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L’unico palestinese buono è un palestinese morto

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[Anche Nazione Indiana aderisce all’iniziativa: L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio*. Si legge nel comunicato stampa: Una giornata solo per Gaza, la prima di un percorso per “rompere il silenzio colpevole” su quello che da un anno e mezzo, senza sosta, sta succedendo sulla Striscia e anche sulla Cisgiordania. “Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora”. La data scelta dai promotori di una lettera pubblica per un’azione diffusa, dal basso e online, ha un preciso significato. È il 9 maggio, la giornata in cui tradizionalmente si celebra l’Europa e il suo processo di unificazione. Non è certo casuale. “Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.” Ci sembra importante aderire, tanto più che questo sito ha ospitato molto presto sia testimonianze provenienti da Gaza sia riflessioni intorno a quello che stava accadendo anche tra noi (occidente) e quella parte del mondo che, pur lontana, è intimamente e tragicamente legata alla nostra storia. a. i.]

di Andrea Inglese

1. L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid: una condizione d’inadeguatezza radicale nei confronti di ciò che accadeva nel mondo circostante. Questa inadeguatezza ha qualcosa di più destabilizzante dell’impotenza politica, ossia della percezione che la società a cui apparteniamo, nel suo insieme, stia imboccando una via pericolosa e distruttiva, e che forze ben più grandi delle nostre la spingono in tale direzione. L’inadeguatezza radicale non ci dice semplicemente che non abbiamo le forze necessarie per opporci a un’ingiustizia, a un avversario sleale ma più forte di noi; ci rende anche consapevoli di una nostra debolezza costitutiva, del fatto che comunque sia non siamo abbastanza forti come vorremmo. In una tale situazione, di sconfitta personale e collettiva, possiamo salvaguardare almeno qualcosa d’importante: ossia la responsabilità di dire che quel che vediamo, viviamo, ascoltiamo, è un incubo, e non una concatenazione normale di eventi. E inoltre dobbiamo anche riuscire a dire che questo incubo non è frutto di un fenomeno naturale, e al di sopra della nostra volontà, come la legge della gravitazione terrestre, ma un insieme di decisioni umane accompagnate da un insieme di discorsi, di frasi scritte o dette.

2. Questo inverno sarà memorabile per una regressione generale delle politiche sul clima, perché è il terzo anno di una guerra alle porte dell’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina; perché ci siamo resi conto che, nel giubilo generale, i sistemi d’Intelligenza artificiale hanno iniziato a funzionare nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche, senza che i lavoratori o i cittadini abbiano avuto l’occasione di esprimersi su queste scelte; perché, con la nuova presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno radicalizzato la loro posizione di dominio mondiale senza egemonia, alimentando il caos a livello geopolitico. Infine questo è l’inverno in cui, anche i più recalcitranti di noi, i più scrupolosi nell’uso del linguaggio, si sono resi conto che il massacro della popolazione palestinese di Gaza esigeva di essere descritto attraverso l’uso del termine “genocidio”. E da due mesi questo genocidio si è fatto ancora più evidente, perché alla guerra delle bombe si è aggiunta la guerra della fame. Israele ha infatti imposto alla Striscia di Gaza un assedio totale (di terra, aria e mare), ossia il blocco di ogni possibile aiuto medico e umanitario destinato a sollevare la situazione di una popolazione di sfollati, stremata dalla fame e dalla sete, e sottoposta a massicci bombardamenti. Una popolazione che, secondo le stime più recenti, dall’8 ottobre 2023 conta 52.418 morti e 118.091 feriti.

La decisione del blocco completo è conseguenza della rottura unilaterale, voluta dal governo Netanyahu, degli accordi firmati tra Israele e Hamas il 15 gennaio, accordi che prevedevano l’uscita dal conflitto in tre fasi (Cosa prevede l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza: quando scatta la tregua). Dopo l’insediamento di Trump, tali accordi non erano più considerati vincolanti, dal momento che lo stesso presidente americano, ricevendo Netanyahu alla Casa Bianca in febbraio, annunciava un nuovo piano incentrato sullo “spostamento” in Egitto o in Giordania della popolazione palestinese e l’occupazione statunitense di Gaza per scopi turistici e commerciali.

3. Nel 1868, durante le Guerre Indiane che conduceva spietatamente, il generale Philip Henry Sheridan, di fronte a un gruppo di capi delle tribù native, pronunciò una frase che divenne famosa: “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”. Oggi, l’azione del governo Netanyahu, dopo un anno e sette mesi di guerra praticamente ininterrotta contro Hamas, può essere letta attraverso un calco della macabra frase di Sheridan: “Ogni palestinese buono di Gaza è un palestinese morto”. Questa frase costituisce il nucleo ideologico e genocidario che sottende l’impresa di distruzione della Striscia (edifici e infrastrutture) e di uccisione, ferimento, denutrizione della sua popolazione. La guerra globale contro Gaza si è poi accompagnata all’annessione di sempre nuovi territori in Cisgiordania.

Dopo la strage del 7 ottobre, ogni volta che si parlava della sicurezza di Israele, si ometteva quasi sempre di dire che la sicurezza in questione non era quella di un paese con delle frontiere definite internazionalmente, ma quella di un paese occupante, minacciato di conseguenza da un popolo in lotta per l’autodeterminazione. Un circolo vizioso ha così giustificato per più di mezzo secolo il principio secondo il quale Israele, per poter esistere incolume, deve occupare dei territori palestinesi, anche se poi è innanzitutto questa occupazione che minaccia la sicurezza dei suoi cittadini. Dopo 57 anni di ciclica insicurezza, però, l’estrema destra e i sionisti religiosi al governo hanno deciso di affidarsi a un piano di pulizia etnica, che li metta per sempre al riparo da qualsiasi azione militare o terroristica perpetrata in nome della libertà del popolo palestinese. E l’equazione macabra che hanno stabilito non è un iperbole diffamante o antisemita, ma una formula che si situa nel cuore della propaganda governativa: 1) Hamas è un nemico assoluto da annichilire, in quanto ridotto esclusivamente alla sua componente terroristica e armata; 2) il popolo palestinese non annichilendo esso stesso Hamas, ne è complice; 3) il popolo complice di un gruppo terrorista è esso stesso terrorista. Durante i primi mesi di bombardamenti, quando ancora si poteva parlare in modo plausibile di obbiettivi militari, la propaganda israeliana presentava il popolo palestinese (i civili), come ostaggi e vittime di Hamas. E anche le istituzioni internazionali, entro certi limiti, concordavano con questa narrazione. Oggi, però, di fronte a montagne di detriti e montagne di cadaveri, appare chiaro che, per l’esercito israeliano, con il consenso di una maggioranza delle popolazione israeliana, ogni palestinese sulla Striscia di Gaza – che sia vecchio, donna o bambino – è considerato come puramente e semplicemente “annientabile” in quanto terrorista attivo o potenziale.

4. Forse noi, qui, nella zona di pace occidentale, siamo riusciti tutto sommato a dormire. I bombardamenti, gli incendi, i parenti sepolti sotto le macerie, erano cosa lontana, più intravista che vista. Ma non abbiamo dormito bene. Io non ho dormito bene. Gli stessi incubi notturni assumevano le fattezze di quello che il telegiornale non mi diceva del tutto, ma che la parte inconscia di me, inconscia e forse “sociale”, assorbiva con grande precisione. Passeggiate a Milano, in mezzo a palazzi che iniziano a crollare come castelli di carte e senza apparente motivo. Prigionieri che sbucano fuori da scale ripide e buie che portano in seminterrati; prigionieri con ancora le tracce addosso delle sevizie e dei giorni di fame.

La nostra inadeguatezza non ha smesso di seguirci come un’ombra cupa, e ha inevitabilmente avuto un tremendo effetto demistificante: ma a che servono, di fronte a tutto questo, i rituali di pace, i giorni della memoria, le nostre credenze su una giustizia possibile, su delle istituzioni almeno in parte affidabili, il rispetto per gli innocenti, l’amore per le opere d’arte o le opere letterarie? Ha qualche senso il vivere insieme? L’umanità è qualcosa d’altro che cecità, sonnolenza e furore?

Di fronte all’orrore della distruzione del popolo palestinese non ho potuto che toccare con mano la mia estrema impotenza. Ma chi può qualcosa di fronte a un esercito che non fa entrare a Gaza né i giornalisti né gli aiuti umanitari e che minaccia la vita delle ONG neutrali e disarmate o degli stessi impiegati delle Nazioni Unite?

Ma all’impotenza politica, in quanto cittadino isolato e insignificante, si è poi affiancata la vergogna di non poter dire, e quindi di non poter pensare quello che stava accadendo. Quello che Ilan Pappé, in un articolo del 24 aprile, definisce “L’Occidente ufficiale” ha cominciato a bloccare il discorso, a creare un sentimento d’incertezza diffusa e ingiustificabile, capace di minare anche le constatazioni, le reazioni emotive, i ragionamenti più evidenti. Pappé parla molto bene di questa cosa, introducendo il concetto di “panico morale”. Scrive Pappé:

“Questo fenomeno è noto nella ricerca recente come Panico Morale, molto caratteristico delle fasce più coscienziose delle società occidentali: intellettuali, giornalisti e artisti.

Il Panico Morale è una situazione in cui una persona ha paura di aderire alle proprie convinzioni morali perché ciò richiederebbe un certo coraggio che potrebbe avere conseguenze.”

Comunque sia, io ho sentito che almeno su questo piano qualcosa andava fatto. Sul piano del linguaggio, del discorso. Bisognava trovare un modo di entrare nel campo che l’Occidente ufficiale aveva “minato”, camminarci dentro, anche senza avere né arte né parte. È quello che hanno fatto anche gli studenti un po’ dappertutto nel mondo. Coloro che “mancano di sapere” e frequentano le istituzioni educative (scuole, università) per acquisirlo dai “detentori ufficiali” del sapere. Di fronte all’urgenza della situazione si sono detti che in quel campo minato avrebbero dovuto camminarci, a rischio di fare errori, di sbagliare parole, di concatenare male qualche argomento, di dimenticare qualche fatto importante.

Così, con la scrittura, ho cercato di fare anch’io, come un certo numero di altri individui che come me subivano l’impotenza politica, ma non volevano vergognarsi di non riuscire a pensare per eccesso di prudenza. Ognuno ha trovato un modo per fare esistere la popolazione palestinese e le sue sofferenze al di fuori del quadro troppo ristretto, troppo deformato, che l’Occidente ufficiale aveva reso disponibile.

Oggi anche Nazione Indiana partecipa a questo invito per fare esistere la sofferenza del popolo palestinese e per denunciare il genocidio in atto a Gaza.

Linko quindi di seguito interventi diversi già pubblicati. Abbiamo anche delle testimonianze dirette, come quella di Yousef Elqedra, poeta palestinese che ha vissuto a Gaza dall’inizio della guerra fino a poche settimane fa. I suoi testi sono stati tradotti da Sana Darghmouni e proposti da Renata Morresi.

La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas | NAZIONE INDIANA

Memorie da Gaza #1 | NAZIONE INDIANA

La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra | NAZIONE INDIANA

Memorie da Gaza #2 | NAZIONE INDIANA

Memorie da Gaza #3 | NAZIONE INDIANA

Memorie da Gaza #4 | NAZIONE INDIANA

Memorie da Gaza #5 | NAZIONE INDIANA

La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca | NAZIONE INDIANA

Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler | NAZIONE INDIANA

L’altro volto della resistenza | NAZIONE INDIANA

L’esodo da Gaza – non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza | NAZIONE INDIANA

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Dal comunicato stampa di L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio.

A promuovere la vera e propria ‘chiamata a raccolta’ sono, in ordine alfabetico, Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo. E a sostenere la lettera pubblica sono oltre centocinquanta persone che appartengono a diversi mondi professionali e culturali. Tutte accomunate dall’urgenza, dal tempo che sta finendo.
Chi vorrà partecipare a #UltimogiornodiGaza può inviare comunicazioni sulle iniziative a una e-mail
dedicata: 9maggioxgaza@gmail.com

Di seguito, la lettera pubblica.

L’ULTIMO GIORNO DI GAZA
9 maggio – L’Europa contro il genocidio
#ultimogiornodigaza #gazalastday
Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta
finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce.
Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza,
di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E
sempre con l’hashtag #GazaLastDay, #UltimogiornodiGaza.
Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi,
italiani, europei, umani.
Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui
possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e
tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua
condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna
autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza:
quella fatta a Gaza.
Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle
comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage.
Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei – verrà chiesto
conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare
l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un
conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia
internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo.
Umani.
Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza
#gazalastday.
Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il
loro nome.
Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il
9 maggio è la prima tappa di una strada assieme.
Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora.
Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari,
Francesco Pallante, Evelina Santangelo

 

Il “Faldone”: un estratto

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[Questi testi fanno parte di una sezione di Faldone non ancora pubblicata in precedenza. Faldone, da poco uscito per il Saggiatore, raccoglie il lavoro di scrittura in versi di Vincenzo Ostuni dal 1992 al 2024, in un’edizione che si vuole “intera”, ma come l’autore stesso sottolinea “non completa”, perché il progetto stesso è costitutivamente interminabile. Il volume di quasi 800 pagine include, assieme a una nota dell’autore, anche un saggio di Luigi Severi, dal titolo “un monumento, un documento”. Il viaggio del Faldone verso la “comune presenza”.]

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Cûr

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Immagine generata da AI
Immagine generata da AI

di Giulia Zoratti

Oggi faccio guidare te. Passo le ore di autostrada a contare quanti chilometri mancano al nostro arrivo. Non voglio scendere. Gli interni di questa macchina sono un frammento di stabilità. Il nostro continuo cambiare case ha spezzato i confini dell’intimità domestica. Ci distendiamo in letti dove fino a poco fa dormiva qualcun altro, abbiamo finestre affacciate sempre su città diverse. L’unico posto dove possiamo sempre tornare, è in viaggio.

Senti il bisogno di riempire il mio silenzio di rassicurazioni.

«Se la pioggia è troppo forte ci possiamo sempre fermare».

La tua previsione è giusta. La notte si sporca di un nero più intenso, e siamo in un buio che i fari della macchina tagliano come lame.

Le strade che ci portano a casa scivolano nella campagna delle colline ma la pioggia sempre più forte rende il percorso incerto. I rilievi morbidi diventano ostili e noi siamo silenziosi. L’asfalto è indistinguibile dalla terra dei campi. Spegni la radio. I canali di scolo invadono la carreggiata dandoci l’impressione di navigare in un mare basso.

Cerco di anticipare un nostro incidente. Io e te insieme, sarebbe stato bello. I movimenti dei nostri corpi, sbalzati fuori, avrebbero ricordato un volo.

Non ho mai immaginato la morte come qualcosa di spaventoso, è solo un’attesa.

Accostiamo appena vediamo una tettoia.

«Finché non smette», mi dici mentre ti accendi una sigaretta. Con il motore spento l’unica luce che vedo è quel punto rosso che brucia.

Continuo a abbassare lo sguardo sul cellulare. Una chiamata persa.

Quando arriviamo nella mia stradina, Nives, la vecchia vicina, si accorge di noi. Esce di casa nonostante sia sera. Ti viene incontro appena scendi dalla macchina.

«Di cui sês tu?», di chi sei?, ti chiede, pensando a qualche cugino arrivato per il funerale. Una domanda che può esistere solo in quei posti dove tutti si conoscono.

Resti interdetto per quella lingua che non ti è familiare. Appena vede me, Nives capisce.

«Ah, le so frute…» dice toccandosi il viso, mortificata.

Frut è una parola che ti ha sempre incuriosito, non essendo cresciuto ascoltando questa lingua. Significa bambino, ma significa anche frutto.

Frute, dulà ise tô mari?, dov’è tua madre? mi chiedevano spesso, e io mi sentivo una pesca gonfia di succo. Una delle tante more di un gelso, che appena la tocchi ti sporchi le dita.

Nives mi dà un abbraccio.

«Farò tante preghiere», dice, come se mi dovesse rassicurare.

Mentre mi parla mi fermo sul suo viso.

Le facce del mio paese sembrano quelle di animali selvatici.

Entriamo in casa.

Mia madre ha fatto dei cambiamenti. Un nuovo colore per una parete, una cassettiera in più, l’ennesimo mobile invaso dai libri. Anche il tavolo della cucina è pieno di carte, appunti. Ogni angolo è un tentativo di fuga. Raccolgo tutto ma non trovo dove appoggiarlo.

Improvviso una pasta mentre tu accendi il camino.

Dopo cena rimaniamo seduti a tavola, una cosa che di solito non facciamo mai. In questo ambiente improvvisamente estraneo i nostri tempi si dilatano. Ci rilassiamo. Inizio a raccontarti la storia dell’incidente di mia madre. La chiamo storia, perché non sappiamo davvero come sia andata. Ogni volta cerco di aggiungere nuovi dettagli, immaginandoli e poi chiedendoti qualche conferma.

I suoi amici non ricordavano bene quando era partita, era una giornata festiva, nessuno badava all’orologio. Lei aveva portato il pane fatto in casa e le verdure del suo orto. Era una lunga tavolata di gente della sua età. Ognuno aveva raccontato dei propri figli andati lontano. Ho cercato di capire se fosse stata una serata allegra, con calici di vino scuro sempre pieni. L’ho chiesto alle sue amiche, ma loro, chiuse in un silenzio abbottonato, mi restituivano solo poche parole in lingua. Una lingua maledetta, dove il lessico non permette di divagare. O jerin ben, stavamo bene.

«Volevo solo capire perché mi avesse chiamata. Magari alla cena le era venuto in mente di dirmi qualcosa».

Mi guardi con aria stanca. Non hai mai compreso il rapporto che avevo con mia madre. Sei stato accolto con calore. Con te vicino tutto diventava più semplice. Si imbastivano discorsi, si apparecchiava la tavola, si passava la serata insieme accanto al fuoco. Tu facevi in modo che non si spegnesse, curando quella fiamma tormentata dal vento nella canna fumaria. E io di contorno vi ascoltavo, stupita dell’intreccio delle vostre voci. Quando ero sola in quella casa, invece, mia madre si muoveva come se io non ci fossi. Mangiavamo separate, non per volontà di allontanarci ma per abitudine. La sua indipendenza da tutti, il bisogno di prendersi i suoi spazi, di mangiare appena sentiva la fame, di dormire solo quando si era stufata di leggere. Un ritmo costruito per essere sola.

Una chiamata persa. Non cancello la notifica, così ho sempre la sensazione che mi stia cercando.

Era quasi arrivata a casa.

Una volpe era passata per strada.

Penso di aver trascorso talmente tanto tempo a osservarla, a indovinare i suoi movimenti, a interpretare i suoi sospiri, da poter prevedere ogni sua reazione di quella sera.

Lei aveva provato a sterzare, era stato inutile. Sono venuta a sapere che la sua auto era finita contro un albero, mentre il corpo dell’animale era stato trovato poco più in là. Mia madre era riuscita a liberarsi dalla macchina in fiamme, aveva mosso qualche passo, si era accasciata vicina alla volpe. Mi chiedo se le abbia fatto piacere non morire da sola ma vicino a quel corpo. Se ne abbia potuto ammirare la bellezza. Mi immagino il sangue di mia madre che si mescola a quello di un animale selvatico.

Quando ero bambina non era raro che la volpe venisse nei nostri campi. Spesso riusciva a intrufolarsi nel pollaio di Nives. Mamma mi svegliava all’alba per mostrarmi quella volpe nel nostro prato. Mi portava in braccio davanti alla finestra, e io con gli occhi fragili per la luce la guardavo, seguita dai cuccioli.

«È una mamma», mi diceva sussurrando piano come se l’animale ci potesse sentire, «è per sfamare i suoi cuccioli che rischia tanto avvicinandosi alle case».

Aveva ragione. Qualche tempo dopo quella vicinanza si era rivelata fatale. La volpe giaceva nell’erba. La si poteva vedere anche dalla finestra della mia camera, un punto rosso che si stagliava nel verde. Non c’era modo di nascondersi in quei campi. Mia mamma mi ci ha accompagnato, tenendomi per mano. Era raro poter vedere così da vicino un animale tanto bello, non voleva perdere quell’occasione.

La volpe aveva gli occhi spalancati. Le iridi verdi erano ancora lucide, ma già coperte di polvere e sterpaglie. Il suo sguardo sporcato mi sembrava una bestemmia scritta sul muro di una chiesa. Il pelo rosso, folto, mi dava la sensazione di volerlo accarezzare. Riparare con le carezze la pancia rotta, la pelliccia intrisa dal sangue, le viscere brillanti che i corvi avevano iniziato a rubare poco prima che arrivassimo noi.

Mamma si era stupita quando aveva visto che io, invece di rimanere affascinata, piangevo fino a farmi mancare il respiro. Pensavo ai cuccioli.

Togliamo le lenzuola dal letto di mamma. Letto rifatto da lei, con i bordi sempre piegati accuratamente e adagiati sotto al materasso.

Mi allontano mentre tu leggi qualche pagina di un libro trovato sul comodino.

Faccio una doccia. Indosso la maglietta di un vecchio concerto. Noto il profumo di mamma accanto allo specchio e me lo metto sulla t-shirt.

Torno da te. Invece di aprire la porta della camera da letto mi chino e provo a guardare dal buco della serratura. Lo facevo spesso quando arrivavo a malapena alla maniglia. Non osservo te ma questa casa.

«Ti piace il mio profumo?», ti chiedo appena entro.

È di una marca che era di moda molti anni fa ma che ora si trova nei piccoli supermercati. Lei lo ha sempre usato. Ricordo come mi appoggiavo sui suoi cappotti per sentirlo. Era mancanza. A volte lei viaggiava per lavoro. Altre volte diceva che andava da amici e io e papà restavamo a casa ad aspettarla. Non diceva bene quando sarebbe tornata. Certe volte passava un mese. Le telefonavamo.

Mi avvicino per farti sentire il suo profumo sulla mia pelle.

«Mi piace molto», rispondi.

Mia madre aveva un’eleganza misurata, intellettuale. Sempre essenziale, mai semplice. Difficile da dimenticare. Aveva sempre qualcosa da ridire su come mi vestivo. Chi te lo fa fare di andare in giro con quei tacchi? Tanto lei non capiva, era bella anche con le scarpe basse.

Non ce lo diciamo ad alta voce ma sappiamo entrambi perché sei il suo preferito. Quando mi hai sposata hai sfumato la mia presenza. Mi hai allontanata da questa casa. Lei te ne era grata.

Prima di addormentarci apro la finestra. La tenda trema. Entra l’aria fresca del temporale appena passato.

Non era un segreto che mia madre non mi avesse voluta. Anche quando era incinta non mi desiderava. Non provava a immaginare insieme a mio padre che aspetto avrei potuto avere. L’attesa stava solo nel potersi liberare del mio peso. Forse è stato per quello che si era trovata impreparata quando aveva scoperto che ero identica a lei.

Mentre mi sto addormentando sento che il mio corpo dimentica le sensazioni del giorno. Si rilassa con il tocco della tua pelle. Ti rigiri su di me e mi stringi. Era lì di fronte a noi, il telefono che squillava e tu che mi hai detto di non rispondere: “non roviniamo una bella serata”. E io che ti ho ascoltato.

Ti devo ringraziare.

Ci svegliamo che è il mattino del funerale. Ora che è estate la messa si celebrerà nella chiesa in cima alla collina. Più antica, più fredda, inghiottita da alberi sottili. E tra quegli alberi vedrò spuntare i musi allungati dei miei parenti, mutati nel dolore di chi ha perso una sorella, di chi una figlia.

Appena apro gli scuri noto che il bucato steso da mia madre è stato portato via dal temporale di ieri. Corro fuori. Pezzi di lei sono su tutto il giardino. Sembrano quelle chiazze di neve che faticano a sciogliersi nelle zone d’ombra. I suoi vestiti sono gelidi di quella pioggia fredda e rovinati dalla terra che li inabissa.

Tu mi raggiungi.

«Non ti trovavo», mi dici, affannato, «pensavo che fossi sparita».

Mi accorgo che nella fretta di arrivare non ho messo nemmeno un abito nero in valigia.

Trovo un vestito dall’armadio di mamma.

Mi guardo allo specchio. Sputade, ci diceva Nives quando ci vedeva insieme.

Sputate, una somiglianza violenta.

Giudici (Letteratura e diritto #3)

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di Pasquale Vitagliano

È davvero un giudice. Ritengo sia il complimento migliore che si possa fare a un giudice. Terzo per vocazione rispetto alle parti, voce della legge. Nell’immaginario dovrebbe concentrare le migliori qualità umane dell’equilibrio, della sobrietà e di una magnanimità non lassista. Ci sarà un giudice a Berlino? È l’ultima speranza per un mugnaio di sottrarsi alle angherie dell’imperatore di Prussia. La frase erroneamente viene attribuita a Bertold Brecht di Vita di Galileo. In realtà, si è trattato di una attribuzione giocosa del drammaturgo tedesco Peter Hacks nella sua opera Il mugnaio di Potsdam: una commedia borghese. Resta la contraddizione di un tale affidamento con una concezione marxista della storia, secondo cui la magistratura è una sovrastruttura funzionale al sistema di potere. Più coerente con questa realtà è il giudice di Pinocchio per Carlo Collodi, cioè uno scimmione della razza dei gorilla. Anche Fabrizio De André diffida dei giudici la cui altezza – allusivamente – non supera un metro e mezzo. Anche George Simenon non aveva una grande stima dei giudici. Infatti, l’alter-ego dell’ispettore Maigret è il giudice istruttore Ernest Coméliau, che si distingue per la sua ristrettezza di visione. Eppure, in uno dei libri più intimi e crudeli, Lettera al mio giudice, il protagonista, condannato a morte per l’uccisione dell’amante, si rivolge ad un giudice che porta quello stesso cognome. “Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”. Mi sono domandato se questa lettera sia stata un effetto, in qualche modo, della sindrome di Stoccolma.
All’angustia dei giudici di Maigret si aggiunge il loro carattere minaccioso in due autori molto sensibili al tema, Dostoevskij e Kafka. La figura del giudice assume un’immagine tetra e per niente rassicurante. La terzietà scompare. Il giudice svetta con la sua forza accusatrice rispetto all’imputato che si sente già colpevole e condannato. Il giudice diventa un persecutore. Con uno scritto del 1981, I burocrati del Male, Leonardo Sciascia, commentando la manzoniana Storia della colonna infame, mette in guardia dal pericolo anti-illuminista e totalitario di utilizzare la funzione giudiziaria come strumento etico. Punto di riferimento di una pura visione garantista, è stato, però, brandito, postumo, essendo lui morto nel 1989 prima della stagione delle stragi mafiose e dello scontro su Tangentopoli, come un’arma culturale contro la magistratura politicizzata. Eppure, con Porte aperte, proprio lo scrittore siciliano disegna una delle più lusinghiere figure di giudice. Il ‘piccolo giudice’, compromettendo la sua carriera, in un ambiente in cui tutti, popolo e regime, si aspettano che l’assassino sia giustiziato, si assume la responsabilità di non comminare la pena di morte, sorretto dalla sua cultura giuridica e letteraria.
Per orientarsi nella polemica attuale che ha portato il governo allo scontro con i giudici a causa della separazione delle carriere tra giudicanti e inquirenti, suggerisco la lettura di un’opera teatrale, Corruzione a Palazzo di Giustizia di Ugo Betti, che tutto sintetizza su questo tema. Il potere di sentenziare ha come vizio inerente la corruzione: la verità giudiziaria “corrompe” sempre la verità storica; quasi mai coincidono, della seconda la prima dà sempre una versione fattuale ma microscopica, parziale ma socialmente accettabile. Solo la virtù può legittimare l’autorità. Alla fine del dramma, solo il grande corruttore, il giudice Cust, lo comprende per il peso che si porta sulla coscienza. Dunque, qualsiasi riforma deve essere una auto-riforma per essere efficace. Una conclusione (etica) che non vale solo per i giudici e la giustizia.

Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)
Un genere anglosassone (Letteratura e diritto #2)

Pasqua

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di Maria Noemi Grandi

Nel recinto gli animali di zio non sono divisi per specie, ognuno trova il suo posto un po’ dove gli pare. Le galline e le oche beccano senza paura in mezzo ai cani, sanno dove ritirarsi a covare le uova e a nessuno degli altri verrebbe mai in mente di disturbarle. I conigli corrono per i fatti loro tra una fossa e l’altra del terreno. Le due pecore, Pasqua e Pasquetta, dormono nella grande cuccia di pietra del cane senza nome che quando serve chiamiamo Cane, che tiene tutto a bada e caccia le volpi quando provano ad attaccare. Mi avvicino all’angolo in ombra dove sta la cuccia. Zio ancora non si vede ma mi ha raccomandato alle cinque in punto e io alle cinque in punto sono pronta, che a scuola la maestra ci dice in orario è già in ritardo e io non lo dimentico. Mi accovaccio, batto sulla rete del recinto, i musi delle pecore e del cane sbucano fuori per il buongiorno. Infilo qualche dita tra le maglie di ferro e li accarezzo come posso.

– Sicura? – mi fa zio alle mie spalle, annuisco e mi rialzo – Vedi che t’impressioni.

