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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Un appunto. A proposito di Ramstein

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di Volker Braun

a cura di Anna Chiarloni

[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica, Provokation für mich, centrata – come in generale tutta l’opera, sia poetica che narrativa e teatrale – sull’analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo, Luf-Passion (2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l’attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]

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La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.

Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”. Deal: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.

Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: Perché si muore, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun – e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare – e raddrizzar le cose!”.

Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio… Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: Come invecchiare, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.

Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. Alloggia, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.

Ottant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.

Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.

Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!

Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un’autentica esperienza di libertà.

Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.

Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell’aria già aleggia la famosa risposta: Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.

Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.

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L’intervento qui tradotto per “Nazione Indiana” è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla “Berliner Zeitung” e dalla “Ostdeutsche Zeitung”. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un’intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.

Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente.

Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»

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di Stefano Bottero  

 

«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one

eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»

Derek Jarman, luglio 1990

 

«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini». [installazione] figure della perdita di Stefano Bottero è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»

Pubblico qui alcuni estratti in anteprima. Le partiture visive sono di Giuditta Chiaraluce.

 

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L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.

Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco – perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.

Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento – con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».

Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo – dopo, il collasso.

 

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Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma – gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.

Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.

La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio – mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.

***

19

Dalla poesia alessandrina in avanti – la composizione impone all’artista non più il collasso ma il ripetersi del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.

Insopportabile, il gesto diventa serie – il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.

La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega –

il racconto di Kafka non ha termine.

***

19.1

La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero – altrimenti

«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».

 

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B

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Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

 

Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo
di
Lorenzo Catalini

Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.

 

Bramito del cervo, il
di
Alessandro Ciacci

“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.

Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.

Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…

“Macché sette lettere! Come fa, l’hai mai sentito dal vivo?”
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”

La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.
La seconda è: voglio devolvere il mio 8×1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.

Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.

Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia… Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.

Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un’indigestione di Pandoro Bauli.

“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l’ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.

Uno: di sicuro c’è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio… No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.

Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l’eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.

Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.

Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio… “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”

Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c’è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?

Politiche della memoria

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di Niccolò Furri

«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in Méditerranée di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai lieux de mémoire di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.

Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri Tesi di filosofia della storia quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»[1] e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.

Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo  nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all’interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l’anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent’anni dall’istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti  (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l’esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento […] al suo contesto storico specifico, […] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»[2], mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite […] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»[3] il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell’altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli “Italiani brava gente”, uccisi “in quanto Italiani”, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.

Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell’Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall’amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959[4]. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un’ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.

Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»[5]) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall’estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria[6]. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»[7] a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell’accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»[8] Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l’Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l’alto a seguire l’altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l’implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell’opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le deformazioni, in quanto materia in formazione, sono anche informazione[9]

Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come quelli che potremmo chiamare lieux d’oubli, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell’identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c’è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»[10] attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.

Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all’interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»[11] e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.

  • Note

[1] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1962, p. 77

[2] Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90

[3] ivi, p. 49

[4] Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. La Foiba di Basovizza, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf; Jože Pirjevec, Foibe. Una storia italiana, Einaudi, Torino, 2009

[5] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 76

[6] Cfr. Andrea Martocchia, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Odradek, Roma, 2011

[7] Rosanna Rizzi, Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta, Politecnico di Bari – Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta

[8] ivi

[9] Eyal Weizman, Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee, Meltemi, Milano, 2022, p. 78

[10] Furio Jesi, Mito, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119

[11] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, cit., p. 78

Oltre la diaspora. Storie di fantasmi

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di Daniele Comberiati

Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più.

Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera…), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.

Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?

No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.

Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.

Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.

Les nouveaux réalistes: Pino Lucà Trombetta

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Verda
di
Pino Lucà Trombetta

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Quando mi vidi riflessa nella porta a vetri del Bouillon Chartier sussultai: occhiaie scure, pelle spenta, capelli spettinati.
Ero uscita dalla Fondation Suisse, dove abitavo, nell’ovatta del sonno. Mi ero sforzata di leggere alcune pagine della Société post-industrielle di cui dovevamo parlare nel pomeriggio. Poggiai la testa sul libro per una ricarica che durò fino alle due e mezza. Ci volevano almeno quaranta minuti: fino al metro, poi linea 4, coincidenza; e di corsa in bd Montmartre. E dovevo rendermi presentabile.

Cercai il pettine nella borsa a tracolla.
Ma c’era Rocco che apriva la porta e mi fissava. Non volevo mi vedesse così. Mi sentii nuda.

– Mi sono addormentata leggendo Touraine – dissi.
– Non aiuta a star svegli – rispose lui ridendo.

Mi ripresi indugiando, nella parete a destra, sulle foto in bianco e nero dell’inaugurazione del ristorante a fine Ottocento. Non volevo confrontarmi subito con le teorie di Touraine sui movimenti sociali che non capivo, e con Arduino: all’ultimo incontro, voleva convincermi delle motivazioni di classe dell’invasione turca a Cipro.

Quando lo raggiunsi, si limitò a un grugnito senza smettere di far stridere il pennarello sulla tovaglia di carta. Fece gli ultimi ritocchi. Poi passò al film “La Ciociara” su cui voleva fare la sua ricerca.

– Parla dello sfruttamento capitalistico…
– Sempre quello – rise Rocco
– …dell’opposizione città e campagna, borghesi e proletari.
– Non è sempre lotta di classe – aggiunsi, per proteggermi soprattutto

Poi Rocco iniziò a spiegare il suo, di schema. L’aveva disegnato sulla tovaglia, accanto all’altro. Era su certe lotte di alcuni anni prima a Reggio Calabria per il Capoluogo. Fu interrotto dal cameriere con un grande vassoio in mano, col Beaujolais e le costolette, che li seppellì entrambi. Ci sedemmo.
Il tavolo era in una postazione rialzata che allargava lo sguardo. Le cappelliere d’ottone, i vetri in motivi floreali, l’orologio al centro della vetrata alludevano alle hall liberty di certe stazioni di Parigi. Ero arrivata da poco in città e m’immaginavo in sala d’aspetto, in attesa di un treno.

Mentre prendevo appunti, fra una patatina e un sorso di rosso, sentii un’euforia che da tempo non c’era. Al diavolo fondotinta e copri-occhiaie – mi dissi, aprendo un’altra pagina del block-notes – Qui valgo per ciò che ho da dire. E Cipro accende sempre l’interesse.
Loro due non sapevano cosa c’era stato e quanto mi riguardasse.
Alla fine proposi di scrivere io l’introduzione comune alle nostre ricerche.

Sul Boulevard ci salutammo. Si era fatto tardi. Arduino corse a raggiungere i compagni del collettivo. Io cercavo le parole, quando Rocco mi propose di tornare a piedi insieme alla Cité Universitaire.

2

Camminammo a lungo. Quando arrivammo alla Fondation Suisse erano le dieci. Lui volle entrare, con la scusa che è una maison storica. Gettonammo due baguette al distributore e sprofondammo nelle poltrone blu del salone, di fronte alla Peinture du silence che riempiva la parete.
Dopo, mi chiese di vedere dove vivevo.

Nel corridoio c’era una lama di luce sotto la porta. La lampada dello scrittoio era rimasta accesa. Sul tavolo La société post-industrielle aperto alle pagine che avevano accolto il mio sonno. L’aria viziata frenava il respiro. Avrei preferito trovarmi ancora di fronte all’affresco di Le Corbusier o prima, sotto le colonne dell’ingresso, e dirgli buonanotte.

Aprii la finestra.
L’umidità e il rombo lontano del Bd Periferique facevano emergere la camera dal suo isolamento.

– Volevo solo fuggire stamattina — dissi.
– Non stai bene qui?
– Non so… non è ancora il momento
– Non sei obbligata – replicò.

Rimase in silenzio.
Ma, a qualcuno dovevo dirlo, forse lo meritava, l’avrei capito dopo.
Un soffio piovoso bagnò la plastica trasparente del grammofono. Abbassai il vetro e schermai la lampada sul tavolo con un fazzoletto rosa. Nella penombra, mi disponevo a raccontare. Lui sedette nella poltroncina, mettendo sul letto i vestiti e la biancheria che c’erano sopra.

Cercavo un punto da cui iniziare.
Mi venne in mente la festa di Hanukkah, a fine anno, a Famagosta.

– Celebravamo, insieme alla Festa delle luci, la vigilia del matrimonio con Eli. Il mio fidanzato di Istambul.
– Non sei nata a Cipro… – interruppe Rocco
– Avevo raggiunto mio padre quando era rimasto vedovo. Per non abbandonarlo in un paese straniero.
– Poi?
– Ci furono le benedizioni cantate da Eli e da mio padre, gli amen entusiasti dei parenti. Io speravo solo che qualcosa interrompesse quella messa in scena. Mi venne in mente un terremoto che demolisse l’appartamento al piano sopra dove avrei vissuto da sposata.
– Nientemeno – commentò.
– Si, da un mese, dopo la scuola, andavo a casa di Yorgo, collega del liceo dove insegnavo. Aveva vent’anni più di me. Non sapevo come dirlo a mio padre e a Eli, a quel punto, ormai.
La mano tremava mentre, con la candela al centro, accendevo gli altri otto bracci. Ogni nuova fiamma avvicinava il punto di non ritorno.

Andai a bere dal lavandino intasato

– Non so perché te ne parlo.
– Puoi smettere… – fece lui, come prima.
– …Forse perché ne ho bisogno.

Tornai al mio posto.

– L’indomani mattina mio padre prima di uscire mi abbracciò stretta: grazie a me, si sentiva finalmente a casa su quell’Isola. Piangeva.
In quel momento decisi.
Scrissi la lettera, la lasciai sul tavolo in mezzo agli avanzi della festa e feci la valigia.

Rocco poggiò la testa fra le mani, protendendosi.

– A casa di Yorgo, mangiammo una torta di spinaci al sole, nel balcone e ci ubriacammo.
Verso mezzanotte, mentre finivamo la bottiglia di retzina, vidi dalla finestra, in fondo al molo, l’agenzia di mio padre illuminata.
C’era andato lo stesso, come se la lettera non l’avessi scritta.

Girai nella stanzetta aspettando che i battiti rallentassero.

– Ti annoio? – dissi per mascherare il rosso che sentivo in viso. – Questo è il primo tradimento: il mio.
– Ce n’è un altro? – chiese lui con un’ironia che mi alleggerì.

Sedetti sul letto, accanto alla poltroncina.
Non gli parlai dell’anno con Yorgo. Ripresi da quando i turchi arrivarono e portarono la guerra civile.

– Il liceo convocò un’assemblea per cancellare il mio corso di cultura turca. Yorgo mi assicurò che avrebbe lottato per me. Ma seppi che l’abolizione era passata all’unanimità.
Il primo pensiero fu: “me lo merito”.
Da un mese non c’era luce nell’agenzia di mio padre.
I turchi evacuavano la città.

Rocco mi raggiunse e mi massaggiò le spalle. Riempii i polmoni e mandai fuori l’aria, lentamente, guardando il linoleum verde striato del pavimento. Restammo così.
Poi propose di riordinare la stanza.

Estrassi il telo verde acqua dalla cassettiera: una delle poche cose che mi ero portata da Istambul. L’avevo comprato in un viaggio con mio padre nell’Egeo, prima di Cipro.
Lo stesi sul letto e appoggiai contro il muro i cuscini blu raccolti da terra. Lui intanto estraeva i capelli dal lavandino. Non volevo, ma lo lasciai fare.

Quando tutto fu in ordine, mi sentii leggera. Andai alla finestra e sollevai il vetro.
Il suono della notte riempì la stanza.
Lui stava sul letto allestito a divano.

– Meriti un regalo – dissi

Il 45 giri era sul piatto. Spensi la lampada sulla scrivania e lasciai che il bagliore giallastro ci avvolgesse. Lo raggiunsi.
Rocco voleva parlare. Per farlo tacere avvicinai la punta dell’indice alle sue labbra; la strinse fra i denti.
L’avevo ascoltata, in quei giorni. Era Across the Universe.
Però il ritmo regolare, gli accordi che il sitar faceva scivolare uno nell’altro risuonavano diversi, come le parole che rimandavano a estasi cosmiche, durature.

Quando il giradischi emise un gracchiare ritmico, aggiunsi:

– Mi aiuta… Chissà se anche per me niente potrà cambiare il mio mondo, come dice la canzone

Gli passai il foglio col testo che avevo trascritto e riavviai:

Le parole scivolano come gocce di pioggia
in una tazza di cartone.
I pensieri vagano come un vento irrequieto
nella buchetta delle lettere.
Jai guru deva om
Niente potrà cambiare il mio mondo.

– Frasi insensate — disse lui.
– No – obiettai – il messaggio è: se rinuncio a capire, capisco.
– Cosa vuol dire?
– È la sconfitta della mente che vuole spiegare, tutto.

