
di
Azra Nuhefendic
(note di lettura sul libro, Sahib di Nanid Veličković)
“Saragevo”, cosi in modo sbagliato, pronunciavano il nome della città quelli che per primi si sono recati a Sarajevo, all’inizio della guerra: i giornalisti e i membri delle varie organizzazioni internazionali. Molti, ancora prima che venissero là, o giù (perché per definizione quelli che sono diversi dal mondo civile sono sempre giù) si prendevano per “gli esperti” della nostra storia, dei nostri costumi e della situazione politica in Bosnia ed Erzegovina.
Viaggiavano per il mondo in comitiva, in giro per guerre e conflitti come quei vacanzieri che frequentano i villaggi turistici sapendo che in qualsiasi posto del mondo essi vadano, troveranno sempre le medesime condizioni, un identico contenuto, mentre oltre il recinto ci saranno i locali, anch’ essi identici, dappertutto. Da un momento all’altro anche noi bosniaci siamo diventati “locali”, “indigeni” e assai presto ci siamo accorti che l’erronea pronuncia del nome della città era la cosa meno grave che potesse accaderci.







