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A un amico: per Boris Mikhailovič Hoffman

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di Giovanni Catelli

boris hoffman e il figlio benjamin

Ci siamo detti do vstreči e do skorovo, l’ultima volta, ricorda, Monsieur Boris?
Mi ha voluto accompagnare, attraverso la breve serra del cortile, sino alla soglia del Boulevard, per un po’ d’aria fresca, per uscire, da quella navicella colma di libri e di par ole, che riceve il suo silenzio dalle vie quiete del retro, sospese in un’eterna provincia, prima della grande luce di Rue Gay-Lussac.
Parlavamo di Kiev, ne sono certo, e di un suo trascorso viaggio, attraverso la memoria ed il tempo, incontro al presente, passeggero, e all’avvenire che non cessa, nella nostra speranza, di ricongiungersi al passato, e ricreare quasi un cerchio, magico, che spieghi, che giustifichi, a riscuotere ogni breve, lucente moneta del ricordo, a riscattare ogni gesto che rimanga, nel vago limbo dell’attesa, e della sua domanda senza voce;

Penumbria

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di Ottavio Fatica

Per Eugenio

Il treno era in ritardo, tanto per cambiare,
sulla tratta scaduta da Roma a non so dove
e sono sceso a Chiusi con mezz’ora di ritardo
su poco più di un’ora di percorso.
Vado a trovare i miei mi andavo ripetendo
da un po’ di tempo in qua; dopo il trasloco
dopo tanti anni al primo squillo che ricevo
mi aspetto ancora di sentire
la voce di mia madre all’altro capo.
La decisione a lungo rinviata
l’ho presa come al solito d’un tratto
nei giorni di un’estate tropicale.

Dietrology

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Kultur- One
Natale a Beverly Hills, film di interesse culturale nazionale
A conti fatti il cinema italiano noi lo aiutiamo. Con i nostri incassi facciamo bene a tutti».
Essi dicono

Kultur- Two
“Wenn ich Kultur höre … entsichere ich meinen Browning”. Meaning: “Whenever I hear the word culture… I release the safety-catch of my Browning!” – Hans Johst – Schlageter (Act 1, Scene 1). Essi dissero.
E tu, cosa dici?

La terra di Piero

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emigraPartono i bastimenti
di
Piero Berengo Gardin
Non sono le fotografie di Jacob A. Riis sulla vita e il lavoro degli emigrati negli ‘slums’ della New York otto-novecento, né quelle di Lewis W. Hine, ugualmente famose, degli operai appesi nel vuoto dell’Empire State Building. Non sono le immagini inchiesta di Paul Strand sulla Luzzara post-neorealista di Cesare Zavattini, né le foto bibliche di Sebastiao Salgado o la celebre effige del ‘manovale’ di August Sander. Sono piuttosto la testimonianza diretta di un’ampia antologia tutta italiana sulla fatica, il lavoro e l’esodo di coloro che furono attratti dal miraggio di una terra promessa. Vediamo dunque perché questo tipo di fotografia ha quel qualcosa in più che la distingue da qualsiasi altra, ricordando a distanza di tempo un’operazione di rilevamento etnografico multimediale indirizzato ad una vasta platea televisiva.

l’uovo oggi e la gallina domani

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win-for-life

di Chiara Valerio

Nel tabacchi di via Zanardelli non si gioca a Win for Life. La signora del bancolotto mi dice Si gioca nelle ricevitorie del Superenalotto. Io le domando se molta gente viene a chiedere di giocare a Win for Life, mi risponde sorniona che no, che la gente ha imparato. Che la gente lo sa. La signora mi guarda e forse pensa che ho trentanni anche se ne dimostro meno, che sono precaria anche se ho una bella giacca per i mezzi tempi, e che forse non mi va di lavorare anche se i fogli che spuntano dalla borsa mostrano una grafia minuta. Forse pensa che studio. Chi lo sa. Io compro una scatola di fiammiferi mentre la signora continua a guardarmi e un po’ si preoccupa perchè se nella sua ricevitoria avessi giocato a Win for Life forse non avrei comprato i fiammiferi per dar fuoco a qualcosa. Io invece esco e coi fiammiferi mi accendo solo una sigaretta perchè mi piace l’odore dello zolfo.

dietrology

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Cinéphile
di
Pasquale Vitagliano

Non è affatto calmo questo caos,
rifluisce alla sua natura di intemperie,
di disordine che non si lascia a terra,
che si porta come calce nei palmi.