Gli dissi che da due settimane frequentavo un monaco giapponese: Deshimaru che mi aveva dato il disco.
Lo rimisi. Entrambi sapevamo adesso che qualsiasi parola o pensiero avrebbe distrutto quell’istante: i Beatles che facevano convergere le emozioni; i bagliori e il sussurro del Périphérique, noi sui cuscini blu, concentrati sul respiro.

3

Alla fine l’avevo convinto.
Sedemmo, come gli atri, sui cuscini che ci eravamo portati. Deshimaru arrivò con la valigia arancione. Tirò fuori la statua del Buddha magro e dorato seduto su un grande fiore di loto. La sistemò su un tavolino. Accese accanto due lumini a olio e uno stecchetto profumato.
Disse poche parole. Poi spense le luci.
Durante lo zazen girava per la sala colpendo sulla spalla con un bastoncino piatto, quelli che gli sembravano distratti o assonnati. Alla fine, dopo quasi un’ora d’immobilità, ci mise in fila e camminammo, lentissimi lungo i muri della sala.
Era una delle due sedute settimanali che teneva al pomeriggio, nel seminterrato della Fondation Suisse.

Una volta disse, all’inizio, che lo Zen deve diventare una consapevolezza che illumina tutta la giornata del praticante. Qualcuno chiese se valesse anche per la sessualità.
Un calore salì alle guance. Mi girai: anche Rocco mi guardava.
Finita la camminata, salimmo nella mia camera.
Accesi un triangolo d’incenso e spensi il neon del soffitto.

L’imbarazzo fu breve.
Continuammo lo zazen a modo nostro nella luce della sera.
Mentre mi spogliavo mi accorgevo che il corpo era perfetto così: con le macchie marron delle lentiggini sulle braccia, la pelle sgranata del seno, i capelli sottili. E anche il suo: con le gambe denutrite, l’assenza di pettorali, il torace senza peli, da ragazzo.
Poi il dolore della penetrazione che si trasformava in piacere, gli alti e bassi dell’erezione, le sensazioni mutevoli generate dalle mani sulle diverse parti del corpo.
L’energia che spingeva a concludere in fretta, la riversai nei movimenti lenti, irregolari, nell’odore di sudore che si mescolava all’incenso, nei bisbigli che ci accompagnavano.
Andavamo avanti, senza le aspettative che minavano gli incontri con Yorgo, finché c’era desiderio ed energia.
Alcune volte ricominciammo dopo la cena al Resto U.

4

Quando Rocco bussò, stavo rimettendo a posto i cuscini e la coperta della seduta con Deshimaru. Da dieci giorni non veniva allo zazen.
L’avevo invitato. Volevo che vedesse come avevo sistemato la stanza.
Dopo i baci sulle guance aspirò il profumo dall’incensiere che avevo piazzato sotto la finestra, accanto a un piccolo Buddha e un bonsai fiorito. Guardò la struttura di bambù che nascondeva il neon al soffitto, il paravento di carta di riso davanti al lavandino, le nuove fodere dei cuscini.

– Se penso com’era… – disse girando per la stanza
– Il primo passo è la cura dell’ambiente…
– È un miracolo
– Iniziato quando, invece di scappare, mi hai aiutato a ordinare.

Gli parlai delle ultime sedute, anche se erano uguali alle altre.
Lui non parlava. Tracciava solchi concentrici col piccolo rastrello nella vaschetta di sabbia rosa che avevo messo sulla scrivania.
Indifferente.

– Perché non sei venuto? – dissi.
– Touraine mi ha fatto riscrivere il progetto sulle lotte per il Capoluogo.
Non so più se Reggio sia una società post-industriale. Se vale la pena andare avanti…
– Lasceresti il seminario?
– Sarebbe meglio, forse.
– …lo zazen?
– Toglie tempo al lavoro.

Aggiunse altre cose.
Una parte di me cercava un senso nelle parole. L’altra, sapeva che c’era altro.
Avevo iniziato a vedere la stanza coi suoi occhi e mi sbagliavo. Mi sentii stupida ad aver comprato il paravento, il pannello di bambù e tutto il resto. Mi alzai; sollevai il vetro della finestra e guardai gli studenti che uscivano dalle Maison per andare in mensa. Come ogni sera. Ci restai un po’ prima di chiudere.
Nella stanza, l’odore d’incenso non mi trascinava nella dimensione che conoscevo. Il silenzio era intollerabile. Spensi il bacchetto, aprii il grammofono e misi sul piatto il disco della prima volta; dall’altro lato: The Long and Winding Road.
Allargai il braccio e appoggiai la puntina dove iniziavano i solchi.
Gli diedi il foglio col testo e mi distesi anch’io sul copriletto verde acqua.

La disillusione si scioglieva nelle armonie e nelle strofe della canzone che parlano del vano desiderio verso qualcuno che non risponde:
Mi hai lasciato qui ad aspettare, tanto, tanto tempo fa.
Rocco volle riascoltarla.

Poi mi abbracciò con una frenesia che non conoscevo.
Per un po’ l’illusione di essere ancora voluta, gli consentì di insinuare la mano sotto il maglione. Ma, cosa voleva? Io ero quella che si abbandonava dopo lo zazen. Non il corpo inerte che cercava di possedere.
Mi allontanai:

– Mi fai pena – dissi riallacciando il reggiseno – vorresti far l’amore con me, ma non puoi più.

Dopo pochi minuti uscì.

Non l’ho più rivisto.

Ricevetti poi la lettera.
Che mi aiutò a capire, e dimenticare.

5

Bologna, 19 aprile 1975

Ciao,

da un mese quell’ultimo incontro mi perseguita, ogni volta con una sfumatura dello stesso dolore.
Notai tutto: il separé, il bonsai, l’albero della vita, la cassetta con la sabbia. Li toccai. Ognuno produceva una fitta al cuore

E poi i Beatles.
Quel lamento senza orchestra, all’inizio.

La strada lunga e tortuosa che conduce alla tua porta
Non scomparirà mai. L’ho già vista quella strada.

Mi riconoscevo.
È un loop: quando lui si avvicina alla fonte del desiderio, una forza ostile lo porta indietro. Somigliava a un sogno che facevo da quando il mio professore, in Italia, mi aveva detto di aver ottenuto per me un posto nella sua università. Non potevo rifiutarlo.
C’erano isole fantastiche nel mare piatto e case meravigliose sull’arcipelago. Potevo prenderne una. Ma qualcosa lo impediva: era occupata, stava crollando, aveva stanze piccolissime. Se l’avessi avuta, sarebbe stata un riparo, definitivo,

dalla pioggia che lascia pozze di lacrime:
il pianto di un giorno intero.

Quella musica mi illudeva che l’obiettivo fosse vicino: possedere te, sdraiata accanto sul telo verde acqua. Come se tu potessi rivitalizzare, per miracolo, l’esistenza parigina che si sgretolava.
Ti accarezzai. La tua pelle morbidissima s’insinuò fra le dita quando raggiunsi il seno.

Ma hai fatto bene a cacciarmi.
Non era te che volevo. Era tutto quello che non sapevo trattenere.
Il seminario, Deshimaru, la Fondation Suisse; la biblioteca con la vetrata insonorizzata su Bd Raspail che faceva somigliare i flussi di traffico al semaforo a branchi di pesci in un acquario. Svanivano; come quei sogni carichi di eccitazione di cui, al risveglio, si ricorda solo che non sono veri.

Mentre tornavo alla Maison d’Italie, nell’aria che gelava le orecchie, mi resi conto di aver percorso per intero la strada lunga e tortuosa: l’alternarsi di desiderio e disperazione, della canzone dei Beatles.

Coraggio.
Forse non ne hai bisogno.
Lo dico a me.

Rocco

Napoli infinita

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(È da qualche mese in libreria “Napoli infinita”, il libro che raccoglie le escursioni, reali e sentimentali, di Davide Vargas nel cuore di Napoli. Pubblico qui di seguito uno dei suoi racconti urbani, consigliadovi di leggere gli altri 349 presenti nel libro pubblicato da La nave di Teseo)

La biblioteca del Pimentel Fonseca

di Davide Vargas

Il portone è aperto e il richiamo è troppo forte. Non sono mai entrato e c’è aria di famiglia, ricordi ovviamente. In un paese ancora devastato dalla guerra una giovane donna con gli occhi bassi partiva in treno verso l’emancipazione, sulle panche dei vagoni da tradotta conobbe un giovane più spavaldo, si amarono e divennero i miei genitori. Nella mitologia familiare questo viaggio dalla piazzetta di provincia verso il primo Istituto Magistrale di Napoli intitolato a Eleonora Pimentel Fonseca sorretto da una tenace volontà assumeva ad ogni racconto come per i pionieri l’alone di conquista di un territorio più fertile. Via Benedetto Croce all’imbrunire è ormai invasa dall’aria natalizia. All’ingresso, nella cornice del portale, un gruppetto di giovani in divisa fa accoglienza, una ragazza vede la mia indecisione e si offre di accompagnarmi alla biblioteca, ne vale la pena dice, è bellissima. E così entro passando sotto un festone che pende al cancello dopo il portone, percorro il lungo androne e salgo lo scalone. Allo smonto si apre un lungo corridoio ma la mia guida continua a salire. Il secondo rampante sale costeggiando il bugnato a punta di diamante della chiesa del Gesù Nuovo confinante con il convento. Il pianerottolo è la prima tappa. Un grande finestrone inquadra Santa Chiara e puoi vedere il rosone a tu per tu, una vista frontale, senza alzare la testa per capirci. Le luci della città distendono sul paramento tufaceo della chiesa un unico tono dorato, muto e irreale, il vociare della strada qui non entra. Il corridoio superiore è una lunga galleria bugnata interrotta dai fiocchi delle volte. Immagine potente, è la cifra di una città stratificata, dove il nuovo si accosta al precedente, si sovrappone, ne interseca la trama senza mai cancellare del tutto la preesistenza. I ragazzi si trattengono e fanno capannelli con gli insegnanti ed è un bel vedere. Ecco la biblioteca. Una porta di ingresso imponente decorata da pannelli di legno intagliato introduce in un ampio locale rivestito dall’apparato decorativo settecentesco, scaffalature di gusto naturalistico, pavimento marmoreo con intarsi dello stesso colore del legno. La libreria ricopre per intero le pareti lasciando liberi solo i vani delle finestre, il primo ordine scandito da lesene termina con un ballatoio che gira intorno con la sua balaustra rigonfia e traforata, fogliame animali e medaglioni si intrecciano come un unico festone continuo. I libri non ci sono più e gli scaffali sono vuoti. Su tutto la volta affrescata dal Sarnelli nel 1750, chiara e luminosa. Siamo nell’insula dei Gesuiti che giunsero a Napoli alla metà del Cinquecento e fondarono il convento del Gesù Vecchio in cui si provvedeva all’educazione dei giovani. La storia va avanti per ampliamenti successivi favoriti dallo stretto rapporto tra potere politico e religioso, fino alla fondazione della Casa professa. L’espansione dei conventi portava la conseguenza della penuria di spazi verdi e abitazioni. Ma nella Casa professa c’era veramente bisogno di spazi, si curavano le anime e alla fine del Seicento si contavano cinque oratori con sagrestie annesse. Nel vicino Liceo Genovesi la volta dell’antico oratorio dei Nobili è affrescata da Battistello Caracciolo e l’androne di ingresso era l’antica sagrestia decorata con nappe festoni e girali del tardo Seicento. Il liceo Pimentel Fonseca è noto anche come Casa professa. Eleonora Pimentel Fonseca faceva parte dell’élite culturale napoletana impregnata di idee liberali, curò la pubblicazione del “Monitore napoletano” che fu il primo giornale politico e civile della città. Salì al patibolo in piazza Mercato dopo aver assistito senza cedimenti all’esecuzione di tutti i compagni arrestati, qualcosa come le esecuzioni naziste quando Priebke chiamava a nome uno a uno i prigionieri che faceva fucilare. Il contegno degli uomini del ’99 davanti alla morte fu il riscatto eroico rispetto alle ingenuità rivoluzionarie, a tutt’oggi sono un punto luminoso di idee e impegno morale nella nostra storia. È bello che un luogo dell’educazione porti l’utopia del suo nome. Quando esco le ragazze in divisa mi salutano, la sera è tiepida e la strada si è ancora di più affollata. Una zingara si avvicina alle donne offrendo ciondoli a forma di corno e una promessa di protezione contro il malocchio. La guglia dell’Immacolata in prospettiva è una specie di faro, secondo tradizione l’8 dicembre un vigile del fuoco salirà con una scala telescopica e offrirà come ogni anno un fascio di rose alla statua in cima. Il portale in piperno del liceo, alto e solenne racchiude nella cimasa curvilinea l’epigrafe in memoria della Principessa di Bisignano e i grandi finestroni ai lati emettono una luce bianca come lanterne fuori scala.

Davide Vargas, 6 dicembre 2022

 

Scampagnata

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Foto: Archivio storico nazionale Cgil

di Lucia Mancini

Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.

Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.

Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.

Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.

Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.

Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.

«Dove diavolo sono finiti gli altri?»

Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.

«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»

«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»

Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.

Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.

Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.

«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.

Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?

Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.

Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.

Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.

Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.

Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.

Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.

La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.

Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.

I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.

Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.

Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.

Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.

Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.

Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.

Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.

Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: Baciami piccina, Maramao e Falcetta nera. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.

Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.

La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.

Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.

Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.

Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.

I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.

Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:

«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».

*

Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, Un autunno d’agosto (Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [NdA].

Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti

2

di Giuseppe A. Samonà

Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.

Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti (Rais,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da diventare vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.

Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.

Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico… Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo… Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita… Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico… Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia…  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza…), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.

Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.

Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.

Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive tout court. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “… di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura…” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).

Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “socialsmente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come downshifting (riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (Adesso basta, 2009; Avanti tutta, 2011; L’Altra Via, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di Rais, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia… – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con Rapsodia mediterranea (2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.

Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni attività, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato Rais, come anche nella stessa prospettiva L’estate del disincanto, 2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi Rapsodia mediterranea appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e Atlante delle isole del Mediterraneo, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni…) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’… Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.

Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale… Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.

Si può uscire dalla catastrofe? Su “Adieu” di Balzac

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di Marco Viscardi 

Adieu di Honoré de Balzac
Saggio introduttivo di Alessandra Ginzburg
Traduzione dal francese di Mariolina Bertini
Roma, Il ramo e la foglia edizioni, 2026

Addio è una parola fatale, e come tutte le parole fatali porta con sé una carica di melodramma, di eccesso e di falsa coscienza. È davvero possibile dirsi addio? Lo si vuole davvero? Forse, dietro questo commiato così definitivo, c’è la speranza di una contraddizione, di un ritorno che capovolga l’addio in un bentornato, o – ma qui siamo nel campo dell’utopia – in un nuovo e vero inizio. Ci avviciniamo a questa novella di Balzac con in mente le nostre idee sull’Addio. Innegabile. Ma prima di parlare della trama, situiamo l’opera nella produzione d’autore.

La prima edizione di Adieu risale al 1830 ma, dopo qualche trasformazione, la sua forma definitiva arriva solo nel 1845. La prima stesura dunque risale a un momento chiave nella carriera dello scrittore. La rivoluzione di Luglio, di lì a poco, avrebbe mandato all’aria il regime dei Borboni di Francia e in contemporanea Balzac avrebbe dato alle stampe il primo vero pilastro della Comédie Humaine: quella strepitosa riflessione sul desiderio che è La Peau de chagrin, nella quale il realismo è già declinato verso il delirio, l’allucinazione e la magia.

In Adieu, il fallimento della relazione adulterina fra l’ufficiale napoleonico Philippe de Sucy e la contessa Stéphanie de Vaudières, moglie di un generale dell’Armata, si intreccia al fallimento dell’avventata invasione napoleonica della Russia: l’ultimo sguardo fra i due amanti avviene nel caos tragico della Beresina, il momento più desolante della ritirata delle truppe francesi.

Balzac sceglie di non dirci nulla della relazione che lega i due amanti. Di quella che intuiamo essere stata una passione travolgente conosciamo solo la separazione definitiva. Si può dire che in Adieu si celebri il mistero della fine.

La trama del racconto è così appassionante che vorrei solo abbozzarne l’inizio, per non togliere al lettore il piacere del testo: Philippe de Sucy e il suo amico D’Albon, l’uno ufficiale dell’Impero e l’altro magistrato della Restaurazione, durante una battuta di caccia – che sembra riprodurre in trentaduesimo le asperità della campagna di Russia –, giungono ad un convento le cui mura separano quello spazio, un tempo sacro, dal resto del mondo.

Come nelle leggende medievali, questi due cacciatori, incarnazione della vecchia Francia napoleonica e di quella nuova e reazionaria, arrivano alle soglie di un mondo altro che, anche se desacralizzato, appare separato dai pericoli della vita: «un rifugio ai confini del mondo» dove non trovano spazio «le passioni umane». Un luogo di esilio, «funesto [e] abbandonato» che a D’Albon pare lo spettrale capovolgimento del «palazzo della Bella Addormentata» nel bosco (pp. 43-45).

Poche pagine dopo, il lettore scopre che questo convento era intitolato un tempo ai bons-hommes, quasi un annuncio di questi due strani visitatori che, sbirciando oltre le grate, vi scorgono figure ellittiche, fantasmatiche, sfuggenti.

La prima ad apparire è una «donna strana» che, dice D’Albon ricordando la scena, «mi sembrava appartenesse più alla natura delle ombre che al regno dei vivi» (p. 47). Si tratta ovviamente di Stéphanie, che qui vive il suo isolamento alienato accanto ad un’altra donna, una contadina folle per amore, che è lo stralunato doppio della nostra eroina. Entrambe vivono sotto la protezione del medico Fanjant, che, veniamo a scoprire, è anche lo zio della nobildonna.

Fanjant è una figura di passaggio fra i grandi precettori della narrativa illuminista e i manipolatori occulti del mondo balzacchiano. Non ha l’ossessione del potere dei Vautrin o dei Tredici, ma mette in opera la sua azione medica allo scopo di guarire una donna, sua nipote, che la follia ha allontanato dai modi e dalle convenzioni sociali.

Persa nel suo delirio, Stéphanie vive in un eterno presente animalesco. Assomiglia a un uccello, ma anche ad un gattino, a uno scoiattolo, a un cane obbediente, a un daino sensuale, ad una scimmia. Vive nel suo corpo senza morale, cerca lo zucchero che ora la delizia mentre quando era in possesso della ragione detestava. La donna che è stata contessa di Vandières è perfettamente identificata col suo corpo. Un corpo mobile e disumanizzato. Creaturale e rarefatto come quello della Vegetariana di Han Kang.

Stéphanie è il mistero di questo racconto: come ho già detto di lei conosciamo pochissimo, la guardiamo solo dall’esterno, impenetrabile e perturbante. Indifferente alle cure degli uomini che vorrebbero plasmarla a loro modo: lo zio dall’attaccamento morboso e il vecchio amante ferito dalla guerra. Fra i due uomini si crea un legame di insopprimibile rivalità: entrambi vogliono curare la donna, entrambi però vogliono addomesticarla al loro compiacimento.

Stéphanie è prigioniera del passato: non riesce a superare la tragica separazione dal suo amante, avvenuta durante la ritirata della Beresina, a cui è dedicata la seconda parte del racconto.

In Adieu, Balzac riesce a far convergere e intrecciare le passioni private e la grande storia collettiva. Incorniciato fra due parti che si svolgono nella Francia della Restaurazione, il centro del racconto ripercorre l’orrore e il disonore della Beresina: la parte forse più disarmante della tragica campagna napoleonica di Russia, quando Napoleone e la Grande Armata, incalzati dall’esercito russo, trovano fra le acque della Beresina dei blocchi di ghiaccio che ne rallentano la ritirata. Siamo nel novembre 1812, e se il fiume fosseutto ghiacciato, come avveniva di solito, i soldati non avrebbero avuto problemi ad attraversarlo, ma le acque sono solo parzialmente gelate e questi blocchi che galleggiano costituiscono una difficoltà ulteriore. Occupata la città di Studzianka, i genieri francesi e olandesi riescono a mettere in piedi due ponti di legno che devono contenere il passaggio di moltitudini di esseri umani e animali, verso i quali si è compattata la micidiale forza nemica.

Quando i russi si avvicinano troppo, ai francesi non resta altro che dare fuoco ai ponti, sacrificando le vite di chi si trovava sopra e di quanti erano rimasti in territorio nemico.

L’amore di Philippe de Sucy e della contessa Stéphanie de Vaudières si chiude in una distesa di cadaveri, quell’Addio intimo e privato è soffocato dalla rovina collettiva. Ma in fondo il disonore della Beresina è anche un evento fondante: è il punto di caos dal quale iniziano la caduta di Napoleone e la Restaurazione. Per quanto Balzac abbia ammirato in Sir Walter Scott l’inventore del romanzo storico, il suo modo di procedere è agli antipodi di quello dello scrittore scozzese. Se Scott mette al centro dei suoi romanzi la felice soluzione delle crisi nazionali, Balzac mostra il disfacimento e la perdita. C’è la coralità di Tolstoj, ma senza la serena nobiltà che accompagna anche i momenti più atroci di Guerra e Pace.

La storia è catastrofe, mancanza di redenzione: il disordine dei corpi e dei cadaveri, la vigliaccheria, lo smarrimento delle gloriose armate di Francia inghiotte la vicenda dei due amanti. De Sucy e la contessa de Vandières sono due reduci di guerra, due revenants, come un’altra grande figura balzacchiana, il Colonnello Chabert, eroe eponimo del racconto del 1832.

Hyacinthe Chabert, soldato valoroso fatto conte da Napoleone, torna alla società degli uomini dopo che per anni è stato creduto morto eroicamente combattendo ad Eylau. Nella nuova Francia della Restaurazione, questo relitto del passato chiede vanamente che gli venga riconosciuto il suo patrimonio monetario e affettivo, ma nel frattempo la moglie si è risposata col conte Ferraud, ambizioso protagonista della nuova fase politica, col quale ha avuto due figli.

Come Stéphanie de Vandières, anche Chabert è un fantasma: una figura liminare fra mondo dei vivi e mondo dei morti, che non riesce a integrarsi nel mondo nuovo. esta imprendibile, sta sulla soglia, ma – a differenza della struggente Stéphanie – fatica ad accettare la sua non esistenza, protesta, sbraita, ma non penetra nei ranghi della nuova Francia, di cui non capisce le convenzioni e le furberie.

A un certo punto della sua vicenda, irretito dalla moglie che tenta in ogni modo di rispedirlo ai margini del vivere civile, Chabert coglie in lei la trasformazione; era una contessa dell’Impero, frivola, sensuale, elettrica, ora è diventata una contessa della Restaurazione: calcolatrice, devota per interesse, madre per essere accettata in società.

Nella Restaurazione il vecchio mondo napoleonico perisce, scompaiono il conflitto, l’eroismo, la vocazione ed appaiono il compromesso sociale, la scalata al successo e l’ansia di arrivare secondo le regole di una società capitalista e feroce.

Nel suo passaggio dal passato al presente, Stéphanie si rarefà, si perde, si smarrisce nel delirio e nella natura. Diventa il mistero di sé.

Questa edizione di Adieu è stata magnificamente tradotta da una delle maggiori studiose e conoscitrici dell’opera di Balzac: Mariolina Bertini, ed è preceduta dalla densissima introduzione di Alessandra Ginzburg, preziosa per orientare il lettore nelle pagine del testo, ma che andrebbe letta alla fine per ripercorrere mentalmente la trama e coglierne tutte le dinamiche segrete, psicanalitiche.

La pubblicazione di Adieu si inserisce nel consolidato lavoro di Bertini e Ginzburg che sta riportando in libreria testi apparentemente minori del grande romanziere francese, come Il figlio maledetto o I martiri ignoti, che sono altrettante chiavi di lettura essenziali per comprendere l’insieme della sua opera. La loro militanza balzacchiana è un dono per tutti noi lettori.

Come forse si sarà capito, in Adieu si intrecciano tanti elementi: amore, malinconia, follia. Dei singoli e delle nazioni. La storia di un amore ma anche un enigma. L’addio del titolo non è solo commiato di chi teme di non ritrovarsi, è la voce del destino che crepa per sempre le esistenze di due individui e del loro mondo.

Verrebbe da dire che nessuna relazione di amore e passione si può chiudere in modo pulito, ma in quella raccontata in queste pagine la separazione fa emergere i fantasmi latenti della coscienza. Forse gli stessi fantasmi di una nazione che non aveva ancora elaborato la vergogna della sconfitta storica che aveva convertito l’eroismo dei campi di battaglia nella foga amorale della speculazione economica.

Adieu è la storia dei fantasmi mentali che ci aspetta alle soglie della Comédie Humaine. Un racconto sulla sopravvivenza impossibile: sopravvivere alla Beresina non vuol dire uscirne indenni, perché ciò che si è perduto — la dignità, l’amore, il senso, la speranza — non torna più.

Memoria contemporanea

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di Luca Vettori

All’interno del libro Il futuro alle spalle, l’antropologo inglese Tim Ingold analizza il modo in cui diverse culture e differenti generazioni hanno sviluppato, nel corso dei secoli, una consapevolezza dello scorrere del tempo e una specifica percezione del futuro.

Osserva ad esempio come i Ciukci, indigeni dell’estremo nord-est della Siberia, distinguano nella propria lingua la parola “vita – unatgirgin” dalla parola “esistenza – va’irgin“. Da una parte, scrive Ingold, “unatgirgin” si riferisce agli esseri e alle cose che incontriamo intorno a noi, che vivono ed esistono nel loro particolare percorso, andando avanti nel tempo nel loro fluire. D’altra parte, “va’irgin” specifica come questa esistenza sia solo una specie di attorcigliamento, un avvolgersi di un eterno movimento creativo.

In questa visione, la natura percettiva degli esseri viventi sembra essere quella di girare su sé stessa, in una ricorsività, in uno scavo – come scriveva René Char nei suoi formidabili Feuillets d’Hypnos: “Sprofonda nellignoto che scava. Costringiti a roteare.

