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L’uomo senza lingua

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Foto di dario zollia da Pixabay
Foto di dario zollia da Pixabay

di Max Mauro

Nell’estate dei miei tredici quasi quattordici anni in paese arrivò un personaggio curioso. Non che a Fol mancassero figure originali, tutt’altro. Sebbene il paese contasse meno di mille abitanti, la mia infanzia era stata accompagnata da varie personalità degne di nota. Per esempio, c’era Toliat, uno dei tre comunisti pubblici in paese, cioè quelli di cui si sapeva per certo che avrebbero votato Pci ad ogni elezione, nonostante il 65 per cento dei voti andassero regolarmente alla DC. Toliat, un nomignolo friulano che richiamava lo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti, girava sempre col trattore, anche di domenica per andare alla partita della squadra comunale. Non avendo l’auto, né la patente, gli pareva logico utilizzare il trattore. Nei primi anni Ottanta non era richiesta la patente per guidare il trattore, ma l’uso doveva essere circoscritto all’attività agricola. Tecnicamente, quindi, Toliat non avrebbe potuto andare a vedere la partita col trattore, o accompagnare la moglie al mercato del giovedì, come pure faceva, ma lui se ne infischiava delle regole, e di quello che diceva la gente.

Va detto che a quel tempo i controlli sull’uso dei mezzi agricoli erano piuttosto laschi nei nostri paesi a vocazione prevalentemente contadina. Io stesso, quell’estate, imparai a guidare il trattore dello zio Valdi. A dire il vero, fui praticamente obbligato a mettermi alla guida perché tutte le braccia disponibili servivano dietro il carro per caricare le balle di fieno. Comunque, se qualche legalista stesse leggendo queste note, sappiate che io guidai solo nel campo, non portai il trattore in giro per il paese come faceva Toliat (che mi era pure simpatico perché fu il primo ribelle che conobbi in vita mia). Va bene, avevo solo tredici anni, ma il mondo reale non è posto per sofisti.

Un altro personaggio interessante era Sclope (il termine friulano per il fucile).  Sclope era cresciuto in Francia da una famiglia di emigranti e a vent’anni, diceva lui, si era arruolato nella Legione Straniera per sfuggire al destino disegnato per lui da suo padre: operaio nelle riparazioni di fognature, professione svolta con profitto dal padre, dallo zio e da due cugini. Nessuno credeva che Sclope fosse veramente stato nella Legione Straniera perché era alto poco più un metro e sessanta, aveva le spalle strette e la pancia tonda come un’anguria matura. Con quel fisico nella Legione Straniera? Non è possibile, dicevano le malelingue. E poi il rinculo di fucile gli avrebbe fatto fare un salto di tre metri, aggiungevano altri. Comunque, Sclope conosceva un sacco di storie sulla Legione Straniera, e le raccontava bene. Sapeva tutto dei fucili, degli scarponi, delle caserme, perfino delle malattie dei soldati. Conosceva anche la geografia del deserto (anche se non parlava mai della gente che nel deserto ci viveva). La Legione Straniera era il suo mondo e noi ragazzini lo ascoltavamo rapiti, ma i più grandi ci prendevano in giro per questo (quello racconta solo balle, dicevano).

Tra i personaggi più discussi del paese va aggiunta la maestra Freda, che girava sempre in bicicletta con le gonne al ginocchio che salivano con il movimento della gamba, su e giù, giù e su, su e giù, salivano salivano e scendevano scendevano le gonne lungo le sue gambe tozze tondeggianti e gli occhi dei maschi fuori dal bar non si stancavano di guardare quegli spostamenti di tessuto sulle cosce velate da calze attillate. Le calze. Le calze della maestra Freda. Noi bambini non capivamo pienamente l’interesse maschile per le gambe della maestra Freda, qualcosa ci sfuggiva, ma quell’estate dei tredici quasi quattordici anni avevo ormai formalmente abbandonato l’infanzia e cominciavo a vedere i passaggi in bici della maestra con occhi diversi. Erano un turbamento, quei passaggi in bici, un turbamento vero.

Insomma, a Fol c’era una certa varietà di casi umani. Tuttavia, l’arrivo dell’uomo senza lingua fece scalpore.

L’uomo senza lingua in realtà la lingua ce l’aveva, ma il nome gli era stato affibbiato perché non si capiva che lingua parlasse. Era nato in paese ma all’età di quattro anni tutta la famiglia si era trasferita in Francia, nella zona di Metz, dove il padre era emigrato qualche tempo prima. Per vicissitudini non ben chiarite, quando l’uomo senza lingua aveva circa nove anni la famiglia si era spostata nuovamente, questa volta in Germania, nel Saarland. Il nostro personaggio era passato nell’arco di pochi attraverso varie lingue. Il friulano era la lingua materna, quella con cui aveva imparato a comprendere il mondo, poi c’era l’italiano che veniva usato a scuola e nelle funzioni religiose (i parroci di Fol non sono mai stati abbastanza coraggiosi da far messa in friulano, come facevano certi loro colleghi del Friuli collinare). Quando arrivò in Francia, l’uomo senza lingua si esprimeva bene in friulano, mentre la conoscenza dell’italiano era rudimentale, visto che, come la maggioranza dei suoi coetanei, l’avrebbe imparato a scuola. Ma la scuola la cominciò in Francia dove, come si sa, parlano il francese. Forse non era portato per le lingue, ma il suo ambientamento fu un po’ faticoso e ci mise qualche anno per raggiungere una discreta padronanza del francese.

Quando suo padre decise che si sarebbero spostati in Germania, l’uomo senza lingua, che al tempo, come detto, era ancora un bambino, si trovò con l’ennesima sfida: imparare il tedesco. Venne inserito in una scuola dove nessuno si preoccupava di insegnargli la lingua. A tredici anni, con tre bocciature in due paesi diversi e poco interesse per gli studi in generale, ma soprattutto sfiancato da tutti questi cambiamenti, l’uomo senza lingua alzò bandiera bianca. Abbandonò definitivamente la scuola e chiese al padre di poter tornare in Francia, dove era rimasto uno zio che aveva un’impresa edile. Avrebbe lavorato nella ditta dello zio. E così fece. Almeno fino a trent’anni, quando decise di rientrare a Fol, da solo e con un progetto originale in mente.

Io tutte queste cose le appresi perché i miei genitori gestivano la cooperativa di consumo e io passavo l’estate ad aiutarli. In cooperativa passavano quasi tutti i paesani, quindi le storie si sapevano prima e con molti dettagli. In cooperativa venne anche l’uomo senza lingua, che di nome faceva Franco, Franco Pote. Pote era il soprannome con cui la sua famiglia era conosciuta in paese. Come in tutti i paesi friulani, c’erano molte famiglie con lo stesso cognome e per distinguerle nel tempo erano stati adottati dei soprannomi, la cui origine era vaga, talvolta misteriosa.

Per gli adulti l’uomo era Franco Pote, ma per i più giovani, compresi i bambini e i ragazzi della mia età, era solo “l’omp cence lenghe”, l’uomo senza lingua, per semplicità chiamato “Lengate” (Linguaccia). Non era bello chiamarlo così, me ne rendevo un po’ conto, ma in paese era abbastanza normale trovare qualcuno da vessare, per goliardia o per semplice cattiveria popolare.

Franco Pote, anche detto Lengate o l’uomo senza lingua, non aveva fatto nulla per celare la sua particolarità, che non era dovuta solo al suo modo di esprimersi. La prima volta che venne in cooperativa, io stavo riempiendo uno scaffale non distante dal bancone degli affettati e dei formaggi. Quello di riempire gli scaffali era il mio compito principale e lo assolvevo con un certo puntiglio. Dalla mia posizione potevo sentire le conversazioni dei paesani, che a quell’ora del mattino erano in maggioranza donne, donne anziane, quelle che facevano la spesa. Quando venne il suo turno, Lengate alzò il braccio per indicare il pane e disse qualcosa che solo lui poteva capire. “Doss piçulis baguettes, bittea”. Quello che usciva dalla sua bocca era un intreccio di suoni che richiamavano il friulano, il francese, il tedesco, e pure un po’ d’italiano. Era un gramelot, con la differenza che il buon Dario Fo si aiutava con le mani, le braccia, la faccia e il corpo tutto per farsi capire parlandolo, mentre l’uomo senza lingua rimaneva impassibile, forse convinto che tutti capissero perfettamente quello che andava dicendo.

Mio madre, che lo stava servendo, era piuttosto esperta di casi umani, e intuì il tipo di pane richiesto. Poi Franco Pote indicò del formaggio, un tipo di formaggio, e tutto procedette abbastanza facilmente perché non c’era bisogno di esprimersi. Nei giorni successivi, le cose migliorarono progressivamente, perché Franco comprava sempre le stesse cose, ma anche perché il suo friulano era diventato un po’ più comprensibile, con qualche innesto casuale di tedesco e francese che gli altri spesso capivano, vista l’alta percentuale di ex emigranti nel paese.

Se la questione linguistica trovò col tempo una sua precaria soluzione (anche se per noi Franco Pote rimase l’uomo senza lingua), c’era un aspetto della vita dell’uomo senza lingua che lasciava i più interdetti.

Franco Pote era rientrato al paese dopo la morte dei genitori, che gli avevano lasciato un piccolo terreno in via dei Faggi. Quel terreno era chiuso tra due case ai lati e sul davanti, a separarlo dalla strada, c’era un muro alto circa due metri. L’ingresso era un portoncino che dava sulla strada. Franco Pote era arrivato a Fol nel mese di maggio e da subito qualcuno si era chiesto, dove dormirà? Non aveva parenti diretti, se si esclude un cugino della madre che non aveva mai incontrato e non era molto socievole (aveva allontanano a male parole perfino il prete venuto a chiedere la decima). Franco Pote non si era fatto problemi: dormiva in auto, una Fiat 127 color giallo canarino. Dopo alcuni giorni, però, i vicini si erano accorti che non dormiva più in auto. Aveva montato una tenda nel terreno, che fino a qualche tempo prima era stato usato come orto da una famiglia in affitto. Ma che piani aveva? Aveva intenzione di passare l’estate a Fol dormendo in tenda? La cosa era fattibile, vista la buona stagione, e non pareva nemmeno così bizzarra. In fondo Franco Pote non aveva famiglia, non era sposato, non aveva una compagna o dei figli; in paese c’erano altri scapoloni, e di solito non erano persone con le abitudini più regolari (giusto per dire). Però, però, l’uomo senza lingua un piano ce l’aveva.

Non ne parlò con nessuno, ma in paese è difficile tenere dei segreti, soprattutto se il tuo terreno è posto di fronte alle finestre di una casa. Prima giunse la notizia che Franco Pote aveva acquistato all’emporio comunale dei sacchi di calce, pala, piccone, dei secchi e una cariola. Poi arrivò un camioncino che si fermò davanti al suo terreno. Vennero scaricati assi, mattoni e materiali edilizi di vario tipo. Qualche pensionato con un passato da muratore si incuriosì e cercò di capirne di più, ma era impossibile vedere qualcosa dalla strada, e l’uomo senza lingua era molto riservato. Si sentivano dei movimenti di pala e di piccone, qualcosa stava succedendo, ma cosa? Non c’era nessun cartello che indicasse “lavori in corso”, come era prassi e requisito di legge (la legge era una questione seria, anche se non era proprio uguale per tutti).

Sul lato opposto al terreno di Franco Pote c’era la casa del postino, Sabino Tam. Salendo nel solaio della casa del postino sarebbe stato possibile guardare oltre il muro e dentro il terreno dell’uomo senza lingua. Però Sabino non faceva entrare nessuno a casa sua da quando la sua cara mamma novantaduenne era morta e lui aveva imputato la morte, che riteneva “prematura”, allo stress di avere dei muratori in casa a sistemare il tetto. Quando il muratore in pensione Tilio Zamparutti gli chiese di lasciarlo salire in solaio per un controllo, Sabino si inalberò: Vonde muradôrs a cjase me! Basta muratori in casa mia. E non fece entrare il vecchio Tilio che coltivava una curiosità morbosa per capire cosa stesse facendo quel matto di Franco Pote.

Alla fine, si trovò un compromesso: in solaio sarebbe salito il figlio di Tilio, Ivo, che di mestiere faceva il geometra in uno studio tecnico; quindi, oltre ad essere più titolato del padre per il caso in questione, aveva il bonus di non essere un muratore, e nemmeno un ex muratore.

Come sospettato da Tilio, Franco Pote stava scavando una buca, ma non una buca qualsiasi, era una buca larga quanto la base di una casa. Stava costruendo le fondamenta per una casa, da solo, con pala e piccone! Voi potreste dire, eh vabbé, son fatti suoi. Però questa filosofia a Fol era poco popolare.

Il problema, come spiegò Tilio un tardo pomeriggio in cooperativa (a quell’ora passavano soprattutto mariti e figli a prendere qualcosa che le donne avevano scordato di comprare al mattino) era non tanto la capacità di Franco Pote di portare a termine il suo progetto. In fondo, commentò Line, una donna solida come una quercia che aveva mandato avanti tutta la famiglia emigrando in Svizzera dopo la guerra perché il marito era tornato dal conflitto invalido, depresso e alcolizzato, per fare una casa non serve un architetto. Era un modo di vedere molto comune, quasi un’ovvietà, nei nostri paesi dove di architetti non se ne erano mai visti eppure le case venivano costruite ugualmente. Il problema, nel caso di Franco Pote, era il permesso.

Senza permesso comunale non si può costruire una casa, spiegò Tilio con tono autorevole, volendo indirettamente rammentare a tutti che aveva un figlio geometra e un altro che voleva iscriversi all’università per studiare ingegneria (in paese c’era un solo laureato, il figlio del direttore della posta, ma aveva studiato lettere e quindi non poteva essere considerato un vero e proprio “dottore”).

La discussione continuò per un po’ con l’intervento di altri paesani, ma il punto di Tilio, che per costruire una casa serve il permesso del comune, aveva messo d’accordo tutti. Tuttavia, chi avrebbe dovuto andare a parlare con l’uomo senza lingua per dirgli che stava contravvenendo la legge e rischiava perfino di finire in prigione (era una possibilità improbabile, ma nello slancio del dibattito qualcuno aveva sollevato perfino questo potenziale esito della vicenda)? La scelta era caduta sul parroco, pre Uliano, considerato figura super partes perché rappresentante del dio in terra e quindi non direttamente coinvolto nelle contese degli umani. Non so chi avesse suggerito questa soluzione, ma dentro di me, pur avendo solo tredici quasi quattordici anni, capivo che qualcosa non tornava. Come si poteva considerare il prete figura super partes?

Per dire, secondo Toliát, il parroco, pur essendo una brava persona che non negava la benedizione a nessuno e aveva perfino detto messa per il figlio di un paesano che si era suicidato (la morte era stata fatta passare come un semplice “annegamento”), non era super partes perché la sua organizzazione, così la chiamava Toliat, cioè la Chiesa, sosteneva un partito politico, la DC, e quello era un fatto evidente a tutti. Quindi, sulla base dei fatti, la scelta di mandare pre Uliano a parlare con l’uomo senza lingua non era aliena da rischi.

C’erano anche altri due fattori che, mi pareva, nessuno avesse preso in considerazione. Uno era la parentela con il cugino che aveva allontanato lo stesso pre Uliano quando era passato per benedire la casa e raccogliere la decima. I no vûl savent di predis, laît sul mus! (Non voglio saperne di preti, andate a quel paese!). La seconda ragione, forse ancora più seria, era quella puramente linguistica. Pre Uliano non aveva avuto contatti con Franco Pote, era ignaro del suo particolare uso delle lingue, come avrebbero fatto ad intendersi?

Io ero cresciuto con la convinzione che gli adulti avessero sempre ragione. Che cosa erano cresciuti a fare se non avevano imparato a fare sempre la cosa giusta? Mi dicevo. A dire il vero, dei dubbi si erano formati dentro di me, ma a tredici quasi quattordici anni non avevo ancora maturato una consapevolezza tale da esprimere la mia opinione. Insomma, osservai il corso degli eventi senza intervenire.

Il giorno che pre Uliano si recò nel campo di Toni Pote c’era un bel sole. Dico questo perché era noto a tutti che pre Uliano provava una sincera idiosincrasia per la pioggia o anche un semplice cielo plumbeo. Non è che non uscisse di casa quando pioveva o minacciava pioggia, ma il suo umore non era dei migliori se non c’era il sole, questo era chiaro a tutti. I preti son spesso personaggi bizzarri (forse è colpa delle privazioni a cui si sottopongono).

Pre Uliano arrivò in via dei Faggi, stabilizzò la bici sul marciapiede facendo appoggiare il pedale sul bordo, e si avviò verso il portoncino. Dalla strada si sentivano dei rumori di attrezzi che sbattevano sui sassi, passi pesanti, insomma qualcuno stava lavorando la terra. Bussò forte due volte, poi, visto che non c’era alcuna reazione, diede una manata sul portoncino, un vero e proprio pugno. Pre Uliano era un tipo fumantino e probabilmente si stava innervosendo. Niente, nessuna reazione. Allora usò la voce. Franco! Sior Franco! Urló. O soi il plevan! Franco! Signor Franco! Sono il parroco!

Ci fu un momento di silenzio, i lavori si interruppero. Poi Franco rispose. Ce voleise Sie? Un orecchio esperto dell’idioletto dell’uomo senza lingua avrebbe inteso che gli stava chiedendo cosa volesse, ma il prete rimase interdetto. Sono il parroco, ripeté. Franco Pote mise giù la pala e aprì il portoncino. I due si trovarono uno di fronte all’altro senza sapere che dirsi, perché si erano già detti tutto attraverso il muro. Come il suo lontano cugino, Franco Pote non era un frequentatore della chiesa. Sarebbe bastato un minimo di ricerca storica per sapere che la sua famiglia era notoriamente anticlericale. Il nonno era un anarchico, l’unico vero anarchico socialista in tutto Fol, un seguace di Errico Malatesta, e pare che la decisione della famiglia di Franco Pote di emigrare fu dovuta più a questione di incompatibilità politica con il resto del paese che alla necessità.

Franco Pote non era stato battezzato, era entrato in una chiesa solo per il funerale della madre (era rimasta credente pur avendo sposato un ateo). Ciononostante, non provava sentimenti di avversione per i prelati. Quando però capì la ragione della visita del prete, si inalberò. Piantò la pala in terra come fosse una ascia di guerra e lanciò uno sguardo di sfida a pre Uliano, che non essendo un cosiddetto fulmine di guerra si impaurì, risalì di fretta sulla sua bici e si allontanò pedalando veloce come non aveva mai fatto in vita sua.

Alcuni giorni dopo, due funzionari del comune bussarono al portoncino di Franco Pote. Uno era un vigile urbano, un semipoliziotto nell’immaginario popolare. Stessa trafila di bussamenti e manate sul portoncino e varie urla senza risposta, finché il portoncino si aprì e Franco Poté capì che c’era qualcosa che non andava in questo suo ritorno al paese natio. Prima la difficoltà a farsi capire, poi le voci dei paesani su di lui e la curiosità dalle finestre della casa dirimpetto, poi la visita del prete e infine i due rappresentanti della legge (erano entrambi impiegati dello stato, quindi a suo modo di vedere rappresentavano la legge).

Ascoltò in silenzio quello che i due avevano da dirgli. Siccome invece di parlare lessero un documento ufficiale, non capì nulla di quello che gli venne detto. I due si congedarono e lui tornò al suo lavoro. Ma non era sereno, anzi quando venne in cooperativa il giorno dopo apparve nervoso. Invece della solita piccola “baguette” e un etto di formaggio Montasio, prese due cornetti e due etti di mortadella. Non aprì bocca, si fece capire a gesti.

Quella notte stessa, Ivo il geometra, al rientro dopo aver fatto visita alla morosa in un paese distante circa quindici chilometri da Fol, vide sfrecciare una 127 gialla. Notò che il piccolo abitacolo era occupato per intero da attrezzi da lavoro, dal finestrino sporgevano il manico di una pala e di un piccone, si intravedevano dei secchi e perfino dei mattoni. Alla guida c’era Franco Pote.

Ivo fu l’ultima persona di Fol a vedere l’uomo senza lingua.

Sono passati vari anni ma il terreno dove Franco Pote si era accampato per costruire una casa è rimasto tale e quale, con un grande buco profondo poco più di trenta centimetri. Col tempo si è trasformato in un piccolo stagno dove hanno preso residenza delle rane e degli uccelli, beati loro.

Nessuno ha più saputo nulla dell’uomo senza lingua. Forse è tornato in Francia, o in Germania e ormai è sepolto in un cimitero di quei luoghi a lui così familiari e così alieni. Ho voluto raccontare la sua storia perché non fosse dimenticata.

Pasta asciutta

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di Serena Iaconis

Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.

Il padre scolò nervosamente la pasta nel colino. Il vapore gli appannò gli occhialini sporchi. L’odore di amido cotto riempiva la cucina semibuia. La figlia stava seduta composta a tavola e osservava quel padre logoro che buttava la massa di spaghetti viscidi nella pentola svuotata, rovesciandovi sopra un fiotto di sugo di pomodoro freddo tirato fuori dal frigo.

Mentre il padre mescolava la pasta, la bambina lo osservava da dietro. Era piegato sulla pentola, le spalle chiuse in avanti. I capelli si erano fatti radi, lasciando trasparire la pelle arrossata dal lavoro sotto il sole. La maglietta da lavoro, stropicciata e troppo stretta, gli tirava sui fianchi. La cintura gli serrava la vita dentro pantaloni troppo caldi per quella stagione. Le mani gonfie e a tratti scorticate mostravano bruciature fresche, come lungo tutto il braccio.

Il padre afferrò la pentola dai manici. Quando la posò sulla tavola, goccioline di acqua rossastra schizzarono sul braccino della figlia, che attendeva in silenzio. La bambina fu distratta da quella goccia viscida che le colava sulla pelle; la seguì con gli occhi mentre scendeva, e intanto un nodo le comprimeva le viscere nello stomaco.

Quando il padre si avvicinò, il lezzo di amido cotto si impastò all’odore pungente di umidità dei suoi vestiti da lavoro. Afferrò la forchetta e raccolse con mano ferma una massa di spaghetti che lasciò cadere nel piatto della figlia. La bambina guardò il volto del padre mentre riempiva il suo piatto. Goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. La bocca era serrata, gli occhi concentrati nell’azione, il naso emetteva respiri gonfi e rumorosi.

Il piatto era colmato da un groviglio di pasta. Il padre si sedette di fronte alla figlia e la guardò. Era grande, il padre; in quel momento aveva occhi piccoli, lucidi, fermi sul tavolo.

La mamma le lasciava dei libricini sottili, con le pagine morbide. In uno c’era un topo. Non ricordava bene la storia, solo pezzi: Il freddo. Il cibo nascosto per l’inverno. Poi la casa distrutta. Il topo restava a cercarla.

Il padre era lì davanti. Le mani ferme. La pasta tra loro. Il padre e la figlia continuarono a guardarsi in silenzio. Fu la figlia a cedere per prima. Si afflosciò lungo la sedia e con il magone stretto in gola, disse le prime parole.

«Non ho fame.» Lanciò uno sguardo verso il padre per coglierne la reazione. Il padre era fermo sulla sedia, le mani incrociate sul tavolo.

«Mangia.»

La figlia, dopo un piccolo singhiozzo, ripeté con voce più bassa.

«Ma… non ho fame.»

Il padre ripeté con lo stesso ritmo, ma la voce era strozzata da un singulto.

«Mangia.»

La bambina lo guardò con gli occhi inumiditi. Le commessure labiali spingevano verso il basso, ma lei contrastò quel riflesso, forzando la bocca in una linea dritta. Non ancora, pensò. Resisti.

«Vuoi morire di fame? Così danno la colpa a me?» La voce urlante del padre si ruppe a metà frase.

«Ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

«Se non mangi la pasta deperisci. E poi danno la colpa a me. Mangia la pasta. Porca miseria.»

«Ma papà, ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

La figlia attese la risposta del padre, che tacque e la fissò. Si sentiva solo il suo respiro nasale marcato e il frinire dei grilli nei campi.

«Papà, ti prego, ho già mangiato. Ho mangiato.» Una lacrima le solcò il viso.

Il padre si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente. Poi si mise le mani nei capelli e iniziò a tirarsi colpi in testa.

«No!» La figlia lanciò un grido alla vista del padre che si autolesionava. Corse verso di lui e con una forza impensabile gli trattenne il braccio. Il padre tentò di divincolarsi dalla sua presa.