Non è cinematograficamente corretta
questa inconsolabile lotta contro il petto,
senza alcun motivo musicale, amputata
di ogni colonna sonora che ti batteva
nella testa, ed ora sprofonda sorda nel ricordo.

L’ hai presa da dietro la voglia di farla finita,
un’eclissi carnale che ti spegne come la terra
messa a tappeto da un siderale sole notturno
che rimbomba come uno sparo in una camera chiusa.

Fuoco amico

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Fuoco amico è il fuoco, l’offensiva che proviene dal nostro esercito, dai presunti alleati. Il fuoco amico ha tutte le caratteristiche dell’elemento – ustiona, distrugge, ma con il compito di difenderci, di tenerci protetti in un paese ostile. Perciò esserne raggiunti, colpiti, è una sorpresa crudele e beffarda, quanto niente affatto improbabile. Non esiste, infatti, un luogo sicuro. Soprattutto se lo cerchiamo in noi stessi, a fondo nella nostra carne, quotidianità, terra di provenienza. A queste cose pensavo, leggendo appunto Fuoco amico, il nuovo bel libro di Paolo Maccari, da tempo atteso e finalmente uscito per Passigli. La poesia di Paolo non è indulgente, non consola, nemmeno quando ha moti di tenerezza, quando cerca compagni d’esperienza – si ritrova piuttosto in un continuo tradimento (una delle parole più frequenti del libro): dei maestri (di vita e di poesia, della strada impervia sulla quale le due coincidono e si fronteggiano); del passato e dei suoi volti; della propria fondamentale solitudine congiunta ad un bisogno altrettanto netto di trovarsi alla fine sodali, seppure non compresi, in un comune destino della specie.

Appunti sul prato

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Senza-titolo-1 di Mariasole Ariot

L’ultimo prato che ho visto
Evidentemente il ricordo ha una traiettoria in salita. Il prato è a quattromila metri d’altezza, il lago al centro come un punto di raccolta dell’immaginario, ci sono donne invisibili che danzano – l’unico animale disteso al fuoco ascolta il rumore della goccia.
Le lacrime ad alta quota formano laghi vecchi millenni.

Premio Dedalus – Classifiche totali dicembre 2009

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NARRATIVA

1) N. Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi- p. 52
2) L. Pugno, Quando verrai, minimum fax – p. 43
3) G. Mozzi, Sono l’ultimo a scendere, Mondadori – p. 19
4) E. Albinati, Guerra alla tristezza!, Fandango – p. 14

Giornata internazionale dei migranti

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Tra le tante voci dei migranti – che potete ascoltare su www.radio1812.net/it
aggiungerei quella del poeta uruguaiano Mario Benedetti:

QUESTA E’ LA MIA CASA

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.

ANIMAzioni#06: “Labyrinth” [1963] di Jan Lenica

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un antidoto alla bufera delle bruttezze di questi giorni – alla mancanza di ironia – di fantasia – di tutti i tempi e i regimi

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Jan Lenica (4 Gennaio 1928, Poznań, Polonia – 5 Ottobre 2001, Berlino) – mancato architetto – grande disegnatore e animatore polacco –

Prose da “Le birre sonnambule”

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di Marco Papa

tra-le-nuvole

I

Il 16 febbraio 1964, giorno del mio nono compleanno, vengono a guardarmi dentro il letto, come se fossi il cinema.
Seguono ingordi il ballo delle pieghe delle lenzuola, l’affiorare il gonfiarsi e lo sparire di onde bianche e brune, di cavalloni. Dal soffitto pendono i miei nemici, come salumi messi a stagionare. Gli ospiti ci sbattono la testa e bestemmiano un po’; mi scuso per le sgarberie di quei brutti merluzzi dei miei nemici che mi odiano e trovano sempre il modo di guastare la festa. Con molta comprensione, gli ospiti ci passano sopra e si accendono un po’ di sigarette. Mi piacciono, perché sono giovani e vestiti bene, vellutati. Dentro il letto, io continuo a rotolarmi, in un goffo tentativo di seduzione.
“Mi avete portato dei regali? Volete suonare qualcosa?”. Hanno le mani vuote, nella testa non c’è musica per le mie orecchie.
Uno di loro, però, non se la sente di lasciarmi così: tira fuori un temperino e si mette a incidere un pomello del mio letto. Io lo seguo con gli occhi, mentre il legno perde la buccia e prende un viso peloso e zannuto. “Lo sai che cosa è questo?”. Non lo so. “È un tricheco. Buona notte!”.

