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Avvocata nostra (Letteratura e diritto #7)

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di Pasquale Vitagliano

Le serie tv hanno fatto conoscere la figura di Lidia Poët. È stata la prima donna ad essere iscritta all’albo degli avvocati. In realtà, il procuratore generale del Regno mise in dubbio la legittimità dell’iscrizione e impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d’Appello di Torino. L’11 novembre 1883 la Corte di Appello accolse la richiesta. Il 28 novembre Lidia Poët presentò ricorso in Cassazione e questa confermò quanto già deciso in appello, cioè che “La donna non può esercitare l’avvocatura” in quanto non ammessa dalla legge. La tesi si fondava sulla qualificazione della professione di avvocato quale “ufficio pubblico”. E qui stava il punto: la legge escludeva le donne dai pubblici uffici. Poté iscriversi ufficialmente solo nel 1920, dopo che un anno prima era stata approvata la legge Sacchi (da Ettore Sacchi, il deputato che la propose). Per questo fu anticipata dall’americana Arabella Mansfield, che si iscrisse all’albo degli avvocati dello stato dell’Iowa nel 1869.

In realtà, la prima donna in assoluto ad esercitare la professione di avvocato in Italia fu Giustina Rocca, discendente da una ricca e nobile famiglia di Trani. Secondo alcuni, addirittura, Giustina avrebbe ispirato William Shakespeare per il personaggio di Porzia di Belmonte nel Mercante di Venezia. Giustina, tuttavia, non si è dovuta travestire da uomo quando l’8 aprile 1500 a lei si rivolsero due suoi parenti per chiedere una sentenza arbitrale che ponesse fine a una loro controversia. L’episodio viene ripreso da Cesare Lambertini nel De iure patronatus stampato, appunto, a Venezia nel 1533 e ristampato con successo nel 1584. Un particolare importante fu la richiesta di liquidazione delle competenze professionali stabilite dalla legge per gli arbitri con apposita tariffa (la così detta trigesima). Il soccombente – il nipote della stessa arbitra, Angelo – fu citato per l’adempimento presso il Governatore, e dovette pagare l’intera somma.

Se Giustina-Porzia è stata la prima donna avvocato, Atena è stata il primo giudice quando fonda nell’Areopago il Tribunale dove svolgere il processo contro Oreste che ha ucciso sua madre Clitennestra e il suo amante Egisto, ponendo fine alla giustizia del taglione e trasformando le Erinni in spiriti benevoli. Tutto ciò non farebbe pensare ad un tratto femminile intrinseco nel diritto? Infatti, Giorgio Galli in un saggio davvero interessante, Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative (1995) coglie un nesso costante tra la nascita delle forme della democrazia e i movimenti femminili, le resistenze nei confronti delle une sono state accompagnate dalla repressione di questi ultimi. Un esempio su tutti si ha nel XVII secolo quando la Rivoluzione inglese (atto fondativo della democrazia moderna) è anche il periodo della grande caccia alle streghe.

 

 

Una fame che non c’era stata

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Fotografia di Ron Lach, da Pexels https://www.pexels.com/photo/ink-spots-on-wrinkly-paper-10526889/
Fotografia di Ron Lach, da Pexels

di Daniele Macuglia

La fame è la condizione di alcune persone che non hanno abbastanza da mangiare. Non è il fatto che non ci sia abbastanza da mangiare.
— Amartya Sen, Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation, Oxford: Clarendon Press, 1981, p. 1
(traduzione dell’autore; corsivi nell’originale)