– Non mi impressiono – aprile sembra già estate eppure in pantaloncini e canotta ho freddo. Non mi sono mai alzata prima a quest’ora, non la conoscevo la temperatura dell’alba, mi rannicchio per poco tra le mie braccia. Zio mi allunga una pila di ciotole e un mazzo di coltelli.

Che le nostre due pecore si dovessero chiamare Pasqua e Pasquetta io e i miei cugini lo abbiamo deciso il giorno stesso in cui sono arrivate in campagna, durante le vacanze di Natale.

– Queste tra qualche mese sono perfette – ci aveva detto zio – Quando tornate a Pasqua sono grandi il giusto e le ammazziamo – e allora era stata facile quella trovata. Un nome: un destino.

Zio apre il recinto e chiama Pasqua a sé – Andiamo, bella. Andiamo – quella si avvicina placida, pensa le abbia portato da mangiare i soliti resti. Pure Pasquetta si accoda ma zio la spinge indietro e chiude il cancello. Insieme ci allontaniamo di qualche passo sul prato. Pasqua si agita e zio allora la afferra per il collo, le serra il muso, cerca di trovare la posizione migliore per bloccarla e procedere ma Pasqua è forte, scalcia. Zio le sale in groppa, la stringe tra le cosce. I polpacci da vecchio pugile si tendono e tremano. Ora la tiene per le orecchie avvinghiate in un solo pugno. Chino sul suo corpo incredulo, zio mi tende una mano e con le dita veloci mi chiede il coltello stretto e corto. Pasqua si dimena, prova a disarcionarsi di dosso il suo padrone. Zio tira il muso verso di sé, le dispone comoda la gola. Pasqua cerca i suoi occhi, bela stridula in quella posizione innaturale, sembra interrogarlo e poi capire, cercare la sorella che intanto piange chiusa nel recinto – il muso appiccicato alla rete nell’angolo da cui può osservarci fino alla fine. Qualunque sia la lingua o il verso, un pianto lo riconosci. E oggi io so come piange una pecora: come mio fratello piccolo appena arrivato a casa dall’ospedale. Quelle urla acute, scattose, lunghe fino a svuotargli i polmoni e stridergli in gola, come se fuori dalle braccia di mamma ci fosse solo la paura dei boschi neri, la certezza di essere soli e morti.

Zio impugna sicuro il suo coltello – Buona – le dice – Buona! – da sinistra a destra, la sgozza. È stanco ma sorride. Resta curvo sul corpo di Pasqua, la scrolla leggermente per aiutarla a morire. Il sangue sgorga dalla gola spezzata sugli ultimi rantoli. La vita se ne scappa per le zampe che scalciano ancora qualche volta prima di cedere.

– Avanti, è finita, buona. È finita – la consola – Andiamo – mi dice con la voce rotta dallo sforzo mentre se la carica su una spalla e fa strada davanti a me. Lo seguo in silenzio con in braccio gli attrezzi che mi ha affidato. Giriamo l’angolo, ci fermiamo all’ulivo più anziano, bitorzoluto e spoglio ma resistente, appena dietro il recinto da cui ancora la sorella riesce a osservarci. Da uno dei rami più alti, pende già pronta una corda con un arpione. Zio prende Pasqua per una zampa, infilza l’arpione nel tendine del tallone che nonostante il peso non si strappa. Sparisce nella casetta degli attrezzi e io resto sola a fissare Pasqua dondolare nel vuoto a testa in giù. Quando torna zio ha con sé un compressore. Incide la pelle della schiena e appena sotto, nel piccolo taglio, ci infila la bocchetta del tubo. Lo accende, l’aria scuote violenta il silenzio dell’alba e il corpo di Pasqua. La sua pelle si gonfia come una zampogna, si scolla senza fatica dalla carcassa. E Pasqua, come una zampogna, suona. Suona e io mi spavento.

Zio ride – I fantasmi! – rido anche io ma non rispondo – Che fai, ti spaventi? È solo l’aria che passa nel taglio della gola – rido meglio.

– Tipo flauto – faccio. La risata comune ci assolve. Pasqua, tutta gonfia, ridicola, continua a dondolare mentre noi ridiamo.

Spento il compressore viene scuoiata in fretta – Togliamo il vestitino – le dice zio divertito di se stesso. Gli passo quello che chiama coltellaccio e lui si fa deciso, primitivo, le apre la pancia per il lungo. Mi fa cenno e mi avvicino pronta con le ciotole. Fingo, mi tolgo dalla faccia la tensione dello schifo. L’odore vivo del sangue mi punge le narici e la gola.

Zio mi sa e mi richiama – Sbrighiamoci. Arrivano le api – e allora torno vigile e veloce nel disporre ciotole, stracci e coltelli. Per prima cosa estraiamo l’intestino. Zio lo lascia scivolare, viscido e caldo, nella ciotola che tengo sugli avambracci per raddoppiare la mia forza. Scaccio le api attorno a me agitando la testa come una mucca. Passiamo alla sacca dello stomaco, poi ai reni, al fegato. Al secondo giro ho capito come coordinare il respiro. Trattengo quando mi avvicino al corpo, respiro veloce quando mi giro a cambiare la ciotola. Tocca al cuore. Zio si fa più lento, lo estrae con cura a due mani – Trifolato è magnifico. Oppure semplice: arrostito, olio e sale – annuisco, mi perdo da qualche parte e il peso del cuore buttato nella ciotola mi sorprende. In ultimo, i polmoni.

Mentre mi avvio verso casa con le prime ciotole piene di organi, budella e coltelli, lui rifinisce il lavoro. Mozza la testa di Pasqua, la aggiunge in una delle mie ciotole, fa cadere in un secchio i rimasugli che non servono. Poi sgancia Pasqua dall’ulivo, mi cerca lì attorno per mostrarmi fiero tra le sue braccia spalancate in aria sopra la testa, la carcassa nuda e vuota, tenuta per i piedi e per il collo. In casa intanto solo zia è scesa per la sua parte del lavoro. Il tavolo vuoto al centro della cucina è pronto, coperto di traverse e taglieri. Seguo zio al lavandino, lui si sciacqua velocemente le mani, io proseguo su per le braccia, sfrego bene tutte le macchie di sangue, salgo fino alle spalle che mi prudono, mi sciacquo anche le narici.

La carcassa scomposta di Pasqua è sul tavolo. Dai buchi della mandibola sguscia fuori la lingua e si abbandona. I fasci di muscoli e tendini che avvolgono il cranio, gli occhi lucidi e ora esposti, appena pinzati alle orbite, resistono a comporre il suo volto. Mi sembra sorridere, sto sotto la pelle e il pelo e ancora la riconosco. Zio pizzica la lingua tra indice e pollice – Questa al sugo è la morte sua – sorrido. Buona, penso.

Zia intanto prende i sacchetti Cuki e me li porge. Passo a zio l’accetta per separare le zampe dal busto, gli stinchi dalle cosce. Lui conosce le fibre della carne, la loro direzione e resistenza, tra le coste ci entra con la punta del coltello grande e lungo ben affilato. Pare il rumore della seta accarezzata di nascosto nell’armadio di mamma quando giochiamo a le signore del mercato. O no, il rumore dei fogli di pelle che ci stacchiamo a vicenda dalla schiena dopo esserci bruciati al mare. I colpi secchi e decisi dell’accetta tranciano le ossa con pulizia e cura. Nessuna scheggia finisce nella polpa. L’indecisione fa mangiare carne scarsa.

– A Pasqua quanti siamo? – ci contiamo e poi contiamo i pezzi di carne. Immaginiamo quanta fame potremo avere da lì a tre giorni. Zia mi passa i sacchetti e io li arrotolo come so, per aiutare l’imbustamento e far sì che i bordi non si sporchino di sangue. Mi appollaio nell’angolo di tavolo sgombro, gambe ripiegate sotto il sedere per arrivare meglio con i sacchetti alle sue mani piene. L’odore del sangue di Pasqua non lo sento più. Posso stare vicina senza trattenere il respiro. Appoggiata sui gomiti continuo ad arrotolare sacchetti. Sono stanca e gobba. Ma era giusto scendere presto, aiutare zio. Vedere tutto, cosa c’era nel corpo di Pasqua, infilare gli occhi tra gli organi e guardare finalmente da vicino come quelli se ne stanno lì accrocchiati, scoprire come sono fatti, quanto pesano un cuore, un paio di polmoni, lo stomaco lungo lungo di una pecora. Mi drizzo, ho in testa la voce di mamma che mi dice Stai dritta. La pancia fa le pieghe. Pure le cosce premono sull’orlo dei pantaloncini. Mamma li chiama i suoi prosciuttini. Saltare in camera per tutto il mese, tutti i pomeriggi, non è bastato. Quando in oratorio mi siedo devo fare attenzione alla maglia che se ne resta infilata nelle pieghe. Con questa pancia la canotta blu e rosa non la potrò mettere. La canotta blu e rosa però sarebbe stata importante. Il primo giorno di campo è importante. In oratorio tornano quelli di terza media, che ormai è un anno che non si vedono più, e fanno le squadre. Le vacanze di Pasqua non durano niente, ho poco tempo per farmi piacere da Luca. A quelli di prima oggi facciamo i gavettoni di acqua e pipì. Mi tiro i pantaloncini sulle cosce come a slabbrarli e illudermi di avere meno carne attaccata, meno grasso. Un filo di sangue mi è colato su tutto il polpaccio destro. Deve essermi sfuggito. Lecco due dita e lo sfrego ma quello è già secco. Corro su per le scale, busso e ribusso alla porta del bagno ma Chiara, mia cugina, è chiusa dentro e non apre – Mi devo lavare.

– Usa il lavandino di giù – ma nel lavandino di giù c’è l’intestino di Pasqua. Zia già lo sta lavando per bene con il sale, andrà avvolto attorno a tritato, uova, prezzemolo. Buono. Allora cerco di portarmi avanti, lecco le dita e sfrego ancora. Busso.

– Devo usare il bagno. Arriviamo tardi. Non so che mettermi – il sangue di Pasqua è duro a levarsi.

Fuori sua sorella Pasquetta piange. Piangerà senza pace per giorni e notti a cui ci abitueremo e che smetteremo di contare.

Fu Mina

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di Laura Mancini

Un pomeriggio d’autunno del duemiladiciotto mio marito apparve sulla soglia a un orario insolito. Lo guardai storto dalla scrivania sperando entrasse e uscisse in rapidità senza pretese di interazione, non avevo ancora concluso il lavoro del giorno ed ero irritata dal suo aspetto squinternato e fuori asse. «Elio» sospirai come si constata «piove…», ma lui restò chiuso nel suo. Esitava trafficando intorno all’attaccapanni Shangai di cui mi sarei presto disfatta come se stesse cercando di ricordare che cosa fosse tornato a prendere. Non volli dare peso alla cosa avendo smarrito ogni interesse nei suoi confronti da quando avevo appreso che mi tradiva leggendo uno scambio whatsapp – erotico nei contenuti, scabroso a voler proprio infierire. Era stata una scoperta un po’ patetica, dovuta alla presbiopia e all’istinto alla lettura, una deformazione professionale di cui di norma ci si bea ma non in casi come questo. La schermata della chat resa gigantesca dalla scala aumentata dello schermo del nostro computer mi aveva trasformato all’istante nel genere di moglie che spia – ma piuttosto: vede suo malgrado – il marito in tutta la sua semi-demenza, segno che il degrado imperversava sul nostro comune destino macellando in un sol colpo i fasti del passato, o almeno “il suo dignitoso ricordo”. Ne era conseguito un disincanto radicale verso l’entità biologica ancor prima che storica, l’essere umano ancor prima che il compagno di una vita. Ma ventidue anni non fanno neanche mezza vita, mi ero detta, quindi chi se ne frega. Da settimane mentiva istericamente sulla sua routine, i suoi spostamenti, i suoi impegni di lavoro e i suoi appuntamenti ricreativi che definiva stressati da irrimediabili questioni accademiche ed erano invece solo esplosi per via di una relazione extraconiugale che non sapeva gestire. Trovavo quasi comico il suo sforzo di fornire precise e credibili descrizioni degli eventi immaginari che lo trattenevano fuori casa sebbene non gli chiedessi conto di nulla. Annuivo a ogni informazione guardando la parete verde salvia del soggiorno che ora mi ricordava un ospedale psichiatrico e non più il padiglione di un museo come quando l’architetto ci aveva presentato la palette con fare spocchioso. E più io annuivo più lui farneticava. Mentiva con un atteggiamento che gli doveva sembrare navigato ed esperto, degno del traditore seriale che dubito fosse stato, negli anni precedenti a quel gotico exploit fedifrago. La questione più divertente – sì, uno spasso. Che cosa stava cercando frugandosi in tasca, una prova da occultare sotto i miei occhi? Povero tonto, il solo ricordo è uno strazio – era che mi sapeva a conoscenza di tutto per essere irrotto nello studio proprio mentre leggevo la conversazione amorosa, ma inorridito e pietrificato dalla contro-scoperta si era astenuto dall’appurare la mia effettiva comprensione dei fatti e lo stato emotivo in cui versavo alla luce del nuovo grande segreto che ci divideva. O univa… eravamo entrambi stupiti dall’indifferenza che opponevo alla sua slealtà. Proprio io, Fu-Mina, come mi chiamavano le amiche anteponendo una sillaba al mio ultimo nome. Fumina era stato il personaggio iracondo che avevo interpretato fino a quel momento: presa consapevolezza del torto, il torto si era fatto piccolo, il reo miserabile. Fu Mina, ora non più.

Di slealtà non si sarebbe trattato in fondo se solo Elio avesse deciso di spiegarsi, o almeno di rivelarmi l’intenzione-tentazione di intraprendere un’avventura sensuale con un suo amico, una persona a entrambi familiare che io stimavo particolarmente, uno dei pochi scrittori che frequentavamo ancora. Avevo appena letto il suo ultimo romanzo tutto d’un fiato trovandolo superiore alle prove precedenti e sorprendente per l’atipicità. Non era ascrivibile ad alcun genere, rifuggiva le etichette e mi conquistava completamente nonostante le caratteristiche del tutto antitetiche al mio modo di sentire e leggere la realtà – la prosa scarnificata che in quel periodo riempiva la bocca di tanti era solo una delle caratteristiche del romanzo, non la più significativa. Ero rapita dalla natura onirica del testo, ma ancor più dalla caratura artistica dell’autore che traspariva in modo tutt’altro che compiaciuto dalla prosa, librandosi in aria e planando sulla pagina attraverso torrenziali ma sorvegliati sfoghi verbali compatti senza che si potesse davvero decifrare il senso della storia o sovraccaricarla di significati accessori. Non pretendeva di averne, né tantomeno di spiegare, istruire, sconvolgere o lasciare un segno. Eppure era un libro di idee: di idee e non di trama, di idee e non di personaggi, un lavoro distante da tutto ciò che avevo apprezzato nella narrativa contemporanea fino a un minuto prima di essere sedotta e tradita dalla stessa persona, Didier Slimani. In un certo senso avrei preferito chiedere ragione del misfatto solo a lui: lo ritenevo più degno e assennato. Elio avrebbe affogato il fatto nell’imbarazzo riducendolo al ridicolo accidentale e continuando a cercare qualcosa di immaginario nelle tasche dell’impermeabile. Mi ero risolta per lasciarli sguazzare in pace nel loro amorazzo da vecchi dedicandomi agli strascichi di una vita destinata a un unico compagno fedele: il lavoro.

Un anno prima avevo lasciato un incarico ventennale come editor in chief della narrativa straniera per una delle maggiori case editrici italiane dopo l’acquisizione indiscriminata di diverse case minori da parte della stessa al solo scopo di monetizzare forsennatamente pubblicando letteratura pornografica, manga coreani e libri demenziali per adolescenti – tutta l’immondizia che andava di moda in quegli anni. «Mina ma perché», aveva biascicato l’editore mentre ragionava soddisfatto su chi invitare a sostituirmi. Le dimissioni erano state liberatorie, non rimpiangevo lo stile ibrido del mio ufficio con le lampade tiffany e le poltroncine frau, né i personaggi che vi transitavano – topi ragno, uomini bassi, per lo più, con mani piccole e delicate da preti. Da qualche mese, nella nonchalance della libera professione senile, collaboravo con una rivista culturale internazionale che stava improvvisamente prendendo una piega molto meno indipendente di quando ero stata ingaggiata con una lusinghiera proposta vergata su vera carta con vera penna dalla direttrice in persona. Era un’amica di amici, snob ed eccentrica, un’esteta nomadica che si era formata nella scena artistica dell’Europa meridionale dove aveva consolidato un profilo militante raro a trovarsi nell’ambiente in cui sguazzava raccattando fondi a destra e a manca. Purtroppo il suo personaggio, al pari della mia superata caricatura collerica, era stato smontato dalla crudezza del quotidiano e non mi avrebbe stupito essere liquidata dall’oggi al domani per incompatibilità dei nostri reali ego che avevano iniziato a confliggere dal minuto zero della mia partecipazione al progetto. Io volevo una chiusura sofisticata a decenni di lavoro letterario, lei voleva fare soldi senza perdere la faccia. Questo era invecchiare male, cadere dai rami più alti come foglie prosciugate dal tempo e sgretolarsi a terra in una polvere qualsiasi, mi dicevo fissando la dirimpettaia che stendeva o ritirava i tappeti dal terrazzo ventiquattr’ore su ventiquattro con un aspetto tanto più sereno del mio. Tornando al quadro più piccolo, la delusione che mi opprimeva alle riunioni della rivista presiedute da individui ignari dei contenuti culturali, ma molto edotti sugli spazi pubblicitari a disposizione, era un chiaro segnale dell’imminente scadenza del mio sodalizio con l’astuta manager e con una certa epoca dell’editoria. Ero stanca di recitare e ascoltare recite, badavo solo ai fatti e i fatti erano squallidi.

Non sono sicura di aver chiesto a Elio come mai fosse tornato a casa prima del solito o a che cosa fosse dovuto l’atteggiamento cogitabondo che lo tratteneva sulla soglia con una manica del loden sfilata e l’altra ancora addosso, lo sguardo perso sulla presa del modem, un’aria stralunata per la quale in tempi di minore estraneità lo avrei deriso. Al contrario ricordo perfettamente che un allarme proveniente da un interno del palazzo suonava senza sosta da ore rendendomi impossibile conferire qualità narrativa al pezzo sulla ceramista inglese in consegna per il giorno successivo. Dal profilo esangue che mi era riuscito di comporre mentre l’emicrania pulsava all’unisono con l’allarme emergeva un’artista poco affascinante, il suo atelier, i pavoni, il riferimento a Virginia Woolf e all’Omega Workshop: era tutto molto noioso e le due cartelle che avevo composto meccanicamente non rivelavano nulla di inedito, non vantavano un guizzo stilistico né il minimo trasporto. Ciò che feci di certo fu rivolgere a Elio un saluto stringato e offrirgli una tazza di tè. A quel punto lui si riebbe e mi rese uno sguardo diffidente, quasi fosse incerto della mia identità e delle ragioni ultime della nostra convivenza. «È morto», disse, «ieri era vivo e oggi è morto». Comprendendo all’istante a chi si riferisse ne pronunciai il nome in modo interrogativo. Ma non può essere accaduto davvero, pensai, è giovane come ormai dicevamo di chiunque avesse meno di ottant’anni, ha ancora tanto da scrivere, libri che sarò io a leggere. Poi una freddezza immotivata mi pervase allontanandomi da quanto accadeva. Tacqui a lungo finché Elio non ripeté «Didier» e poi: «ha avuto un infarto, non c’è stato niente da fare, mi ha telefonato la figlia». Niente da fare, mi dissi, e ancora una volta: niente da fare. Fuori l’allarme continuava a suonare.

Avevo conosciuto la figlia di Didier a una presentazione di un libro del padre, anni prima. Mi era parsa una giovane donna dallo stile insolito, con voluminosi capelli rossi e un paltò vintage che doveva aver pescato a caso in qualche mercatino. Si chiamava Emma, abitava a Montpellier e veniva a trovare il padre per brevi e sporadici soggiorni dovendo dedicare l’altra parte delle ferie alla madre che dopo la separazione era tornata a vivere in Inghilterra. Una donna di gran classe, la madre, alla Jean Rhys, magra, pallida e squilibrata, dall’intelligenza spaventosa, spesso alterata e isolata, una protagonista involontaria nata con la camicia, ma di forza. Theresa. Pur avendola incontrata un milione di volte, non avevo il suo numero di telefono né il suo indirizzo e-mail, di lei non mi era rimasta che una specie di ombra sottile. Tutt’altra storia era la giovane Emma. Ci teneva a definirsi “naturalizzata” francese e spiccava per il suo studiato grigiore, era algida, concentrata sul lavoro – insegnava antropologia all’università – e fredda come le persone che crescono facendo a meno dell’aspetto sentimentale delle cose. Non aveva nulla del fascino dei suoi genitori, non sembrava interessarle la realtà poco terrena a cui loro avevano ispirato le rispettive disperazioni. Non seppi immaginare in che modo avesse accolto la notizia della morte del padre, forse la tragedia le aveva tolto di dosso quel rigore con cui doveva spaventare gli iscritti al seminario monografico su Lévi-Strauss. «Che palle» fu quanto mi uscì stranamente di bocca mentre Elio continuava a fissare l’attaccapanni come un totem o un crocifisso. Lottava con l’indecifrabilità del destino, vecchio, stolto amico mio. Qualcosa, forse l’amore, si dimenava in lui, impedendogli di piangere.

Mi lavai i denti, infilai l’impermeabile e presi le chiavi della macchina che Elio aveva cercato senza successo. «No», disse al muro salvia prima che uscissimo di casa, «non serve». Non parlava da solo da quando aveva consegnato il lavoro che lo aveva demolito prima del grande rilancio, come chiamavamo il suo ultimo decennio di attività. Si mise alla guida e mi augurai che non andassimo a sbattere, non perché avessi cara la pelle ma perché detestavo l’idea di morire in modo stupido e inconsapevole. Per distrarmi setacciai il web a caccia della notizia. La casa editrice aveva già annunciato la fine di Didier come l’esito improvviso di un male di cui l’autore era stato inconsapevole e che lo aveva dunque sorpreso nel fiore dell’attività strappandolo al piacere della vita e alla febbrile attività letteraria. Tra le righe del comunicato si intendeva qualcosa come un infarto silente, un tumore fulminante. Parcheggiammo la volvo a due passi dall’ospedale e mentre camminavamo verso la camera ardente notai che a Elio tremavano le mani. Quando parlava il mento subiva un lieve sussulto alla base, come per un’imminente ischemia.

Ci accolse Emma in persona, senza sorridere ma neppure piangendo o mostrandosi più scossa del dovuto. Ci fermò sulla soglia della camera ardente per esporre in modo rapido e chiaro l’accaduto. Dopo la premessa sulle cause ufficiali della morte, passò a descriverci in modo minuzioso il suicidio del padre – «Alle ore xx ha ingerito le pastiglie, alle ore yy ha scritto una lettera che leggerò alla commemorazione. Si rivolge anche a lei, Elio». Mio marito palleggiava gli occhi da destra a sinistra a velocità supersonica. Emma proseguì il resoconto secondo per secondo fino agli ultimi respiri esalati e agli spasmi post-mortem. Doveva essere carica di odio, per qualcosa o qualcuno. Studiandola a fondo mentre esponeva i fatti in modo implacabile, come una campana che col sole o con la tempesta, per un matrimonio o un funerale, a quell’ora rintoccherà la mezza punto e basta, compresi che era la consapevolezza di chi fosse stato mio marito per suo padre a ispirarla. Quanto a Elio, l’unico dei presenti sconvolto dalla perdita, prese a oscillare il corpo intero tenendosi aggrappato a una colonna di porfido e poi a me, come un ballerino perso nel ripasso della coreografia prima di entrare in scena.

Un anno prima di morire Didier aveva depositato testamento presso uno studio notarile di Nizza, il che è insolito per un uomo di sessantaquattro anni, ma del tutto sensato per un aspirante suicida avverso ai lasciti irrisolti. Di ritorno a Roma aveva mischiato grappa e benzodiazepine in una tazza danese come una di quelle poete americane afflitte da problemi psichici – sulla porcellana era poi stato trovato un fondo vischioso di miele scuro. In quell’occasione di cui né Elio né io eravamo a conoscenza che aveva preceduto di dieci mesi il secondo e più riuscito tentativo, Didier era stato salvato nonostante l’imperativo “non rianimatemi” scritto a penna sul petto. Nulla di quanto aveva compiuto corrispondeva all’idea di lui che avevo coltivato leggendo i suoi romanzi o ascoltandolo parlare di Londra Parigi e Algeri, la soluzione a cui era giunto contraddiceva il suo distacco dagli oggetti e dalle pulsioni oscure che avevo creduto poterlo agitare solo a livello cerebrale e tecnico-letterario, come capita a un uomo immune alle meschinità, un artista che risponde a una poetica e scava senza mai sprofondare. Mi ero lasciata ingannare dalla veste sociale senza cogliere la reale persona, avevo letto il manifesto ma non il testamento. Il coup de théâtre arrivava col lascito: Didier ci aveva donato – venivo menzionata per esteso, con tutti i nomi e i cognomi che i miei genitori per pura megalomania mi avevano attribuito – una villetta in Costa Azzurra, a Saint-Paul-de-Vence, dove James Baldwin aveva trascorso i suoi ultimi anni. James e Didier, annotai mentalmente per il memoir che fino a pochi minuti prima non avrei avuto ragione di scrivere e ora forse sì.

Quando apprendemmo tutto questo – che era molto anche per gente disinvolta come noi – ci trovavamo ancora all’ingresso della camera ardente, a pochi metri dalla salma e da una decina di persone che non riuscivo a mettere a fuoco. Il forte vento da nord muoveva a battito d’ali il rever del cappotto di Emma – quinte impazzite dopo uno spettacolo assurdo ideato per provocare il pubblico. L’episodio a cui partecipavo senza sapermi opporre era permeato dal cattivo gusto e dal cattivo auspicio. A troncarlo arrivò una donna microscopica spettinata dal maestrale che Emma chiamò «nonna» allontanandosi finalmente da noi. Elio sbavava lievemente e pareva rimpicciolire sotto il peso del cappotto. Per spezzare il suo silenzio dissi «non male» in riferimento alla notizia della casa. Fremevo sperando di poter concludere quanto prima l’immonda situazione, l’ondulazione di Elio, il libro degli ospiti, quel mostro con gli occhi asciutti e il ghigno trattenuto, i fiori, l’odore di disinfettante, i miei grotteschi «che palle» o «non male», quel vento malato, venuto a confondere le idee. Emma incrociando il mio sguardo ammiccò come chi avesse appena chiuso a proprio vantaggio una trattativa complicata e avvicinandosi nuovamente mi soffiò nell’orecchio: «la casetta è un incanto, si fa perdonare la sua umidità». Ogni cosa intorno a noi si scontornava fino a svanire svuotando la stanza dagli oggetti e la mente da ogni significato.

A Elio che camminava come se fossero il vento ghiacciato e l’uragano di foglie a spingerlo a pedate verso il parcheggio dissi «me la ricordavo meno agitata», ma non ebbi risposta. Accese il motore e zappò a caso sui pedali, ogni minuto meno in sé, vicino al suo inferno, solo nel suo privato abisso. Lasciò squillare più volte il cellulare – chi lo chiamava, ancora quell’aguzzina con le scarpette da tango o il rettore per fargli le condoglianze? Frusto come uno straccio bagnato, aspettava che a ogni verde ci strombazzassero contro prima di rimettere in marcia col fare di chi sia sbronzo e stremato, stufo di sé, non rianimatemi.

Presi a rimuginare su tutti i romanzi non scritti e su come avrei fatto meglio a prendere ad accettate la mia scrivania per poi farla ardere in un caminetto di Saint-Paul-de-Vence interrompendo una volta per tutte le passeggiate tra gli scaffali delle librerie intasati da robaccia e le riunioni con l’editrice mercenaria, non erano migliori di quelle coi topi ragno. «Chi?», mi chiese all’ennesimo colpo di clacson, «la figlia» replicai, «Emma? Non è agitata, solo un po’», ma non finì la frase. «È un po’ agitata?», «Dura» riprese piatto, «Emma è molto dura». Fu quanto di più intimo ci dicemmo sulla vicenda durante il viaggio in macchina a sbalzi e inchiodate. Poi piombammo in un concetto di perdita permanente fatto di silenzi, lunghe sessioni di lettura e pasti separati. Non ne parlammo più, non decidemmo nulla e non facemmo altro che aspettare, fino all’estate successiva quando partimmo per Saint-Paul-de-Vence con un’idea comune e complementare, di pentimento e redenzione.

L’esodo da Gaza – non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza

2

di Yousef Elqedra

All’amico Moheeb Barghouty,
là dove ti trovi,
là dove le anime continuano a dimorare tra le rovine del tempo, fra queste la tua.

 

 

La salvezza, un’altra ferita

Caro Moheeb,

ti scrivo non per annunciarti una salvezza, ma per raccontarti come la salvezza stessa possa essere un’altra ferita: una ferita antica che si rinnova.

Sì, abbiamo lasciato Gaza. Ma Gaza non ci ha lasciati. Tutto ciò che è accaduto è che ora la portiamo in noi, sotto forma di strati invisibili, come la linfa di un albero che conserva memoria di ogni tempesta, carestia e morte.

