di Mariasole Ariot
Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l’incendio.
Eraclito

Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s’incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato “ferita narcisistica”. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire il piccolo marchingegno che ha fabbricato negli anni, come nel gioco dei bambini, il cubo forato – e ad ogni foro corrisponde un oggetto. L’oggetto del manipolatore è un oggetto preciso, ha bisogno del foro corrispondente per poter inserirsi con precisione.
Un breve articolo del Corriere della Sera del 2 febbraio s’intitola(va) “Anche la violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!”. L’articolo, seppur breve, un trafiletto, illustra rapidamente i danni che la vittima di violenza psicologica può subire e invita alla luce, a far luce, alla parola, alla denuncia. Di per sé è cosa buona : non esiste, infatti, solo violenza fisica : la violenza esiste anche in altra forma, in altre forme – e le ferite invisibili all’occhio (ma rilevabili ad uno sguardo attento, che indaga oltre la superficie del visibile) possono essere talvolta anche peggiori : possono anche, in ultima istanza, condurre alla morte del soggetto che la subisce – sia essa una morte reale (spingere l’altro verso il passaggio all’atto, fino anche al suicidio), sia essa una morte di spirito, una morte psichica, una morte-in-vita.
Una morte in vita che può virare nella completa distruzione dell’autostima, nella vergogna dell’esistere, nel vissuto di indegnità, nella auto-nullificazione. L’articolo, in cui viene fornito anche un numero verde apposito, invita alla denuncia, ma non prende in considerazione un presupposto necessario da cui partire e per cui ogni possibile messa in luce o in parola delle condizioni del soggetto vittima di violenza psichica viene a cadere : perché quel soggetto , nella maggioranza dei casi, porta già le tracce, nella sua personale biografia, di altre violenze, di altri abusi (forse preistorici), o anche di vere e proprie patologie per cui è già in cura o che non ha ancora affrontato e con cui prima o poi dovrà fare i conti. La vittima non è una “vittima a caso” : è scelta accuratamente : deve avere, appunto, quel forellino in cui ci si possa introdurre.
Non è un caso che la maggior parte delle donne e degli uomini vittime di narcisisti patologici (che operano attraverso la produzione dell’angoscia nell’altro), soffrano già (o siano predisposte a) depressione, anoressia, bulimia, tossicomania, disturbi d’ansia generalizzata, autolesionismo – e la lista potrebbe continuare a lungo.
Questo particolare, che può sembrare in prima istanza trascurabile, è in realtà radicalmente influente : al cospetto di un terzo che possa ascoltare o che possa accogliere la sofferenza della vittima e – chiaramente – di fronte all’altro che la violenza l’agisce, la persona diventa “incredibile”, “increduta” : sei tu la/il malata/o! – come accade nel film Gaslight del 1944 diretto da George Cukor, in cui la luce delle lampade a gas si affievolisce, i quadri e altri oggetti spariscono per mano di Gregory, il marito di Paula, che fa credere a Paula di essere l’arteficie degli accadimenti, portandola a credersi folle, conducendola a un lento isolamento da luoghi e relazioni, e dalla relazione con i luoghi. Il titolo Gaslight è infatti tradotto in italiano con : Angoscia.
La perversione rappresenta un mettere con le spalle al muro, un prendere alla lettera la funzione del Padre, dell’Essere supremo. Il Dio eterno preso alla lettera, non già nel suo godimento, sempre velato e insondabile, ma nel suo desiderio in quanto interessato all’ordine del mondo – sta qui il principio in cui, pietrificando la propria angoscia, il perverso si installa in quanto tale.
Lacan
Questo meccanismo perverso (che di perververtimento si tratta) non solo produce doppiamente senso ed esperienze di colpevolezza e vergogna nella vittima, ma preclude ogni possibilità di essere davvero creduta, di essere presa in considerazione nel suo dire, nel suo appello – là dove ci sia ancora la forza di pronunciarlo.
