In un gelido pomeriggio invernale del 1841 una folla si radunò al porto di New York per chiedere ansiosamente ai passeggeri di una nave proveniente da Londra se una certa Nelly fosse morta. In America non era ancora stata pubblicata l’ultima puntata del feuilleton La bottega dell’antiquario di Dickens e il pubblico fremeva per le sorti della patetica orfanella. Il fatto che Nell Tent non fosse una creatura in carne ed ossa, ovviamente non importava un fico secco ai lettori del «Master Humphrey’s Clock», la rivista che Dickens dirigeva, scriveva, stampava e su cui pubblicava le sue storie straordinarie. Che importa, del resto, se Jean Valjean, Fabrizio Del Dongo, Anna Karenina e Tom Jones non sono realmente esistiti? [1]
[Le sibille asematiche proposte sono complanari all’affaire «Allegoria», generatosi da questo articolo di Cortellessa. Segnalo i contributi di Donnarumma, Policastro, Inglese, Milani,Rizzante, Morelli e Casadei. Rimetto in circolo anche alcuni interventi, esemplari nella loro forma-commento, come quello di Alcor – o la lepida Ballata di Pólemosdi G. Policastro – che sinora hanno animato la discussione: qui. dp]
“C’erano spettri tornati sulla
terra per sentire le sue frasi…./
C’era chi tornava per sentirlo leggere il poema della vita/ della pentola sulla stufa, la brocca sul tavolo, i tulipani…”
La poesia Large red man reading di Wallace Stevens ci parla di morti che tornano per ascoltare un uomo (forse lo stesso poeta, corpulento e rosso di capelli) che legge “from the poem of life.”
Al suono della parola “poesis” ripetuta due volte “i loro (dei morti) orecchi, i loro cuori sottili, esauriti, \prendevano forma, colore…”
La lettura, meno violentemente del sangue nero e fumante che attira i morti nell’undicesimo canto dell’Odissea, – qui suscita il fantasma dell’emozione: “ciò che era loro mancato”.
Tutta l’opera di Bill Viola ruota intorno a questa mancanza. I suoi video trasformano la mimesis in phantasia (1) parlano di cose eterne: dolore, assenza, perdita, nascita, separazione. Accanto alla più alta tecnologia ci sono aria, fuoco, soprattutto acqua, suoni che plasmano lo spazio e un ritmo spesso lentissimo, volutamente inadeguato, in rivolta contro il cosiddetto tempo reale.
Voi siete su una barca in mezzo a un lago, e su questo lago scorrono delle onde, chiameremo treno d’onde il susseguirsi continuo di molte onde; queste fanno oscilla- re – non molto – la vostra barca, senza però disturbare i vostri maneggi, le vostre misure e i vostri calcoli. Siete soli e non avete di meglio da fare, così vi viene l’idea di misurare la velocità delle onde.
Voi, di preciso, cosa volete intendere con “la velocità delle onde”? Certo vi riferite alla loro velocità rispetto al lago, pensato come un tutto immobile, rispetto cioè alla terra che quel lago circonda. Così come quando si dice che la velocità del suono nell’aria è circa 340 metri al secondo, si intende rispetto all’aria nel suo complesso, ovvero rispetto alla superficie della Terra.
Milano, Cicco Simonetta
via Cicco Simonetta 16 (Zona Navigli)
20 novembre 2008
ore 22.00
Interferenze Positive (poesia, rock e rumori)
Tre poeti, Alessandro Broggi, Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e tre musicisti, Pier Adduce, Stefano Caldonazzo, Fabio Gallarati si ritrovano assieme per creare “interferenze positive”.
Verranno utilizzati ordigni linguistici di vario genere su sfondo di rullante, spazzole e percussioni varie, metallofono giocattolo, liuto cinese, chitarre elettriche con effetti.
Tu sai che non ci rivedremo, nel momento preciso in cui affronti la piazza, lungo il passo interminabile che frana sui selciati, senza sosta, mentre il piede si precipita, lentissimo, nell’aria che non regge, si fa largo, nella grande piazza che trabocca, dalla minima fessura che incide l’avvenire, si divarica nell’ora, nella ferma luce, nell’istante, si propaga tra le case, lungo il ponte, nella timida città popolata di giardini, s’allontana, verso il mondo serale che accumula frontiere,
Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare
Non voglio l’eternità,
ho solo chiesto tempo
Demetrios Capetanakis
La pianta del loto e il loto
Tu sei la pianta mistica
che mi ha condotto fin qui
nel mezzo del crudele
febbraio.
La pianta che mi ha nutrito
con il suo latte innocente
l’anno scorso.
Tu sei la pianta del loto
e io sono il loto
che matura lentamente
ma una volta maturo
muore di disgusto.