Mandato

Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia da campo, il metro per la mezza apertura delle braccia, le fettucce e i moduli. La statura, ai vecchi, non la prendevamo in piedi: la schiena, passati certi anni, non rende più l’altezza che è stata, e allora la si ricavava dal braccio teso di lato, che invecchia più lentamente della schiena, leggendo dall’incavo della gola fino alla punta del dito medio. La prima volta che entrai in una tenda con quegli arnesi addosso, una donna mi guardò le mani per capire che cosa portassi. Vide il metro e la fettuccia, e abbassò gli occhi. Avevo in tasca il manuale, in inglese, stampato chissà dove e uguale in ogni campo del mondo, e in quel manuale ciò che a quella donna stava accadendo aveva un nome esatto, lo stesso che in quel momento un altro come me scriveva sotto un altro telo, a migliaia di chilometri; una parola che a lei non sapevo dire, perché per la fame le lingue che si parlano nelle tende hanno molti nomi, e nessuno era quello. La sapevo soltanto segnare nella casella giusta. Avevo studiato a Khartum e fatto i corsi; sapevo l’inglese che si scrive nei rapporti. Ero del Darfur, e questo mi serviva per le parole che la gente si diceva nelle tende, non per la firma in fondo alla scheda, che restava identica a quella di un caposquadra venuto da fuori. Ci avevano mandati a raccogliere una prova. Correggo, perché la parola è importante e voglio scriverla giusta: non andavamo a raccogliere una prova, andavamo a vedere se una prova si potesse raccogliere. Non andavamo a sfamare nessuno. A mandarci era un’organizzazione che teneva i suoi uffici a Roma, e per una volta voleva sapere che cosa la fame facesse ai vecchi, che le altre rilevazioni non contavano: si misurano i bambini e le madri, e i vecchi restano fuori. Da qualche centinaio di anziani sarebbe uscita una cifra, e da quella cifra una percentuale; ma la parola grande, quella che dichiara la carestia di un posto, non si pesava sui vecchi, e la nostra percentuale, a Roma, sarebbe finita in coda a un rapporto che nessuno aveva fretta di riaprire. Mezzo milione di persone, a Zamzam. Alcune erano lì da vent’anni, da quando il campo era nato, una guerra prima di questa, e nel tempo gli erano cresciuti intorno mercati e scuole come a una città vera; altre erano arrivate nelle ultime settimane, in fuga dai combattimenti, e dormivano dove trovavano. Nel mio conto erano la stessa cifra. Circa quindici chilometri più a nord c’era El Fasher, e fra noi e la città passava il fronte: di là restavano il grande mercato del grano e la pista degli aerei, e non potevamo raggiungerli. A scuola ci avevano insegnato che da El Fasher, un tempo, un sultano governava il Darfur tenendone i registri, e ce lo insegnavano come una cosa finita molto tempo prima. Di quei registri non avevo mai visto una pagina; e pensai, aspettando una mattina a un blocco, che la sede da cui una volta si teneva il conto di tutto era là, a una quindicina di chilometri, chiusa nel suo assedio, e che noi eravamo venuti a tenere il conto del campo che le stava sotto, dove non arrivava più nessun registro; e che anche le nostre schede, prima o poi, sarebbero diventate altrettanto introvabili, e qualcuno, molto dopo, avrebbe imparato a scuola che un tempo, lì sotto, si era tenuto il conto di una fame. Ogni mattina, per entrare in un settore, si contrattava il passaggio. Lo facevo io, perché mandare avanti una delle donne a parlare con quegli uomini non si poteva. Stavo davanti a un ragazzo con il fucile, gli dicevo chi eravamo e dove dovevamo arrivare, lui guardava il furgone e non me, e a un certo punto si scostava dalla strada, o non si scostava. Al pomeriggio la strada si richiudeva a un’ora che nessuno annunciava e che imparavi a leggere da come, ai blocchi, smettevano a un tratto di rispondere. Quello che restava fuori da quell’ora restava fuori. Da alcuni di quei settori—quelli in cui non ci avevano lasciato entrare, o che l’ora aveva chiuso—la mattina dopo saliva il fumo e non veniva alcun suono. Lì si moriva almeno quanto dove arrivavamo noi, soltanto che lì non lo contava nessuno.