Intervistato da Daniela Passeri a settembre 2024, in risposta alla domanda su come l’arte contemporanea possa aiutarci a immaginare un mondo migliore, Ingold risponde che “l’arte può avere un ruolo importante.” Ma specifica subito che contemporaneo significa letteralmente «condivisione del tempo». “Penso che questa condivisione non debba essere solo cronologica, non debba parlare solo all’oggi, ma possa attraversare il tempo per darci l’opportunità di dialogare idealmente con gli artisti che sono vissuti in epoche diverse. Come fanno, per esempio, gli aborigeni australiani che durante le cerimonie dipingono i loro corpi come facevano i loro antenati e così diventano in qualche modo contemporanei dei loro antenati. L’arte contemporanea il più delle volte esprime quella perdita di amore per il mondo di cui abbiamo parlato prima e dà sfogo a paura, frustrazione. È come un urlo, che dura il tempo di un attimo. Invece penso che abbiamo bisogno di arte che parli ma non solo al presente, ma a tutte le epoche, che sia universale.”

Mascha Schilinski, per il film Sound of Falling – Il suono di una caduta – vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes (ex aequo con Sirât), ha spiegato che il progetto prende vita dal suo interesse per il modo in cui la memoria e la percezione si intrecciano, evidenziando le fratture e le trasformazioni che avvengono nel corpo e nella mente.

In un susseguirsi di fluttuazioni narrative, come in parabole mescolate le une nelle altre, la regista tedesca nasconde abilmente delle soglie, dei portali che permettono a chi guarda di scivolare nella grana onirica di immagini senza tempo, intervallate abilmente anche con materiali d’archivio come dagherrotipi e Super 8 e arricchite da una magistrale sonificazione.

A restare fisso come un perno – pur nelle sue metamorfosi materiali – è un luogo. Una fattoria nell’Altmark fra Berlino e Amburgo, dove si alternano in differenti periodi storici, tra gli anni che precedono la Prima Guerra fino al tempo presente, le protagoniste femminili.

Sono i loro corpi a fremere, a tremare dentro al suono della caduta: corpi di donne che spalancano il tempo, che abitano i medesimi spazi, sguardi che indugiano sugli stessi corridoi, ammutoliscono alle stesse finestre o lungo le stesse sponde di fiume, volti che sprofondano nel medesimo silenzioso suono – ovattato, fugace, acquatico come un sogno. Sebbene separate dal tempo, le loro vite iniziano a risuonare segretamente l’una nell’altra, scomposte e ricomposte, intrecciate e innervate come le fibre di una corda.

“Trovo che a volte il mio corpo restituisca dei ricordi come se potessi osservare dall’esterno un’esperienza che nel presente avevo vissuto in modo completamente diverso” rivela Mascha Schilinski. “Volevo far raccontare il film da soggettività molto precise ma anche dare ai personaggi l’opportunità di guardarsi indietro da un altro punto di vista”. Alma, Erika, Angelika e Lenka, di differenti generazioni, sono le protagoniste del film che viene raccontato e attraversato dalle loro voci e per mezzo dei loro sguardi, con l’alternato ritmo di un lento quotidiano che scorre insieme a rituali contadini, bisbigli nel grano estivo, addii. Vengono introdotti “qua e là indizi che potrebbero far pensare che i personaggi siano in qualche modo connessi tra loro, attraverso le decadi” commenta Giulia D’Agnolo Vallan su il manifesto, “ma che quegli indizi siano false piste o no, e che si tratti della stessa famiglia o meno non è importante nell’intricato/delicato sistema di sovrapposizioni che fanno collassare tempo, memoria e storie dei personaggi in una sorta di unicum. Una sincronia corale di meraviglia, desiderio, dolore, e anelito che danzano tra di loro.”

Dove risiedono i nostri ricordi? Nelle cavità cerebrali elettriche della mente, come dentro un archivio segreto e nascosto? O lungo le vie arteriose del nostro corpo?

In questo senso, negli studi svolti in ambito sportivo si parla di “memoria muscolare” come di quella capacità del corpo di recuperare rapidamente tono, forza e massa, persi durante un periodo di inattività proprio grazie agli adattamenti neurologici e cellulari pregressi. In ambito paralimpico e non solo si parla del fenomeno dell’”arto fantasma”, quando il soggetto prova dolore in una parte del corpo amputata, accusandone sensazioni moleste, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.

A ricordare sono dunque il corpo e le nervature che ci attraversano?

O a ricordare sono i ricordi stessi, come apparizioni che ci raggiungono, che ci attraversano, simili a fantasmi o ad angeli verso cui ci voltiamo?

La memoria si nasconde, si camuffa, talvolta gioca persino con noi.

Alcuni luoghi che abbiamo abitato, forse, si sono trasformati in crocevia di transiti, stanze di soglia che ospitano residui di scie, luoghi che noi abbiamo attivato con il nostro passaggio e la nostra danza.

A tentar di rispondere a questi interrogativi nel loro intero, sulla memoria dei luoghi, della storia, della letteratura, del teatro, si svolge il lavoro macroscopico – al microscopio – della compagnia teatrale Archivio Zeta.

Alternando la metodicità rituale di chi affonda nei documenti e nei testi – negli archivi viventi – con l’invito all’orizzontalità di un’esplorazione, il loro teatro espande i confini della scena: trasforma la confessione della voce in ponte, diviene eterotopia. La memoria, nei loro spettacoli, ha luogo.

Oltre alle stagioni (dal 2003) presso il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, ribattezzato dalla compagnia Teatro di Marte, uno dei loro ultimi lavori, Gran Teatro Anatomico, liberamente ispirato a tre racconti contenuti nella raccolta I Vagabondi di Olga Tokarczuk, è stato allestito negli ambienti dell’antico convento olivetano di San Michele in Bosco, sede dell’istituto ortopedico Rizzoli a Bologna.

Gli ambienti dell’istituto Rizzoli, come la biblioteca seicentesca, i chiostri, la sala del disegno anatomico e il refettorio, dove si articolano le scene di Gran Teatro Anatomico, permettono con i loro straordinari oggetti simbolici, quali gli antichi trattati medici, l’enorme mappamondo o gli atlanti di anatomia, il riverbero dei temi trattati.

Sono tre storie distinte e lontane nel tempo, che condividono al loro centro la riflessione sul corpo e la sua memoria, sui corpi amputati, osservati come vagabondi che si muovono in epoche diverse, che s’intersecano in diverse trame insieme ai loro frammenti “che, come reliquie, sono la traccia di vite vissute ancora in grado di irradiare significato per i vivi”, commenta Alessandra Sarchi in un articolo su Doppiozero.

In una scena tra le più sublimi, nelle circolarità del chiostro ormai buio, il pubblico gira in circolo osservando al centro del chiostro Enrica Sangiovanni che s’appresta ad aprire una crepa nel tempo, nel teatro, e la vertigine della sincronicità di cui parla Sarchi si palesa: “siamo a fine Cinquecento, siamo nel Settecento, siamo nell’Ottocento ma anche nel presente.”

Il filosofo Gilles Deleuze dà un nome a questa ciclicità ricorsiva che abbiamo fin qui evocato – visiva, gestuale, sonora – e che potremmo prendere a prestito: la chiama ripetizione “della differenza pura”.

“Queste ripetizioni”, commenta Jane Bennett nel suo L’incanto della vita moderna, “somigliano più a una spirale che a un ciclo.” Nella rotazione a spirale “le cose si ripetono ma con una svolta. E questa svolta – deviazione – rende possibili nuove formazioni (tutte originariamente mutanti ma alcune delle quali troveranno una nicchia produttiva all’interno di una rete più ampia).”

In questo senso, i diversi intervalli, i diversi strati, nel loro ripetersi e nel loro incontrarsi subiscono una mutazione, “come in una perenne fase di micro-metamorfosi.”

Il modus operandi di Archivio Zeta – Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, così come la filosofia interna al film Sound of Falling di Mascha Schilinski, sembrano applicare in opera le intuizioni “ripetute e rotanti” di Deleuze e Bennett, al pari delle analisi di Tim Ingold di un “futuro alle spalle”, da cui siamo partiti e a cui ora torniamo – di nuovo in un cerchio – per tirare le fila.

“Dove i terreni sono impilati, la memoria si presenta come un archivio. Le memorie più vecchie giacciono sotto e vi si può accedere solo rimuovendo le più recenti. E se invece supponessimo che il terreno non si impila ma si rivolta? Sotto e sopra possono assumere significati diversi. Nel ciclo di rotazione, sotto significa salire e sopra scendere: tutto non è né sotto – nel passato, né sopra – nel futuro, ma è in svolgimento”, in un processo vitale di dissotterramento, di morfismi, di bagliori.

Il terreno che si rivolta, i corpi che si palesano nelle nervature scomparse, le stanze che producono eco segrete, i ricordi che si mescolano come suoni di sogno, i monumenti che si trasformano in scenografie di senso esortano a praticare questa relazione sincronica, per salti, – in avanti, indietro – con l’arte: multipla, sorgiva, mai identica, contemporanea.

Crediti immagine: Da Homographs, edito da Shibboleth, dizionario visivo dove le parole selezionate hanno almeno due referenti diversi e sono disposte su una doppia pagina per sottolineare la ristrettezza del linguaggio rispetto all’ampiezza del mondo. Nella foto Mold è sia stampo, che muffa.”

«Brava Giulia» di Anna Toscano, il romanzo delle parole ritrovate

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di Antonella Cilento

“Le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio”, scrive Jeanette Winterson in Perché essere felice quando puoi essere normale?, titolo del suo straordinario memoir che proprio Anna Toscano, tanti anni fa, mi fece leggere.

Ho pensato a questo assunto sin da quando Anna mi inviò il manoscritto di Brava Giulia, che per un anno è stato accanto al mio computer, pronto per essere commentato con l’autrice, in attesa che guarisse, o stesse un po’ meglio. Di volta in volta, saliva e scendeva dalla pila, sempre in cima alle stampate da correggere, agli esercizi degli allievi, ai miei quaderni man mano che finivano. Sotto la copertina c’era il biglietto scritto nella sua bella grafia larga e chiara che mi diceva: te lo mando stampato, perché io detesto leggere a schermo e pure tu.

Ne avevamo parlato a Pordenone e poi a Milano, le ultime volte che ci siamo viste da vicino: il primo romanzo di Anna Toscano dopo tanti libri di poesia (Doso la polvere, Una telefonata di mattina, Al buffet con la morte per La vita felice, Cartografie, per Samuele edizioni), dopo i libri di studio (Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, la curatela delle poesie di Sapienza, Ancestrale, entrambi ancora per La vita felice) e le antologie dedicate alle poete (due volumi, Chiamami col mio nome), usciti sempre per La vita felice, e dopo i libri in cui Anna aveva usato la prosa per incarnare e raccontare altre donne o personagge, invenzioni di altre scrittrici: era stata Lisetta Carmi, celebre fotografa, o la Modesta de L’arte della gioia che per una volta raccontava la sua autrice, Goliarda Sapienza, in due preziosi libri editi da Electa nella collana Oilà, Con amore e con amicizia e Il calendario non mi segue.

Dopo la passione per Agota Kristof, per Susan Sontag, per Mariella Mehr e per tante altre, era venuto il suo momento, senza alibi, senza travestimenti, come già accadeva in poesia. Adesso, invece, c’era lei, senza filtri, scrittrice di romanzo.

Poi, lo scorso dicembre, Anna ha lasciato questo giardino per raggiungerne un altro da cui avrà guardato, questo 17 aprile, Brava Giulia uscire da nottetempo edizioni, grazie all’amore e alla determinazione di Gianni Montieri, suo marito, a sua volta poeta e scrittore. In copertina, una delle sue splendide foto, poiché l’arte dello scatto era la sua seconda anima. Una gioia che avremmo voluto condividere con lei e che qui celebriamo.

Dunque, le famiglie infelici come cospirazioni di silenzio.

“Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne.” A raccontare la storia di Brava Giulia in prima battuta è proprio Giulia, che ricava questa fulminea intuizione dal fatto che suo padre è sempre muto, mentre la madre, le nonne, le zie, parlano eccome. Giulia è cresciuta in una famiglia davvero speciale, dove però c’è antagonismo, anzi una guerra è in corso: “medici contro eccentrici”.

La famiglia del padre è composta infatti solo da medici: i nonni, suo padre, e naturalmente tutti si aspettano che anche lei faccia il medico, la vedono già primario in corsia. Fare il medico è un habitus, un’attitudine che esclude ogni altra idea di mondo: i nonni sono curvi come se portassero tutti i giorni ancora lo stetoscopio al collo.

La famiglia della madre è eccentrica: artisti, artigiani, si occupano di stoffe di design. L’azienda di stoffe d’arte per il padre di Giulia è una “fabbrica di stracci” mentre per la madre di Giulia è un “covo di bellezza”, per suo nonno è stato “impresa”, per il bisnonno “azienda”.