«Mangio!» urlò la bambina. Ma la lotta continuava. Il padre tentò ancora di liberare il braccio. Allora lei lo urlò più forte.

«Mangio, mangio, mangio!»

Il padre si fermò esausto. La figlia scoppiò in un pianto; la tensione nelle braccia si allentò, lasciò andare la presa. Il corpo si afflosciò sul pavimento, in ginocchio.

I due si risedettero l’uno di fronte all’altro. La figlia aveva le guance brucianti dal pianto. Aspettava che qualche goccia entrasse nella fessura delle labbra. Alcune finirono nel piatto. Ma non aveva alcuna importanza.

Il padre, col fiatone, disse: «Mangia», indicando stancamente la pasta.

La figlia prese la forchetta e la infilò nel groviglio di spaghetti freddi. Arrotolò e avvicinò alle labbra quel boccone. Annusò l’odore umido di quel pastone. La testa iniziò a fare no da sola, senza controllo. Il viso cedette alla commozione.

«Non ce la faccio. Non ce la faccio, papà.»

Aspettò la risposta del padre, piangendo, mentre lui rimase impassibile a fissarla. Si alzò di scatto.

«Mi ammazzo. Mangia o mi ammazzo.»

«No, papà, ti prego… ho già mangiato. Papà, ho già mangiato.»

«La faccio finita. Mi butto dalla finestra. Mi butto dalla finestra.»

Il padre si diresse verso il balcone e aprì la maniglia. La figlia, a quella vista, lanciò un altro grido. Corse verso di lui e di nuovo lo trattenne con forza.

«Mi ammazzo. Lasciami, che mi butto.»

Il padre urlava dalla finestra mentre la figlia lo tratteneva per un braccio.

La figlia urlò finché la voce non si fece ovattata. La voce era andata in cantina pensava. Lo diceva sempre la maestra quando dopo il raffreddore i bambini tornavano all’asilo senza voce. La sua voce era andata in cantina mentre urlava trattenendo il padre per un braccio.

Il padre cedette. Si lasciò trascinare dentro dalla figlia, con i piedi che strisciavano sul pavimento. Lei lo guidò fino al muro e lo fece scendere lentamente. Si assicurò della finestra: premette entrambe le mani sul vetro finché il fermo non scattò.

Poi tornò dal padre e si sedette per terra accanto a lui. Il respiro ancora affannoso, le guance che bruciavano. Si asciugò il viso con il dorso della mano e si strinse a lui senza dire niente. Prese la mano del padre – gonfia, screpolata, con le bruciature lungo il braccio – e ci posò sopra le labbra, una volta e poi ancora. Quelle mani così simili a piccole zampe logore.

Doveva solo stringere più forte. Non lasciarle andare. L’aria era calda e pesante.

Con poca voce disse:

«Ho già mangiato papà. Ho già mangiato.»

Un divertissement per Adone: esiste un Petrarca epicureo?

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di Alberto Costa

A volte accade che un fatto contingente, una volta avvenuto, determini, après coup, tutto ciò che ha portato a esso, secondo un ordine di necessità. Ho fatto proprio questa esperienza l’altro giorno: a distanza di mesi dall’ultimo trasloco, trovo finalmente l’occasione di montare le librerie e comincio a disporre ordinatamente i miei libri, liberandoli così dal carcere degli scatoloni. Una volta terminato, ammiro la mia opera ed estraggo, quasi per caso, Il Canzoniere petrarchesco. Apro -ancora una volta- a caso il volume e leggo il sonetto 191, che qui riporto:

Sí come eterna vita è veder Dio,
né piú si brama, né bramar piú lice,
cosí me, donna, il voi veder, felice
fa in questo breve et fraile viver mio.

Né voi stessa com’or bella vid’io
già mai, se vero al cor l’occhio ridice:
dolce del mio penser hora beatrice,
che vince ogni alta speme, ogni desio.

Et se non fusse il suo fuggir sí ratto,
piú non demanderei: che s’alcun vive
sol d’odore, e tal fama fede acquista,

alcun d’acqua o di foco, e ‘l gusto e ‘l tatto
acquetan cose d’ogni dolzor prive,
i’ perché non de la vostra alma vista?[1]

Come a volte capita, il componimento è arrivato a me -o io a lui- al momento opportuno e tale incontro ha così attivato una serie di collegamenti che non ritengo siano del tutto peregrini. Si aggiunga poi che queste poche note sono state ispirate -di qui il carattere di retroattiva necessità dell’incontro- dalla recente rilettura di alcuni saggi[2] del mio vecchio professore Adone Brandalise, scomparso da poco. Proprio al suo ricordo vorrei quindi dedicare queste poche note, in cui ho cercato di proporre un esperimento di lettura, cimentandomi così con il suo classico gioco di messa in risonanza dei significanti. Inoltre, con riferimento all’immensa cortesia che Brandalise aveva verso chiunque, prego il lettore specialista in filologia di essere clemente nei confronti di chi, avendo affrontato studi di filosofia, si approccia al componimento petrarchesco con la timidezza dell’ospite, la cui massima aspirazione sarebbe di risultare non totalmente sgradito.

Se si volesse, allora, rispondere direttamente alla domanda del titolo, si dovrebbe dire che Petrarca, da buon agostiniano, ha frontalmente attaccato la tradizione epicurea per quanto riguarda il materialismo e la mortalità dell’anima, ma quanto mi interessa qui indagare è piuttosto la riflessione di Petrarca sul tema del tempo da un punto di vista intensivo. Si potrebbe ricostruire tutta una genealogia “pseudo-epicurea” (da Epicuro appunto, passando per Lucrezio, Spinoza e arrivando fino a Nietzsche), la quale ha tentato di eliminare il riferimento a una dimensione di vita oltre la morte e ha cercato di riflettere sull’eternità come su qualcosa che non equivale alla somma estensiva dei tempi, ma come qualcosa di diverso. Qualcosa che, nella misura in cui sempre è, non può che essere indivisibilmente sé stessa in ogni attimo, come pura intensità nel kairòs: una valorizzazione dell’attimo che, in quanto tale, non può che allontanare la disperazione che sorge davanti alla morte.

Da questo punto di vista, allora, il sonetto petrarchesco, nella misura in cui si muove nella direzione di un’ipotesi mistica che cerca di vivere materialmente l’allontanamento della morte, sembra non essere troppo distante da questo pseudo-epicureismo. Rappresentando, infatti, un incontro momentaneo con qualcosa che accomuna Dio e la Donna, come una visio di Dio attraverso la Donna, Petrarca stesso sembra presentare un attimo di pura intensità (“sì come eterna vita è veder Dio / […] / così me, Donna, il voi veder, felice / fa in questo breve e fraile viver mio”). Continuando, il poeta presenta il momento della visione come qualcosa che forza i limiti di ciò che può essere ordinariamente creduto (“né voi stessa com’or bella vid’io / già mai, se vero al cor l’occhio ridice”), producendo così un’eco dell’interrogazione cavalcantiana sullo statuto dell’immagine fantasmatica dell’oggetto d’amore. Nella distanza che però emerge da tale interrogativo si spalanca lo iato tra ciò che fattualmente è visto e l’oggetto della visio, uno iato che rompe la dimensione della durata come campo della conoscenza e come fonte degli affetti che a questa conoscenza si accompagnano (“che vince ogni alta speme, ogni desio”). Non si tratta più della rappresentazione di un’attesa o di un ricordo: la visio avviene -poeticamente- ora (“com’or bella vid’io”) e, con un evidente tributo a Dante, si presenta come un soffio che rende beati (“hora beatrice”).

Con un classico motivo ricorrente nel pensiero di Brandalise, si potrebbe dire che la visio non designa qualcosa di visto, ma piuttosto l’evento che consiste in un vedere: un movimento che riguarda un presentarsi, che non coincide con quanto è rappresentato, pur articolandosi in esso. Qualcosa di simile è esposto in modo paradigmatico ad esempio in Plotino, nel momento in cui descrive l’Uno come ciò che “non ha forma, neppure quella dell’intelligibile”[3]. E continua dicendo: “il fatto che la sua natura sia destinata alla creazione di tutte le realtà e quindi non si identifichi con nessuna di esse ci autorizza a sostenere che Egli non è né qualcosa, né un essere qualificato o quantificato e neppure Intelligenza o Anima”[4].

Non è peraltro un caso che all’interno della lunga tradizione neoplatonica -in particolare con Enrico Grossatesta- si sia sviluppata anche una metafisica della luce, nella quale quest’ultima diviene “forma prima della corporeità”, la quale -propagandosi e illuminando- costituisce i corpi stessi. Insomma, la luce che rende visibili gli oggetti, la visio stessa, è visibile a sua volta solo negli oggetti illuminati, ma a un tempo essa è per se non percepibile. Così è anche l’esperienza della vista della Donna, l’esperienza del kairòs, che è come “eterna vita” proprio perché è “questo momento” determinato. Allo stesso tempo però “questo momento” è anche fuggevole come ogni “invida aeta” oraziana[5].

Per dar ragione di questa logica paradossale, Brandalise era solito riflettere sulla famosa formulazione del mistico ebraico cinquecentesco Moshè ben Ya’aqòv Cordovero, che recita: “Dio è tutta la realtà, ma non tutta la realtà è Dio”[6]. Riflettendoci brevemente, mi sentirei di dire che qui l’aggettivo “tutta” è usato in modo equivoco. La prima occorrenza, infatti, designa l’esse eterno, la seconda invece designa la serie indefinita delle realtà nella durata. Ci troviamo però dinanzi al problema seguente: sembra che non si possa fare esperienza del primo senso della totalità, se non nell’attraversamento di questa equivocità, di questa differenza. Come relazionarsi quindi all’attimo? Forse qui un aperto confronto tra il sonetto petrarchesco e l’ ode oraziana del “carpe diem” non è del tutto inutile. Se infatti la fuggevole “invida aeta” per Orazio è oggetto di un movimento quasi venatorio e di ricerca attiva (“sapias…”, “carpe…”), in Petrarca essa è oggetto di un’esperienza, la quale pone il poeta davanti alla singolarità del proprio desiderio (“e se non fusse il fuggir [della hora beatrice] sì ratto, / più non demanderei…”).

A essere tematizzato qui non è un compito, ma un’esperienza etica di relazione a qualcosa che potrebbe essere concepita come una potentia: qualcosa che -aristotelicamente- potrebbe definirsi un “principio di movimento”, ma che al tempo stesso, e allontanandoci però dallo Stagirita stesso, coincide e diverge dalla serie delle sue possibili attuazioni. Tale potenza è allora proprio l’oggetto del desiderio, vale a dire ciò che produce l’affetto che “felice / fa in questo breve viver mio”, ma, al contempo, si mostra come la fonte di un problema, di un “demandare”. L’oggetto di tale interrogare, in ultima istanza, sembra essere lo stesso fuggire, sia del tempo che della visio. Ciò è articolato dal poeta nella seconda metà del sonetto, nel momento in cui descrive come le sensazioni (l’odorato, il gusto) non riescano a cogliere ciò che nelle cose rappresenta l’oggetto del desiderio (il “dolzor”).

Insomma, quanto avviene nella visio non è oggetto di una possibile sazietà, ma permane potentemente come un elemento generativo (“alma vista”). Ritroviamo qui messi a tema, è il caso di ribadirlo, proprio i due sensi equivoci di “tutta la realtà” evocati poc’anzi: “alma vista” equivale al vedere Dio e produce felicità (“né più si brama, né bramar più lice”), in quanto è esperienza di “tutta la realtà” nel primo senso, ma contemporaneamente essa è anche l’emergere di un’altra consapevolezza. Cioè, quella che esperisce il modo in cui l’eterno diverge dalla dimensione della durata. L’attimo che, come tale, vive del tutto che è Dio, non sarà mai il tutto, inteso come somma di tutti i possibili attimi. Proprio qui, pertanto, accanto alla felicità c’è lo spazio sia per l’interrogazione del saggio spinoziano, che al “sapias” di Orazio riesce a corrispondere, facendosi carico attivamente del proprio conatus; sia per l’angoscia cavalcantiana, per la quale subito dopo lo sguardo d’Amore “pò torna, piena di sospiri, nel core, / ferita a morte d’un tagliente dardo / che questa donna nel partir li gitta”[7].

Di qui, in fondo, la domanda: la ferita è ciò che destina l’amante all’esilio della nostalgia per un oggetto da sempre perduto o è piuttosto, lungo la via di Epicuro, la condizione per l’evento dell’attivo amare che “a nessuna cosa pensa meno che alla morte”[8]?

NOTE

[1]Petrarca, Il Canzoniere, 191, (ed. Feltrinelli, Milano 2013, p. 203).

[2]Per quanto segue, si tenga presente Brandalise A., Oltranze. Simboli e concetti in letteratura, ed. Unipress, Padova 2002, in particolare “Come si diventa ciò che si è”. Note sull’autoiniziazione nell’Ecce Homo di Nietzsche (ivi, pp. 45-50) e Perfezione e realtà (ivi, pp. 217-228).

[3]Plotino, Enneadi, VI, 9, (ed. Mondadori (i Meridiani), Milano 2002, p. 1060).

[4]Ibidem.

[5]Ho fatto riferimento a Orazio, Odi ed epodi, I, 11, (ed. BUR, Milano 2018, p. 92-93).

[6]Vedi Scholem G., Le grandi correnti della mistica ebraica, ed. Einaudi, Torino 1993, p. 264.

[7]Cavalcanti, Rime, XXIV, 12-14, (ed. Carocci, Roma 2011, p. 167).

[8]Spinoza, Ethica, IV, prop. 67, (ed. Bollati Boringhieri, Torino 2016, p. 208).

Un’antologia palestinese a cura di “Semicerchio”

1

[Presentiamo un’anticipazione del dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, per la rivista “Semicerchio”.]

 

Hamid Ashour

Nato nel 1994 a Rafah, nella Striscia di Gaza, ha una laurea in sviluppo sociale e familiare conseguita presso l’Università Al-Quds Open e lavora in campo sociale. Pubblica regolarmente su riviste arabe. Tra le sue opere poetiche Ferite che si testano (2018) e Questo prodotto non può essere scambiato né restituito (2023).

 

Cane sfollato…uomo randagio

Una notte un cane mi è entrato in casa insieme a
un gruppo di persone in fuga dai bombardamenti
rimaste poi lì fino all’alba. Quando sono andate via,
è rimasto solo il cane senza nome né padrone. Aveva
imparato a conoscere gli angoli e i corridoi della
casa come se fosse cresciuto lì: scappava dalla
camera da letto al cortile, dal giardino sul retro al
tetto della casa: in armonia con il rombo circostante
dei raid, si collocava nel punto più sicuro anticipando
l’orrido frastuono delle bombe. Dal momento
dell’invasione ha tenacemente resistito assieme a
me per tre giorni: abbiamo condiviso la paura, i latrati,
le schegge e la carne in scatola. Lui non è il
mio cane e io non sono il suo padrone, ma ci accomuna
lo stesso destino. Siamo usciti correndo,
saltando con agilità tra le bombe, portando con noi
solo la chiave della porta di casa, sempre aperta. A
cuore, mente e piedi nudi, abbiamo costruito una
piccola capanna con vecchi stracci, canne e fronde
di palma; sotto cui abbiamo dormito, alternandoci
come due amici: uno sognava di tornare, l’altro vegliava
per custodire il sogno e la strada.

Gaza, 2024

*

Yusra al-Khatib

Nata a Gaza nel 1959, Yusra al-Khatib è laureata in Economia e Management e diplomata in Matematica. Lavora come insegnante. Ha all’attivo due romanzi e varie raccolte di racconti brevi. Tra le opere poetiche ricordiamo Come se fosse patria (2013), Nessun Giorno del Giudizio per te ora (2020), Stagioni e oltre (2021). Vincitrice della quinta edizione del Premio della creatività femminile per il racconto breve nel 2014, è presente con un suo testo nel volume collettivo in lingua inglese The Book of Gaza. I suoi racconti e poemi sono stati tradotti in inglese, francese e curdo. Il testo qui offerto è costruito su una trama intertestuale con l’opera del grande Mahmud Darwish.

 

Io e il ‘Derviscio’

Questo mare a te appartiene.
Ti appartengono il suo biancore
la sua marea
la quiete
la calma e il silenzio
e pure questa sabbia bagnata
dalle orme di chi ti viene incontro.

La risacca, invece,
appartiene a me.
Mi appartengono il fragore
l’impeto
le parole ostinate
e pure
la sabbia riarsa
dalle orme di chi
si sta allontanando.

È placido il tuo mare
mentre il mio infuria
e combatte i miei giorni
seduta accanto a lui
mi ricambia con il dolore
mi appoggio al bastone della tua memoria
con cui domo i miei sogni esausti.

Mi scaglia sulle soglie della tua marea
sul molo del nostro porto abbandonato
delle nostri navi origlio il vuoto
mi raggiunge una voce
che con la tua melodia e follia
musicasti in poema.
Questo mare a te appartiene
mentre a me tutto il dolore
tra la mia terra e il tuo mare
i nostri poemi si sgretolano
la nostra infanzia violata, come sabbia
filtra dalle mani del destino.

La tua onda in disputa con la mia nostalgia
mi legge le lodi del tuo mare
la tua alta ombra
le tue parole fugaci
il tuo murale
la tua nostalgia per tua madre
e nulla che ti piace
il tuo cavallo
che non somiglia a nessuno
perché come me l’hai lasciato da solo?

Non hanno gettato
la mia camicia intrisa di sangue
agli occhi di mio padre
perché mi riconoscesse
e io ne sono la prova
torno alla tua poesia con pura visione
e ti narro
storie degli avi
su un domani che non somiglia al tuo oggi
un sogno che non somiglia al tuo ieri
un presente libero dal dolore dei flauti.

Forse avremo
una parte del mio nome
e registrerò di nuovo
alle porte del riparo
la nostra prima storia
libereremo una memoria per l’oblio
chissà se dimenticheremo
il nostro assedio
e i tuoi uccelli morti in Galilea.

Ero con te
o sono forse giunta dopo?
Firmo qui in basso
voglio ciò che vuoi,
però, fratello mio,
l’arrivo mi ha spossato
perché proprio come te
non ho un padre
che da lontano ci avvicini
e torno
a quella ostinata domanda
è arrivata l’ora che
questa poesia finisca?

Gaza, 2023

*

Khaled Juma

Nato a Rafah (1965), è considerato uno dei nomi preminenti della scena letteraria palestinese odierna. Responsabile della sezione culturale dell’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, vive a Ramallah da diversi anni, ma a Gaza ha lasciato parte della sua famiglia. Autore prolifico anche di prosa, teatro, canzoni e letteratura per l’infanzia, ha all’attivo numerose raccolte poetiche, tra cui menzioniamo Testi non pertinenti (1999), Pertanto (2000), Assomigli ancora a te (2004), L’usanza delle città (2009), Come cambiano i cavalli (2011), Perché i gitani non t’amino (2012), Nulla cammina in questo sogno (2015), Zia Fenice (2024). Ha vinto il Premio Palestina per la letteratura nella categoria Poesia con Una strana luna sul fabbricatore di flauti (2022). È ampiamente tradotto in lingue straniere tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, svedese, bulgaro, danese e olandese.

 

Il becchino

Ho lavorato come becchino
in dieci paesi.
Lavoravo senza pressioni
con una piccola pala
allacciata alla cintura
la portavo sempre con me come un medaglione.
Nei primi nove paesi
è andato tutto normalmente
non più di un morto
o due alla settimana.
Mi dissi: me ne andrò in pensione in una citta sul mare.
E sono arrivato qui, intendo a Gaza.
La mia pala era ormai inutile, e ho dovuto
acquistare dei macchinari
poi una scavatrice
assumendo come becchini
tutti i disoccupati.
Eppure non è bastato,
allora ho fondato una “Società per la morte”
e ad oggi siamo quotati in Borsa
i primi, a livello mondiale.

Gaza, 2024

*

 “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, fascicolo LXXIV, 2026,1. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura. I: Poesia da Gaza. A cura di Mariangela Masullo e Simone Sibilio

«Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento / invoca, Gaza, una vita ostinata / forse un antico stupore, / cresce tra le case in macerie».

I versi della poeta Dunia al-Amal Ismail aprono il nuovo numero di «Semicerchio» (LXXIV, 2026/1 presso Pacini Editore), nel quarantesimo della sua vita editoriale e culturale, un volume che esplora l’idea di “zona di contatto, conflitto, traduzione, cura”, spazio in cui la distruzione della guerra incontra la parola poetica.

http://semicerchio.bytenet.it/numero.asp?n=2286

La scrittura, e con essa la traduzione, qui intesa anche come pratica politica, si prende “cura” dell’umano, contro il “logocidio”, ovvero la cancellazione sistematica del sapere e del linguaggio che accompagna ogni sterminio.

Il volume rappresenta la prima parte di un dittico che troverà il suo compimento nell’autunno del 2026. Nella seconda tappa, la rivista estenderà la sua indagine ad altre aree del mondo dove la poesia si manifesta come una “parola-tenda”: riparo provvisorio, fragile ma ostinato, capace di offrire rifugio e custodire la memoria contro la distruzione.

Al cuore di questo primo numero sta il dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, che offrono importanti prospettive e interpretazioni critiche, accompagnate da un approfondimento di Giorgia Pometti sulla poesia femminile palestinese; raccoglie le voci di ventiquattro autori e autrici provenienti dalla Striscia di Gaza, molti dei quali sconosciuti nel nostro Paese, tradotti “in presa diretta”, sotto la pressione della storia sotto gli occhi di tutti noi. Tra questi Nasser Atallah, Salim al-Naffar, Nasser Rabah, Othman Huseyn, Khaled Juma e Yusra al-Khatib, quest’ultima considerata una delle autrici più solide nel panorama arabo ma ancora ignota da noi. Particolare attenzione è inoltre dedicata ai talenti dell’ultima generazione, nati e cresciuti sotto l’assedio militare israeliano e le numerose operazioni belliche condotte contro la Striscia nell’ultimo ventennio, come la giovanissima Batool Abu Akleen, vincitrice di premi internazionali a soli quindici anni, Haidar al-Ghazali e Hamed Ashour.

Una corposa sezione antologica, introdotta dalla Premio Pulitzer Jorie Graham, guest editor di You Must Live. New Poetry from Palestine curato da T. Abu Odeh & S. Bloor, si offre come una selezione trilingue (arabo degli originali, inglese tratto dal volume succitato, italiano a cura di S. Sibilio) in cui la poesia agisce come un “sismografo”, registrando i traumi per trasformarli in segni di una appartenenza affettiva al territorio ed espressione di quella tenacia che i palestinesi chiamano Sumūd.

A chiudere la sezione, si offrono in anteprima nazionale alcuni testi del più celebre poeta palestinese Mahmud Darwish, ancora oggi riferimento assoluto per l’intero movimento poetico della regione.

Accanto al focus tematico sulla Poesia da Gaza, il numero ospita saggi di respiro internazionale e un’ampia sezione dedicata alla traduzione poetica, che attraversa lingue, tradizioni e pratiche del tradurre e del ritradurre tra oriente e occidente. Chiude il volume la curatissima rassegna di recensioni dal mondo della poesia globale, in senso sincronico e diacronico (si trovano elencate nella pagina principale del sito http://semicerchio.bytenet.it; uno strumento necessario per ogni amante e studioso della poesia, di una ricchezza rara: dalla catalana, cinese, coreana, persiana, greca antica alla francese, italiana, cèca, finlandese, russa, polacca, tedesca, africana, araba, australiana etc., in libri di nuova edizione, riviste internazionali, e da questo numero un osservatorio sul tema affrontato dal numero (in questo caso l’Osservatorio sulla poesia palestinese, una prima mappatura bibliografica della ricezione in Europa).

 

Per informazioni, copie saggio e interviste:

Redazione Semicerchio: semicerchiorpc@libero.it codirezionesc@gmail.com

 

Il prato

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di Antonio Sparzani
Davanti al balcone di questo chalet, tutto in legno, in terra d’Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po’ in pendenza verso il sentiero che porta all’entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d’erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.

Ma questa emotiva descrizione che cosa esprime? Che conoscenza ho io di questo prato? Inevitabilmente, per il momento, una conoscenza parziale; se volessi qualcosa di più accurato, dovrei cominciare a guardare da vicino le erbe che affollano il terreno, conoscere e distinguere i cardi, gli anemoni, le genziane e tutte quelle che per molti sono soltanto “erbe” ma che, se ben osservate da un esperto botanico, rivelerebbero caratteristiche assai molteplici, nomi variopinti, proprietà spesso interessanti per altri scopi, medici, curativi, estetici vari.