Il campionamento

Per dire qualcosa dei vecchi di un campo se ne misurano qualche centinaio. Non si sceglie chi sembra più magro: sarebbe il modo più rapido per avere il numero che si teme, e il più disonesto. Si sceglie a caso, per gruppi di tende che il programma chiama grappoli, perché il caso, almeno in teoria, non sa chi favorire. Questo è il mestiere fatto come si deve, e ci credo ancora. Prima ancora di misurarlo, di un vecchio bisognava sapere l’età: dai cinquant’anni in su entrava nel conto, sotto no; la soglia l’aveva fissata il protocollo apposta per questi campi, ché la vecchiaia, da queste parti, comincia presto, e chi aveva compilato quella riga lo sapeva. Carte non ce n’erano quasi mai. Allora lo chiedevo a chi avevo davanti, o a chi stava lì intorno—c’era già, all’anno della grande fame? e al tempo degli inglesi, era nato?—e tenevamo un foglio con gli anni in fila e accanto, a ogni anno, ciò che in quell’anno era successo. Vicino a quasi ogni riga c’era una cosa che aveva bruciato o che era mancata, e le righe dei più vecchi scendevano fino agli anni in cui erano arse o mancate cose che io conoscevo soltanto dai racconti. Gli davamo un’età misurandola dalle carestie che aveva già attraversato. Hiba misurò la prima vecchia dell’ottavo grappolo. Le tese prima il braccio di lato. Era la sola parte di lei che avesse conservato la lunghezza di un tempo, e la statura che ne ricavammo fu quella della donna che era stata, non di quella che ci stava davanti; di questa il corpo diceva soltanto di quanto si fosse consumata. Solo dopo le girò intorno al braccio, a metà fra la spalla e il gomito, la fettuccia, una striscia di plastica graduata, e mi disse centocinquantotto millimetri. Ripetei la cifra ad alta voce, perché i numeri si ripetono prima di scriverli. La donna teneva il braccio fuori dalla veste perché Hiba lo misurasse, la mano ferma, e guardava la fettuccia come si guarda una cosa che si lascia fare senza capirla; non so che cosa aspettasse. Centocinquantotto, in una donna ridotta così, voleva dire un corpo che aveva consumato quasi tutto; ma dove per un bambino la linea cadeva nello stesso punto in tutto il mondo, e sotto la linea un nome, per i vecchi le linee c’erano soltanto nei manuali, che le tracciavano in punti diversi e non s’erano mai messi d’accordo, e lei stava sotto tutte, anche la più bassa. Caso grave, dunque, qualunque linea si scegliesse, e la gravità fruttava almeno una nota in fondo alla scheda, perché dal centro venissero a prenderla; quello che nessuna linea poteva fare, per quanto in basso la si tracciasse, era pesare sulla parola grande. E nei giorni in cui i gravi erano più dei posti al centro, chi segnalare per primo lo decidevamo a occhio. Lo scrissi, e mentre lo scrivevo lei smise di essere la donna dal braccio scoperto e diventò una frazione di quel mezzo milione, un braccio per le migliaia che non avremmo toccato. Poi disse piano una parola, a se stessa più che a noi. La conoscevo: me la diceva mia nonna, che di questa donna avrebbe avuto l’età, in un Darfur che non era ancora questo, mentre il bastone girava nella pentola e l’asida di sorgo si addensava. Sabr. Abbi pazienza. Quello che quella parola le costava non era cosa mia; sapevo soltanto che quella parola la conoscevo, e che lì, con la scheda in mano, conoscerla non mi serviva a niente. Una volta un vecchio disse di no. Samia gli spiegò che era soltanto una misura; lui tenne il braccio sotto la veste e non lo scoprì. Samia abbassò la fettuccia e non insistette, e restammo così un momento, io con la scheda, lei con la striscia arrotolata in mano, lui che guardava la parete di tela. Su quel braccio, poco sopra il punto dove la fettuccia si chiude, le persone della sua età portano spesso la stessa cicatrice tonda, il fiore lasciato dall’ago che tanti anni prima era passato di tenda in tenda a vaccinare contro il vaiolo, un male che oggi non esiste più: l’unica volta che da fuori erano venuti a quel braccio per lasciare qualcosa, e non per prenderne un numero. Quel fiore non me lo mostrò. Segnai rifiuto. Nel conto pesava come una tenda in cui non eravamo entrati, ma lui restava vivo, fuori dalla percentuale; e quella sera mi pesò meno degli altri vuoti, e non so se fosse giusto. Del resto, non tutte le braccia si stendevano fino in fondo: una donna aveva il gomito irrigidito, e il braccio non arrivava dove il metro lo voleva. Per quel caso il modulo aveva la sua casella, misura non valida, e io non la usai: il pezzo che mancava lo aggiunsi a mente e lo scrissi come se l’avessi letto. Quella misura me la porto ancora, perché non saprò mai se la statura che le ho dato era la sua o quella che mi serviva per chiudere la riga. La sera ricontrollavo le schede del giorno. Verso le ultime ore troppe misure finivano per zero e per cinque: la mano, dopo troppe ore e con quel caldo, smetteva di leggere il millimetro esatto e arrotondava. Il programma aveva un punteggio per quello, e con un punteggio abbastanza brutto il coordinamento poteva rimandarci indietro, a rifare il grappolo. Ma tornare voleva dire riattraversare il blocco, che non si riapriva due volte nello stesso giorno; così certe giornate restavano come erano, con i loro zeri e i loro cinque di troppo, e io le firmavo sapendo che erano sbagliate, ma non di quanto: il millimetro esatto, ormai, non lo sapeva più nessuno. C’era un controllo anche dall’altra parte: le misure troppo lontane da tutte le altre il programma non le cancellava, le segnava, perché una misura così estrema era più probabilmente uno sbaglio—una mano che aveva letto male, o una cifra battuta storta—che il segno di un corpo ancora in vita, e per ognuna chiedeva di tornare alla scheda, e se non bastava alla tenda, a controllare. La regola era buona, teneva gli errori fuori dalla prova; solo che alla tenda non si tornava quasi mai, e all’analisi, se nessuno era riuscito a verificarle, le misure segnate restavano fuori, e un vecchio arrivato davvero a quel punto e una mia svista, sulla riga, diventavano quasi la stessa cosa: un numero che non si riusciva a credere. Quando riguardavo una misura segnata, non sapevo mai se avevo davanti un mio errore o qualcuno che il metodo si rifiutava di credere vivo.

