogni singola decisione, ogni singola determinazione rinvia ad altre decisioni e altre determinazioni, in una sequenza di rimandi potenzialmente infinita. Il tutto senza che vi sia qualcuno che si assuma realmente la responsabilità di certe scelte.

Il problema è che si ha la percezione dolorosa e straniante che non esista un’autorità ultima a cui appellarsi, che il senso e la direzione non siano nelle mani di nessuno, e che quello sfondo ideale, rappresentato dall’articolo 32 della Costituzione, sia diventato appunto soltanto uno sfondo, uno scenario, uno di quelli con gli alberi finti e il sole dipinto, che serve a far da fondale alla quotidiana commedia della burocrazia.

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo che mi ha scaraventato in una specie di sconforto infantile. Mi sono ritrovato a pensare a quanto poco io sappia di quello che si muove sopra la mia testa, e di come le grandi strutture di potere – i cosiddetti “poteri forti” – possano influire sulla mia vita e su quella delle persone che mi sono vicine senza che io ne sappia nulla. Ci sono evidenze, dati alla mano, che la maggior parte delle decisioni di politica sanitaria del nostro paese, dalla riorganizzazione della spesa alla digitalizzazione, sono nelle mani di grandi società di consulenza come KPMG, Ernst & Young e McKinsey. Ora, al di là delle possibili considerazioni complottiste – pensiamo solo al volume immane di dati sanitari che potrebbero finire nelle mani di queste agenzie – il tema rimanda allo svuotamento delle competenze decisionali e, ancora una volta, all’ennesimo smottamento del concetto di responsabilità. Perché la responsabilità, intesa da una prospettiva etica, è una cosa che riguarda le persone, non le società per azioni.

Mi sono imbattuto nel primario

In tutto questo mi ritrovo, ancora seduto sul divano, vestito di tutto punto, incapace di fare qualsiasi movimento. Sono paralizzato dallo sconforto.

Mi viene in mente che quando nel G.G.A. sono rientrato nella sala della presentazione, dopo aver meditato sui destini della mia anima, mi sono imbattuto nel Primario.

Ho sempre un vago imbarazzo quando parlo con lui. Nutro una certa stima nei suoi confronti, soprattutto quando si pone da “ribelle”, e si prende, lui sì, la responsabilità di qualche scelta scomoda. Ma in generale posso dire che non lo conosco affatto, e non riesco a comprenderlo: c’è qualcosa in lui che mi sfugge, un “non detto” che, quando ce l’ho di fronte, mi coglie sempre impreparato e mi lascia in uno stato di vago imbarazzo. Mi saluta e mi domanda a bruciapelo come mi trovo nella mia nuova veste semi-apicale e se mi sta piacendo quello che faccio. La cosa mi coglie alla sprovvista, soprattutto perché ho ancora addosso un certo disagio per l’atmosfera festosa che percepisco nella sala. La sua domanda sembra però nascere da un genuino interesse. Ne approfitto, dato che siamo in una pausa dei lavori, per provare a manifestargli le mie incertezze. In fondo non sono affatto sicuro di voler andare avanti su questa strada, anzi sto meditando già da tempo di tirarmene fuori.

Ricordo solo la sensazione informe e sgradevole di riuscire a malapena a balbettare il mio imbarazzo per un malessere che mi rimandava a parole come “sputare”, “piatto” e “mangiare”.

Alla fine, ho chiesto a bruciapelo, più a me che a lui: “Qual è il confine?”. Ovvero, qual il limite oltre il quale siamo tenuti a non tollerare più e a manifestare apertamente il nostro dissenso? Quello che in realtà volevo dirgli è che nell’assumerti una certa responsabilità, nell’incarnare un certo ruolo, inevitabilmente finisci per collocarti all’interno del Sistema. Quello stesso Sistema che ti tiene in croce, e che vorresti continuare a criticare e osteggiare puerilmente con piccoli atti di resistenza quotidiana, come “dimenticarti” delle indicazioni dei tuoi superiori (incluso lui), non rispondere a certe mail o rinunciare a qualche pezzo di carta ritenuto “essenziale”. O magari, in situazioni estreme, vagheggiare delle dimissioni di protesta più che di rinuncia.

Ti sembra impossibile, eppure ti ritrovi lì, sui bastioni del Sistema a cercare di far andare avanti la barca nell’incertezza. E le domande a quel punto sono davvero tante: come si può riorganizzare il servizio per renderlo più funzionale ed efficiente? Come si può migliorare il clima di lavoro e favorire la serenità degli operatori? A breve andrà in pensione un altro collega, avremo ancora sostituzione di personale, e se sì, quando arriverà? Più o meno nello stesso momento ci ritroveremo con tre Psicologi in meno, come faremo a far fronte al numero crescente di richieste? Soccomberemo o sopravviveremo? Allora il primario mi ha guardato, sembrava aver capito, è rimasto qualche secondo in silenzio, osservandomi con aria benevola, ma anche con una certa diffidenza. In fin dei conti eravamo nel pieno dell’accreditamento, e non era certo la giornata adatta per mettere in discussione certi presupposti. “Devi tenere a mente l’obiettivo, devi guardare dritto davanti a te e lasciarti condurre dall’obiettivo”, mi ha detto. “L’obiettivo ti porta a pensare quale sia la soluzione migliore. Certo, se ti metti a denunciare a viso aperto e con la lancia in resta le incongruenze del Sistema, fai qualcosa di giusto e meritevole, ma alla fine che cosa hai ottenuto? Rischi di essere la voce di quello che grida nel deserto, non ne ricavi nulla e perdi ogni credibilità. Se questo ruolo non te lo assumi tu, se non sei tu a prenderti questa responsabilità (eccola la parola che ritorna!), ci sarà qualcun altro a farlo. Magari qualcuno che ha meno scrupoli morali di te, e che non si fa tanti problemi a piegarsi a certe direttive. Pensaci.”

Chi vuoi essere?

Ci ho pensato. Praticamente in questi mesi non ho fatto altro… Mentre rimango seduto sul divano a ripensare alle sue parole, mi viene in mente la Antigone di Sofocle. Ho sempre visto quella tragedia con gli occhi dell’adolescente ribelle. Antigone non può accettare che il fratello Polinice, reo di aver attaccato Tebe, rimanga insepolto, “preda di cani ed uccelli”, per cui, andando contro le leggi della città, va a ricoprirne il cadavere rendendogli omaggio funebre. La figlia di Edipo rivendica il suo gesto di fronte a Creonte, re di Tebe, scatenando la sua ira e meritandosi la condanna a morte. Nella sua contestazione la protagonista della tragedia incarna la rivolta femminile contro un’autorità. maschile, la rivolta dei figli contro i padri, ma soprattutto rappresenta in maniera emblematica un intreccio indissolubile di responsabilità e disobbedienza. Mentre penso a questo, alla porta stretta (citando Umberto Curi) attraverso cui talvolta è necessario passare per ritrovarsi umani, mi rendo conto, con una certa angoscia, che nel ricoprire posizioni di responsabilità rischi di ritrovarti costretto a difendere posizioni indifendibili, a tollerare situazioni intollerabili, e ad accettare compromessi improponibili. Sempre allo scopo di proteggere il Sistema. E allora ti chiedi se tu questo sei disposto a farlo, o se invece quel giorno ti si muoverà dentro una sacrosanta ribellione e dirai di no, che quella cosa tu non sei disposto a farla, ad accettarla o a tollerarla. Perché in fondo il vero tema è: “Chi vuoi essere come persona? Che tipo di persona desideri diventare?”. Vuoi essere uno che tira a campare e tiene in piedi la baracca, costi quello che costi, anche se questo comporta turarti il naso di fronte a certe cose? Vuoi essere uno che ci guadagna in soldi e prestigio? Oppure, tornando alla domanda iniziale, vuoi metterci del tuo, assumerti certe responsabilità, e provare a cambiare le cose dall’interno? In realtà credo che anche il solo fatto di “esserci” costituisca un elemento portante del significato etico di certe azioni. Difendere il tuo ruolo nella sanità pubblica, con il portato etico che lo accompagna, significa difendere un’idea, un presupposto fondamentale del nostro contratto sociale, ovvero l’idea che certi valori, come l’universalità del diritto alla salute, non si toccano e devono rimanere intangibili.

E poi c’è il gruppo. Antigone era sola, tu non lo sei. Contro il managerialismo della sanità pubblica, contro lo svuotamento delle competenze, contro l’impoverimento, materiale e culturale, di un certo modo di fare sanità, serve un pensiero collettivo nuovo, servono persone che si prendano delle responsabilità, che dicano quello che c’è da dire quando va detto, e che, se necessario, propongano una ritirata strategica e sistematica da tutte quelle mansioni e da quelle dinamiche che ragionano nell’ottica dell’ontologia aziendale e che sviliscono il senso di questa immane opera collettiva che è il nostro amato e dileggiato Sistema Sanitario Nazionale.

È ora di andare al lavoro. Prendo la borsa ed esco di casa.

Qui la prima parte

Perché non mi ha fatto ridere la premiazione di Wanna Marchi in Campidoglio

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di Andrea Inglese

Non mi ha per niente divertito la vicenda del sedicente “Premio Internazionale alla Cultura” assegnato alle scrittrici Wanna Marchi e a sua figlia Stefania Nobile nella sala del Campidoglio che, oltre ad essere uno spazio espositivo, è anche la sede ufficiale, per il Comune di Roma, di cerimonie pubbliche, conferenze stampa, convegni istituzionali e importanti premiazioni culturali. Ho dovuto spulciare siti di agenzie stampa e di prestigiosi quotidiani nazionali o siti d’informazione indipendenti, prima di trovare una restituzione sufficientemente chiara e pertinente dell’accaduto sull’”Eco del Sannio”. (Se la capitale è corrotta e buffona, un po’ di serietà e decenza morale le troveremo in provincia.)

No, la vicenda non mi ha suscitato neppure sarcasmo. Conosco il mio paese abbastanza bene, per sapere che, da noi, chi fa cultura in modo serio, cioè critico e innovativo, come una qualsiasi attività culturale finisce per essere in un mondo democratico, è “schifato” dalle istituzioni, è schifato da chi ha una qualche forma di potere e, molto spesso, è schifato precisamente da coloro che svolgono ruoli di potere proprio in ambito culturale. In Italia, chi ha potere ha anche uno straordinario fiuto per ciò che un’attività culturale seria e vivente porta con sé, manifesta, trasmette, ossia una forma di autonomia intellettuale e artistica. Per questo io ho sempre sentito negli interlocutori istituzionali di qualsiasi tipo, un disgusto di fronte a proposte che sapevano di “cultura” seria, ossia democratica, critica, libera, ecc. In alcuni, quelli che per formazione, professione, sensibilità, si trovavano più alieni dal mondo culturale, la risposta è semplice: “non ne abbiamo bisogno”. Non ne abbiamo bisogno in generale. Tutta la cultura che ci serve l’hanno fatta nell’Antichità o nel Rinascimento. Con questa si staccano i biglietti e ci si convince di essere ormai sazi, che non ce n’è più bisogno di altra, di nuova. (A meno, naturalmente, che non ci sia una circostanza che permette loro una strumentalizzazione politica o commerciale.) In altri, in quelli che hanno acquisito un qualche posto di potere nella cultura stessa, nelle sue istituzioni, pubbliche o private, il discorso è diverso. La cultura è una faccenda privata. Un privilegio di gruppo, di banda, di famiglia sociale. Il merito non c’entra niente. In Italia si parla molto di meritocrazia, si critica molto la meritocrazia. Ma l’Italia è uno dei paesi meno meritocratici d’Europa. In Italia, la cittadinanza è un traguardo. Si vive molto spesso ancora da sudditi. (Al Nord, gente molto preparata, insegna nelle scuole private a 15 euro l’ora; al Sud, gente con eguale preparazione e in altre scuole private, insegna gratis, fingendo di prendere lo stipendio. Qui non valgono principi o norme giuridiche. Vale il favore: in cambio di questo limpido sfruttamento, il lavoratore avrà certificata l’esperienza professionale che serve per il punteggio, ecc.) Le meritocrazia, nel suo principio, è un metodo di valutazione democratico, che si distingue dalle valutazioni secondo lo status o il sangue, insomma secondo la nascita.

Ora il caso della premiazione di Wanna Marchi e di sua figlia non è un incidente, non è neppure da attribuire alla nuova egemonia dell’estrema destra al governo. È un perfetto esempio di un modus operandi del potere nei confronti della cultura in Italia, modus operandi ben radicato. (Mi verrebbe da dire: bipartisan.) Il potere in questo caso è quello del consigliere Dario Nanni, rappresentante delle istituzioni, e la cultura, in questo caso, è quella dell’editore Alessandro Gian Maria Ferri (Edizioni &100 Group) che si è inventato un “Premio internazionale di cultura” per premiare i suoi autori. E chi sono i suoi “autori”? Wanna Marchi e Stefania Nobile, che dovrebbero essere conosciute non per le loro condanne definitive, e per il loro mestiere di televenditrici, ma per una qualche attività connessa alla letteratura o più in generale alla cultura. Certo hanno scritto ognuna un libro, pubblicato proprio con l’editore che ha indetto il premio.

Non è un incidente, un caso aberrante, un’eccezione. È un caso esemplare, che riassume il duplice modo in cui il paese da cui vengo, e in cui non vivo più (senza nostalgie particolari), considera la cultura seria (ossia viva, autonoma, critica): disgusto e privilegio. Quando non la si può del tutto evitare, la si tollera, ma solo nella forma del privilegio sociale, della concessione o del favore, ossia come il contrario di una risorsa pubblica. La cultura è una sala giochi o un giardinetto privati, che si concede per vari motivi, ma generalmente tutti extraculturali. Non mi ha divertito Stefania Nobile premiata in Campidoglio per Vendere… cara la pelle. Quello che il successo ti dà. Quello che ti toglie. Mi ha fatto schifo. Non lei, ovviamente, ma tutto ciò che ha reso possibile una cerimonia del tutto fasulla (e da tutti i punti di vista) in uno dei luoghi più prestigiosi delle istituzioni della Repubblica Italiana.

Questo purtroppo non fa che confermarmi che l’attività di chi scrive sul serio, di chi fa letteratura sul serio, ossia di chi partecipa dell’elemento vivo e critico della cultura, in Italia, ha un’esistenza molto più difficile e ingrata di quanto l’avrebbe nella maggior parte degli altri paesi europei. Ma per carità, esistono paesi in cui la situazione è ancora peggiore. Quindi in fondo va tutto bene. E poi l’Italia è davvero bella, la gente è simpaticissima, e si mangia probabilmente meglio che in qualsiasi altro posto sul pianeta (contando anche gli esopianeti ovviamente). Scusate, allo schifo è subentrato il sarcasmo. Per fortuna. Stasera ho voglia di cenare normalmente.

 

Ovidio – Metamorfosi – VI 1-62 – Minerva e Aracne

1

Trad. di Daniele Ventre

A così fatte parole prestò la Tritonia l’orecchio,
anche approvò le canzoni degli Aoni e l’ira dovuta.
Poi, fra sé e sé: “Vale poco lodare, avrò anch’io la mia lode,
non lascerò che il mio nume lo spregino senza castigo.”
Dunque rivolge il pensiero al fato di Aracne Meonia,
che per le lodi nell’arte del tessere, a quanto ebbe udito,
non cedé a lei. Non per stato né origine della sua gente,
ma per sua arte era nota; ebbe Idmone di Colofone
padre e nel rosso focaico bagnava imbevute le lane;
era già morta sua madre: anche lei fu del popolo e uguale
per condizione al marito. Ma fra le città della Lidia
ebbe per l’abilità memorabile nome, seppure,
nata da piccola stirpe, abitasse la piccola Ipepe.
Solo per ammirare il suo tessere meraviglioso,
abbandonarono Ninfe la vigna del loro Timolo,
abbandonarono Ninfe i gorghi del loro Pattolo.
E non soltanto le vesti compiute era bello guardarle,
ma anche il loro compirsi (ebbe tanta grazia nell’arte),
sia che avvolgesse la lana nei primi gomitoli grezza,
o con le dita seguisse il lavoro o stirandoli in lungo
ripercorresse e addolcisse il vello a spianare i suoi fiocchi,
o con il pollice svelto volgesse il girevole fuso,
o ricamasse con l’ago; la intuivi da Pallade edotta.
Lei tuttavia lo negava, offesa da tanta maestra:
disse: “Gareggi con me: non sarà che io vinta la ceda”.
Pallade finge sé vecchia, di falsa canizie le tempie
veste e perfino puntella malferme al bastone le membra.
Poi così prese a parlare: “L’età più matura ha non solo
mali da cui rifuggire e negli anni tardi è del bene.
Non disprezzarlo un consiglio, il mio; per la massima gloria
del lavorare la lana tu in mezzo ai mortali gareggia;
cedi alla dea, temeraria che sei, dei tuoi vanti perdono
chiedi con supplice voce; darà il suo perdono, se chiedi.”
Lei la squadrò a occhi torvi e lasciò le trame iniziate
e frenò a stento le mani e tradendo l’ira nel volto
tali parole scagliò contro Pallade che si occultava:
“Priva di senno e disfatta da lunga vecchiezza tu vieni
e l’aver troppo vissuto ti nuoce. Una nuora, se l’hai,
una tua figlia, se l’hai, le ascolti codeste parole.
Io ne ho abbastanza di senno in me; non pensare che avrai
vinto col tuo ammonirmi: io ho sempre lo stesso pensiero.
Lei perché non è qui? Perché evita questa contesa?”
Disse la dea: “Lei è qui”. Poi svestì l’aspetto di vecchia,
e si mostrò come Pallade. Onorano il nume le Ninfe
e le Migdònidi nuore: la vergine sola non trema;
e tuttavia arrossì, sul volto un rossore improvviso
le si diffuse e di nuovo svanì, come è solito il cielo
subito farsi purpureo, appena si parte l’aurora
per poi incendiarsi in un breve istante, al levarsi del sole.
Lei nell’impresa persiste e per brama di un folle trofeo
corre al suo fato; né già si sottrae, la figlia di Giove,
né l’ammonisce più, né rimanda oramai la contesa.
Non c’è indugio, ambedue imbastiscono in luoghi contrari
e con il gracile stame intessono tele gemelle;
tesa è la tela al telaio, il pettine scerne lo stame,
passa di mezzo alle punte del pettine acute la trama,
quella che dita profilano e i spianano denti intagliati,
di fra gli stami condotta, se il pettine su vi si abbatte.
Oltre si vanno affrettando e succinte ai seni le vesti
muovono dotte le braccia, passione a ingannare lo sforzo.