Per migliorare la conoscenza del prato occorrerebbe poi uno zoologo, che dovrebbe conoscere tutte le specie di insetti che abitano tra le piante e dovrebbe anche classificare tutti i vermi o piccoli animali che si annidano nella terra o che si spostano nascosti nel loro “bosco”. E servirebbe poi un chimico che pure dovrebbe conoscere l’esatta composizione di ogni elemento di questo prato, erba, terra e animali.

Tutte richieste pesanti, forse vagamente ragionevoli; ma poi arriva il fisico, apriti cielo, che ne ha molte altre: deve sapere la temperatura in ogni punto del prato, la densità della terra, sempre in ogni punto e soprattutto, il fisico post-newtoniano, deve conoscere tutte le precedenti variabili in ogni istante di tempo, ovvero in funzione del tempo.

Un’impresa completamente impossibile, e anche inutile a questo livello di ampiezza – cosa importa all’artista che vuol ammirare, e magari dipingere, il prato la composizione chimica del terreno, o la sua temperatura – ma la cui dettagliata descrizione ci fa capire una cosa fondamentale, cui solitamente non si sta a pensare, ma di cui, pare a me, è importante prendere, una volta nella vita, coscienza: ogni conoscenza è parziale.

Voi direte che questa deduzione è altamente non giustificata: come faccio a inferire, da un ragionamento su questo straordinario prato, un’affermazione che riguarda qualsiasi conoscenza, e avete, sembrerebbe, ragione da vendere! Però vediamo.

Io vi ho trascinato fin qui, per farvi conoscere il bel libro di Carlo Rovelli,
Sull’eguaglianza di tutte le cose – lezioni americane (Adelphi, 2025), nel quale questa tesi viene ampiamente allargata, argomentata e condivisa. Ed è appunto il libro che ha fatto prender coscienza anche a me, fisico, di questa circostanza.

Ecco uno dei passi in cui Rovelli afferma in modo molto netto e incisivo la sua idea: “La nostra conoscenza, come tutti gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita, incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza” (p. 174). Frase che, già da sola, va ben oltre quello che abbiamo imparato dal prato.

Gli esempi e gli argomenti che porta Rovelli sono molti e, per me, convincenti e io vi invito, anche prima di guardare, casomai, il libro, a farvi molte domande sul mondo e su di voi, che, comunque, appartenete al mondo, non ne siete fuori.
Riuscite a trovare una conoscenza che non sia, per qualche aspetto, parziale?
Provate.

Il libro di Rovelli non si limita certo a questo; parla anche della struttura della cosiddetta “conoscenza scientifica” e di come essa non sia “di un altro tipo” rispetto alla conoscenza dell’uomo della strada, ma sia anzi ad essa collegata da molti gradi intermedi. Parla del ruolo svolto dai concetti di spazio e di tempo nella vita nostra e nelle teorie scientifiche, parla di meccanica quantistica, di gravità quantistica e in generale della natura e del valore della scienza, e ne parla in modo molto diretto, quasi colloquiando piacevolmente con la lettrice e col lettore.

L’aspetto della parzialità della conoscenza è forse quello che più mi ha colpito e quindi l’ho subito applicato a ciò che avevo di fronte, questo bellissimo prato; e questo volevo condividere con voi.

Ultima multis

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di Gabriele Gallina

 

Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile. Eppure, quando, dopo lungo tempo, tornò a casa della madre agli inizi del mese di ottobre, la visione di un grosso e maturo melograno che spiccava da una cesta di frutta posta sul ripiano della cucina accanto al frigorifero, si palesò ai suoi occhi col carattere di una sorpresa.

La madre lo invitò a provare l’uva che una sua amica gli aveva portato il giorno prima dalla campagna insieme ad altre cose, ma in quel momento non gli andava. Una volta a tavola, le chiese incuriosito come mai avesse comprato quel grosso melograno che sembrava uscito da un quadro di Cezanne, posto poi che Cezanne ne avesse mai raffigurato uno. “Ti ho detto che me l’ha portato Dionetta dalla sua casa in campagna”. “Che frutto particolare, l’albero di casa nostra a Torre alta li fa, ma sempre di piccole dimensioni, sarà per via del terreno e della presenza di tutti quei grandi pini che impediscono alle altre piante di crescere oltre una certa misura. Non ne mangio uno da quando ero piccolo… anzi no, aspetta, non credo di averne mai mangiato. So che è un frutto cristico, legato alla sfera religiosa e al concetto di sacrificio”. “Uhm, più che altro al paganesimo, alla mitologia greca e latina… il mito più noto dove c’è di mezzo un melograno è probabilmente quello di Persefone”. “Non me lo ricordo… mi dici?”. “…niente, Persefone era stata rapita da Ade, e una volta agli inferi sarebbe dovuta restare lì perché la legge divina così voleva per chi come lei avesse mangiato dei chicchi di melograno in quel luogo. Nel frattempo sua madre, Demetra, impazzita dal dolore per la scomparsa della figlia, aveva praticamente smesso di far crescere qualsiasi cosa sulla terra: campi secchi, raccolti distrutti, carestie. Alla fine Zeus dovette intervenire e ordinare che Persefone le fosse restituita. Persefone era però ormai legata ad Ade per l’eternità perché aveva mangiato il melograno, il cibo dei morti; le fu tuttavia accordato di passare sei mesi all’anno con lui e i restanti sei con Demetra.

 

Insomma: è uno di quei miti cosmogonici con cui i Greci spiegavano le origini delle stagioni. Infatti, per loro, era autunno e inverno quando Persefone era agli inferi, mentre il periodo che lei passava sulla terra coincideva con la primavera e l’estate. ”.

 

Parlarono poi dei più vari argomenti, come sempre si parla tra familiari, fino a farlo per inerzia, quel tanto che basta per affermare la presenza, esprimerne una continuità. Fino a che però la madre gli chiese se l’indomani avrebbe potuto portare la gatta dal veterinario. “Non mangia… né va alla lettiera. Sta tutto il tempo a dormire”.

Mangiarono il melograno: difficile da aprire per chi non è avvezzo; una volta spaccato in due il frutto offre in chicchi la sua polpa. Una membrana rossastra, trasparente e traslucida, riflette morbidamente la luce che gli sta addosso come una coperta invisibile.

La madre prese una delle due metà del melograno e ne bevve il succo come si beve da una coppa, sembrava di assistere a uno strano rito, domestico e pagano. Il melograno ha un buon sapore, pensò. Anche se evitare di ingerire i chicchi può risultare fastidioso, qualora si scelga di mangiarli e se capita di masticarne uno, il loro gusto aspro contrasta in modo felice con il dolce della polpa. È un frutto originale, antico, come la vita nella semplicità profonda delle contrapposizioni elementari.

 

Una volta in macchina, coperto il trasportino con un piccolo lenzuolo bianco (per come gli era stato suggerito), si avviò verso il centro veterinario che si trovava non molto lontano da casa, vicino al mare. Era il primo pomeriggio di una luminosissima giornata di sole. La gatta non fece altro che piangere per l’intera durata del breve tragitto. Una volta arrivati al centro, in mancanza del solito medico di riferimento, la dott.ssa Tragicomma, chiese del medico Fozai, che in quel momento era proprio accanto all’impiegata dell’accoglienza e che lo accolse immediatamente con un “si accomodi” – pensare che si era portato varie letture per ingannare il tempo dell’attesa…

“Cosa ha la gatta?” La madre aveva preparato su sua richiesta un lungo audio WhatsApp da far sentire alla dott.ssa una volta lì, nel quale tutta la sintomatologia presente e pregressa di Loral veniva esposta dettagliatamente: l’ascoltò insieme al medico. Soprattutto, la madre chiedeva che si facesse un prelievo alla gatta per capire che cosa avesse di preciso, senza fare esami troppo invasivi o dispendiosi. La dott.ssa si era però accorta che la gatta durante il viaggio aveva rimesso dei croccantini all’interno del trasportino e si era opposta all’ipotesi di un prelievo, perché per ottenere risultati affidabili la gatta avrebbe dovuto essere digiuna da almeno 10 ore. “Procediamo invece con un’ecografia, mi deve aiutare a tenerla ferma”.

L’ecografia fu molto più lunga di quello che aveva immaginato: quando gli era capitato di subirla da paziente, si era sempre trattato di esami molto rapidi. Questa volta, invece, si trattò di un esame prolungato e tenere ferma Loral, se non era difficile nell’atto pratico, lo era invece perché la gatta si lamentava e ogni tanto cercava comunque di divincolarsi. “Sa, questa è una gatta molto amata in famiglia, noi abbiamo avuto fino a 10 gatti, oggi sono rimasti in 6. Lei è un po’ la principessa della casa”. A un certo punto, la compassione per l’animale prese il sopravvento e allentò la presa: Loral fuggì all’istante sotto allo scarno e asettico tavolo del veterinario. La Dott.ssa la riprese prontamente facendola rientrare nel trasportino, poggiato anch’esso sopra all’ampio banco di metallo. La grata d’ingresso, sulla parte anteriore della gabbietta è aperta, ma Loral non esce. “Ho brutte notizie, c’è una formazione neoplastica nell’intestino. Ho bisogno di vedere meglio – ancora un attimo – con l’ecografia. Devo esserne certa. La tenga col panno, come prima, non le fa niente; altrimenti chiamo qualcun altro e mi faccio aiutare”.

Ora erano in tre a tenerla, l’esame impiegò ancora dieci minuti buoni, che si aggiungevano agli altri venticinque del primo tentativo. “Confermo la diagnosi, mi dispiace”. “Visto quanto detto da sua madre e vista la situazione clinica dell’animale, pensare ad una cura che preveda anche un intervento chirurgico, non soltanto è dispendioso ma molto probabilmente anche inutile. Non farebbe che allungare la sofferenza dell’animale. Bisogna mettere al primo posto la sofferenza dell’animale, evitare che soffra”. “Quindi, cosa consiglia di fare? Quanto le resta”. “… poco! Pochissimo… qualche giorno, forse una settimana. Si potrebbe tentare con un palliativo, ma non è detto che risponda positivamente. Sarebbe forse il caso di valutare l’eutanasia.” “L’eutanasia? E quando!?”. “Subito… oggi!”. Trasalì, fece qualche passo all’indietro, le lacrime arrivarono agli occhi come un riflesso incondizionato, si voltò di scatto per prendere i fazzoletti nella tasca della giacca. Trattene le lacrime a fatica. “Cosa c’è? Si sente bene?”. “Si! Tutto bene!”, disse con un vocione il cui farsi grosso tradiva l’emotività che tentava goffamente di coprire. In quell’esatto momento però, la gatta, che era stata messa nuovamente dentro al trasportino, lo guardò. Quello sguardo attraverso le grate di plastica del trasportino fu un colpo di fucile, lo trafisse ben più profondamente delle parole appena udite. Era uno sguardo che pungeva per innocenza e purezza, sguardo fiducioso di bambina, che scoccava da due bellissimi occhi, con le pupille grandi, dilatate, scure e profonde. Indimenticabili. Ma c’era qualcosa di più: ero uno sguardo che non si sapeva spiegare, una sorta di sguardo d’intesa. Conteneva un che di enigmatico, una richiesta. Non la pretesa di un favore, ma il riconoscimento tacito di un punto fermo, di cui lui e la gatta in qualche modo erano a conoscenza. O almeno, la gatta sì, lui non ne aveva che un vago e oscuro sentore, o doveva averne un simile sentimento. A questo, a ricordargli quel qualcosa di essenziale serviva quello sguardo.

La dottoressa parlò nuovamente al telefono con la madre. Fece un’iniezione alla gatta. “È cortisone, dura per due settimane. Se risponde bene riprenderà a mangiare e tutto il resto”.

Prese il trasportino con Loral dentro, che subito tornò a lamentarsi miagolando ininterrottamente (non avrebbe smesso fino al ritorno a casa), pagò e si avvio verso la macchina. La dottoressa si era nel frattempo spostata in un’altra stanza dell’ambulatorio. La salutò dall’anticamera, ma non capì distintamente se avesse ricevuto una risposta. Una volta alla macchina, mentre sistemava nuovamente la gatta sul sedile, si sentì come fissato da qualcuno. Alzò gli occhi e vide la dottoressa che lo guardava dalla penombra dell’uscio della clinica, le indirizzò un gesto di saluto, ma non fu ricambiato. Pensò di aver frainteso, o che il tutto stesse divenendo in qualche modo stranamente inquietante. Che si trattasse di uno sguardo ostile, o addirittura predatorio? Che non stesse guardando lui? Ma lì fuori non c’era nessun altro…

Nei giorni seguenti la salute della gatta effettivamente migliorò: sebbene continuasse a dormire per la maggior parte del tempo, aveva almeno ripreso a mangiare. “Pensare di uscire da casa con lei e tornare senza mi avrebbe distrutto”. “Lo capisco…, no. Non l’avremmo permesso”.

Il suo breve soggiorno nella vecchia casa della madre giunse al termine. Fuori, via, verso la vita, gli impegni e tutto il resto di tutte quelle cose così importanti che riempiono di senso le giornate della gente che si prefigge nobili scopi e traguardi prestigiosi. Avrebbe dovuto compiere ancora altri viaggi prima di tornare nel posto in cui effettivamente risiedeva allora. In quel periodo, nei ritagli di tempo, rileggeva alcuni testi di un grande filosofo tedesco lungamente studiato, uno di quelli che davvero – si diceva – avevano visto e capito tutto, e con largo anticipo, finezza e dovizia di particolari rispetto a tanti altri pretenziosi pensatori. Aveva in particolare tra le mani un’edizione tascabile di un saggio di straordinaria fattezza e vi leggeva una riflessione sull’autorità che emana del morente. “Allo spirare della vita […] l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato”. Poche pagine prima aveva letto: “una volta non c’era casa, non c’era quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (Il Medioevo sentiva anche spazialmente ciò che, come sentimento del tempo, rende così significativa la scritta di una meridiana a Ibiza: Ultima multis). Mentre oggi, in vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità, e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed ospedali”. Questi passaggi gli avevano fatto ricordare un altro scritto dello stesso autore, uno scritto dal sapore proustiano, un tentativo in fondo di appropriarsi dell’esperienza per mezzo della memoria: “A dominare era un tipo di mobilio che a causa del capriccio con cui riuniva in sé gli ornamenti di molti secoli, era a tal punto compenetrato di sé stesso e della sua durata da non prevedere alcuna usura, alcuna vendita, alcun trasloco, restando sempre ugualmente prossimo e ugualmente lontano dalla propria fine, che pareva la fine di tutte le cose. La miseria non poteva trovare accoglienza in stanze in cui in fondo non ne otteneva nemmeno la morte. In esse non c’era posto per morire; perciò i loro inquilini morivano nei sanatori, mentre i mobili già alla prima successione ereditaria finivano in un negozio. La morte in essi non era prevista. Per questo di giorno apparivano così confortevoli e di notte diventavano lo scenario di sogni paurosi. Appena vi accedevo, la tromba delle scale risultava abitata da un incubo che prima appesantiva e toglieva forza a tutte le membra, e alla fine, quando dalla sospirata soglia mi separavano ormai solo pochi passi, mi prendeva in suo potere. Siffatti sogni furono il prezzo con cui mi guadagnai la sicurezza. La nonna non morì nel Blumeshof. Difronte a lei abitò per lungo tempo la madre di mio padre, che era più vecchia. Anche lei morì altrove. Così quella strada divenne per me l’eliso, il regno delle ombre di nonne immortali eppure defunte”. Anche i suoi nonni erano morti lontani da casa propria, pensò.

Finalmente fece ritorno nella sua abitazione (erano trascorse altre due settimane di viaggio da quando aveva lasciato la casa materna, con varie altre tappe intermedie). Lo attendeva un periodo di lavoro intenso. Un giorno, dopo pranzo, mentre lavava i piatti si accorse che il detersivo che stava utilizzando era alla fragranza del melograno. Che coincidenza bizzarra, non si era accorto di averlo comprato, ma doveva averlo fatto prima di intraprendere il suo viaggio.

Sentiva la madre più o meno regolarmente e le chiedeva come stesse la gatta. Loral, nel frattempo, era stata fatta visitare anche dalla Dott.ssa Tragicomma (la quale aveva a sua volta confermato la fatale diagnosi) e, dopo un miglioramento tale solo in apparenza, sembrava versare nuovamente su una brutta china.

 

Un venerdì pomeriggio, mentre era assorbito nel suo lavoro, riceve una chiamata della madre. Si trovava in quel momento da un altro veterinario: la gatta era troppo mal messa, la necrosi dei tessuti dovuta al suo male provocava un pesante cattivo odore nelle stanze in cui si trovava. Non mangiava, era agli sgoccioli. Aveva deciso di portarla in clinica veterinaria per, probabilmente, mettere la parola fine a questa storia.

È più facile per chi è distante pensare che una cosa sia giusta o meno quando non tocca a lui occuparsene. Fu forse questa parziale consapevolezza che indebolì il suo maldestro tentativo di evitare la soppressione di Loral, non che la madre ne fosse poi del tutto persuasa. Misero giù.

 

Passa una mezz’ora, forse di più. “È successo una specie di miracolo! Le hanno fatto una prima anestesia prima di procedere… la gatta si addormenta ma dopo poco si sveglia. Il medico ha provato una seconda volta. L’anestesia non le ha fatto niente! È proprio vero che l’uomo non decide nulla. Ho deciso di riportarla a casa”.

Suo fratello portava a casa dei piccoli mici. Si arrabbiava, opponeva resistenza, perché a suo giudizio il fratello prendeva l’iniziativa senza tenere conto degli altri. Confrontarsi con lui era difficile: gli doveva quasi urlare da dietro la porta socchiusa della stanza per farsi sentire. Quella stanza era in realtà la camera della sorella, dove il fratello dormiva di solito quando entrambi si trovavano a casa della madre. Il fratello aveva un atteggiamento sornione, come se si divertisse a vederlo arrabbiato, ma alla fine pareva capire.

A un certo punto decideva di far uscire uno di quei gatti, un piccolo micio arancione e bianco, nel giardino. Dalla porta-finestra vedeva passare prima un uccello, nel quale credeva di riconoscere un pavone, e poi una gatta dai colori straordinari — tra il beige, il verde e il viola, forse quelli del pavone o dell’anatra del Nilo — dal manto cangiante, quasi iridescente. Stava sdraiata al sole su mattonelle bianche, il pelo le luccicava.

Dopo, dovevano mettersi a tavola: avevano apparecchiato per tre. Ma proprio in quel momento qualcuno bussava, e cominciavano a entrare amici del fratello, spingendo tre passeggini con dei bambini. Lui pensava, infastidito, che il fratello avrebbe potuto almeno avvisare, visto che stavano per mangiare. In tutto ciò stava fumando e si chiedeva se fosse giusto farlo ora che c’erano i bimbi nel salone. Si avvicinava alla finestra, indeciso se buttare la sigaretta o tenerla, perché, in fondo, era casa sua e non era stato informato dell’arrivo di tutti quegli ospiti.

Salutava una delle amiche del fratello, una donna mai vista prima, mentre gli altri prendevano posto sul divano. La sorella, invece, non compariva nel sogno, anche se la sua presenza per così dire aleggiava, era in qualche modo una presenza atmosferica. In uno di quegli stati di semicoscienza che precedono il risveglio si ricordò che la sera precedente aveva parlato a lungo con lei al telefono.

Passò ancora un giorno, “la gatta sta male, si è messa sotto al mobile, quello che era della zia, poi si è spostata. Gli altri gatti la evitano”. “Che dobbiamo fare, aspettiamo?”. “Che altro possiamo fare…”. “È stata una gatta molto amata, ben voluta, parte della famiglia. Dormiva sempre all’altezza del mio cuscino, praticamente attaccata alla mia testa…” “Sei ancora fuori?”. “Sì, ero tornata, poi sono uscita nuovamente. Ora sto rientrando una seconda volta…”.

Venti minuti dopo, un’altra telefonata: rispose a sua sorella accendendo la modalità video dello smartphone. “Loral è andata…”. Parlano di lei, vedono vecchie foto, la gatta aveva vissuto con loro 15 anni o forse più. L’amore degli animali, si sa, è incondizionato… Si dice che i gatti e in generale gli animali domestici talvolta si ammalino al posto nostro, che ci schermino dal male, che tacitamente si sacrifichino per noi.

“Ora che fai ma’?”. “Domani vado a casa a Torre alta”. “La seppellisci lì?”. “Seppellirla lì? No, l’ho già fatta cremare…”. “Ho capito. Quando mi hai detto che si era spostata, non ho capito invece dov’è che si è andata a mettere poi”. “Sotto alla mia libreria”. “Ah lì, dove ci sono i tuoi classici greci e latini?”. “No, i classici sono nell’altra, in quell’accanto”.

 

 

 

I poeti appartati: Deborah De Rosa

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Tre poesie

di

Deborah De Rosa

 

Pelle umana

Disperato tentativo
d’evitare il deserto, da quando hai scoperto
che somiglia a me. Credevi di no
e hai creduto male. È la pelle umana
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati
meglio, non potevamo fare peggio.

Di ciò che vomiti dentro e non gridi
al di fuori ne patisce assai più
la gola. Si consuma il fiato e poi collassa
un pensiero in petto. Tutti gli organi, sai,
sperano la vita. Ma è solo pelle umana
e fa paura il peccato, il rimorso
del poi: sapersi l’anima
e scoprirla morta.

*

 

Taranta

Nel giardino di Dio ogni donna è la benvenuta
purché la sua carne non sia malata e convulsa.
Tant’era grave il suo tormento
che per guarirla dal morso la madre chiamò l’orchestra in casa.
La stanza sputava l’afa e s’era fatta piccola
perché la sciagura era diventata degli altri
e lei danzava scalza con otto piedi per sudare via la bestia dal corpo.
Per giorni si mangiava solo l’aria breve dei tamburelli
e il cuoio della suola stanca che assillava sempre lo stesso ritmo.
Diventava l’ossessione di tutti
e s’ammalavano a guardare la croce di legno, pregando che lei guarisse.
La supplica s’espandeva a macchia d’olio
nel recinto umano del rito. Si piangeva tutti
sulla polvere mossa
ché il dolore convulso è maligno, ma è pure un bisogno.

Se lo scacci, lui torna.
Se l’ammazzi, rivive ed è santo.
Se non ce l’hai, t’ammali dentro di vaiolo.

La disgraziata era caduta, ma ancora spasimava
e strisciava singhiozzi e sudore in terra.

Aveva mai chiesto d’entrare nel giardino di Dio?

*

 

Al Sole, sai,

non importa nulla del mare della sera

che mi allaga le ciglia.

 

È al Sole che tu assomigli.

Da Nera e amara (Edizioni Dialoghi, 2025)

*

 

 

La cultura offesa

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La conversazione

di

Francesco Forlani e Ciro Marino

su Fanpage Antonio Musella scrive:
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d’Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l’utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest’anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l’ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d’Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all’associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di “aver parlato male” di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d’Arco e non voler avere più nulla a che fare con l’amministrazione comunale.
“O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival”

Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?

Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d’Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall’assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell’amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.

Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità Leggimi forte, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell’uscita del mio “Parigi”. Nell’immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:

Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.

Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L’assessore alla cultura del comune di Pomigliano d’Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.

Si tratta di un’amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall’intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell’appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d’Italia, passando per la Lega e Forza Italia.
Quanto all’eredità degli Zezi — ma ci metterei anche ‘A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.
A Pomigliano non c’è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c’era soltanto il FLIP. C’è Sguardi Ostinati, una rassegna di cinema d’autore preziosa; c’è Camera Film; c’è il festival teatrale I nostri miti; c’è Itaca – Colonia Creativa e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.
Anche il Pomigliano Jazz, prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.
Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un’altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l’attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.

Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?

La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all’idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.
E poi c’è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.

 

Nuda

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di Laura Mancini

La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. Guardami pure, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. Ma io sono anziana e tu no. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.

Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.

Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, disinfestato, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.

A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.

Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.

Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.

Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.

Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! E invece c’erano solo quei mostri, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.

Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.

Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella, considera senza amore. E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?

L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.

Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.

Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, nuda, pensa la signora Russo. Nuda, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.

Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza

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di Marco Beltrame

Vita e teatro

Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.

«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto enfant prodige ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel padre e maestro a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]

Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo L’innocenza (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».

Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.

“Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.” [4]

Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con Invettive e licenze (Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con Lettere da Sodoma (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].

Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie Il pubblico della poesia (Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e La parola innamorata (Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.

Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova Morte di Pasolini, Mondadori, 1981, e Il poeta assassinato, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.

“Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.” [8]

L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla performance, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.

È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.

A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di Testamento di sangue (Garzanti, 1992):

“La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.” [9]

Il corpus teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa Apologia di reato, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con Morte funesta (1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali Donna malata (1987) e Turbamento (1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, Salomè (1991), Testamento di sangue (1992) e L’ordalia della croce (1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.

Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.

Già in Apologia di reato il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de L’ordalia della croce, fino alla figura dolente del Poeta di Morte funesta e Testamento di sangue, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].

La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.

 

Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza

Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume Apologia di teatro (Pellicanolibri, 1985), Salomè (LIBRiA, 1991), Testamento di sangue (Garzanti, 1992) e Donna malata (Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (Morte funesta, 1979; L’ordalia della croce, 1994; Turbamento, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.

Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero corpus drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.

Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo Apologia di reato.

Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma Morte funesta è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo Testamento di sangue. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.

È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, L’ordalia della croce (1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.

Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, Donna malata (1975, 1987) e Turbamento (1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.

Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.

 

Struttura del volume

La monografia si articola in tre sezioni: la prima, Vita di poeta, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.

La seconda parte, Teatro, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma Apologia di reato, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta Gli scrittori e il teatro, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» Il Manifesto per un nuovo teatro; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di Morte funesta e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, e i due lavori non originali, Donna malata e Turbamento. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.

Chiude l’opera il capitolo Testimonianze in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.

 

 

Note

[1] B. Alberti, in M. Gregorini, Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.

[2] D. Bellezza, in M. Latella, «Io, Dario Bellezza, un vinto», in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.

[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, Io e Moravia, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.

[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo, disponibile online su poetidazione.it.

[5] D. Bellezza, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971, p. 103.

[6] Ivi, p. 74.

[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, Angelo o diavolo, comunque omosessuale, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.

[8] D. Bellezza, in G. Sica, Conversazione inedita con Dario Bellezza, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.

[9] S. Crespi, Deserti in Bellezza, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.

[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.

[11] D. Bellezza, L’ordalia della croce, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.

 

(foto di Dino Ignani)

 

 

 

 

La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale

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di Cesare Cherchi

Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto The Prestige almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con Interstellar: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.

Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di Tenet, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto Inception fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.

Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando Dunkirk c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.

Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, Memento e Insomnia) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.

Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’Odissea e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’Odissea non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.

Dialoghi. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di Occhi del Cuore), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.

Effetti visivi. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto Oppenheimer senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’Odissea non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.

Paura del fantastico. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’Odissea senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.

Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me. A quanto pare la Xenìa, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.

Il pio Ulisse. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona buona™ e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che vinca, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.

L’impero del bene. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.

The crime of a wasted life. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il Settimo Sigillo) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (The Northman). Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l’illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi che gli hanno fatto del male”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.

Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su Letterboxd, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero…

Il Libro

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Foto di Zakhar Vozhdaienko: https://www.pexels.com/it-it/foto/36878207/
Foto di Zakhar Vozhdaienko

di Silvano Panella

Il vento ha allontanato le nuvole. L’aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.

        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l’assoluta padronanza del luogo, l’idea di poter cingere, legare l’osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti…

Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l’aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L’autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un’opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L’adagio sul tavolo.

        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d’opulenza – carte da parati, cibi, regalie…

Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.

«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»

Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.

«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.

Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.

        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur…

«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L’autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L’orologio? Terrò anche quello. L’orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l’orologio sia rimasto in sospeso, l’oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»

Demetra annuisce.

«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l’orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»

Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l’abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.

«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell’autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d’addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell’attenzione», dico, e lascio l’ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.

Di VitaVera

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di Danilo Tumminello

 

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

 

Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.

Papà dice che questa breve esposizione non rovina la nostra capacità di concentrazione. Che lo dice MedicinaVera. E noi ci crediamo. Non potremmo fare altrimenti.

Le stanze al piano superiore sono disposte a cerchio. Una stanza è quella di Papà. Poi ci sono quella di Alma, quella di Victoria e la mia.

Papà le ha volute così. In modo che il dubbio che ci stia monitorando dallo spioncino ci faccia stare concentrate. Ce lo ha detto lui. Lui ci dice tutto. E noi questo lo apprezziamo.

La cucina è al piano di sotto, insieme al bagno, la sala lettura, la serra e la stanza chiusa. Quella che noi chiamiamo così.

In quindici minuti, dobbiamo leggere e comprendere le pagine a noi assegnate.

Papà sceglie una di noi tre per poi fare la verifica. Ogni sera. La verifica non va mai male. Solo a volte. Ma di questo preferirei non parlare.

Per rendere più giuste le operazioni noi aspettiamo al centro della stanza. Quando Papà suona la campana, saliamo le scalette del letto. Dobbiamo sempre partire col piede sinistro. Papà preferisce così.

Spero tanto che stasera la verifica tocchi a me.

E che Alma non faccia una delle sue solite cose. Le pareti delle stanze sono sottili e si sente tutto. E lei lo sa.

“In un’era in cui le nostre proprietà sinaptiche sono messe a repentaglio da un flusso continuo di informazioni e dispositivi che assalgono la nostra mente, allenare la memoria e la capacità di concentrarsi, è l’unica via per emergere dal Sistema mendace e vivere di VitaVera.”

Lo dico tutto d’un fiato e comunico i concetti in modo che si senta che li ho fatti miei.

Papà mi osserva. Si tocca la barba. Aspira una boccata dalla sigaretta al mirtillo. Mi piace sentirne l’odore. Mi piace inalarne il vapore. Mi piace vedere Papà provarne gusto.

Il tablet è adesso spento e dentro il cassetto dove deve stare. Siamo seduti una davanti l’altro, sulle sedie di legno in mezzo la stanza, come sempre per le verifiche. Io tengo le mani sulle ginocchia come quando meditiamo.

“Dimmi che ne pensi”, dice Papà con la sua voce profonda.

Rispondo subito perché non voglio dare l’impressione di titubare.

“Secondo me”, dico, “questo enunciato è importante perché rispecchia un nostro bisogno primario. Nostro degli esseri umani, nostro in quanto esseri pensanti e razionali. Senza memoria non può esistere coscienza e sviluppo, progresso e…”

Papà alza una mano per interrompermi e io mi fermo all’istante.

Mi guarda fisso, da sotto gli occhiali quadrati sento i suoi occhi che mi studiano.

“Sembri finta”, dice secco.

Tiene le gambe accavallate, così chiuse che sembrano prendere il volume di una sola. Appoggia il gomito sulle ginocchia e la mano sotto il mento con le dita che si pizzicano ancora la barba.

Devo guardarlo negli occhi, non posso abbassare lo sguardo come si fa quando si guarda uno schermo, ma vorrei tanto farlo.

Cerco quantomeno di avere l’espressione neutra che piace a lui, non quella di sfida che ha sempre Alma, ma quella mia, attenta e ricettiva che lui ama tanto.

Ha detto che sembro ‘falsa’ e mi fa male. Non so se dire qualcosa.

Lui resta fermo a guardarmi. Poi fa un leggero cenno con la mano, come a dire ‘Vai’ o ‘Tocca a te’ o ‘Vediamo che sai fare’.

Comunque sia, vuol dire che devo parlare. Cercando di essere meno falsa, certo.

“I dispositivi digitali causano dipendenza e ci hanno messo alle strette in senso evolutivo…”, dico.

“In che senso evolutivo?” mi incalza lui.

Sento le tempie pulsare. Mi focalizzo sul respiro.

“In senso Darwiniano, certo. Perché come il grande studioso inglese sosteneva…”

“Lo so cosa sostiene Darwin”, mi interrompe. “Voglio sapere cosa sostieni tu.”

Non mi do il tempo di pensarci troppo e parlo.

“Io penso che sia, che sia…” la mia voce ha un sussulto di pianto ma lo butto giù. “Chiedo scusa”, dico veloce. “Penso che sia giusto non utilizzare i tablet o i telefoni insomma, perché non va bene, perché fanno male alla memoria.”

Papà alza di nuovo il braccio. Poi lo lascia cadere sulle gambe. Mi guarda. Leggo la delusione nei suoi occhi.

“Perché non va bene? È questa la tua argomentazione?” dice.

“Non so cosa pensare, Vera. Anche tu, adesso? Usi un linguaggio basico e rozzo. Quando adotti un lessico più forbito non lo senti tuo, non lo sai argomentare.”

Si alza, armeggia con la sigaretta e non mi guarda, ma vorrei tanto che lo facesse.

“Devi alzare i tuoi standard e la tua capacità di analisi”, dice. “ Così non va bene, così non evolvi. Così sei come loro.”

Si volta a darmi le spalle. “Non aggiungo nient’altro”, dice a va verso la porta.

Resto ferma, come se avessi un masso sulle spalle che mi spinge a terra. Conto i respiri. Vorrei dire qualcosa ma so che non posso e Papà ha ragione. Devo alzare i miei standard. E so che devo capirlo io come. ‘Il percorso di arrivo e di interpretazione è esso stesso il traguardo’, mi dico.

Lo stesso però vorrei chiedergli di darmi una possibilità in più. E vorrei che si fermasse sulla soglia e mi dicesse che sono la sua preferita.

Ma non lo fa, non si ferma e chiude la porta dietro di sé, portandosi via la delusione come un mantello sulle spalle.

Quando va via sembra che sia finito l’ossigeno nella stanza. Sto ferma sulla sedia come devo. Conto i miei respiri, cerco di non piangere.

Adesso posso solo aspettare.

Guardo fuori dalla finestra senza muovere la testa, solo con gli occhi perché Papà potrebbe essere dall’altra parte della porta ad osservarmi.

Fuori dai vetri, le miliardi di stelle che mi guardano nel buio denso del bosco mi danno consolazione. Mi danno prospettiva. Della mia piccolezza, della piccolezza di questo momento nella vita dell’universo, del fatto che supererò tutto, lo so. Che evolverò.

Il campanello suona due volte come quando la verifica va male. Ma me lo aspettavo, me lo sono meritato. Alma e Victoria possono andare a letto. Io no.

Dopo un po’ sento bussare, mi irrigidisco pensando sia Papà.

Poi capisco che è Alma, che mi sta provocando come sempre dall’altra parte della parete.

“La stanza chiusa”, la sento sussurrare dietro il muro, piano in modo che solo io possa sentirlo.

“Andiamoci, stanotte”, dice ancora.

Resto immobile.

So cosa ha in mente ma non voglio pensarci. Ho ben altro a cui dedicare la mia attenzione.

Respiro. Il pensiero va osservato e lasciato andare e io cerco di farlo.

Io non sono i miei pensieri, mi dico, io sono molto di più. Io sono la migliore. Io non sono Alma. Io non sono ‘sbagliata’ come le dice sempre Papà. Ed è vero quello che dice Victoria cercando di giustificarla, da quando Lei è andata via Alma non è più la stessa.

Ma di questo preferirei non parlare.

Il rumore di tocchi sul vetro è sottile ma preciso. Apro gli occhi, guardo la finestra e un brivido mi paralizza, Alma è là. Fuori, al freddo, in pigiama. Vedo solo la sua sagoma nel buio che mi dice di avvicinarmi.

Guardo la porta e spero ancora che Papà non ci stia guardando dallo spioncino.

Cerco di stringere gli occhi per comunicare in qualche modo ad Alma di smetterla, di andare via, di non farsi beccare un’altra volta. La scorsa volta è stato terribile e anche Victoria ne ha pagato le conseguenze.

‘Il pensiero basta osservarlo e farlo passare’ mi ripeto. Riesco a concentrarmi sul respiro ma dura poco perché Alma batte ancora alla finestra e mi dice di avvicinarmi.

Guardo lo spioncino, poi la finestra. Alma è là che gesticola.

Papà avrà le sue buone ragioni per precluderci la stanza chiusa ma lei non lo accetta. La sua è una pazzia.

Come pure quello che inventa sui rumori che sente arrivare dal piano di sotto, e quello che dice su Papà, le cose terribili di cui lo accusa.

Alma tenta ancora di chiamarmi. Si avvicina al vetro.

“È stato lui”, dice. “Ti faccio vedere. Andiamo.”

Cancello la sua voce, la sua presenza, i pensieri e i dubbi che innesca in me. Chiudo gli occhi e decido di non aprirli più con la speranza che desista e mi lasci in pace.

E sembra funzionare, perché sento ancora bussare qualche altra volta, e poi niente. Sbircio la finestra e lei non c’è più.

Sarà andata a letto, penso. Allora mi rilasso, lascio scorrere il tempo. Mi concentro di nuovo su di me. Sul miglioramento che devo fare.

Ripenso alla verifica, mi dico che Papà forse era solo nervoso. Poverino con tutto quello che ha da fare, da solo, senza un aiuto. Senza di Lei.

Perché Papà non se lo meritava. E neanche noi.

Lei era importante per noi e noi lo eravamo per lei. Me lo diceva sempre, a letto quando avevo paura e stavo attaccata al suo ciondolo verde di pietra liscia fino a quando non mi addormentavo.

Sento la nostalgia afferrarmi la gola. Scuoto la testa, per mandarla via. Sento anche un dubbio farmi tremare. Il dubbio terribile che in fondo Alma abbia ragione.

Ma qualunque sia la verità non serve a niente ormai, mi dico. Chiudo gli occhi, butto in fondo ogni pensiero negativo, ogni cosa del passato. Ritorno al respiro.

Poi, improvviso e brutale, un grido spezza il silenzio. È così forte che mi fa sobbalzare sulla sedia. È Papà a gridare, è una furia. Sento poi Alma urlargli contro e correre e piangere. Sento vetri che si rompono e ancora grida e tonfi secchi sul legno.

Tutto è ovattato dalle pareti ma mi arriva dentro denso come un pugno.

Non mi muovo, sono paralizzata.

Qualcuno bussa alla mia porta. La apre. Victoria mi guarda impaurita. Le osservo la mano fasciata. Butto giù il senso di colpa.

“Che facciamo?” mi chiede.

“Non lo so”, rispondo.

Mi guarda in cerca di conferme, quelle che solitamente ha una sorella maggiore. Ma io non so che fare, vorrei soltanto che tutto tornasse normale. Pacifico e normale.

I rumori continuano ad arrivare dal piano di sotto ed è difficile ignorarli. Ma poi, d’improvviso, tutto si placa e il silenzio ricopre di nuovo Victoria e me come una valanga che sfida la gravità, per salire da sotto fino ad arrivare a noi e travolgerci.

Vengo assorbita dalla paura, risucchiata quasi dentro il mio stesso corpo.

Penso allora a Mamma e la sua voce dolce e limpida risuona in me da qualche parte della mia memoria, posso sentire i suoi capelli lunghi che mi cadono addosso ad accarezzarmi assieme alle sue mani, posso respirare il suo collo profumato di miele.

“Ti senti meglio?” mi chiedeva quando smettevo di piangere e mi ritrovavo le dita appese al suo ciondolo. E mi sentivo forte e leggera e protetta. E sapevo che Mamma era là per proteggermi. A proteggermi quando Lui si arrabbiava, quando non facevamo come voleva. Mamma c’era. A proteggere noi sorelle. Proteggere Vera, Victoria e Alma.

Proteggerci.

Guardo Victoria, ferma sulla porta. Lei nota che le sto osservando la mano bendata. Mi dice ‘Non ti preoccupare’ senza dirmelo.

Allora faccio leva sulle ginocchia e mi alzo e mi sembra di lasciare sul legno della sedia un pezzo di me, la voglia di credere a tutto, la paura di affrontare la verità.

“Andiamo”, dico poi senza più pensare, come se non fossi io a dirlo, ma Mamma.

Prendo la mano di Victoria, usciamo dalla stanza e cominciamo a scendere le scale. Piano. Uno, due, tre, diciassette scalini.

Quando tocchiamo il pavimento del piano di sotto il caos si spalanca davanti a noi. Il mobili a soqquadro, i bicchieri e i vasi rotti stonano con l’ordine maniacale a cui siamo abituate.

In fondo, la stanza chiusa ha la porta spalancata. Victoria stringe la mia mano.

La guardo.

Sono io Mamma adesso.

“Andiamo”, dico ancora. E lei mi segue.

I nostri passi ci portano uno dopo l’altro, all’unisono, verso l’uscio di quella porzione di mondo a noi solitamente preclusa.

Quando siamo sulla soglia della stanza ci fermiamo. Un odore rancido di chiuso ma anche dolce di miele ci arriva addosso.

E noi, quasi ad occhi chiusi facciamo un altro passo.

Quel che ho imparato quest’estate finora

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di Massimo Palma

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Viaggio abbastanza spesso. Da giugno da quando è cominciata l’estate mi è capitato di soggiornare a Genova, a Salerno, in un’isola tirrenica, a Siena. Ovunque ho incontrato gente che parlava ebraico – credo di poter dire che in ciascuno di questi casi fossero cittadini israeliani. Mi sono sorpreso a sentirmi imbarazzato – negli ascensori degli hotel, nei negozi. A chiedermi come si sentano. E a ripetermi ogni volta non so, la risposta è non lo so non lo puoi dire certo tu. Erano sereni, all’apparenza sereni, in vacanza quindi gioviali. Contenti. Ho visto una coppia bere vino a bordo piscina.

Come ci si sente a essere cittadini di uno Stato che sta compiendo un genocidio, che attua politiche di apartheid, che continua a occupare territori a danno di comunità esistenti? Non lo so. Se non sei tu a farlo, perché dovresti sentirti colpevole, responsabile? Esiste qualcosa come la “corresponsabilità civica”, la “responsabilità politica oggettiva”? Molto difficile fare discorsi sensati al riguardo, se non si intavolano discussioni caso per caso, lunghe. Tutto resta un’ipotesi, un sentimento.

Anche le tante ricerche sugli anni Trenta non aiutano. Sappiamo che già allora il turismo esisteva, si praticava nelle classi alte. E italiani e tedeschi, pure i soldati in licenza, andavano liberamente in giro a curiosare in altri Stati nel 1936, nel 1937, nel 1938 – fino al settembre 1939.

Come ci si sente? Non lo so. Spero facciano tutti parte di associazioni della società civile che si oppone. Una minoranza non rappresentata in Parlamento. Magari è così o magari no: se non vai in guerra che ne sai dell’annientamento.

Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada mentre l’aria condizionata degli esercizi commerciali combatte col caldo asfissiante dell’esterno.

Parlo da solo spesso. Anche tu fai parte di uno Stato formalmente di diritto in cui vige uno scudo penale se due poliziotti soffocano a terra una persona che sta male che lo grida e alla fine questa persona resta a terra uccisa.

A Roma prendo l’autobus abbastanza spesso. A fine giugno l’ho preso e avevo accanto a me due ragazzi, due maturandi – parlavano di come affrontare la preparazione per l’esame orale. Di un video da vedere sulla seconda guerra mondiale, di cui non si capiva granché. Perché era troppo breve, e invece la faccenda era più complessa. A un certo punto i ragazzi si sono distratti perché hanno visto degli amici. Hanno gridato “ma guarda sti froci, ma guarda sti ebrei”, due, tre volte, ridendo. Ho chiesto loro se riuscivano a capire che linguaggio stavano usando. Uno si è girato dall’altra parte, forse intimidito forse ridendo – non lo so. L’altro mi ha detto: lo dicevo agli amici, loro non si offendono. E poi ha aggiunto che se mi ero sentito offeso si scusava. Forse ero frocio forse ero ebreo.

Mi capita di andare in campeggio. Quest’anno appena arrivato ho incontrato un gruppo di ragazzi di Roma, di una scuola del centro. Mentre uno si faceva la doccia urlava “non fare l’ebreo” all’altro. Rideva moltissimo, l’ha ripetuto una decina di volte mentre l’acqua scorreva.

Sento molto spesso caldo, a volte caldissimo. Vorrei andare più a nord, dove fa più fresco, vorrei non accendere l’aria condizionata, non sudare non fetere non sentirmi svenire.

Sogno di muovermi verso nord.

Sento però spesso parlare di migrazione come crimine. Se ti sposti da un paese dove per esempio fa molto caldo e non c’è libertà politica ma lo fai senza molti soldi da spendere è probabile che tu sia un criminale. Così dicono molti per strada e molti account.

Mi sembra di capire che oggi se uccidi una persona che ha un cognome che non sai ripetere subito non è proprio come avere ucciso una persona. Se per esempio capita di uccidere uno che ha un cognome che per brevità diremo islamico forse non è davvero una persona.

Però sento di colleghi che vanno in Arabia Saudita perché lì si tengono convegni, e a volte capita di incontrare durante questi eventi strani soggetti sostenitori di Trump, israeliani ricchissimi con doppia cittadinanza che stanno proprio là a fare lobbying o a dire cose mentre ne intendono altre che è meglio non dire. Sento di gente che conoscevo da piccola che ora è negli Emirati Arabi a vivere, vengono filmati quando stanno per strada ogni momento e pure loro hanno filmato qualche drone militare che cadeva.

Invece mentre durante i mondiali vedevo Inghilterra Argentina al pub quattro cinquantenni romani che parlavano forte e chissà perché chiamavano Stuart Pearce camerata dicevano di prenotare Dubai a questo prezzo perché era imbattibile.

Quando capita di avere a che fare con quei paesi molte cose diventano imbattibili. Per esempio gli sponsor. Le squadre di calcio europee per esempio si dividono le sponsorizzazioni tra Qatar Airways e Emirates. Non le batte nessuno. Quindi tutti i bambini i ragazzi i maschi adulti a volte pure qualche donna si comprano le magliette vere o false delle squadre e portano sul petto una scritta che dice quali paesi islamici ci piacciono davvero, anche se le condizioni di lavoro nell’edilizia lì meglio non dirle anche se sui diritti meglio non sapere.

Tra l’altro nessuno di questi paesi che sono dell’area ha detto nulla vedendo l’evidenza di un genocidio in corso. Neanche i calciatori che hanno questi sponsor molto ricchi che magari giocano in questi campionati dicono nulla. In tre anni nessuno che rincorre una palla e guadagna molti moltissimi soldi ha parlato. Forse hanno paura di dire cose che magari offendono qualcuno. O forse non parlano perché non sono state uccise davvero persone, decine di migliaia di persone, ma altre specie viventi che non contano tanto.

Non tutti gli arabi non sono persone: quelli che hanno soldi sono persone.

Mi capita di girare a piedi per Roma. Vedo molto spesso gente migrata che dorme per strada e non lo vorrebbe. Leggo di gente che viene sfrattata di continuo. Ci sono dei fondi finanziari legati ai costruttori a Roma che vogliono far sgomberare le occupazioni abitative: d’estate è più facile, d’estate basta una scusa un pretesto è meno facile avere solidarietà.

Al supermercato compro pomodori ciliegini avvolti in plastica e li pago 1,79 euro per 500 grammi. Li raccolgono gli immigrati nelle campagne. Di loro non si sa niente. A volte muoiono di caldo nei campi. A volte vengono bruciati vivi in un furgone come ad Amendolara il primo giugno, perché hanno chiesto un salario. Però io i pomodori li pago poco. Sul perché vige un precetto di stare zitti che in pratica rispettano tutti e pure io.

In queste ore si parla di invasione dell’Europa perché dei marocchini che ormai è tornato a essere un insulto hanno sfondato le reti tra Marocco e Spagna in NordAfrica. Alcuni qualche decina di invasori muoiono in mare mentre invadono – degli invasi non muore nessuno.

Qualche giorno fa Netanyahu è passato sopra i cieli italiani. Da quando è stato riconosciuto criminale dalla corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto il governo del mio paese gli permette sempre il transito. Lo fa ogni volta. Chi commette crimini contro l’umanità deve potersi muovere come si muovono i soldi. Tutti i soldi nascono liberi e uguali e devono potersi muovere liberamente.

Questo è ciò che ho imparato quest’estate finora

 

*

Immagine: Andrea Inglese, Morvan, estate 2023.

L’ombra del fratello argentino

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di Nicola Fanizza

Giovanni aveva finito di raccogliere le ramaglie nel podere dei suoi genitori, che si trovava in contrada «Ponticelli», a meno di trecento metri dal mare. Il suo lavoro, però, non era terminato: suo padre, infatti, gli aveva dato anche la consegna di bruciarle. Si recò pertanto nella casina di campagna, sicuro di trovare sul vecchio camino gli opportuni fiammiferi. Cominciò a cercarli nei posti più impensati e persino negli anfratti. Spostò infine, un pezzo di pietra intonacata e vide sbucare una busta. Si trattava di una missiva indirizzata a suo padre, presso un recapito diverso dal loro domicilio.