Dunque, Giulia è uno scherzo del sangue: medicina e arte s’incontrano in lei, al punto che da bambina empatizza con i quadri esposti nei musei, dove sua madre la porta, a dispetto di suo padre, avvertendo i dolori di vecchiaia di san Geronimo o il freddo che la bambina con in mano una colomba, ritratta da Simon Vouet ed esposta al Prado, avverte. Ma per il padre l’ipersensibilità di Giulia e di sua madre sono solo avvisaglie della depressione suicidaria che scorre nel ramo femminile e artistico della famiglia. Occorre trattare la madre, e anche la figlia, come malate.

In verità, tutti i genitori sono chimici dilettanti: nella famiglia di Giulia l’operazione algebrica, la reazione chimica, fra i coniugi, assai infelici, dà come prodotto Giulia stessa, che ci racconta la sua versione dei fatti, e solo dopo ascolteremo la versione della madre e per ultima quella del padre. Naturalmente, gli episodi sono spesso gli stessi ma la visione del loro senso e significato, il valore emotivo, l’interpretazione non collima mai.

Si tratta di trovare la soluzione, di eseguire bene il compito, sta a Giulia essere brava, come il titolo recita, brava come quando fa tanti esami all’università con esiti straordinari, così brava da sciogliere un nodo gordiano che i genitori e i nonni non hanno fatto altro che imbrogliare e stringere sempre di più, al punto che il romanzo è costellato da tre morti, quella del nonno, il suicidio di uno zio, il suicidio della mamma malata terminale.

Questa è quindi la storia di una profonda incomprensione, di una famiglia che, come forse tutte le famiglie del mondo infelici, come scriverebbe Tolstoj e ripete Winterson, non ha una lingua comune, anzi non ha proprio lingua.

L’immagine più potente del romanzo è racchiusa nella visione di Giulia che osserva la nonna preparare le lingue salmistrate per le anziane amiche che “le sono rimaste”: enormi lingue di vacca che assorbono parole al punto che Giulia si chiede quante parole possa contenere una lingua grande come quelle, rivalsa di una famiglia “senza parole, senza bocca, dai sorrisi stirati e i baci secchi”. Giulia una notte avrà un incubo: vedrà tutte le lingue salmistrate mettersi a parlare. A ogni parola salta fuori una rana, e tutte le rane si mettono in fila per saltarle in bocca, risvegliandola urlante.

S’immagina subito, leggendo queste pagine, che La lingua salvata di Elias Canetti sia l’antenato diretto di Brava Giulia (e naturalmente La lingua perduta delle gru di David Leavitt). Se a Canetti si aggiunge un’atmosfera linguistica, oltre che geografica, di diretta appartenenza, il Veneto, ecco l’altro antenato di parole perse e salvate, Goffredo Parise.

E ai racconti di Parise si pensa spesso leggendo Brava Giulia, perché questo è un esteso racconto, che avanza con l’andamento misterioso che a volte i romanzi non hanno.

Qui abitano le antenate, anche: il rapporto madre-figlia sempre al centro dei romanzi e delle pièce di Fabrizia Ramondino, da Althènopis a Terremoto per madre e figlia. Ma anche Natalia Ginzuburg e Alice Ceresa, scrittrici che più diverse non si può ma che contengono nelle proprie pagine lo smarrimento dell’infanzia e lo sguardo alieno delle bambine sugli adulti che Anna Toscano qui centra in pieno.

A chi tagliano la lingua: alle bambine che troppo vedono e sentono, o la questione è che dagli adulti si apprende sempre e solo a tagliare la propria lingua?

Giulia, che da grande studia arte a Londra, è il prodotto del silenzio del padre e dell’atipica essenza della madre: la madre la ama, le trasmette passioni, è accanto ai suoi amori. La “materia amore” che Giulia sceglie a scuola, innamorandosi di Nico, una sua compagna di pallavolo, è quella che a casa più le manca, perché, come ha scoperto, non si può essere amati da tutti e chi ci ama spesso lo fa nel modo sbagliato.

Padre e madre, entrambi, credono di amare Giulia nel modo giusto e che l’altro genitore la ami nel modo sbagliato. Si litigano un amore che cercano di preservare, di salvare dalle mani dell’altro. E Giulia, in mezzo, viene strappata.

Eppure, se amare significa trovare nell’amato o nell’amata un mondo nuovo, questo accade sia al padre di Giulia, che da giovane lo trova in sua moglie, sia a Giulia che lo vede chiaramente in Nico. Eppure anche chi ama giudica: il padre oculista che è divenuto intimamente cieco alle emozioni altrui a furia di guardare negli occhi degli altri e che con gli occhi giudica e taglia. Tanto che sua figlia si vede odiata, come sua madre, e a sua moglie non resta che indossare occhiali colorati, anche se pure quelli il padre, per errore, calpesterà. Sono indimenticabili le tre voci di questo romanzo, per differenza, per la straziante impossibilità a tradursi, a capirsi, a farsi conoscere fra loro, per la lama che taglia la famiglia.

La scrittura di Anna Toscano si travasa nella prosa con la stessa esatta e acuta nitidezza che ha quando si esprime in poesia: Giulia che ha lo sguardo ceruleo e sorpreso di chi arriva a una festa e sta già finendo. E l’immagine di Ritratto di bambina con colomba, anno di grazia 1622, dove Simone Vouet ritrae sua figlia, mostra lo scatto della piccola Giulia che la romanziera fa usando un quadro: arrossata, la bocca schiusa a un gridolino di felicità, gli occhi stropicciati d’amore, la camiciola in disordine, bruna e allegra, la colomba fra le mani. Ma Giulia la guarda e dice alla mamma: ha freddo.

Scrive Patrizia Zappa Mulas a margine di La morte del padre di Alice Ceresa che esistono scrittori per lettori e scrittori per scrittori, a sottolineare la qualità di chi scrive non asservendosi a logiche di mercato ma compiendo la propria, rischiosa, personale ricerca: Anna Toscano in Brava Giulia ha portato a termine una ricerca personale e stilistica, formale di straordinaria e gentile qualità, come era lei, e al tempo stesso lascia un romanzo che sarà un buon viatico anche alle giovani lettrici di solo romance. Perché di famiglie infelici ve ne sono ovunque e di giovani lettrici in cerca, anche. L’augurio che facciamo loro è di incrociare Brava Giulia.

Premio di poesia Tirinnanzi: il bando

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Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 – Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del Premio di Poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi.

Il premio si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.

La partecipazione è libera e gratuita.

  1. a) Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.

Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo:

Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 – 20025 Legnano Centro (Milano).

La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).

Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.

  1. b) Sezione Giovani. Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Seguirà una festa del dialetto milanese con l’artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.

  1. c) Premio alla Carriera della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.

La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti:    telefono: 0331-545178

mobile:    347-5913468

Un marsupio di pietre e di terra

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di Marino Magliani

il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore Marino Magliani “Fondovalle”, pubblicato di recente dalla casa editrice Carabba, che ringraziamo

Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.

Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.

Il signor Rodolfo

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di Emil Zebru

Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.

Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:

«Dammi le uvette!»

«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».

«Ma se le hai scartate».

«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».

«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.

Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:

«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».

«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.

«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.

Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.

 

Les nouveaux réalistes: Claudia Ferretti

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L’appartamento
di
Claudia Ferretti

Non ero felice quando sono venuta ad abitare in questo appartamento. La vita come la conoscevo era finita. Ed era finita male.

«Adesso tu mi dici che cos’hai.»
«Niente.» dici tu, come sempre.
«Hai un’altra.»
Silenzio.

Dicevano che nel 2012 sarebbe finito il mondo, invece siamo finiti noi.

«È una casa perfetta per una donna single. Vede signorina, qui c’è la cucina con il piano a induzione. Mentre lì, davanti a lei, c’è il divano. E non è un semplice divano, è un divano letto! Provi, signorina, si sieda.» dice l’agente immobiliare spingendomi verso il divano.
«Si sieda, forza. Così. Ora si giri e guardi verso destra. Vede che bellissima vista verso il cortile del palazzo? È dell’Ottocento.»
«Il divano?» chiedo io.
«Ma no, signorina… Il palazzo».
Non ce la posso proprio fare.
«Non credo che questa casa faccia per me. È davvero piccola. Non amo l’idea di avere i fornelli accanto al computer e l’odore di cipolla nel letto.»
«Nel divano letto, un bellissimo divano letto.»
«Sì, scusi. Il divano letto dell’Ottocento.»

Ti chiamano “Il Lustrina”, perché tutto deve brillare al bar della stazione. Anche a casa. Ogni acciaio deve essere uno specchio e ogni vetro deve essere tanto lindo da sembrare invisibile. Come quella volta che pulisti la boccia di Antony Ionio, il nostro pesce rosso, così bene che ebbe un attacco di panico e morì. O forse fu una reazione all’ammoniaca che usasti per togliere il calcare.
Il giorno dopo galleggiava a testa in giù. Mancava solo la bandiera bianca issata a poppa.

«Passi qui nel viale, mi segua. Questa è la porta d’ingresso, faccia attenzione e lasci sempre le scarpe sempre qui nella scarpiera condominiale. In questo modo manteniamo lo stabile igienizzato e silenzioso. Non vogliamo scatenare una nuova pandemia vero?»
«Credo che con la terza guerra mondiale non avremo molto tempo di pensare a queste stronzate.»
«Mi scusi?»
«Stavo mandando un vocale.»
«Dicevo, che l’igiene per noi è fondamentale.»
«Anche i cani si puliscono le zampe prima di entrare?»
«Quali cani? Gli animali sono banditi dal palazzo.»
«Io ho un gatto.»

«Molly resta con me.» dico.
Silenzio, come sempre.

In questa casa c’è tutto ciò che mi serve: una stanza abitabile (così è scritto nel contratto), un bagno, una cucina e il balcone per Molly. Tutto qui, ma può bastare. Il prezzo è ottimo e la posizione perfetta: a due passi dal centro storico e a due semafori dalla tangenziale. Un giorno resto e un giorno scappo. Come piace a me.

Ami circondarti di cose belle, anche se non hai un euro. Ami le stampe d’autore, i quadri dei tuoi amici artisti e gli oggetti di design.
«Guarda com’è bello questo vaso color piombo.»
«Tesoro, questo È di piombo.»
«Allora?»
«È tossico e tu non hai piante.»
«Potremmo metterci il tuo…»
Silenzio.

«Ho comprato un tappeto nuovo.»
“È così grigio che può confondere anche la polvere.” penso io.
“Guarda che bei ciuffi” pensa Molly.
Le sue ore sono contate.

“Ecco, la metto qui.” dici a te stesso mentre attacchi la calamita a forma di pizza napoletana tra gli ombrelloni di Rimini e la birra tirolese.
Ma c’è ancora chi attacca le calamite al frigorifero? Io pensavo fosse una moda anni Novanta, come gli scobidou, i frisè e i leggins psichedelici.

«Mi aiuti? Sono pesanti.»
«Cosa sono?»
«Mensole. Le fa Dugo, ricordi lo scultore?»
Le portiamo in sala.
Guardandole ci si chiede quale sia il vero significato della parola “mensola”, quale sia lo scopo di questo oggetto, la sua ragione di essere, il suo intimo desiderio.
Usiamo dieci fischer per appendere al muro le Dugo in legno massiccio. E non sono ancora stabili. La notte mi sveglio di soprassalto sognando che cadano facendo implodere tutta la casa su se stessa: un grande buco nero di calamite e ciuffi di pelo.
Il mattino, mentre faccio colazione, guardo le mensole proprio davanti a me, ne osservo la forma. Sono due trapezi scaleni: quadrilateri convessi con due lati paralleli e gli altri due di lunghezza diversa. Ogni lato è diverso dall’altro, uno più lungo, l’altro più corto e così via. Ovviamente nelle Dugo i lati più corti sono quelli orizzontali, quelli che rendono una mensola una mensola. Quelli su cui avrei voluto porre i miei libri, o le mie piante, o i miei soprammobili. Perché a questo serve una mensola, ad appoggiare le cose.
Invece sulle Dugo no: tutto appoggi e tutto scivola via. Un monito alla caducità della vita.

Quando sono arrivata in questa casa non c’era niente. Solo io, Molly, il letto, il microonde, il water e la doccia. E quella mensola, rossa, lunghissima, liscia, in legno. Che poi non è proprio rossa. Per intenderci: non è di un rosso primario o magenta, ma tende leggermente all’arancio. Solo leggermente. Io odio l’arancio. L’arancio è il più brutto dei colori: non ha traccia di nostalgia.

Io AMO questa mensola rossa (non arancione), lineare, lunga, liscia.
Posso riempirla di libri, di vecchi compact disc, di piante grasse e di vasetti. Oppure lasciarla vuota e immaginare nella sua cornice l’orizzonte che preferisco.
Qualsiasi cosa io posi su questa mensola diventa meravigliosa.
L’altro giorno vi ho appoggiato persino il cofanetto con tutti i successi di Festivalbar ’87. È diventato così bello che quasi quasi lo avrei inviato su Voyager. Così gli alieni avrebbero potuto ballare Boys di Sabrina Salerno.
Questa è la mensola dei miei sogni. Un monito alla stabilità e alla fantasia.