Abbiamo valicato il nostro carnefice, armato fino ai denti. Abbiamo valicato ma senza gli amici rimasti intrappolati. E quando abbiamo attraversato il mare, credevamo che l’acqua potesse lavare la memoria, tuttavia ho realizzato che la memoria non dimora nella pelle, per staccarsi da essa col sale, bensì vive nell’osso, nel suo midollo più segreto, laddove né le onde né il perdono possono raggiungerla.

Qui, a Marsiglia, il mare è diverso.

Il suo azzurro non somiglia all’azzurro del mare di Gaza.

Qui, il mare è quieto, adagiato come un’anziana stanca di raccontare storie.

Il nostro, invece, era un giovane mare impetuoso e tumultuoso, che scalciava la riva come chi tenta di evadere da una prigione.

Ogni cosa, qui, sussurra alle schegge del mio cuore: la vita è possibile.

La gente cammina con calma, parla con dolcezza, persino il dolore qui è sommesso.

Ma noi, venuti dal fuoco, portiamo nei nostri passi l’eco di un’antica esplosione.

Ora siedo al caffè accanto alla finestra, fumo come atto di rivalsa contro la privazione,
e fisso l’azzurro di questo mare estraneo, chiedendomi:

chi di noi si è davvero salvato?

Chi è rimasto laggiù sotto le macerie?

E chi di noi è sopravvissuto per morire lentamente qui, nel grembo di un esilio preso in prestito?

 

 

Una morte lenta, ma meno crudele stavolta

Moheeb,

non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza.

Cercavamo un altro tipo di morte:
una morte lenta, meno crudele.

Una morte che non ti sorprenda sotto le macerie,
ma ti raggiunga sotto un albero,
su un marciapiede,
o tra amici che ridono ignari del fatto
che tu stai agonizzando da tempo
per la delusione, i silenzi inquietanti, le complicità.

Qui, l’assenza è più grande di ogni cosa.

Né i volti dei passanti colmano il vuoto,
né le risate dei bambini nei vicoli restituiscono all’anima la sua gioia.

L’esilio non è il luogo. È il tempo.
L’ho compreso da prima.

E qui, il tempo scorre in modo diverso,
come se fossimo stati tagliati fuori dalla linea originaria della nostra esistenza.

Siamo diventati parassiti di un tempo
che non riconosce il nostro dolore
né ci chiede conto delle nostre perdite.

Sai, amico mio, qual è la cosa più crudele?

Scoprire che la patria ti ha lasciato prima ancora che fossi tu a lasciarla.

Renderti conto che le case che amavi sono divenute polvere,
che le strade che conservavano l’eco dei tuoi passi
sono state rase al suolo.

E che, se mai tornerai,
tornerai al vuoto,
alle tue rovine.

 

 

Il fantasma di mia madre

Caro Moheeb,

non scrivo per lamentarmi.

Scrivo perché la scrittura è l’unico modo per convincermi di non essere morto del tutto.

Che una piccola parte di me ancora respira, soffre e scrive.

Nelle ultime notti, il fantasma di mia madre mi fa visita.

Non parla.

Si siede soltanto sul bordo del letto
e posa la mano sul mio capo,
come faceva quando ero bambino e tremavo per gli incubi.

Apro gli occhi,
scorgo solo tenebre
e capisco che il vero incubo
non è sognare,
ma svegliarsi.

A volte mi chiedo:

cosa significa essere umani dopo la devastazione?

Come si può piantare speranza in un pianeta avvelenato dalla disperazione?

Come si può sorridere,
quando i ricordi ti riempiono la bocca di cenere?

Qui, a Marsiglia, tra amici e sconosciuti, ho capito che l’uomo non sopravvive perché è il più forte,
ma perché è il più abile a fingere.

Finge di stare bene, per poter credere alla propria menzogna.
Finge di dimenticare, per reggersi in piedi.
Finge di amare il mare, per non piangere davanti ad esso come un bambino smarrito.

È forse questa la salvezza?
Una bugia ben recitata?

O forse la vera salvezza -come diceva un vecchio mistico, di cui non ricordo il nome-
è sapere di essere già morto,
e continuare a vivere comunque,
con un sorriso beffardo sulle labbra?

 

 

la terra che mi ha rigurgitato

Caro Moheeb,

So che è greve questa lettera,
ma tu, tra tutti, sei l’unico a sapere
che le parole, quando ti spezzano, diventano più vere.

E che il silenzio, quando si prolunga,
non è pace, ma perdita.

Tu lo sai, come lo so io:
il dolore non guarisce mai davvero,

le ferite più profonde non si rimarginano,
ma diventano galassie che ruotano dentro di noi,
tracciando l’orbita delle nostre anime intorno alla loro assenza.

Cerco la patria nei volti degli amici che mi somigliano nell’esilio,
nello sguardo dell’amato Moneim Adwan,
che intuisce senza bisogno di parlare,
in una triste canzone yemenita che fugge da una finestra aperta dell’amico Jamil Sabea.

Capisco che la patria non è una geografia,

è una memoria condivisa di dolore.

Sto imparando a essere figlio dell’esilio,
senza dimenticare di essere figlio della terra che mi ha rigurgitato.

Ti scrivo queste parole perché sento il bisogno di lasciare un’altra traccia,
non solo i miei passi tremanti sui marciapiedi di Marsiglia
ma un’impronta familiare ad un amico,
un amico che sa che dietro i grafemi infranti
si nasconde un desiderio folle di riconciliarsi con la perdita.

Moheeb,

non ti chiedo di rispondere.
Va’, fuma il tuo narghilè e maledici il mondo.

A me basta che tu sappia che ci sono,
che esisto nonostante tutto,

porto Gaza nel cuore come una ferita bella,
e Marsiglia sulle spalle come una croce leggera.

Resta laggiù, o vieni un giorno a vagabondare con me per le strade. È lo stesso.

Alla fine, siamo tutti intrappolati nel medesimo viaggio:

un viaggio alla ricerca di una piccola luce
in fondo ad un lungo tunnel.

Il tuo compagno tra due inferni,

Yousef

 

 

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Testi di Yousef Elqedra, con una sua foto del porto di Marsiglia, dove si trova oggi il poeta palestinese. “L’esodo da Gaza” è apparso su raseef22, questa traduzione è di Sana Darghmouni. Di Elqedra Nazione Indiana ha già pubblicato L’altro volto della resistenza e la serie “Memorie da Gaza”.

 

Homo Faber

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di Filippo Canoro

Se volete sapere di Marko, lui, era un amico che in quel periodo andavo a trovare quasi tutte le sere. Faceva il meccanico in un’autofficina sul limitare di Marghera dove si raggrumavano tutte le migliori puzze della zona industriale. Regione senza dio e senza legge, segnata su nessuna mappa––i posti del cuore non lo sono mai, del resto!––dove vigevano la legge del più furbo e la psicologia del miracolo. Stavano sempre tutti per fare il colpo grosso, a quelle latitudini: il lavoro, la ragazza, il carico che li avrebbe con un unico strattone tratti in salvo dall’affitto, dalla catena di montaggio, dal cinquantino acquistato a rate, dalla camerieranza a vita, dai sedili appiccicosi di un vaporetto pigioso del cazzo, dalla puzza di cavolo nella tromba delle scale: insomma il colpo grosso che li avrebbe portati a riva prima che annegassero in quel mare di merda che gli spettava per diritto di sangue. Si fa così in periferia, si spera nel miracolo dietro ogni angolo e intanto si vive. Mestre-Marghera, periferia della periferia, buco di culo del mondo.

Mi stava molto simpatico, sto Marko, non dico di no. Mi portava a mangiare dal Mei Lin, e vedendomi così povero in culo come ero pagava tutto lui. Rideva, ciarlava, beveva a canna litri e litri di birra. L’unica parola che capivo, di quel suo italiano tutto sbrindellato, era hashish: dopo cena ci giravamo una cannetta piena di grazia e vagabondavamo per il centro città. Un cristo grosso così, sto Marko, con una schiena larga come un contrabbasso e tutto raggiante di buone intenzioni. Faceva il meccanico, mi spiegava, ma arrotondava smazzando qualche tocco di afghano. Mi ha mollato una pacca sulle spalle da scancherarmi la clavicola: ci avrebbe pensato lui a rendermi indipendente! Manco a dirlo, stava anche lui per mandare a segno il suo colpo grosso: un grosso, grossissimo carico di fumo da Bolo. Per intanto mi ha allungato due panettine di carta argentata da smazzare all’uscita dei licei e tenermi su di morale.

Per il resto era un vero coglione. Sottoscolarizzato che era, i suoi discorsi brulicavano di lettere latine di seconda, terza mano, tutte consunte e stazzonate e puzzolenti e appallottolate come vecchi calzetti; gli uscivano a fiotti dalla bocca come le bestie da un formicaio: brulicavano, ti si appiccicavano addosso, te le sentivi passeggiare co’ ste luride zampette su per la colonna vertebrale, niente niente te le ritrovavi sul collo, su una guancia, dentro a un orecchio. Memento audere semper. Per aspera ad astra. Fino a che non ti scappavano dalla bocca anche a te. Un tatuaggio lungo uno dei suoi monumentali tricipiti diceva

 

E sì che Marko faceva il meccanico in una grande officina, tutto il giorno culo in basso a stringere e allentare bulloni, dadi, a sbrugolare di gomito colle mani nel radiatore, due manone così per dirla tutta, e poi la sera tornava in quella greppia d’una casa colle dita rosse e gonfie come luganeghe e ancora spataccate di grasso, polvere, olio motore; il grasso soprattutto si rincantucciava sotto alle unghie e non lo levavi neanche coll’acquaragia; mani grosse e sporche di meccanico, mani luride. Ma lui niente, anche così colle mani zozze, la schiena sbuccia e tutto pieno di bernoccoli e bitorzoli––perché il convento non gli passava neanche la sdraio sottomacchina per scivolare sotto i mezzi, e allora gli toccava strisciarci sotto a colpi di lombi fino a consumarsi tutta la tuta da meccanico––anche così, ecco, lui sognava d’imprendere, di fare il capoccia. Sognava di mettere su lo sputo d’impresa che l’avrebbe finalmente fatto sentire padrone di qualcosa: di più, signore e sovrano della vita sua e di quella di altri due o tre disperati cenciosi che avrebbero brucato l’erba col culo tanto ci avevano fame, e che per portarsi a casa un tozzetto di pane erano pronti a qualsiasi nefandezza, anche a consumarsi la schiena a furia di strisciare sotto alle macchine senza la sdraio…

Lo faceva mica il collegamento, lui. Già si vedeva dietro al suo banchetto di formica, a sera, nel retrobottega, colla sua visiera verde da ragioniere del cazzo, a contare la grana passandosi libidinosamente i ventoni lisci lisci da una mano all’altra, a impilare puntigliosamente le monetine, insomma, a far di conto… lo faceva mica il collegamento, lui.

Neanche un mese prima, il capoccia di Marko aveva avuto la bella pensata di accettare un lavoraccio, un furgoncino fiorino… nulla di difficile, giusto un cambio alla cinghia di trasmissione… eccettoché il ponte sollevatore era un po’ sotto portata per sto furgoncino… ma non s’era mai sentito che… e poi con un po’ di fortuna… e allora Aziz, il compare di Marko, dico, come aveva messo il becco sotto il fiorino sollevato…

Insomma, per pigliarla in breve, la piattaforma del ponte sollevatore aveva ceduto di schianto e il vecchio Aziz s’era ritrovato mille duecentosessantadue chili di furgoncino su una gamba, di punto bianco, e giusto perché era stato lesto a sfilarsi appena aveva sentito cric-iiiiiik, sennò… mille duecentosessantadue chili moltiplicati per dio sa quanto dalla legge di caduta dei gravi, si sa… mannaggia a Galileo!… mille duecentosessantadue chili che senza sforzo gli avevano spaccato tutta la gamba fino all’attaccatura, su su fino al bacino.

Cric-iiiiiiiik!!

Ma il bello era venuto quando erano riusciti a sollevarlo, sto fiorino. In fondo allo sfacelo della gamba, il piede, lui, non se l’era sentita di rimanere attaccato, con tutto che erano diciannove e rotti anni che se ne stava laggiù al suo posto, proprio in fondo alla gamba, e gli era scoppiato come un petardo, o come un grosso fico fresco spiaccicato sull’impiantito grigiomerda… rosso rosso, rosso vivo colla polpa tutt’intorno… un delirio di polta, ossicini, fluidi e schizzi di sangue dappertutto… una raggiera di schizzi di sangue aguzzi come aculei d’istrice… diabolica aureola… gli era proprio esploso, sto piede––pum! E Aziz che ululava, strepitava, piangeva, invocava allah, maometto, la mamma… ci avrebbero avuto un bel daffare anche loro a rimettere a posto quel casino d’un piede spappolato.

Ce l’hanno mica fatta, poi. Frattura scomposta  di più o meno tutto sotto l’anca (lato dx) e amputazione del piede fino al calcagno. Homo faber fortunae suae!

A un certo momento ad Aziz gli era anche saltato il grillo di farla pagare, al capoccia. Di fargli causa o qualcosa del genere. Ma il capoccia, lui, aveva agitato un dito per l’aere come una bacchetta magica e aveva pronunciato la formula: Permesso di soggiorno. Figurarsi se lui ce l’aveva il permesso di soggiorno, il vecchio Aziz. S’era tuffato a picchetto nel mercato del lavoro senza increspare né punto né poco il mare magnum della burocrazia nostrana. Ma gli era andata bene, alla fine, perché il capoccia, mosso a compassione, s’era impegnato a indennizzarlo al ritmo di duecento carte al mese per due anni, ovverosia duemilaquattrocento euri netti. Questo il valore di un piede a Mestre-Marghera nell’anno domini corrente, se ve lo stavate chiedendo. Piede di negro scappato di casa senza permesso di soggiorno, si capisce.

Aziz lo vedevamo strampolare tutti i pomeriggi sotto i portici polverosi della via Piave. Ta-tac facevano le stampelle, tac-ta.

 

 

Sul ponte Secco. Una strada per la Georgia

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[È uscito per Exorma Una strada per la Georgia di Elisa Baglioni, un reportage che ha tutto il sapore dei migliori racconti di viaggio, l’autenticità di uno sguardo che si concentra su un’alterità studiata e conosciuta, senza però mai esibire preconcetti: il viaggio, l’incontro sono forme di relazione, di conoscenza di sé, di messa in discussione. Tutto molto semplice, in teoria, ma difficilissimo da restituire così bene come fa la voce di Baglioni.
Ne propongo un assaggio. ot]

 

di Elisa Baglioni

Negli anni Trenta del Novecento le acque sotto il ponte progettato dall’italiano Giovanni Scudieri furono prosciugate per esigenze di viabilità ed è qui che si svolge il mercatino dell’antiquariato, sul selciato e all’ombra del parco di Marzo. Su lenzuola o banchetti sono esposti i memorabilia sovietici, gli attrezzi del lavoro manuale, i pugnali ceceni, i servizi da tavola, i set di posate Fraget, i bicchierini da liquore in vetro colorato e in metallo, le ciotole in metallo smaltate, i gioielli, il vasellame, le anfore, i tappeti, i lampadari e il repertorio del folclore georgiano. Un banchetto all’apparenza non custodito espone dadi. Il suo allegro venditore, intento a conversare con i compagni d’arme a qualche banco di distanza, ne è anche il costruttore. Dadi in plastica, legno, metallo, dadi ricavati da materiale di riuso. Alla parola backgammon propone una sfida per soldi, 20 dollari; sarebbe troppo facile vincerli con chi ha solo osservato giocatori in Attica e nella Colchide senza capirne le regole.

Lungo la fila dell’argenteria un cucchiaino da tè attira la mia attenzione. Ha il manico attorcigliato e un fiore del tè inciso sul dorso. La signora che lo espone è minuta, ha capelli grigi corti e un sorriso benevolo. Appartiene alla comunità armena che oggi abita il quartiere di Avlabari e un tempo, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, superava i georgiani per popolazione nella capitale.

«Ora tutti se ne vanno perché dicono di non trovare lavoro, ma bisogna sapersi accontentare, il lavoro c’è. E poi lasciare la propria casa, i propri affetti e i propri luoghi, non l’ho mai desiderato. I miei figli non se ne sono andati, sono tutti a Tbilisi. Insistono perché io smetta di venire al mercato, si preoccupano per la fatica. Ma vengo ogni tanto, due o tre volte la settimana per arrotondare la pensione di trecento lari [poco più di cento euro] e non solo per questo. È un modo per uscire di casa, incontrare persone, le amiche venditrici o i compratori e scambiare due parole».

Penso che faccia bene a venire, è un luogo in cui la merce esprime ancora qualcosa del suo proprietario e il proprietario è qui non solo per la merce, come lei. Lo si vede dalla cura con cui è esposta.

 

Tra i memorabilia trovo un libro di fiabe russe. Le ho notate all’inizio della passeggiata e torno alla fine della visita. Ricordo che una ragazza russa a cui davo lezioni di italiano mi aveva raccontato la sua fiaba preferita, Emelja lo scemo. La storia di un bambino che passa tutto il tempo sopra la stufa e non ha voglia di fare nulla, a differenza dei fratelli, che per questo lo tengono in scarsa considerazione e lo sgridano a più non posso, finché non entra in scena un luccio magico. Emelja non solo riesce ad accumulare una certa ricchezza ma finisce per sposare la figlia del re. Quella fiaba le piaceva perché non portava a modello un eroe dalle qualità straordinarie, né lodava l’impegno e la fatica, al contrario la felicità poteva essere raggiunta dal calduccio di una stufa.

Malgrado questa lezione tratta dal folclore russo, col venditore georgiano ingaggio una contrattazione durante la quale i lari di differenza diventano una questione categorica. Da parte mia è un’occasione per sfogare gli istinti venali, da parte del commerciante la mia avarizia è un’offesa personale.

Quando sono ormai allo stremo e risoluta a non concludere l’affare, il venditore aggiunge: «Tu sei chitraja (traducibile dal russo con scaltra e perfida) e a te il libro per quel prezzo non te lo do! Lo do invece alla tua amica, ecco sì, lo do a lei che è più gentile». E con un coup de théâtre riesce a vendere il suo libro al mio prezzo.

Ho ripensato più volte a quella scena che per Serena era stata una commedia, ma io non ho capito se assegnarle una morale sull’arroganza degli europei d’Occidente, sulla furbizia dei georgiani, sulla loro aggressività patriarcale, o se ricondurla al turismo globale che confeziona un ambiente protetto e infantilizzato, l’illusione di una prossimità.

[Foto di Serena Vallana]

 

“Che comodità!” La fatica di essere umani nell’era del comfort

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di Giacomo Agnoletti

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  1. Per forza o per comodo?

Se le nostre città non sono cosparse di monumenti alle nuove divinità tecnologiche, è perché quella in cui viviamo è una delle società più ipocrite della storia. Chiese, statue, abbazie? Tutta roba buona per i turisti. Dovrebbero piuttosto essere eretti templi e monumenti allo smartphone. E noi, con uno scatto di sincerità, dovremmo avere il coraggio di rivolgere le nostre preghiere non a una divinità trascendente, ma alla fin troppo umana capacità della tecnica di rendere la nostra esistenza meno faticosa e più confortevole, in una parola più comoda.

Ma come siamo arrivati a sviluppare quest’ossessione per la tecnologia? Piuttosto che chiamare in causa l’americanizzazione partita nel dopoguerra, vorrei invitare a una riflessione, chiedendomi quanto una cultura possa essere imposta attraverso i mezzi di persuasione, se non proprio occulta, almeno non del tutto dichiarata (ieri slogan e manifesti, oggi messaggi personalizzati sulla base degli algoritmi dei social). Chiediamoci allora chi dispone di questo tipo di forza: economica, politica, militare. Perché ci vuole la forza, quella dei cannoni e delle bombe, per legittimare socialmente un certo tipo di imposizione culturale. Secondo la celebre massima attribuita al linguista Max Weinreich, “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina militare”; perché non potrebbe valere lo stesso per una cultura?

Ovvero, la cultura occidentale verrebbe imposta attraverso il potere militare, quindi di base quello americano, e su questa “cultura imposta” si innesterebbero varianti regionali che partono e si diramano dalla cultura dominante.

Quanto ci siamo è americanizzati dopo il secondo conflitto mondiale? Il modo in cui la società si è evoluta è osservabile attraverso i cambiamenti nel cibo di cui ci nutriamo, nelle case che abitiamo e che arrediamo, nei vestiti che indossiamo, nei mezzi che impieghiamo per muoverci. Fino ad arrivare, com’è ovvio, alla cultura con la C maiuscola, ovvero alla letteratura, al cinema, all’arte e anche ai modi con i quali definiamo che cosa sia la cultura, in primo luogo i programmi per la scuola e l’università.

Pensiamo allora a come siamo cambiati dal dopoguerra a oggi. Con uno sguardo inevitabilmente superficiale, si può osservare che gli italiani hanno largamente rimpiazzato giacche, gonne e cappotti con un abbigliamento decisamente più casual; che sempre più persone, a cominciare dai giovanissimi, preferiscono ormai cibi genericamente “fast” ai piatti della tradizione mediterranea; che lo stile delle abitazioni e dell’arredamento ricalca per molti aspetti il rigore e l’efficienza delle culture germaniche e scandinave; che i grossi SUV hanno sostituito le berline e che l’istruzione dell’obbligo, proprio come avviene negli USA, è sempre più improntata a una preparazione generica, mentre all’università lo spazio per le materie umanistiche si riduce anno dopo anno. Sono osservazioni approssimative, ma quello che mi preme è fornire alcuni esempi di massima per chiarire una tendenza che, con le mille distinzioni dei casi, mi sembra comunque evidente.

Gli americani hanno vinto, hanno la forza militare per imporre la loro cultura – ed è ininfluente che ciò avvenga attraverso i media tradizionali o i nuovi media elettronici. Tali media diffondono una cultura omologata, propagandano il sogno a stelle e strisce e il cittadino si adegua, consumando la sua razione quotidiana di simulacri forniti dal “sistema”.  Sembra tutto molto semplice, persino troppo. È di fronte a questo tipo di rappresentazione del consumatore di cultura – e della cultura stessa – che Michel De Certeau ci ha ammoniti a non commettere l’errore di “considerare la gente idiota”.

Proviamo invece a rispondere alle domande implicite che emergono dalle osservazioni fatte poco sopra. Ovvero, perché molti di noi mangiano hamburger, sushi e poke, vestono come dei newyorkesi nel tempo libero, guidano un SUV e abitano in un appartamento super-climatizzato, pur vivendo in una cittadina italiana?

Ebbene, la risposta immediata a queste domande è di solito: “Perché è più comodo”. Non perché ci è stato imposto, militarmente o meno, né perché ci hanno persuaso con la pubblicità subliminale o con gli algoritmi di Elon Musk. Siamo noi, consapevoli o meno, informati o meno, che decidiamo di abbracciare un modello di sviluppo e dunque un’idea di progresso.

Credere nell’attivismo del consumatore significa allora pensare che nella miriade di scelte compiute da esseri anonimi nel quotidiano vi sia un arbitrio, che si esprime attraverso una percezione di utilità, vantaggio, comodità. Certo le nostre scelte sono tentativi, risposte, adattamenti, modi di usare quanto ci viene imposto dall’ordine economico dominante. Ma, al netto delle semplificazioni, ciò che mi interessa è mostrare quanto la cultura, più che su una base di imposizione, si definisca lentamente e “molecolarmente” (come diceva Gramsci) attraverso le scelte degli invisibili uomini e donne che abitano il nostro quotidiano. Ed è questo l’unico spazio in cui può emergere una resistenza.

  1. La macchina più comoda è quella che pensa per noi

Heidegger evidenziò come la tecnica non sia che uno strumento finalizzato al dominio. Ora, dall’osso degli ominidi di Kubrick agli ordigni che le industrie europee produrranno in luogo delle automobili a pistoni, mi pare che una certa volontà di dominio sia ravvisabile. Tuttavia, io preferisco guardare un po’ più in basso, spostando l’attenzione dai palazzi del potere alla vita quotidiana dell’uomo qualunque. Ma è proprio qui, ahimè, che l’ossessione per la tecnica si fa palese, concretizzandosi nella predilezione quasi ossessiva per ogni strumento che semplifichi o alleggerisca le nostre incombenze quotidiane: macchine e macchinette per ogni tipo di attività, dai robot per cucinare alle sveglie che monitorano il nostro sonno, fino agli onnipresenti, lisci e luccicanti dispositivi che simboleggiano la nostra epoca, gli smartphone. Senza quello che un tempo si chiamava telefono non si può fare ormai più nulla. Per testimoniare della nostra presenza non servono i documenti cartacei, nella loro inutile materialità: ci vuole uno strumento digitale, ci vuole lo smartphone.

Eppure, si tratta di congegni a noi totalmente estranei, lontani, inaccessibili. Cosa nasconde la superficie levigata dell’ultimo iPhone? Pochissimi, fra i miliardi di utilizzatori che sono pronti a giurare sulla comodità dei nostri devices, sono in grado di rispondere. Ma la tecnologia non è sempre stata questo. Non siamo sempre stati degli utilizzatori entusiasti, ma alienati[1], degli strumenti di cui ci serviamo. E non serve tornare all’amigdala degli uomini delle caverne, basta guardare agli anni ’80. I bambini-nerd, oggi cinquantenni, che smanettavano sul Commodore 64 o sul Sinclair Spectrum conoscevano più o meno bene sia i linguaggi di programmazione che l’hardware delle loro macchinette. Non erano utilizzatori di una tecnologia lontana, inaccessibile e superiore; o almeno, lo erano in una misura inferiore rispetto ai bambini e agli adolescenti che oggi dormono con lo smartphone sul cuscino. La domanda è allora: perché lasciamo che, giorno dopo giorno, si accresca la distanza fra l’uomo e i suoi prodotti industriali?

È dai tempi di Alan Turing che gli eredi di Comte ci ricordano che “Lady Lovelace aveva torto”[2]. La giovane figlia di Lord Byron aveva preso dalla madre, specializzandosi in matematica. Ma, saranno stati i possenti geni paterni o il clima culturale del XIX secolo, Lady Lovelace è ricordata soprattutto per un suo rassicurante commento riguardo alle primissime macchine calcolatrici, da lei considerate incapaci di creatività, apprendimento, pensiero.

Ma basta accendere la tv o leggere un articolo perché qualche scienziato si affanni a spiegarci, rubbing his hands with glee, che Ada Lovelace si sbagliava. Ovvero che le macchine creano, imparano, pensano come e meglio di noi, e che il loro livello di prestazione è Sovrumano[3] (ultimo libro di Cristianini). Sì, sarà vero. Le macchine sono sovrumane, e noi siamo inferiori. Sì, la povera Lady Lovelace, inconsapevolmente romantica a dispetto degli studi scientifici, aveva torto, ma allora Günther Anders aveva ragione, terribilmente ragione. Il “dislivello prometeico”, l’incapacità umana di essere all’altezza del “Prometeo che è in noi” (in quanto creatori di macchine) sta crescendo a livello esponenziale, e con esso crescono la vergogna e l’infelicità dell’essere umano, costretto a pensarsi costantemente come uomo-fra-le-macchine.

Qui è però necessaria una precisazione. L’infelicità dell’uomo al cospetto delle sue creazioni meccaniche non deriva dalla fin troppo decantata “imperfezione” umana, quotidianamente sottolineata dai media (vedi il caso delle pubblicità che mostrano corpi imperfetti). Questo tipo di compiacimento riguardo alla diversità umana viene, soprattutto negli ultimi anni, sfruttato dal sistema economico in quanto elemento individualizzante e de-socializzante, in questo utilissimo nel frammentare la società allontanando il rischio di rivendicazioni legate al lavoro. Una volta riconosciuto e catalogato, poi, viene facilmente indirizzato verso il consumo, ideale complemento di ogni diversità individuale (così ad esempio ci saranno creme per donne con la cellulite, per le persone anziane o altro).

L’infelicità che Anders preconizzava negli anni ’50 è quella di un uomo, o donna, costretto a vivere in un mondo pensato per le macchine e popolato da esse, costantemente esposto a un confronto e a un adeguamento che lo vede frustrato e sconfitto in partenza.

È sul dislivello prometeico che si innesta la “fatica di essere se stessi” su cui ci ha fatto riflettere uno psichiatra-sociologo come Alain Ehrenberg[4]. Perché la macchina, a differenza dell’uomo, riesce sempre, e con la massima facilità, ad assolvere al compito di “essere se stessa”, di “maturare”, di “realizzare il proprio talento”. Ciò che è “maturo”, nel senso di completo, pienamente realizzato, assume progressivamente il valore di imperativo etico tenuto nella massima considerazione dai sacerdoti del sistema, siano essi giornalisti, scrittori, musicisti o giullari mediatici. Accantonati, con la rivoluzione morale degli anni ’60, i vecchi sentimenti di colpa e disciplina, dalla musica rock ai libri per l’infanzia l’invito è perennemente quello a essere “diversi da loro”, a “realizzare il tuo sogno”, enfatizzando la capacità di iniziativa individuale. Ovunque veniamo invitati a uniformarci ai nostri desideri, a diventare “quello che siamo”, seguendo la massima riconosciuta dalle macchine,[5] che hanno sempre una specifica funzione, e in quella si definiscono e si realizzano con la massima efficienza.