⇨ SONDEPOETICHE : n° 0 / Alessandro Broggi

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SONDE POETICHE

a cura di Gianluca Codeghini e Andrea Inglese

UNA FANZINE RADIOFONICA in formato podcast su NAZIONE INDIANA

Poeti, artisti, musicisti, certo. Curatori, redattori, scrittori, compositori, traduttori, va bene. Mostre, residenze, pubblicazioni, convegni, cataloghi, tavole rotonde, d’accordo. Ma poi ci è venuta una vecchia voglia di scalciare, di fare gli imbizzarriti, di semplicemente passare alla velocità inferiore e inferna: quella della FANZINE radiofonica.

The Planet (n° 3, settembre 1930, New York) è considerata una delle prime FANatic magaZINE della storia della stampa novecentesca.

Punk è considerata una delle prime fanzine del movimento punk. Doppia pagina dal primo numero nel gennaio del 1976 (sempre New York).

Ci eravamo talmente educati, a forza di fare gli esercizi sui social, che le confenzioni quasi sopravanzavano il confezionato. Quindi avevamo un po’ voglia di esagerare. Abbiamo voluto sì adeguarci alle esigenze di produttività, ma un po’ all’impazzata, sfornando puntate che durano sempre più di un’ora, e che mantengono un alto tasso di rumore o ordine non capito – leggi: caos.

Ci ha inizialmente ospitato e ci ospita tutt’ora Radioarte, una piattaforma radiofonica nata nel 2001 come spazio virtuale e sperimentale, concepito per la trasmissione e la produzione di opere d’arte sonora.

Radioarte è l’unica webradio di sound&radio art e musica di ricerca e colta in Italia ad essere configurata con la tecnologia del web player con la quale garantisce un canale radio attivo h24 7/7 con programmazione di flusso. I suoi palinsesti la qualificano come radio di ascolto e approfondimento di opere sia edite che inedite di autori emergenti e già affermati.

Dopo 14 trasmissioni e un numero ancora non calcolato di ore di vociferazioni e sequenze sonore, abbiamo deciso di rendere disponibili i materiali della nostra fanzine su Nazione Indiana, in forma di podcast. D’ora in poi, con una scadenza bimensile, verranno presentate sul sito le puntate già realizzate e archiviate nella sezione podcast, in modo da essere sempre disponibili.

Nazione Indiana, infatti, è a sua volta una piattaforma estremamente stratificata, e accoglie non solo testi poetici, narrativi o saggistici, ma anche ipertesti, fototesti, e-book, e podcast appunto, inaugurati nell’agosto del 2025 con Un’estate con la Principessa di Clèves, a cura di Marco Viscardi, ospitato sul sito da Ornella Tajani e proseguiti con la serie Azione Atzeni curata da Francesco Forlani.

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SONDE POETICHE // POETIC SOUND

Con questa nuova piattaforma ci rivolgiamo principalmente a quel non pubblico che non ha nulla da perdere se non la propria curiosità, il proprio desiderio e lo stupore per le parole. Ogni puntata di SONDE POETICHE sarà caratterizzata da suoni con durata a tempo variabile, da parole e rumori intorno a un concetto o a un autore.

PUNTATA N°0: La scrittura anomala di Alessandro Broggi

La puntata dedicata per intero alla scrittura anomala, fuori dai generi fino ad ora conosciuti, di Alessandro Broggi, è andata in onda per la prima volta il 17.10.24.

 

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Gilgameš

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di Tommaso Pecci

Mi sono spesso domandato, nel corso della mia breve esistenza, che significato abbia lasciare dei fiori sulla tomba di qualcuno. La prima risposta – quella infantile e dettata da ciò che mi veniva insegnato – era quella commemorativa. Ma non mi è mai bastata: perché proprio dei fiori? Un amico una volta mi suggerì che il fiore posto su una tomba produce un cortocircuito paradossale. Un organismo vivente all’acme della sua crescita viene accostato ad un ammasso di vermi e fango. Ma è un’antitesi, diceva questo amico, che si risolve a favore del morto: il fiore, simulacro del bel tempo che fu, ne testimonia l’assoluta permanenza oltre il deperimento. D’altra parte, io ho paura che in tutto ciò si celi un’ironia tagliente che non cauterizza l’emorragia umana. Tante volte ho visitato tombe, reali o immaginarie, di personaggi pubblici e privati. Anni fa a Père-Lachaise ho visitato la tomba di Amedeo Modigliani: un cumulo di macerie, sporca mai lucidata, priva di ogni minimo ornamento floreale. Che direbbe il mitico bohémien italiano di una tomba del genere? Innanzitutto, che non si può effettuare alcun ri-equilibrio post mortem: non bastano i fiori a redimere un’esistenza. Un giorno, mentre portavo dei fiori sulla tomba di mio nonno, mi resi conto dell’assurdità di ciò che facevo. Alle mie domande disilluse, mia madre rispose: «Almeno i fiori coprono le date».

Mio nonno si chiamava Mario, il nome più comune di tutti, ma sapeva distinguersi dagli altri. Se mio padre ha sempre avuto i tratti di un Guglielmo Tell, lui era Gilgameš, eroe di altri tempi. La storia che ho sentito raccontare più volte su mio nonno è quella della sua fabbrica: ciò che accade ancora oggi, con meno clamore, sollevò un polverone negli anni Settanta. Un metalmeccanico in cassaintegrazione non promette una famiglia felice: mia madre, piena di sogni e di speranze, dovette abbandonare il sogno di un liceo artistico per fare qualcosa di più utile: gli schizzi non pagano, i calcoli da ragioniera sì. Ogni volta che la vedo intenta a decorare un tavolo per un pranzo di Pasqua so che quella è solo un manierismo, un nervoso teatro di posa per dare un senso a una passione buttata. Non possiedo neanche un disegno di mia madre, ma guai a buttare i miei disegni delle elementari, traccia per lei di un tempo in cui poteva essere e non è stato. Non depreco mio nonno: Gilgameš conosce sulla sua pelle i rischi del credere in qualcosa. La prima notizia biografica che io abbia di lui risale a quel famoso 1948, anno di lotte e di speranze. Un giorno, guardandomi fisso negli occhi (aveva già il colorito giallognolo della sua dipartita), mi disse che lui ci aveva creduto davvero, di poter fare la rivoluzione. Quante delusioni deve aver provato un uomo di quegli anni per rimanere incazzato fino alla fine dei suoi giorni. La rabbia, ancora, connota l’ennesimo personaggio di questa storia sgangherata. La rabbia di un padre che obbliga una figlia diciottenne a trovare un lavoro per sostentare una famiglia, la rabbia di un suocero molto duro, di un nonno di poco affetto.

Un giorno d’estate lo accompagnai in ospedale, per sapere se il sangue prelevato avesse dato un qualche responso. Gilgameš era pieno di buchi sulle braccia e qualcuno anche in testa: abbandonato su una sedia, combatteva con scarso successo le cascaggini, accettava di buon grado la lacuna visiva. Io mi intrattenevo con un cruciverba o un po’ di musica, per lo più osservavo. Di sicuro non riuscivo a rimanere impermeabile al circostante che con tutta la sua tracotanza invadeva ogni anfratto del mio umore. Passare una giornata intera in quei luoghi equivale ad una gelida scrosciata di realtà. Di fronte a tale sofferenza non esiste alcun concetto che possa sopravvivere. Chiusi in fantasmatiche sale operatorie, in corridoi asfittici, in corti interne cementificate – tutti quanti immaginavano ossessivamente la propria morte, la visualizzavano. Così, inondato da tale fanghiglia, realizzavo che niente era reale oltre alla proprio scontatissima dipartita. È lo stesso quesito che probabilmente si pose Gilgameš prima di abbandonarci: tanti concetti e tante buone intenzioni, ma verso la fine dell’ultimo atto nessuno vuole disertare il palco. Anche l’eroe atavico e mitologico cede di fronte all’attimo incerto. Gilgameš mi fissava con gli occhi iniettati di congedo e sussurrava minuscoli e impercettibili pugnali di veleno. «Scusa, scusa, scusa, scusa». Nessuno vorrebbe farsi vedere in quelle condizioni, tantomeno dire addio. Così, ogni possibile Altrove sembra tramontare e affondare in un mare di denso petrolio. Se esiste un Altrove, non può non fare i conti con questa immensa massa nera che tutto ingurgita e niente rigetta. Quante storie sono state così annullate, quante sono finite nel nulla. Parole su parole, accatastate come infiniti cadaveri di eterea consistenza. Vedendo la salma di Gilgameš non riuscivo a pensare ad altro: lui che era così pieno di parole, adesso giaceva svuotato e rinsecchito. In quel simulacro giallognolo tutto il mito, tutta la sua disfatta. Eppure, quando lo vidi esposto nella bara sembrava impettito e rigido come sempre. Ma nei suoi occhi chiusi ho letto, infine, la pace. Fino in fondo, ha creduto in qualcosa e ora se ne stava là come la Sfinge con il suo enigma: avrà trovato o no ciò che cercava?

La notte dopo il funerale, ho sognato infinite schiere di salmoni che lottano controcorrente per raggiungere la cima della cascata. Molti cadevano e si spappolavano su rocce appuntite, alcuni ce la facevano solo per svelare la cascata successiva.

Alla fine ognuno ha il proprio Altrove.

Discordi montagne (La gaia cecità #3)

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di Giacomo Sartori

Sono cresciuto nel culto delle montagne, che in casa mia erano considerate bellissime e preziose. Ma anche istruttive, perché frequentandole si imparava la pazienza e la perseveranza, e l’onestà con sé stessi e gli altri. I miei, tra i pochissimi genitori non credenti nella regione molto cattolica, la veneravano quasi fosse una divinità, e le dedicavano tutte le domeniche, d’estate come d’inverno. Per un periodo avevano gestito un rifugio, prima che io nascessi, prima di dover abbandonare per la loro totale mancanza di doti commerciali e per le loro discordie. L’amara nostalgia legata a questo scacco rendeva il loro attaccamento ancora più viscerale e tormentato.

Per mio padre la montagna era la liberazione dalle pastoie della vita quotidiana, quell’inferno dominato dalla nuova alleanza tra i preti e gli ipocriti politici della Democrazia Cristiana che lui odiava. Lui era dalla parte dei mai pentiti perdenti, e non sopportava che per interesse tutti si conformassero al nuovo corso. Leggeva molte biografie di alpinisti e descrizioni di imprese estreme, e anch’io divoravo avidamente quelle avventure sempre a contatto con la morte. Perché naturalmente accanto a quella bellezza c’erano il pericolo e la morte eroica, la bella morte come dicevano quelli che la pensavano come lui: quegli stessi ingredienti che lui aveva amato durante la guerra, e che gliela facevano quindi ricordare. Non era detto a chiare lettere, ma le nostre erano gite fasciste.

Nei fatti le nostre imprese non erano certo quelle dei grandi alpinisti, eravamo pur sempre una famigliola con dei bambini. Il nostro dominio erano il limite superiore dei boschi e la fascia degli arbusteti e delle praterie alpine, solo raramente ci spingevamo sulla roccia vera e propria. Mio padre soffriva quindi di non potersi confrontare con veri pericoli e vere imprese, come in guerra aveva rischiato tante volte la pelle. Avrebbe voluto essere più in alto, sulle pareti di roccia, senza di noi, come quegli scalatori eccezionali dei quali leggeva le temerarie ascensioni. E in fondo ce lo faceva pesare che fossimo quelle palle al piede che eravamo, con le quali più di tanto non poteva fare. Soprattutto quando mia madre si impuntava, gridava che era stufa che ci mettesse nei pericoli. Contrariamente a quello che gli aveva fatto credere prima che si sposassero, e lui non gliela aveva mai perdonato, lei aveva molta paura. E noi bambini vomitavamo in macchina e dimenticavamo sempre questo o quello, eravamo agli antipodi da quella sobria disciplina militare che era il suo modello.

La verità era che nemmeno lui era un grande alpinista, nonostante il suo amore incondizionato per la montagna, e dentro di lui lo sapeva. Soffriva di essere un semplice escursionista, simile per certi versi a quegli imbranati tutti addobbati ma incapaci che lo facevano sogghignare mentre traversavamo i villaggi turistici eleganti. Noi eravamo in fondo i suoi capri espiatori, e in qualche modo ce ne rendevamo conto. Spesso però dimenticava tutti questi rovelli, e era semplicemente contento di avere davanti quei magnifici panorami che lo esaltavano e lo facevano stare bene. In quei momenti perfino la nostra compagnia non gli risultava più spiacevole, nonostante i nostri irredimibili difetti.

Da adolescente sono venuto a contatto con altri mondi, e da un giorno all’altro ho smesso di seguirli nelle loro gite. D’improvviso quello che mi affascinava erano le rivolte contro le ingiustizie e i grandi rivoluzionari del passato, gli agitatori del presente. Persone spinte dal vento delle speranze e degli ideali, e dei libri militanti, indifferenti alle sfide del corpo e ai maestosi paesaggi rocciosi. Andare a camminare in montagna mi sembrava una perdita di tempo, un’attività di una classe della società che non aveva niente di meglio da fare. Ancor più delle differenze ideologiche questo ripudio approfondiva il fossato ch’era apparso tra di noi, perché non potevano concepire che rinunciassi alla cosa per loro più importante. Io però proseguivo risoluto per la mia strada, convinto di non portarmi appresso alcuna zavorra. Ci ho messo moltissimi anni a capire a che punto la loro fede era entrata profondamente dentro di me e quanto mi aveva influenzato, senza che me ne rendessi conto.

Non a caso, con il senno di poi, ci sono presto tornato, in montagna. Non più come gitante, ma come studioso della terra. Dopo alcuni anni dedicati a altisonanti quanto vani progetti agricoli internazionali mi sono reso conto che preferivo guadagnare una miseria ma fare qualcosa che mi piaceva davvero. Il mio obbiettivo adesso non era arrivare sulle cime o fare estenuanti peripli, ma verificare com’erano le terre, quali fossero i loro tratti distintivi, e cercare di capire che fattori fossero in gioco nella loro distribuzione. I miei metodi e le mie finalità erano completamente diversi da quelli degli alpinisti, come anche le mie rappresentazioni mentali. Però sempre di montagne si trattava, simili a quelle che avevo battuto con i miei, se non le stesse. Ma non potevo accorgermene: non vivevo più in quella regione schiacciata dalle montagne e dai pregiudizi, e pensavo anzi di essermene liberato, sul piano personale. Sono cose che si capiscono dopo.

Certo c’erano lunghe scarpinate di avvicinamento, certo non ero insensibile agli scorci caratteristici e alle vedute mozzafiato, ma ora i miei occhi erano puntati al suolo. Per ore restavo fermo nello stesso posto per scavare la buca necessaria ai campionamenti e per eseguire i vari test. Era un modo di vivere i boschi e le praterie di alta quota più intimo, e per molti versi ben più profondo. Nel silenzio rotto da misteriosi crocchi di vita facevo attenzioni ai minimi dettagli, cercavo di cogliere i minimi indizi. Spesso i grossi animali non si accorgevano della mia presenza e mi venivano assai vicini. E alla fine della giornata i miei vestiti e la mia pelle erano sporchi di terra, il che non mi dava noia alcuna, mi appariva anzi un marchio di distinzione.