Quando sono arrivata in questa casa non ero felice.
Ma qui ho trovato la mia mensola.
E non mi importa se non c’è mai parcheggio nel cortile interno. Non mi importa e se ogni quarto giovedì del mese fanno la pulizia delle strade e io al suono delle spazzole sul cemento mi sveglio nel pieno della notte con il cuore che pompa a duemila, scendo in strada, in pigiama e ciabatte, e sposto la macchina per non prendere la multa.
Non mi importa se ogni volta che piove devo indossare le scarpe da guado perché il vialetto del condominio si trasforma nel Rio delle Amazzoni.
Non mi importa se quando sono in call con gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Italiano i vicini di casa ansimano e urlano per ore e se nemmeno la correzione automatica del rumore di Meet riesce a cancellare i loro versi.
Non mi importa se l’ascensore non si ferma MAI perfettamente allineato al pavimento del pianerottolo: è un attentato alle caviglie di tutte le donne che indossano i tacchi.
Non mi importa se quando esco di casa incontro sulle scale la mia anziana padrona di casa che si prepara per andare alla riunione parrocchiale a cui è stata invitata il 3 gennaio 1983.
«Signora, si fermi. Ormai è in ritardo. La riaccompagno a casa.»
Mentre aspettiamo insieme che arrivi il figlio mi racconta la sua vita attraverso le ceramiche appese al muro. «Questa l’ho presa quando sono andata in Svizzera. E questa me l’ha regalata mio figlio quando è andato in Francia, il mio Gianfranco è così bravo…» Sono più di cinquanta.
«Eccolo, è arrivato. La lascio con lui, non è sola. Mi raccomando, la prossima volta sia più puntuale. È maleducazione fare aspettare le persone tutti questi anni.»

Non mi importa di essere sola in questa casa. Io amo la mia solitudine.
Non mi importa di essere sola in questa casa. Io non ho paura.

Non mi importa, perché questa è la casa che desidero. Una casa con una mensola rossa che io possa vedere ogni mattina.

«Il gatto lo prendo io. Ti lascio il tappeto e l’aspirapolvere.» Ti dico senza guardarti in faccia.
«Se vuoi le mensole prendile tu, so che ci tieni.»

Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini

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Premio di Poesia Pietro Polverini

Prima Edizione – 2026

Il Comune di Fiastra (MC), per ricordare il poeta Pietro Polverini (1992-2023), indice la prima edizione del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini, con la collaborazione di MediumPoesia (www.mediumpoesia.com) e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra (https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/).

  1. Partecipazione

La partecipazione è libera e gratuita. Si partecipa inviando, entro il 2 maggio 2026, in formato digitale e cartaceo, un libro di poesia italiana (compresi libri in lingue minoritarie o dialetti dell’Italia) stampato tra il 1° gennaio 2025 e il 30 aprile 2026.

  1. Modalità di invio

Il Premio prevede due invii del proprio libro:

  • Invio Digitale: è richiesto l’invio del PDF editoriale del libro candidato, insieme alla copertina del volume e a una scheda contenente breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, all’email: premiopolverini@gmail.com. L’oggetto dell’email dovrà essere: Candidatura al Premio Pietro Polverini – Nome e Cognome del candidato.
  • Invio Cartaceo: è richiesto altresì l’invio di una copia del volume, corredata dalla scheda biobibliografica e dalla dicitura Partecipa al Premio Pietro Polverini 2026, al seguente indirizzo: Via Marconi 10 – 62035 Fiastra (MC), Biblioteca Comunale.

Non potranno essere accettate le proposte che non siano pervenute entro il 2 maggio 2026 (fanno fede il timbro postale e il giorno di invio dell’email con gli allegati) in entrambe le modalità indicate nel bando (invio per email e invio cartaceo).

  1. Giuria e Selezione

La Giuria Tecnica – composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio) – selezionerà tre libri vincitori. Gli autori e le autrici saranno tenuti a prendere parte alla cerimonia di premiazione, prevista per il 25 luglio 2026, ore 18.00, a Fiastra (MC), presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc.

  1. Premi

Ciascuno dei tre vincitori riceverà un premio in denaro di euro 500 e dovrà essere presente alla cerimonia di premiazione che si terrà a Fiastra (MC), il 25 Luglio 2026. L’organizzazione del Premio provvederà a fornire l’alloggio. Non sono ammesse deleghe: in caso di assenza, il premiato non potrà ricevere la somma in denaro e quest’ultima verrà destinata ad altro partecipante secondo la graduatoria redatta dalla Giuria. Nel corso della cerimonia ogni vincitore sarà intervistato dalla Giuria e verrà invitato a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, una Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il vincitore assoluto, che riceverà un ulteriore premio di euro 1.000.

  1. Privacy e Accettazione

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i concorrenti autorizzano il trattamento dei propri dati personali per le finalità connesse alla gestione del Premio. La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti della segreteria organizzativa (Luca Chiurchiù)

telefono: +39 3334106630

email: premiopolverini@gmail.com

La pagina del premio: https://www.mediumpoesia.com/premiopietropolverini2026/

SU LA TESTA

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di Mauro Baldrati

Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta “La sagra delle anime perdute”, pubblicata recentemente dall’editore Derive Approdi, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una “scheda introduttiva” e da una fotografia, entrambe dell’autore


 
SCHEDA INTRODUTTIVA

La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, pubblicato su Nazione Indiana nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.

SU LA TESTA

Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. Dare una mano è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.

Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.
“Che? La silicosi? Ma che cazz… Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega… cosa?… Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano… vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.

Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore… O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma… ma… è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada…
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere… Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing… macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.
E poi, chi se ne frega?
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.

 

 

 

Dylan, Mercurio e Giano

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di Adriano Ercolani

Bob Dylan è il più grande artista popolare del Novecento. Non lo dico io e non mi avvarrò della facile argomentazione che lo vede unica figura mondiale ad aver compiuto il triplete accademico, avendo vinto Premio Oscar, Premio Pulitzer, Premio Nobel. Da sempre, è il considerato il più grande dai più grandi, il più influente, il modello e l’ispiratore di autentici creatori di cosmi artistici, da John Lennon a Jimi Hendrix, da David Bowie a Paul McCartney, dai Rolling Stones a Lou Reed, da Leonard Cohen a Tom Waits. Tutti i cantautori successivi, anche coloro che come Syd Barrett lo contestavano o come Paul Simon e Frank Zappa potevano parodiarlo, hanno dovuto fare i conti con la sua mastodontica grandezza. Dylan è un artista universale. Intendo universale anche nel senso che ha scritto canzoni per tutti, da Michael Bolton ai Kiss. E quindi ha scritto di tutto. Perché ha attraversato, e testimoniato, ogni fase dell’esperienza umana. Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. Avendo goduto di una connessione in fibra ottica con l’Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera (in pochi mesi tra il ’63 e il ’64 ha sfornato un numero di capolavori tali da riempire 7 carriere gloriose), Dylan ha passato ormai sessant’anni di carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di se stesso. Un’intera carriera passata a sputare sul proprio mito, a spezzare le catene delle etichette, delle diverse definizioni, guadagnate dopo un anno di carriera, che lo indicavano quale assoluta icona generazionale. Definizioni da lui divertitamente elencate nello stupendo primo capitolo del suo vero ultimo capolavoro, la sua autobiografia Chronicles: “Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore”. Dylan per sfuggire a questa prigione concettuale inscenerà la famosa apparizione elettrica del’65 a Newport, tempio del folk di cui era l’eroe e il dio: gesto più eversivo della storia, perché rivolto non all’autorità altrui, ma alla propria. In Paura e disgusto a Las Vegas, il romanzo di H.T.Thompson, tra l’altro, dedicato proprio a Dylan, a un certo punto l’autore chiosa con una battuta:

“Era come se Dylan fosse andato in Vaticano a baciare l’anello del Papa.” Come dire, la cosa più assurda del mondo. Sappiamo tutti che ciò è successo, nel ’97, a Bologna. Non un tradimento, ma la testimonianza del superamento di ogni limite e condizionamento. Dylan è Mercurio, l’artista Gemelli per definizione. Dylan è, dunque, anche Giano. Come Bowie, ma in maniera più interiore e meno spettacolarmente evidente, ha continuamente cambiato pelle (il serpente è animale sapienziale) pur rimanendo sempre perennemente se stesso. L’omaggio whitmaniano (e blakeano) di I Contain Multitudes non è che il manifesto mercuriale di una carriera vissuta incarnando il Doppio: “I fought with my twin, that enemy within, ‘til both of us fell by the way”, aveva già cantato in Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat), conclusione del sottovalutato Street Legal, aperto dalla grande visione iniziatica di Changin’of the Guards. L’intuizione del film I’m not there di rappresentarlo con sei personaggi differenti, in quanto personalità troppo molteplice e sfuggente per essere inscatolata in una figura unica, è forse l’unica corrente per accostarsi alla sua Sfinge. Dell’immenso canzoniere dylaniano è impossibile scegliere una gemma definitiva. Lasciando perdere i brani celebratissimi in lizza per i titoli di più importanti classici della storia del Rock (Like a Rolling Stone), inni generazionali (Blowin’in the Wind) o canzoni con più alto numero di cover (Knockin’on Heaven’s Door), la messe è sterminata e accecante per splendore: lo splendore dell’epifania estatica di Chimes of Freedom (“The sky cracked its poems in naked wonder”), il canto dell’ebbrezza visionaria di Mr.Tambourine Man (“I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade/ Into my own parade”), la veggenza dell’albatro baudelairiano in It’s alright, Ma, i’m only bleeding (“And if my thought-dreams could be seen/ They’d probably put my head in a guillotine”), il legame tra amore e sapienza di Love Minus Zero/No Limit (“She knows there’s no success like failure And that failure’s no success at all”)… Un Nobel è miseria rispetto alla folgorante manifestazione dell’archetipo poetico in un buffo ventenne del Minnesota.

Perfino dal periodo più oscuro e infelice della sua carriera (i famigerati anni’80) si potrebbbe estrarre un Greatest Hits da far vendere l’anima al diavolo anche ai più grandi cantautori: dal monumento al blues di Blind Willie Mc Tell alla summa mistica e blakeana di Every Grain of Sand, dall’epopea metanarrativa di Brownsville Girl allo splendore visionario di Dark Eyes, dalla summa gnostica di Jokerman al proclama apocalittico di Ring Them Bells. E pensare come nei festeggiamenti del trentennale della sua carriera (vertiginoso realizzare che ormai quel momento di celebrazione che vedemmo svegli di notte a tredici anni appartenga alla PRIMA fase di una carriera giunta al sessantaquattresimo anno), Dylan abbia scelto tre commoventi brani:dopo la carrellata di leggende viventi giunte a omaggiarlo al Madison Square Garden, entrerà in scena da solo, chitarra e armonica, con l’omaggio al mentore Guthrie, Song to Woody, e uscirà con la prima grande canzone d’amore che abbia mai scritto, Girl from the North Country. Per l’acme della serata (in un immaginaria replica del finale trionfal di The Last Waltz), accompagnato dalla superband di ospiti stellari (da Springsteen a Reed, da Harrison a Clapton, da Neil Young a Tom Petty, da Mc Guinn a Kristofferson) sceglierà un brano supremamente rivelatorio: My back pages. Scelta ovvia, visto il momento di crocevia? In realtà, quella canzone andrebbe messa in calce all’intero opus dylaniano. Perché, se ha senso cantarla a cinquant’anni, dopo essere stato il mito della generazione che ha sognato di cambiare il mondo, non scordiamoci il dato impressionante: quelle parole Dylan le verga nel 1964, smentendo in diretta l’esplosione di quel suo stesso mito. Ad appena ventitré anni Dylan, che ha già raggiunto lo status di venerazione intellettuale di Bardo della sua generazione, di cui da Cassandra gemellina intuisce l’ulteriore amplificazione a livello globale, gioca formidabilmente d’anticipo, incarnando millenni di sapienza stoica, zen, gnostica nella saggezza spontanea dell’esperienza di strada, in uno spettacolare contropiede profetico, formale e concettuale. Una serie di strofe solo apparentemente oscure e contorte, ma che appaiono quasi didascalicamente preveggenti lette à rebours, sancite puntualmente da un ritornello meravigliosamente iniziatico nella sua memorabile semplicità: “Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now.”. Con l’intelligenza profetica di una mente mercuriale, Dylan analizza (avendole già in nuce vissute, testimoniate, attraversate e superate in se stesso) tutte le dinamiche dialettiche del fallimento ideologico delle grandi utopie del Novecento. Leggiamola insieme, nella traduzione di Michele Murino: “Fiamme cremisi attraverso le mie orecchie Che srotolavano trappole alte e possenti. Piombavano bruciando su strade fiammeggianti usando le idee come mie mappe. “Ci incontreremo sulla sponda, presto,” dicevo fiero sotto il ciglio ardente. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.”