La busta conteneva una lettera e una fotografia formato tessera, in cui era raffigurato un ragazzo che aveva poco meno di vent’anni. Quando finalmente cominciò a leggere la lettera fu subito colpito dalle prime parole: «Caro papà». Il mittente scriveva da Buenos Aires, dove asseriva di aver trovato lavoro come fabbro. Diceva che era felice, poiché si era fidanzato con la figlia del proprietario dell’officina in cui lavorava; lo ringraziava per aver reso possibile il suo trasferimento in Argentina. La lettera, infine, terminava con «Un abbraccio. Vincenzo».

Giovanni non riusciva a crederci. Suo padre aveva dunque un altro figlio, un figlio che era nato fuori dal matrimonio con sua madre. Ma chi era questo Vincenzo? Chi era sua madre? La lettera lo aveva sconvolto a tal punto da non poter addormentarsi per diverse notti.

Giovanni, allora, aveva appena sedici anni. Non sapeva a chi chiedere, non sapeva con chi poteva parlarne. La prossimità distanziante che da sempre caratterizza le relazioni fra fratelli e sorelle, gli precludeva la possibilità di parlarne con Rosa e Laura, le sue sorelle maggiori. Né poteva parlarne con sua madre Teresa. Ne era a conoscenza? Come l’avrebbe presa?

Rimaneva suo fratello. Ma Mario allora aveva appena otto anni, non aveva l’età giusta per ricevere una rivelazione che poteva sconvolgerlo.

Giovanni rifletteva prima di agire, era uno che ponderava le sue azioni. Sapeva che sarebbe stato poco opportuno discutere in famiglia in merito all’esistenza di un loro fratellastro. Un argomento su cui di solito si stende un velo di silenzio. E quello non gli sembrava il momento opportuno per parlarne.

Aveva ragione da vendere. Alcune cose – dicono i saggi – non vanno subito  dette a quelli che sono a noi vicini. Vanno dette solo a tempo debito. Ma chi ci dice che è arrivato quel tempo? Forse, quando fa il meno male possibile!

Giovanni era il più grande dei figli maschi, era forte come una quercia, ma soprattutto aveva le doti del combattente. Era freddo, non si lasciava mai tradire dalle emozioni e, nei momenti critici, non perdeva mai il controllo di se stesso.

Dopo aver terminato gli studi ginnasiali, fu costretto a lavorare in campagna, surrogando così in parte il ruolo che doveva spettare a suo padre Vitantonio. Quest’ultimo era aperto e disinibito, era in possesso di una vivida intelligenza. Era  ironico, ma di un’ironia che nell’intimo esprimeva il senso acuto di una tendenza alla riflessione. Ponderava i suoi giudizi e soprattutto aveva una spiccata curiosità. Era attento a tutto ciò che metteva in moto il suo cervello.

Poco prima che terminasse la quinta elementare, il direttore didattico era venuto a sapere che Vitantonio non avrebbe continuato gli studi. Il suo maestro gli aveva detto che Giovanni aveva delle buone doti di studio. Da qui l’incontro con suo padre. Il nonno di Giovanni, però, fu irremovibile. Disse al direttore che aveva un solo figlio maschio e che non poteva fare a meno del suo aiuto nella gestione dei suoi poderi.

Vitantonio si orientava nello spazio e nel tempo: guardando il sole, individuava con precisione l’ora e persino i minuti; la conoscenza dei venti a sua volta gli dava la possibilità di prefigurare i mutamenti del tempo.

Qualcuno sosteneva che fosse anche un incantatore di serpenti. Lo chiamavano per catturarli, ogni qualvolta questi ultimi, nascosti nelle fascine, erano entrati nelle case dei contadini.

Avvertiva inoltre la presenza dell’acqua nel sottosuolo e pertanto veniva chiamato spesso dai contadini ogni qualvolta bisognava scavare un pozzo o localizzare una vena d’acqua. Veniva chiamato anche per dirimere le questioni di confine fra i poderi o questioni di altro genere.

La sua condizione di rampollo di una famiglia di contadini benestanti gli aveva garantito la bella vita: era stato affrancato dal lavoro nei campi; aveva avuto a disposizione un calesse; e andava spesso a caccia, con un fucile di precisione belga, che riportava, incisa fra le due canne, la scritta in oro zecchino: «Pour poudres blanches».

Godeva di ottima salute, eppure obbligava suo figlio, che aveva appena sedici anni, a farsi carico di incombenze che spettavano proprio a lui in quanto padre. Stava in campagna il meno tempo possibile: dava le consegne; poi, attraversava in lungo e in largo il fondo per rendersi conto dello stato delle colture; e, infine, se ne tornava nel Paese per far fronte – così diceva – alle sue incombenze istituzionali (era Presidente dell’ECA!).

Giovanni, viceversa, rimaneva a lavorare nei campi. Quando si trovava da solo nella casa di campagna in contrada «Ponticelli», riprendeva la lettera e, dopo averla riletta, rivolgeva il suo sguardo alla fotografia di Vincenzo. Cercava di cogliere nel volto del suo fratellastro i tratti di una possibile somiglianza con suo padre. Ritornava con la mente agli anni della sua infanzia, ma non ricordava di averlo mai incontrato.

L’ombra del fratello argentino cominciò ad abitare, stabilmente, nei suoi pensieri. E ogni qual volta la sua immagine gli ritornava in mente giurava a se stesso che un bel giorno sarebbe andato a trovarlo in Argentina. Una terra in cui era facile emigrare, ma da cui era anche difficile tornare. Il costo del biglietto per recarsi nella Terra dei fazzoletti* con la nave, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, rimase esorbitante. Da qui il detto dei migranti italiani: «L’Argentina è la terra del buon Gesù: si sa quando si parte, ma non si torna più!».

L’identità di suo fratello gli appariva come un enigma. La sua foto aveva per lui una valenza simbolica. Indicava per l’appunto una mancanza e, insieme, una promessa. Suggeriva l’esistenza di un corpo e di un’anima che, al momento, gli appariva distante e inafferrabile. Giovanni voleva sapere, era interessato alle vicende della sua vita. Voleva ricostruire la sua identità, voleva riannodare, attraverso il filo della memoria, il tessuto di un’esistenza che gli appariva vicina e, insieme, lontana. Chiedeva, pertanto, informazioni su di lui – conosceva il suo cognome – ai migranti che tornavano dall’Argentina. Nessuno degli interpellati, però, asseriva di averlo mai conosciuto.

La sua determinazione sortì qualche risultato alcuni mesi dopo, quando, casualmente, incontrò Filippo. Quest’ultimo era tornato da pochi giorni da Buenos Aires. Magro e scuro di carnagione, Filippo si guadagnava da vivere, facendo il caporale. Un «lavoro» che, comunque, non gli avrebbe consentito di pagarsi il viaggio in Argentina. Poteva andare nel Paese dei fazzoletti, grazie a suo fratello, il quale, essendo un dipendente della compagnia di bandiera argentina, aveva il diritto di disporre di alcuni biglietti gratuiti per i suoi familiari.

Filippo gli diede pochissime notizie sul conto di Vincenzo. Gli aveva detto di averlo conosciuto: abitava a Buenos Aires, ma non ricordava il suo indirizzo. Aggiunse anche che faceva il camionista, che aveva viaggiato con lui e che in quell’occasione il camion trasportava un carico di zucche ….

Con quei pochi accidenti, Filippo non era riuscito a rendere meno opaca la sua immagine. Si trattava di informazioni poco circostanziate, di situazioni che non gli consentivano di mettere a fuoco la sua identità.

Giovanni non riusciva a capire la sua reticenza. Riteneva che Filippo ne sapesse di più su Vincenzo. E tuttavia, per motivi che gli sfuggivano, non voleva parlarne.

Col passare del tempo l’interesse di Giovanni nei confronti del fratello argentino venne sempre più scemando. Gli veniva in mente solo quando sui giornali venivano riportate notizie in merito ai colpi di stato che di solito costellavano la vita politica dell’Argentina oppure quando in Tv, in occasione dei campionati mondiali di calcio, venivano trasmettesse le partite della nazionale biancoceleste.

Giovanni sentì parlare del suo fratello argentino solo dopo la morte dei suoi due genitori. Il giorno successivo alla morte di sua madre, avvenuta nell’agosto del 1996, ognuno dei fratelli e delle sorelle presenti asserì di essere venuto a conoscenza, in tempi e modi diversi, della sua esistenza.

Così Giovanni venne a sapere che verso la fine degli anni Venti, suo padre, dopo aver assolto il servizio militare, era tornato nel suo Paese. Qui aveva conosciuto Maria, una ragazza bellissima, che si guadagnava da vivere lavorando in campagna. Fra i due scoppiò la passione e ben presto Maria si trovò ad aspettare un bambino. Vitantonio manifestò, inizialmente, la sua volontà di sposarla, ma dovette fare i conti con l’ostilità dei suoi genitori.

Suo padre gli aveva detto che qualora avesse deciso di sposarsi con quella ragazza di ceto inferiore lo avrebbe diseredato. Per lui si trattava solo di un amore ancillare e in questo senso si sarebbe attivato per aiutare economicamente Maria.

Intanto, quest’ultima, nel settembre del 1930, aveva dato alla luce Vincenzo, il quale sin dai primi mesi aveva mostrato una salute cagionevole

Vitantonio visse allora un periodo di grande solitudine e, insieme, di grande inquietudine. Non sapeva cosa fare; non riusciva a decidere; era incapace di assumersi le sue responsabilità; viveva nell’attesa di un evento che sbloccasse la situazione e intanto l’ansia cresceva e lo prendeva alla gola.

Ciò che gli consentì di uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato fu un intervento di sua sorella Caterina. Quest’ultima informò l’arciprete in merito alla vicenda che vedeva coinvolto suo fratello e alla sua indecisione. Da qui la determinazione del monsignore di convocare Vitantonio presso la Chiesa matrice. L’arciprete, grazie alla sua autorevolezza, lo convinse ad assecondare la volontà di suo padre e a trovarsi, al più presto, una moglie degna della sua condizione sociale.

I suoi genitori presero la palla al balzo. Si rivolsero subito ai sensali, i quali a loro volta contattarono la famiglia di Teresa, una ragazza che viveva a Rutigliano. Quest’ultima fu messa al corrente del fatto che Vitantonio era già padre di un bambino e ciò nondimeno diede una risposta interlocutoria. Prima di dare il suo assenso, però, voleva conoscerlo.

All’incontro Vitantonio si presentò con il calesse e, grazie alla sua bella e forte presenza, fece breccia nel suo cuore.

Appena seppero del fidanzamento, i parenti di Maria si attivarono per scongiurare il matrimonio. Si recarono più volte con il piccolo Vincenzo a Rutigliano per minacciare Teresa e i suoi familiari. Tuttavia, visto che Teresa non aveva alcuna intenzione di rompere il fidanzamento, decisero di ricorrere ad altri mezzi. Si affidarono ai maghi e alle fattucchiere, dilapidando così in poco tempo i soldi – diecimila lire! – che avevano ricevuto dal padre di Vitantonio.

I maghi in un primo momento avevano assicurato che, grazie ai loro incantesimi e alle loro fatture, il fidanzamento sarebbe saltato. Così non fu. Il matrimonio fu infatti celebrato nella cattedrale di Rutigliano. Tuttavia, anche dopo la celebrazione, i maghi perseverarono nei loro intrighi e raggiri. E spillarono furbescamente altro denaro alla famiglia di Maria.

Intanto, ciò che è sempre inatteso, ciò che è irreparabile arrivò come un ospite trascinato dal vento invernale. La madre di Vincenzo morì nel 1936, a causa della tubercolosi.

Dopo quel tragico evento, Teresa avrebbe potuto anche accogliere il piccolo Vincenzo nella sua famiglia, ma non se l’era sentita – così aveva detto alle sue figlie maggiori – per i tanti dolori che le avevano arrecato i suoi parenti. Pertanto Vincenzo, che allora aveva appena sei anni, andò a vivere con una sua zia.

Vitantonio avvertiva l’obbligo nei confronti di Vincenzo, nutriva nei suoi confronti una tenerezza tormentosa. Pertanto, con l’assenso di sua moglie, continuò e a prendersi cura di suo figlio: lo aiutava per quanto gli fosse possibile.

Dopo alcuni anni, Vincenzo aveva manifestato l’intenzione di trasferirsi in Argentina anche perché voleva a sottrarsi alle pressioni di sua zia. Quest’ultima premeva su di lui affinché si unisse in matrimonio con la cugina, ossia con sua figlia. Vincenzo nutriva affetto nei suoi confronti, ma il suo era un affetto che di solito si nutre per le sorelle.

Da qui la sua decisione di cambiare aria. Si rivolse pertanto a suo padre, il quale fu lieto di aiutarlo a partire, facendosi carico del costo del viaggio.

Questi erano i tasselli che riguardavano la vita di Vincenzo fino alla sua partenza per l’Argentina. Per quel che riguardava il periodo successivo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sapevano nulla in merito alla sua vita. Non sapevano che lavoro faceva, se si era sposato, se aveva dei figli.

Nessuno di loro poteva immaginare, tuttavia, che in un tempo a venire, dopo più cinquant’anni, Vincenzo potesse tornare nel Paese che lo aveva visto nascere.

Nella tarda estate del 2006, verso l’imbrunire, Giovanni era seduto al tavolino di un bar sul lungomare e stava osservando il tramonto del sole, quando improvvisamente fu stupito dal lento intenerirsi del cielo. I riflessi della luce color verde-oro sull’acqua lo avevano costretto a chiudere per alcuni istanti i suoi occhi. Quando li riaprì, vide davanti a sé un uomo avanti negli anni, che somigliava vagamente a suo padre …!

 

* I migranti italiani chiamavano l’Argentina Terra dei fazzoletti, poiché gli abitanti del quel Paese erano soliti indossare un fazzoletto intorno al collo.

L’inclusione che esclude. Il paradosso normativo del “politicamente corretto”

1

di Omar Bellicini

Ogni epoca produce il proprio lessico. Le parole, specie quelle di recente introduzione o viceversa quelle abbandonate, sono mezzi attraverso i quali una società stabilisce ciò che è dicibile, ciò che è interessante, ciò che viene considerato opportuno. Il «politicamente corretto» — definizione contemporanea di un fenomeno antico quanto gli esseri umani — si sviluppa in questa dinamica, talvolta spontanea, talvolta guidata, ma sempre morale. La sua manifestazione più recente non nasce come forma di oppressione, ma come tentativo di correggere un’asimmetria storica: lo scopo è rendere visibili categorie di persone e individui che il linguaggio comune aveva relegato ai margini, spesso trasformando la frequenza statistica in criterio implicito di normalità, quindi di superiorità.
La lezione proveniente dagli studi dell’Otto-Novecento sul linguaggio, d’altra parte, è anche questa: da Ferdinand de Saussure fino alla pragmatica di John Austin, passando per il secondo Wittgenstein, il linguaggio è stato riconosciuto come dispositivo per organizzare le esperienze, per direzionare il pensiero, per conferire significati alla realtà, ben al di là di una chimerica descrizione neutrale. Parlare e scrivere sono azioni che comportano delle scelte, e non stupisce che la politica abbia individuato proprio nelle parole uno dei terreni più fertili di trasformazione, se non di manipolazione.
Il linguaggio, insomma, contribuisce a edificare gerarchie — ne è un esempio discusso il maschile sovraesteso, che in idiomi come l’italiano si applica, in ipotesi di pluralità di persone di diverso genere, anche ai soggetti femminili, senza una corrispondenza di segno opposto —; e modificare quelle gerarchie non può prescindere da una contestazione del linguaggio. Perfino — e forse a maggior ragione — quando viene condiviso da chi ne è vittima, secondo quel processo di introiezione della «violenza simbolica» descritto da Pierre Bourdieu. Stimolare il cambiamento anche negli usi comunicativi, seguendo una traiettoria di superiore equità, è perciò lodevole.
Il pericolo si affaccia quando un progetto emancipatorio si tramuta, pur al netto dei propositi, in un dispositivo normativo eccessivamente severo — si pensi all’etichettamento retroattivo di opere cinematografiche e letterarie o alla loro revisione forzata, come nel caso dell’edizione Puffin de La fabbrica di cioccolato, di Roald Dahl. È lì che emergono le contraddizioni. L’inclusione, infatti, presuppone un ampliamento del perimetro della convivenza, ma ogni norma — anche sociale — che proclami quali parole siano lecite e quali no introduce invece un confine, con un dentro e un fuori; e se prima l’esclusione riguardava gli appartenenti a determinate categorie sociali, ora rischia di investire chi utilizza codici linguistici diversi da quelli ritenuti più aggiornati, magari per abitudine, ignoranza, appartenenza generazionale o finanche dissenso teorico.
La questione, ovviamente, non riguarda gli insulti deliberati o i discorsi d’odio, il cui carattere discriminatorio è evidente. Concerne, piuttosto, quella zona grigia in cui le consuetudini vengono sovrapposte agli intenti offensivi, senza la volontà di discernere le effettive intenzioni. Quando ciò avviene, la critica del linguaggio smette di essere una proposta d’incontro e diventa un filtro di appartenenza: un codice settario. Le parole smettono di essere messe in discussione e vengono prescritte, con finalità di integrazione nella propria comunità di riferimento — come suggerisce Durkheim, parlando di «funzione integrativa della norma» — più che di miglioramento dell’ambiente circostante. Non è un caso che il dibattito attuale assuma spesso i tratti di una disputa canonica: si esamina la correttezza formale dell’enunciato prima ancora dei messaggi che intende veicolare. Cosicché, l’ortodossia lessicale prevale sull’argomentazione complessiva e la verifica dell’immediata conformità al dogma sostituisce la persuasione.
In verità, sarebbe ingenuo ignorare quanto questo tema sia stato strumentalizzato: una parte del populismo contemporaneo ha costruito sull’avversione al politicamente corretto un seguito politico, alimentando caricature, elevando casi marginali a paradigma e dando corso ad autentiche campagne di disinformazione. Ridurre il dibattito a una fantomatica «dittatura woke» significa non comprendere la complessità storica delle discriminazioni, motore della revisione critica del discorso pubblico. Tuttavia, proprio perché la caricatura del fenomeno è intellettualmente povera, diventa ancora più importante problematizzare la sua articolazione reale.
In termini generali, non è inconsueto che una pratica liberatrice si irrigidisca in una grammatica dell’affiliazione: ogni ordine simbolico produce i propri rigoristi e un senso di elitismo. Ogni regolamentazione aspira a costituire una nuova normalità, in opposizione alla precedente. Normare e normale condividono, del resto, la medesima radice etimologica. La domanda, allora, non è se sia giusto modificare il linguaggio — ogni società lo ha sempre fatto — bensì quale rapporto debba esistere tra trasformazione e imposizione. Forse, il limite di certa pedagogia linguistica — che può non essere maggioritaria, ma che è comunicativamente rilevante — consiste nell’inversione del processo di maturazione sociale: si promuove l’empatia attraverso imperativi di linguaggio, anziché favorire l’evoluzione spontanea del linguaggio incoraggiando l’empatia.
Quando una comunità interiorizza davvero il valore della dignità altrui, infatti, le parole cambiano senza la necessità di spingerle; e, se non cambiano, assumono nuovi significati. Al contrario, quando la riforma lessicale precede quella emotiva, il rischio è che venga percepita come un obbligo esterno, producendo resistenze, prese di posizione identitarie e nuove polarizzazioni; generando nuovi esclusi, sulla base della dignità morale attribuita al modo di esprimersi.
In questo senso, la vera inclusione richiederebbe qualcosa di più complesso e laborioso della sorveglianza linguistica: un impegno culturale capace di modificare gli approcci, prima ancora dei vocaboli. Perché le parole possono certamente educare, ma solo se varcano la soglia della sensibilità. Ed è questo il paradosso che merita di essere affrontato, senza contrapposizioni preconcette: una società pienamente inclusiva deve accogliere anche quanti non hanno ancora aderito al linguaggio d’inclusione. Per contro, se la difformità linguistica diventa motivo di riprovazione, il confine tra emancipazione e sostituzione dell’escluso diventa più sottile di quanto si sia disposti ad ammettere.

Breve antologia di Gianni Toti (a cura di Diaforia)

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(I testi qui presenti sono trattti da: Gianni Toti. Opera poetica, vol. 1 & 2, a cura di Francesco Muzzioli e Daniele Poletti, per la collana “totale”, di [ d i a • f o r i a & draembook edizioni.)

di Gianni Toti

VOL. I

Da Penultime dall’al di qua, 1969

(fabile e)

appena cominciata da dichiarare ancora
la vera guerra di tutti erga omnes
finora insieme qui o là con le fronti e le frontiere
domani già adesso sulla trincea delle spalle
e l’occhio fucile la mitragliatrice d’unghia
il silenzio velenoso i sogni allucin-altri
quando nasci mi spari bambino brucia baby burn me
questa pianeta immoto nell’orbita nel giro
tondo da qui a meno chiglia che non salpa
non ce ne andremo mai dobbiamo farci uno
poi chi sa chi sarà il colui che
partirà con tutta l’astronave di terra;
uomo-pianeta-caravella alla cerca (uomonave ma sì)
di spazio perduto nell’occhio cieco di dio
a distruggerne anche la parola il verbo anzi
dell’uomo non più centrico né fallo – detto ma ineffàto…

*

(EPIGRABDEN)

epicombi – in modo da scalfire appena – sfio[rando.
: si era messo paura dei propri pensieri capite
– si era avvelenato gli occhi con la sua la tua faccia
– aveva sofferto persino per la tristezza dei sassi le loro vene bloccate
(troppa gente: la specie è in trappola: aria
aria ma non di quella – non basta più)
e perché è sempre oggi e domani è ancora oggi
(lo stesso giorno lo stesso giorno lo stesso giorno da svivere)
e l’uomo perfettibile che crea un dio imperfetto
che crea un uomo così che è sempre così
io la gente che non mi è che mi muore sotto
e gli inquietanti in pillole contro il troppo silenzio
di tutto quanto l’universo sta zitto
perché o accettiamo tutto o non accettiamo niente
mentre siamo appena e non possiamo fare altro che eccetera
allora si uccise a lungo un lentissimo suicidio infingibile

*

Da Tre ucronie della coscienza infelice, 1970

irresistenza

– ¿ in questo allora informiamoci:
barcolla il tempo i secoli ubriachi cadono
sopra i libri di storia riscritti denunciando le ucronìe
il cielo si è spostato altri cieli si sono immossi
misterificabili come sempre la sordità il silenzio
la cecità tattile il malgusto disallarmano
suoniamo parliamo vediamo tocchiamo gustiamo
musiche libri pitture erotismi e più sensi ancora
spazio su spazio anche nei corridoi conquistando
vedendoci gli occhi ascoltando la mutità dei versi
ma il tempo barcolla sempre allucinato di futuro
– palpebre lacerate a Khe-sanh-Valle-grande-
le epoche si ubriacano bevono progetti-destini
ci vuotiamo l’un l’altro sempre prima dell’inizio

però non cederemo davanti e dietro a quelle palpebre
le nostre
……………i nostri schermi
………………………………..e forse questa nostra
triste gloria di triste specie resistente a se stessa
è la sola irragione che

*

Da chiamiamola POEMETÀNOIA, 1974

3 – infuturitante

condannato al futuro forzato sei
stato e a torturarti al rispecchio
dietro cui gli aspettattori
si torturano le tòrtili
tossilaggini con lo spettracolo doppio

tu non vivi ti dici tu abiti però muori anche
ma tu non muori non te lo dici ti taci ti sposti
da un occhio all’altro su ruote ciliari
con le palpebre portiere svitabili
su cerniere di guance incincignate

cerebrostuprazione a intervalli di tristitia
kakeuanghelízzano gli spermologhi dell’uls
tutti spettano il prillo pispillorio dei forse
sul parapegma mentali impetigini le affiorescenze
delle zediglie zinzilulanti gli ideologémi capisci ?

*

Da PER IL PAROLETARIATO O DELLA POESICIPAZIONE, 1977

74

la cipazione allora il cupero l’etcet’era
la parte di chi occapare non può
ha bisogno di apofonìe
e occupa non capera ricapera
partecapisci? cipabile sei?
cipe adesso ma onnicipe?
solo parte? o partiticipatore
(prendi partito tutte le mattine?)
particellipatore? ti vorremmo
toticipiale e invece
paucipiali paucibili pococuperanti

toticipiamo – all’ora?