Non di rado ero accompagnato da botanici, sempre chini su pianticelle e arbusti, e su spesse guide floristiche, o da geologi che guardavano solo le rocce, o ecologi che frugavano i licheni o i tronchi in decomposizione, ciascuno con i suoi strumenti e i suoi modi di osservare e misurare. Era evidente che ognuno navigava su una sua lunghezza d’onda: nelle nostre teste non vedevamo gli stessi paesaggi. E non erano certo i resoconti avvincenti di spedizioni a farci da guida, e nemmeno gli evocativi nomi delle vette e dei passi e dei rifugi. Gli eroi che ciascuno aveva in testa non si erano messi in luce per le loro prodezze fisiche, ma per aver capito per primi questo o quel meccanismo, aver studiato questo o quell’ambiente, aver scritto dei compendi che si distinguevano per chiarezza e precisione. Ognuno di noi aveva presente i manuali della sua disciplina e gli studi che aveva letto, i quali raccontavano quel dato strato della realtà fisica o biologica con frasi asciutte e impersonali, citando la bibliografia per ogni minima affermazione, in modo che ogni enunciato fosse verificabile e non potesse essere opinabile. Per tutti si trattava di interpretare il groviglio che avevamo sotto gli occhi alla luce di quei testi sacri, di captare eventuali scostamenti o anomalie.

Nessuno aveva la noncuranza e la serenità del camminatore: Cartesio e Galileo Galilei ci tenevano d’occhio. Non potevamo abbassare l’attenzione razionale, anche se c’erano dei momenti di frizzi e lazzi, in particolare durante il pranzo al sacco e alla sera. La scienza ha i suoi pedanti rituali intessuti di misure strumentali e analisi di laboratorio, non le importa nulla della bellezza e dello svago, non lascia spazio alle emozioni. Non si può però dire che l’aspetto estetico fosse completamente evacuato. A me in particolare piacevano i suoli originati dai graniti e dai porfidi, leggeri come farina e sempre un po’ umidi, con delle colorazioni giallo acceso, o arancione, o anche rosso carico. E mi ammaliavano i loro ciottoli molto alterati, che si sbriciolavano senza sforzo alcuno nella mano, quasi che a contatto con la terra avessero perso tutta la loro forza minerale. E poi c’erano le cascate di luce tra le ramaglie, gli sprazzi di azzurro scuro, il volo immobile dei rapaci, le caparbie cime in lontananza. C’era un po’ di posto anche per il fascino e l’incanto, sebbene non fossero al centro.

Ho cominciato a scrivere tardi, dopo i trent’anni, quando i panorami della scienza non mi bastava più. I miei riferimenti letterari venivano da molto lontano, ma guarda caso i miei primi romanzi raccontano tutti episodi ambientati tra le montagne. Le storie che mi uscivano pescavano senza che lo volessi nella zavorra di riferimenti e di esperienze che mi trascinavo dietro. Al posto delle vette assolate e delle pareti verticali descrivevo i fondivalle nei giorni piovosi, il grigio degli inverni senza neve, gli svincoli delle strade veloci, i parcheggi e i centri commerciali, i bar sordidi che tengono aperto tardi la notte. In questa tetra retroguardia non c’erano eroi, e nemmeno grandi studiosi, ma piuttosto sbandati, persone che avevano perso la bussola. Era l’altra faccia della medaglia, quella meno nota e non reclamizzata da nessuno. Quella che meglio permetteva di esprimere il mio modo di vedere le cose. Ma erano pur sempre le montagne, quegli stessi paesaggi della mia infanzia. Scalavo del resto altre montagne, di carta e di vento, ma con la stessa ostinazione e la stessa perseveranza del passo di mio padre sulle salite.

Ora la montagna soffre, come molti altri ambienti considerati di pregio. Le valli sulla cresta dell’onda sono assaltate da internauti e influencer desiderosi di farsi un selfie con i panorami più iconici, nei periodi di punta sono chiassosi luna park. Gli avventori dei rifugi pretendono prelibatezze come in un ristorante di lusso, non gli importa che gli ingredienti vadano portati su con l’elicottero, e ancora meno come si chiamino gli alberi e le rocce che appaiono sui loro schermi. Gli sciatori sono ricconi che vengono da tutto il mondo, vogliono piste perfettamente lisce nutrite con energivori cannoni, visto che la neve scarseggia, e sistemazioni a tante stelle. Ma pure gli alpinisti hanno equipaggiamenti tecnologici di punta e puntano a record di velocità, promulgano le loro imprese tramite i social, conteggiano anche loro i followers. È un paesaggio che non ha nulla a che fare con le escursioni austere della mia famiglia e i nostri pranzi al sacco, con l’orrore di mio padre per il dilagare delle logiche commerciali e del mercantilismo, con il suo culto del sacrificio di stampo fascista, o insomma novecentesco. È uno spettacolo in linea con i tempi, dove contano il successo economico e l’esibizione, dove qualsiasi attività fisica diventa performance.

Le vallate rimaste escluse da questa febbre commerciale e digitale invece si svuotano, sono sempre più prigioniere dell’alcol e della cocaina. Ci sono articoli e libri di antropologi e sociologi che le descrivono, e questi studi corredati di statistiche e grafici abbozzano altri paesaggi ancora, che per certi versi si avvicinano a quelli delle mie storie, le quali sprofondano però nell’intimità e nel mistero degli individui. Le mie sono invenzioni che danno l’impressione di essere fotografie molto nitide, ma che non corrispondono a niente di preciso: sono fatte della materia evanescente dei sogni. Ammesso però che le statistiche e le teorie dei ricercatori dipingano qualcosa di più consistente: in fondo nemmeno quelle sono territori dove si potrebbe passeggiare e provare delle sensazioni. Esattamente come gli studi che ho fatto io sulle terre, con i loro didascalici schemi dei versanti esposti a settentrione o a mezzogiorno, che interessano a un pugno di addetti al mestiere.

Adesso che mi sono disfatto dei fardelli storici e psichici della mia famiglia ogni tanto ci torno come escursionista, scegliendo un percorso non massacrante, anche se di tutto rispetto, fuori dalle zone affollate. Ormai da anni lavoro in territori più pianeggianti e molto diversi, però le montagne, con i discordanti panorami mentali annessi e connessi, mi sono restate dentro. Mentre cammino la mia visione analitica non coincide però con quella estetica, cerco quindi di conciliarle, anche se non è sempre facile. La prima mi appare arida e astratta, la seconda un po’ superficiale, non all’altezza della sfida dei tempi. Restano scenari che non collimano e non dialogano, per non dire inconciliabili, visti da occhi che hanno poco a che fare gli uni con gli altri. A volte però ci sono contaminazioni con la pregnanza di epifanie, come quando nei tagli del sentiero vedo spuntare una ferita di terra, con le sue sontuose tinte rosse o ocra. Sono sicuro che ben pochi la vedono, e colgono la sua feroce bellezza: lo considero un azzeccato regalo personale, che mi pacifica.

 

NdA: la prima puntata di questa serie, “Le nostre roccaforti minerali”, si può leggere qui, la seconda, “L’ecatombe dei paesaggi”, qua

Giuseppe Genna su “Ritorno a Buenos Aires”

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Segnalo un gran bel pezzo di Giuseppe Genna sul gran bel film di Marco Bechis, “Ritorno a Buenos Aires”.

«Prima della prima proiezione di “Ritorno a Buenos Aires”, la pellicola firmata dal regista Marco Bechis in concorso alla Biennale del Cinema 2026, protagonista Adriano Giannini, prima dell’anteprima e prima del set e prima del soggetto e del trattamento e della sceneggiatura, prima, quando è stato concepito, questo film già non esisteva e, venendo realizzato, ha continuato a non esistere. E lo ha fatto con sempre maggiore intensità, incisiva e stilita, madre del deserto che è il mare, le cui dune hanno seppellito i dispersi, gli scomparsi, i desaparecidos dal cielo in acqua e poi nella terra sabbiosa dei fondali. Questo film inesistente, dunque totale e assoluto, più cosmografico che biologico o storico, è una vetta di ciò che sta con nessun fragore inesistendo: ovverosia l’estetica contemporanea, che appunto non esiste e non certamente per l’inabissamento e l’acuzie che il film di Bechis realizza, ma, all’opposto, per la debolezza e l’assenza intima di vita dell’estetica stessa oggi, la cui virulenza e il cui vigorìo e la cui viridanza sono ammutiti, per un salto della storia, né naturale né artificiale, in cui le cose accadono. E perché stanno accadendo all’umanità, ma non attraverso l’umanità. Le cose infatti parlano, le cose vivono, le cose sopravvivono. L’umano, no».

Continuate a leggerlo su Pianetica.
(d.o.)

 

Ritorno al medioevo

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di Patrizia Tenda

La distruzione della Biblioteca di Alessandria è la più grande perdita di conoscenza della storia, e da essa è datato l’inizio del Medioevo, insieme alla concomitante caduta dell’impero romano d’occidente. Il re Tolomeo I d’Egitto fondò la Biblioteca d’Alessandria (295 avanti Cristo), per assemblare tutte le opere mai scritte e salvaguardare la summa della conoscenza umana. Durante l’assedio di Alessandria (48 a.C.) Giulio Cesare fece scoppiare un incendio che distrusse quarantamila rotoli. La Biblioteca sopravvisse in forma ridotta fino al 400 dopo Cristo, quando fanatici religiosi, seguaci dell’arcivescovo di Alessandria, rasero al suolo l’antico tempio del Serapeo, che custodiva i manoscritti superstiti. Al suo posto fu costruita una chiesa. Secondo lo studioso Roger Bagnall, non fu tanto la distruzione della Biblioteca a portare ai secoli bui, quanto l’incuria. Il fatto che la Biblioteca fosse ridotta e lasciata indifesa dimostra che i secoli oscuri erano già arrivati. Duemila anni dopo, l’oscurità si sta nuovamente addensando.

Gli americani che leggono libri sono scesi del 40% negli ultimi vent’anni. Questo declino attraversa tutti i gruppi demografici, di età diverse, uomini e donne, e diversi gradi di istruzione. Non si salvano neppure i laureandi di università prestigiose come la Columbia, Harvard e Berkeley. Rose Horowitch, giornalista della storica rivista “The Atlantic”, ha fatto approfondite ricerche e pubblicato “Gli studenti dei college d’élite non sanno leggere libri” (ottobre 2024) e il recente “The End of Reading” (luglio 2026).

Molti studenti non sono preparati perché non hanno mai letto un libro prima. Nelle scuole medie e superiori americane non assegnano più libri interi, ma estratti. Un professore della Columbia riferisce che i ragazzi arrivano da lui disperati, perché non sanno leggere. Vent’anni fa le sue classi non avevano problemi a intavolare sofisticate discussioni su “Orgoglio e Pregiudizio” e, la settimana dopo, su “Delitto e Castigo”. Ora non riescono a star dietro alla trama generale di un libro. Arrivano al campus universitario con un lessico limitato, si chiudono di fronte a idee che non comprendono, e non sanno perseverare con un testo impegnativo. Hanno problemi a rimanere concentrati anche su una poesia di 12 versi senza cedere alle distrazioni, e questo fa pensare che il declino della capacità di leggere dipenda dai cellulari.

Gli adolescenti sono continuamente tentati dai loro dispositivi, che inibiscono la preparazione ai rigori dei corsi universitari. Leggere libri non può competere con TikTok, Instagram, YouTube. Nel 1976 il 40% degli studenti delle superiori dichiarava di aver letto per proprio diletto almeno sei libri, contro l’11% che non ne aveva letto nessuno. Oggi quelle percentuali si sono capovolte. Gli studenti considerano la lettura di libri come un relitto del passato.

L’immersione prolungata in un testo stimola abitudini mentali preziose, come il pensiero critico e l’autoriflessione, dice la neuro-scienziata Maryanne Wolf, dell’UCLA (Università della California a Los Angeles). Leggere non è mai stato naturale, richiede che regioni del cervello usate per parlare e riconoscere oggetti siano convertite per collegare stringhe di lettere a parole. Questa pratica è emersa seimila anni fa in Mesopotamia.

Per millenni dopo la nascita della scrittura, la maggior parte dei popoli è rimasta analfabeta. L’alfabetizzazione è diventata un fenomeno di massa solo dopo che Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili nel 1440. “La parola scritta è fondamentalmente diversa dal linguaggio orale. Scrivere distacca il messaggio dal messaggero, permettendo una diffusione imparziale dell’informazione che non era possibile nelle società orali. Scrivere una frase richiede più tempo che dirla a voce, e questo costringe lo scrittore a rallentare e riflettere”. (Rose Horowitch)

Secondo la “National Endowment for the Arts”, che conduce le indagini più complete sulle abitudini di lettura degli americani, meno della metà di tutti gli adulti ha letto un libro qualsiasi nel 2022. Solo il 38% ha letto un romanzo o un racconto. Gli americani che leggono per diletto sono scesi dal 28% del 2004 al 16% nel 2023. Anche i libri che vengono pubblicati si sono ridotti. I best-seller di oggi contengono frasi un terzo più corte di quelle dei libri di cento anni fa. La maggior parte degli americani riceve le notizie sui cellulari e il 40% preferisce guardare o ascoltare le notizie online piuttosto che leggerle. L’Associazione Americana dei Bibliotecari Scolastici ha dovuto adattarsi ai livelli più bassi di lettura degli studenti comprando i più popolari romanzi a fumetti! Quasi il 30% degli americani adulti non sa parafrasare o trarre conclusioni da un testo di più pagine.

Siamo bombardati da email, messaggini, tweet, titoli acchiappa-click. Questa esplosione di frammenti di testo è arrivata a scapito dell’attenzione costante su testi più lunghi che trasmettono informazioni ricche e complicate. Secondo Maryanne Wolf, la neuro-scienziata cognitiva, stiamo perdendo la capacità di pensare profondamente, stiamo perdendo le abilità superiori di comprensione e sintesi. “L’America non è analfabeta, è post-alfabetizzata”, scrive Rose Horowitch. Un eufemismo per “nuovi analfabeti”.

Gli insegnanti dell’asilo riferiscono che molti bambini non conoscono filastrocche o fiabe. Solo il 2% degli americani adulti legge libri ai propri figli. Forse per questo la cantautrice Dolly Parton (il cui padre era analfabeta) si è a lungo battuta per dare una biblioteca ai bambini “fin dalla nascita”. Dal 1984 al 2025, la percentuale di tredicenni che non ha mai letto un libro per diletto è salita dall’8 al 29%. Gli studenti ormai considerano la lettura inutile e faticosa. La TV per prima ha dirottato l’attenzione degli americani e ha trasformato la politica in spettacolo dozzinale. Negli anni ’80 la famiglia media americana guardava la TV sette ore al giorno, che sono diventate nove nel 2010.

Se la TV ha spazzato via il tempo di silenzio necessario a leggere, internet e smartphone lo hanno reso quasi impossibile. Lo scrolling infinito, i link, le notifiche, invitano a letture superficiali, con costanti stimoli a guardare altro. Comprendiamo meno quando leggiamo su un dispositivo digitale che quando leggiamo su carta, per tutte le distrazioni del web. Dedicare completa attenzione a un testo ora sembra troppo da chiedere agli studenti. I bambini che iniziavano la scuola, una volta piangevano perché volevano le loro mamme. Ora piangono perché vogliono il tablet. In terza media i ragazzini passano quattro ore e mezza sui social media. Per la maggior parte guardano video, spesso a velocità 2x.

Che cosa succede al nostro cervello quando smettiamo di leggere? Se riempiamo il nostro tempo con video brevi invece che con libri, le nostre abilità di lettura si atrofizzano. Abbiamo meno conoscenza di base che aiuti la comprensione. Leggere libri è un allenamento per la soglia di attenzione. Più leggi, più è facile leggere, e più sei ricompensato con nuove capacità di comprensione. Meno leggi e più difficile diventa leggere, e si fa più arduo il sentiero per la conoscenza. Chi scorre TikTok è come un topo di laboratorio che spinge un bottone e ottiene una dose di cocaina. Nel 2004 la soglia media di attenzione su uno schermo era di due minuti e mezzo. Nel 2012 era scesa a 75 secondi. Nel 2021 è caduta a 47 secondi.

Gli americani adulti hanno un lessico più povero di quello che avevano mezzo secolo fa. Lo stile di comunicazione di Donald Trump si adatta perfettamente ad una società orale. Trump fa uso di epiteti facili da ricordare e ripetere: “Sleepy Joe”, “Laughing Kamala” (Joe Biden rimbambito, Kamala Harris sguaiata). Trump si contraddice come se non esistesse traccia delle sue precedenti affermazioni. Anche i suoi testi sono quasi identici ai suoi discorsi. Ha dichiarato: “Io amo i poco istruiti”. Trump è il primo presidente “post-alfabetizzato”. Ha aperto la strada ad uno stile di comunicazione rozza e feroce, che sfrutta la nostra epoca ignorante e distratta.