La costante consapevolezza gemellina della coesistenza di due piani di realtà perennemente contemporanei e in solo apparente contrasto dona a Dylan la capacità di testimoniare con sapiente autoironia laa trasfigurazione retorica, degli “inni di battaglia”, in una formidabile sintesi della scissione tra realtà ideologia (l’idea non è la realtà come la mappa non è il territorio). “Pregiudizi a metà distrutti balzavano fuori “Strappate tutto l’odio,” gridavo, bugie che la vita è bianca e nera parlavano dal mio teschio. Sognavo romantiche gesta di moschettieri con radici profonde, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” La coscienza dell’ipocrisia (i pregiudizi distrutti a metà), l’ingenuità irenica di debellare il Male con un annuncio, la perfetta condanna dello schematismo idiota manicheo, ancora una volta il ritratto autoironico che inchioda se stesso (e i suoi stanchi epigoni) alla puerile immaginazione letteraria da adolescente sognante. E nuovamente il rintocco sapienziale sul vecchiume che infesta le menti giovani. “Visi di ragazze tracciavano le strade da seguire lontano da false gelosie apprendendo le politiche della storia passata impartite da evangelisti cadavere non pensate nonostante tutto. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Lo splendore innocente e al contempo il fremente desiderio contrapposto, appunto, alle false gelosie degli “evangelisti cadavere” (quale miglior definizione dello stupido indottrinamento moralista dell’attuale puritanesimo pseudo-progressista?), appunto “non pensate”, ovvero scevre da logiche, mere formule vuote applicate a forza sul divenire inafferrabile del Reale. E ancora il memento, che si fa compassionevole e sorridente rispetto al superamento dei goffi inciampi giovanili. “La lingua di un sedicente professore troppo serio per ingannare sentenziò che la libertà è solo l’uguaglianza nelle scuole “Uguaglianza,” io pronunciai la parola come fosse un voto matrimoniale. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Strofa che sembra scritta stamane: la spocchia ridicola della seriosità (“too serious to fool”), l’epitaffio, con cinquant’anni d’anticipo sul fallimento delle identity politics (divide et impera, una volta era il mantra del Potere, non delle minoranze ribelli!), la poetica ironia sul voto matrimoniale (contrapposto alla spontaneità dell’innamoramento giovanile nella strofa precedente), Ah, ma si era molto più vecchi allora, siamo molto più giovani adesso. “In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Forse, la più strofa più riuscita, il verso definitivo, la conquista della saggezza socratica: si diventa il proprio nemico nel momento in cui si comincia a pontificare. Se le forze “progressiste” avessero compreso questa lezione, non avremmo una banda di cialtroni fascistoidi a giocare a Risiko con le nostre vite. La confusione, l’ammutinamento, ovvero il tradimento della propria natura mercuriale, scaturiti proprio dal non accettare l’Ombra, il Caos (mantra della successiva fase visionaria dylaniana). Non è un caso che proprio questa sarà la strofa cantata da Dylan (e reincisa perché, come e più durante l’incarnazione chapliniana del meme a venire delle incisione di We are the World, l’apice della goffaggine del Nostro sarà proprio nel momento di massima celebrazione, stordito nel suo essere venerato pubblicamente, lui che fa del suo “non essere qui” di I’m not there la cifra ontologica della sua impermanenza).

“Sì, restavo in guardia quando minacce astratte troppo nobili per essere ignorate mi ingannarono portandomi a pensare che avevo qualcosa da proteggere Bene e male, io definivo questi termini in maniera chiara, senza dubbi, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” “Minacce astratte, troppo nobili per essere ignorate”: perfetta definizione del virtue signaling a cui si è ridotta la militanza, in una trappola reciproca di ricatti e sensi di colpa. La sapienza è al di là delle definizioni illusorie di Bene e Male: lì, in quel campo, ci attende Rumi nei suoi celebri versi, lì sorge l’Übermensch. Ed è meravigliosamente ironico che la vera sapienza dell’Oltreuomo sia stata incarnata, nell’immaginario di massa, da un ragazzino ebreo, basso e goffo, dalla voce nasale e la risata di un Fool shakespeariano. Dylan è un archetipo vivente. Onoriamolo finché abbiamo il privilegio di essere suoi contemporanei.

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Questo testo è apparso, in formato cartaceo, nella collana Isola e isole delle Edizioni Volatili

“La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi

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di Paolo Rigo

In un articolo apparso sul Foglio a inizio gennaio e poi ripreso sul suo blog, Claudio Giunta si soffermava sul cinquantenario di un film. Si trattava di La donna della domenica di Luigi Comencini. Il film è splendido, uno dei miei preferiti, uno di quelli che guardo e riguardo a ripetizione, e lo faccio da anni. Un comfort film, si potrebbe dire; dove si registra, forse, una delle migliori prove di Marcello Mastroianni – assieme magari a quella de I compagni (1963). Mastroianni anima il suo personaggio, il commissario Santamaria, dotandolo di un’allure complessa: malizia, goffaggine, arguzia e capacità si mischiano l’un l’altra. Non si può rimanere indifferenti, ma non c’è solo Mastroianni, però. Il cast è superbo: da Jean-Louis Trintignant a Jacqueline Bisset, che dà vita a una Anna Carla Dosio algida, sfidante e desiderabile. Il pezzo forte sono i “minori”, come dice Giunta: Giuseppe Gora, Ennio Antonelli e Giuseppe Anatrelli, gli altri, ogni personaggio funziona. E funziona magnificamente. Non soltanto il cast è lodevole, lo è la pellicola nel suo complesso: perché molte, tante, cose girano in modo perfetto. L’atmosfera, per esempio, con il caldo e il sudore che invadono, rompono lo schermo e sembra quasi di sentirsi addosso le macchie della camicia del collega di Santamaria, il commissario De Palma, che, bloccato dai reumatismi, si muove meccanicamente, macilento, mentre si lascia asciugare la camicia dal ventilatore in quasi ogni scena in cui compare.

Scrive Giunta che il film è anche un tuffo nel passato. Ed è vero. Non solo per l’oggettistica e il resto, per una Torino che non c’è più. Lo è per vari aspetti, a iniziare dal politicamente non corretto: per esempio, c’è la relazione tra il Campi e il Riviera, tenuta nascosta dal primo, il quale, pur di non rivelare la verità al Santamaria e così autodenunciarsi come omosessuale, è disposto a suggerire che il proprio amante altro non fosse se non un frequentatore di prostitute. C’è poi il mistero che gira attorno a una gigantesca statua fallica, prodotta per le turiste straniere, e chiave del delitto; e c’è la messa in ridicolo dei meridionali, dalla coppia di domestici al ragazzo che parla male e veste pure peggio.

Se il film è pregevole, molto lo si deve, però, al romanzo da cui è stato tratto, uscito nel 1972, a firma di Fruttero-Lucentini. Una coppia di scrittori tali è difficile immaginarla, oggi; una coppia in grado di fare letteratura e di vendere. E il tempo è passato così tanto velocemente che il 2026 è il primo centenario dalla nascita di Carlo Fruttero. Al lettore medio e contemporaneo, questi nomi diranno poco. Ma tanto per dirne una, la coppia diresse per venticinque anni la collana Urania della Mondadori, portando in Italia classici come Dick o Heinlein. Certo, spesso le traduzioni subirono dei rimaneggiamenti gravissimi. Tagli, riduzioni, riscritture, eppure spetta a Fruttero e Lucentini, comunque, il merito di aver sfondato un muro. La premiata ditta compose diversi romanzi. Nella lista spiccano titoli come La verità sul caso D., A che punto è la notte e, ancora, Il palio delle contrade morte. L’ultimo è un romanzo sospeso, dove un fantino viene ucciso per partecipare a un palio di fantasmi, a un evento oltremondano; A che punto è la notte, forse complice anche la miniserie Rai, ha creato un’espressione entrata nel modo comune di dire; La verità sul caso D. si serve di un’espediente letterario, di inserire, cioè, tra le pagine del romanzo un’altra opera – espediente ritornato in auge con La ricreazione è finita di Dario Ferrari, dove tra i capitoli trova spazio il romanzo (inesistente, altrimenti) la Fantasima.

Un’ampia produzione, e di questa ampia produzione La donna della domenica è il capolavoro. Non si tratta solo di un romanzo giallo ma di qualcosa di più. Fruttero e Lucentini si muovono con grazia tra le pieghe dell’uomo moderno, e lo ritraggono nella sua eterna insoddisfazione, nelle pause dei giochi di seduzione, nelle trame interiori fatte di incompiutezza e di desiderio, ma soprattutto lo ritraggono nelle piccole meschinità; Santamaria che si vanta di conoscere il latino e di non fumare nazionali per fare colpo sui due inquisiti appartenenti all’alta borghesia. Si pensi ancora all’agente Ruffo che «di fronte alla contestazione […] aveva imparato a subire» e che, per una volta, intento nella scrittura di un verbalino, pensò – male – di alzare la testa:

«Vede», cominciò a spiegare con pazienza, «lei ha scritto: “la sottoscritta Bertolone Teresa…”.»

«Lo credo,» disse il donnone in tono di sfida. «Sono Bertolone Teresa.»

«No,» disse l’agente, «dicevo…“Bertolone Teresa, nata a Villanova d’Asti, il 3/11/1928, e…»

«E con questo?»

«Ma mi lasci parlare!» si spazientì l’agente, che alla fine era un uomo anche lui. «Nata a Villanova d’Asti il giorno tale anno tale, e ivi residente a Torino in via Bogino 48”! L’“ivi” non ci va!…» gridò. «È uno sbaglio!…lo vuole capire?»

La Bertolone lo guardò a bocca aperta. Poi si voltò alla coppia seduta nell’angolo, come per prenderla a testimone dell’enormità del sopruso. Infine rimise il foglio davanti all’agente Ruffo, puntando l’indice sulla cancellatura.

«A Villanova abbiamo sempre messo così, e ai carabinieri gli è sempre andato bene. Perché a voi no?»

L’agente Ruffo si sentì correre un brivido nella schiena. Aveva trasceso un istante contro un cittadino, ed eccolo già intrappolato nel micidiale paragone tra gli abusi della polizia e la classica correttezza, l’ineccepibile comportamento dei carabinieri. Frugò tra le carte e i timbri, trovò la gomma, cancellò con lenta deliberazione per la precedente cancellatura. Ecco fatto.

«Come vuole lei, signora,» disse freddo. «E arrivederla».

(p. 37 dell’edizione Mondadori 2022, da cui si cita)

La comunicazione nel brano scatena l’ironia e la risata, ma essa è la chiave del libro. La comunicazione è alla base degli equivoci che si generano in qualsivoglia intreccio relazionale. Diversi quelli del romanzo, e tutti contribuiscono a mettere a nudo le piccole miserie di ogni personaggio e, va da sé, di ogni lettore. Dosio e il marito, che tradisce la moglie più giovane, Dosio e Santamaria, con l’ansia dell’attesa, Lello e Massimo, con l’oppressione e la fuga, Bonetto l’americanista e l’americana, che mente sulle sue origini. Questi non sono soltanto personaggi ben disegnati, ma nella loro intimità – vissuta, chi più chi meno in profondità e in modo diverso – si mostrano tra frustrazioni e conferme, tra rassicurazioni e lanci mentali; e danno forma a uno dei drammi dell’uomo moderno, dramma impossibile da risolvere e sempre sempre attuale; mi riferisco alla passione, all’amore. Nessuna delle coppie è perfetta, anzi esse sono l’esatto contrario della perfezione: Dosio si rincuora della cortesia del marito nel non dirle apertamente che ha una o più amanti; Bonetto trova nella sua americana una dea che lo innalza al godimento fisico e che, però, pur dandogli l’opportunità di esprimersi nella lingua che ama, l’inglese, è in verità lontanissima da ogni interesse dell’altro; Dosio e Santamaria vivono una relazione extraconiugale, in cui entrambi hanno paura di compiere il primo passo e preferiscono servirsi di scuse e occasioni per conoscersi; Lello e Massimo, diversi per ceto sociale e abitudini, sono il prototipo di quello che oggi si identifica come “relazione tossica”. Entusiasta il primo, riservato e intimo il secondo, il loro rapporto precipita tra non detti e disattese. Una vera e propria forma di tragico disamore. Finissimo è, per esempio, lo scambio di battute sulla meta delle vacanze estive da scegliere assieme:

«Ah,» disse, «la Grecia.»

«Eccola qui,» disse Lello. «Guardiamocela un momento.»

Aprì con mani esperte la doppia fisarmonica, e la stese sopra le altre carte.

«Solo a vedere com’è fatta, ti viene voglia di mare. Non sembra una medusa?»

A lui faceva piuttosto venire in mente uno straccio sbrindellato, non disse niente.