*

VOL. II

Da IL POESIMISTA, 1978

GLOSSOCOMIO?

ti hanno timbrato fino dalla nascita
con razza d’uomo prima identità e
poi con nome connominato
trasforandoti egoibile con le pinze
ma non eri ancora svanito nella lusione
bardato con tutti gli infinimenti e le cinture
e le croate e i fili che pendono dai bottoni
e viceversa le teste che ciondolano dai capelli
vattene adesso rondinotto da briglia
il prima non c’è stato ancora per te
prima che ti insegnino a ricordarlo
non ci sarà il dopo prima che ti postarghino
ascòltati corri ma di fianco
(dalla rosa la zolla – dalla zolla il pianeta)
così potrai mostrarci l’adcanto l’ala sola
che ha un parola sopra a surlinearlo e perchè
lo pronunciamo parolato grave o acuto in-ad-cantatile

lallazione lalìa glossopea glossalgia
tacere più forte

*

Da COMPOETIBILMENTE INFUNGIBILE, 1979

MNIOMOLLÙGINE

onfalo d’abisso sculatura inguinale
frange spavalde pelurie inguainate
sguainamento degli inguinabuli
(les merveilleuses bagnavano i pumes
per rivelare les merveilles – no?)

grigio topo verde spento cachecoeur
ruggine sulle occhiaie neggiafumo
briciole diamantifere pull-over-grounds
raccontàti gatto-luna-comignolo
mouchoir-da-buco orifizi alti da emungere

imperlàti dunque diamanti-sudore
soprattutto sottoniente castimoniale
Lisette Malidor con la gonnabanana
spampinante bilancellula con i paleo-nei
attorno attorno al tredicesimo buco

*

Da STRANI ATTRATTORI, 1986

4
le parlallele su una superficie curva possono
incontrarsi: è lo spazio-pagina che si distorce
adesso anch’io tuteandomi e ioéndomi so
che il tempo può esplodere andare in pezzi
di istanteternànee trasecolamenti e tramillenni – è
che cominciamo ad avere dimestichezza con lui:
l’infinito diciamo disdicendolo non vuol dire
vero e proprio infinito solo immensurabile

così lo abbiamo idealizzato tanto grande che è
più che grande non ce la faremo a capirlo sembra
ciossarebbe a prenderlo accettarlo-sottoportarlo
come quel dio che soltanto lui infiniva e invece
era solo quella parola a uscire dalla pagina se mai
potenziale infinito era con l’aristoteleologia poteva
continuare a crescere oltre è appena nato forse
e infinirà – per ora è solo una promessa – sfinita.

L’infinito incompiuto sembra una sinfonia
eterna incompiutezza se è infinito sfinisce
e l’infinito attuale è anche transfinitudine puoi dirlo
nessuno protesta è protestuale protestantualìzzati
se ce la fai protestantestualmente protestantellettuale
anche tu grande come una tua minima parte
partito e tuttìto poemetotinimìa strania
il minimo è massimo massiminimo…

*

Da POSTREME COSMÀGONIE DAL DESERTRON, 1990

CANI RANDAGI
ANCORA AL CAFFÈ DEI POETI

poemetto con poeteìna

Si era fermato per i futuriani
alle tre e venti il cosmologio della Torre
del Salvatore – non è vero Velimir?
fu un progéttile il disorologiaio
le finestre si chiusero le guance delle case
e rari erravano i tram tremando sulle rotaie
mezz’etto di pane poetidiano una lebbra di carne
ma i poeti andarono al caffè
dei Poeti-naturale la mente
e il Cane Randagio trovò casa
ancora e il muso gli si vellutò
nerofumoso e si sgargió tutto
s-gorgeando i capizioli dal busto
le parole si svaginarono dalle guaìne e
si leccarono le lábiule sillabulbàrono
sopra rospi sposati e spossalizi
e occhi di nessuno – nicevòki
cavalli millezampe milleali leali
poetistrelli che pipistrillavano
a bassa voce a silenzio alto
da gole-caverne da bucombelichiostri
esalta – insulta – esulta – sussultando
compoesione! e si compoetivano
poetessendo coi flauti – vulcani – scatebrósi

le onde pizzicanti violin-arie
le nuvole dipinte quinteatrali
per ballerine da una guancia sola
e un clune solo ma con due guaìne
così così proprio cosìplicando
l’arte per tutti democratizzarono
il poetoscenico! il golfo poemistìtico!

poesia al caffè con poeteìna-e per
gli spoetatori e anche per noi
disaddetti ai lavori addetti agli ozi neg-ozi
negoziatori di tempoesia

meno di cinque mesi a poeMosca
leggend-aria-di-sogni-e-bis-sognissanti
i rivelazionari del futuro interiore già intimo
forse àntimo-e finì la prima fine

finì la fine e chi sa perché
irricomincia sempre qui e subito
confessi e poetaccia ma per sempre!

*

Da UN EPITIMIO PER IL COSMUNISMO, 2000

POEMITIO PER IL CONSUMISMO

… oh sì amaro è sapereche ancora lo spettràcolo
dell’immondo per/eusopsìe si aggira
monotono deserto d’orrore e d’inòdia
che cancrilla lo YEM delle immagini “il doppio
prodotto” dello spécere e che ouk sképtomai

… decosmunistiamo – eccoli !capri yòbeleláioi
Facitori di Ponti zareàmi haschishins tontons –
sacri furori a caccia di fasmasiessusìe
tanatrònich aspérrime scienzaggioni pensiero unicó –
ma ancora respira il cadavere di Karl – ricordate?

deserti gli inferni i paradisi i purgatori –
e la preumanità neppure cominciata però
forse è in arrivo il Sesto SOl Pachakuteq
la Riconquista continua – ma la specie è compiuta? –
O morte vecchio capiteano è tempo – e tu disàncorati

– la cerebroluzione brucia i neuròni ultimi!

La facoltà di non rispondere

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Libertà di silenzio

di

Gigi Spina

A proposito delle cascate di note,
come quelle del pianista Art Tatum,
noto per la sua velocità, quella tecnica
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,
è un pericolo non solo nella musica,
ma anche nel parlare e nello scrivere.
In musica devi dare tempo alle persone
di rielaborare il suono, perché il suono è
infinito. Se non lasci spazio agli armonici
di una nota, non la godi fino in fondo.
In una città rumorosa come Milano,
questo è difficile, gli armonici non li senti.
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo
mi sono dedicato molto anche al suono
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,
tutto entra in questo spazio e crea una
musica particolare.

Intervista a Enrico Intra, “Musica Jazz”, febbraio 2026.

 

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.

Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.

La folla silenziosa mentre parla Berlinguer – foto di Mimmo Jodice

Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.

Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.

Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.

Consigli di lettura.

Ho preferito comporre il mio intervento come un esempio di free speech, senza note. Quelle che seguono, ora, sono note di free silence, che servono a prendersi una pausa per meditare meglio e per riacquistare la voglia e la curiosità di informarsi per decidere meglio, per prendere meglio posizione sullo stesso speech.

Sul silenzio, di recente, Nicoletta Polla Mattiot, che lo studia da anni: Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita, Einaudi, Torino 2026. Qualche cenno ai silenzi nell’antichità: Giorgio Ieranò e Luigi Spina, Antichi silenzi, Mimesis, Udine-Milano 2015.

Su Democrito e tanto altro, rinvio a un mio intervento inedito, pdf scaricabile dal sito www.luigigigispina.altervista.org: sezione Retorica, n. 341.

Sulla parrhesia ho cominciato a scrivere in anni lontani: Il cittadino alla tribuna. Diritto e libertà di parola nell’Atene democratica, Liguori, Napoli 1986; vedi anche L.S., Parrhesia e retorica: un rapporto difficile, “Paideia” 60, 2005, pp. 317-346. Alcuni temi sono stati recuperati nel mio recente volume Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee, prefazione di Laurent Pernot, Damiani, Milano 2026.

Sul mito delle Sirene e su Kafka rinvio al volume: Maurizio Bettini e Luigi Spina, Il mito delle sirene, Einaudi, Torino 2007.

Hannah Arendt e Martin Heidegger. Un “enigma” fatto di assenza-essenza

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Foto di Rahime Gül: https://www.pexels.com/it-it/foto/spiaggia-sabbia-fiori-deserto-9647574/
Foto di Rahime Gül

di Loretta Schievano

Possiamo intendere la scrittura epistolare come uno stile di comunicazione che tende ingenitamente a colmare un’assenza, una lontananza, tramite parole lasciate altrimenti inarticolate e mute. Un genere, quindi che tende ad unire due corrispondenti lontani tra loro. Ma questo tipo di comunicazione può avere una sua intrinseca peculiarità anche nel differire, procrastinare, scandire o congelare un tempo. Cicerone osservava, non a caso, che ci sono molti tipi di lettere (epistularum genera multa esse); certamente, esiste una necessità che giustifica il genus epistulare, vale a dire la comunicazione agli assenti (unum illud certissimum, cuius causa inventares ipsa est, ut certiores faceremus absentis).[1]

Talvolta, un carteggio può contenere anche il desiderio di un’aggiunta a qualcosa che già c’è; non solo il desiderio di sopperire a una mancanza o mantenere un legame.

Si tratta di questo, nel caso dell’epistolario tra Hannah Arendt e Martin Heidegger?

Cosa esisteva già tra loro, nel loro dialogo e nel loro modo di scriversi, e cosa no?

Arendt ed Heidegger si tenevano uniti sul filo di un’assenza sottoforma di quei loro carteggi o se ne servivano per affrancarsi da un rapporto altrimenti troppo vissuto?

Quella tra Arendt e Heidegger non si può dire un’assenza dilaniante, strappata a un vissuto comune che reclami, a gran voce, una quotidianità estorta. Sembra assumere più i contorni di una sfida a quella stessa assenza o sospensione che in parte rispecchia quella intercorsa lungo il tempo della loro conoscenza. Sembra anche racchiudere una scommessa, se non una promessa, alla solidità di un sodalizio esistenziale-intellettuale che, nonostante le ripetute interruzioni — soprattutto da parte di Arendt dopo l’adesione di Heidegger al nazionalsocialismo — non si è mai veramente incrinato. Una posta in gioco che sembra volere ancorare, in molti casi, il non vissuto ad un’altra forma e longitudine: in quello scambio rientra evidentemente anche il ruolo del silenzio; fosse, solo quello che scandiva i giorni di un tempo dilazionato, in grado pur sempre di annichilire la parola, ma in altri casi anche di riempirla di echi.

Certo è che docente ed ex allieva sembrano sospesi in un differire senza scampo in cui la loro comunicazione assume «un peso così dolce»[2] che tuttavia a malapena sembra dispensare o alleggerire dalla penosa assenza che cerca riparo nelle parole. Nello stesso tempo, sembra tramutarsi in una mutua cura che vorrebbe fare da ponte a quella sospensione — se non, peggio, a quella mancata forma delle loro vite nel momento in cui si sono incrociate e hanno continuato ad esserlo.

Eppure, un registro di complice e rispecchiante lucidità arresa all’«impeto»[3] trasbordante di quelle loro vite, così densamente vissute, sembra anche fare da collante a quell’intersezione in cui i due corrispondenti dispensano ogni umore da dentro tacendo un desiderio che potrebbe farsi troppo disimparato in superficie: come Heidegger vuol far credere che sia «disimparato» per lui il mondo da parte di un «montanaro» che discende in città.[4] Mentre Arendt sembra mantenersi sempre in una trattenuta se non prudente distanza, ma lasciando pur sempre affiorare il suo affetto e devozione.

Nondimeno, nonostante una distanza che non è solo geografica, Arendt e Heidegger percorrono un fitto intreccio di riflessioni che nonustante tutto li tiene uniti, solidali, e che in alcuni casi assume, almeno in Heidegger, una forma intensamente poetica vagamente romantica. In qualche modo, quasi un’unica matrice sembra unirli in quella scrittura che non rinuncia certo allo scavo, all’autenticità dell’uomo e della donna di pensiero.

Anche se talvolta le parole sembrano arrendersi di fronte a qualcosa che va oltre ad esse: «Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto»[5] scrive Heidegger alla sua ex allieva. Si potrebbe pensare che persino le loro parole, pur in tutta l’importanza del loro ruolo — più per il professore, in realtà, che per l’ex allieva — potessero essere se non qualcosa di esteriore anche di fronte alla funzione ed essenza più importante del loro stesso rapporto. Qualcuno ha sospettato questo, perlomeno nel caso di Heidegger.

Secondo la lente psichiatra di un biografo di Heidegger, lo psichiatra P. Matussek (1997), la sua intimità sarebbe rimasta impermeabile al pubblico, asserragliata in un riserbo che rasentava il patologico. Intimità, peraltro, che sembrerebbe vistosamente contrastare con quella che Matussek intendeva diagnosticare come una personalità irriducibilmente eccentrica, continuamente alla ricerca delle luci della ribalta, mai paga delle conferme del suo pubblico, che egli lusingava con la sua esuberante capacità di incantarlo con il suo pensiero e la sua capacità oratoria; ma fredda nel privato.

Da questo punto di vista, si dovrebbe dire che in alcuni passaggi delle lettere ad Hannah il pensiero di Heidegger accetti persino, quasi catarticamente, il lavacro delle emozioni, anche là dove esse dovessero preferire una forma poetica per acquisire una sorta di minima giustificazione formale. E così Heidegger sembra abbandonarsi spesso e volentieri a un respiro poetico quando scrive paragrafi come questo: «Sotto il temporale, sulla via del ritorno, eri ancora più bella e grandiosa. E io avrei voluto trascorrere con te notti intere a passeggiare».[6]

Che Heidegger, alla luce del profilo quasi spietato sulla sua intimità e inclinazione amorosa, fosse quasi inadeguato, secondo P. Matussek (1997), nei confronti dell’amore, non sembra potere spiegare formulazioni sull’amore tanto lucide come quando afferma che «L’amore trasforma la gratitudine nella fedeltà verso noi stessi e nella fiducia incondizionata verso l’altro»; o ancora: «La vicinanza è […] l’essere alla massima distanza dall’altro — una distanza, che non porta a confondere nulla — ma pone il «Tu» nel trasparente — ma inafferrabile — puro e semplice essere-qui di una rivelazione».[7]

Il presunto «manierismo» della scrittura e del pensiero di Heidegger, secondo P. Matussek, sembra lontano dalla foggia genuina con cui Heidegger sembra scrivere ad Hannah. Sebbene, con una distanza talvolta paternalistica, ma giustificabile alla luce della differenza anagrafica tra i due, nonché dell’ex ruolo di docente di Heidegger e quello dell’amata allieva Arendt.

Sempre secondo Matussek, ma anche Safranski, la vita pubblica di Heidegger lo avrebbe assorbito quasi completamente, offuscando volutamente da parte sua quella intima: la sfera privata sarebbe risultata persino «debole» a fronte di una «fissazione» per l’immagine pubblica che avrebbe agito da «compensazione» a quella carenza.[8] Matussek non tarda a giudicare la riservatezza di Heidegger come sintomo di una «palese incapacità», fino ad avanzare persino la formula biografica di un «enigma Heidegger».[9]

Heidegger sarebbe, in compenso, rimasto attratto dalla giovane Hannah, fino a non intendere rinunciare al loro rapporto, ma nemmeno al suo matrimonio, con il risultato di «compartimentalizzare»[10] la sua vita e la sua dimensione interiore al fine di gestire la vita affettiva parallela e mantenere l’immagine pubblica di marito fedele. A questo fine, avrebbe anche costretto Hannah a lasciare Marburgo. Hannah Arendt, da parte sua, sembrerebbe avere cercato sempre di comprendere la sfera intima di Heidegger, chi egli fosse con massima devozione, pronta a difenderne la grandezza. Disposta ad intravedere, dove ci fosse stata una mancanza da parte di Heidegger, qualcosa che aveva a che fare più con il suo «carattere»,[11] che ella definì semplicemente assente. E sarebbe interessante capire davvero cosa intendesse Arendt con tale assenza, e anche per «carattere».

Nel modo in cui sembrava alludere a quella mancanza e a quella componente si direbbe che Arendt fosse disposta a considerarla una parte di sé (dell’essere un individuo), su cui si poteva quasi soprassedere, come una dimensione sussidiaria a qualcosa di più alto e decisivo di ciò che può determinare l’essenza di una persona; qualcosa che potesse abbastanza facilmente scagionarsi – certamente, nel caso di Heidegger.

Forse una risposta si può trovare proprio tra le tante pieghe del carteggio tra Hannah e Martin. Nonché svelare, almeno in parte, anche quell’ipotetica «assenza» che comporterebbe lo scriversi tramite lettere, oltre all’implicito registro comune che spesso tiene uniti chi si scrive, e allo stesso modo teneva uniti Martin e Hannah. Scrive, infatti, Hannah a Martin: Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla, quando uno se ne va via. (H. Arendt, lettera del 27 nov. 1970).

[1] Cfr. M. Neger, Epistolare Narrationen. Studien zur Erzähltechnik des jüngeren Plinius, Narr Francke Attempto Verlag GmbH, 2021 Tubingen, p. 23. Hutchinson (1998) proprio nello studio dello stile epistolare di Cicerone rinviene nelle sue lettere molti tipi di narrativa diversa, come uno stile atto a informare (Ibidem).

[2] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 21.11.25.

[3] M. Heidegger, cit., lettera del 25.04.25.

[4] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 14 sett. 25.

[5] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 10.11.25.

[6] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 27.11.25.

[7] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 21.11.25.

[8] Cfr. P. Matussek, Martin Heidegger, in Terapia analitica della psicosi. Volume 2: Applicazioni, Berlino, Heidelberg, New York 1997, pp. 49–78 [Ristampa 2001], p. 3

[9] Cfr. P. Matussek, cit., p. 2.

[10] Cfr. P. Matussek, cit., p. 15.

[11] Cfr. Ibidem.

Lingue e sposi promessi

4

 

 

Noterelle a margine delle Nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei

di Rosalia Gambatesa

Zeppe di prospettiva – Queste noterelle nascono dall’interno della scuola. Sono un’amara riflessione su come le nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei appena pubblicate trattino ancora la lingua e l’unità disciplinare, in verità non troppo diversamente dalle Indicazioni del 2010. Le due questioni, niente affatto disgiunte, continuano ad essere due zeppe prospettiche per l’insegnamento dell’italiano, con ricadute su tutti gli altri ordini di scuola superiore e sulle scuole medie. Nel nuovo documento programmatico, nonostante il quasi ventennale passaggio dalle prescrizioni nozionistiche dei vecchi Programmi alla centralità del processo di apprendimento, la prospettiva è ancora quella di una scuola elitaria, votata a preparare gli studenti agli specialismi, dato per scontato un possesso avanzato della lingua. Come un vento contrario, questa distorsione di prospettiva non smette di spingere l’insegnamento liceale della disciplina in direzione opposta a quella del mandato costituzionale. A nulla vale rispondere che però si tratta dei Licei e che su questi aspetti si potrebbe sorvolare, considerata l’utenza, per ripetere una parola brutta e in voga nei corridoi scolastici. L’obiezione non ha senso per tante ragioni. Se ne ricordano qui due. Non è affatto scontata la padronanza linguistica nei liceali, tutt’altro. E, soprattutto, la funzione fondamentale dello stato, affidata nella parte più cospicua alla responsabilità della scuola, è quella di provvedere per tutti ad una paideia democratica e al retto esercizio della futura cittadinanza, come testimonia l’istituzione dell’esame conclusivo d’italiano identico per gli studenti dei Licei, dei Tecnici e dei Professionali.

Un elefante nella stanza – Quale lingua i Licei devono insegnare a padroneggiare nella ricezione e produzione espositivo-argomentativa? Gli estensori delle Nuove Indicazioni scrivono che «Al termine del percorso liceale lo studente dovrà padroneggiare appieno la lingua italiana, cioè dovrà essere in grado di esprimersi in forma scritta e orale con chiarezza e proprietà»[i]. La norma relativa alla valutazione dell’esame di stato, adesso di nuovo di maturità, prescrive che «la prima prova in forma scritta accerta la padronanza della lingua italiana […] nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato […] anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare della comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre che della riflessione critica»[ii]. La scuola è politica si intitola un recentissimo intervento di Massimo Cacciari nel ciclo Scholè. Per la formazione dei cittadini curato da Ivano Dionigi. Poiché è intrinseco alla scuola il suo essere politica, quale sarà il non detto degli estensori delle Nuove Indicazioni sulla lingua da padroneggiare appieno, per esempio all’esame conclusivo uguale per tutti? In vista di un possibile auspicabile vero tra parole programmatiche, norme, mandato costituzionale e azioni scolastiche, non è ormai impellente che qualcuno spieghi il portato concettuale e ideale annidato nella parola «lingua» usata in questi contesti? Forse l’elenco strabiliante di capacità e conoscenze prescritte in uscita dal Liceo?

Lo studente avrà sviluppato conoscenze e competenze linguistiche traendo frutto dalla grande varietà di testi proposti allo studio, non solo testi letterari, ma anche testi saggistici e argomentativi, compresi quelli incontrati in altre discipline. In questa prospettiva, sarà sollecitato al possesso dei lessici disciplinari specialistici, con particolare attenzione ai termini che passano dalle lingue speciali alla lingua comune o che sono dotati di diverse accezioni nei diversi ambiti di uso. Saprà riconoscere i termini stranieri entrati come tecnicismi in italiano, con o senza adattamenti, o in forma di calchi (la consultazione del dizionario monolingue e soprattutto del dizionario etimologico sarà di aiuto). Lo studente completerà le conoscenze ricavate dalla storia letteraria e dalla storia, relativamente alle vicende dell’Italia unita, approfondendo i temi dei rapporti lingua-dialetto, anche attraverso la lettura di autori che del dialetto hanno fatto uso nella poesia del Novecento, o che hanno arricchito la prosa italiana con elementi dialettali. Avrà chiare le differenze tra dialetto, lingua comune e d’uso, lingua standard di livello medio-alto, lingua letteraria, lingua tecnico-scientifica, e conoscerà le modalità, i vantaggi e i rischi della creazione di testi per mezzo degli strumenti di intelligenza artificiale. Avrà chiare le conseguenze del rapporto tra lingue, che comporta lo scambio di lessico, la creazione di internazionalismi e la diffusione di calchi e neologismi. Saprà dove orientarsi per conoscere i neologismi e il loro significato, valutando la differenza tra occasionalismi e parole nuove ormai stabilizzate. Conoscerà i dibattiti linguistici svoltisi nei primi decenni dell’Italia unita, nel Novecento e nel nuovo millennio. Conoscerà la situazione linguistica attuale dell’Italia, con la presenza di parlate diverse e di lingue minoritarie. Avrà chiaro il concetto di lingua ufficiale, e ne riconoscerà la funzione, stabilita dalla legge e ispirata alla norma costituzionale[iii].

L’immagine del Liceo che scaturisce dall’elenco è quella di una élite studentesca. In breve, un’universitina, in passato orgogliosamente in sedicesimi, poi purtroppo in trentaduesimi, dopo malauguratamente in sessantaquattresimi e via moltiplicando il denominatore con sempre maggiore sconforto e senso di vergogna. A diciannove anni su per giù non è invece possibile a tutti padroneggiare tutte le varietà e i registri dell’italiano e orientarsi autonomamente in problematiche così specifiche e complesse, né è sensato auspicarlo. Le varietà e i registri sono tanti, articolati su diversi livelli, ognuno su piani di astrazione e concettualizzazione specifici, e comunque crescenti, gestibili appieno da un piccolo numero di liceali straordinariamente dotati, i cosiddetti bravi da distinguere in tutto dagli altri.

Tutto al contrario, la Costituzione è democratica, la scuola senza eccezioni ne dovrebbe realizzare il mandato e le Dieci tesi per una educazione linguistica democratica, nate tra il 1973 e il 1974 da un lungo e pensoso riflettere degli insegnanti dei neonati Cidi e Giscel con Tullio De Mauro[iv], furono approvate nel lontanissimo 1975 su testo predisposto da De Mauro stesso. La VI Tesi chiariva per tempo che la pedagogia linguistica tradizionale degli astratti elenchi di prescrizioni disciplinari aveva gravi ricadute sulla scrittura in termini di chiarezza e padronanza:

Come non insegna bene l’ortografia, così la pedagogia tradizionale non insegna certo bene la produzione scritta. Cali un velo pietoso sulla maniera fumosa e poco decifrabile in cui sono scritti molti articoli di quotidiani. E non si creda che l’oscurità risponda sempre e soltanto a un’intenzione politica, all’intenzione di tagliar fuori dal dibattito i meno colti. Un’analisi di giornali di consigli di fabbrica mostra che in più d’uno il linguaggio non brilla davvero per chiarezza. E non sempre la limpidezza del vocabolario e della frase è caratteristica propria di tutti i comunicati delle confederazioni sindacali. Ora, è fuor di dubbio che gli operai e i sindacalisti non hanno alcun interesse a non essere capiti. L’oscurità, i periodi complicati sono il risultato della pedagogia linguistica tradizionale[v].