I primi umani hanno trascorso millenni a comunicare con la voce. La scrittura ha trasformato la società, alterando la consapevolezza e la storia politica. “L’avvento di scrittura e lettura è stato il presupposto della filosofia, della scienza moderna. Via via che l’alfabetizzazione si diffuse nelle società, contribuì agli sconvolgimenti politici e alle rivoluzioni”. (Rose Horowitch) L’alfabetizzazione è stata una forza dirompente per il progresso umano.

Nel Sud degli Stati Uniti i suprematisti bianchi mantennero il loro potere vietando agli schiavi neri di imparare a leggere e a scrivere. Il declino di lettura e scrittura porterà cambiamenti regressivi della stessa portata. Chi non legge svilupperà una mentalità da schiavo. Gli unici che stanno leggendo tutti i volumi pubblicati dall’intelligenza umana sono ormai solo i Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni dell’Intelligenza Artificiale. Gli studenti non leggono e non scrivono neppure, fanno scrivere compiti e saggi scolastici ai Bot. I medici fanno fare diagnosi ai Bot, disimparando a farle da soli. Di questo passo sembra inevitabile la nostra totale dipendenza da macchine molto meno ignoranti di noi.

(Non) sempre si muore. Gli ultimi giorni di Andrea Pazienza

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di Stefano Crescenzi

«Si è bruciato inseguendo quella particolare follia che solo i grandi talenti conoscono, uno spreco di energie e di vita che fatalmente accorcia i tempi dell’esistenza, li dimezza, li azzera». Così Pier Vittorio Tondelli parla di Andrea Pazienza in un articolo scritto poco dopo la morte del fumettista. Poi, retoricamente, si e ci chiede: «A chi appartiene la vita di un artista?».

A un artista morto si perdona quasi tutto, si guarda con l’indulgenza che nasce dalla straordinarietà dell’opera, come se fosse un contrappeso sulla bilancia. Allo stesso tempo si genera una curiosità morbosa, perché dietro ci deve essere qualcosa, un peccato, una tara che restituisca l’equilibrio. Alla mostra su Pazienza al MAXXI (prorogata fino al 18 ottobre) mi è capitato di sentire una coppia che chiedeva con insistenza ad un addetto alla sicurezza: «Ma si drogava, vero?», per poi continuare a borbottare guardando le tavole dell’ultimo periodo, quello di Gli ultimi giorni di Pompeo, «eh, ma la droga… è brutta». Li sentivo ancora mentre ero davanti alla tavola di Campofame scelta per la locandina della mostra; in fondo a quella pagina sono riportati dei versi che finiscono così: «È amara la morte, tesoro? / Non è nulla. / È un silenzio», allora mi sono chiesto se qualsiasi rumore, anche quel borbottio, sia una resistenza alla morte.

La mostra “Andrea Pazienza. Non sempre si muore” prende il titolo da un’intervista del fumettista concessa a Clive Griffiths nel 1988 durante la quale, discutendo dell’aura di cui sono ammantati gli artisti morti giovani – la cui opera appare ancor più sorprendente proprio perché concentrata in un ridotto lasso di tempo – Pazienza risponde: «Non sempre si muore», inconsapevole di quella che a teatro chiameremmo ironia tragica.

Nella stessa intervista Pazienza dichiara l’elemento centrale della sua arte: la necessità di raccontare ciò che del reale lo colpisce, il mondo che attraversa e le sue emozioni, senza nascondere la fragilità. È una volontà che sembra quasi nascere da un malessere fisico che spinge l’autore a parlare perché non potrebbe fare diversamente:

È il fastidio che crea delle cose magari migliori di altre, della normalità. Il desiderio di tirare fuori la testa e dire “no, io cazzo voglio raccontare una cosa che per me se non importante è almeno sentita” cioè che sento e non solo storie di fantasmi, di astronavi o di gente risoluta. Io forse mi parlerò addosso, non credo di piangermi addosso. Però sicuramente fungo un po’ da telecamera, da telescopio rispetto alle storie che faccio.

È questa urgenza di raccontare, che racchiude anche la volontà di arrivare ad un pubblico ampio e non ad una élite, che spinge Andrea a preferire il fumetto alle opere pittoriche e che apre le porte a Le straordinarie avventure di Pentothal in cui emerge tutto il suo talento nel mostrare ciò che sperimenta in prima persona. Tondelli riconosce questa come una delle sue più grandi capacità, ovvero di rappresentare, con la sua opera ma anche nell’essere Andrea Pazienza, «destino, astrazioni, follia, genialità, miseria, disperazione» della sua generazione.

La rappresentazione del mondo avviene attraverso un linguaggio estremamente ricco e aperto a sperimentazioni che tiene insieme cultura accademica e popolare. Lo stile, ma anche il pensiero di Pazienza, si concretizzano nella prima tavola di Gli ultimi giorni di Pompeo, quasi interamente occupata da un brano critico di Alessandro Serpieri su The Waste Land di T.S. Eliot, in cui lo studioso afferma che «Il moderno artista mitopoietico celebra, senza alcuna illusione finalistica, l’infinità dell’uomo in quanto infinita possibilità di nominazione del mondo»; in fondo alla pagina c’è Pompeo che legge e infrange la serietà accademica semplicemente mormorando «bastardo», ironico ribaltamento che non sottintende una distanza di posizione. Il linguaggio che Pazienza crea, di cui fanno parte anche le immagini, è una modalità di comunicazione che permette di rappresentare e rendere comprensibile il reale filtrato dal proprio sguardo, costruendo un ponte tra l’artista e il pubblico.

Il legame tra autore e lettore è reso più stretto dall’assenza di una gerarchia tra i due, dal rifiuto di una posizione privilegiata. Il personaggio di Pompeo, come Pazienza, è un’artista che riconosce di aver dovuto rinunciare al suo credersi speciale. Nel fumetto la riflessione è accolta con risentimento verso sé stesso: «do’ relazione alle merde, permetto a chiunque di importunarmi, basta che abbia la roba… e un tempo, ero così schizzinoso»; nella postilla finale, invece, in cui a parlare è Andrea e non il suo alter ego, il tono è quello di una presa di coscienza serena rispetto a dei sogni già sepolti. Dice, infatti, che negli anni di attività da fumettista ha «scoperto diverse cosucce. Intanto, di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi».

Allo stesso tempo Pompeo rivendica la sua distanza dalla normalità borghese, i cui personaggi immersi nella routine sono «mutuati della felicità», incapaci di vivere con la forte intensità di chi accetta senza riserve anche il dolore. Prima di giungere al momento della dose che rende tutto bello, e dunque alla resurrezione, è necessario toccare il fondo: «Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo». Pompeo è immagine concreta di una posizione che non ammette compromessi e che Pazienza riconosce fondamentale per un artista.

Proseguendo nell’intervista, infatti, il fumettista ribadisce la natura profondamente personale della sua arte che trova la sua genesi nella dolorosa ma sincera introspezione: «Io non sopporto la maniera, lo stile, l’affrancarsi a qualcosa che può funzionare, ragionare secondo la logica. […] Se non ride l’autore, se l’autore non piange, non piangerà neanche il lettore, mai credo. Ma questo è sempre così. È difficile sentire le cose e poi è un gioco al massacro, però è l’unico che io riesca a portare avanti nel tempo». L’artista per dare vita alla sua arte, per far sì che si stabilisca una comunicazione reale con il pubblico, deve provare su di sé e lasciarsi attraversare da ciò che vuole trasmettere. È necessario, secondo Pazienza, correre il rischio, per quanto doloroso, di sentire appieno le cose, per dare vita ad opere pienamente oneste.

Nell’ultima pagina di Pompeo il protagonista è mostrato sul punto di suicidarsi, mentre «era lì seduto e pensava, pensava che erano i suoi ultimi pensieri […] sentiva la sua faccia e il vento e la terra». Nel momento più tragico pensa e sente lucidamente, pienamente cosciente del sé, senza che l’effetto delle droghe influisca sulle sue percezioni, e che sia un gioco al massacro lo si capisce perché «si buttò come fosse stato, all’improvviso, spintonato». Non è lui a compiere il gesto, è il dolore generato dal completo attraversare le sensazioni senza proteggersi, esponendosi completamente al rischio, che lo spinge giù.

La narrazione di Pazienza non è rassicurante perché non semplifica e non cerca soluzioni facili, alla statica regolarità preferisce spingersi a tutta velocità verso l’imperfezione, come Pompeo nelle pagine in cui perde il controllo: è al volante e grida «Che l’imperfezione vinca, allora… su tutto e tutti», attorno a lui le onomatopee dei suoni e la sua immagine con un bastone in mano che minaccia vendetta. La tavola successiva sorprende per il contrasto, è principalmente bianca, occupata da un’armatura da samurai – forse lo stesso Pompeo della pagina precedente ricondotto all’ordine – e da una frase: «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore». C’è chi mantiene una distanza di sicurezza dall’artista, dalla sua via crucis che è il gioco al massacro, e ritiene sufficiente un riconoscimento superficiale per aver assolto al proprio dovere. Ciò che si aspetta l’autore è che il lettore si soffermi sulle frasi, sulle parole d’amore che sono ciò che di sé l’artista ci consegna.

Nelle prime pagine Pompeo pensa: «La vita è breve, l’uomo è cacciatore e saremo per troppo tempo morti», poi si ferma a riflettere sull’ultimo concetto, suggerendoci un tema fondamentale: la durata della morte rispetto alla finitezza della vita. Pazienza sembra dirci che sempre si muore e che, anche se si può avere controllo sulla propria vita, nessun artista possiede la propria morte, spetta al pubblico decidere cosa fare di quel silenzio. Si può riempire di miliardi di parole d’amore.

Eredità sottratta : il nuovo romanzo di Pistoia (Le Dalie Nere, 2026)

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di Filippo Pistoia

Le prime pagine del nuovo romanzo 

Prologo

30 novembre 2024 – Rue de la Placette, Les Goudes, quartiere di Marsiglia

«Ben arrivata, Luisa, che piacere conoscerti. Tuo nonno mi ha parlato molto di te. Come è andato il viaggio? Hai avuto difficoltà a raggiungermi?»

«Ciao Giulio, piacere mio… No, nessuna difficoltà, ho preso un taxi dalla stazione di Saint-Charles. Non è la prima volta che vengo a Marsiglia, so come muovermi.»

«Ah, bene, ero un po’ in pensiero. Che fai, ti fermi qualche giorno o devi subito ripartire?»

«Rimango per stanotte da te, se non è un problema. Poi, domani, vorrei andare a conoscere Lori. Mio nonno mi ha raccontato tanto di lei. Mi ci metteresti in contatto?»

«Glielo devo chiedere prima, non posso senza la sua approvazione. Se lei è d’accordo ti darò l’indirizzo. Vive in una città non lontano da qui, in anonimato, preferisce non farsi trovare. Entra in casa, intanto, ché ti mostro la tua stanza. Ho preparato anche la cena, se hai fame, altrimenti possiamo fare un aperitivo al porto.»

«Per me è lo stesso, o a casa o fuori va bene comunque. L’unica cosa che mi importa è capire perché sono qui. Voglio conoscere tutta la storia. Ho chiesto a mio nonno, lo sai com’è, lo sai che non parla neanche sotto tortura. Mi ha detto solo di venire da te e di riferirti che Vito Mangiaracina è stato ammazzato in carcere da uno della famiglia di Ivana… ma non c’ho capito niente. Chi è questo Vito? Chi è Ivana?»

Quegli occhioni, quella faccia ingenua, da ragazzina che si finge più grande della sua età. Una ragazzina che si è appena fatta quasi due ore di aereo perché gliel’ha chiesto suo nonno. Che forse non sa neanche chi è veramente suo nonno. Che forse non sa che è stato l’eroe dei due mondi e che ci ha pure salvato il culo all’ultimo minuto. Come posso non accontentarla, come posso non raccontarle le gesta della banda più sfasciata di Palermo?

«Ok, Luisa, però ci vorrà un bel po’ di tempo… Per fortuna che ho messo in freddo un paio di bottiglie di buon vino. Iniziamo proprio dal mio incontro, qualche mese fa, con tuo nonno, Mister Zucchello. Va bene? Sei pronta?»

Episodio 1

La banda più sfasciata di Palermo

Scena 1

22 luglio 2024 – Taverna in via Scimonelli

Cominciai a contare: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci. E poi ancora: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci. Venti secondi. Era quello il tempo che immaginavo servisse per trovarlo con i pantaloni calati e con il rubinetto dell’acqua aperto.

E dopo spinsi la porta.

«Ah, mi scusi. Non avevo visto che il bagno era occupato», gli dissi sorridendo.

«Ma mi stai prendendo per il culo? Mi butti un bicchiere di vino addosso e ora mi segui pure in bagno? Ma chi cazzo sei? Che cazzo vuoi da me?»

Gli feci cenno di zittirsi e aprii il rubinetto, perché il vecchio non l’aveva ancora fatto. Aspettai qualche altro secondo per permettere al fruscio dell’acqua di disturbare possibili cimici nascoste e, lontano da orecchie e occhi indiscreti, gli consegnai il biglietto da visita di mio fratello Teo e la frase che preparavo da mesi: «Zucchello, abbiamo un colpo da proporti. Presentati a questo indirizzo tra quattro giorni.»

Scena 2

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

«Sai, Teo, mi stavo godendo un bel bicchiere in compagnia dei miei amici della taverna e a un tratto mi ritrovai tutto il vino addosso. Sul vestito di lino beige, il mio preferito, comprato quindici anni fa e ancora immacolato. Mi perdoni, che sbadato che sono. Così si scusò quell’imbranato. Gli avrei dato una testata in faccia. E poi me lo ritrovai pure in bagno, con un atteggiamento da spia dei servizi segreti. Zucchello, ho un colpo da proporti, mi disse e io rimasi immobile a guardarlo, non ero sicuro di aver sentito bene, mi sembrava uno scherzo. Oh, ragazzino! Ma stai babbiando? Chi sei, uno sbirro? gli chiesi e lui mi spiegò che era tuo fratello. Incazzato com’ero per la storia del vino sul vestito, non l’avevo riconosciuto, anche perché saranno stati almeno sei anni che non lo vedevo. Ma tu sei pazzo? gli risposi io. Non lo vedi che sono un vecchio decrepito? Ho quasi ottant’anni. Che colpo vuoi che faccia? Manco le casseforti giocattolo dei bambini riesco più ad aprire con le mani che mi ritrovo.»

«Me la immagino questa scena, Zucchello. Che vuoi farci, mio fratello è così: si è fottuto la testa con tutte le serie crime e i film di spionaggio che guarda. Giulio è… diciamo… molto teatrale, non somiglia per niente a com’era mio padre. Però il piano che vogliamo presentarti è buono, come quelli in cui ti coinvolgeva lui quando eravate soci.»

«Sì, però c’è una differenza: io non ho più l’età di quando lavoravo con tuo padre. E poi, scusa, ma se volevi propormi questa follia perché non venivi direttamente tu invece di mandarmi quell’invasato di Giulio? Mi ha rovinato un vestito e gli altri clienti della taverna avranno pensato che sono un informatore degli sbirri o un pervertito che si chiude in bagno con i ragazzini. Sia nell’uno che nell’altro caso mi conviene non mettere più piede per un po’ in quel posto.»

«Buono, Zucchello, così ti togli il vizio di bere quella schifezza che ti ostini a chiamare vino. Vieni con me. Ti regalo io una bottiglia. Ecco, questa può andare bene. Con questa ti ripaghi un paio di volte il danno al vestito. È un barolo del 1987.»

«Teo, ti ringrazio. Tu sei sempre stato gentile con me e io ti ho sempre voluto bene come un figlio. Anche più di quanto volevo bene alla buonanima di tuo padre. Adesso per me la cosa più importante è capire come posso aiutarvi, a te, a tuo fratello e a tutte le persone che sono in questa stanza. Il colpo di cui volete parlarmi coinvolge tutti noi?»

Scena 3

23 luglio 2024 – Casa d’appuntamento in via Wagner

Vedendomi, quella donnona cominciò a inveire contro di me: «Se entri qui, devi essere maggiorenne, altrimenti mi mandano gli sbirri e mi fanno chiudere.»

Per zittirla le allungai un bigliettone da duecento euro presentandoglielo come fosse la mia carta d’identità.

«Sei venuto bene in questa foto», mi rispose lei con uno sguardo malizioso mentre, guardando la banconota in controluce, mi lasciava libero accesso alla sala.

Squadrai la stanza: pesanti tende rosse alle finestre, abat jour in ottone che emanavano luci soffuse, donne seminude adagiate su divanetti di velluto, uomini che uscivano da varie porte mentre provavano a darsi un contegno aggiustandosi i capelli arruffati, rimettendosi la giacca o allacciandosi la cinta. Un bordello di alto rango nel cuore della Palermo bene, affollato come il foyer del Teatro Massimo e frequentato da gente con i piccioli.