Seguire le proprie inclinazioni, ascoltare la voce della propria interiorità è certo positivo per il benessere psichico. Ma in un mondo dove domina l’efficienza delle macchine pensanti, la voce dell’interiorità che ci impone di realizzare il nostro sogno diviene ben presto tirannica. Ne è un sintomo la crescente diffusione della depressione, malattia dell’insufficienza, della fatica, della mancata realizzazione del propri – spesso grandiosi – sogni. Malattia, in fondo, di chi resta indietro, di chi non riesce a reggere il passo di una società dominata dalla marcia trionfale del progresso, dell’efficienza e della produttività. La società “disumanizzante” allora, ci ammoniva Anders già settant’anni fa, non è solo quella borghese, fondata sul danaro e sul commercio, ma è anzitutto una società di uomini fra le macchine, in perenne e frustrante competizione con le sue prometeiche creazioni.

Eppure, tutto questo passa in secondo piano quando ci accostiamo ammirati all’intelligenza artificiale che svolge i compiti per i nostri adolescenti, seleziona curriculum, decide chi curare e chi mandare al fronte. E non importa che la macchina ragioni in maniera diversa rispetto a un essere umano, ovvero vagliando montagne di dati e filtrandoli attraverso complesse statistiche. La macchina pensa, e non importa che per farlo debba consumare acqua, energia e risorse minerarie in maniera spropositata. Quel che conta è che la marcia trionfale del progresso non si interrompa, continuando a produrre oggetti che lavorano, scrivono, pensano per noi, rendendoci così la vita più comoda. E la felicità umana? Questo sentimento, così indefinibile e scarsamente misurabile, deve per forza soccombere di fronte alla percezione di comfort che le sirene illuministe ci prospettano instancabilmente da duecento anni? Ogni idea che ci possiamo formare riguardo al nostro benessere psichico e fisico – perché a differenza delle macchine siamo fatti carne, ossa e sangue – deve per forza ridursi al concetto di comodità?

  1. Quale comodità

Giulio Bollati definì la modernità la “nostra sorte di terrestri industrializzati”. La nostra cultura, passo dopo passo, molecola dopo molecola, si va formando attraverso una difficile convivenza con le sempre più potenti creazioni umane; e forse, anche storicamente, una ricostruzione di questo complicato rapporto potrebbe avere un senso.

Che cosa cercavano i giovani rampolli della borghesia industriale nelle città italiane dell’Ottocento? Il Grand Tour non era solo un viaggio di formazione e istruzione: alla base del desiderio di esplorare nazioni sentite come socialmente ed economicamente arretrate c’era, com’è noto, la ricerca degli aspetti più quaint e picturesque dell’esistenza. Gli stessi giovani inglesi, americani o tedeschi che affollavano gli alberghi di Roma o di Firenze erano ben consci che le comodità di cui potevano godere in patria li avevano allontanati da una vita “autentica” e “umana” della quale speravano di cogliere un barlume in Italia. Il tema di una felicità tanto semplice quanto inafferrabile è centrale in Henry James, che appena giunto a Roma, scrisse al fratello William: “At last—for the first time I live! […] For the first time I know what the picturesque is.”

Ma, nella sua appassionata ricerca del pittoresco, James era ben conscio che “the picturesque is measured by its hostility to our modern notions of convenience”.[6] Ecco che, già nel XIX secolo, la “vera” vita – for the first time I live! – si definisce in opposizione all’idea di comodità, convenience. I giovani, nobili o borghesi, che visitavano le nostre città avevano avuto un’esperienza privilegiata e precoce dello sviluppo industriale, o per dirla con Günther Anders, della superiorità ontologica della macchina. Non è un caso che Daisy Miller, una delle eroine di James più rappresentative dell’ineluttabile attrazione verso l’Italia e la città di Roma, provenisse da Schenectady, una prospera cittadina industriale dello stato di NY (la General Electric venne fondata a Schenectady pochi anni dopo l’uscita del racconto di James).

Meno di un secolo più tardi, Pasolini constatava con scoramento che lo Sviluppo (industriale, capitalistico, consumistico) si era ormai esteso alla gran parte del mondo, comprendendo anche la penisola italiana e la città di Roma, simbolo e capitale del mondo antico. E oggi, come ha scritto Zygmunt Bauman in uno dei suoi ultimi testi, l’“angelo della storia” guarda oramai con terrore la tempesta che spira dal futuro, così rivalutando il passato, certo più arretrato, meno confortevole e comodo, ma al riparo “dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente”.[7] E ormai siamo tutti preda di una qualche Retrotopia: tutti cerchiamo conforto in letture, oggetti, pensieri rivolti al passato, cercando un effimero sollievo dalle angosce del capitalismo industriale, che condanna il sistema a una sorta di immobilità naturale, nell’angosciante certezza di un pessimo finale (ambientale, nucleare, sociale).

Certo, il “sistema” non può che continuare la sua marcia di sfruttamento e di progresso, e anche la tendenza retrotopica è stata, come ogni altro aspetto culturale, sussunta e gestita dal capitale: e oggi non esiste ambito commerciale in cui il prodotto retrò non sia disponibile, selezionabile, acquistabile, per rendere ancora una volta la nostra vita più facile e comoda. Cent’anni dopo il Grand Tour della prima borghesia industriale, il bisogno di guardare al passato per ritrovarvi un barlume dell’umanità perduta è divenuto di massa, ed è ormai l’ingrediente principale di tante strategie di marketing. Ma è paradossalmente proprio ora, mentre sentiamo di aver perduto tutto, che possiamo renderci conto di quel che significa aver concepito la comodità soltanto come un vantaggio immediato e percepibile, legato all’utilità del momento, senza conseguenze per il futuro.

Perché, se guardiamo all’etimologia della parola, la comodità non è sempre stata questa: nella sua prima accezione la parola latina commoditas significava proporzione, armonia, giusta misura dal sapore epicureo[8]. Concepire la comodità come proporzione significherebbe chiedersi quanto in una certa idea di progresso ci sia davvero di utile, comodo, vantaggioso, senza farsi abbagliare dalle sirene illuministe. Significherebbe mettere in dubbio l’oggetto tecnologico, la cui utilità è oggi considerata inevitabile e addirittura “naturale”, mentre ogni obiezione è derisa e guardata con sospetto. Significherebbe allontanarsi dal furore progressista che ha reso le macchine, e la loro luccicante perfezione, le divinità della nostra epoca.

*

[1] Andrea Inglese ha fatto notare come in tempi recenti all’opacità della macchina rispetto all’utilizzatore si sia aggiunta l’opacità degli algoritmi che organizzano i dati effettivamente prodotti dagli utilizzatori. https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/

“Si presenta dunque una sorta di doppia alienazione nei confronti del mezzo tecnologico: rispetto alla macchina, composta di hardware e di software dei quali l’utilizzatore non sa nulla, e rispetto all’algoritmo, sorta di super cervellone lontanissimo e inaccessibile. Anche di questa macchina l’utente non conosce e non può gestire nulla: eppure essa si nutre e prospera grazie ai dati che egli, con milioni di altri, gli fornisce quotidianamente.”

[2] Uso qui il titolo di un paragrafo del libro La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano di Nello Cristianini, Il Mulino, Bologna 2023.

[3] Nello Cristianini, Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza, Il Mulino, Bologna 2025.

[4] Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino 2010.

[5] Günther Anders, L’uomo è antiquato. Vol. I. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2010, cap. 1, par. 5.

[6] Citato in Nelson Moe, The View from Vesuvius. Italian Culture and the Southern Question, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2002, p. 19 (corsivo mio).

[7] Zygmunt Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari-Roma 2017, p. XVII.

[8] Anche gli altri significati latini (momento opportuno, compiacenza) sono del tutto scomparsi, mentre l’accezione che avvicina la comodità al vantaggio percepibile, all’utilità degli economisti classici è invece ricorrente anche e soprattutto nelle varietà substandard, a dimostrazione della rilevanza del concetto nella società contemporanea.

La Discesa

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Immagine generata da AI

di Silvano Panella

Ero nella mia camera d’albergo. Bussarono alla porta. Aprii. Nel corridoio non c’era nessuno, a terra una busta da lettera, nella busta un cartoncino scritto a penna. Il direttore mi invitava a visitare le segrete dell’edificio. Andai in recezione. Il portiere mi riconobbe e, senza inutili chiacchiericci, mi accompagnò a una tenda di velluto color lillà. La sollevò. Sorrise mentre il drappo ricadde sulle sue spalle, a fatica ne sopportò la spinta – era un portiere giovane, ancora inesperto di alberghi e tessuti pesanti.

Un frastagliato varco di mattoni sporgenti e mancanti dava accesso a una discesa di gradini in pietra. Da qui in poi, un filo di lampadine fissato con chiodi storti al muro di massi squadrati. Sentivo vociare, scherzare. In fondo alla seconda rampa in pietra trovai il direttore e i suoi due ospiti, un imprenditore e una sceneggiatrice in vacanza in questa antica città. Scendemmo. Diligenti all’inizio, sfogammo poi il nostro scetticismo.

L’imprenditore domandò se le segrete fossero soltanto scalette e scalini, la sceneggiatrice raccontò di quando si perse in un negozio traboccante di oggetti al punto che vi si immerse con l’intento di nuotare un po’. Forse stava evocando la prossima sceneggiatura da scrivere per una pellicola dell’orrore.

«Avete scoperto qualcosa?», domandai al direttore.

«Sì», egli rispose, il passo sicuro mentre ci precedeva, e indicò verso la semioscurità. «Attenti, ci sono parti sconnesse», disse.

«Pensavo volesse mostrarci il primo rinvenimento della nostra serata. Scusate, del nostro pomeriggio. Sapete, è così buio che potrebbe essere successo di tutto, in superficie, persino una…»

«Starà mica immaginando una pellicola dell’orrore?», l’imprenditore interruppe la sceneggiatrice, rubò il mio pensiero, impedì al direttore di controbattere.

«Lei cosa produce?»

«Perché? Cerca finanziamenti?»

«Potrebbe inserire prodotti commerciali all’interno della mia pellicola.»

«La sua pellicola. Ma non è solo la sceneggiatrice?», domandai, irritato dal sentirmi spettatore.

«La mia, la nostra, di chi ci lavora e di chi ci lavorerà. E lei? Ha qualche idea da prestarmi? Pagandola, s’intende.»

«Certo, possiamo accordarci. Ma dovrei farlo un momento prima di partire per una località remota. Già, la curiosità mi assalirebbe, non la tigre, desidererei leggere la sceneggiatura, assistere alle riprese. Non so quale delle due eventualità è la peggiore. Preferisco la tigre.»

«Dovete perdonarlo, la sua sincerità risulta spesso sgradevole», il direttore disse.

«Oh, a me piace. Abituato a trattare affari, non a farli fallire, ho poca dimestichezza con la sincerità», l’imprenditore disse.

Ci fermammo per ispezionare gli anfratti scavati all’interno della roccia, anfratti di polvere e frammenti d’ossa. Catacombe. Catacombe svuotate. Chi le avesse svuotate, e perché, era un mistero. Proseguimmo giù.

La sceneggiatrice ci assillò con il soggetto che aveva appena abbozzato a mente.

«Una cripta rinvenuta da ragazzini che stavano giocando a rinvenire cripte. Via i ragazzini, a casa dalle loro madri, arrivano gli adulti, tre uomini e una donna diversi in tutto ma accomunati dal fato, ovvero: sono là. L’imprenditore, non lei ma un altro, vuole aprire un parco di divertimenti e chiede aiuto all’avventuriero, non lei ma un altro. Il confronto tra i due è ricco di spunti che la sceneggiatrice, io, proprio io, coglie e ruba. Il direttore d’albergo, che può benissimo essere lei perché tanto non cambia – scusi se ho fatto mia la sgradevolezza del suo ospite – tende a mettere tutti d’accordo. E ci riesce, purtroppo. Ma ecco che trovano un manufatto che li fa sragionare, che li rende…»

«Io credevo che sragionassero fin dalla sua prima parola. O forse, era lei che sragionava, non noi», dissi.

«Non erano noi, erano altri noi», il direttore puntualizzò con un candore così irritante che mi avrebbe portato ad allearmi con la sceneggiatrice se solo fossi rimasto in silenzio.

«Idiozie», dissi, e guardai in alto, da dove provenivamo. Avevo voglia di abbandonare tutti, di abbandonare questa esplorazione su scalini scheggiati, di anfratti cinerei.

«Perché non ci narra una sua avventura?», l’imprenditore mi propose. «Magari spronerà la sceneggiatrice a scrivere qualcosa di autentico, aiuterà me con il parco di divertimenti che in effetti ho in programma, dissuaderà il nostro direttore dallo stupirci con scale cadenti e vani sbriciolati.»

Ancora una volta una intromissione nel mio pensiero. Ancora una volta lasciai correre perché niente mi stuzzica più di poter raccontare un’avventura. Evocai una giungla di tronchi eretti, radici affioranti, rovi, cespugli, chiome, animali dispettosi, uomini sanguinari. Quadrumani staccano galle dai rami solo per poterle tirare contro di me. Circondato da sacerdoti armati, la cattura è l’unica speranza perché prospetta la fuga futura. Di notte l’altare allestito per il mio sacrificio, un onore. Ma prima, l’ignispicio. Il fuoco distrae – magari tra le fiamme c’è davvero qualcosa di trascendente, uno spirito rimasto bloccato nell’ardore. Sciolgo le corde, via di corsa. Ma i sacerdoti conoscono la giungla meglio di me. Non per questo fuggire è un errore, anzi, l’ignispicio gli ha fatto cambiare idea, nessun sacrificio ma solo sonnifero somministrato tramite cerbottana, un pungente premio all’escapologo che sono. Il risveglio beato di mattina all’interno di una casetta di foglie verdi e rami secchi. Vado via tranquillamente.

«Che storia è mai questa?», la sceneggiatrice domandò, offesa, bloccandosi.

Per poco io e l’imprenditore non finimmo addosso alla donna, avremmo ruzzolato giù per gli scalini e il direttore avrebbe ostentato il suo tempismo per scansarsi, salvarsi.

«Quale è il problema?»

«Troppo favorevole, troppo pulita, troppo repentina.»

«È la versione breve, adeguata a un pubblico distratto come il mio.»

«Dove sono i mugugni? Dove le frustrazioni?»

«Oltre alle vostre? Volevo appunto fingermi altrove. Genere d’evasione, mi sembra che si etichetti.»

«Soggetto inaccettabile. Interromperebbe l’assuefazione degli spettatori al nostro cinema.»

«Preferisco il cinema delle intelligenze artificiose. Ho ceduto le mie memorie a uno studio specializzato. Creano bei corti.»

«Pieni di mutamenti ingiustificati, suppongo. Un attimo prima è lei, un attimo dopo il suo amico, un attimo prima siete nella giungla indiana, un attimo dopo nella foresta amazzonica.»

«In verità, i mutamenti ricostruiscono il mondo così come lo intuiamo, così come lo sogniamo, danno la possibilità ai protagonisti di somatizzare le loro evoluzioni interiori. Non è più il mondo vincolato alla realtà e al tempo presente ma il nostro»

«Belle scuse. Belle scuse», la sceneggiatrice disse, furente, e proseguì la discesa assieme al direttore e all’imprenditore. Si ripeté ancora due rampe più giù.

Questi scalini avrebbero portato a un fondo di preziose rimanenze d’epoche estinte? L’imprenditore avrebbe suggerito al direttore d’albergo il miglior modo di valorizzare questi scalini che poggiano su uno spesso strato di meraviglie? La sceneggiatrice si sarebbe decisa a scrivere di stupori e incantamenti? Ne dubitai e così iniziai a risalire. Le voci dei miei tre ex compagni di discesa divennero suoni di provenienza abissale. Ero solo, potevo protrarre la permanenza a mio piacimento, contemplare muri e anfratti che erano soltanto muri e anfratti. La mancanza di oggetti, decorazioni, iscrizioni mi avrebbe spronato a immaginare per questo luogo un passato fantasioso, irreale, pieno di licenze narrative, avrei potuto essere testimone di mutamenti, ciotole, pitture, lapidi vivificate dalla loro innaturale ricrescita, indizi di una illusione onirica oppure artificiale. Sarei stato io, sarebbe stata l’IA. IA non vorrà forse dire intelligenza artificiosa?

Lo sguardo di Vic. Il mondo prima e dopo il walkman

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di Mariasole Ariot

In un oggi in cui l’oggetto scompare, un fotogramma ci riporta a un passato in cui la “cosa” non era ancora datificabile e invisibilizzata ma terrena, tattile, imbevuta di sensi: è lo sguardo di una giovane ragazza che, in uno stato di sospensione, è catapultata in una dimensione altra da un walkman, un istante in cui il sonoro proiettata (e forse “progetta”) un futuro a venire. È Il Tempo delle mele, lo stesso tempo in cui Stefano Solventi ne Lo sguardo di Vic. Il mondo prima e dopo il walkman(Jimenez Edizioni, 2024) ci spinge a indugiare.
La ragazza è ferma, alle spalle un amico posa sulle orecchie un oggetto che separa la dimensione sonora in cui si trovano da una seconda dimensione altra che solo lei, ora, può sentire. L’apparizione del walkman in un tempo in cui l’oggetto/dispositivo cominciava a farsi strada nelle strade: ragazzi “incuffiati”, come li chiama Solventi, che entrano in uno stato larvale, di bozzolo, lontani da ciò che prima era l’ascolto corale, dell’insieme comunitario, dove il suono si dilatava nell’attorno ed era (necessariamente) condiviso.

Il libro è un attraversamento di tempi, suoni, immagini, percorre il passaggio dagli anni Ottanta (con un’incursione nei Settanta) all’epoca attuale attraverso un oggetto familiare a chi l’ha usato ma che in fondo non è mai scomparso ma solo evoluto.
Un libro che si potrebbe immaginare come un racconto ad alta voce, che apre al ricordo con un breve accenno nostalgico e si insinua nelle pieghe e nelle piaghe del presente. Riflette. Confida. Accenna ad un futuro, ipotizza. Come scrive lo stesso Solventi: a tratti sovrainterpreta.
E in questo sovrainterpretare, come nei frequenti riferimenti ai film citati, l’analisi accurata e approfondita si muove nell’azzardo, ma un azzardo che fa abbracciare una prospettiva. Prospettiva come ipotesi, prospettiva come luogo da cui si osserva.
Camminando pagina a pagina dagli anni Ottanta in cui già si intravedevano i primi cambiamenti del futuro accelerato di cui oggi facciamo ogni giorno esperienza, Lo sguardo di Vic ci parla del ciò che era per affacciarsi al ciò che è e ciò che forse verrà – o che è possibile avvenga. Un libro, come scrive lo stesso autore, non ottimista ma nemmeno apocalittico.

“Un qualche futuro comunque ci aspetta, indipendentemente dai nostri timori e dai nostri entusiasmi. Ci toccherà bene o male affrontarlo, e forse sarà utile considerare l’ipotesi di essere entrati in una fase di ominiscenza, come teorizzato dall’epistemologo e filosofo Michel Serres già nel 2001, ovvero un processo di inevitabile e continuo ripensamento del ruolo e delle possibilità della nostra specie al tempo del web, del digitale, della proliferazione.
Il verbo “profilare” è interessante. Nel suo significato transitivo rimanda al disegnare, al tracciare un contorno, mentre con l’intransitivo intende il preannunciarsi di qualcosa, un accadimento. La profilazione degli utenti implica la produzione di un’identità – il disegno del suo contorno – attraverso la raccolta della scia di dati che l’utente stesso produce, però mi piace pensare anche alla sua declinazione transitiva, ovvero all’annuncio di un accadere. Il profilarsi all’orizzonte di qualcosa.”

Ma se il libro è anche un’analisi sociologica del passato e del presente, è prima di tutto un raccontare personale e appassionato dell’esperienza stessa dell’autore dall’arrivo dell’oggetto negli anni Ottanta ai mutamenti nella fruizione della musica che hanno attraversato i decenni, una dichiarazione d’amore: frammenti di biografia personale appaiono come piccole luci che ci riportano – a chi è della stessa generazione dell’autore o poco distante da quella – a qualcosa che “ci manca” come pure a qualcosa di cui non abbiamo più la percettibilità, per cui oggi è necessario sedersi e ascoltare per poter afferrare.

“Immaginatevi la scena: un mattino di febbraio del, diciamo, 1984, temperatura tendente al gelido e il cielo lassù grigio come la pancia di un topo, una testa zuppa di sonno e generica insofferenza, eccomi lì che scendo dal treno, aspiro l’aria ferrosa della stazione di Siena, mi guardo intorno e decido di farmela a piedi fino a scuola. […] Quindi, indossate le cuffie, inizio a camminare. […] E penso “io” e penso “voi”. Intensamente. Intendo dire che non si trattava semplicemente di una passeggiata mattutina per sfidare gli elementi ed evitare la minaccia del controllore sul bus: era un rituale di identificazione.”

La presenza del qui e dell’altrove, dell’io e del voi ricorre nelle pagine: e io stessa, nello stesso momento in cui sto leggendo, nello stesso momento in cui sto scrivendo, sono inserita all’interno di una dimensione alterata e alternata in una costante e persistente oscillazione. Leggo, appunto, ascolto.

Quell’essere qui e altrove in cui oggi ci ritroviamo tutti, iperconnessi in un fuori che è un dentro, nel dentro di un dispositivo che genera dati quando il fuori (dalla rete) evapora pur essendo ancora presente. Un presentimento.

I momenti, le pagine autobiografiche, il ricordo di Solventi sono anche il nostro ricordo – sia per chi c’era che per chi, arrivato dopo, ricorda i ricordi di chi è venuto prima. I ricordi dell’Altro, un libro che (ri)genera comunità. E lo fa a partire proprio dall’oggetto. Le non-cose, per citare Byung Chul Han, sono nude. L’oggetto – il walkman in questo caso – non è nudo: è un oggetto reale, concreto, che la mano muove, che la mano decide e sceglie.

È sì, il libro, un omaggio al walkman, un’affezione ad un oggetto transazionale, personale ma anche collettivo, un piccolo dispositivo che già nella sua comparsa mostrava i prodromi del futuro che abitiamo, ma non è solo questo: è la traccia di un momento orizzontalizzato, che si condensa in alcune pagine per liquefarsi in altre, quando la liquefazione lascia spazio al pensare.

Le ricorrenti citazioni (di sociologi, filosofi, psicoanalisti) non sono quindi mai lasciate sole, incastonate nella pagina, ma restano sempre in un dialogo assiduo con l’autore – e quindi con il lettore. Diventano presupposto per disporsi a una riflessione da cui spesso tendiamo a fuggire.

Il termine “larvale” torna più volte nel testo, e torna “l’incuffiamento” dell’altro che decide per noi (come accade a Vic), e “l’incuffiamento” deciso e attivo di una scelta voluta. La fruizione della musica si fa allora, attraverso l’utilizzo del walkman, una passeggiata solitaria che estranea dal fuori pur essendo nel fuori. Una posizione riflessiva, che nel suo estraniarsi si connette a una realtà che pur essendo la stessa muta però in consistenza, si liquefa, si dilata, si restringe, si amplifica, danza.

La passeggiata diventa allora metafora di un attraversamento anche sensoriale che è l’incedere stesso del libro. Un libro che mentre leggo “ascolto”. Perché è anche questa la cifra del libro di Solventi: farci ascoltare, farci pensare e pensarci in forma di suono.

“Se il walkman con il suo bozzolo sonoro mi aveva consentito di mettere a punto un equilibrio, di galleggiare in una bolla di possibilità “altre” rispetto al catalogo di percorsi offerto dalla mia situazione concreta (periferica e di ceto basso), il web atterrò nella mia vita di adulto squadernando le prospettive. Prospettive che erano “soltanto” relazionali e culturali, ma costituivano esattamente ciò di cui più avevo bisogno e, in definitiva, fame.”

E questa fame, per quanto in una certa misura inquietante per tutti noi che sappiamo il passato e conosciamo o disconosciamo in attimi e frammenti di sospensione il presente diventa anche straniamento, uno straniamento di cui a tratti non ci accorgiamo e a tratti, in un improvviso o nell’imprevisto, ci appare in tutta la sua potenza.

Perché anche oggi indossiamo le cuffie per ascoltare ed estraniarci dal fuori, ma nel farlo produciamo dati. (Dati, dati ovunque – s’intitola il penultimo capitolo)

Un libro che porta a ricordare sia ciò che abbiamo vissuto (per chi ha portato dentro la tasca di un cappotto un piccolo walkman e una cassetta, per chi l’ha arrotolata con una penna ascoltandone il suono ruvido e impreciso), e ricordare ciò che stiamo vivendo o che stiamo per vivere – dove il ricordare ha due accezioni: quella del tornare indietro e quella del renderci coscienti.
Non solo suono, non solo dati ma anche disegno, tracciato.
Un libro che si pone allora in forma di domanda, che apre alla criticizzazione non solo dell’adesso, ma anche di un allora in cui tutto il presente stava già al suo stato larvale. Ma nell’azzardo un’unica ipotetica risposta all’inquietudine che ci attanaglia a intermittenza di fronte all’altrove che abitiamo nell’oggi:

La nostra missione – scrive Solventi – sia allora: “diventare l’allucinazione della macchina.”

Marciando, marcendo

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di Angelo Di Fonzo

Da quando il villaggio era stato inghiottito dalla nebbia, Viviana rimaneva ore a guardare il signore che vendeva il vin brulé nella strada dell’albergo. C’era qualcosa in quell’uomo che la ammaliava. Forse il sorriso che regalava a ogni cliente; poteva sentirne il calore da lì. Poi la bocca incurvata quando non c’era nessuno, una malinconia che la contagiava e la costringeva a smettere di guardare fino all’arrivo del cliente successivo.

Aveva sempre sostenuto che le persone totalmente buone o cattive erano idiote, vittime della loro ascendenza di bene o di male. Riteneva invece davvero degne di nota quelle confuse, incapaci di scegliere da che parte stare, di definire chi sono in maniera netta. È troppo facile, pensava, scegliere una casacca e onorarla per tutta la vita senza neanche il tempo di un dubbio. Per questo cercava in quell’uomo dall’apparenza mite e gentile tutti i segni del male; nelle crepe, nei dettagli.

Non poteva fare molto altro.

La nebbia si era presa tutto: aveva fagocitato il mare, le colline, i sentieri e le cittadine limitrofe. Non c’era modo di avanzare in quella nube eterea. Viviana faceva delle lunghe e ripetitive passeggiate per quelle strade di case cadenti e vedeva sempre le stesse palazzine fotocopiate, la stessa chiesa in rovina, le stesse macchine parcheggiate immobili.

Sapeva che Lui stava arrivando ormai, ma non poteva più sfuggirgli come aveva fatto in modi diversi per tutta la vita. Marciando, marcendo. Lo sentiva alle calcagna, in costante agguato. Marciando, marcendo. Di notte, da sveglia; sempre. Marciando, marcendo. Lui l’aveva costretta per anni a combattere, in trincea, per avanzare da un avamposto all’altro dell’esistenza. Marciando, marcendo. E lei l’aveva assecondato, aveva fatto di tutto per paura che Lui la raggiungesse. Marciando, marcendo. Aveva corso chilometri e chilometri infiniti, a perdifiato. Marciando, marcendo. Senza sosta. Marciando, marcendo.

Quando non ne poteva più di passeggiare, si sedeva nell’unico bar del paese, dove la stessa TV locale andava in onda giorno e notte per stornare il silenzio a suon di televendite. Beveva un caffè, a volte più di uno, e guardava il vuoto, come gli altri avventori. Non c’era nient’altro da fare che lasciarsi vivere, o morire, in attesa che la nebbia sparisse. Ma la nebbia non spariva e diventava sempre più densa, quasi solida; una muraglia. Viviana non aveva mai parlato con nessuno di loro, nemmeno con il barista perché si limitava a indicare il caffè sul menu plastificato incollato al bancone e a pagare con la carta quando l’importo compariva sul pad. La foto della moglie del proprietario troneggiava sul muro del bar, una gigantografia agiografica, incastrata tra due date di tempo trascorso e mai attuale; anche se in fondo sembrava più in vita del vedovo: lei in foto sorrideva al massimo della forma, lui dal vivo pareva tumulato in piedi, in attesa di ulteriore sepoltura.

Quel giorno però, una signora anziana con un cappello di feltro verde le chiese se poteva sedersi al suo tavolo. Lei si guardò attorno e infastidita notò quanti tavoli erano ancora liberi, ma annuì, perché dire di no sarebbe stato più complicato. La signora prese posto vicino a lei e iniziò a sfogliare il giornale mentre le lanciava sguardi esplorativi, di nascosto. Dopo aver chiuso e ripiegato il giornale, la signora si girò verso di lei.

«Signorina, sembra stanca. Ha il viso stanco».

Viviana continuò a palleggiare nel vuoto, con i pensieri e le idee a fare canestri. Annuì senza fiatare.

«Da quanto è in viaggio?».