Nel 2007, l’Invalsi fece un’indagine sulla padronanza linguistica degli studenti delle scuole superiori, compresi i liceali in uscita dalla scuola secondaria e sulla variabilità delle valutazioni attribuite da correttori diversi. Affidò a insegnanti di tutta Italia, e tra loro anche a me, l’incarico di ricorreggere e rivalutare cento prove scritte. La norma per la valutazione era allora uguale a quella ricordata prima e l’esame, come adesso, era articolato in diverse tipologie di prove: analisi e interpretazione di un testo letterario, redazione di un saggio breve in ambiti diversi, il tema di argomento storico e infine il tema di cultura generale verso cui in genere si orientano gli studenti meno accorsati, come li definisce un gergo triste, il 43% dei Professionali, il 31% dei Tecnici e il 23% dei Licei[vi]. La traccia di quest’ultima tipologia, quell’anno, consisteva nelle seguenti quattro righe tratte da un saggio Laterza:

L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il «villaggio globale», ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità[vii].

Chiedeva quindi di discuterle «precisando se, a tuo avviso, in essa possa ravvisarsi un senso di “nostalgia” per il passato o l’esigenza, diffusa nella società contemporanea, di intessere un dialogo meno formale con la comunità circostante». Ora, come si vede dal testo allora proposto, il livello di astrattezza e riferimenti concettuali della prosa di un saggio Laterza è lontano da quello dei maturandi. Pieve poi è sostantivo che si riferisce a realtà esperite solo dalla popolazione settentrionale del nostro paese, di fatto un vero e proprio unicorno per esempio in Puglia, comunque in generale desueto. All’epoca, un sondaggino artigianale e domestico rivelò che quasi nessun professionista di una lenta città di provincia del meridione ne aveva idea. Basta dare una scorsa all’archivio delle tracce proposte negli ultimi vent’anni per capire che non si tratta di uno sfortunato caso isolato. In genere, le tracce chiedono di discutere con proprietà e chiarezza una lingua caratterizzata da un registro astrattamente specialistico, accademico-istituzionale, e, nel caso del 2007, di precisare anche un’eventuale presenza di nostalgia per situazioni esistenziali molto verosimilmente poco sperimentate e, comunque, richiamate dall’espressione comunità circostante. Credo che si possa essere tutti d’accordo nel ritenere che un testo di non agevole comprensione ben difficilmente potrà essere discusso con lingua chiara e appropriata.

Nelle successive pubblicazioni sui risultati davvero poco confortanti della ricerca – circa il 55% degli elaborati ricorretti non raggiungeva la sufficienza a fronte del 19% della correzione delle commissioni d’esame[viii] – non vi sono passaggi sulla correlazione tra la lingua delle tracce assegnate e la padronanza linguistica degli elaborati[ix]. Eppure allora mi sembrò non difficile da intuire che, nel tema di cultura generale, come anche negli altri elaborati, il frequente caos dei connettivi e della subordinazione, l’inutilizzo quasi completo degli avverbi, l’inconsistenza degli argomenti, la precarietà del ragionamento e l’uso di aggettivi per lo più solo del tipo grande e bello dipendessero innanzitutto dalla poca familiarità con la lingua dei testi proposti. Nel 1967 i ragazzini di Barbiana avevano nitidamente spiegato che quella correlazione presiede inevitabilmente, e io direi per chiunque, ciascuno al suo livello, ad ogni possibile padronanza e chiarezza, e che tenerne conto fa la differenza tra l’italiano pensato per le élite e l’italiano voluto per tutti dalle Madri e dai Padri Costituenti:

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: «Parlano le carrozze ferroviarie». A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro.
Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato. Ma avevo quattordici anni e venivo dai monti. Per andare alle magistrali mi ci voleva la licenza. Quel fogliuccio era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico. Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni[x].

Claudio Giunta, coordinatore della parte letteraria delle Nuove Indicazioni, motivando nel suo blog le scelte fatte, seppure tra parentesi, scrive molto opportunamente, e con un bisogno di verità davvero apprezzabile, che «(la scuola è piena di cose che si scrivono ma non si fanno)»[xi]. Perché, forte di questa fondamentale consapevolezza, non si è fermato a riflettere sul fatto che le sue Indicazioni sono un’eterotopia scolastica? A che è servita un’indagine sulla padronanza della lingua e sulla variabilità delle correzioni e valutazioni dei compiti di esame, se non se ne sono tenuti in nessun conto i risultati molto preoccupanti, se non si è indagato sulla genesi della scrittura infelice degli esaminandi e tanto meno si è considerata la croce dei commissari d’esame, stretti tra l’incudine della norma e il martello di dover correggere prove spesso desolate, abborracciate su tracce linguisticamente estranee? Senza andare lontano, sarebbe bastato prendere come bussola anche solo il vecchio adagio rem tene, verba sequentur! Le Nuove Indicazioni una lingua di riferimento ce l’avrebbero avuta per stilarne un profilo veramente padroneggiabile per tutti i liceali in uscita dalla scuola. I Costituenti vollero limare certosinamente la lingua della Costituzione perché il referente democratico della Carta si rispecchiasse nella sua manifestazione verbale. De Mauro più volte ha osservato come il novanta per cento del lessico della Costituzione italiana sia costituito da un vocabolario di base che appartiene al nucleo di maggiore frequenza e familiarità, e quindi di massima trasparenza, per la comunità dei parlanti. Soltanto 355 lemmi su 1357 vi sono estranei; le frasi sono brevi, in media di venti parole, con prevalente paratassi e rari casi di subordinazione complessa[xii]. Non sono tutti gli studenti quei futuri cittadini, senza distinzione di classe, per i quali i Costituenti calibrarono quella lingua per tutti? Perché mai invece si chiede loro di essere padroni dell’italiano discutendo, per esempio, quella dei saggi Laterza? Quando si pensa alla lingua che tutti devono padroneggiare non dovrebbe valere innanzitutto il modello della Costituzione? Una lingua fattualmente padroneggiabile dopo tredici anni di studio, sulla quale ognuno, secondo le proprie possibilità, possa far germogliare la pianta sana della propria lingua di elezione e quindi la proprietà linguistica del proprio futuro personale e professionale. Porsi un tale obiettivo non vuol dire affatto abbassare il livello dei licei che tradizionalmente hanno anche il compito importante di preparare all’università e alle professioni. Vuole dire al contrario creare un tronco linguistico forte su cui è possibile innestare la crescita ordinata delle varietà di ciascuno secondo il comma 2 dell’articolo 4 della Costituzione, dando corso, alla lettera, anche agli articoli 2, 3 e 6.

Un elefante o due? – Le Nuove Indicazioni già dal titolo Lingua e letteratura italiana si presentano nettamente bipartite e curiosamente la bipartizione vi si manifesta anche con una diversa scelta stilistica. Claudio Marazzini, professore Emerito di Storia della lingua italiana dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’ e Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha coordinato la sezione sulla lingua che procede con passo austero. Claudio Giunta, professore ordinario di Lingua e Letteratura italiana dell’Università di Torino, in quella della letteratura usa un tono più interlocutorio a partire già dall’iniziale strafare. Il doppio cappello Perché studiare la lingua e Perché studiare la letteratura conferma l’impressione di trovarsi di fronte a due diverse discipline. A cosa serve questa spaccatura nei due tronconi degli apprendimenti da un lato pragmatici e grammatici e dall’altro letterari e storico-letterari? Nella parte della lingua si perseguirebbero forse di più gli universali e nella parte della letteratura di più il cosiddetto pensiero critico? Peraltro, senza nessuno sforzo programmatico, nelle prescrizioni finali relative alla lingua si fa tacitamente riferimento ad acquisizioni linguistiche desunte dal secondo tronco, senza contare i riferimenti a quelle delle altre discipline. Gli stessi estensori della sezione letteraria, con grande passione, per tutti e cinque gli anni, ripetono riflessioni di questo tenore:

‘studiare letteratura’ non significa imparare la biografia e la poetica degli autori, o la critica sugli autori, e neppure studiare a memoria le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria. Significa leggere i testi, capire il loro senso complessivo, comprendere il significato delle parole che li compongono (corsivo mio)[xiii].

Se si intende leggere nell’accezione corrente di intendere la lingua di un testo, perché questo avvertimento così sentitamente ripetuto non ha spinto il documento verso una profonda revisione della scissione programmatica della disciplina? In altri passaggi della parte sulla lingua, si osservano analoghe incursioni o contraddizioni. Per esempio si anticipa che nell’analisi dei testi letterari si deve badare anche agli aspetti linguistici, però chissà perché solo per il secondo biennio:

Lo studente analizzerà i testi letterari non solo badando al contenuto, alla trama, al significato e al sistema culturale dell’autore, ma anche sviluppando la debita attenzione agli elementi linguistici (corsivo mio)[xiv].

Come che sia, la biforcazione dell’italiano in due discipline specialistiche, ognuna con le sue sottodisciplinette tipo antologia, narrativa, epica, Dante, saggio breve, ecc. ecc., è un vero problema: si traduce in libri di testo diversi, in ore di lezione rigidamente separate, in attività non comunicanti. In una simile gabbia disciplinare, con esiti didattici francamente grotteschi, è un’impresa preparare alla padronanza della lingua, ovvero farsi carico della paideia democratica dei futuri cittadini. Con una disciplina spaccata in due è evidentemente impossibile leggere effettivamente i testi e vederne viva la lingua nel contesto comunicativo fittizio modellato dall’autore tra chi parla e chi ascolta. La poesia «non è assolutamente altrove, non è un’altra lingua, è un’operazione nel linguaggio di tutti che però disattiva, rende inoperoso un certo uso del linguaggio», ricorda Giorgio Agamben[xv]. Caproni, in un’intervista a Claudio Angelini del 1988, a partire dalla riflessione sulle esagerazioni correnti nella lingua comune, gli dice che nella sua poesia gli piace essere incisivo fino magari a scrivere con una parola sola «possibilmente tutto nominale … minor numero possibile di verbi e aggettivi»[xvi]. La lingua d’uso, sembra spiegarci il poeta, è pennello e colori per gli scrittori. Leggerli non può prescindere dalla ricerca dei possibili sensi etici ed estetici del tracollo sintattico e semantico delle loro lingue.

Secondo Vygotskij, il pensiero verbale, all’origine di ogni possibile concettualizzazione, è un’area d’intersezione tra pensiero e linguaggio, in cui pensiero e linguaggio coincidono[xvii]. Nei cinque anni di Liceo, dopo gli otto della scuola dell’obbligo, è in questa area indistinta nella mente degli studenti che vanno coltivati entrambi nella doppia declinazione della lingua e del pensiero critico. Diversamente, la paideia non si darà su nessun piano. Qualche liceale, per sua natura ingegnoso, attingerà senz’altro un buon livello in entrambi gli ambiti, ma di certo non tutti, anzi pochissimi.

Educare il pensiero verbale non è facile, richiede tempo e senso della misura. Affrancati da qualsiasi prospettiva specialistica, si tratterebbe di far vivere agli studenti viaggi nella lingua opportunamente predisposti secondo ritorni, ricorsivi e a spirale, delle capacità e dei concetti da esercitare. Per farli salpare verso il senso sarebbe cruciale l’iniziale esercizio dei sensi, sempre all’erta in tutti e in ognuno, senza distinzione di classe e di stili di intelligenza. Le sperimentazioni fatte testimoniano che non tutti i vissuti funzionano. Una futura benvenuta scienza della scuola, tra i campi di indagine, dovrebbe avere anche quello delle esperienze estetiche capaci di introdurre allo studio di specifici aspetti del pensiero verbale. Proprio a proposito de I promessi sposi, per fare un esempio, è capitato, durante il primo confinamento del 2020, di proporne la lettura ad alta voce di Roberto Corradino, pubblicata ogni giorno, capitolo dopo capitolo, sulla sua pagina Facebook. Un’incantevole alternanza di inflessioni popolareggianti, di azzeccata caratterizzazione linguistica dei personaggi e di momenti di algida distanza attoriale ha fatto entrare trionfalmente nel romanzo liceali del secondo anno, in un modo mai visto prima. Il tentativo successivo di fargli gustare l’incontro tra il padre provinciale e il conte zio con l’aiuto della magnifica lettura di Paolo Poli non ha invece suscitato alcuna risposta degna di interesse. Nella fase dell’immersione sensibile nel tema, i ragazzi risentirebbero in classe andamenti della lingua esperita nella vita, potendo percepire per mezzo di quelli più vicini quelli più lontani, cogliere la straordinaria ricchezza di entrambi e soffermarsi su questa per tutto il tempo necessario ad osservarla. Ad ogni tornante concettuale, grazie a delicati passaggi di metalessi narrative, li si guiderebbe, in punti chiave, nel salto di consapevolezza da attori del vissuto a coro che commenta l’esperienza in atto. Allora l’oggetto dell’osservazione e dello studio diventerebbe il codice da decifrare in tutte le mutazioni della scrittura e dell’interiorità e il modo con cui ci si sforza di decifrarlo. La storia parla di noi non solo per le cose che vi accadono, ma anche per lo sforzo di mettere a fuoco le cose che accadono e per lo sguardo su noi stessi che ci sforziamo di capirle. Tappa per tappa verrebbe approfondita la riflessione sulle osservazioni fatte, sui possibili perché del farsi della lingua nella bocca di ognuno e su come, dalla bocca, le espressioni riescano ad apparire mute e vive sulla pagina, cambiata radicalmente la forma; se ne articolerebbe una modulazione di possibili sensi, oltre che della diversa istanza paradigmatica della norma; si inviterebbero gli allievi in contesti comunicativi fittizi convenientemente selezionati a provarsi nel riconoscere temi e forme in qualche modo già sperimentati e nell’arrovellarsi su come la lingua diventi, per esempio in quelli letterari, inoperosa, misteriosamente autoriflessa, capace di parlare loro su piani altri della conoscenza.

Immancabilmente, di fronte a una lingua piena dell’esperienza sensibile della vita, la comunità di una classe, se disposta all’attitudine della ricerca, dispiega la felice urgenza di comprenderla. Si riempie del gusto di ragionare muovendo dalle singole letture soggettive alla negoziazione di intenti sottesi di pensiero. E giunge anche all’imperioso bisogno successivo di imparare a parlare del processo conoscitivo attinto, affinando in maniera naturale la metalingua di volta in volta necessaria. Non sarà proprio lo studio dello scarto tra pragmatica e grammatica il corrispettivo dello studio della stilistica? Romano Luperini scrive che «la storia della critica dimostra che le interpretazioni di un testo sono infinite. Ciò non significa però che esse siano illimitate»[xviii]. Mi sono spesso domandata se al Liceo, dove ho insegnato per quarant’anni, e in generale a scuola per tutte le discipline, l’esercizio più democratico e costituzionale per apprendere a padroneggiare la lingua e insieme il suo portato concettuale non stia proprio in una siffatta armonia della classe protesa verso il medesimo obiettivo, ogni studente secondo la propria irripetibile sensibilità. Far studiare sui libri senza dare la possibilità di interloquire con questioni già linguisticamente e concettualmente affrontate, porta solo in pochi casi fortunati allo sviluppo di un pensiero critico autonomo, nella stragrande maggioranza alla cultura della ripetizione più o meno brillante di quello altrui, quasi sempre meno.

Sposi e lingue promessi – Nella conclusione del paragrafo Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze relativi alla letteratura del primo biennio, si legge una riflessione sull’opportunità della lettura de I promessi sposi al secondo anno:

Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un «classico contemporaneo». Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura dei Promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni[xix].

Non appena la Bozza delle Nuove Indicazioni per il Licei è stata pubblicata per una fase transitoria di riflessione e revisione, questo passaggio ha suscitato un caldo dibattito a favore o contro. Colpisce che i libri meno complessi elencati nelle righe precedenti, dopo anche la proposta di un anticipo di testi del Medioevo, siano opere di Moravia, Palazzeschi, Brancati, Fenoglio, Pavese, Carlo Levi, Primo Levi, Morante, Ginzburg, Calvino, Sciascia, Parise, Pasolini, Romano, Pontiggia. Poche righe prima si era invece sottolineata l’utilità, a proposito del primo biennio, di partire da testi come le canzoni «che si suppone siano più familiari agli studenti»[xx]. Il consiglio pur buono, rivela però l’idea di una familiarità di superficie intesa come noto. A stare a quanto si legge, a I promessi sposi mancherebbe una familiarità di lingua. La lingua manzoniana pare agli studenti oggi piuttosto astrusa. È vero, sebbene, come accennato, la leggibilità aperta da una lettura ad alta voce capace di incantare farebbe pensare anche ad altro nell’attuale tornante tra scrittura e nuova auralità, visibilmente in atto nel modo di pensare degli studenti da almeno venticinque anni. Certo, tocca all’insegnante capire se sia adeguato e possibile ambientare in un’opera esplorazioni a tutto tondo e se si sia individuata un’esperienza estetica tale da accendere i sensi di ogni studente e rendere per ciascuno familiare l’opera e la sua lingua eventualmente lontana. Così fa Marco Martinelli, glorioso regista di centinaia di giovani alle prese con la messa in vita di classici tra i più apparentemente morti, Pierini dei licei insieme a Uragani delle scuole di Scampia e di altre ancor più abbandonate periferie. All’obiezione che i classici sono noiosi risponde che non lo sono, che sono vivi, se si è in grado di interrogarli:

Sento già l’obiezione: i classici sono noiosi. Non è vero, ma è vero che così li percepiscono tutti, o quasi, gli adolescenti. E anche tanti adulti. Dipende allora da come li possiamo raccontare, da come li facciamo vedere. Bisogna saper resuscitare i classici, immaginarseli quando ancora non erano classici, quando neanche loro sapevano di essere dei classici, immaginarseli quindi da vivi, da ragazzini, da ribelli e insoddisfatti e scalpitanti, polemici e indisponenti, come spesso erano stati quegli esseri umani che oggi, nell’immaginario di tanti, sono solo un nome bislacco e un busto in un museo, muto e inutile. Se lo interroghiamo, se sappiamo interrogarlo, quel marmo comincia a parlarci[xxi].

Lo scorso ottobre, per la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, ospiti dell’Ambasciata italiana e del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Ankara, lo hanno mostrato ancora una volta. Hanno allestito, in poche ore, con ventisette studenti turchi, un’apertura scenica del Purgatorio dei poeti tratto dalla Commedia. Gli studenti hanno trovato e messo in Dante se stessi recitando in turco e in italiano insieme. I giovani spettatori loro colleghi si sono commossi alla vista dell’intensa e rigorosa messa in vita del nostro grande classico. Nei venti minuti dell’apertura, attori e spettatori insieme hanno fatto accadere l’evento del viaggio dal buio alla luce, lì, nel remoto altopiano del deserto anatolico. Dante è difficile, la sua lingua talvolta quasi incomprensibile, per i turchi di fatto inavvicinabile. Ma Martinelli giocando con il ma del «ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai», in turco amà, e di nuovo ama e amore in italiano, con umiltà e infinita sapienza ve li ha fatti penetrare accendendo un eros irruente nei loro corpi compressi. Rumeysa, una delle studentesse, ha poi scritto che per lei era stata una cosa nuova e strana, e che la paura e l’eccitazione provate durante le prove erano misteriosamente scomparse al momento di vivere la Commedia davanti e con gli spettatori.

In una classe di Liceo, laddove le classi sono uno spaziotempo molto simile a quello di un teatro, la paideia democratica della lingua deve tener per forza conto di entrambi i processi della conoscenza sensibile e noetica di Dioniso e di Apollo. Non può prescindere dall’enthousiasmos del dio giovane che è dentro e dalla sua potenza che sola può aprire a tutti i giovani dei licei, e della scuola in genere, la strada della conoscenza a distanza del dio lykeios. L’esperienza dionisiaca dei sensi e del corpo necessariamente vi precede e fonda la maturazione del pensiero verbale e della noesi. Nell’Iliade, il poema del furioso dolore dell’eroe giovane e dionisiaco destinato a morte necessaria da Apollo, Achille, dopo una resistenza lunga diciannove libri prima di consegnarsi al passaggio estremo, nel grandioso furore della sua prima e ultima immensa battaglia, lui, uomo, si trova inopinatamente a rincorrere il dio in fuga, dimentichi entrambi, in un infinitesimale frattempo, del destino ripetuto a martello per quasi dodicimila versi. Nel poema della città nascente, ritornerà uomo fatto travestito da Odisseo, apollineo e dall’ingegno multiforme. Nei primi anni Ottanta, a lezione di filologia, Canfora, sulla scorta di Diego Lanza, spesso ci ricordava che leggere vuol dire rileggere, riconoscere qualcosa che è già dentro: ad Atene i bimbi imparavano a leggere compitando i versi dell’Iliade dopo averli prima ascoltati durante le feste dai rapsodi e poi via via mandati a memoria.

A Barbiana Lorenzo Milani, che per consapevole scelta democratica insegnava l’italiano tutto insieme, non mancava di seguire il criterio della familiarità inteso come urgenza politico-sentimentale. Nella scrittura di Lettera a una professoressa – per Pasolini, pur dubbioso su alcuni aspetti dell’opera, «uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie»[xxii] – accompagna i ragazzini a dare parola a un sentimento caldissimo. La scelta stilistica aspra e petrosa, a restituire nella lingua le ferite delle bocciature agli esami, è evidente sin dall’incipit lapidario: «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti»[xxiii]. Scaturisce dalla minuziosa ricerca di una lingua che rappresenti fattualmente il confronto tra la pienezza rigorosa del metodo di studio praticato a Barbiana e la vacuità di quello della scuola pubblica. La forma della lettera risponde anch’essa al criterio della familiarità; è esercizio di scrittura tra i più praticati dagli adolescenti, intermedio tra la vita e la finzione, tra l’oralità e la pagina, la testualità oggi sicuramente più esperita nella forma breve del messaggio e del post. Rimando per questa cruciale questione alla lettura dei mirabili percorsi di italiano insegnato tutto insieme a partire da quelli sulla messaggeria, costruiti da Maria Piscitelli insieme alle maestre del Cidi di Firenze, riferimenti ineludibili per cominciare infine a pensare e formalizzare un’epistemologia scolastica democratica dell’italiano[xxiv]. Quella straordinaria lettera è quindi non solo una limpida accusa, mai perdonata, alla scuola pubblica italiana degli anni Sessanta infedele al mandato costituzionale. È la lucida illustrazione del farsi all’unisono della lingua e del pensiero mentre una comunità di studio e ricerca vive la propria formazione e, insieme, un metodo di apprendimento della padronanza.

Ne I promessi sposi, che a ben vedere «si situa dentro una biblioteca», non c’è una sola lingua, c’è una babele di lingue in cui un giovane in formazione si perde, non molto diversamente dai nostri studenti. Nel libro la promessa meravigliosa di ritrovare la famiglia perduta va di pari passo con quella di trovare una lingua che possa sanare la separazione tra il mondo della parola e quello del reale se esiste. La giovinezza, per statuto, sperimenta una tale babele esistenziale e linguistica, come testimoniano i preziosi graffiti nei bagni e sui banchi, o le ormai purtroppo desuete scritte dei bigliettini sottobanco. Renzo, come un qualunque nostro studentello, seduto sui gradini della cappella al centro del lazzaretto, sconfitto dai tanti agguati delle lingue del mondo malamente affrontate, articola una misteriosa lingua salvifica, sconosciuta agli adulti, non abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo.

[…] una preghiera, o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo[xxv] .

Il quadretto finale compie la promessa di maritare gli sposi, ma non del tutto quella di maritare la lingua al pensiero, affrancarla dall’immoralità della sfilata di lingue bifide esposte ad ogni stazione della biblioteca: per l’analfabeta del nostro scrittore, la scrittura resta, preoccupantemente, una birberia. Se si valuta possibile, per i nostri giovani, forti della loro confusione di parole arruffate e esperti di ambiguità sentimentali e linguistiche, un viaggio nelle peripezie del romanzo potrebbe rivelarsi un lungo, complesso e delicato processo di avvicinamento ad una lingua e a una società altre e lontane.