Mi aggiravo per la grande sala alla ricerca del mio obiettivo: la nipote di Seminara, uno dei soci di mio padre, ma di lei nessuna traccia. Mi appoggiai a un pilastro in marmo per studiare la scena, concentrato. La concentrazione durò poco, però, perché la donnona dell’ingresso tornò all’attacco:

«E allora, bel ragazzo, come ti chiami?»

«Giulio.»

«Cerchi qualcuna in particolare? Le mie signorine sono tutte brave. Qui hai solo l’imbarazzo della scelta.»

Non le risposi e la grassona mi si avvicinò con un atteggiamento provocante che non si addiceva alla sua età.

Poggiò un pesante braccio flaccido sul mio collo e provò ad accostare la mia faccia alla sua, mentre l’altra mano partiva verso il cavallo dei miei pantaloni.

«Sei verginello? In questo caso ti farò provare io un’esperienza indimenticabile.»

Mi ritrassi schifato.

«Timidone!», mi gridò sfottendomi e tornando all’entrata per accogliere qualche altro pollo da spennare.

Io, intanto, da una delle decine di specchi alle pareti vidi comparire lei. Seguiva un uomo che usciva da una delle stanze adiacenti con un sorriso ebete stampato in faccia.

La raggiunsi al banco bar scostando in malo modo un cliente che le stava andando incontro.

«Angela, ho un colpo da proporti…». Le consegnai il biglietto da visita di mio fratello Teo. «Presentati a questo indirizzo fra tre giorni.»

Scena 4

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

«E quindi tu ti chiami Teo? E quel pazzo che è venuto a trovarmi al bordello è tuo fratello? E tutte queste altre persone chi sono? Io non c’ho ancora capito un cazzo. Di che colpo state parlando? Ma la cosa che mi preme di più capire subito è: al nonnetto, qui, gli regali una bottiglia da duecento euro per un vestito che ne vale sì e no venti e a me che oggi, per colpa vostra, ho perso un giorno di lavoro, che mi dai? Posso scegliere anche io un premio tra queste belle bottiglie?»

«Beh, diciamo che il vino che ho dato a Zucchello vale un po’ di più di duecento euro… Comunque, mia cara, la tua ricompensa, per il tempo che ci stai dedicando, è in quel baule là in fondo. Tutto il contenuto è tuo. Sia se accetti la proposta di unirti alla nostra impresa, sia se decidi di alzare i tacchi e tornartene dalla tua maîtresse. Però io ti consiglio di restare e di ascoltare il nostro progetto. Sono sicuro che lo troverai interessante. Angela, tu non puoi ricordarti di noi, eri troppo piccola, ma ti basti sapere che eravamo tutti molto legati a tuo nonno.»

Scena 5

24 luglio 2024 – Officina di via Giorgio Gemmellaro

Che truffaldino che era quel meccanico. Prima di portarla nella sua officina, la mia auto era perfetta, l’avevo revisionata io stesso che sono un maniaco ossessivo per le macchine. Invece, a senso suo, dopo un controllo superficiale durato poco meno di tre minuti, la mia Mazda MX-5 184 CV aveva la batteria difettosa, le pastiglie dei freni usurate, il disco della frizione da cambiare e i fusibili delle luci quasi bruciati.

Ma poi che significa quasi bruciati?

Decisi di continuare a mostrarmi un ingenuo incompetente, altrimenti gli avrei messo le mani addosso riempiendolo di cazzotti.

«Guarda, meno male che me l’hai portata in tempo, ancora un po’ e fondevi pure la testata del motore.»

Cosa? Io fondere la testata della mia piccolina? Dovetti ricorrere a tutta la mia forza interiore per contenere la rabbia che mi stava salendo.

«Davvero?», gli risposi fingendo un tono da imbecille. «Meno male che mi sono deciso a portarla da lei! Si vede che lei è una persona seria!»

Non colse il tono sarcastico, per fortuna.

«Sì, tutti me lo dicono. Sono una persona seria e onesta.»

Io lo colsi, invece, ma feci finta di niente.

Si allontanò per andare nel suo ufficio a preparare il preventivo lasciandomi solo, finalmente, libero di poter agire indisturbato. Raggiunsi il mio obiettivo: due gambe che uscivano da sotto una Hyundai i20 N. Bussai sul cofano e a poco a poco le gambe si trasformarono in un corpo intero con uno sguardo incazzato e una frase secca:

«Giulio, che vuoi? Pure qui vieni a rompermi le palle?»

«Salvo, ho un colpo da proporti. Presentati a questo indirizzo tra due giorni.»

Gli lanciai il biglietto da visita con le indicazioni per raggiungere il ristorante di Teo e me ne andai portandomi via la mia auto mentre ancora il proprietario dell’officina era intento a redigere il salatissimo preventivo.

Scena 6

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

«Teo, ma che sta succedendo? A Zucchello gli regali vino pregiato, alla ragazza un baule pieno di vestiti costosi. Io non voglio regali, sono qui solo per rispettare la memoria della buonanima di tuo padre ma senza infilarmi in affari sporchi. Quando ho visto entrare Giulio mi sono nascosto sotto una macchina per non farmi riconoscere, però a quanto pare tuo fratello era lì proprio per me. Sentite: io quel lavoro che ho in officina non lo voglio perdere. È l’unico che ho trovato da quando sono uscito dal carcere. Mi permette di campare giusto giusto, ma è sempre meglio che andare a rubare come facevo prima. Quindi, Teo, a meno che non mi stai per proporre un impiego onesto e ben pagato, qui nel tuo ristorante, io preferirei andarmene.»

«Salvo, se potessi, in onore della vecchia amicizia tra noi, te ne darei dieci di lavori nel mio ristorante. Qui però tra poco dovrò chiudere baracca, il pizzo mi sta mettendo in ginocchio. È per questo motivo che vi ho fatti convocare. Per proporvi di riemergere dalla merda in cui siamo precipitati tutti. Quando mio padre, Seminara e tuo padre erano ancora in vita, e noi eravamo ragazzini, non ci mancava niente, ti ricordi? Non ci mancavano i soldi ed eravamo felici. Adesso ci vedi? Siamo un gruppo di poveracci!»

Scena 7

25 luglio 2024 – Abbigliamenti Luis in via Mariano Stabile

Chiusi la telefonata con il commesso e mi precipitai fuori casa.

Il piano organizzato per incontrare Mario in un posto neutro si stava rivelando geniale, come avevo immaginato.

Nei trenta minuti che mi servirono per raggiungere il negozio e parcheggiare l’auto, il commesso-complice mi inviò una decina di foto e altrettanti messaggi whatsapp. Mi scriveva che gli stava consigliando di indossare altri abiti perché quelli scelti non gli rendevano giustizia e nelle fotografie c’erano le prove: Mario inquadrato di spalle con indosso vestiti sempre diversi.

Gli inviai un messaggio vocale in risposta:

Ha capito qualcosa? Si è sgamato che il buono acquisto che gli ho fatto recapitare era un trucco per attirarlo al negozio?

Le spunte blu di lettura tardavano a comparire, il commesso di certo non poteva ascoltare l’audio: doveva essere troppo vicino all’inconsapevole e fortunato vincitore del premio.

«E il buono acquisto che mi avete inviato a casa che valore ha? Questo vestito blu rientra nel budget a disposizione?»

Udii queste parole appena entrai nel negozio: era la voce di Mario, l’inconfondibile voce di Mario Candito, da tutti conosciuto come Candy.

Il commesso-complice, ben istruito su cosa dire, gli rispose:

«Signor Candy, per lei non ci sono tetti di budget. Mi dica quale vestito preferisce e la mia azienda sarà ben felice di regalarglielo. L’abbiamo scelta come testimonial dei nostri abiti perché lei rappresenta l’immagine della nostra città, ne è la voce.»

Bravo. Indubbiamente bravo a recitare, mi dissi.

«Grazie, saprò sdebitarmi. Vi farò tanta pubblicità con i miei fan e vi dedicherò pure una mia nuova canzone. L’ho già in mente. Senti, senti qua: E davanti a te mi sono tolto questa giacca accattata nni Luuiiis.»

La strofa improvvisata, con una melodia alla Nino D’Angelo, uscì dal camerino poco prima di Mario Candy con il suo impeccabile vestito blu.

Mi vide subito ma gli ci vollero un paio di minuti per riconoscermi.

«Oh, ma tu sei Giulietto? Il fratello piccolo di Teo. Giulie’, come stai? Miii da quanto tempo non ci vediamo! E che fai qui? Anche tu per gli abiti ti servi da Luis?»

«Ehm, in realtà sono uno dei proprietari. Mia madre ha comprato le quote di questa catena di negozi.»

Mi girai verso il commesso per liberarmene: «Adesso puoi lasciarci. Ci penso io al grande Candy.»

Rimasti soli, allungai a Mario Candito il biglietto da visita di Teo con l’indirizzo e pronunciai la mia frase di rito: «Ho un colpo da proporti. Presentati al ristorante di mio fratello domani.»

Scena 8

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

«Ma veramente io non mi sento nella merda come voi poveri straccioni. Tu, Teo, ti lamenti che il ristorante è in bancarotta, Zucchello piange per un vestito da venti euro, questa ragazzina fa la prostituta per campare e Salvo è aggrappato a un lavoro di merda da meccanico. Io sono il grande Candy e il grande Candy è una leggenda. Il grande Candy ha venduto un milione e mezzo di copie del suo ultimo disco. Per trent’anni sono stato il re indiscusso del neomelodico panormita.»

«Sì, e adesso è da cinque anni che non chiudi più un contratto né per un disco e neanche per una festa di piazza nell’angolo più remoto della città.»

«Oh, maleducata! Teo, ma chi è questa ragazzina che si permette di parlare così al grande Mario Candy?»

«È Angela, la nipote di Seminara, è una di famiglia. Qui siamo in famiglia. Seminara era amico fraterno di tuo padre e del mio, del padre di Salvo e di Zucchello. Noi due siamo cresciuti insieme come fratelli e non serve prenderci per il culo. Lo sappiamo tutti che la ragazza ha ragione: sono anni che sei caduto in disgrazia. Ormai tutti questi giovincelli che fanno trap in napoletano hanno milioni di follower e tu, caro amico mio, non hai più il seguito di una volta. Quindi sì, Mario, anche tu, come noi, sei nella merda. Per cui, stai ad ascoltarmi: ti propongo un ultimo concerto. Un concerto che potrà fruttarti più di un milione di euro. Tu non dovrai fare altro che cantare, a tutto il resto pensiamo noi.»

Scena 9

25 luglio 2024 – Centro scommesse di piazza Noce

Sapevo dove trovarlo, Luigi. L’avevo già incrociato una decina di volte nella zona di piazza Noce e tutte le volte entrava o usciva dalla sala scommesse di proprietà di Peppuccio Minestra, un prestanome della famiglia reggente del quartiere. Il problema era come avvicinarlo senza farci vedere insieme né da quel curtigghiaru del Minestra né da qualunque altro confidente che potesse raccontare del nostro incontro agli sbirri o ai mafiosi.

Chiesi aiuto a Maciste, il padre.

Luigi, detto Luigione per via della sua mole mastodontica, e Maciste avevano litigato due anni prima a causa del vizio del gioco. Luigione aveva dilapidato tutti i suoi averi con le corse dei cavalli e con il totonero e Maciste faceva la ronda, ogni giorno, in ogni sala scommesse del quartiere, per trovare e riportare a casa suo figlio e appena lo beccava, finiva sempre a schifìu. Era uno spettacolo vederli litigare: un metro e ottanta di muscoli ciascuno, quattro braccia con un diametro di trenta centimetri l’una, due sguardi che facevano cagare addosso. L’unica differenza, oltre l’età: Maciste andava sempre in giro con una bombola d’ossigeno nel carrellino da quando un proiettile gli aveva perforato un polmone rendendoglielo inutilizzabile.

Incontrai Maciste – Maciste era il soprannome, chiaramente: il suo vero nome non lo conosceva ormai quasi nessuno – nella piazza, intento ad attraversare la strada per raggiungere la sala scommesse. Lo chiamai restando seminascosto dietro la statua di Padre Pio, tra le auto, parcheggiate dovunque, che intasavano la rotonda.

Mi riconobbe subito: «Giulie’, minchia quanto sei cresciuto! Ma come stai? Che ci fai qui? E tuo fratello Teo come sta? L’ultima volta vi ho incontrati al funerale di vostro padre.»

L’abbracciai, contento di rivederlo. Maciste era stato uno dei miei eroi, uno dei miei preferiti della banda di mio papà. Nei miei sogni di bambino lui era quello che, come Bud Spencer, con un paio di cazzotti ben assestati salvava sempre la situazione. Me lo ricordo ancora quando in una lite, durante una festa di quartiere, per difendermi da un gruppo di ragazzi più grandi di me, figli di giostrai, spaccò in mille pezzi le macchinine dell’autoscontro.

L’abbraccio durò a lungo e ne approfittai per sussurrargli all’orecchio di consegnare a suo figlio il biglietto con l’indirizzo e di riportargli questa frase: «Luigione, io e Teo abbiamo un colpo da proporti. Presentati al suo ristorante domani.»

Scena 10

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

«E immaginati tu, Luigione, cosa potresti fare con un milione. O ti liberi una volta e per sempre dal vizio delle scommesse o te lo vai a giocare tutto a Las Vegas! Ognuno dei due casi è comunque meglio che vivere sotto il ricatto di quello strozzino di Peppuccio Minestra.»

«Teo, se io avessi quella montagna di soldi farei due cose in primis: ricominciare l’università… mi mancano solo sette materie per prendermi la specialistica in Economia e commercio… e comprare una casa a mio padre, una casa con tutti i comfort e un’infermiera h24 per lui; però deve essere bona, così gli risolleva pure il morale…»

«Sarebbe il regalo perfetto per Maciste! Me lo ricordo a tuo padre quando eravamo giovani: era un fimminaru, sempre appresso alle ragazze stava. Poi ha incontrato tua madre e si è messo la testa a posto.»

«Aspe’, Zucchello, fallo finire. Luigi, ti prego, continua. Cosa stai dicendo?»

«Teo, che devo aggiungere ancora? Io ci sto. Qualunque cosa ci proponi di fare, sono sicuro che alla fine accetteranno anche tutti gli altri qui presenti. Angela, Candy, Salvo, non è vero che accetterete? Penso che per me, come per loro, peggio di così è difficile che possa andare. Se ci dai una speranza per risollevarci, io sono tutto orecchie.»

«Grazie, Luigi.»

«No, grazie a te e a Giulio che mi avete cercato.»

«Ok, allora andiamo subito al sodo. Anche perché, se ci state, dobbiamo prepararci in fretta. Questo colpo non sarà una passeggiata. Tra nove giorni avremo il primo abboccamento con la nostra vittima. Da qui a quel momento ognuno di voi dovrà saper recitare la propria parte e vi assicuro che se domenica prossima andrà male potremo dire addio ai dodici milioni di euro che ci aspettano. Per potervi spiegare tutto, però, ho bisogno dell’aiuto di una persona.»

«Io ho un brutto presentimento, vuoi vedere che è…»

«Sì, Salvo. Ma ti prego, non ti incazzare, so che tu e tua sorella non vi parlate più da tempo, so che avete litigato pesantemente, ma è proprio a lei che mi riferisco. È sua l’idea di questo colpo. Lori, per favore, puoi raggiungerci?»

Scena 11

26 luglio 2024 – Ristorante Baglio Crociferi alla Noce

Dalla cucina del ristorante, accanto alla grande sala, avevamo ascoltato tutta la conversazione in attesa che Teo ci chiamasse.

Il dialogo tra lui e gli altri ci arrivava comprensibile in tutti i passaggi e rispecchiava l’idea che c’eravamo fatti delle diverse reazioni: Zucchello e Luigione i più ricettivi, Mario spocchioso e Salvo il più riluttante.

Di Angela, la nipote di Seminara, non c’eravamo fatti un’idea. Nessuno di noi la conosceva abbastanza. Conoscevamo bene suo nonno e anche i suoi genitori, prematuramente scomparsi. Lei era rimasta sola in giovanissima età e per campare si era dovuta arrangiare come poteva. Lei era la vera incognita del gruppo, l’unica con la quale non avevamo ricordi condivisi. Tra di noi invece ci frequentavamo tutti sin dall’infanzia: io e mio fratello con Lori e suo fratello Salvo, con Luigione e con Mario c’eravamo cresciuti. Ogni incontro dei nostri genitori era una scusa per stare insieme. E i nostri padri si vedevano spesso, spessissimo, per le feste comandate, per le scampagnate, per le partite della nazionale, per dividersi le refurtive, per pianificare nuovi furti.