Disegnò il simbolo dell’infinito sullo strato di polvere del portatovaglioli. La signora sorrise, intenerita.

«Si vede, signorina, si vede. Per questo è così stanca».

Viviana continuò a bere il suo caffè a rallenti, con la lentezza immobile di un quadro che si scioglie dalla paralisi dell’arte per farsi vita pulsante. O forse al contrario era la paralisi del vivere che si trasformava in arte viva, che s’infinitava in quell’istante interminabile.

«Eppure adesso è ferma e le sembra ancora di correre, non è così?».

Viviana non rispose, spossata da quella conversazione, posò la tazzina e tornò al vuoto, spiritata. Non le riusciva bene parlare con le persone, preferiva guardarle da lontano, alla distanza giusta per studiarle. Come oggetti. Preferiva trattarle proprio come oggetti che come persone con una volontà propria. Le sembravano troppo complesse altrimenti, troppo difficili da afferrare nel loro dinamismo, nella loro imprevedibilità. Da lontano era tutto più semplice, come con il signore che vendeva il vin brulé nella strada dell’albergo, che si limitava a farsi osservare senza accorgersene. Se proprio doveva avere a che fare con le persone, preferiva quelle che si raccontavano senza chiedere nulla in cambio perché poteva risucchiare la loro linfa vitale, in forma di storie, al prezzo di qualche cenno del capo.

Gli altri clienti del bar non sembravano preoccupati da quella stasi forzata, nemmeno la signora con il cappello di feltro verde; chissà da quanto erano già fermi. Forse non si erano mai mossi, oppure non erano nemmeno in grado di concepire il movimento. Magari avanzavano da fermi, forse era quello il loro viaggio.

Ormai gli occhi di Viviana cominciavano ad abituarsi a quella nebbia, gli si rifletteva nella vista a ogni sguardo. La muraglia separava il villaggio dal resto del mondo, ma talvolta si ricreava dentro di lei come una talea, separandola a sua volta dagli oggetti, dalle persone, fino a isolarla nella sua bolla di nebbia; ogni volta più stretta. Succedeva di rado prima, ormai sempre più di frequente. La nebbia che aveva negli occhi ritagliava con le forbici i contorni grigiastri delle cose restringendo il campo sempre di più. Ma poi tornava tutto come prima, i confini ripristinati all’interno della muraglia, che però ogni volta diventava più densa e scura. Ci aveva fatto caso dopo le prime volte, aveva visto i confini irrobustirsi e lei diventare più anemica, allo specchio, col viso di un pallore candido. La signora con il cappello di feltro verde non smetteva di guardarla, in modo tanto compassionevole quanto sfrontato e invadente, e Viviana le cercava addosso ogni forma di male possibile, potenziale; nascosto in superficie: il suo gioco preferito. Era difficile in partenza, eppure così facile in fin dei conti che ci avrebbe scommesso tutto quello che possedeva. Avrebbe giurato sul suo male, professato la sua oscurità al tribunale delle stelle senza esitare.

Sentì un improvviso mal di testa, epicentro nel cranio, e capì che Lui era lì. Marciando, marcendo. Aveva smesso di correre, cosa si aspettava? Marciando, marcendo. Ma non poteva più correre, non questa volta, non più: mai più. Marciando, marcendo.

Gli occhi le si riempirono di nebbia e tutto attorno ne appariva annullato; riusciva a vedere a malapena il suo corpo, che pure andava consumandosi, corroso in quella cancrena di purezza. La sua mano destra bramava il vuoto e una mano rugosa comparve a stringerla per tirarla fuori, ma la presa non aveva forza, non abbastanza, e quel vortice di consunzione la assorbì e la divorò come non fosse mai venuta al mondo.

La corriera

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Il testo che segue è uno dei capitoli, intitolato “La corriera”, del romanzo di Graziella Belli “I campi di patate fanno le onde”, recentemente pubblicato da Fusta Editore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Graziella Belli

Giugno 1942

Era il primo giorno di vacanza, Giusto era uscito di casa di buon’ora e portava nella destra una valigia e nell’altra una grossa gabbia. Teneva la gabbia un po’ per la maniglia e un po’ come un pacco sottobraccio. All’interno della gabbia stava bella comoda una gallina di color marrone, beata, gli occhietti sonnolenti ogni tanto guardavano di brutto il suo portatore come a chiedergli di non farla più sobbalzare. Giusto capiva il desiderio della gallina e cercava di ubbidire, perché era stato anche l’ordine di sua madre: e mi raccomando, prova a non sbatterla tanto, Gistin. Ma non era mica facile, e sì che la madre gli aveva agevolato il cammino, aprendogli la porta di casa e accompagnandolo giù per le scale, ma lui le avrebbe voluto chiedere: «Ma siamo sicuri, mamma, devo proprio fare il viaggio con gallina e gabbia?».
Poi non aveva detto nulla perché gliel’aveva già chiesto in casa e la madre era stata chiara: «L’ho comprata da Palombo e pagata anche bene, e cerca di farla arrivare a salvamento», chiudendo ogni discorso con «e poi non fare più domande.».
Giusto risalì i vicoli cercando di non farsi vedere. Che vergogna andare in giro con una gallina in gabbia! Sarebbe stato meglio passare attraverso le chintōgne[1] tra le case di via del Molino e via delle Alpi e poi fino alla chiesetta della Madonna degli Angeli, ma era vestito troppo bene e rischiava di rovinare la giacca. Oltre all’incolumità della gallina, la madre non gli aveva raccomandato altro che quella della giacca: «Era di tuo fratello, lui l’ha portata per quattro anni, vediamo te».
Come se non bastasse, davanti al cortile di Romeo s’imbatté in Osvaldo il postino.
«Giusto, porti la gallina a vilegioa
Giusto rispose senza fermarsi: «Ma no, che villeggiare, vado ara Ciève[2] dalla nonna».

Arrivò in piazza tutto trafelato, si avvicinò a un gruppo di persone e come loro guardò in fondo alla strada. Teneva la gamba contro la valigia di cartone marrone, chiusa da una corda di iuta.
«Non la devi lasciare per nessun motivo.» La madre le cose le ripeteva alla nausea, e se n’era voluta accertare anche mentre l’accompagnava giù per le scale: «E la valigia, Giusto?».
E Giusto: «Non la mollo un attimo».
E adesso se ne stava lì, la gamba rigida a contatto con il cartone, lo sguardo che non perdeva di vista valigia e gabbia, un colpo d’occhio ogni tanto al punto in cui sarebbe apparsa la corriera. Il caldo sembrava aver atteso il primo giorno di vacanza e saliva anche dal Tanaro e dai campi di patate. La piazza era quella dell’Olmo, dove si fermava la corriera due volte al giorno, sia verso il Piemonte che diretta in Liguria, e caricava di tutto: contadini che portavano merci a Pieve di Teco, turisti arrivati a Ormea con il treno che procedevano per Imperia, galline mezze rassegnate e dirette anch’esse a cambiar aria in Liguria.
Dietro il Monte della Guardia si era alzato da poco il sole, e la gente diceva che faceva caldo fin dal mattino presto. Giusto si passava la mano sul collo, sudava sotto quella giacca più da primavera che da estate, i pantaloni alla zuava, le calze di lana. Avesse almeno avuto il fez sulla testa. Non gli piaceva il fez, faceva pizzicare la testa, ma dal sole riparava.
Un uomo, piazzato davanti a lui, cominciò ad agitarsi, a dire «Arriva».
Un altro: «Macché, cos’hai visto, bolgnu c’me ina topunōira[3] Non ci siamo ancora.»
Giusto si sporse in avanti, il piede rigorosamente contro la valigia, e anche la gallina guardò se arrivava o no. Poi, più che alzare la polvere della strada e farsi vedere da lontano, la corriera si fece sentire. Quando si arrestò davanti ai passeggeri e ne scese l’autista, fermandosi davanti alla scaletta a fare i biglietti, l’aria si riempì di tutti i cattivi odori possibili, tra cui quello della benzina. Uno dopo l’altro i passeggeri salirono e presero posto. Giusto e la gallina si misero in fondo, sul sedile vicino al finestrino. Gli piaceva guardare fuori e poi poteva controllare meglio la valigia. Forse guardare oltre il vetro divertiva anche la gallina, così se la mise sulle ginocchia.
Passato l’elegante palazzo, adibito a inizio secolo, dicevano, a casinò, il percorso fece qualche curva; una dopo l’altra le case si rimpicciolivano alle loro spalle e al loro posto i boschi iniziarono a stringere la strada.
La testa appoggiata al finestrino, Giusto osservava la compagna di viaggio. Anche lei doveva essersi stancata di guardar fuori.
«Ti è venuta la nausea?» le chiese sottovoce. «A me sì, non c’è cosa che mi fa venire la nausea come le curve e l’odore di benzina, ma fra poco scendiamo.»
Gli venne in mente che la madre gli aveva consigliato di mettersi davanti, che si pativa meno, e se non per sé si rimproverò di non averlo fatto per la gallina.
Come poteva chiamarla?
«Te lo trovo un nome prima o poi, promesso.»
Ferma in gabbia e sulle sue ginocchia, la gallinella inclinò la testa.
«Speriamo non ti venga in mente di pisciare» le disse sottovoce.
Per fortuna quel mattino Lorenzo non c’era per strada, altrimenti lo avrebbe preso in giro per un anno. Gli spiaceva, però, non averlo salutato.

Finita la seconda di avviamento professionale, Lorenzo era andato a lavorare in fabbrica e da allora si frequentavano di meno: il pomeriggio arrivava tardi, stanco, e aveva poco tempo per i divertimenti. E, del resto, Lorenzo si sentiva un giovanotto, aveva altri amici, più grandi, e guardava le ragazze. E questo un po’ spiaceva a Giusto, perché avrebbe voluto avere il coraggio anche lui di guardare dritto negli occhi le ragazzine, e farlo senza ridere.
Però la sera prima, che si erano incontrati alla fontana per caso, erano andati al campo in Borganza a tirare due calci al pallone. Era un pallone tutto sformato che qualcuno aveva perduto e che Lorenzo aveva trovato di là degli archi della ferrovia, un mattino che andava al lavoro. Poi, tutti sudati erano tornati nella piazzetta del gōlbu e si erano seduti sui gradini della casa di Giusto, come avevano sempre fatto quando andavano alle elementari assieme. Era dunque già il tempo delle nostalgie: sui gradini Lorenzo aveva parlato di quando fregavano le uova a Palombo, di Pina dalle gambe storte – era un po’ che non andavano da lei a fare razzia di ciliegie – e allora Giusto disse che il giorno dopo sarebbe andato a Pieve di Teco e per tutta l’estate non si sarebbero visti. L’aveva detto così, tanto per dire qualcosa, ma a quel punto avevano smesso di ridere. Solo un attimo, perché quando aveva ammesso quella cosa del viaggio con la gallina, pregando Lorenzo di non dirla a nessuno, non l’avevano più finita di riderci sopra. Poi, non si sa chi aveva attaccato per primo, avevano cantato a squarciagola: «È arrivata la bufera, è arrivato il temporale…».
Guardò la gallina e posò la mano sulle sbarrette della gabbia, come per accarezzarle la testolina. La gallina rispose con un verso da uovo.
Ogni tanto, a uno scossone della corriera, Giusto sbatteva la tempia contro il vetro del finestrino. Stanco di tenere la gabbia sulle ginocchia la mise per terra, accanto alla valigia. Ma la gallina per terra non ci voleva stare, faceva versi da uovo e starnazzava, la gente rideva, e Giusto si rimise la gabbia sulle ginocchia.
Prima del colle di Nava era salita una signora molto robusta, si era seduta al fondo, accanto a lui. La donna strabordava, la coscia premeva contro il ginocchio magro di Giusto e la gallina si agitava.  Al giro di Cosio la signora scese, salì altra gente e al posto della signora robusta venne a sedersi un uomo diretto, pareva, alla fiera di Pieve. Era un ometto arzillo e non la finiva più di parlare da solo e, se gli davano corda, con gli altri passeggeri. La gallina gli dava corda con versi che assomigliavano a quelli di un merlo stonato. Nel frattempo la corriera s’era riempita, e c’era chi imbracciava canestri di funghi e uova, altri che portavano forme di formaggio. I posti erano tutti occupati, anche il corridoio tra i sedili era a tappo. Giusto pensò che se non avesse avuto valigia e gallina avrebbe dato il posto a qualche anziano, perché era un’altra delle cose che la madre gli raccomandava sempre, anche se alla fine di corriere ne prendeva solo un paio all’anno. Ora, tuttavia, Giusto era preoccupato: nel suo dialetto di  Cosio,  l’ometto, sballottato anche lui dalle curve, si era lamentato di un fatto: «Belin, basta che con l’agitazione non vada di corpo…»
«Perché dite così?»
«Belin, perché l’agitazione è un veleno per le galline, le fa andare di corpo, non lo sapevi?»
Giusto ci pensò, disse: «Non ci va» e chiuse lì la faccenda.
L’ometto ribatté nel suo dialetto e la gente, seduta e aggrappata alle maniglie, dondolò dalle risate. Il ragazzo non aveva capito, l’ometto non tradusse e mostrò un pugno alla gallina. Giusto spostò la gabbia. La gallina non s’era accorta di nulla.
La corriera si fermò davanti alla chiesa di Acquetico e salirono ancora due persone. Dapprima l’autista disse che non ci stavano, ma i due di Acquetico si infilarono lo stesso. L’autista disse che non partiva e incrociò le braccia, spense. Siccome parlava in italiano, uno di quelli di Acquetico gli chiese da dove veniva. L’autista disse che era sardo, ma cosa c’entrava da dove veniva? Quello di Acquetico non replicò ma dopo un po’, come se avesse ben pensato alla risposta cercando le parole giuste in italiano, gli raccontò una cosa: «Sa, autista, caso vuole che in Sardegna ci ho fatto il militare, è stato nel ‘25, e se sapevo che dalla Sardegna uscivano degli autisti come lei davo un colpo di tacco sull’isola che la facevo affondare ».
La gente tacque, intimorita, si sentì appena un belin, ma bisbigliato, l’autista capì solo in parte, ma accese e la corriera ripartì, sbuffando.
A Pieve di Teco la corriera si fermò e fece uno strano cigolio come se si fosse spenta per sempre.
I passeggeri scesero. La gabbia sotto il braccio, con la gallina contenta di scendere, la valigia nell’altra, Giusto alzava lo sguardo sulla testa pelata dell’uomo di Acquetico. Non gli sembrava in grado di affondare la Sardegna con un solo colpo di tacco, ma l’uomo incrociò il suo sguardo e annuì. Giusto e la gallina sbarrarono gli occhi.

[1] Chintōgne, cunicoli posti dietro le case che servivano da intercapedine e per la raccolta degli scolatizi, ma anche per collegare i vicoli.

[2] Ara Ciève, a Pieve di Teco.

[3] Bolgnu c’me ina topunōira, orbo come una talpa.

Il violinista Igor Brodskij

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(il 15 marzo, per i tipi della nuova, piccola e agguerrita Qed, è uscito “Il violinista Igor Brodskij”, il nuovo libro di Romano Augusto Fiocchi, nostro amico e collaboratore. Ve ne anticipiamo l’incipit, sperando di incuriosirvi. G.B.)

di Romano A. Fiocchi

Quando l’agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio. Poi vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio: a loro furono date sette trombe Conn, le migliori. Ma a un altro angelo, merda, fu dato un violino invisibile. Il nome di quell’angelo era Igor Brodskij.

Giovanni, Apocalisse (trad. Max Bignami)

È stato qualche inverno fa, tanto per cominciare, uno dei mesi più freddi. Igor Brodskij arrivava in via Dante non più tardi delle otto. Cuffia di lana sopra i capelli grigi, sciarpa al collo, giacca con bavero alzato, scarpe che avevano girato il mondo sotto la pioggia. Igor Brodskij aveva il viso tondo e gli occhi rassegnati da ex sovietico. Schiariva la voce e mormorava in una preghiera l’unica cosa che sapeva dire: «Non parlo italiano».

Si fregava le mani, apriva il seggiolino pieghevole, si sedeva e appoggiava sulle ginocchia la custodia del suo violino. Si guardava attorno. I primi passanti infreddoliti gli lanciavano un’occhiata. Era il posto giusto. Da un lato le spalle intabarrate di un vecchio poeta, immobile su un piedistallo, dall’altro un condottiero a cavallo che dominava il fondo della via, tutta pedonale. Lui, allora, accarezzava la custodia con mani da prestigiatore. L’apriva, estraeva un violino inesistente e iniziava ad accordarlo. Girava i bischeri fatti d’aria, pizzicava corde invisibili, muoveva l’archetto nel nulla. La gente continuava a passare e a lanciare sguardi fugaci. L’aria di via Dante si faceva cristallina, l’umidità della notte milanese si stava alzando.

All’improvviso partiva la musica. Era un suono straordinario, che veniva dall’altro mondo. Via Dante era attraversata da cerchi concentrici di note. Non era musica classica, non era jazz, non era rock. Era la musica di Igor Brodskij, il più grande violinista del ventunesimo secolo

La gente sentiva il suono dal fondo della via, si avvicinava, si fermava. Restava incantata dalla musica. Non le importava di dove uscisse. Le dita di Igor Brodskij si disarticolavano alla velocità della luce, nell’aria, nient’altro che nell’aria, su un violino invisibile agli occhi ma vero. Vero perché il suono che emanava era divino.

I passanti erano così affascinati dalla musica di Igor Brodskij che restavano lì imbambolati e a volte si dimenticavano di fare l’elemosina. L’avvocato Biancardi si fermò anche lui e pensò che il violino fosse fatto di vetro. Don Agostino, il parroco del Carmine, ipotizzò che Igor Brodskij avesse venduto il suo strumento e suonasse sul suo fantasma. In fondo, come e su cosa suonasse aveva poca importanza. Contava la musica che riempiva via Dante, una musica densa da tagliare con il coltello.

«Musica solida».

«Musica che racconta, vi dico».

«Musica che galleggia nell’aria».

«Musica che ci puoi camminare sopra».

«Musica mai sentita».

«Ma chi è?»

«Si chiama Igor Brodskij».

A un tratto, quando la gente cominciava ad affollare la via, e la custodia aperta davanti ai piedi conteneva una decina di euro, le dita del violinista si fermavano. Igor Brodskij raccoglieva le monete e al loro posto riponeva lo strumento inesistente. Chiudeva con cura la custodia, ripiegava il seggiolino e se ne andava, non si sa dove.

«A cambiare l’acqua», diceva con la sua pronuncia cinese l’edicolante Wu Ming. «Per forza, è lì da prima delle otto».

Ma più nessuno vedeva Igor Brodskij sino al giorno successivo.

L’esibizione straordinaria si ripeté regolarmente per alcune settimane, mentre la morsa del gelo invernale non accennava a diminuire. Neppure il freddo riusciva a fermare le dita di Igor Brodskij che vibravano nel vuoto. Per molti era diventato un appuntamento fisso e stavano lì ad ascoltarlo tutti i giorni prima di recarsi al lavoro. Si perdevano nella sua musica. Finché cominciò a circolare la notizia che in via Dante c’era un violinista che ti suonava l’anima.

Fu un mattino. Lo videro arrivare come di consueto, guardarsi attorno, schiarire la voce, mormorare tra sé «Non parlo italiano», aprire il seggiolino, accarezzare con mani da prestigiatore la custodia e sottoporre il violino alle consuetudini preliminari. La musica di Igor Brodskij invase la via, si propagò nelle fogne attraverso i tombini, si arrampicò sui tetti, si infilò dentro i bar, dentro le case.

Un uomo l’osservava. Era piccolo, pelato, con le mani in tasca.

«Merda», esclamò.

Si avvicinò a Igor Brodskij e gli disse che avrebbe dovuto incidere un disco. Era Max Bignami della Marvels Music Italia. Igor Brodskij si fermò. Max Bignami ripeté le parole scandendole lentamente: «Incidere un disco, mi capisci?»

Con il suo accento slavo Igor Brodskij rispose: «Non parlo italiano».

Max Bignami non volle arrendersi. Tirò fuori le mani dalle tasche, una pacca sulla spalla, lo aiutò a raccogliere custodia e seggiolino e lo prese sottobraccio. Svanita la musica, la gente si era allontanata. Igor Brodskij senza musica era un passante come tanti. Max Bignami lo fece entrare in un bar e lo riempì di vodka. La vodka permetteva di superare ogni ostacolo linguistico. Gli illustrò il progetto discografico e gli fece firmare un contratto lì su due piedi.

«Sei contento?», gli chiese.

«Non parlo italiano», rispose Igor Brodskij.

Il mattino seguente, il violinista si ripresentò in via Dante. Si guardò attorno, si sedette, aprì la custodia, alzò gli occhi rassegnati da ex sovietico e si fermò. Di fronte a lui c’era il cranio pelato e il sorriso d’entusiasmo di Max Bignami.

«Merda», esclamò. «Raccogli le tue cose che andiamo in sala di incisione».

Lo fece salire sull’auto parcheggiata poco distante. Igor Brodskij attraversò strade piene di traffico, piazze congestionate, miraggi metropolitani, finché raggiunse la periferia. Il centro di produzione era un gigantesco parallelepipedo di vetro alto dieci piani. Vetri su vetri che si arrampicavano nel cielo grigio. Quando Igor Brodskij entrò in sala di registrazione, la voce della sua presenza negli studi si era già sparsa tra i tecnici. Tutti erano fermi lì davanti per ascoltarlo. Persino il custode Mario Porcu aveva abbandonato la portineria e la bottiglia di vermut bianco per assistere alla registrazione. Igor Brodskij tolse la cuffia di lana e si infilò quella per l’ascolto, allentò la sciarpa, si guardò le scarpe che avevano girato il mondo sotto la pioggia. Aprì la custodia del violino, prese archetto e strumento invisibili, aggiustò l’accordatura e, in piedi, iniziò a suonare. Era la musica più straordinaria che si fosse mai udita nel centro di produzione. I tecnici del suono erano paralizzati, gli occhi fissi sulle dita rapidissime, sui movimenti nervosi del braccio con l’archetto inesistente, sul nulla assoluto che avvolgeva Igor Brodskij e che permetteva il dilatarsi della sua musica.

«Venderemo milioni di copie», gli disse Max Bignami una volta finita l’esecuzione. «Domani vado giù a Roma e ti organizzo un concerto all’Auditorium».

Igor Brodskij lo guardò con gli occhi rassegnati da ex sovietico.

«Non parlo italiano», rispose.

Max Bignami andò a Roma ma al suo ritorno Igor Brodskij era introvabile. Don Agostino disse di averlo visto in un’altra via. L’avvocato Biancardi disse di averlo incrociato in piazza San Carlo, a Torino. Arrivato agli studi di registrazione, Max Bignami ebbe l’amara sorpresa: le tracce erano state cancellate.

«Merda», esclamò.

[…]

Romano Augusto Fiocchi, Il violinista Igor Brodskij, 144 pagine, Qed, 2025.

Sotto la terra

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Illustrazione dell’autrice

di Claudia De Angelis

Racconto vincitore del concorso STAFFETTA PARTIGIANA, promosso da Nazione Indiana per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

San Pietro Infine, lungo la linea Gustav, inverno 1943
Da bambina Lucia viveva in città, è andata a scuola e ricorda. La maestra diceva che nelle grotte vivono: orsi, ragni, spurtiglioni, grilli e vermi pelosi, talvolta i lupi ci riposano le ossa. Ma a quel bestiario ingiallito dagli anni va aggiunta una pagina, accanto alla sezione di un coleottero ecco strisciare le incisioni tremule di un’acquaforte, ritraggono una schiera di volti tetri e sfiniti, una righina striminzita racconta: nelle grotte ora vivono anche gli abitanti di San Pietro Infine. E poi tutte le cose che vive non sono ma pare: il buio, l’umido, la polvere, la brina, gli spifferi, certi fiati della terra profonda che li senti pure col naso turato. E Lucia.

Non c’è da farsi ingannare dai piccoli respiri che le tremano in petto, dal tamburo del cuore, dagli occhi sgranati e fondi che schizzano a ogni cambio di luce, non badate al bambino che le si attacca al seno e cresce. Lucia appare donna viva ma è un guscio, un contorno. Se il freddo e le circostanze concedessero ai paesani di potersi spogliare e lavare, in mezzo alle scapole nude di Lucia tutti vedrebbero pelle nera stracciata, il foro di un proiettile tedesco paro paro a quello che ha ammazzato Adelchi suo, oramai due mesi che sembrano duecent’anni fa.

Era uscito di casa dicendo: mi mandano a lavorare in Germania. In Germania ma dove? E quando torni? Statti tranquilla, amore mio. Insieme a lui altri sette paesani, il più piccolo di neanche quindici anni. Non ci sta da avere paura. La Germania è una fossa comune al limitare del castagneto. Morti col sole in faccia, con la testa alta, ma morti sparati.

Quel giorno Lucia è morta pure lei, o almeno così le pare. Il venerdì dopo, dalla finestra della cucina guardava sfilare le vedove e i vecchi e le figlie di San Pietro Infine. Abbandonavano il paese e lei con le pupille opache a dare la tetta al bambino, sarebbe rimasta là, una statua, una morta travestita da viva, e invece Antonietta – cugina di Adelchi, madre di due femmine appena donne, che nascondeva in soffitta a ogni visita del leutnant – l’ha tirata via per le orecchie.

Con un fagotto di cibo e coperte, col bambino al collo, Lucia si è messa in coda alla processione. Oggi non ha ricordi della camminata. Un minuto prima era al tavolo della cucina, quel tavolo che per quanto Adelchi suo cercasse di pareggiarlo era sempre sbilenco; un minuto dopo eccola davanti alle fauci della montagna che sola poteva salvarli. Il suo primo pensiero, il primo di numero in questa sua morte-che-pare-vita, era stato che sicuramente l’avrebbero rimandata indietro. Dieci anni in paese e ancora mi chiamano forestiera, pensava la viva già morta, si terranno il cibo e il bambino che ha il sangue loro e io torno a valle, se la montagna ha pietà di me scivolo e mi spacco la testa su un sasso e sennò starò in mano ai crucchi, va bene, tanto viva non sono, tenetevi il pane e pure il bambino che io devo compiere questa mia fine, non caccerò un fiato, giurosuddio, ma la fotografia di Adelchi mio, solo questa mi resta, solo questa lasciatemela, sul mio corpo il suo viso, come dev’essere.

E invece Antonietta ancora la piglia per il braccio e la tira sotto la terra e la fa sedere in fondo in fondo, appresso alle galline, dove il bambino può stare più riparato. La morta Lucia si accuccia, zitta, buona, forestiera ma madre di un paesano che ha bisogno di lei, e quindi: che viva. Fai latte, bella, non pensare a nient’altro, fai latte. Lucia ingoia grida e pianto, il latte viene come la neve, dapprima leggero e poi tutto insieme. I paesani le mettono in mano i pezzi di formaggio con meno crosta e le fette di pane più spesse. Lo sanno tutti che a quelli di Ponte li hanno trovati perché una piccolina piangeva di fame. Fai latte, bella, vedi che sei brava.

Il bambino ha un nome che Lucia non ricorda. A tre giorni di vita l’hanno portato dal prete, Adelchi suo, un gigante radioso come il sole, sorreggeva la moglie e il figlio insieme, e davanti a Dio al bambino hanno dato un nome che però sotto la terra non li ha seguiti, impaurito dal buio. Il bambino ha un nome che sua madre respinge, non serve, Lucia il bambino lo conosce solo attraverso il dolore e tanto le basta: e la gravidanza che rimpasta le interiora e poi le doglie e il parto e il corpo che si strappa, e poi quando va a riallacciarsi non ricorda più com’era prima, com’è stato per ventun anni, e deve inventare nodi e bottoni e asole nuove, e ogni cosa tira, e proprio quando ti sei abituata ecco le ragadi ai seni perché il bambino poppa in continuazione. No, non servono nomi. L’unico che importa è diventato inutile, lo chiami e nessuno risponde. Lucia comunque lo accarezza a ogni battito d’occhi, Adelchi mio tu non mi dovevi lasciare, no, sarò forte, tanto presto ti raggiungiamo tutti.

*

Sotto la terra si rivela l’esistenza di un tempo che è vuoto. Le giornate, derubate di bestie campi castagneti biancheria pavimenti stoviglie ramazze e pialle e segatura e mattoni, trascorrono lunghe e pigre con le orecchie appizzate a sentire se dal bosco risale qualcuno. Sotto la terra, a parte il freddo e l’umidità e la paura di essere trovati e ammazzati come bestie non c’è altro che tempo, una melma fredda di minuti e ore e giorni che s’incrosta sotto le unghie: tempo, tempo, tempo da far passare pensando ai morti, seminati nei campi intorno al paese; ai vivi, lontani giù a valle o in città, chissà se c’è ancora una città. Tempo da pregare che la primavera ritorni, o la pace: sogni lontani entrambe, parole proibite, si gonfia la lingua di chi prova a sospirarle.