Se i segni della violenza fisica (per quanto anch’essa produca nel soggetto che la subisce – specialmente se agita all’interno delle mura domestiche, non estemporanea ma perpetrata nel tempo, quotidiana – vissuti di vergogna, di automortificazione, di perdizione, di umiliazione) sono verificabili e di-mostrabili all’altro, quelli della violenza psicologica non lo sono affatto. Non c’è sangue versato, tutt’al più il sangue è coagulato in una zona scura all’interno del corpo, si annida nella testa, crea ematomi interni, sacche di dolore ammuffite nel costato. E’ allora davvero possibile che la vittima sia in grado e nelle condizioni di poter denunciare, se la vittima stessa (già “vittima” prima ancora di diventarlo), è stata prescelta proprio perché non munita degli strumenti che permetterebbero di non cadere nella trama dell’altro, nella ragnatela tessuta dal narcisista manipolatore?
La risposta vorrebbe essere: sì, è possibile. La realtà sfortunatamente dimostra il contrario. L’isolamento in cui cade (è una vera e propria caduta) il soggetto che fa esperienza di manipolazione e violenza psicologica, è un ulteriore elemento che va considerato : l’altro che agisce tende infatti ad escludere la propria vittima dalle relazioni che questa intratteneva prima di incontrarlo, cerca di sottrarla al e dal mondo – e questo per due principali motivi : da un lato, per la tendenza propria del manipolatore ad agire sull’altro attraverso istanze di potere, decidendo per lei/lui ciò che deve vivere e con chi deve vivere, dall’altro lato perché così facendo aumenta il grado di dipendenza della vittima nei suoi confronti. Il soggetto che subisce si ritrova così, paradossalmente, all’interno di un mondo in miniatura in cui il contatto avviene quasi esclusivamente con la persona che lo sta lentamente distruggendo, a credere (o illudersi) di poter vivere solo con il proprio carnefice, solo se supportato dal carneficie, al punto limite in cui l’unica persona a cui potrebbe realmente chiedere aiuto è proprio la persona da cui dovrebbe fuggire.
Tutto ciò non ha minimamente a che vedere con la formula sadismo-masochismo : la coppia narcisista manipolatore (o, per usare un termine più affine alla psicoanalisi : perverso)/ vittima non vive di quello che talvolta, con un ghigno e molta superficialità si cerca di dimostrare, e cioè che la vittima resta lì, resta nella posizione frustrante e dolorosa perché gode nel lasciarsi fare del male : la vittima di violenza psicologica non è (questo è bene ricordarlo) un masochista che ama farsi sottomettere e che ha bisogno di un sadico che compia il suo dovere. E’ portatrice – lo ripeto – di una ferita che attira, attrae e su cui il perverso può cominciare a lavorare. E’ infatti di un lavoro che si tratta, un lavoro meticoloso, talvolta urlato, talvolta messo in atto attraverso il “gioco del silenzio”, in cui tutto deve restare immobile e immutato, nulla deve scomporsi, pena la morte. Ciò che chiamo gioco del silenzio è una delle posizioni preferite assunta dal soggetto perverso : fabbricare l’angoscia nell’altro, lavorare affinché si produca angoscia nell’altro, fino al punto limite in cui – com’è noto nel mito di Narciso – l’altro si dà alla morte : anche Eco muore.
E’ una terra sconosciuta, impopolata, fatta di crani abbassati, di piegamenti sulle ginocchia, di bocche cucite, di fili sottili, di tremori notturni, di impossibilità, di nebbia, è la terra dei senza gambe, di ciglia strappate, dei portatori di vischio nelle pupille.
Partendo quindi dal presupposto che il soggetto oggetto di violenza psicologica non sia una vittima casuale ma una donna (o un uomo) con determinate e precise caratteristiche, partendo dalla constatazione che quel soggetto venga scelto non con una partita a dadi ma con una profonda (conscia o inconscia poco conta) consapevolezza, la questione del come agire, cosa fare, dev’essere rivista e rivalutata.
Si tratterebbe allora non tanto (non solo) di educare la persona che sta già subendo violenza a denunciarla, quanto piuttosto educare preventivamente a riconoscere le mosse compiute dal potenziale manipolatore prima che queste riescano – come farebbe un ragno – a tessere la ragnatela attorno alla vittima prescelta da cui questa non può o non vorrà più uscire per il timore della caduta nel vuoto e in ultimo della morte. Morte del Sé, morte della vita, caduta fuori dalla scena del mondo.
Prevenire il “cattivo incontro”, spalancare l’occhio al possibile, là dove quell’occhio è già stato ferito. Riaprire quindi la ferita non con il bisturi di chi la violenza l’agisce, ma con la cura e la grazia di chi ha gli strumenti per farlo, per poter ripulire i detriti e gli elementi putrefatti che offuscano la vista : pulviscolo biografico, strutturale.


di Francesca Fiorletta 




di Francesca Fiorletta







di Francesca Fiorletta
di Edoardo Zambelli