Noi, da bambini, ci consideravamo gli eredi dei nostri padri, anche noi c’eravamo fatti la nostra banda e Lori era la mente. L’unica femmina del gruppo, Lori: doveva farsi valere in mezzo a noi maschi e le riusciva bene. Non era solo la più geniale, era pure molto forte, si allenava tanto per esserlo: Maciste, il padre di Luigione, la teneva sotto la sua ala e le aveva insegnato a tirare di boxe fin dalle elementari.

In quel momento, dentro la cucina, a pochi passi dal resto del gruppo, era nervosissima, non so se per l’imminente incontro con il fratello dopo anni dal litigio o per paura che il suo piano venisse messo in discussione da qualcuno dei presenti. Aveva macinato chilometri avanti e indietro durante tutta la durata della discussione tra Teo, Zucchello, Salvo, Mario, Angela e Luigione.

Io la guardavo camminare impaziente e la sua ansia me la sentivo tutta addosso. Lori era sempre stata irrequieta e io sempre dipendente dal suo stato d’animo. Da ragazzino ero segretamente innamorato di lei, ma era un amore non ricambiato, perché lei sbavava per mio fratello Teo che però era – lo è ancora – gay, ed era interessato a Mario che invece, anche lui, andava pazzo per Lori.

Un gruppo incasinato, il nostro. Fatto di amore, passione, competizione e dispute continue su tutto, anche sulle sciocchezze, sui posti assegnati a tavola durante le cene insieme o sulle mete da raggiungere nei nostri viaggi sognati, programmati e quasi mai realizzati.

Meno male che a un certo punto, quando la banda dei nostri padri si sciolse, anche noi ci separammo, altrimenti sarebbe presto detonato tutto in un casino ingestibile.

Quando Teo chiamò Lori, lei fece un’entrata trionfale assicurandosi l’attenzione di tutti i presenti.

Soprattutto quella di suo fratello Salvo che, pur dopo diverbi e discussioni familiari che li avevano portati a non rivolgersi più la parola, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso per quanto lei sapeva essere magnetica, per quanto sprizzava carisma.

Senza pause, Lori raccontò il piano ideato, il ruolo che aveva cucito addosso a ognuno di noi e le notizie in suo possesso sulla montagna di soldi che avremmo potuto rubare da una cassaforte della quale conosceva marca e modello.

E ci riferì, nei minimi dettagli, le informazioni sui sistemi di sorveglianza e sui trasferimenti di denaro, raccolte durante gli appostamenti dall’alto della sua cabina di autista del camion della nettezza urbana, lavoro che faceva ormai da un anno e mezzo e che le aveva permesso di ricostruire ogni movimento attorno alla casa dove era custodito il tesoro dei Mangiaracina.


Filippo Pistoia (Palermo, 1975) è manager di progetti culturali in Sicilia. A poco meno di cinquant’anni ha scoperto che esiste un modo diverso di scrivere da quello per il fundraising per l’imprenditoria culturale: una scrittura per raccontare le storture della terra che ama, la Sicilia. Nel 2025 ha pubblicato il suo primo romanzo, Terra colta (Ianieri Edizioni).

Il piede nella porta – parte 1

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Image by Gerd Altmann from Pixabay

Disforie di uno psichiatra nella sanità pubblica

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di Leonardo Zaninotto

Ecco qua. È ancora buio pesto e mi ritrovo di nuovo sveglio.

Sveglio, ma rincoglionito. Il dramma degli insonni.

Che ore saranno? Non sento gli uccelli cantare … forse ho ancora un po’di margine.

Cerco di riaddormentarmi, resisto, mi dibatto, arenato in questo limbo tra la veglia e il sonno, incapace di fare una scelta.

Ma in fondo questa ambiguità è la storia della mia vita, è il mio marchio di fabbrica. Amo da sempre restare accampato tra il fare e il non fare, tra l’essere e il non essere. Un piede nella porta, pronto a sgusciar fuori al primo segnale di allarme. Del dubbio ho fatto uno stile di vita.

Ma questa volta il dubbio e l’incertezza si accompagnano a qualcos’altro, un che di indefinibile che mi toglie l’ultimo scampolo di sonno. Una decisione da prendere. Una di quelle da cui non si torna indietro. E io con le decisioni irrevocabili non vado d’accordo. E allora mi lascio andare a seguire altri pensieri.

La crisi della sanità in Italia

Il primo pensiero va al mio gruppo di lavoro: medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi. Lavoro nell’ambito della Salute Mentale, un settore che negli ultimi tempi ha occupato sempre più spazio nella vita pubblica. Al di là delle derive da social network, la pura e semplice verità, fotografata da un numero crescente di studi epidemiologici, è che il disagio psichico è effettivamente in aumento in tutto l’Occidente. Solo per fare un esempio, secondo i dati OCSE l’uso di antidepressivi è aumentato di quasi due volte e mezzo dal 2000 al 2020 in 18 paesi europei. Dopo il 2020, con la pandemia, il bisogno di cura è cresciuto del 25-30%, con punte ancora più alte tra giovani ed anziani.

Eppure, sembra che i soli a non essersi resi conto del problema “Salute Mentale”, siano proprio coloro che sarebbero deputati a decidere le sorti di chi quel problema ce l’ha. Non è un mistero che l’Italia sia al ventesimo posto in Europa per la spesa media dedicata ai servizi di salute mentale: al settore viene destinato meno del 3,5% della spesa sanitaria totale, rispetto all’8-15% investito negli altri Paesi del G7. Nel 2019 la quota è addirittura scesa sotto il 3%.

Lavoro in un Centro di Salute Mentale, uno degli ultimi avamposti di frontiera di un Sistema Sanitario Nazionale ormai sempre più in crisi. Crisi di idee, di risorse, di energie. Crisi d’identità.

E questa crisi non la vedo solo io, un cretino qualsiasi con una passionaccia per il suo lavoro e qualche tardiva velleità rivoluzionaria. La vedono i politici, gli esperti del settore, gli accademici. La vede la gente. Lo dice persino la Corte dei Conti: “(…) la grave crisi di sostenibilità del SSN non garantisce più alla popolazione un’effettiva equità di accesso alle prestazioni sanitarie (…) e la tendenza (…) appare lenta, ma costante: da un SSN incentrato sulla tutela del diritto costituzionalmente garantito, a tanti diversi sistemi sanitari regionali, sempre più basati sulle regole del libero mercato” (questo lo ha detto la Signora Corte alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2024).

Il re è nudo. Lo vedono tutti, tutti lo dicono, ma nessuno si preoccupa di dargli di che vestire.

E la crisi della salute mentale

E poi c’è la crisi della Psichiatria in generale, e della Psichiatria del territorio in particolare. Quella, per intenderci, che nasce dalla chiusura dei manicomi, che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Basaglia e operare nel tessuto sociale, accanto alla cittadinanza, per costruire un nuovo spazio di integrazione e di solidarietà e costituire le fondamenta di un nuovo contratto sociale. Il Centro di Salute Mentale avrebbe dovuto essere l’incarnazione di Marco Cavallo, l’opera di legno e cartapesta realizzata nel ’73 col contributo dei pazienti del manicomio di Trieste. Un’installazione in perenne movimento tra il dentro e il fuori, campo di frontiera, zona di confine, spazio ambiguo al crocevia di discipline diverse (mediche, psicologiche, sociali), aperto a chiunque ne abbia bisogno, ricco o povero che sia. Perché il Centro di Salute Mentale, diciamocelo, è – o meglio, dovrebbe essere – il baluardo, l’emblema, la perfetta sintesi metonimica delle qualità essenzialmente politica di un certo modo di fare sanità. Lavorare per il SSN… continuare a lavorare per il SSN, al di là dei risvolti personali, è un atto politico a tutti gli effetti.

Perché questo territorio franco che è il Centro di Salute Mentale, lambito dalla marginalità, segnato dallo stigma, non è mai stato così in crisi. Questo lo si vede non solo nella cronica carenza di risorse, che oramai – diciamocelo – è diventato un mantra noioso e stantio, un cliché della stampa nazionale che sembra fatto a posta per disinnescare l’interesse. Ma lo si coglie anche nella frenesia dell’operare di ogni giorno, nella tensione che talvolta si respira nell’aria, nello sguardo afflitto di alcuni operatori. Non voglio drammatizzare, anzi, cerco costantemente di impormi di non cedere ai toni apocalittici e alle lamentele senza costrutto, ma da operatore sul campo non posso fare a meno di registrare un “clima” diverso. Il mio barometro emotivo, sensibilizzato da anni di nevrosi a livello agonistico, rimane sempre vigile ed attivo. E da quando ho assunto una posizione diversa, che mi consente di avere una prospettiva più ampia, guardando alle dinamiche del gruppo anziché alla mia piccola fetta di mestiere, questa sensibilità si è impennata.

Tappare i buchi, tollerare i conflitti

Al momento svolgo un ruolo di coordinamento, tramite quello che si definisce un incarico di “alta specializzazione”. Si tratta semplicemente di gestire l’attività ambulatoriale ordinaria, di supervisionare e coordinare il gruppo di lavoro, e di favorire il collegamento organizzativo con gli altri servizi territoriali (medici di famiglia, SerD, neuropsichiatria infantile), e poi con i Comuni, le famiglie, e le agenzie del territorio. Si tratta poi di tappare i buchi del servizio, tollerare i conflitti e le recriminazioni (per lo più legittime), trasmettere sicurezza e competenza, far fronte all’incertezza della mancanza di risorse, incazzarsi quando l’incertezza supera il limite e rassegnarsi quando non ci si può far nulla, passare i week end e i giorni di ferie a telefonare, a riorganizzare l’agenda e a scrivere mail e procedure, coltivare l’idea di essere un gruppo coeso, conservare la speranza nel futuro, rincuorare gli afflitti, dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e da vestire agli ignudi. Ah… e poi ovviamente seguire i propri pazienti.

Ma torniamo al mio gruppo di lavoro. Mi ritrovo a pensare a quello che sento ogni giorno quando metto piede in ambulatorio. Percepisco tra i miei colleghi un clima di diffuso malessere, di strisciante insoddisfazione. È come se da qualche tempo quella che è la sensazione prevalente, il comune denominatore emotivo di chi lavora per quella mastodontica impresa fallimentare che è il SSN, ovvero quel vago, ma costante senso di frustrazione, fosse diventato per noi qualcosa di più solido e concreto, qualcosa di untuoso e soffocante. Nelle libere associazioni da risveglio, mi fa venire in mente quel caldo estenuante che talvolta si trova in certi film siciliani di Pietro Germi, dove i personaggi si ritrovano drammaticamente impastoiati in quella melassa rovente che mescola un clima estivo inesorabile, un codice sociale spietato e emozioni violente. Ma che cos’è questo malumore che ci attanaglia tutti? Una volta c’era la stanchezza, certo. Ora c’è anche la rabbia, la demoralizzazione. “Disforia” la chiamano gli psichiatri, da dis-/fero= difficile da portare. Un carico pesante che ingombra le nostre spalle già curve da un po’.

Frustrazione e distacco

Ci sono giorni in cui si entra in ambulatorio e questa roba si può tagliare col coltello: la vedi negli sguardi e negli atteggiamenti, la senti nel tono di voce, nelle risposte scostanti e nelle battute pungenti. La percepisci in quella particolare qualità atmosferica che è un misto di stanchezza, esasperazione e cinismo. Ebbene sì, cinismo, quella cosa che ti viene dal “sapere come gira il mondo” e che ti porta quasi a compiacerti nel vedere che le cose vanno al peggio (perché in fondo, avevi ragione tu…).

Ma la cosa interessante è questo connubio tra frustrazione e distacco non investe quasi mai il lavoro clinico o il rapporto coi pazienti. Siamo tutti professionisti competenti e dedicati. Ci sono persone con 30 anni di esperienza sulle spalle che ancora si appassionano parlando dei pazienti. Gente che ogni anno regala centinaia di ore di straordinario all’azienda perché non riesce a lasciare il lavoro a metà. E bene o male mi sembra che siamo tutti su questa lunghezza, chi più chi meno. Di persone che battono la fiacca non ne vedo nessuna. Ma nonostante questo il malessere letteralmente serpeggia, si insinua nella trama del nostro operare quotidiano, come una di quelle enormi anaconde dei documentari, che strisciano sott’acqua, lente, inesorabili, minacciose… Roba che se ci inciampi sopra ti strizzano come un calzino bagnato.

Da dove viene questo surplus di malessere?

Ma da dove viene questo “surplus” di malessere? Certo, il carico di lavoro è aumentato. Siamo sempre meno di fronte ad una richiesta crescente. Negli ultimi anni la domanda di supporto specialistico in salute mentale si è letteralmente impennata. Solo nel nostro ambulatorio abbiamo calcolato – dati alla mano – che la richiesta di cura, per alcune fasce di età e per alcune particolari problematiche, è cresciuta del 400%… Del 400%! E questa domanda è stata gestita e continuerà ad essere gestita con risorse ridotte, non solo quanto a medici e psicologi, ma quanto ad infermieri, assistenti sociali, educatori, tecnici della riabilitazione, amministrativi. Ma questo è soltanto uno dei tanti cambiamenti a cui il nostro gruppo di lavoro ha dovuto far fronte da qualche anno a questa parte. Molte persone se ne sono andate: chi in pensione, chi ad un altro lavoro, chi semplicemente ha deciso di mollare e di non rientrare più.

A differenza di quanto si verifica altrove, da noi qualche sostituzione è arrivata. Il punto è che un gruppo di lavoro è come un organismo vivente, una sorta di ecosistema in cui se sottrai un elemento, inevitabilmente cambiano tutti gli equilibri e devono trovarsi nuove forme di adattamento. Il problema nasce dal fatto che questo adattamento, esattamente come in natura, richiede del tempo, e se i cambiamenti sono troppo rapidi e soprattutto imprevedibili ed incontrollabili, si rischia la rottura. Come per qualsiasi ecosistema. La nostra equipe, privata di alcune figure “storiche”, sia tra i medici che tra gli infermieri, si è allora ritrovata orfana. Chi è arrivato da poco si è forse trovato di fronte ad un gruppo piuttosto scarico, provato da anni di grandi incertezze e cambiamenti, ma allo stesso tempo ancora piuttosto motivato. Non posso nascondere che nutro un vero e proprio attaccamento verso il luogo e le persone con cui mi trovo ad operare. Posso anzi dire, non senza un certo orgoglio, che mi sento parte di una compagine di professionisti con alti livelli di competenza e motivazione, che ancora si lasciano coinvolgere dal loro lavoro, che si appassionano e si infiammano parlando di come si possa organizzare al meglio un servizio, che ancora si interrogano sul senso del loro operare per la comunità. Ecco, essere parte di questo gruppo è qualcosa che in questi anni mi ha sostenuto e spinto ad andare avanti.

Non c’è futuro senza mutuo appoggio

La cooperazione sociale è la chiave della nostra sopravvivenza come specie. L’essere umano ha uno sviluppo molto più lento delle altre specie animali. Ci mette 9 mesi prima di uscire dal ventre materno, e diversi anni prima di staccarsene definitivamente. Questo ci rende per forza di cose vulnerabili come individui, e fa sì che la nostra sopravvivenza come specie debba passare per forza per la costituzione di gruppi, dove di necessità ci si occupa dei soggetti più deboli. Ce l’abbiamo nel sangue questa cosa, è scritta nei nostri geni e nel percorso evolutivo della nostra specie. Per amore delle iperboli, potremmo dire che un sistema che si prende cura dei deboli in maniera gratuita ed universalistica non è il prodotto di una cultura, di un tempo e di un luogo ben definito, ma è uno sviluppo antropologico, una declinazione del nostro essere uomini. Ma se essere parte di un gruppo costituisce lo sfondo della nostra esistenza, questo essere gruppo si regge soltanto se si basa sulla condivisione di un linguaggio, di idee, di una storia comune. Lo storico israeliano Yuval Noah Harari sostiene che le organizzazioni umane con oltre 150 individui possono reggersi soltanto grazie all’investimento in miti comuni. Al di sotto di quella soglia la conoscenza reciproca basta a sostenere l’integrità del gruppo. Al di sopra di quella soglia abbiamo bisogno di avere alcune idee comuni (non tutte per fortuna), alcuni “miti” che ci sostengono come gruppo: la religione, l’idea di democrazia e di stato di diritto, la “mano invisibile” dell’economia capitalista, ecc.

Per chi lavora per il sistema sanitario c’è la necessità di credere nel mito collettivo in base al quale “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” (Art. 32 della Costituzione). Si ha bisogno di sapere che il Sistema si regge in virtù di questo obiettivo comune. E questo mito collettivo per diventare operativo, per incarnarsi nel lavoro quotidiano di ciascun operatore, necessita di calarsi nella realtà di ogni gruppo, di declinarsi in una piccola mitologia locale, fatta di figure storiche carismatiche, di un pensare comune, di una prassi condivisa, di tutte quelle piccole e grandi consuetudini che rendono un gruppo quello che è.