La grotta è paese in miniatura. I vecchi si giocano ciottoli a carte e accendono il fuoco litigando sul dove e quando e come cacciare il fumo di fuori. Le vedove amministrano il cibo: non saranno i soldati ad ammazzarle e non sarà nemmeno la fame. Le vedove ricordano la guerra. Vegliano il pane come il santo sepolcro, quel che indurisce lo ammollano nell’acqua piovana assieme ai ceci e ai piselli dell’anno scorso; razionano il formaggio, quel poco di salsiccia è divisa equamente fra tutti (tranne Lucia, a Lucia un dito intero); la vedova Giordani, che da ragazza era sarta, ha salvato da casa due ferri e qualche gomitolo e tra le sue dita svelte si allunga un corredo per il bambino. Le ragazze guardano di fuori e sospirano la libertà. L’angoscia del presente annega nel ricordo amaro di una promessa strappata alla festa della vendemmia. E allora sono le ragazze ad avventurarsi fuori dalla grotta, sotto la luna raccolgono la pietà del bosco: bracciate di legna, grossi sassi che tengono il caldo, castagne da succhiare con pazienza, e una sera fortunata i due conigli del prete, già mezzi morti di paura per i bombardamenti.

Sotto la terra, ognuno ha il suo ruolo. Lucia sta seduta e fa latte.

La seconda figlia di Antonietta ha preso a incidere croci sulla roccia, una per ogni tramonto: prima due, poi sono sette, poi undici, poi s’incrociano gli occhi sopra il fuoco minuscolo che solo di giorno trovano il coraggio di accendere e d’improvviso le croci sono già venti, non è possibile, qualcuno ha fatto lo spiritoso e le ha aggiunte mentre non si guardava. Le croci saltellano danzano si scambiano di posto scappano tornano il doppio. Forse è Natale e forse non è passato neanche Ognissanti.

Quel calendario bugiardo e meschino, la morta Lucia non ha bisogno di guardarlo. Che il tempo passa glielo dice il bambino. Quando sono arrivati alla grotta a malapena apriva gli occhi e invece adesso dopo ogni poppata il suo viso sporco di polvere e terra si allarga in un sorriso tutto gengive e adorazione. Apre e chiude le manine sul seno di Lucia, abbozza carezze goffe, scalcia contro le fasce che lo avvolgono tutto. Quando azzardano qualche passo di fuori, sul terreno che gracchia sotto i piedi, il bambino è curioso di ogni suono, come un fiore rivolge la testolina soffice verso il sole. Ridacchia piano, contento. Strofina il nasino sul collo di Lucia. Se il castagneto d’improvviso trema per l’eco dei mortai, se di notte lampeggiano fuochi a valle, il bambino non se ne cura. La più piccola carezza invece lo fa fremere tutto, un bacio leggerissimo sulla fronte e lui sgrana gli occhi emozionato, il suo mondo sta tutto là dentro. Rimbomba la guerra? Che importa. Sotto la terra il bambino sospira soddisfatto tra le braccia della mamma.

La morta Lucia lo guarda e le pare di sentire un sussulto lontanissimo in petto.

*

Schiara mattina. Il bambino mangia con gli occhi chiusi, le manine lente, il corpo sciolto nell’abbraccio della madre un ritratto di pace. Lucia, seduta, lo guarda. I paesani si strappano dal sonno con forza. È caldo, nei sogni, e nella grotta c’è freddo.

Un rumore dal bosco. Piedi che strusciano sulla brina gelata. Sotto la terra un silenzio che fa più paura della morte imminente.

I paesani si appiattiscono contro le rocce, chi sarà il primo a crepare? I cuori martellano, il bambino è infastidito dai tonfi dissonanti. Lucia lo stringe più forte e guarda l’imboccatura della grotta. Il cielo bianco, carico di neve, la acceca. Si aspettano tutti la fine e invece si affaccia una ragazzina con la faccia di topo. Dodici anni. Le mancano i canini di sopra, i capelli biondi sono impastati di fango. Dice: Erminia, e poi non dice più niente.

Le danno acqua e pane e due uova. Antonietta la riconosce, è la figlia del fornaio di Galluccio. No, la vedova Giordani ricorda perfettamente che il fornaio di Galluccio ha fatto solo maschi, questa appartiene ai casari di Sessa. Erminia non dice, nemmeno le guarda. Si siede troppo vicina al fuoco e attraverso le fiamme fissa il bambino. Antonietta vigila preoccupata da quegli occhi di vetro a suo dire cattivi, ma Lucia si sente tranquilla. Il suo lutto riconosce il lutto di Erminia. Hanno in petto lo stesso squarcio.

Quella notte, Lucia le fa cenno di avvicinarsi. Il bambino dorme attorcigliato nella culla delle sue gambe incrociate, sulle sue caviglie c’è posto per la testa di Erminia.

Il bambino pasce come un re. Erminia ha deposto la gelosia e si è eletta sua custode. Ogni giorno, di fuori la guerra avanza e invece la morte di Lucia arretra. Il bambino grugnisce, stringe i piccoli pugni, e Lucia sa che bisogna rigirarlo sull’altro fianco o fargli il solletico sotto al mento ciccioso. Lui deliziato si afferra i piedini, schiocca le labbra, guarda stralunato Erminia che gli fa le boccacce.

Una sera, il bambino si irrigidisce tutto, sbarra gli occhi in faccia alla mamma, mulina le braccia, caccia un rutto così forte che la grotta gli fa eco. Silenzio. Erminia si copre la bocca ma la sua risata la intuiscono tutti, e tutti contagia, non si rideva così dall’estate.

Lucia riesce a fare solo un sorriso annacquato. Sta covando la febbre.

Per tre giorni e tre notti si contorce sul pavimento della grotta, fradicia di sudore, trema eppure avvampa e rigira gli occhi nel cranio. Il mondo è tutto fatto di mani: mani che afferrano le sue freddissime, mani che le buttano addosso coperte, mani che toccano la fronte e le guance, mani che portano acqua, che portano Dio, che portano odore di terra, mani che le mettono al seno il bambino e mani che lo staccano quando lei lo vorrebbe a sé, il suo amore piccolo.

Si squarcia il tempo. Il suo corpo inarcato in una pozza di sudore resta indietro. Lucia vede la montagna dall’alto, un tappeto di bombe precipita sul paese ma prima che tocchino terra tramutano in castagne, piovono sul tetto di lamiera della veranda di casa e Adelchi sussulta e poi ride, promette per la centesima volta che darà una sistemata a quell’albero. Lucia sbircia da una fessura tra le tendine a fiori della cucina: la stanza è illuminata d’oro, come la grotta del presepe che faceva da bambina. Lei ha il pancione e monda i fagiolini e Adelchi suo la trascina in una piroetta che diventa un abbraccio che diventa in bacio e Lucia distoglie lo sguardo, lo volge in su. Dalla strada che dal paese porta in montagna vede scendere il bambino ormai ragazzo, su una bicicletta verde sgangherata alza i piedi dai pedali e caracolla in discesa con la stessa risata del padre. Quindi rimarremo in paese, pensa Lucia, e per la prima volta il pensiero non la riempie d’angoscia.

È il futuro che le si srotola davanti agli occhi, oppure un sogno? Lucia segue il bambino-ragazzo, la piazza del paese si gonfia, i palazzi si allungano, il lastricato diventa asfalto, spuntano macchine da tutte le parti: la città è tutta un movimento, tutta un rumore, se pure la guerra è passata su queste strade l’hanno cancellata a secchiate di calce. Il bambino-ragazzo ha dei libri sotto il braccio, frequenta il liceo. Quando ride getta indietro la testa e sul collo si vede uno sbaffo nero: la polvere, la terra della grotta di cui preghiamo che non abbia ricordo. Lucia allunga un dito umido di saliva per pulirlo ma la sua mano attraversa il bambino-ragazzo che è fatto di luce.

Adelchi la chiama. Quanto sei bella, dice, e Lucia gli corre incontro. Portami via, non ho già fatto abbastanza?

Due mani le prendono il viso, non sono di Adelchi, non saranno mai più le mani di Adelchi. La febbre recede (e anche i tedeschi). Lucia abbandona il passato e il futuro e torna al suo corpo: una virgola attorno al bambino. Sente in bocca il sapore ferroso del vinaccio della sagrestia. Antonietta le strizza l’occhio velato di lacrime.

Ci hai fatto morire di paura, dice, e Lucia le stringe forte la mano. Erminia dove sta? I paesani s’adombrano. Dice che a Mignano il farmacista c’è ancora. Erminia è scappata da due giorni e non torna. Hanno sentito sparare. Lucia tace per un momento, poi è travolta da una speranza tiepida che di certo appartiene al bambino. Embé, e quando mai non si sente sparare? Antonietta si asciuga le lacrime.

Un rumore dal bosco. Piedi che strusciano sulla brina gelata.

Stavolta sono tanti, ecco: ci hanno trovati.

Prima che Lucia abbia il tempo di avere davvero paura, Erminia da fuori urla di uscire, sono arrivati i mmericani, c’è pane e cioccolata e medicine e salvezza e libertà. Le vedove non si fidano, i vecchi neppure, ma Lucia di Erminia sì, e allora esce.

Strizza gli occhi contro la sberla del sole. Il bambino ride eccitato dall’improvviso tepore. Erminia si butta ad abbracciarle le gambe, Lucia le carezza la testa.

Nessuno le spara, anche se qualche fucile sobbalza. Paiono mostri, le creature affamate e diffidenti che emergono dalla grotta, e invece sono i paesani. Cadaveri vivi, le facce smunte nere di sporco, i corpi ammaccati e ricurvi, i polmoni carichi di catarro, i muscoli accartocciati, i capelli e le barbe nidi di rondini, Antonietta con una gallina sottobraccio.

I mmericani si guardano, incerti davanti a tanta miseria. Il primo che s’avvicina è l’unico senza divisa e senz’armi, imbraccia una macchina fotografica dalla forma strana, che emette un fruscio continuo di torrente in piena. L’imbarazzo è rotto. Pane e cioccolata passano di mano in mano, i soldati annunciano che il fascismo è finito andato kaputt, ma i paesani vogliono sapere di questo cugino e di quella zia, e casa mia ha resistito sotto le bombe? Bada che l’ha costruita mio nonno. E mica hanno bruciato i castagni?

Il soldato che non è un soldato si avvicina a Lucia, inquadra il bambino. Bello piccolo, dice, come lo chiamo?

Lucia guarda a valle. Il paese è polvere, la sua casa calcinacci. Si vede varcarne la soglia sventrata, scalciare cocci, vetri, i pezzi dello specchio della bisnonna – sette anni di sventura, siamo pronti? – i rimasugli dell’infanzia di suo marito e della loro vita insieme fanno un mucchietto triste sotto il lavandino sbeccato. In mezzo a quei resti riarsi, sopra la cenere, Lucia accenna un passo di danza e restituisce al bambino il suo nome.

Nota cinefila
La vicenda di San Pietro Infine è protagonista del documentario “The Battle of San Pietro” girato dal regista John Huston, al seguito degli Alleati.

Claudia De Angelis (1992) è nata e cresciuta a Caserta. Vive a Roma, dove lavora come traduttrice e autrice per il cinema e la televisione. Ha vinto il Premio Solinas ed è stata selezionata a Biennale College Cinema.

Nelle retrovie

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di Linda Farata

Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso STAFFETTA PARTIGIANA, promosso da Nazione Indiana per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

Provai gioia il giorno in cui babbo venne a dirci che saremmo potute andare a prendere Elvio con lui. Non seppi cogliere la gravità, l’eccezionalità di quel permesso. Da che eravamo sfollate a Molleone, non facevamo altro che impastare crescia e rammendare la poca biancheria che eravamo riuscite a portarci dietro. Babbo e Peppina una volta avevano provato a tornare nella casa vuota per recuperare la biancheria di mamma, ma si erano ritrovati nel mezzo di un cannoneggiamento. Oh Dio son mortooh Dio son morto, gridava correndo un partigiano, prima di trovare riparo dietro a un pagliaio – così mi aveva raccontato Peppina, che correva per la cucina con le mani in aria gridando Oh Dio son morto, e io ridevo fino a cadere dalla sedia. 

Da quella volta, babbo non ci aveva più lasciate andare. Si aspettava che proseguissimo con gli studi, ma la noia, la tristezza. Leggevamo dei libri, ogni tanto – sempre gli stessi. Lui rientrava impolverato dopo lunghe giornate di transito: dai campi al mercato, dalla caserma al convento. Ci chiedeva se avessimo studiato, e noi rispondevamo di sì. Poi gli servivamo la cena e si chiudeva al piano di sopra, nella stanza che aveva adibito a studio. Parlava poco da quando era stato rilasciato, e preferiva il tabacco al cibo. Non si portava più dietro disertori, partigiani ed ebrei: il regime l’aveva visto e non lo lasciava andare più. Per questo sul Monte Petrano dovemmo andarci a piedi, nonostante fossero quasi tre ore di cammino. Zio Imbriano ci aveva dato appuntamento sul versante sud, all’altezza del fienile dei pastori. Era il quattro di maggio e splendeva il sole: le foglie nuove, il pietrisco bianco, la massa bluastra del Monte Petrano che ci guidava all’orizzonte. Sembrava un’avventura all’inizio, una gita all’aria aperta, ma fu solo quando li incontrammo che iniziai a intuire quel che stava accadendo.

Sulla strada del ritorno parlammo a malapena. Io e Peppina ogni tanto ci guardavamo, poi guardavamo Elvio: camminava a testa bassa, tirando calci ai sassi. Rientrammo al casale di Molleone che era già pomeriggio inoltrato. Babbo si chiuse nello studio, mentre noi andammo in cucina ad accendere il camino. Qualcuno aveva cambiato l’acqua ai fagioli; forse la nonna, anche se dalla notte dell’acquazzone si alzava a malapena dal letto. 
«Stasera facciamo pasta e fagioli» disse Peppina, e io sapevo che era un regalo per Elvio – la farina per i maltagliati era razionata, e anche i legumi iniziavano a scarseggiare – ma lui non reagì. Era andato a sedersi al tavolo e si teneva la testa con una mano.
«Così poi ci teniamo caldi a suon di scoregge» provò ancora Peppina, e questa volta lui accennò un sorriso. 
«Ora vivete qui?» chiese, guardandosi attorno. La cucina grande e fredda, con le pareti annerite dal fumo.
«Solo finché non finisce la guerra» risposi.
Peppina andò a occuparsi della nonna, mentre io misi l’acqua sul fuoco e presi a riempire la tinozza per Elvio, una pentola per volta. Da che eravamo entrati, si sentiva più forte il suo odore di escrementi e braci, polvere e sudore. Lui non faceva niente, mi guardava e basta. Peppina me l’aveva bisbigliato, sulla strada verso il Monte: ora avremo un altro uomo da accudire. A me aveva fatto effetto quella parola, “uomo”, riferita a lui. Prima di seguire il padre in montagna, Elvio era stato un bambino lagnoso e inquieto, sempre bisognoso di attenzioni. Ricordavo con ribrezzo il modo in cui mi si avvicinava dopo i pasti – quando ancora esistevano le domeniche e ci si riuniva per i pranzi in famiglia – e mi appoggiava la testa sulla spalla, chiedendomi “un bacino”. Io voltavo veloce la testa e gli scoccavo un bacio a labbra strette sulla guancia unta, già puntellata dei primi, rossissimi brufoli. 
«Ti lascio solo» dissi, quando la tinozza fu piena abbastanza. Sul pavimento gli avevo sistemato un pettine e un pezzo di sapone. Lui non si mosse, e solo quando fui sulla porta mi chiese di restare. Mi sembrò così piccolo allora: un fagiolo appena uscito dal baccello. 
Restai di spalle finché si spogliava, poi trascinai una sedia accanto alla tinozza e mi sedetti dietro di lui. Prendevo l’acqua calda con la brocca e gliela rovesciavo lentamente sulla testa, come aveva fatto mamma con noi.
«Sai, su in montagna dormivo in un pagliaio» mi disse. «Scavavamo un buco nella paglia e io mi c’infilavo dentro.»
Gli passavo il pettine tra i capelli annodati, e lui non si lamentava. 
«Una volta ho anche sparato.»
«A chi, sentiamo.»
«Ai tedeschi!»
Feci una faccia come se mi stesse raccontando balle, ma non poté vederla. 

Zio Imbriano l’aveva portato in montagna con sé quando era riuscito a evadere dalla caserma dei militi. Elvio al tempo aveva solo undici anni, ma non c’era una madre a cui lasciarlo. Dicevano che Imbriano, per evadere, avesse scavalcato un muro altissimo, e che avesse chiesto la bici a un passante per pedalare veloce lontano da lì. Peppina lo diceva, e diceva anche che la bicicletta forse non l’aveva chiesta, ma rubata. Imbriano era sempre stato impetuoso, esuberante, il più divertente degli zii. Per questo mi aveva fatto così effetto vederlo sul Monte quel mattino: con le guance incavate, il tremolio alla mano destra. Il modo in cui provava a ridere per poi spezzarsi sotto i colpi della tosse. Quando alla fine si era chinato per salutare Elvio, babbo ci aveva fatto segno di seguirlo nel fienile, per lasciare loro un po’ di spazio. Dentro il fienile il buio era denso, e un mucchietto di feci rinsecchite attraeva mosche in un angolo. Da fuori arrivava il ronzio della voce di Imbriano, interrotto solo dai singhiozzi di Elvio. Lo zio ci aveva chiamato un’ultima volta, quando già scendevamo lungo il fianco della montagna. Urlava di avere fiducia, che presto il nemico sarebbe caduto. Ci voltammo a guardarlo: le mani sui fianchi, il piede appoggiato a un masso. Sembrava crederci davvero, e per un po’ quella fiducia ci rimase attaccata addosso.
«Ma con il moschetto, non con la mitragliatrice come babbo» precisò Elvio.
Peppina entrò in cucina in quel momento e ci guardò strano. Elvio non era più un bambino, e io ero quasi una donna finita. Dissi che andavo a prendere altra legna e lasciai Elvio a mollo. Fuori il blu del crepuscolo si stendeva su ogni cosa, l’aria era fresca e come fatta di polvere. Mi fermai in mezzo al cortile e chiusi gli occhi per un attimo. Provavo a immaginarmi il ragazzino che avevo appena aiutato a lavarsi mentre sparava ai tedeschi. Ma non riuscivo a immaginare uno scontro a fuoco, né i soldati, né sapevo cosa fosse effettivamente un ‘moschetto’. Nelle retrovie non vedevamo altro che farina e fagioli, e degli uomini che si ammazzavano sul fronte non ci restava che l’assenza.

Quando rientrai in cucina, Elvio era avvolto in un asciugamano e si scaldava accanto al camino. Peppina, seduta al tavolo, tritava la cipolla. «Portalo di sopra» mi disse, «vedi se gli trovi una gonnella pulita.»
Andammo nella stanza dove dormiva papà, Elvio si sedette sul letto mentre io cercavo nella cassettiera qualcosa che potesse stargli. 
«Hai freddo?» gli chiesi, quando vidi che tremava.
Lui alzò le spalle, e allora anche io.
«Non ci hai creduto alla storia dei tedeschi, vero?»
Gli passai un paio di mutande pulite.
«Guarda che è vero!»
«Sì, sì, ti credo» risposi, mentre s’infilava i pantaloni. «Hai avuto paura?» gli chiesi poi. 
Lui di nuovo alzò le spalle. I pantaloni gli ricaddero fino alle ginocchia, così andai a cercare qualcosa con cui tenerli su. Il resto della casa era silenzioso: solo dalla cucina arrivava lo sbattere aritmico del tagliere contro il tavolo, quando Peppina voltava l’impasto per schiacciarlo. Quando rientrai in stanza, Elvio era tornato a sedersi sul letto. Il torace era violaceo e ossuto, quasi incavato in mezzo al petto. Gli allungai un pezzo di corda che avevo trovato in ingresso.
«Torniamo giù» gli dissi, quando si fu infilato anche una vecchia camicia ingrigita, con le macchie ruvide di filo dove io o Peppina avevamo cercato di nascondere un buco. Sembrava un albero con le lenzuola stese ad asciugare sui rami. 
«Di mamma non avete saputo nulla, vero?» chiese allora lui. Io mi arrestai sull’uscio – era come se un sasso mi fosse rotolato dall’esofago allo stomaco. Sua madre era sparita. Tre, quattro mesi prima, senza lasciare niente di scritto. Ha abbandonato la famiglia, dicevano di lei, senza preoccuparsi di nascondere il disgusto. Io me la ricordavo piccola, zia Rosa, muta e remissiva. L’avevo notata appena, prima che se ne andasse. Io e Peppina mettevamo insieme le memorie: la volta che piangeva in cucina, e quel livido sul polso che cercava di coprire con la manica dell’abito. Ma erano solo congetture, e dovevamo farle sottovoce, perché nonna e babbo non volevano sentirne. 
«No» gli dissi, «non abbiamo sentito niente».
Lui annuì velocemente.
Provai a mettergli un braccio sulla spalla, ma sembrava un peso morto, un arto non mio.
«Com’è non avere una mamma?» mi chiese allora, voltandosi a guardarmi. 
Io restai in silenzio per un po’, poi scossi la testa. Non riuscivo a dire niente. 
«Adesso la nonna potrebbe farci da mamma, no?»
«È più di là che di qua» risposi.
Lui si arrotolava le maniche della camicia sui polsi, cercando di far spuntare le mani. 
«Allora Peppina?»
Scoppiai a ridere.

La cena fu allegra, con Peppina che diceva le sue scemenze ed Elvio che si abbuffava. Persino babbo sembrava più leggero del solito. I maltagliati si erano un po’ appiccicati tra loro, sulla lingua si sentiva la ruvidezza della farina, rimasta cruda tra gli strati che non si erano cotti del tutto. La nonna scuoteva la testa ma non diceva niente, anche lei aveva capito che quella sera era importante star sereni.

Poi sentii qualcosa, nel cuore della notte, quando dormivano tutti già da un pezzo. Un ticchettio alla finestra, come se un uccello infreddolito ci stesse chiedendo di entrare. Mi tirai su a sedere. Peppina, accanto a me, parlava nel sonno – sì, chiudilo, non sul tavolo, chiudilo su! La stanza era buia, ma si vedeva il bagliore di una luce accesa oltre gli stipiti della porta. Raggiunsi il corridoio a tentoni, e vidi che la luce veniva dallo studio di papà. Mi mossi piano, cercando di non far rumore. La porta dello studio era accostata, una candela bruciava sul tavolo. Babbo non mi vide: era piegato in avanti e si teneva il volto tra le mani. Lui poi avrebbe detto che mi ero sognata tutto, che non c’era modo che sapesse, o anche solo sospettasse. Ma io sono certa di averlo visto piangere. Anche se era appena successo, a otto chilometri da lì, e il messaggero che sarebbe venuto a informarci era ancora preso dal suo stesso sconvolgimento, in una notte d’orrore speculare alla nostra. Io so che anche babbo aveva sentito la beccata dell’uccellaccio alla finestra, e che, come me, anche lui aveva capito.

Ci avrebbero raccontato che avevano pianificato un attacco alla caserma dei militi di Cagli, la stessa che l’aveva preso prigioniero tre mesi prima. Ci avrebbero detto che erano in quattro, e che il piano era quello di far saltare la porta della caserma per rubare delle munizioni. Che per far saltare la porta avevano utilizzato il plastico – un esplosivo di cui gli americani avevano cominciato a rifornire i partigiani sulle montagne, insieme ai viveri che facevano cadere dagli aerei in volo. Ci avrebbero confessato che i partigiani non avevano dimestichezza con questo nuovo esplosivo, e che per errore ne avevano piazzato troppo. Così non era saltata solo la porta, ma l’intera facciata della caserma. Che i carabinieri all’interno si erano messi a sparare alla cieca sui quattro partigiani. E che Imbriano, colpito alla testa, era morto sul colpo. E ci avrebbero detto, guardando Elvio che si aggrappava al mio braccio, che probabilmente Imbriano aveva avuto un presentimento. Che aveva sospettato che le cose potessero mettersi male per lui quella sera, e che per questo aveva mandato a chiamare il fratello, per assicurarsi di mettere il figlio in salvo.

Tornata in stanza, m’infilai nel letto di Elvio. Lui mosse appena una gamba, ma il respiro gli restò regolare. C’era ancora un sentore di braci nei suoi capelli, oltre quello acidulo del sapone. Mi avvicinai al suo corpo magro, sudato, e lo strinsi a me come se fosse un bambino. Come se fosse il mio, di bambino.

Linda Farata è nata a Milano nel 1994. Suoi racconti, articoli e traduzioni letterarie sono stati pubblicati su diverse riviste e antologie. Nel 2022 è uscito Ero una Fanzine per i tipi di Agenzia X, libro scritto e curato insieme al Collettivo Mastica’zine. Il suo primo romanzo uscirà a settembre 2025 per Bompiani.

Radio Days: Mirco Salvadori

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Le parole dicono molte cose se le sai usare

di

Mirco Salvadori

 

Sono le parole usate da Mariana Branca che risplendono nel fulgore psicoattivo di ‘SUUNS’, il suo nuovo viaggio letterario che si è aggiudicato il posto d’onore come miglior racconto lungo, nella Dodicesima Edizione del Premio Letterario ZENO,

 Vedo già il pensiero di alcuni rivolto al duo americano dei Sunn O))), magari trasformato in SUUNS per volere della scrittrice. A dir il vero, il doom-drone metal poteva anche illustrare alla perfezione il trip di sensazioni che la lettura del testo fa scaturire ma Suuns è il nome di una band canadese che produce  suono intriso di varianti rock contaminate di kraut e post, rock ovviamente. Una band che dona il suo nome ad un racconto ispirato agli arcani maggiori dei tarocchi di cui il sole fa parte, capace di affondare le radici in una dimensione emotiva e psicologica complessa, nella quale la scrittura diventa un potente strumento di esplorazione interiore. Un intenso viaggio che sa distinguersi con un approccio narrativo in grado di mescolare elementi di introspezione, surrealismo psicoattivo, viaggio onirico e dura riflessione sociale, in grado di creare un’esperienza di lettura che stordisce, al pari del suo romanzo di esordio: Non nella Enne non nella A ma nella Esse – Wojtek Edizioni, classificatosi terzo nella finale del premio Letterario Italo Calvino del 2021.

 

Il titolo, “SUUNS”, è un gioco linguistico che rimanda alla pluralità e alla molteplicità di significati che si riflettono nei temi centrali del racconto. La storia si sviluppa attorno alle vite di due fratelli coinvolti in una serie di eventi che, pur nella loro apparente (a)normalità, si rivelano essere il veicolo per affrontare questioni più profonde legate all’identità, alla memoria e al conflitto interiore. Un viaggio che  non è solo fisico, ma soprattutto mentale ed emotivo.

 

Mariana Branca ci ha abituato ad una scrittura complessa ma precisa, capace di estrema analisi e al contempo iper-sensibile e analitica, abile nel sezionare le parole, scegliendo quelle in grado di evocare immagini complesse. Ogni frase sembra calcolata per trasmettere non solo ciò che è scritto, ma anche ciò che rimane sottinteso. La lingua è uno degli aspetti più affascinanti del racconto: al contempo semplice e ricca, in grado di rendere l’intensità emotiva delle situazioni in modo tale che ci ritrova immersi, a contatto diretto con l’inchiostro che ancora fumante, ci cola addosso provocando lacerazioni profonde: A diciotto anni, per la prima volta Totore alzò lui il braccio e strinse quello del padre, steso levato in aria pronto a scagliare il ciocco di legno, lo strinse nella sua mano destra e lo immobilizzò, vedeva i tendini i muscoli i nervi del collo del padre da vicinissimo, poteva contarli davvero, uno a uno, poteva azzan­narli, se avesse voluto, succhiarli, sfilarglieli via dal collo, poteva sentire l’odore acre del sudore del padre, osservare le goccioline sulla fronte, sentire l’odore di aceto che emanava, così vicino e così forte che gli veniva da vomitare, poteva stringere il polso del padre che non aveva mai osato toccare, misurarne la forza, la du­rezza, scoprire che era pietrificato, duro più duro di tutti i ciocchi di legno che negli anni gli erano stati scaraventati addosso, più duro dei denti che gli si erano spaccati nella bocca, più duro della sua scorza che non era come quella della quercia, non come quel­la del faggio, la scorza di Totore si era graffiata, lacerata ma non aveva ceduto, aveva resistito perché la sua scorza era più dura. Gli ritorse il polso all’indietro e gli sembrava di poterglielo spaccare, sentiva le ossa piccole nel polso scricchiolare, i tendini sfibrarsi, le fasce muscolari spezzarsi, il braccio intero opporre una resistenza residua, non più sufficiente. Sentiva i denti del padre sfregarsi facendo rumore di pietre strusciate, gli vedeva la pelle diventare rossa, infuocata, bollente, emanare calore. Adesso lo ammazzo, pensò Totore, o almeno di fargli male, parecchio male, di farlo andare via dalla stanza piegato, strisciando, tumefatto, la faccia aggrumata in ematomi rosso scuro, viola che sarebbero diventati blu il giorno dopo, il blu dei lividi sulle ossa, dei vasi sanguigni spezzati nella carne, gli zigomi deformi, sproporzionati dall’as­senza di simmetria dei colpi sulla faccia, gli occhi irrorati gonfi maciullati come le cosce delle vacche azzannate da un lupo, le orecchie strappate, e i denti, quel che resta dei denti, la lingua pesta, trita, da sputare.”