[…]

«Si può vedere…» disse adagio. Esitò, con vergogna, rendendosi conto della slealtà che c’era a usare con Lello, dipendente comunale, lo stesso espediente che gli aveva permesso tempo prima, con altri, di scongiurare una gita alle Bahamas. «Si può vedere,» ripeté. «Certo che c’è un sacco di gente che ci va, in Grecia…»

Lello non capì. La prese come una specie di conferma, frutto di informazioni riservate, del fatto che Gneo Pompeo aveva sbloccato dai pirati le rotte del Mediterraneo.

(p. 100)

E ancora una pugnalata è il momento della pausa relazionale, prima della morte di Lello, con Massimo incapace di dire quanto vorrebbe e non riesce:

«Senti, Lello…»

«Sì?…» disse con voce strangolata.

«Niente…facciamo tardi…»

«Ah, no! Adesso me lo devi dire!» scoppiò. «Perché se sono io che non ti vado bene, e alla tua villotta non mi ci vuoi, tanto vale che me lo dici subito!»

«Ma che c’entra…»

«Altroché, se c’entra!»

«Ma no…volevo soltanto dire che le luci ci sono già. Anche alla porta e al cancello. Ecco tutto.»

[…]

«Ma non m’avevi detto…»

Si mise improvvisamente a ridere.

«Ma non m’avevi detto che l’impianto elettrico…»

Scosse la testa due o tre volte, con una piccola smorfia di rimprovero. Poi ricominciò a ridere così forte che il signor Vollero, arrivando dal vicolo delle reti, alzò gli occhi con apprensione e deviò bruscamente per cercare riparo dietro l’angolo.

«E dire che io…» balbettò ridendo convulso, «e dire che io lo sapevo!…dire che l’avevo capito subito!…»

[…]

Alla fine si calmò, cercò il fazzoletto, ma asciugandosi gli occhi rideva ancora.

«L’avevo capito subito, sai?» ripeté in conclusione, con una specie di disperata dolcezza.

Massimo s’era appoggiato al muro, accanto al mucchio delle tele, e fissava tetro l’orlo del marciapiede. Rialzò la testa a fatica.

«Ma capito che cosa?» mormorò.

Lello scattò furioso, forsennato di colpo.

«Tutto!!!…» urlò. «Tutto!!!…»

(p. 344)

Ma c’è anche altro: il politicamente scorretto del film – a dir il vero appena accennato nella pellicola – nel libro è un mantra costante. Ha un sapore di critica, non vuota, ma ricca, nostalgica, complessa. Ha qualcosa della malinconia di Gozzano la visita di Santamaria nella casa della vittima, l’odioso architetto Garrone, un gratteur che, in qualche modo, si scoprirà, è il primo carnefice di se stesso:

Non una di quelle sferzate, non uno di quei sarcasmi, di quei rinfacciamenti, doveva essere stato risparmiato all’architetto. Uno stillicidio di male parole, di grugniti, di allusioni velenose, di cupi silenzi, e ogni tanto l’esplosione furibonda, isterica, con cucchiai scaraventati nel piatto, porte sbattute, la madre che cercava piangendo di metter pace. No, non era certo stata un letto di rose, la vita del Garrone in via Peyron; e si poteva ragionevolmente sospettare che il famoso “studio” se lo fosse messo su non solo per “le sue porcherie”, ma in buona parte anche per avere un buco dove rifugiarsi quando in casa la sorella si scatenava. Tutto a un tratto, il morto gli faceva quasi pena; la gente non aveva idea del prezzo che pagavano, giorno per giorno, i fannulloni, gli scrocconi, i parassiti autentici. (p. 125)

C’è molto in questo brano, c’è il disprezzo e l’amore per la meschinità, c’è la disperazione da cui Garrone ha provato a fuggire, c’è la sua speranza che ricade in un altro antro, non oscuro ma a tinte grigie come i protagonisti del recente ed acclamato Le città di pianura, film che disegna l’epica del perditempo.

L’architetto Garrone, indolente dalla nascita, avrebbe voluto arricchirsi facilmente e in quella sua audacia, più cattivo di Fantozzi ma ugualmente goffo, si fa strada l’errore. Il personaggio ha provato a fare quello che non poteva e, forse, non doveva fare. La mossa su cui si basa il suo rischiare, il ricatto, è poco più di un bluff; un cavillo, neanche troppo complesso, che consegue l’unico risultato di mettere l’assassino – non farò spoiler – in un’allerta esagerata. Anche l’assassino è un disperato a suo modo, un peccatore; peccatori entrambi, lui e il Garrone e peccatori tutti; ognuno è in grado di trasmettere – ma per ragioni diverse – la stessa umanità dei dannati di Dante e a scatenare nel lettore un po’ di simpatia.

Dante. Ecco un altro intreccio, un altro gioco intellettualistico degli autori. Un gioco che fa capire l’alto livello di letterarietà del libro: non solo il cameriere della taverna dove vanno a mangiare Lello e i suoi colleghi si chiama Dante («Ah, finalmente! Cosa c’è di buono, oggi, Dante Alighieri?»); ma, stante le regole del Dante popolare di Pertile, ecco che la Commedia e Dante si nascondono tra i pertugi della testa del Riviera e del Balùn, il mercato popolare di Torino, dove l’intreccio si scioglierà:

Traversò ancora due o tre volte la strada, da una bancarella all’altra, ma edizioni non commentante non c’erano. E il commento dello Scartazzini, che gli proposero in due, lo disgustò […]. Vecchie e scontate banalità, in cui la poesia andava a farsi benedire.

“Tutti gli antichi sono d’accordo che la selva figura il vizio e l’ignoranza. Invece alcuni moderni credono che essa figuri la miseria di Dante, privato d’ogni cosa più cara nell’esilio (Marchetti), o il disordine morale e politico d’Italia”.

Già meglio, i moderni. Avrebbe cercato questo Marchetti in libreria, nel pomeriggio, e avrebbe passato anche la serata a leggerlo. Se poi lui avesse telefonato. (p. 331)

Qui si realizza un doppio gioco letterario: quella che sembra una citazione da Scartazzini, semplicemente non lo è, non esiste; ma il Marchetti citato in corsivo nel testo, se è Giovanni Marchetti, è più vecchio di Scartazzini di quasi un secolo, altro che moderno. Qual è, dunque, l’intento dei due autori? Semplicemente quello di prendere in giro il lettore; perfino quello più aduso ai classici, anche lui, come i loro personaggi, è condannato a una sorta di gogna, perché non ha dubitato e ha voluto credere al narratore, perché siamo tutti piccoli e meschini e fieri.

Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.

 

Sotto la stessa luna gialla

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Foto di falco da Pixabay

Foto di falco da Pixabay

di Pio Quinto

Ell’ùll’è molto giulivo, giulivo assai poicch’ella l’ha chiamato per dìgli “vabbè vabbè” in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima. Una proposta ch’era di andare da lui una sera; un proposta che aveva fatto, non da persuaso, anzi subito pentendosi perlui illuso che una così figurattì. Envece adesso, varda qua varda là, ella stava venendo (verbo da intendersi transitivo) e trallull’era felicissimo. Preparava la casa e si preparava anco gliù stesso, perben’accogliergliela, anche ad esempio sbiancandosi i denti con il bianchetto da inchiostro.

DRIIIN…N…N.

Occhecca’ chill’è, pensa lui, chill’è che ven a disturbà propio quando sta per esser’il moment incù vien’ella?

E’ ella.

L’emozione.

Ella è, e sale le scale, e arriva.

Lui non proferisce alcunchè: l’emozione.

Ella neanco: le scale.

Ella entra.

Lui esce: l’emozione.

Rientorna e si fà precedere lungo il corridoio che porta alla porta aperta del salotto, ov’entrano e siedono poltonizzandosi.

Scambiano per divagar sorrisi, scontatezze d’approccio, divaghi su comuni friends, sguardi di valutazione anatomico-dimensionale. Po’ adduncert punt, ella dadd’intendere d’aver fame, esplicitandosi con una mano in bocca e fandanc’un verso gutturale d’inequivocabile senso tipo: “Anghaaghaaaaa”. Lul và immantinente alla cucina. Di questa n’apre il frigo, ma WUOOTISWEIIV CAAASSUSCLEEEII! v’è solo burro e pane. S’impressiona. Nunsachefà. Possibile che non possa servirla e riverirla in maniera quantomeno degna così anche da propiziarmi l’averla? Poi un’iddèa gliè viè, VUAL BOYS! e lo sospira di sollievo. Prende del pane, eddinsullo, spalmal burro. Mette quindi mano alla vaschetta dei pesciolini rossi e se ne mena seco sei. Li fetta, onde farli simil-salmone. Poi anco rompe il barometro del nonno, per il mercurio, mercurio che sul burro sul pane, ben fungefinge da caviale.

Eella embè, eggià, s’assai appaga nel vedersi portare salmone e caviale sul burro sul pane. Pensa ch’è duopo l’esser ‘sì servita. Dunque mangia. Mangia sì, ma sente che forse qualcosa è strano. Elello dice, senza però farlo sembrarlo lamentarsi. Dice solo: “Chettrano gusto”, colla sua vocetta stridula (che seno mica era da lui quella sera, senon’era per quella vocetta ch’allaltro, quello a cui, lei, avrebbe portato salmone e caviale, all’altro, non piace quella vocetta stridula chell’a ha, merita, ecceterà). Edl’è forse anche per quella vocetta, per quel “Chettrano gusto” eccessivamente stridente, che i due non sentono, uno “STACK”, uno “STACK” che viene da due piani sotto…

…da due piani sotto, dall’umidità fredda della cantina, da tralle polveri, muffe, damigiane, vecchiezze varie, da tra ‘ste cose è che vien quello “STACK”. Quello “STACK” che comunque forse ugualmente non avrebbero sentito, uno “STACK” di legno e metallo; metallo e legno rapidamente venuti a quasi contatto. Quasi, perchè v’è a dividerli, un collo. Un collo. Un minuto collo d’un’innocente ingenuo topolino, il cui esil’esofago deformato a convergere, a tratti si congiunge da parte a parte. E il misero topolino, al mancar dell’aria, s’affanna colle zampette in cerca del respiro, del respiro che poi trova, così di modo chel petto torna veloce a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi. E la mente anche torna a pensare, a pensare all’impietoso destino suo. Destino d’animali zannuti e piedidinosaurici cal solo vederlo lo fuggono terremotificando il tutt’intorno. Destino di bipedi gonnuti che sisterizzano balzando su alberi morti squarciati, piallati e intavolati, urlando al vederlolo. Destino ch’è quella sbarra di metallo fredda sul collo, che soffoca senza sentimento.

Ma lor su, lor sì, su, stavan’avendo ogni tutto. Col lento ritmo d’un disco soave, colle luci soffuse di candele qua e là sapientemente diffuse, e con anco i massaggi che luì le fà e cheella permette; colla camicia che luì le chiede di togliere, eccheella toglie.

Poi quando senza neanco più proporre, lu le slaccia l’elastiseno, colle mani che già gli fornicano, ella ormai più nulla obietta. E va lui, delicato e deciso, pressando giusto, ampliando sempre più i gesti, sulla pelle liscia, soffermandosi sui punti che sente essere più sensibili, e sfiorandola talvolta appena, fino a farla rabbrividire. Poi, all’unisono con il respiro di lei, e col desiderio d’entrambi, curva, al di là della schiena, e fà piene le mani di seni. I vestiti vanno a sformarsi or qui or là. I sessi ci sono. Lui si rallegra nel veder ch’eella, oltre che di bocca prensile, è anco una di quelle a cui giova l’esser nuda. Edd’ella, al veder il di lui effervesciuto totem, troneggiar alto e sacro, va in estasi, e si prostrae devota.

Or lui però s’accorge impròvviso di n’avere roba tipo membrana un poco adiposa missione anticoncepimento; dunque come anche prima in cucina, lull’è bastevelmente colto da panico torbido, ma vualà, un’altra iddèa gliè viè, cioè piglia il totem suo (che per il pensare già s’è dimezzato in dimensioni meno sacre), edd’in sullo fa colare della cera che c’è sciolta sulle candele che stanno lì, quasi beatificanti, intorno ai due finalmente copulanti.

Edd’è tensione corpica, respirar imprevedibile, vocalizzare incontrollato.

Ell’aria è densa, calda.

Edd’è silenzio, sotto la luna.

C’è una luna alta nel cielo.

C’è una luna gialla, quella notte.

Notte diversa, per il topolino speciale. Cos’altro gli serve da questa vita, ora che il metallo, al collo l’ha colpita.

Ora è là, come in croce che tende a quel bugiardo latte salato.

La zampetta senza più forze, si piega. L’incattivitosi metallo, chiude il suo percorso verso il basso.

Senza più respiro, dimenandosi sempre meno, dopo qualche ultima contrazione, tra la muffa nel buio freddo della cantina, il piccolo innocente topolino, lancia il suo ultimo sguardo sul mondo distratto e crudele.

Poi gli occhi gli si fan fissi. Fissi sulla finestra a sbarre al là delle quali, nel cielo stellato, nel silenzio assordante, sta la luna: la stessa luna gialla.