Ogni fascia anagrafica ha il suo spauracchio confezionato ad hoc. Per gli adulti, è disponibile l’extracomunitario. È uno spauracchio di comprovata efficacia, estesa applicazione e referenza millenaria. Funziona bene come catalizzatore della frustrazione e dell’odio sociale, provare per credere. Per i giovani in età scolare, invece, da poco è stato lanciato sul mercato il prodotto “bullo”. Il bullo è una sorta di “extracomunitario italiano adolescente” che mena le mani contro il prossimo, preferibilmente se portatore di handicap, sovrappeso, ritardato, omosessuale. In entrambi i casi (extracomunitari e “extracomunitari italiani adolescenti”) la parola d’ordine è una sola: disciplina.
“ … E io porrò inimicizia tra te e la donna
e fra il tuo seme e il seme di lei,
esso ti schiaccerà il capo,
e tu ferirai il suo calcagno ”
Genesi 3:15
Quando passai sull’altro marciapiede di Santa Teresa stavo piangendo.
Pensavo non ci fosse rimedio per il problema delle cartelle cliniche e inoltre avevo quella precisa sensazione, che ti capita quando non c’è rimedio per qualcosa, di aver perso qualcosa dalle tasche (che qualcuno me l’aveva rubata).
Erano già diversi giorni che non vedevo Loreto, e forse era colpa sua, forse mi ricordai di quello che aveva detto nel preciso istante in cui il generalecappabianca, svincolandosi con la sua zampetta tremante in mezzo alle sedie, aveva fatto cadere la zuppa del bambino che si stava raffreddando sul quel suo tavolino giocattolo, e io mi ero sentito un poco colpevole per aver consigliato poco prima di tirarlo fuori dal bagno, dal momento che il povero generale si sarebbe ammalato di più a stare un altro giorno chiuso là dentro.
Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata. Effeffe
ps
Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste qui. Tanto per cominciare,
Centro Studi Franco Fortini ovvero l’Ospite Ingrato
a seguire:
Toxic asset – toxic learning
di Sergio Bologna Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)
State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.
Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.
[Per chi non è caduto. Poesie scelte 1959-2006, luca sossella editore, Roma 2008.]
For the Unfallen [Per quelli che restano], 1959
The Guardians
The young, having risen early, had gone,
Some with excursions beyond the bay-mouth,
Some toward lakes, a fragile reflected sun.
Thunder-heads drift, awkwardly, from the south;
The old watch them. They have watched the safe
Packed harbours topple under sudden gales,
Great tides irrupt, yachts burn at the wharf
That on clean seas pitched their effective sails.
Thereare silences. These, too, they endure:
Soft comings-on; soft after-shocks of calm.
Quietly they wade the disturbed shore;
Gather the dead as the first dead scrape home.
[Il presente contributo di Morelli si inserisce nello spazio dell’affaire «Allegoria», che ha già prodotto gli interventi di Donnarumma, Policastro, Inglese, Milani e Rizzante. dp]
di Paolo Morelli
Un paio di anni fa, prima dell’estate, in un paese sul lago di Bracciano si sono accorti che l’inquinamento delle acque prospicenti superava il livello consentito per la balneazione. Subito hanno convocato un consiglio comunale, durante il quale hanno alzato i parametri del livello consentito, aprendo così la stagione balneare. Un mio amico che ci abita mi ha detto che pure il sindaco e gli assessori si bagnavano con tutta la famiglia.
Abbiamo qui un esempio di realtà, la prova che la realtà è un fatto di proporzioni, e pure un fatto di maggioranza. È come la democrazia per esempio, e come la democrazia tende a infiacchirsi e poi in sequenza a irrigidirsi. La realtà oggi è come l’identità regionale per esempio, un angolo ritenuto sicuro nel quale rifugiarsi e difendersi dalla ‘confusione’. È come la razionalità, nella fissazione che tutto il reale sia razionale. La realtà è una malattia che hanno tutti o quasi, quindi nessuno se ne accorge.
[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14…]
di Andrea Inglese
Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
non dico che tutto questo
non sia servito a nulla,
detto oggi, di 25 dicembre, una data non certo
anodina, anche se difficile
dire perché, per quale diverso sovrapporsi
di piccole apparizioni, di entrate in scena,
di tuffi fuori dal cono di luce, di dimenticanze
di guanti o chiavi, all’ultimo momento,
o di partenze senza gomme di scorta, o con i cani
già ammalati, con le piaghe che peggiorano
ad ogni chilometro
“SEMPRE SOFFIAVA il vento e sempre faceva buio
e sempre la voce lontana arrivava ai suoi orecchi: “una
vita intera”… “una vita intera…”.
Sul muro di fronte le ombre degli alberi danzavano come su uno schermo.”