 Come si accennava prima, la musica ha un suo ruolo nel raccontare socio-intro-psicoattivamente, le vite di questo gruppetto di ragazzi che avevano come meta il Luna Park Sole, nella zona industriale di una non ben definita realtà per nulla metropolitana, nella quale si immergevano: “sballati e fatti, fumavamo la metanfetamina a casa di Totore, ci mettevamo in macchina in sei e andavamo alla zona industriale. Le giostre mischiavano meglio il sangue alla droga che avevamo in corpo, appena sufficiente. Il sangue, il sangue era appena sufficiente, pensavamo.  Faceva freddo, da noi, quasi tutto l’anno. La droga la usava­mo per sballarci, per far pompare il cuore, fargli produrre calore. Il Luna Park delle feste di Natale era la scusa buona per uscire, perché le giostre e la droga hanno questo potere, di riscaldare.”

Un’altra capacità dell’autrice, sta nel riuscire a manipolare magicamente il tempo e lo spazio. La narrazione si muove tra il presente, il passato e soprattutto, il: e ora? Dove ci troviamo ora?! Lo fa in modo fluido, come se i ricordi e le esperienze fossero sempre a portata di mano, pronti a riaffiorare in ogni momento. La sensazione di irrealtà e di disorientamento che ne deriva diventa una delle caratteristiche distintive del racconto. L’alternanza tra il “reale” e il “surreale” induce il lettore a mettere in discussione ciò che è davvero vero, creando un’atmosfera sospesa, inquietante, assolutamente affascinante.

SUUNS è anche racconto di “deriva” interiore, che si manifesta non solo nella sua ricerca di senso ma anche nel modo in cui si relaziona con gli altri personaggi. Ogni incontro, ogni scambio, è carico di tensioni non esplicitate, come se il linguaggio stesso fosse incapace di contenere completamente le emozioni e i desideri che animano i personaggi. La solitudine, la difficoltà di comunicare e la ricerca di una connessione autentica sono temi ricorrenti nel racconto, trattati con una delicatezza che porta a livello esplosivo l’impatto emotivo.

Durante questo viaggio si giunge a riflettere anche sul concetto di appartenenza, sulla ricerca di un posto nel mondo che non sempre si trova facilmente. Totore si sforza di capire chi è e dove si colloca in un contesto che spesso sembra ambiguo e indecifrabile. La stessa scelta del titolo, che evoca qualcosa di distante, di misterioso, suggerisce l’idea di un’inquietudine esistenziale, un desiderio di scoprire un significato profondo che però rimane parzialmente, forse volutamente, nascosto. La scrittura della Branca sa afferrare e trasmettere sensazioni, inquietudini, desideri e visioni con una chiarezza e una bellezza che incantano e coinvolgono. Un lavoro letterario che lascia una forte impressione, provocando una riflessione sul significato della ricerca interiore.

Nel disco dei Suuns citato nel racconto, c’è una traccia intitolata Edie’s Dream. Ecco: SUUNS è quel sogno, indotto dalle droghe e dalla suo inquieto vivere, nel quale Edie/Totore, ma anche suo fratello Hölderlin e tutti i personaggi del racconto, compreso il cane Syd (nome lisergico per antonomasia), sono beatamente e dolorosamente immersi, un sogno dal quale è impossibile uscire, accecati dalla troppa luminosità di un sole attorno al quale girano vite impazzite che non possono rinunciare alla migliore e più potente droga mai esistita: l’Immaginazione.

SUUNS è stato pubblicato nella raccolta Cloris: storie per i tarocchi – Volume 2, curata da Lorenzo Vargas per Pidgin Edizioni.

Per coloro che non rinunciano mai all’ascolto: https://suuns.bandcamp.com/album/images-du-futur-2

 

 

 

Il brutto male

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Immagine di Riccardo Corciolani

di Camilla Pasinetti

Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso STAFFETTA PARTIGIANA, promosso da Nazione Indiana per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

Agnese ha detto alle bambine di non dar retta alla nonna, quando fanno i compiti. La nonna, la stessa che va a prenderle a scuola, prepara loro il pranzo e, quando dormono qui, stende i vestiti sul calorifero per farglieli trovare caldi al mattino. Alla nonna, meglio non chiedere niente quando si parla di scuola, ha la quinta elementare, non sa quello che dice. La voce di Agnese mi ronza nelle orecchie con la raucedine ereditata da suo padre, senza bisogno di tabagismi accessori, quel tono perentorio di chi non ammette conoscenze diverse da quelle mutuate dall’esperienza diretta.

Bisognerebbe ammazzarli tutti da piccoli, i vecchi. Sono stata io, la nonna, a insegnarglielo, prima che la pelle raggrinzisse e iniziasse a colarmi dalle braccia come una specie di inefficace membrana per il volo.

Senza di me, le giannizzere starebbero a scuola fino alle cinque del pomeriggio e sarebbe ancora troppo presto per gli orari di lavoro dei loro genitori. Sarebbero parcheggiate in qualche scuola di nuoto, danza o scherma per tirare l’ora di cena e, finito di mangiare, avrebbero ancora i compiti sul groppone. E toccherebbe a lei preoccuparsi che li facciano. Ma, alla nonna, residuo di un tempo defunto e di un partito morente, meglio non chiedere niente. Bambine, guardatevi dalla politica e guardatevi dai vecchi; mi pare di sentirla. Niente telegiornale a casa, niente politica a tavola, solo resoconti di azioni quotidiane e comunicazioni di servizio. La tossina politica intacca le menti dei bambini come il diabete corrompe l’organismo dei vecchi.

Leggo sul diario di Bianca una nota in cui la maestra spiega le ragioni dei compiti supplementari che le ha assegnato. Prova a convincermi di aver dimenticato le dispense a scuola, e non demorde neanche quando comincio a rovistarle in cartella. Trovo quattro fogli pinzati e occultati nel quaderno di matematica, con date da associare ad eventi e viceversa. Appiovro Rachele, la piccola, impedendole di concludere di corsa l’ennesima orbita tra la porta spalancata del soggiorno e la finestra del bagno, passando per il terrazzo. La faccio sedere al tavolo davanti alla sorella mentre carico la caffettiera. Andrà alle elementari l’anno prossimo, ma voglio che ascolti. Alcuni concetti mettono radici in testa nonostante l’intenzione di conservarla vergine.

«Ti piace il caffè, giannizzera?».

«Quale delle due?» domanda Rachele.

«Quella più grande». 

«Non posso mica berlo» risponde Bianca, «la mamma mi ammazza!».

Le assicuro che mamma non lo saprà, a meno che un collaborazionista non glielo vada a riferire. Fulmino la piccola con un’occhiataccia che le infonde un infimo senso di colpa per qualcosa che ancora non ha fatto. Bianca porta timorosamente la tazzina alla bocca, analizza preoccupata il liquido nero all’interno, la reclina quel poco da portarlo a contatto con le labbra e allontanarla disgustata.

«Sa di vita. Fa schifo, ma è solo così che si butta giù. Amara». 

Cin-Cin! Cin-Cin, Cin-Ci, ricoprimi di baci, Cin-Cin, Cin-Cin, assaggia e poi mi dici, Cin-Cin-Cin-Cin. 

Agguanto il telecomando, schiaccio un bottone a caso e lo lancio sul divano. Le bimbe mi rimproverano.

Mi seggo accanto a Bianca e comincio a spulciare l’esercizio. Serve anche a me, per verificare lo stato delle mie capacità intellettive, misurare il grado di sclerosi. Quattro novembre, l’Armistizio di Villa Giusti. Otto settembre, quell’altro Armistizio.

«Nonna, otto settembre millenovecentoquarantatré?».

«Scrivi, due punti: inizio della guerra civile italiana».

«Non hai capito. Devo tirare una freccia per collegare le date con le cose successe nella colonna di fianco».

«C’è spazio?».

«Sì, ma…»

«Riempilo. Inizio-della-guerra-civile-italiana».

«Devo fare i compiti, non imparare quello che vuoi tu!».

«A fare i compiti è più brava la mamma, io so insegnare solo quello che so».

«Questa la so, venticinque aprile, fine della Seconda guerra mondiale, gli americani liberano Milano».

«Gli Alleati hanno liberato una eva. Il Piccì ha liberato Milano. Scrivi: millenovecentoquarantacinque, due punti, Milano è liberata dai compagni partigiani delle Brigate Garibaldi, dai socialisti delle Matteotti, non dai Fazzoletti Azzurri di Badoglio, non dai cattolici, non di certo dai monarchici. Gli americani ci volevano tutti sui monti ad aspettare il messia, ma avevamo già patito troppi inverni all’addiaccio, e dovemmo muoverci prima che il gelo facesse cascare anche il dito del grilletto».

«Cosa devo scrivere?!»

«La tua maestra è di quelle che insegnano che ogni morte d’uomo è una disgrazia perché ogni uomo partecipa all’umanità?».

«Eh?».

Accendo una sigaretta e Rachele tossisce, come le hanno insegnato a fare quando un adulto comincia a fumarle accanto.

«Il venticinque aprile non è finito proprio niente. Le persone hanno continuato a morire per settimane».

Bianca sbuffa, Rachele la segue per imitazione, reinterpreta il fastidio per solidarietà, aggiunge un tocco personale e ribalta gli occhi.

Ciao, Sandra, che fai? Lavoro. Ah sì? e dove sono i giornali? Lì, sul divano. Ma perché sul divano, devono star qui, perché sul divano?! A proposito, è passata la cretina. Quale cretina? Quella che ci fai il cretino! E chi è? Non fare il cretino, Raimondo, la nostra vicina. Ah, quella lì?! 

«Puoi abbassare la tele?! non li sopporto ‘sti due!» si lamenta Bianca. 

Dico all’altra di prendermi il telecomando. Rachele odia che le si chieda qualcosa. Agnese dice che somiglia a me, e la cosa la preoccupa. Mai avrei pensato che una Rachele mi sarebbe stata tanto simpatica. Scanala per sbaglio su una commedia con Walter Chiari e la Cortese.

«Non voglio fare la trombona, perciò vi racconto solo come è finita. Anzi, come non è finito niente. L’inverno del quarantacinque fu inclemente. Per trovare un po’ di formaggio e qualche grammo di sale in più dovevamo rivolgerci alla borsa nera di Brescia, e dovevamo andarci a turno, in bicicletta. Gli americani avanzavano all’impressionante velocità di trecento chilometri l’anno, ma il generale Alexander aveva ordinato a tutti di aspettare a braccia conserte. Avevano il terrore che il Piccì liberasse le città da solo e che, alla fine, le reclamasse come proprie, come stava facendo Tito. Una volta la settimana mi incamminavo sul Monte Orfano, coi cesti preparati da me e le mie sorelle. Avevo dodici anni ma ne conoscevo ogni anfratto, potevo scendere e salire da tutti i versanti. Portavo sigari e sigarette arrotolate durante la settimana con le foglie di tabacco intere, di un verde quasi ignifugo, qualche tocco di formaggio, sale, zucchero, salame, quando capitava, ma non era sempre domenica.

Le domeniche erano quasi estinte. Zio Battista e i miei cugini non si facevano mai vedere. Per un anno, mi venne incontro un uomo con l’accento da montagnino, e non mi disse mai come si chiamava. Poi, sparì e, per qualche mese, venne mio cugino. Feci l’errore di chiamarlo per nome e lui mi diede un manrovescio che mi ribaltò. I nomi erano pericolosi. Per finire al muro bastava portare quello sbagliato. Disse fiero che si chiamava Artù, adesso».

«In che senso, al muro?».

«Fucilati, Bianca».

«Nonna, qua chiede: venticinque aprile 1915 – nove gennaio 1916».

«Gallipoli, credo, ma quello è un problema degli australiani. Dicevo, quando scomparve anche Artù, nell’inverno dal quarantacinque, incontrai Santagata, un amico di mio zio che conoscevo da quando era piccola, vicino a un vecchio pezzo d’artiglieria campale asburgica semi deglutito dal suolo. Faceva il maquis dal trentanove, ricercato per renitenza alla leva.

Non andavo più a scuola da quando le elementari erano state requisite dalle Brigate Nere. Le SS si dividevano il seminario con la Feldgendarmerie, che ora è diventato casa albergo».

«Casa albergo?» chiede Rachele, perplessa.

«Dove gli anziani vengono messi ad aspettare la morte».

«E ci devi andare anche tu?».

«Puoi scommetterci… Finita la scuola, con le belle giornate, entrai in confidenza con Alfredino, il ragazzo che abitava nel torrione di fronte a noi al castello. Il nostro rione era l’ultimo agglomerato di catapecchie seicentesche, attorno al quale il resto del paese era cresciuto come un arrossamento intorno a un brufolo. Non c’era nessun castello. Passavamo i pomeriggi nei campi, stesi sull’erba calda, a fissare il cielo in attesa del passaggio di Pippo. Pippo veniva solo di notte, ma, per noi, qualunque apparecchio era Pippo. Ad Alfredino mancavano un paio di venerdì, la madre l’aveva lasciato alla nonna per trasferirsi a Ospitaletto con i figli normali. La mia mamma non voleva che uscissi col figlio di un militare congelato nell’Epiro, ma, quel tempo, non esisteva concessione di replica e non avevo modo di spiegare che in paese mi sentivo più sicura a farmi vedere in giro con lui piuttosto che da sola; la nonna bis aveva il timore di quello che bisbigliava la gente. 

I tedeschi mi identificavano come la fidanzata del mentecatto, lasciandomi sfilare tra le autoblindo senza troppo menarmela. Trascorremmo l’estate fissando la pancia dello stesso aeroplano dell’aeronautica della Repubblica Sociale in livrea mimetica, che andava e veniva dall’aeroporto di Ghedi per pattugliare la campagna e smitragliare la tranvia. Credo che Alfredino mi piacesse un po’».

«Ma il nonno!» squittiscono maliziose.

«Ancora di là da venire… Dov’ero, più? Ah, sì… Feci un altro inverno, su e giù dal monte, finché fu di nuovo primavera. Una sera, Alfredino bussò alla nostra porta. Non s’era mai azzardato nemmeno a chiamarmi da giù. Mia madre si inferocì e volarono schiaffi per tutte. Agitava i palmi aperti nell’aria alla frenetica ricerca di una guancia da scaldare. Non esistevano colpe singole, in famiglia, solo collettive. Alfredino non era venuto per me, quando riuscì a mettere tre parole in fila mia sorella Paola aveva il braccio ustionato dalle braci del ferro da stiro. Milano è liberata, balbettava. Il proprietario dell’unico apparecchio radio sopravvissuto alla requisizione aveva bisbigliato la notizia a qualcuno, che l’aveva detta ad un altro, e l’informazione impiegò più di un giorno ad arrivare alla mia porta. Pian pianino, perché i tedeschi non sembravano essere sul punto di andarsene.

Il giorno dopo, mio zio e le altre bande di gappisti scesero dai monti e cominciarono a sparare».

Il logorio della vita moderna minaccia la nostra esistenza, e allora? Allora affidiamoci alle virtù salutari del carciofo, nostro fedele alleato!

«Nonna, sono le quattro e mezza, se andiamo avanti così finiamo dopodomani».

«Spararono tutto il giorno, dall’alba a notte fonda. I tedeschi piazzarono un pezzo d’artiglieria sul sagrato della chiesa e una postazione di mortaio in piazzetta, sotto la mia finestra. Per tutto il giorno, la Guardia nazionale repubblicana girò il paese a bordo di un blindo per diffondere a megafono l’ordine di tenere le imposte chiuse e non uscire di casa. I colpi scuotevano il pavé come un tappeto e facevano vibrare i vetri dietro le persiane. Io, mamma, Paola e Rosa eravamo in camera, in silenzio. Cercavamo di interpretare l’andamento della battaglia dall’elastico avvicinarsi e ritirarsi dei colpi. Le imposte restarono chiuse finché non riconoscemmo le voci che si levavano dalla piazzetta. Da principio, pensammo a un trucco per farci mettere il becco fuori. Paola prese l’iniziativa e aprì le imposte della camera. Mamma la strattonò per i capelli e finirono a terra, ma nessuno sparò. Qualcuno, di sotto, intonava Bandiera Rossa in dialetto. L’anta persiana di Alfredino era saltata e sforacchiata da una corona di proiettili. I tedeschi e i repubblichini erano morti o se n’erano andati. Quel mattino, si riunì un Comitato di Liberazione per votare la sorte dei fascisti catturati e organizzare le perquisizioni delle case dei collaborazionisti. Per due giorni, fino al ventotto, ventinove aprile, i compagni guidarono il paese. Erano anni che non vedevo zio Battista. Era fratello minore di mio padre, ma non erano mai andati d’accordo. Zio ci regalò alcune barrette di cioccolata della Wehrmacht, tonno e prosciutto affumicato in scatola, gallette di riso e altre leccornie. Il pianto della vedova Rugiada lo attirò giù di nuovo. Salì nel torrione della vedova con altri partigiani per portare giù il corpo di Alfredino e caricarlo su un carro».

«Ma perché l’hanno ammazzato?»: Rachele conosce lo sconcerto.

«Non c’è limite all’orrore di cui è capace un uomo che sente tremare la terra sotto i piedi. Di fatto, perché si era affacciato alla finestra. Accompagnammo i morti al cimitero e lì feci i nomi dei collaborazionisti che avevano fatto affari coi tedeschi. Il marito della signora della merceria, il padrone del bottonificio, il notaio Digilio e altri, che comprava generi alimentari dai nazisti per poi rivenderli alla povera gente a prezzi da strozzino, e segnalare chi gli stava antipatico alle SS. Non voglio mentirvi: qualcuno è morto quel giorno e non ci ho mai perso un minuto di sonno. 

Il governo del CLN durò un paio di giorni. Poi, segnalarono un’imponente colonna partita da Cremona per scortare il gerarca Farinacci al sicuro in Svizzera. L’Antigrammatico si staccò dal convoglio con la sua guardia personale prima di Bergamo per puntare alla Valtellina, ma ebbe la bella pensata di fermarsi a mangiare un boccone con un’amica contessa dalle parti di Monza, e lo fucilarono. La banda del Mont’Orfano e gli altri gruppi della zona si riunirono con gli uomini di un comandante garibaldino della Val Taleggio, un certo Tarzan, per fermare la tradotta dalle parti di Orzinuovi. In serata, andammo incontro ai compagni per soccorrere i feriti. Mio zio fu tra quelli che non tornarono. C’era però Santagata e quel Tarzan di cui tanto si parlava, un marcantonio, ma forse erano i miei occhi troppo piccoli per inglobare figure umane così imponenti, tanto gonfie di paura e coraggio da lievitare il doppio di un corpo normale. Aveva i capelli lunghi, il fazzoletto rosso, il pizzetto curato alla Errol Flynn, nonostante desse l’idea di aver dimenticato l’odore del sapone. Sgusciai tra i compagni e raggiunsi Santagata per sapere dei miei cugini. Tarzan gli rubò il tempo e mi disse senza orpelli che mio zio era morto e che dei figli non sapeva niente. Mi domandò in bergamasco dove fosse mio padre.

“Mio padre non c’è”, dissi. “Ti ho chiesto dov’è”, replicò lui, la voce dura come pietra. “È morto”, feci io. “Non coglionarmi, sc-chetina. Lo so io dov’è”. Poco dopo, ordinò di raccogliere il possibile prima di abbandonare il paese.

Così, mi pare il trenta, una fresca orda di tedeschi e italiani ci occupò di nuovo. La colonna attraversava tutto il paese, dall’imboccatura, all’altezza della stazione, per stendere le sue vertebre metalliche lungo la strada per Cologne, da un lato, e di quella per Brescia, dall’altro. Il Comitato di Liberazione si era espresso male: due repubblichini e alcuni loro compari, graziati dalla votazione, erano ancora rinchiusi nella scuola elementare. Fui una delle prime che vennero a prendere. Io e la vedova Rugiada, che ora non piangeva più, e un’altra signora, moglie e madre di qualcuno. 

La signora Rugiada e quell’altra donna vennero uccise lì, in piazzetta castello. Spararono molti più colpi di quanti ne servissero. Restai a guardare le spirali di fumo grigiastro risalire dai fori nel tessuto bruciacchiato e avvitarsi in spirali combinate. Fanno effetto le cose che si ricordano.

Il prigioniero della GNR mi indicò come una parente dei banditi. Dopo una mezz’ora portarono tre partigiani feriti sulle lettighe e li posarono a terra, ai nostri piedi. Riconobbi Artù e lui riconobbe me e le mie sorelle, bastò un attimo per distogliere gli occhi e non guardarci più. Altri soldati arrivarono con due piccozze e iniziarono a picconare fino a sentire l’impatto del selciato contro il becco metallico».

«Tu ci stai prendendo in giro». Rachele accenna un sorriso solo per rinfoderarlo.

«L’SS che faceva da interprete tra il personale locale e i suoi camerati ci colpiva con un buffetto ogni volta che distoglievamo lo sguardo. C’erano anche il proprietario del bottonificio e il marito della merciaia, con loro. L’ufficiale SS scambiò qualche impressione col sottoposto, interpellò un altro soldato e, dopo qualche minuto di conciliabolo, l’interprete mi domandò dove fosse mio padre. Dissi ancora che era morto. Il repubblichino abbaiò offeso che stavo mentendo, e rispose per me. Raccontò che era scappato in Argentina per non finire in galera, e ci aveva abbandonati, poi si piegò in avanti su di me così che sentissi l’alito vinoso e mi domandò se sapessi che mi zio era morto quel giorno. E io, come la stupida bambina che ero, annuii. Il ripubblichino sogghignò. Avevo confermato quello che già sapevano. Papà non era morto per un incidente in acciaieria, ma la vergogna non permise mai a mia madre di ammettere la verità. Neanche dopo.

I corpi furono prelevati dalla piazzetta e scaricati all’interno del cinema della parrocchia di Rovato. Visto che ero la più piccola, il repubblichino ubriacone chiese a mia madre di scegliere quale figlia avrebbe pagato e lei spintonò Paola verso l’ufficiale. Non aveva mai avuto troppa passione per la mezzana. Non saprei dire cosa abbia intravisto l’SS in quel gesto, mosse qualche passo verso di noi, fece una carezza a Paola e la invitò a indietreggiare con la mano guantata mentre ordinava a me di avvicinarmi. Parlò in tedesco, guardandomi negli occhi, lasciando all’interprete il tempo di tradurre. Sai cosa fanno i comunisti alle donne? In giro si diceva che mangiassero i bambini, ma, per fame, chi non l’avrebbe fatto? Scossi la testa. Allora chiese una sedia.

Il repubblichino diede un ultimo sorso da un fiasco di vino e lo frantumò per terra. La gamba destra teneva il tempo frenetico di una canzone di terrore che non riusciva a zittire, stringeva i pugni per reprimere gli spasmi alle mani. Al contrario di me, sapeva cosa sarebbe successo – e si pisciava sotto. I muscoli delle guance pulsavano per lo sforzo di tenere serrate le fauci. Una piccola macchia rossa emergeva dal giro di garza che gli incorniciava la faccia, all’altezza dell’orecchio. La scherzo della finta esecuzione gli aveva sfondato il timpano, imprigionando un potente impulso elettrico nel suo sistema nervoso, impossibile da scaricare a terra. Si accovacciò e raccolse i cocci di vetro, pinzandoli uno ad uno con le dita incerte, li carezzò col polpastrello per sentire il filo e scartare quelli spuntati. Selezionò un triangolo scaleno, una specie di piccola squadretta verde, e si portò dietro di me.

Appena si mise al lavoro, l’universo fu prosciugato di ogni suono. Non uno schiarirsi di voce, un colpo di tosse. Solo il raschiare del vetro. Il suono di una liscia mano di bambino che raspava una guancia barbuta. La guerra era finita, lo sapevano anche loro.

Il giorno dopo, tre grosse formazioni garibaldine assediarono il paese supportate dal contingente polacco. Nella notte, la colonna si rimise in moto, i polacchi attesero che si allontanasse e la attaccarono in campagna. Io, però, non avevo più occhi per vedere.

Il sangue mi colava in faccia, Paola tamponava la fronte seguendo il profilo degli squarci e cercando di schivarli. Piangeva come se lo stessero facendo a lei.

Tarzan volle sapere perché non mi avessero accoppato. Paola cercò di spingerlo via e lo colpì allo stinco con una scarpata che lo fece sorridere. Mi portò in braccio alla scuola elementare e mi stese su due banchi uniti, svolse il canovaccio che mi faceva da turbante strappando il tessuto dalla carne viva. Un medico da campo polacco lo fermò. Tarzan rispondeva in dialetto a quello che gli veniva detto in polacco, ma tutti sembravano capirsi senza problemi. Il paese era in tripudio.

Un polacco mi ficcò un pettine tra i denti e schioccò le mascelle per farmi segno di mordere forte. Mani annerite manipolavano il mio corpo irrigidito per tenerlo aderente al tavolo operatorio. Mi punsero la coscia e spremettero all’interno un quarto di tubetto di morfina. La prima colata di acquavite e trementina mi incendiò la testa. Il pettine mi scappò di bocca e urlai tanto da sentire il sangue in bocca. E più piangevo e strillavo e battevo i piedi, più loro si infiammavano l’ugola per spingere il trionfo un tono sopra il mio dolore.

A morte la Casa Savoia, lavata da un’onda di sangue, si sveglia il popol che langue! O ladri del nostro sudore, nel mondo siam tutti fratelli, noi siamo le schiere ribelli, sorgiamo che giunta è la fin! A morte il Re e il principin, a morte il Re e il principin!

Finito di ricucirmi, mi fasciarono il cranio con delle bende militari.

Festeggiarono tutta la notte e tornarono a cantare Bandiera Rossa, in italiano, perché quei garibaldini erano padovani della Pierobon e vicentini dell’Ortigara, ravennati della Ventottesima, bresciani della Settima Matteotti e della Quarta Garibaldi e bergamaschi di Tarzan. Ognuno parlava, biascicava e bestemmiava nel suo idioma. I polacchi si portavano appresso quintali di pentolame in ghisa e alluminio, posate in acciaio, cioccolato, pancetta affumicata, e iniziarono ad elargire doni alle donne in cambio di tre pasti al giorno per i mesi successivi.

Al mattino, ancora si intonavano stornelli. Col parabello in spalla caricato a palla sempre ben armato, paura non ho, quando avrò vinto, ritornerò! E a colpi disperati, mezzi massacrati dalle bombe scippe, i fascisti sparivan, gridando “Ribelli, abbiate pietà!”».

*

Il telefono spezza il momento, frantuma la bolla e mi strappa il ricordo dalle mani. Alzo la cornetta, chiudo e la lascio penzolare.

«Il citofono, nonna!» mi redarguisce Bianca, esasperata. 

Qualcuno preme sul citofono per la terza volta. Sono le cinque passate, e Bianca ancora non ha finito il primo foglio di domande. Agnese non sarà contenta.

«Ma cosa ti hanno fatto col vetro?» vuole sapere la piccola.

«Fatevelo raccontare dalla mamma, ma non oggi. Vestitevi che è qua sotto».

«Alla fine almeno avete vinto» arguisce Rachele. Bianca inserisce i fogli tra le pagine del quaderno e lo richiude esasperata.

«Lo pensavamo tutti. Ma basta guardare la televisione, è ancora zeppa di repubblichini. Walter Chiari, la Cortese, Vianello, Fo, Albertazzi, il segretario dei repubblicani e pure il tipo baffuto della pubblicità del Cynar. Hanno vinto loro, e sono stati così bravi che non ce ne siamo accorti».

«Ma chi sono?» chiede, sempre Rachele. «E perché non li hanno messi in prigione con i tedeschi?».

«Perché avremmo avuto galere piene e strade deserte. Abbiamo deciso di perdonare, di turarci il naso, una pacca sulla spalla, un colpo di spugna, un cero e non ci abbiamo pensato più. Il primo Natale dopo la guerra, eressero un monumento ai caduti. La notte dell’inaugurazione, i fascisti lo fecero saltare la dinamite. Il nonno, una decina d’anni dopo, lo fece erigere di nuovo a spese sue».

«Ma sei sorda, non senti questo rumore!? Zzzzzzzzz, zzzzzzzzzz?!» Bianca non ne può più.

«Sloggiate giannizzere».

«Ma perché ci chiami sempre così?».

«Perché dove passate voi non cresce più l’erba. E poi, è come quelli del monte chiamavano me. Vi vanno bene le scaloppine al vermut per domani?».

*

Prima di andare a dormire, adagio la parrucca sulla testa senza volto di polistirolo e sfrego la peluria sudata sul cranio con paglietta umida. I capelli sintetici mi fanno prudere la testa, mi obbligano a grattarmi il cheloide dove la mancanza di sensibilità trasforma la sensazione più appagante del mondo in qualcosa di repellente. I capelli non sono più ricresciuti. In paese, si dice ancora che abbia un brutto male.

Camilla Pasinetti è nata a Novara nel maggio del 1994. Ha svolto una moltitudine di impieghi, nessuno dei quali pertinente a suoi studi. Fino alla scoperta della necessità di lavorare, riempire di timbri il passaporto è stata la sua sola ambizione. Ad oggi, vanta con orgoglio di averne già consumato uno. Da adolescente, si diletta a recitare in alcuni teatri di quartiere, ma il divertimento non basta a compensare la vergogna di trovarsi sul palco, e si convince presto a smettere. Il teatro non l’ha mai pianta. Suoi racconti sono apparsi su Atomi (Oblique – retabloid) e Poetarum Silva.

Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato

2

(oppure I dieci mesi nelle due grotte non per vacanza bensì resistenza)

Foto di Claudio Varsalona

di Alessandro Tesetti

Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso STAFFETTA PARTIGIANA, promosso da Nazione Indiana per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

Le gesta partigiane non possono essere raccontate perché tanti partigiani sono morti e i sopravvissuti non si ricordano di un cazzo.

Cristi polverizzati, Luigi Di Ruscio

Amleto ci ha detto che ci avrebbe portato da mangiare l’arrosto, ma quando è tornato solo le munizioni ci ha portato, nascoste su per l’orifizio alcune, e delle altre non ce lo ha voluto dire, ma in fondo erano poche, anche se non pochissime, e non ci si capiva dove avrebbe potuto nasconderle, lui si vantava dicendo che chi c’ha fantasia c’ha virtù, ma questo non nega che per sopravvivere da queste parti di questi tempi mica possiamo continuare a lanciare sassi, fingerci tronchi o sassi per sorprendere i ciucci e soffocarli col laccio delle scarpe o con gli spigoli dei vetri di lago smerigliati.

Non viene fermato perché invalido di guerra, è tornato a casa mutilo e orbo, ma con un figlio riconosciuto e una donna, che da buon comunista non definisce né concubina né moglie, semplicemente compagna o consorte, perché di sorte comune dice, spedito in Somalia e subito per rifiuto e scarico di coscienza s’è fatto esplodere una bomba poco distante da lui mentre gli altri erano a rastrellare villaggi distratti e ingordi dai corpi vinti. E per questo lo si vede arrivare in bici col manubrio libero, non tenuto tra le mani, e invece di frenare scende direttamente, e cambia battuta ogni volta, si sfotte da solo, meglio orbo che fascista, meglio senza un braccio che tedesco.

L’arrosto non l’ha portato neanche stavolta, le cariche scarseggiano come gli uomini e il cibo, a non mancare mai stranamente sono le armi, ma che ci fai con le armi se non sparano, che un conto è avere pane ma non si hanno i denti, e un conto è avere un Sten che non spara, sarà che dopo l’8 gli sbandati scappando lasciavano parabelli in giro, tornavano in paese e confessavano: “all’incrocio con, sotto al muschio di, ma tanto si vede, c’ho messo un segno che solo il sottoscritto può riconoscere. Sta bene dove sta”.

*

Il 9 settembre noi eravamo già operativi anche se, almeno io, non sapevo bene con chi pigliarmela, sono stati Remo e Bianci a sciogliere i dubbi, perché con l’armistizio è arrivato il bombardamento su Frascati da parte degli americani, e migliaia di morti hanno fatto per colpire uno solo, quindi un po’ di incertezza dei buoni della storia, della parte giusta della storia. I comunisti di Genzano finalmente usciti alla luce del sole sono andati a scavare tra le macerie e soccorrere i feriti. Già la notte dell’8 uno scontro armato a Villa Doria tra nazisti e la divisione italiana che copriva la zona, in supporto dei nazisti c’erano anche fascisti locali che di armistizio non ne volevano sapere, e alcuni di noi invece dalla parte degli italiani, seppure fascisti fino al giorno prima. Insomma, un fratricidio incomprensibile. Sergio detto Porchetta è stato preso, io e Remo siamo riusciti a scappare nella villa pontificia.

*

E quando le prime bande si formavano e partivano su in collina che qui di altipiani non ce ne sono e in pianura non si può mica combattere, si sentono storie delle lotte urbane mosse dai GAP, di quelle anfibie lungo il fiume Po, ma qui né altipiani né fiumi, e la città dista una trentina di chilometri, dove andavamo se non in collina, la prima volta a salire di armi si incontravano quante ne volevi, e per questo qua sopra ci sono più strumenti che umani.

Pur vero che chi ha già combattuto, in esercito istituzionale fascista, raramente si vendica combattendo di nuovo, preferiscono nascondersi in umide cantine, trenta centimetri di muro, senza mai uscire, fingendosi spariti nel nulla. Qualcuno sì, per passione della guerra o per abitudine alla compagnia d’armi, al posto di tornare a casa con la mogliera matriarca che a furia di sentire il duce gli somiglia, che una volta quando si chiedeva di lei, chiedendo cosa facesse durante la giornata, l’interlocutore ti rispondeva “eh, cuce” oppure “eh, munge” oppure “eh, asperge asparagi”. Ecco perché siamo giovani o celibi o comunisti o intellettuali o morti di fame o renitenti o guerrafondai o sfiziosi, o come me per puro caso e curiosità.

Un padre che manca, migrato all’America e neanche una lettera spedisce, neanche con la crisi del ‘29 è tornato come molti hanno fatto, una madre rintronata dai figli dispersi o assassini perché arruolati, sopravvissuti ma morti, io senza lavoro a subire la faccia pietosa di lei, senza moglie che tutte rintanate sono, una terra che non frutta, una malinconia dappertutto, e allora meglio salire e cercare di far qualcosa, istruirsi grazie a Remo e Bianci, che loro a differenza mia hanno lasciato famiglia e cattedra.

Poi c’è 22 invalido di mente, un matto vero, non capisce neanche cosa voglia dire uccidere, ci chiede perché quando spara l’altro non respira più, ci chiede pure perché non respirare significa morire, lui che non respira mai “non serve, vedete, io mica lo faccio” dice. Gli si era detto per ischerzo se voleva venire con noi, che ci servivano uomini dal sangue freddo o matti che sappiano sparare, e lui serissimo ha detto “come no, non so sparare ma la coccia mi funziona buona”, strano che il regime non ancora l’aveva deportato, durante le riunioni ride o provoca “cosa serve parlare andiamo a punire” e ride. Passa le giornate con le mani a pettine a togliersi i pidocchi o spulciarsi altro, è un po’ onanista commenta Remo.

*

Una vita a desiderare di uccidere con l’educazione ricevuta, la formazione fascista radicata e contaminata nel sangue, poi certo, rifiutarla e farsi altro, ma sempre allo stesso modo siamo fatti, sempre sbagliati saremo, passati tutti per Cristo e Mussolini, balilla e sabato fascisti, libri di scuola che inneggiano e macchiano il cervello. Nati nel ‘22, generazione disgraziata, la marcia ha generato una procreazione italica infetta, crescendo nell’unica indivisibile unione partitica che ammette unica e indivisibile visione delle cose.

Di questo si ragionava durante la cena a base di puntarelle e nient’altro, tornato mo’ mo’ e mi è preso lo sghiribizzo di scrivere non per potere di testimone, come fa invece Bianci, scrivo perché fin quando esistono i testimoni esiste pure la testimonianza, dice, quando spariscono i testimoni sparisce pure la testimonianza. Io scrivo perché non ho niente da fare, non una donna a cui scrivere, se non mia madre, ma a lei le epistole son corte, non molto da dire, mi strappo a forza un mi mancate tutti, anche se non è vero, non è il tempo della nostalgia, anche quando non c’è nulla da fare, come questi giorni di attesa delle munizioni, dove ce ne restiamo con le mani in mano, vicine alla bocca per scaldarsi soffiandoci su, giorni di minzioni e biscate, a fumare una sigaretta dopo l’altra, sigarette americane o tedesche sia chiaro, che noi soldi allo stato mica glieli diamo, Luciano detto Bianci ce lo ha detto, ma ci avete mai pensato che il tabacco che vi fumate è tassato, e le tasse di chi sono? Dello Stato sono, più fumate e più lo arricchite, e allora abbiamo smesso tutti di fumare, con i crampi allo stomaco, l’ansia da astinenza, la tremarella, e si va a fare colpi solo per rubare sigarette alle carogne, tutti che le nascondono per bene, chi nel tascapane, chi sotto le palle.

Uno schifo le sigarette tedesche, eppure le fumiamo con gusto perché se le fumiamo è perché abbiamo colpito, c’era sempre chi mirava dall’altra parte, una gran foga a sparare in quattro ma nessuno di loro crepava, o mira scarsa, o ciecanza, o desiderio di mancare tutti, quindi quelli scappavano o alzavano bandiera bianca. In tutte le nostre azioni solo due sono morti, uno di crepacuore perché quando siamo andati a vedere non c’era nessun foro di proiettile, e l’altro per errore, un colpo dritto in testa, impossibile che uno di noi abbia preso di mira proprio la testa, pulito e preciso, impossibile.

Fortuna che poi è arrivato 22, spara a casaccio con una posa sgraziata, ne riesce a colpire almeno la metà, e quando scappano li lascia scappare, Remo e Bianci non commentano quindi neanch’io commento. Quelli che si fingono morti li prendiamo per scambi o utilizzarli nei lavori che pochi ce ne sono, perché a cucinare non sanno cucinare, a scavare non c’è nulla da scavare, le staffette mica le possono fare e allora chiedono stesso loro di fare qualcosa, ci chiedono di essere più esigenti e padroni, ma noi siamo diventati comunisti proprio perché non vogliamo più nessun esigente e padrone, allora si annoiano e fanno i matti, a scappare non possono scappare perché li leghiamo, provano ad uccidersi coi rami, coi mestoli, con le carte da gioco si tagliano la gola. Capita che diventiamo amici per noia comune, li prendiamo e li portiamo qua bendati in attesa di uno scambio, ma i nostri non si vedono in giro, non fanno attacchi per paura di rappresaglie, quindi di scambi non ce ne sono e quando ci stanchiamo di loro o li vediamo sfranti li lasciamo andare, bendati.

Quando poi gli anglo-americani hanno iniziato a paracadutare giù cose siamo arrivati ad un accordo coi badogliani e coi monarchici: noi niente vogliamo da loro, solo sigarette, neanche i viveri ci interessano, solo sigarette. Prima volevano fucilarci perché comunisti, oltre che comunisti pure non dichiarati, cioè non comunicata la nostra presenza lì, pensando che non c’era da comunicare proprio niente, uno sale quando desidera salire cercando di far qualcosa per la causa e il bene comune, mica per prestigio o gloria. Poi abbiamo giocato a calcio, loro arrivavano a dieci, noi a cinque compreso il tedesco, ma abbiamo vinto lo stesso, col tedesco legato all’albero ad uso di porta, quindi fermo, e gli avversari lo colpivano non si capiva se volendo (senza fare gol) o propri scarsi che solo lì tiravano e lo colpivano e non facendo gol. Amleto e Clorinda quel giorno non c’erano e sono loro a fare su e giù per le colline ogni quindici giorni circa per rifornirci di Lucky strike.

Abbiamo discusso su questa rete d’informazione che vogliono loro, di coordinazione e azioni comunicate in anticipo, ma non hanno capito che noi non operiamo così, anche avendo i mezzi, noi non operiamo così. E allora mai vincerete questa guerra, ci accusavano irati con le dita sui grilletti, noi da buon comunisti, lucidi e vigili, abbiamo capito che era inutile stare lì a battibeccare, accusarci a vicenda, ce ne siamo andati sapendo che noi non volevamo vincere nessuna guerra, ci stavamo solo esercitando alla rivoluzione futura, e di bande come noi in tutta Italia ne esistevano molteplici, senza essere conosciute perché senza desiderio di riconoscimento, al momento della rossa primavera convergeremo tutti assieme, coordinati e compatti.

*

Bombardano ogni mese, sempre loro, gli americani. Più che incursioni facciamo soccorsi mischiandoci tra gli sfollati, solo una pistola nascosta nel calzino, mossa per niente astuta anzi pericolosissima perché nessuno porta calzini con la miseria che c’è ma i tedeschi quando fanno perquisie si fermano ai fianchi e non gli salta in mente che una pistola possa entrare in un calzino. Possiamo dire che vinceremo questa guerra per la loro ignoranza. Bombardano le reti ferroviarie, le stazioni, ponti, strade, ma avendo questi obiettivi finiscono per colpire anche il resto del paese, buttando giù case e municipi e chiese, che sono fonte di ricchezza futura per lo stato proletariato, commenta Remo, quindi gli americani per darci il presente ci tolgono un po’ di futuro, ma son certo già che quando il futuro arriverà con la scusa che ci hanno liberato chissà cosa vorranno da noi, nessuno fa le cose tanto per, gratuitamente, o spirito missionario, anzi diffidare proprio da questi. Per questo dovremmo liberarci da soli, ma scapestrati come siamo, come facciamo come facciamo.

Non capisco bene a cosa si riferisce, cosa c’entrano le chiese, ad una certa rivoluzione non ben approfondita, capita che la complicità di Remo e Bianci mi dia sui nervi, sanno già tutto e si compiacciono di fare i riferimenti che l’altro sa, nel momento che c’è da insegnare a me e a 22 si fanno schivi e mezzi schifati, se chiedo mi indicano un libro o devo aspettare il momento di assemblea ma si parla d’altro o non si parla affatto, le solite definizioni, le solite parole che dicono il contrario della norma o del pensiero comune, che lì per lì resto a bocca aperta poi nell’intima riflessione o non ricordo niente o le trascrivo qui o non capisco cosa vogliono dire. Ho il sospetto che nutrirsi di queste parole non ci si nutrisca affatto, che almeno la retorica del duce è comprensibile ed è facile da imparare perché va toccare qualcosa che tutti sanno, ce l’abbiamo nel sangue, scorre fra le genti, non cambia le coscienze ma le calma, non agita ma rassicura. Che forse il problema dell’educazione comunista è la sua ambizione, deve saper ribaltare o ricostruire le coscienze, e non bastano assemblee, il partigianato. Serve… non so cosa serve.

*

Clorinda per passare i posti di blocco non indossa mai calzature, le vesti lacerate mostrano tre quattro strati di pelle generati dalla sporcizia, non si lava da quando è iniziata la guerra per mostrarsi zozza e nullatenente, pure per non farsi prendere dal tenente di turno, è chiaro, che questi se ne approfittano prima a smancerie e poi a mercanzie e poi a violenze carnali. Lei invece rischia il congelamento ma evita guai più grossi, quante maternità inedite e senza mariti si sentono per i Castelli! E mica perché c’è un delirio generale di libido, è perché questi arrivano e si sfamano, come un comune banchetto si servono imbavagliando, stendendo sul tavolo della cucina il pasto più caldo della giornata.

Io ora non voglio idealizzare Clorinda, essendo l’unica donna che vedo da mesi, rischiando di divenire l’eroina che ci salva tutti i giorni, a noi che siamo nelle sue incrostate e gelide mani, di divenire modello di tutti gli ideali dei partecipanti al tipo di attività che stiamo facendo, di lotta armata e resistenza. Clorinda la ciclista, Clorinda la staffetta, Clorinda la due polmoni grossi così, Clorinda la zozza, Clorinda la dea, Clorinda la trotzkista, Clorinda madre di tutte le donne, Clorinda il cui nome nessuno conosce, Clorinda la convertita, Clorinda la guerriera. In quanto Clorinda tutto questo, in quanto Clorinda più astratta che reale, che quando le chiediamo di fermarsi raramente si ferma, Clorinda rischia di spersonalizzarsi e diventare bandiera o ideale. Clorinda selvaggia che per queste colline pare essere più viva nel mondo vegetale che in quello cittadino ma poi quando apre bocca si sente tutta la sua preparazione politica: portatrice di tutte le speranze delle donne, autonome e riscattatrici, lavoratrici e istruite, votanti e cittadine.

Clorinda che gira con una Luger nella seconda giarrettiera, la prima un po’ più bassa per mostrare quello che c’è da mostrare, e la seconda più riparata per nascondere la pistola, e qui viene dimostrata tutta l’ignoranza ariana, altro che razza superiore, e la servitù maschile alla donna, che vedono una coscia scoperta e dimentico il proprio ruolo e nemmeno si chiedono com’è possibile che una contadina così lercia possa però indossare una giarrettiera nera in pizzo. Noi ce lo chiediamo perché intellettuali che studiano, tagliuzzano e pongono quesiti.

Clorinda che coi soldi risparmiati da sudori in fabbrica s’è comprata una bici e due giarrettiere, acquistate da una meretrice al bordello, rosse gliele voleva vendere, ma Clorinda l’ha volute nere, ragionando lì per lì se anche la libido ragioni per colori politici, s’è data due risposte e poi s’è detta meglio non rischiare, dammele nere. Una fortuna per due giarrettiere così, l’unica donna che s’è vista entrare in un bordello, i fascisti l’hanno presa per una di loro e già stavano con la patta aperta, lei è diventata comunista anche per trovare in futuro, dopo la guerra, l’uomo coi valori di comunista, non frequentatore di bordelli, non con la faccia inebetita, non con la patta abbassata quando vedono una donna.

Già che c’era ha rubato la pistola mentre il soldato pallido e biondo sbatacchiava e borbottava, è entrata nella stanza, giubba e calzoni gettati sulla sedia, la pistola ben in vista nella fondina, presa e infilata insieme a munizioni nella giarrettiera, la meretrice se n’è accorta e per solidarietà ha lasciato fare, forse per espiazione al suo andare coi tedeschi, che quando Clorinda ha chiesto di unirsi, o di far qualcosa, rubare altre munizioni, passargli malattie veneree, quella non ne ha voluto sapere, e poi io le veneree mica le ho come dici tu. Hai già un nome di battaglia, le diceva Clorinda, macché nome di battaglia e battaglia, di tolleranza, era quel dolce e irrevocabile tempo quando a scuola studiai le poesie di quel conte marchigiano. Clorinda non ribatté e se ne tornò a casa.

Comunque quella volta del furto ci fu qualche complicanza, il tedesco non poteva crederci di averla perduta la pistola, però strano che gli fosse stata rubata, giurava di averla con sé prima di recarsi al bordello, convinto di questo perché poco prima l’arma gli era servita per minacciare il contadino e proprio dai suoi dinieghi s’era recato al bordello, avrebbe potuto ucciderlo e combinare lo stesso quello che aveva intenzione di fare ma s’è recato da Aspasia che quando si presentava col colpo in canna neanche i soldi gli servivano per procedere, quindi non trovava la pistola e ha rivoltato la stanza e minacciava Aspasia strozzandola dicendole che le aveva rubato la pistola, ma come ho fatto io a rubarti la pistola se eri dentro di me, le ha detto lei, e lui non ci credeva e stringeva con la mano più forte, e allora è stato qualcun altro, qualcun altro chi? che non è entrato nessuno lo sai che la porta si chiude a chiave per non avere guardoni, e lui non ci credeva ancora ma le ha tolto la mano dalla gola e s’è sistemato i calzoni che ancora nudo stava. Non poteva mica passare per fesso, quello che s’è fatto rubare una pistola da una puttana. Perciò non ha detto niente a nessuno, anche perché in simili casi, quando viene rubata un’arma, si passa al rastrellamento, e non potevano mica rastrellare la casa di tolleranza, come facevano poi?

 *

Il 19 febbraio avviene un fatto simile in contrada Patrolungo assai distante da dove siamo noi, residenti un po’ nelle grotte di Barco Colonna e un po’ in quelle di Palazzolo, per depistare il fiuto. Grotte che ci salvano dai continui bombardamenti, attendiamo il momento senza nessuna notizia o ingaggio, neanche di radio disponiamo, il giornale pieno di fesserie arriva ogni quindici giorni, Amleto è diventato padre un’altra volta, Clorinda è sempre più magra e negra. Più difficile pure fare i soccorsi perché tutti si ricoverano nella villa pontificia, considerata immune e in paese non resta più nessuno. Difficile arrivare a Velletri o Lariano o Latina o Genzano o Lanuvio, paesi lontani da dove siamo noi, muovendoci a piedi per sentieri disastrati con le continue bombe che piovono giù e nessun riparo.

Neanche gli altri fanno niente, hanno rapporti costanti con gli americani, dicono di aspettare che presto arrivano, di non fare nulla, che andrebbero a complicare anche il loro movimento, che continuano a lanciare viveri e beni non solo per le bande ma per gli sfollati tutti. Prendiamo un po’ di speranza quando sentiamo dalle labbra di Clorinda che gli americani si preoccupano delle nostre azioni, significa che un impatto ce l’hanno. Pur vero che loro attaccano per tagliare collegamenti e rifornimenti, quindi isolarli, e noi per mietere e diminuirli di numero e scoraggiarli un po’. Sempre quel che riesce a fare il solo 22, noi più che altro a fare numero. Remo e Bianci entrano in discussione ogni giorno, rimuginano su cosa è giusto o non giusto fare, non è un fatto cristiano ma etico, io non uccido perché ripudio la violenza ma si dà il caso che in caso eccezionale come può esserlo questo la violenza è necessaria ed io dovrei uccidere… Quando Remo si convince di questo Bianci lo recrimina, quando si convince Bianci è Remo a farlo. Tutte puttanate dice 22, io invece non so che dire e non dico.

Comunque, in contrada Patrolungo un tedesco voleva abusare la moglie di un contadino ma lui ha preso la baionetta e l’ha sgozzato, alcuni raccontano la falce, altri il martello, ma noi lontani da agiografie riportiamo il fatto e non il mito, dice Remo, e poi basta con questi martiri, neanche vittime perché vittimistico, sono morti ammazzati, e poi fa tutto un discorso sul peso sulle parole, l’importanza delle parole, specie presso i posteri, ed i posteri sono importanti, per non far risuccedere quello che ci è successo a noi. Quando hanno trovato il tedesco morto hanno preso ventidue persone, legate, disposte al bordo di un fosso, e poi sparato uno per far precipitare tutti, all’interno del fosso hanno buttato un paio di bombe, sparato ancora. Neanche fare dei fatti un fatto macabro, neanche dare della carneficina una romantica e agonizzante descrizione (Remo).

*

Marzo e aprile passano tranquilli, gli americani sono a Cassino, si concentrano su quella linea, detta Gustav, e non pensano più ai Castelli. Altri sono ad Anzio, e pensano a convergere entro l’estate a Roma. Ci sentiamo finalmente protagonisti della lotta, con i nostri sabotaggi delle linee telefoniche, trivellamento di macchine tedesche abbandonate, omicidi dei portaordini da parte del sicario 22, una volta una mina lungo la via che porta ad Anzio ma inesplosa, gridato in giro per il paese che il paese era stato liberato dai partigiani anche se non era vero. Si è appena aggiunto un sedicenne, sceglie il nome di Mostarda, porta una ventata d’aria fresca, un po’ estatico e agitato, vuol fare vuol fare ma non sappiamo ancora cosa cazzo fare, lo teniamo a bada, rischia di farsi ammazzare.

A maggio riprendono i bombardamenti, noi nelle stesse due grotte, cambiarle ogni settimana è di nuovo l’unico motivo di stiracchiamento, Mostarda si annoia e ci insulta dandoci dei pigri pavidi, sceglie la lotta partigiana solitaria, non abbiamo fatto niente per non lasciarlo andar via e più nulla sapremo di lui. Quando sono i tedeschi a far saltare i primi ponti come quello di Ariccia famoso per i suicidi, di tutti i ranghi e tutti i colori, che io pure una volta stavo lì con un piede sospeso, capiamo che gli americani sono ormai arrivati. Non siamo poi così felici, possiamo tornare a casa e ma negli sguardi di Remo e Bianci c’è rassegnazione e timore, cosa vorranno da noi, sarà diverso ma sarà lo stesso.

La preoccupazione mia è che di tutta questa esperienza non resterà niente, di tutta questa formazione partigiana un cumulo di polvere, non perché uno dimentica, ma perché la sedimentazione dello studio è cosa altra, lo studio deve mettere radici e le radici vanno idratate, io mi sento già secco e senza nuovi risorgimenti, e non ci saranno più Remo o Bianci a dirmi cosa dire, che pensare.

Dovrò andargli a bussare al portone di casa, ogni volta chiedendo istruzioni per l’uso, se il tempo della rossa primavera è venuto, chi votare alle prossime elezioni, se votare soprattutto, se posso o meno recarmi al bordello, se posso cercare Clorinda e prenderla che una certa voglia m’è rimasta, o la moglie di Amleto perché somala e quindi vogliosa, che neanche sposati sono, che cosa sono i valori professati se l’istinto comanda o il “discorso dominante” che non so cosa sia, che cos’è l’istinto e perché entra in conflitto col pensiero politico, che fine avete fatto voi, presenti solo nell’emergenza, se era giusto starsene lì, che siamo stati peggio dei fascisti, che la nostra presenza in grotta è stata vana perché sintomo di vanità, che mi vien voglia certe volte di riprendere lo Sten e andare ad ammazzare le bande blu che dalla partita a calcio ho il sangue amaro.

Mi pare che del mio formarmi, istruirmi, politicizzarmi come dicevano loro, non sia rimasto niente e di tante parole che adesso rileggo nemmeno so il significato ma le ricordo così come loro le pronunciavano. Non è che queste pagine le hanno scritte loro, Remo e Bianci?

Alessandro Tesetti è nato nel 2000 a Cassino, vive a Roma dove ultima il percorso di Filologia Moderna. Ha pubblicato su Nazione Indiana, Pastrengo, Il primo amore, STC; per quest’ultima è editor. Nel 2024 ha vinto il Premio Spazio Letterario.

Lettere dall’assenza #7

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Cara D.

i treni sono arrivati in anticipo: ho portato a casa i millenni che mi hai confessato, li ho inseriti in ampolle, me ne prendo cura come fossero ossa. Di nuovo tutto è chiaroscuro, le ombre si alzano poco prima di mezzanotte e fanno il verso delle cornacchie, mi traforano l’orecchio, poi si quietano poco prima del sonno, ma il sonno è un artificio.
Da quanto, D., hai detto all’alba: dormire non è il fondo del veleno. Ho risposto muovendo circolare il il mio bicchiere: non ho risposto.

[Distinguere i vermi dalle buche, lumache come giorni che si fingono colline.]

Ci sono i galli i ruscelli le api i greggi i pollai, ci sono cavalli mandrie le rocce le vallate i temporali, ci sono i corvi i topi molluschi meridiani, e non ci sono io e non ci sei tu: siamo cadute di fronte a cancellate, quando le guardie dicevano entrate o non uscirete, e noi ci siamo accasciate, una scusa per stare sulla soglia.

La soglia è un’incisione provvisoria, ci fende e non rinnova l’aperto all’universo: dichiarare che l’esistenza ha un nuovo nome, la stanza: sanguisuga di assoluti.

Mi annodo le gambe, il mattino che prepara ad ogni possibilità – e quante possibilità ci sono in un giorno, D.? Quanti miliardi di Storia sono racchiusi nelle possibilità di una notte? Anche adesso, mentre ti scrivo: non è forse ogni singola parola l’inizio di una direzione diversa, una possibile diramazione? Cancello, tolgo il non che ci nega e si apre un nuovo mondo, una nuova storia, l’ennesima narrazione.

L’infinito mi angoscia le dita. Tu hai tagliato le tue.

L’hai fatto un mese di maggio e tu credevi fosse inverno. Salita sull’albero più grande. Lo chiamavamo i centorami,  un macabro ricordo per le centomani che ti avevano presa. Sei salita, ti ho rincorso – ma due roditori non fanno una persona – e hai preso il taglierino: un’amputazione per poter dire “eccomi”.
Sento ancora la colla cadermi dagli occhi: scendere dai rami, scivolare sul terreno, riattaccare il riattaccabile.

[Dentro l’abbaglio esplodono stellate: il perdono è il germogliare degli appesi.]

La carrozza del ritorno si è fermata tre volte, gli inguini appiattiti sui finestrini, facce deformate dal vetro, premute contro il paesaggio del fuori. Ho guardato anch’io, non ho visto niente. Perché quando arrivano i morti, D.: io non vedo niente. Da cadavere guardo i cadaveri e provo solo un senso di comunanza. Lo stupore dell’altro mi frastorna le giunture, mi sgrana gli occhi: dove le pupille degli altri si dilatano davanti al morto, io divento una pupilla di morte, mi apro e mi faccio stretta come un gatto da buio a luce: e ricomincia la lingua accesa, le mille possibilità di un inciampo, uno sfregamento, una virgola che sposta la lancetta delle vite di secondo in secondo.

Ma io ora non ho più nessuno a cui parlare, D. Sono scesa, chinata sul corpo disteso. Dormiva, nessun arresto cardiaco. Le persone ora muovono  e rimuovono avanti e indietro gli arti nei corridoi, i corridoi come uteri che inghiottono parole e le rimbombano: la senti anche tu, tutta questa eco, D.?  

[Ci brucano le stanze delle pietre: le mura non hanno una materia]

Posare un corpo sulla banchina, un bianco morso a pezzi per addormentarlo, per addomesticarlo come tu sai fare: addomestichi le scimmie, le vite, le pratiche di uscita, addomestichi i tramonti per poter dire “è tardi, levate le tende, è ora di andare”.
Me ne sono andata prima che potessi farlo.  Potrò mai – mi hai chiesto ridendo – costruire una pelle innaffiando le ossa? Le mie risposte non sono le tue: qui non piove, l’acqua sta finendo, le bocche spalancate non hanno più denti per mangiare.

Non rispondermi, non farlo ancora. Se puoi: non ascoltarmi nemmeno.

S.