Senso e sensibilità – Cacciari in Scuola è politica, commentando un passaggio del dialogo platonico sulle Leggi, insiste a lungo sulla necessità che la retta educazione per il pais, il giovinetto dai 14 ai 18 anni su per giù, non si fondi sulle facoltà noetiche, ma sulla sensibilità e sui sentimenti immediatamente posseduti ricordando che « anche il senso è senso »[xxvi]:

Il giovane deve essere educato in base alla sua sensibilità, egli ha in sé la potenza per apprendere, anche attraverso le proprie facoltà noetiche, per apprendere anche le discipline diciamo scientifiche, i saperi particolari, ma tutto ciò lo ha in potenza. L’educazione deve portare questa potenza alla forma, ma come fa, quali sono gli strumenti che ha per far passare queste facoltà in potenza alla forma, all’atto? Bisogna partire appunto da ciò che per il fanciullo riveste la massima importanza, come avete sentito, quei sentimenti che il fanciullo possiede immediatamente e bisogna far sorgere, facendo leva su quei sentimenti, naturalmente, avversione al brutto e all’ingiusto e amore per il bello e per il giusto, questo è il fine essenziale dell’educazione […] bisogna creare le basi cioè di un ethos, questa è l’educazione, di un ethos, sede. Su quella sede staranno poi i saperi particolari[xxvii].

L’insistenza sui sentimenti, su ciò che il fanciullo possiede immediatamente, per portare la potenza dei saperi particolari, presente in ognuno, alla forma della padronanza, all’atto, rivela evidentemente l’ethos democratico della paideia descritta. L’esperienza sensibile del bello e del brutto appartiene indistintamente a tutti e ognuno desidera esplorarla parlandone, e poco importa se all’inizio è solo un balbettio. Impossibile per la scuola della Costituzione non aderire alla riflessione cacciariana.

Nell’Introduzione del romanzo Manzoni, constatata già allora l’oggettiva indeterminatezza della «lingua italiana», al momento di rifare la dicitura dello scartafaccio, si pone il problema di quale contromodello di lingua possa dare alla riconosciuta bellezza della storia un’espressione corrispondente: «che dicitura vi abbiam noi sostituita?».  L’agile e corrente lingua trovata si fa nel farsi della scrittura, mentre lui stesso si interroga sulle possibili obiezioni, mandate a spasso ogni volta dal loro non «badare ai fatti e ai princìpi su cui il giudizio doveva esser fondato»:

avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente[xxviii].

Una lingua della scuola per così dire maritata al pensiero non sarebbe molto diversa. In un andirivieni ben allestito tra la familiarità del dentro e l’alterità sociale e culturale della lingua della cittadinanza, verrebbe facendosi nella vita rivissuta nella classe, e, su una tale scena, nel farsi, proverebbe a riflettere su se stessa e a spiegare come è fatta e come fa a farsi. Crescerebbe insieme alla vita degli allievi, badando ai fatti e ai princìpi, di pari passo con lo sviluppo delle loro capacità noetiche, dalla pianta forte di ogni diversa lingua materna, in ariose e pazienti giravolte di esplorazioni conoscitive. La IV Tesi spiega in termini di pedagogia linguistica efficace quale potrebbe essere nel suo farsi:

Una pedagogia linguistica efficace deve badare a tutto questo: cioè al rapporto tra sviluppo delle capacità linguistiche nel loro insieme (tesi llI) e sviluppo fisico, affettivo, sociale, intellettuale dell’individuo (tesi lI), in vista dell’importanza decisiva del linguaggio verbale (tesi I).
La pedagogia linguistica efficace è democratica (le due cose non sono necessariamente coincidenti) se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come, ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, che riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzioni di lingua» e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell’azione della «Repubblica» […] è sulla scuola che, in modo dominante, anche se non esclusivo, devono concentrarsi gli sforzi per avviare un diverso programma di sviluppo delle capacità linguistiche individuali, uno sviluppo rispettoso ma non succubo della varietà, secondo i traguardi indicati, ripetiamolo, dagli articoli 3 e 6 della Costituzione[xxix].

Nella Lettera ai giudici, ritorna l’idea di una lingua che cresce insieme alla vita e al pensiero, a cui certamente le Dieci tesi guardarono:

Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola [xxx].

Nel paragrafo Come maestro è ancora più chiaro che l’italiano della paideia democratica del cittadino può sorgere solo in lezioni indistinte di vita e di lingua:

Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati […] E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa […] Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d’una «guerra giusta». D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata[xxxi].

Nelle Nuove Indicazioni, le due diverse prospettive accademiche del linguista e del critico letterario, nonostante i vari incroci, confermano la tradizione inattuale della padronanza indeterminata dell’italiano prescritta ai liceali, lontanissima da quella maritata della retta cittadinanza. Esattamente come nella stragrande maggioranza dei libri di testo, lunghi elenchi e buoni consigli le occupano insistendo con l’avvertenza di aggiungere una cosa ad un’altra, una cosa separata dall’altra: «all’antologia verranno affiancate letture integrali di libri, per incentivare l’abitudine e l’allenamento alla lettura»[xxxii] e «l’insegnante dedichi almeno una lezione (o un ripasso), all’inizio di ogni ciclo scolastico, all’uso consapevole dei vocabolari»[xxxiii]. Una tale parola programmatica potrà mai dare vita ad una lingua e a un liceo della retta educazione, potrà mai accompagnare i Licei nel gravoso compito costituzionale assegnato? Il Liceo, la scuola superiore, la scuola tutta, sono però a loro volta molto lontani dal poter raccogliere la sfida di fondare la propria scienza, nello specifico quella dell’apprendimento scolastico dell’italiano. Il fervore degli anni Settanta, prolungatosi almeno fino al Duemila, ha prodotto tanta ricerca e sperimentazione in questa direzione. Ma la scuola, luogo innanzitutto del dialogo e dell’oralità, non ha mai generato un sapere teorico in grado di fondare un’epistemologia scolastica e democratica delle discipline. Se una sperimentazione si è rivelata proficua, ha talvolta dato fattivamente corso a buone pratiche didattiche, riconoscibili qua e là nei consigli delle Nuove Indicazioni. I risultati raggiunti non hanno però mai assunto una forma teorica specifica, guadagnato spazio scientifico di sedimentazione e discussione, nobiltà di sapere, salvo rari felici casi[xxxiv]. Qualcosa alla scuola in questi ultimi venticinque anni è definitivamente sfuggito, anche se mentre accadeva non sapevamo cosa – o forse lasciavamo fare, come in una nitida memoria radiografica di Annie Ernaux. I libri di testo adoperati in classe continuano ad essere quasi sempre improntanti ad un elenco catalogico di contenuti disciplinari secondo l’epistemologia accademica della ricerca. La normativa spinge le nuove generazioni degli insegnanti verso un sempre più pesante grigiore burocratico. La scuola resta di fatto un’istituzione minorenne, impossibilitata ad assumersi la responsabilità del proprio mandato e della propria professionalità. Se non per questo, perché sarebbe allora il luogo in cui molte cose si scrivono, ma tutt’altre si fanno? Il risultato dell’incoerenza prospettica non va cercato lontano. È esperienza quotidiana di ognuno la sciatteria linguistica pubblica e privata e l’avanzare impetuoso di un vigoroso neovolgare, di pari passo con l’infragilimento del pensiero dialettico e dell’affermazione prepotente della retorica e del pensiero associativo. Con buona pace dei maestri disobbedienti e della loro ricerca di un possibile vero scolastico.

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[i] Nuove Indicazioni nazionali per i Licei, https://www.mim.gov.it/-/pubblicato-il-testo-delle-nuove-indicazioni-nazionali-per-i-licei- , da ora in poi NIN, p.1.

[ii] art. 17 del DL del 13 aprile 2017, n. 62.

[iii] NIN, pp.4 -5.

[iv] Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma nato nel 1972 e diventato nazionale nel 1979 e Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica nato nel 1973.

[v] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[vi] https://www.edscuola.it/archivio/cronologia/0627.html

[vii] Ibidem.

[viii] Rilevazione apprendimenti prova scritta d’italiano, a cura dell’invalsi e dell’Accademia della Crusca, p. 54.

[ix] Si ricordano Gruppo di lavoro Invalsi – Accademia della Crusca, Rilevazione Apprendimenti Prova Scritta Italiano – RACCOLTA MATERIALI E ANALISI DEI DATI SESSIONE 2007; Lina Grossi, « La Ricerca», 30 giugno 2015.

[x] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1976.

[xi] Sulle Indicazioni nazionali/2 (più ampiamente) di Claudio Giunta, 25 Aprile 2026.

[xii] Jaqueline Visconti, La lingua della costituzione, tra lessico e testualità, « Rivista », N°: 3/2022, 29/08/2022

[xiii] NIN, p. 2.

[xiv]Ibi, p. 4

[xv] Giorgio Agamben, Che cos’è la poesia?, https://www.youtube.com/watch?v=Mh_-BlNVVQM (trascrizione mia).

[xvi]Claudio Angelini, Oltre la parola. Intervista a Giorgio Caproni, «L’aquilone», Rai Uno, 1988,  https://www.youtube.com/watch?v=zvwy3A3Iy-k (trascrizione mia).

[xvii] Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, ( a cura di Luciano Mecaccci) Bari, Laterza, 1990, p. 118.

[xviii] Romano Luperini, La critica, la scienza e l’ermeneutica, https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/letteratura-e-scienze, p.2.

[xix] NIN, p.6

[xx] NIN, p.5.

[xxi] Marco Marttinelli, Aristofane a Scampia, Milano, Ponte alle Grazie, 2016.

[xxii] Pier Paolo Pasolini, La cultura contadina della scuola di Barbiana – «Momento», IV, 15-16, gennaio 1968. https://pasolinilepaginecorsare.blogspot.com/2022/01/pier-paolo-pasolin-la-cultura-contadina.html?m=10

[xxiii] Lettera a una professoressa

[xxiv] https://www.fucinadelleidee.eu/

[xxv] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVI.

[xxvi] Massimo Cacciari, La scuola è politica, incontro del ciclo «Scholé. Per la formazione dei cittadini» a cura di Ivano Dionigi, https://www.youtube.com/watch?v=jp7abVgdzg4, min. 27 (trascrizione mia).

[xxvii] Ibidem.

[xxviii] I promessi sposi, Introduzione.

[xxix] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[xxx] Lorenzo Milani, Lettera a Nadia Neri, https://www.radiomugello.it/blog/la-lettera-a-nadia-di-don-milani/

[xxxi] Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, https://sites.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[xxxii] NIN, p. 3.

[xxxiii] Ibi, p. 2.

[xxxiv] Cfr. per esempio, Carlo Fiorentini, Rinnovare l’insegnamento delle scienze. Aspetti storici, epistemologici, psicologici, pedagogici e didattici, Roma, Aracne, 2018.

Les nouveaux réalistes: Gino Ciaglia

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Le cose si spostano
di
Gino Ciaglia

Nostro nonno collezionava impianti stereo rotti. Se qualcuno gli diceva: «Che bella passione», si sentiva rispondere: «La passione è una cosa da froci».
Infatti, noi che lo conoscevamo bene, sapevamo che la sua non era una passione, né lui era il tipo che rifà il trucco alle cose vecchie per farle sembrare moderne. Era semplicemente incapace di buttare via qualcosa che avesse toccato la nonna, o che avesse anche solo guardato. Gli impianti stereo erano dodici, e ognuno aveva il nome di un santo scritto su nastro adesivo, in stampatello, col pennarello indelebile, come fanno gli animatori con i bambini al campo estivo.
Li teneva in cantina, allineati contro il muro di cemento umido come militari in attesa di ordini. Ognuno aveva qualcosa che non andava: uno non leggeva i CD, un altro aveva il volume bloccato al massimo, un altro ancora aveva perso l’antenna e captava solo una stazione rumena che trasmetteva canzoni folk.
Quando sono andato a svuotare la cantina, dopo, ho trovato anche i manuali. Li aveva conservati tutti. Li aveva messi dentro buste di plastica trasparenti, quelle con la chiusura a zip, e li aveva etichettati col nome e l’anno di acquisto. Il manuale del primo impianto era del 1977.
Lui aveva quarant’anni.
Io due.

L’appartamento ci ha messo tre settimane a sembrare vuoto. Non tanto per le cose ‒ quelle le abbiamo smaltite in fretta, a parte gli impianti stereo su cui siamo rimasti fermi per un po’ ‒ ma per via dell’aria. L’aria di un appartamento abitato per cinquant’anni ha una consistenza diversa. Entra nei polmoni in modo diverso.
Lisa, mia sorella, dice che è la polvere, che la polvere vecchia ha un odore da sciroppo per la tosse scaduto. Non ha tutti i torti. Ma io sento le voci: rimangono nelle pareti come il fumo di sigaretta e la fuliggine del caminetto, e credo che ci voglia del tempo prima che escano.
Il nonno fumava a ritmi tali che se Fabrizio De André fosse stato suo amico, avrebbe buttato via la propria sigaretta e gli avrebbe detto: “E cazzo, Pino, almeno tu smettila!” E parlava anche molto, e ad alta voce, anche quando era solo. Soprattutto quando era solo. Aveva iniziato quando la nonna se n’era andata ‒ questo è il termine che ha sempre usato, se n’era andata, come se avesse preso un treno e lui non fosse stato via di casa per sette anni. Aveva continuato a ragionare ad alta voce per abitudine, e poi l’abitudine era diventata un metodo, e il metodo era diventato una specie di compagnia, come una tv senza telecomando bloccata sullo stesso canale.
Negli ultimi mesi, quando Lisa e io lo sentivamo dalla nostra stanza che discuteva con la lista della spesa ci sembrava imbarazzante.
«Trenta grammi di prosciutto cotto non bastano, Marialuisa».
«E allora prendi il petto di pollo, dai».
«Il petto di pollo non lo mangiano».
«E allora cosa mangiano?»
«Boh. Le merendine».
Avevamo sette e cinque anni, Lisa più piccola, e ridevamo sotto le coperte cercando di non fare rumore.

Gli impianti stereo li abbiamo portati all’isola ecologica un martedì mattina. Quando li ho portati dalla cantina alla macchina, infilandoli sul sedile posteriore e nel bagagliaio, mi sono reso conto che erano pesanti in modo… sgradevole, si avvertiva il peso morto di una cosa che ha smesso di funzionare.
«Secondo te perché li teneva?» ha chiesto Lisa ferma a un semaforo.
«Che cazzo ne so. Nostalgia?»
Lisa ha stretto le mani sul volante. È una di quelle persone che hanno bisogno che le cose abbiano un senso, che ci sia sempre una spiegazione. Fa l’insegnante di matematica e crede nella dimostrabilità delle proposizioni. Io faccio il grafico e al massimo credo nella dimostrabilità delle proporzioni.
«Io mi sono sempre chiesto perché aveva dato a ognuno il nome di un santo». Lisa ha fatto una piccola risata che non era del tutto una risata. «In verità vi dico… oggi uno di voi mi manderà in corto circuito!»

All’isola ecologica c’era un uomo coi guanti gialli e la pettorina arancione che prendeva le cose e le metteva nei cassoni. Lo faceva con una certa cura, e questo mi ha colpito. Ha preso il primo impianto, lo ha girato tra le mani, ha visto il nastro adesivo con il nome di Giuda Taddeo, l’ha messo nel cassone e lo ha lasciato andare con delicatezza. E mentre guardavo quella scena ho rivisto il nonno vestito di tutto punto, il profumo di dopobarba che sapeva di farmacia, che mi teneva sulle ginocchia e mi lasciava giocare con l’orologio al polso.
Aveva lasciato la nonna quando avevo otto anni e Lisa sei. Da quel giorno lo vedevamo solo la domenica; poi una domenica sì e una no. Dopo, le domeniche sono diventate le vacanze di Natale, poi un’estate sì e una no, e infine tutto si è trasformato in brevi telefonate in cui chiedeva come andava la scuola. Noi dicevamo “bene” anche quando non andava bene, perché avevamo capito che tanto non ci avrebbe chiesto il perché.
Non era cattivo. Era… un uomo piccolo, nel senso che occupava poco spazio nel mondo, e probabilmente questo gli pesava. Aveva fatto il geometra tutta la vita in uno studio di tre persone e aveva misurato case che non avrebbe mai potuto comprare; poi, a un certo punto, aveva incontrato questa vecchia contessa che lo guardava come se fosse un Rembrandt, e Ciao nonno.
La nonna non ne aveva mai parlato male davanti a noi. Questa è la cosa che mi ha sempre colpito di più, come se sapesse che avremmo capito, prima o poi.
Ho capito tutto a diciannove anni, a una cena di Natale dalla sua nuova famiglia ‒ lui, la contessa decaduta, e il figlio di lei, di quindici anni, che si chiamava Claudio. La casa bella, molto più grande di quella che aveva lasciato alla nonna, con i pavimenti in parquet e una lunga vetrata che dava sul giardino.
Claudio aveva dormito sul divano per tutta la serata con un bradipo di peluche stretto al petto; a un certo punto ha aperto gli occhi e mi ha chiesto se fossi bravo a giocare ai videogiochi e io gli ho detto di sì, anche se non era vero.
Sulla strada di ritorno in pullman ‒ si era offerto di accompagnarmi ma preferivo starmene da solo ‒ ho pensato che le scelte non hanno sempre un colpevole, ma hanno sempre delle conseguenze. E le conseguenze di quella scelta erano state mia nonna da sola, con un figlio che ormai era solo una foto sul caminetto e la lista della spesa con cui discuteva la sera, o a volte al telefono con la mamma.
Non gliene ho mai voluto. O forse sì, ma in modo… come un rumore di fondo che dopo un po’ non senti più.

***

Tra le sue cose abbiamo trovato una scatola di scarpe piena di fotografie. Le persone della sua generazione le tenevano così, ammassate alla rinfusa. Almeno però le stampavano. Erano lì tutte insieme, gli anni sessanta mescolati agli anni duemila: io bambino con Lisa in braccio, mia madre giovane con la nonna dal viso ingrugnito, e in mezzo ogni tanto spuntava lui, il nonno. Ed era sempre giovane, perché le foto con lui finivano nell’ottantotto.
Lisa le ha prese tutte e le ha messe sul tavolo della cucina e ha cercato di ordinarle per anno. Ci ha messo un pomeriggio intero. Io nel frattempo smontavo gli scaffali del ripostiglio e ogni tanto passavo a vedere come andava.
«Guarda qua» mi ha detto, sventolando una polaroid.
Era una foto di nostra nonna giovanissima, in piedi davanti a quello che sembrava un bar, con un vestito azzurro e i capelli corti. Rideva. Rideva in un modo che non le avevo mai visto: aperto, un po’ spericolato.
«1956» ha detto Lisa. «Madooo’, com’era bella!»
Gliel’ho sfilata di mano. L’ho guardata. Avrà avuto quindici o sedici anni. Era bella in un modo che non avevo mai considerato; nessun nipote guarda la nonna in quel modo.
«È triste» ha detto mia sorella.
«Cosa?»
Il borbottio del caffè che saliva ha sospeso la risposta.
Lisa ha rimesso la foto sul tavolo e ha continuato a ordinarle. Le ho poggiato la tazzina vicino e sono tornato nel ripostiglio. Dopo un po’ ho sentito un rumore sommesso: tirava su col naso, piangeva. Non sono rientrato in cucina a vedere, perché sapevo che non avrebbe voluto.

Nostra nonna aveva una frase che ripeteva sempre, e la diceva senza enfasi, come si dice “fa freddo” o “manca il latte”.
La frase era: le cose non finiscono, si spostano.
La diceva per tutto. Per le relazioni, per gli oggetti, per i dolori.
Quando avevo quindici anni e la mia prima ragazza mi aveva lasciato per uno di quinta ‒ uno che aveva già la patente, una Vespa rosso fuoco e una sicurezza che io non avrei raggiunto prima dei trent’anni ‒ mia nonna mi aveva portato una tazza di Ovomaltina e mi aveva detto: «Non finisce, si sposta».
«Cosa, nonna?»
«Aé, mo vuoi sapere troppo».
Freire, Spock e Montessori, via, fate passare nonna Dina!
A cinquant’anni penso di averlo capito. Penso che volesse dire che niente sparisce davvero; che tutto ciò che si è perso continua a esistere, in qualche modo, per sempre.
Il dolore non finisce, diventa qualcos’altro.
L’amore non finisce, cambia forma.
Le persone non finiscono ‒ e qui mi fermo, perché non sono sicuro di credere in nulla di soprannaturale. Ma lo penso lo stesso, perché anche così, anche senza la parte soprannaturale, mi sembra vero.
La nonna è morta d’infarto fulminante il sette luglio 2015, alle sei di mattina, mentre guardava la caffettiera sul fornello acceso.
Il medico ci ha detto che non ha sofferto. I medici dicono sempre così ‒ lo dicono perché non possono dire altro, e lo diciamo anche noi quando qualcuno ha bisogno di sentirlo.
Forse non ha sofferto davvero. Forse stava pensando a qualcosa di banale, come la lista della spesa o come sarebbe andata tra Brooke e Ridge quel pomeriggio, e poi il caffè ha sporcato tutto il piano cottura e lei non c’era più.

C’è una cosa che non ho detto a Lisa. Che non ho detto a nessuno.
Il giorno prima di morire, la nonna mi aveva chiamato. Erano le tre del pomeriggio e io stavo lavorando, avevo una scadenza e stavo aspettando una mail dal cliente. Ho risposto in modo distratto, con la voce da oltretomba che uso quando vorrei che i telefoni non esistessero.
Lei mi ha chiesto come stavo, io ho detto bene. Mi ha detto che aveva visto un documentario sui polpi che era molto interessante e che avrei dovuto vederlo, io ho detto sì, nonna, lo vedrò. Mi ha chiesto se avessi mangiato, io ho detto sì. Mi ha chiesto se avessi chiamato il dentista per quella carie che rimandavo da due mesi, e io ho detto di sì, ma era una bugia.
Poi ha detto: «Ti voglio bene».
E io ho detto: «Anch’io, ciao». E ho riattaccato.
Le avevo dedicato un minuto e ventisette secondi. Almeno questo diceva lo schermo. Strano, non mi ero mai fermato a leggere la durata di una telefonata, prima.
Sono tornato alla scadenza, alla mail del cliente, e non ci ho più pensato, non fino al mattino dopo quando mia sorella mi ha chiamato che ero ancora a letto. Parlava in un modo che non riconoscevo, con una voce che non le avevo mai sentito, una voce da cui si capiva subito che qualcosa era cambiato in modo irreversibile.
Non ho rimpianti, o almeno cerco di non averne, perché i rimpianti sono una forma di presunzione ‒ presuppongono che avremmo potuto sapere. A volte, però, la notte mi sveglio e penso a quel minuto e ventisette. Penso che i polpi hanno tre cuori, il sangue blu e una forma di intelligenza distribuita lungo i tentacoli, e che questo forse c’entri qualcosa con come funziona il mondo, anche se non so cosa.

L’ultimo impianto stereo lo abbiamo trovato nell’armadio della camera da letto, sepolto sotto una coperta di lana. Era un Grundig vecchissimo, coi tasti di plastica beige e il mangianastri. Sul lato c’era il nastro adesivo con scritto: G. C. Non il nome per intero, come sugli altri undici. Ora vai a capire se voleva dire Gesù Cristo o il nome della nonna.
Quando ho premuto il tasto play, così, senza pensarci, l’impianto ha fatto un rumore, poi un altro rumore, e alla fine ha suonato.
Dentro c’era ancora una cassetta, e la cassetta funzionava. Era una canzone che non conoscevo, una voce femminile, un ritmo che adesso suona ridicolo ma che allora doveva sembrare il futuro.
Lisa si è fermata sulla porta. Ci siamo guardati.
«Sai cos’è?» ho chiesto.
Ha scosso la testa.
L’abbiamo ascoltata tutta, in piedi davanti all’armadio del nonno, con la luce del corridoio che entrava obliqua. La canzone è finita, l’audiocassetta si è bloccata.
Abbiamo salvato il vecchio Grundig dall’isola ecologica.
L’ho preso io. Ora è in camera mia, con la cassetta ancora dentro. Non lo riaccendo mai; però so che funziona, e questo mi basta. Non so spiegare perché mi basti, ma mi basta.
Un pomeriggio, mentre spolveravo lo stereo, lo sportellino si è aperto di scatto. Incuriosito, ho sfilato la musicassetta – chissà perché non lo avevo fatto prima. Sull’etichetta di carta ingiallita, un tratto di penna rossa ormai sbiadito, riportava le stesse iniziali di prima ‒ G. C. ‒ ma stavolta per esteso: Gerardina Concilio, 1957. Ho fatto due conti ‒ l’anno doveva essere quello del loro matrimonio.
La nonna aveva ragione.