Il discorso letterario alla prova del reale

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cava di giallo reale

note per una critica a venire
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di
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Dimitri Chimenti
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Massimiliano Coviello
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Francesco Zucconi

L’aspetto più farisaico della menzogna implicita nel concetto di decadenza
è la pedanteria con cui, nel momento stesso in cui si lamentano
scarsità e declino e si registrano i presagi della fine, a ogni generazione
si fa la conta dei nuovi talenti e si catalogano le nuove forme
e le tendenze epocali nelle arti e nel pensiero.

G. Agamben, Idea della prosa

1. Il contesto attuale.
Il nostro orizzonte comunicativo si fonda sempre più su parole-marionetta che ci rendono ad un tempo vittime e propugnatori di un continuo impoverimento del senso comune che passa soprattutto attraverso il linguaggio. Il lavoro estetico contemporaneo, nella misura in cui abborda il “reale”, non può fare a meno di inciampare nelle sclerosi del senso comune e nelle strategie retoriche adottate per veicolare il consenso. Non stupisce dunque che sia proprio a partire da un montaggio e da uno smontaggio delle figurine e dei cliché che appannano la nostra vista sul mondo, che la scrittura letteraria sembra aver ritrovato un’autentica possibilità operativa.
Sono i libri di Roberto Saviano, Marco Rovelli, Wu Ming, Eraldo Affinati, Giuseppe Genna, Marco Philopat, Alessandro Bertante, Babsi Jones, Helena Janeczeck, Walter Siti, Giorgio Vasta (ma l’elenco non può che essere provvisorio e incompleto) a evidenziare innanzitutto l’avvenuto recupero di una credenza nel mondo e nelle sue possibilità di cambiamento.

Reading di poesia per Renée Vivien

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18 dicembre 2009 ore 21
presso Ireos Via De’ Serragli 3 – Firenze

Queer/mmage per Renée Vivien (1909-2009)
Reading poetico con drink

démocratie

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di
Frédéric Pajak e Francesco Forlani

pirla uno copy

Mussolini, Bellocchio, e l’imbrigliata rappresentazione del male

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di Giacomo Sartori

Mussolini_public_speaking_250In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei romanzi che mi fanno l’occhiolino dalla pila di libri in attesa di essere letti, e invece vado avanti stoicamente, so che andrò avanti fino alla fine (mi manca poco). Per senso civico, perché documentandomi per scrivere un mio romanzo ho capito quanto sia importante la storia del fascismo per capire qualcosa del presente.

Certo nemmeno la Sarfatti è un bel personaggio, certo il suo pervicace arrivismo, la sua sempre interessata intelligenza, i suoi ininterrotti intrighi, mettono un po’ a disagio, finiscono per dare un senso di capogiro. Ma quello che colpisce di più nella sua biografia è pur sempre l’assoluta e costante abiezione di Mussolini, con il quale la donna ha avuto una lunghissima relazione con risvolti fondamentali per la storia nazionale (il determinante sostegno finanziario, umano, ideologico, fornito dalla Sarfatti in alcuni periodi chiave del futuro dittatore, e più tardi il ruolo importante della stessa nelle vicende della cultura nazionale).

sedizione

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(ragionamenti post-Spatuzza)

di Gianluca Cataldo

Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’evidenza per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo come crediamo di conoscerlo.

Scaffali nascosti (5) – Via del Vento

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«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).

di Andrea Gentile

C’erano le classiche liti all’italiana nella Pistoia di fine Quattrocento. Si scannavano sul serio Panciatichi e Cancellieri. Ma un giorno – il 17 luglio 1490 – la Madonna dell’Umiltà dipinta nella chiesetta di Santa Maria Forisportae espresse il suo sdegno: tre rivoli di «prodigioso licore». E fu il classico miracolo all’italiana. Subito dopo si decise di costruire il santuario per commemorare l’evento miracoloso e ad aprire i lavori fu nel 1495 Ventura Vitoni.

Oggi Vitoni è il nome di una via a un passo dalla basilica.

L’imperfezione dei cardini. Poesie di Antonio Bassano

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di Maeba Sciutti

Opera prima di Antonio Bassano, L’imperfezione dei cardini è un crocevia di elementi costitutivi. La voce del poeta, caratterizzata da una solida sonorità lirica, acquista una dimensione prettamente personale nel momento in cui l’autore fa emergere il proprio vissuto, l’episodicità come carattere in rilievo, punto di rottura dell’andamento poetico. Così, momenti apparentemente disgiunti dal corpo poetico assumono la connotazione di punti focali, direttive, mappe personali che guidano il lettore durante tutto il percorso del libro