Odisseas Elitis; Diario di un invisibile aprile
L’estate è finita. Sul tavolo c’è un accumulo di libri e riviste. In Diario n. 14/15 leggo un racconto di Tom McCarthy su Patricia Hearst “la ragazza che rappresenta l’America”. Le suggestive righe finali rievocano la morte, tra fuoco e colpi di fucile, del commando dei simbionesi che la rapì e di cui lei entrò a far parte. Con loro, come è noto, la Hearst partecipò a una rapina. Le sue foto in azione fecero il giro del mondo. Nel momento in cui l’FBI individuava il gruppo Patricia era fuori a fare provviste. Più tardi, sola in un motel, guarderà in tv la fine dei suoi compagni.
Dovrei rispondere così, ogni volta che mi chiedi
ma tu quindi allora come stai dunque
io sto potrei dirti così: A
felice
o se preferisci, anche così: S
felice
sempre meglio
a mio modo di: IN
felice
che presuppone di essere dentro se non alla felicità
almeno a un uomo felice
come da preposizione non articolata.
L’atarassia è una degenerazione dell’ipotalamo
uno dei primi a volerne soffrire
nel mondo latino, fu quel noto scrittore d’atomi
libro 2, versi 7-13
il quale diceva fra sé e sé: mi voglio godere lo spettacolo
e nel parlarne si tagliava i polsi.
Parlare di case popolari pare sia davvero poco chic. I miei colleghi architetti preferiscono discutere dell’ultimo museo della archistar di turno, piuttosto che dei problemi abitativi della stragrande maggioranza degli italiani. I quali, grazie a una politica abitativa suicida che non costruisce più edilizia sociale da circa trent’anni, hanno dovuto obbligatoriamente optare per l’ acquisto della casa, data l’assurdità del costo degli affitti.
Io amo molto i saggi. Domandare astrusa e ricevere risposte coerenti.
Certe volte poi mi piace afferrarne qualcuno per farmi raccontare e basta. Come un bambino indifferente a novità e ripetizione la cui unica domanda sia E come continua?. Ne La matassa primordiale, Isabella Ducrot, con le parole tessili che stanno sulla pagina flessuose e ieratiche quanto i colori e collage di stoffa sulle [sue] tele, non solo mi ha detto come continua ma mi ha spiegato, da Cloto a Penelope, fino a Lhasa, che il filo del discorso, come quello del tessuto è tendenzialmente illimitato. Che quando si dice (…) il filo del discorso o perdere il filo del ragionamento si dà per scontato che questo filo sia qualcosa di continuo e di irreversibile. Che (…) le metafore tessili perderanno la loro ragione di essere nel momento in cui il tessuto verrà sostituito da composti compatti (…).
Questo pezzo è uscito quest’anno con molti altri in “Finzione e documento nel romanzo” a cura mia, di Walter Nardon e Stefano Zangrando, Università di Trento, Trento. Il libro raccoglie il frutto di un anno di studi e incontri organizzati dal SIR (Seminario Internazionale sul Romanzo). Spero possa contribuire al dibattito su romanzo e realtà che da qualche tempo arricchisce le pagine di nazioneindiana.
1. Una volta Roland Barthes, in La mécanique du charme, ha scritto che Italo Calvino era in grado di elaborare «un tipo di immaginazione molto particolare: quella che, in fondo, si trova in E. A. Poe, e che si potrebbe definire l’immaginazione di una certa meccanica o la relazione tra l’immaginazione e la meccanica».
Che cosa voleva dire? Cercava di esplorare da vicino una nozione di «immaginazione» diversa da quella romantica, spontanea, piena di fantasmi: un’idea d’immaginazione come capacità di sviluppare un racconto in modo logico ed elegante («charmant») in cui una situazione apparentemente irreale si trasforma, attraverso una perfetta meccanica immaginativa (Barthes usa la metafora della «joute», la giostra dei tornei cavallereschi), in una situazione implacabilmente «reale».
[ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. ]
di Maurizio Braucci
“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.
[Questo articolo, associato ai testi di Roberto Roversi, è stato pubblicato sul sito L’ospite ingrato]
di Fabio Moliterni
L’ultimo poema di Roberto Roversi sembra presentarsi costitutivamente – vista la stesura pluridecennale che l’accompagna(1) – in quanto summa e specimen di un intero percorso poetico. Questo vale per una serie di motivi che cercherò di sintetizzare, e che fanno per investire o interessare tanto il piano formale della poesia roversiana quanto quello che inferisce la sin troppo nota vicenda editoriale delle sue opere: tal che, a colorarsi di fama faticosamente conquistata – sebbene al prezzo di un certo schematismo e pressappochismo critico-esegetico – non è (ancora) la densità e la natura in sé della lirica di Roversi, semmai è il suo coerente posizionarsi, anche nella stessa prassi della distribuzione-veicolazione dei testi, all’opposizione (o in alternativa, o lontana) dalle strutture istituzionali del mercato culturale(2).