Noi lavoratori ci sentiamo molto più soli

Ora, quello che rilevo da un po’di tempo a questa parte, è che noi lavoratori ci sentiamo tutti molto più soli. Certamente, questo è un fenomeno sociale proprio del mondo post-moderno. Ma io qui mi riferisco al fatto che medici, infermieri, operatori, tutti coloro che operano all’interno del Sistema Sanitario, hanno una percezione diffusa di profonda solitudine. Per quanto il mito comune sia ancora vivo ed attivo nella coscienza degli individui, manca forse qualche passaggio rispetto alla sua declinazione nella prassi quotidiana. I gesti si fanno stanchi e ripetitivi, gli sguardi diventano spenti, la gente non comunica, ci si isola. L’operare quotidiano rischia allora di diventare un rituale vuoto e stereotipato, in nome di un mito che rimane a fare da sfondo, ma non cattura più il nostro interesse. Ci si sente come Hiroo Onoda, l’ultimo soldato giapponese, rimasto per 30 anni a difendere un avamposto dimenticato in un’isola delle Filippine. 30 anni… Più o meno la durata media di un incarico professionale. Difendere il fortino fino all’ultimo respiro prima di andare in pensione.

In questi anni come dipendenti del SSN molti di noi hanno sperimentato una serie di cambiamenti di proporzioni telluriche: l’accorpamento delle ULSS, trasformate in aziende colossali che coprono fino ad un milione di abitanti (con le prevedibili conseguenze in termini di complessità e anonimato), lo svuotamento dei ruoli di responsabilità, ridotti spesso a mere comparse di passaggio nelle dinamiche di potere, il crescente depauperamento di personale e di risorse, la pressione verso una digitalizzazione crescente, che ha come effetto principale lo sviluppo di una nuova burocrazia, una burocrazia 2.0. Tutto è diventato molto più complesso, e allo stesso tempo più evanescente, effimero, impersonale. E un sacco di gente decide di non starci più, di tirarsene fuori.

Tra il 2019 e il 2021 sono stati circa 8000 i camici bianchi che hanno abbandonato il SSN, per scadenza del contratto, oppure, per dimissioni volontarie. Dal 2022 al 2023 questa quota è più che raddoppiata, e nel 2024 sono stati circa 7000 a lasciare il sistema pubblico (dati Anaao Assomed). Ma non ci sono solo quelli che escono, ci sono anche quelli che nel SSN neppure ci mettono piede: molte borse di studio per le specializzazioni vanno deserte, e molti concorsi pubblici si trovano ad avere meno candidati dei posti disponibili.

Il grande dubbio: lasciare o resistere

Mentre apro tutti i balconi per far circolare aria, in casa e nella mia testa, rifletto sul fatto che è questo il vero tema di fondo, la madre di tutte le mie dispute notturne di questi mesi. È questo il grande Dubbio. Lasciare o resistere, mollare la presa o puntare i piedi. Uscire o rimanere. È un tema che, come per molti altri, mi accompagna da un po’di tempo a questa parte, una colonna sonora che fa da sfondo alla maggior parte delle mie giornate, e che si rende più incalzante, più drammatica nei momenti più critici.

Mi alzo per prepararmi il tè. Il caffè lo berrò dopo, in ambulatorio. È ancora buio, ma un vago grigiore all’orizzonte, laggiù, dietro le case popolari, fa capire che la giornata è oramai iniziata. La fumosità dei pensieri da letto si è dileguata, l’inerzia del sonno ha lasciato il posto alla naturale propensione animale al movimento.

Accendo Radio Radicale. Mentre faccio colazione presto un orecchio disattento alle notizie e alle rubriche. La lettura dei giornali di solito arriva più tardi. La voce monocorde che parla della situazione geopolitica del Sud Est Asiatico, col suo rigore asciutto, mi infonde un senso di calma. Mi riscalda da dentro, come il tè del mattino. La prima domanda che mi viene in mente è: perché la gente decide di mollare? Perché per i giovani professionisti il SSN non rappresenta più un polo di attrazione? Ricordo che quando mi sono specializzato, nel lontano 2010, i posti disponibili nel servizio pubblico erano limitati. Era difficile entrare. I concorsi erano ambiti, anche nelle sedi più periferiche. All’epoca coltivavo altri interessi e altre ambizioni, volevo restare in ambito accademico, magari fare un dottorato, insomma, cazzeggiare un po’, ma avevo ben chiaro in mente che il mio punto di arrivo sarebbe stato il sistema pubblico. In quel momento e fino a qualche anno fa, era considerato un onore fare parte della Psichiatria pubblica. Nel gruppo delle mie conoscenze, con l’ingenuo sciovinismo tipico della gioventù, chi sceglieva di andare nel privato veniva guardato con una certa condiscendenza paternalistica, come se quella scelta fosse dettata più da una scarsa propensione al rischio che da un reale interesse verso un diverso approccio alla professione. Oggi come oggi questa situazione sembra essersi completamente rovesciata. Sono molti di più i neo-specialisti che decidono di non entrare affatto nel servizio pubblico, lasciando i concorsi deserti, o che ne escono quasi subito, magari poco dopo essersi conquistati il fantomatico “posto fisso”.

Dopo qualche minuto, l’annunciatore inizia la lettura dei titoli, il tono è pacato, quasi solenne, l’accento romano volutamente calcato fa pensare ad un certo compiacimento sornione. Da bravo giornalista navigato, si capisce che il suo mestiere lo appassiona e lo diverte. Quando poi arriva ai titoli di apertura di certi giornali di destra c’è da scompisciarsi. La combinazione di rigore intellettuale e finezza oxfordiana in certi casi è impareggiabile: “C’è poco da stare allegri: calano fatturato e PIL, ma aumentano i gay“, “Ai meridionali 3 cariche istituzionali su 4: comandano i terroni“, “Riscaldamento del pianeta? Ma se fa freddo!“… e via così.

Nello stato dissociativo in cui mi ritrovo, ancora frastornato dai pensieri notturni, la passione del giornalista e l’aggressività farsesca di certi titoli si confondono in un tutto indistinto. Il compiacimento genuino e la studiata volgarità si sovrappongono portando il mio pensiero in una direzione del tutto imprevista. Mi vengono in mente parole come autenticità e finzione, passione e cinismo, idealismo e realismo. Mi ritrovo a pensare al ruolo che rivesto, al modo in cui vivo la mia posizione all’interno del Sistema, e a come talvolta io mi senta galleggiare, incerto, confuso, in una dimensione che sta a metà tra il coinvolgimento autentico e il disincanto straniante.

Questa sensazione dipende principalmente – me ne rendo conto – dalla complessità dello stesso Sistema, che rischia sempre di soffocare nel nulla ogni possibile movimento in avanti.

Le moderne unità sanitarie locali, da settemila dipendenti per un milione di abitanti, sono strutture colossali, di proporzioni kafkiane, nelle quali, per quante energie tu possa spendere, per quanta buona volontà tu ci possa mettere, alla fine il fiume del tuo impegno perderà la sua compattezza e finirà per disperdersi in mille rivoli secondari, soffocato dalla farraginosità dell’organizzazione, dalle pastoie burocratiche, dalla miriade di piccoli conflitti quotidiani, dalla tua stanchezza e da quella dei tuoi colleghi.

La seconda parte esce il 30 settembre.

Un frammento di caos

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di Lorenzo Graziani

[Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal cap. 4, “Individuo”, di Lorenzo Graziani, Un groviglio di mondi. Tempo, spazio e individuo nella letteratura postmodernista, Mimesis, Milano-Udine 2026.]

Negli studi sul postmodernismo letterario si è spesso rinunciato a individuare un principio unitario, privilegiando invece un catalogo di caratteristiche stilistiche e tematiche – dall’autoriflessività alla parodia, dalla frammentazione narrativa all’instabilità identitaria. Muovendo dalla narratologia ispirata alla semantica dei mondi possibili, questo volume propone una prospettiva diversa: analizzare i mondi finzionali costruiti dalla narrativa postmodernista attraverso le loro componenti essenziali – spazio, tempo e individuo – per ricostruirne la peculiare configurazione. Il percorso culmina nella proposta di un cronotopo capace di rendere conto, in modo unitario, dell’immaginario proprio della letteratura postmodernista.

 

Dal cap. IV. INDIVIDUO

Oltre alla fusione, vi è un altro modo in cui i confini individuali vengono meno: l’identificazione completa con le proprie sensazioni. È ciò che accade, per esempio, in Altrove di Michaux e in Tornare a galla di Margaret Atwood.

[…]

In Tornare a galla di Atwood […] il disagio psicologico apre uno spiraglio verso il “fuori” – ciò che Deleuze e Guattari definirebbero, ossimoricamente, “vita non-organica” – e questo contatto assume una valenza politica. Il romanzo ruota attorno alla scomparsa del padre della narratrice, che pare essersi fuso con la natura stessa, complice la sua passione per la vita selvatica, gli animali e le loro leggende. La sua sorte non viene mai chiarita apertamente; ciò che emerge, invece, è il progressivo smarrimento della narratrice che, dopo aver trovato nella capanna paterna inquietanti disegni di creature umano-animali, sprofonda in un delirio che la conduce in un mondo completamente altro. Ne riemerge trasformata, con una nuova e più profonda consapevolezza.

Per molti aspetti, il romanzo del 1972 si presenta come un’amara satira della controcultura degli anni Sessanta. In particolare, mette in luce il fallimento della liberazione sessuale che, agli occhi della narratrice, non fa che rinnovare e rafforzare il privilegio maschile, offrendo nuove giustificazioni allo sfruttamento e alla sottomissione delle donne. Non dobbiamo infatti dimenticare che, negli anni Settanta – come sottolinea efficacemente Fisher – “i sogni della controcultura di rovesciare e rimpiazzare le strutture dominanti si sono ormai trasformati in una serie di gesti vuoti, in una retorica irrigidita”. Per altri aspetti, però, il ritirarsi della protagonista-narratrice, che rifiuta di aderire alle regole del gioco – “non sapevano che fare con me, dal momento che io non volevo giocare” – le apre una possibilità di libertà: ponendosi ai confini dell’umano, converte il suo disagio psichico in un’affermazione positiva di alterità.

Mentre la protagonista esplora i dintorni della casa d’infanzia in compagnia del compagno Joe e degli amici Anna e David, s’imbatte nel cadavere di un airone appeso “come la vittima di un linciaggio”:

perché non l’avevano buttato via e basta, come facevano con i rifiuti? Per dare una dimostrazione della loro forza, del loro potere di uccidere. Altrimenti l’airone non aveva alcuna utilità; per quanto bello da lontano non si poteva addomesticarlo, né cucinarlo, né addestrarlo a parlare; per loro l’unico modo di stabilire un rapporto con una cosa del genere era distruggerla.

La purezza della morte animale, la sua mancanza di motivazione, segna il distacco definitivo della narratrice dalla razza umana, che domina il mondo sotto il segno dell’utilità ed elimina – in senso fisico o metafisico, non fa differenza – tutto ciò che non può o non riesce a “utilizzare”. L’ordine della civiltà trova quindi nella protagonista ciò che Deleuze e Foucault chiamerebbero “un fuoco di resistenza”: la sua disarmonia, precedentemente vissuta come una mancanza di ordine personale, rivela ora un fondamento sociale e culturale, se non, addirittura, per certi versi, ontologico.

In più di un senso, Tornare a galla si inserisce perfettamente nel clima di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta. Se – nel linguaggio di quella che veniva comunemente identificata come antipsichiatria – “la salute mentale, o la psicosi, si misura col grado di convergenza o divergenza esistente fra due persone, una delle quali sia, per comune consenso, sana di mente”, sanità e malattia risultano essere concetti necessariamente relativi: chi rifiuta la civiltà viene bollato come schizofrenico e quindi integrato in un processo di cura che, secondo questa logica, si configura come sedazione di genuini istinti, volta al mantenimento dello status quo. La narratrice, infatti, occupa la posizione di quella che ne L’anti-Edipo viene definita l’anomalia prodotta dal sistema, capace però di incrinare il sistema stesso. E il compito della “schizoanalisi”, sostengono Deleuze e Guattari, è “condurre a termine il processo, non arrestarlo, non farlo girare a vuoto”.

La politicizzazione della malattia mentale diventa al tempo stesso un gesto di contestazione dell’ordine costituito e l’avvio di un “movimento di deterritorializzazione” alla ricerca di un nuovo assetto. Il rovesciamento dello sguardo denuncia infatti la società come malata, mentre il delirio della narratrice le permette di entrare in contatto con le forze ctonie e ancestrali che abitano i dintorni della casa d’infanzia – le stesse con cui probabilmente il padre era entrato in relazione. L’apparire e il dissolversi di questo mondo, che nei capitoli 17-26 si sovrappone con tale intensità alla dimensione “civile” degli amici da farla quasi svanire, avvengono attraverso un semplice cambio di regole, senza alcuna trasformazione sostanziale: non solo il dominio delle divinità ctonie non può essere liquidato come pura allucinazione, ma non contiene neppure alcun elemento di soprannaturale. Anche gli spiriti del padre e della madre incontrati dalla protagonista, così prossimi e al tempo stesso irraggiungibili, si configurano come forze vitali della natura: “niente è morto, ogni cosa è viva, ogni cosa attende di diventare viva”.

Nella “zona” creata dalla sovrapposizione dei due mondi, mentre tutti i corpi perdono i loro contorni e il loro spessore (“l’aria prende la forma degli uccelli”), crolla la barriera che divide il mondo interiore della protagonista – la sua coscienza, il suo Io – da quello esteriore. La totalità del reale appare dunque impressa sulla superficie di un nastro di Möbius in cui oggetto e soggetto, interno ed esterno, non sono che immagini fugaci, frutto di un divenire unico senza orientamento: “Fruscii nello spazio intorno a me; il verso di un gufo, dall’altra parte del lago o dentro di me, la distanza si riduce. Brezza, piccole onde che conversano a riva, acqua multilingue”.

Anche la differenza tra corpi e linguaggi viene meno quando la protagonista scopre – per usare l’espressione di Deleuze – “che i corpi in sé sono già linguaggio” e “che il linguaggio è sempre quello dei corpi”: “Gli animali non hanno bisogno della parola, perché parlare quando si è parola?” È questo il punto di massima identificazione con la Natura, il “divenire-mondo” della narratrice, il cui Io si configura come un puro evento, un luogo dove scorre il brulicante flusso della vita: “Non sono un animale o un albero, sono la cosa entro cui gli alberi e gli animali si muovono e crescono, sono un luogo”.

In uno dei momenti di massima tensione, la narratrice, nel disperato tentativo di ritrovare il padre, si immerge nel lago. Nel buio dell’acqua, “dal livello ancora più profondo, dove non c’è vita”, scorge “una scura sagoma ovale che trascinava con sé delle membra”. Che cosa ha visto davvero? L’interpretazione più immediata è che si tratti del corpo del padre; ma quella presenza potrebbe anche incarnare il rischio mortale insito nella sua discesa nel mondo non-umano, un territorio estraneo e pericoloso da cui riesce a riemergere solo a fatica, come se fosse stata strappata all’abisso all’ultimo istante.

Il “tornare a galla” della narratrice si configura allora come un movimento metafisico, ancor prima che psicologico, di emersione. La superficie è stata rotta e la narratrice, a costo di mettere seriamente a rischio la propria vita, trova il contatto con le forze primordiali da cui tutto trae origine. Tuffandosi, può così esplorare lo spazio occupato dalle ombre di ordini alternativi che aspirano a sostituire quello dominante e organizzare strategie di “resistenza al presente”. È in questo modo che l’autrice mobilita la sua disarmonia convertendola nell’affermazione positiva della sua alterità, una rivendicazione di disappartenenza: “c’è una creatura né animale né umana”. Ha sfidato la morte: si è immersa nel caos per riportarne una nuova singolarità, rendendo visibili le forze invisibili che trapassano ogni essere. E cos’ha riportato dal “paese dei morti”? “Questo, soprattutto, rifiutare di essere una vittima”: il suo non è più uno stato di malattia che richieda cure per tornare alla salute. È avvenuto un ribaltamento della situazione iniziale: la sua dislessia emotiva si è rivelata un sintomo di salute anziché di malattia, una traccia di esistenza alternativa da rivendicare nella sua specifica differenza rispetto alla maggioranza. Affinché ciò avvenga, tuttavia, dall’abisso del caos bisogna “tornare a galla”.

“Per noi è necessario, l’intercessione delle parole; e probabilmente verremo sconfitti, prima o poi, più o meno dolorosamente”: sebbene non si possa rinunciare del tutto all’ordine, a meno di non voler scomparire nella “Grande Corrente” come accade agli Emangloni di Michaux, occorre capire che, così come il mondo di partenza non era definitivo, non lo sarà nemmeno quello che contribuiremo a creare. Ed è proprio perché porta in sé il germoglio di un nuovo cosmo, strappato al caos, che la narratrice può riconciliarsi con Joe e con il linguaggio. La novità si insinua nel vecchio mondo, ne incrina la stabilità e, per quanto poco, lo trasforma. Presentata come un’artista di talento, la narratrice assume il compito di rendere visibile ciò che di norma rimane occulto, dando forma alle potenze che premono alle soglie dell’esistenza. E non è forse questa capacità una delle virtù che spesso contraddistinguono le grandi opere d’arte moderne? Si passa così dal livello diegetico a quello extradiegetico: se la narratrice si è immersa nel caos per riportarne un frammento, è tramite il romanzo di Atwood che quel frammento viene condiviso e introdotto nel mondo reale, malato d’umanità. Il libro stesso diventa allora il veicolo della creazione, invocata dalla narratrice, di una nuova terra e di un nuovo popolo – né animale né umano – che ancora non esiste: “in questo momento non ce ne sono altri ma bisognerà inventarne, ritirarsi non è possibile e l’alternativa è la morte”.

Il coraggio mostrato dalla protagonista nell’affrontare il proprio delirio, immergendosi nel mondo non-umano per riaffiorare con la consapevolezza della necessità di inventare una comunità futura (“l’alternativa è la morte”), rivela quanto la poetica di Atwood sia vicina alla visione di Deleuze e Guattari, i quali descrivono così la comune opera di filosofia e arte:

il pensiero stesso è talvolta più vicino all’animale che muore che non all’uomo vivo, anche se democratico. […] L’arte e la filosofia convergono su questo punto: la costituzione di una terra e di un popolo che mancano, come correlato della creazione. Non sono gli autori populisti, ma quelli più aristocratici a reclamare questo avvenire. Questo popolo e questa terra non nasceranno dalle nostre democrazie. Le democrazie sono fatte dalle maggioranze, ma un divenire è per natura ciò che si sottrae sempre alla maggioranza.

È probabilmente a questo “popolo bastardo, inferiore, dominato, sempre in divenire, sempre incompiuto” che si riferisce il “noi” dell’enigmatica frase di riconciliazione con Joe e il linguaggio. L’armonia, però, non è ristabilita: la narratrice – figura in cui si fondono la protagonista del romanzo e Atwood stessa – non si riappacifica con l’intera umanità, ma soltanto con coloro che, come lei, provano costantemente vergogna per la propria appartenenza alla razza umana, riconoscendo al contempo che, come ben sapeva Schiller, la voce della maggioranza non è garanzia di giustizia. Eppure, questi individui non cessano di agire, coltivando la speranza che la natura umana non sia scritta in caratteri indelebili, e che sia dunque possibile trasformare il malcontento e il disagio della minoranza in un impulso concreto al cambiamento. Ciò che tale minoranza afferma è che la figura dell’Homo Deus, che si crede al di fuori o al di sopra della Natura, può essere modificata: è l’unica maniera per rinviare, almeno temporaneamente, l’inevitabile fine che distruggerà completamente le forze dell’uomo.

Trafficare con la luce. Poesie inedite di Margherita Giorgi

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poesie inedite di Margherita Giorgi

Dal giardino ascende un colombo.

Ripete un silenzio.

 

Il suo occhio di pesce mi riporta

alla violenza delle spiagge,

quando – bambini in lontananza –

non prendevo sonno.

*

Strette strette come ringhiere

come lettere d’amore

in una stessa tasca

le operaie.

*

Per perdonare molte cose

ho scordato molte cose.

 

Questa sera

taglierò dai campi

e senza compagnia

nessuno riderà a sproposito.

 

Così

potrò intravedere

nel mio passo

forse

una docilità.

 

O riaccendere

nell’erba bagnata

le dorature delle voci

 

e dei giorni.

*

Sempre vicinissimo

è avvertire che ho un padre

ed è lui solo.

 

Eppure quando mi abbracci

e sento il palpitare svestito

il tuo povero sostare

e riconosco il mio petto,

come una federa posata su un lenzuolo,

allora sento

che vieni da un’altra vita,

sei dappertutto tu

come ovunque sono dappertutto mia.

 

E mi stupisco

alla fine

ingrata

probabilmente,

 

e compiaciuta.

 

*

 

Nel buio

si annunciano

due bocche e un solo viso.

E non rapprende il sangue,

non stinge la nuvola.

Ma una loggia

vedo che respira

nel petto,

 

ed esita

 

traffica con la luce!

Upgrade

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di Alessandro Urpi

Il venerdì Claudio se n’era andato alle sei, come sempre. Buon weekend, aveva detto dalla porta, con la mano alzata, senza voltarsi.

Il lunedì ci presentarono Claudio 2.0.

Lo portava in giro la Silvani, scrivania per scrivania, come si fa con gli stagisti. Diceva una parola nuova, aggiornamento, e la diceva con naturalezza, come se l’avesse sempre detta. Nessuno fece domande. Nemmeno io. Quando arrivarono da me, la Silvani rise e disse, voi due praticamente vi conoscete già. Claudio 2.0 mi tese la mano e disse piacere.

Aveva la stessa stretta. La riga dalla stessa parte, la fede allo stesso dito. Piacere, dissi anch’io, e mi sentii la bocca strana a dirlo.

 

Si sedette al posto di Claudio, accanto al mio. Regolò la sedia, che era già regolata. Sotto la scrivania c’era ancora lo scatolone con le sue cose: la tazza, il caricatore, un portafoto. Nessuno era venuto a prenderlo. Dalle risorse umane arrivò una mail sulla continuità operativa, e fu tutto.

I primi giorni lo studiavo di lato, come si guarda l’ora. Alle dieci si alzava per il caffè. Alla macchinetta premette lungo macchiato, poi lo zucchero, due volte. Due zuccheri. Rimasi a guardare il bicchierino che scendeva come se ci fosse da verificare qualcosa.

Con le battute vecchie rideva nei punti giusti, ma bisognava finirle. Con Claudio bastava cominciare. Ti ricordi quella del geometra, dicevo, e Claudio già rideva, e io ridevo che lui ridesse, e la battuta non arrivava mai in fondo da anni. Claudio 2.0 aspettava il finale con una faccia gentile. Il finale, detto tutto, non faceva ridere nessuno.

Otto anni, con Claudio. Due caffè al giorno, tre d’inverno. Scommettevamo su quale ascensore arrivava prima. Vinceva quasi sempre lui. Il sinistro la mattina è pigro, diceva, come se fosse una cosa che si sa. Quando mia sorella era stata in ospedale, quell’inverno, non mi aveva chiesto niente: aveva solo spostato la sua pausa pranzo dopo la mia, per tre mesi, senza dirlo. Io sapevo di suo padre, delle telefonate sulle scale antincendio, di quando usciva dicendo vado a prendere aria e tornava con gli occhi arrossati. E sapevo la storia di Genova, di prima del matrimonio, che non aveva mai raccontato a sua moglie. Non era niente di grave. Era grave solo che la sapessi io. Queste cose le sai solo tu, mi aveva detto una volta, alla macchinetta. Poi aveva guardato il bicchierino come se ci fosse scritto qualcosa.

 

Claudio 2.0 era più veloce. Chiudeva in un’ora le pratiche che a noi prendevano una mattina, e senza errori: un giorno gli resi indietro un fascicolo dicendogli che c’era uno sbaglio, e mi dimostrò che non c’era. La Silvani lo portava ad esempio nelle riunioni, senza guardare nessuno in particolare, guardando cioè tutti. A pranzo scendeva con noi e ascoltava molto. Dava del lei alla Silvani, che con Claudio si davano del tu da anni e una volta, alla cena di Natale, avevano pure ballato.

Una mattina, aspettando l’ascensore, chiesi ad alta voce, quale arriva prima. Lo dissi per me. Claudio 2.0 guardò i display, valutò. Il sinistro, disse, è più vicino al piano. Arrivò il destro. Non dissi niente.

 

Fu un giovedì di novembre che lo sentii fermo. Non si sente, uno che sta fermo, eppure lo sentii, come si sente che ha smesso di piovere. Fissava una cella del foglio di calcolo. Una formula da niente, un cerca verticale, roba da corso base. Il mouse faceva un giro sul tappetino e tornava al centro. Poi lo stesso giro, identico.

Qui c’è qualcosa che non torna, disse.

Passò un minuto. Qui c’è qualcosa che non torna.

Identica. Anche le pause.

Claudio si incantava così. Sui totali che non quadravano di un centesimo, sulle fatture coi decimali sbagliati. Una volta ci aveva perso una mattina intera, un centesimo, e più passava il tempo più si irrigidiva, le spalle su, il collo avanti, finché non era più questione del centesimo. La prima volta che era successo a me, anni fa, per la presentazione ai tedeschi, era stato lui ad alzarsi. Vieni, aveva detto. Non lo guardare più. Mi aveva portato in terrazza, al settimo, dove vanno quelli che fumano. Non fumava nessuno dei due. Faceva un vento che spostava. Avevamo parlato dell’antenna sul palazzo di fronte, di chi ci fosse mai salito a montarla. Uno che non ha paura, avevo detto io. Uno pagato bene, aveva detto lui. Poi eravamo scesi e la frase per la slide era venuta da sola, come se fosse rimasta ad aspettarmi alla scrivania.

Guardai Claudio 2.0 fare il terzo giro col mouse.

Vieni, dissi. Non lo guardare più.

Si alzò subito. Questo mi sorprese: Claudio faceva resistenza, ancora un minuto, quasi ci sono, e bisognava quasi tirarlo su per la giacca. Claudio 2.0 mi seguì e basta, come se aspettasse solo che qualcuno glielo dicesse.

In terrazza faceva freddo. Il cielo basso, l’antenna al suo posto. Restammo un po’ in silenzio, appoggiati dove si appoggiano tutti, dove la ringhiera è più chiara. Poi mi chiese se salivo spesso, qui.

Prima sì, dissi.

Non chiese prima di cosa. Guardava l’antenna anche lui.

Scendemmo. Si sedette, scrisse la formula al primo colpo, invio. Grazie, disse, senza voltarsi. Per tutto il pomeriggio sentii la sua tastiera andare liscia, e mi accorsi che il suono mi faceva compagnia.

 

Diventò una cosa nostra. Non capitava spesso: una volta al mese, forse meno. Io sentivo il giro del mouse, la frase ripetuta identica, e dicevo, vieni. Lui si alzava subito. In terrazza parlavamo del freddo, dei piccioni, dell’antenna. Mai del lavoro, mai della formula. Una volta mi raccontò che la mattina, arrivando, contava le finestre già accese del palazzo e provava a indovinare chi c’era dietro. Non ci prendo mai, disse, e sembrava contento così. Claudio non avrebbe mai detto una cosa del genere. Risi, e non per gentilezza. In ascensore, scendendo, mi accorsi che stavo bene. Mi sembrò di tradire qualcuno. Ma stavo bene.

A dicembre lo invitarono alla cena di Natale e venne, e a un certo punto la Silvani gli diede del tu. A gennaio mi tenne da parte l’ultimo caffè della macchinetta in manutenzione, il bicchierino sulla mia scrivania, sopra un post-it senza niente scritto. Cominciai ad aspettare il caffè delle dieci.

 

A febbraio si bloccò di nuovo. Un’anagrafica doppia, una sciocchezza. Vieni, dissi. Salimmo. C’era un sole freddo, di quelli che illuminano e basta. Si sbloccò ancora prima di scendere, si vedeva dalle spalle, dal collo tornato al suo posto. Era contento. Parlò delle finestre accese, del fatto che a febbraio si accendono prima. Sulla porta della terrazza si fermò e la tenne aperta per me.

Questa della terrazza la racconto al tuo upgrade, disse. Vedrai che gli piace.

Passai per la porta che mi teneva aperta. Scendemmo con l’ascensore pieno di gente. Era arrivato per primo il sinistro, ma non lo dissi. Alla scrivania mi chinai a raccogliere una penna. Lo scatolone di Claudio era sempre lì, sotto, con il portafoto a faccia in giù. Pensai che prima o poi dovevo dirlo a qualcuno, di venirlo a prendere.

(n.b.: fotografia di Daniele Muriano)

Dean’s Rag Books: libri da abbracciare

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Biblioteca San Giorgio – Pistoia
1 settembre – 3 ottobre 2026
9:00 – 19:00

Una mostra dedicata ai Dean’s Rag Books, gli straordinari libri di pezza prodotti dalla casa editrice inglese Dean & Son, considerati tra i più importanti esempi di editoria per l’infanzia della fine dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento.

L’esposizione offre al pubblico l’opportunità di conoscere una produzione editoriale tanto raffinata quanto innovativa. I Dean’s Rag Books nacquero dall’intuizione di sostituire la fragile carta con il tessuto, creando libri morbidi, resistenti e sicuri, destinati ai bambini più piccoli. Illustrati con vivaci cromolitografie e stampati direttamente sulla stoffa, rappresentano una tappa fondamentale nella storia del libro illustrato e dell’editoria infantile. Questi volumi, oggi ricercatissimi dai collezionisti e conservati nelle più prestigiose biblioteche e collezioni internazionali, testimoniano un momento di straordinaria creatività editoriale, nel quale la funzione educativa si univa alla ricerca estetica e all’innovazione tecnica.

La mostra presenta una significativa selezione di esemplari originali, consentendo di ripercorrere l’evoluzione dei libri di pezza attraverso personaggi, fiabe, filastrocche, alfabetieri e racconti che hanno accompagnato l’infanzia di generazioni di bambini. L’iniziativa intende inoltre valorizzare un patrimonio bibliografico poco conosciuto in Italia,
mettendo in luce il ruolo dei Dean’s Rag Books come autentici precursori del moderno libro tattile e del libro-gioco, oggi strumenti fondamentali per il primo incontro dei bambini con la lettura.

 

La specie è superata

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di Pasquale Vitagliano

E se Mancini avesse fatto la scelta di Majorana? Fulvio Mancini è scomparso insieme alla moglie e al figlio di quattro anni. A chiedersi se ci sia un nesso tra due scomparse è un giornalista del Piccolo di Trieste. Mancini è un informatico. Il giornalista è Luca Quarin, figlio di un altro giornalista, Pietro, molto attivo e noto alla fine degli anni ’90, al tempo di Tangentopoli e agli albori del Vento del Nord, l’ascesa della Lega e dei movimenti regionali. Il richiamo al capolavoro di Leonardo Sciascia sul mistero di Ettore Majorana, forse il più brillante dei ragazzi di Via Panisperna, non è solo un pretesto narrativo. Si tratta, infatti, di un legame testuale. Anche Il futuro della specie (Miraggi, 2026), il nuovo romanzo libro di Luca Quarin è un’inchiesta filosofica. E la scelta dell’omonimia tra autore e personaggio è per il lettore la garanzia che la storia è falsa. La struttura narrativa è quella del giallo – ricostruzione di una vicenda oscura attraverso indizi – ma non si tratta di scovare alcun colpevole. La verità non è poliziesca ma etica e filosofica, appunto. A differenza dei dilemmi di Majorana, però, qui il tema non è la responsabilità umana di fronte alla costruzione di un’arma che potrebbe distruggere il mondo. In gioco questa volta non è la sopravvivenza dell’umanità, bensì quella della sua civiltà messa in discussione dalla potenza generativa dell’Intelligenza Artificiale.
Quarin protagonista del romanzo è un uomo in crisi dentro una società al tramonto. La sua compagna diffida di lui e il suo caporedattore non crede nella sua inchiesta. Si trova dunque in bilico tra un passato che stenta a voltarci le spalle, anzi incombe ancora come la figura paterna e un futuro i cui contorni sono immersi nella nebbia come il destino di Mancini e della sua famiglia. La storia che leggiamo è una foresta sconosciuta e insidiosa. Ci inoltriamo in essa interrogandoci fino a che punto la narrazione plasmi la realtà, e non il contrario cosicché il protagonista sia in qualche modo il doppio dell’autore. Ci viene così presentata una nuova versione di auto-fiction, una versione psicanalitica, in quanto la contrapposizione non è tanto tra verità e finzione, ma tra realtà e rappresentazione. Ad ancorarci è la cronaca del presente e quella del passato. Il rogo di Notre Dame e i ragazzi di Panisperna; Lacan e le migrazioni attraverso la rotta balcanica; il curling e l’intelligenza artificiale; il machine learning e l’antropocene: il viaggio di Quarin prende energia da continui salti narrativi, grazie ad un uso misurato e coerente della tecnica dell’hiperlink. Non leggiamo un anti-romanzo alla Pasolini, ma un post-romanzo, nel quale più che Carrère sentiamo la presenza di Houellebecq, e addirittura di David Lynch. Cos’è, infatti, l’indagine di Quarin se non un detour?
Come Hari, la protagonista femminile di Solaris, sarà la presenza di Maria, una biologa, guarda caso, a condurre Luca verso la soluzione dell’enigma. Ma a suggerirgliela saranno le piante la cui intelligenza non è meno stupefacente di quella artificiale.