Le tre soglie

Le soglie che decidevano la carestia non erano le mie, anche se due delle tre passavano pure dai nostri moduli, in coda alle misure. Erano tre, e le ripetevamo sempre nello stesso ordine: prima i bambini, poi le case, poi i morti. Tre bambini su dieci troppo magri, una casa su cinque con la pentola vuota, e i morti, che si contavano in un altro modo: così le dicevamo fra noi, per tenerle a mente, e il manuale le diceva più lunghe. Dentro le tre soglie la mia gente c’era e non c’era: i vecchi mangiavano nella conta delle case e morivano nella conta dei morti, ma in nessuna delle tre entravano da vecchi; la loro fame, presa sul braccio, non faceva soglia e non spostava la carestia di un millimetro, e li misuravo lo stesso. C’era un segno che aveva una casella tutta sua, e che nei vecchi tornava spesso e diceva meno chiaro che nei bambini. Premevi i pollici sul dorso dei piedi, uno per piede, e contavi fino a tre; se, tolte le dita, la conca restava e tardava a riempirsi, era l’acqua sotto la pelle, e quella conca bastava da sola: caso grave, qualunque cosa dicessero la bilancia e la fettuccia. Da dove venisse, l’acqua, la casella non lo chiedeva—dalla fame arrivata al punto in cui invece di consumare gonfia, o dal cuore stanco, o dai reni—e il medico che avrebbe saputo distinguerle stava di là dal fronte. Hiba misurò una donna che le altre dicevano ancora in carne, il viso pieno, e nei piedi le restò la conca dei suoi pollici per tutto il tempo che ci misi a scriverlo. La bilancia, di lei, diceva un numero tranquillo, e a tenerglielo tranquillo era la stessa acqua che le gonfiava i piedi: il peso le cresceva proprio di quello che la stava consumando. Quello che restava in certe case lo riferivano le donne della squadra, e qualche volta lo vedevo io. Una madre mostrò a Samia il sacco da cui prendeva da mangiare: ambaz, il panello che resta quando dai semi hai spremuto l’olio e che si dà alle bestie. Prima lo raccoglievano per terra ai margini del mercato e non costava niente; poi qualcuno aveva cominciato a venderlo, e ormai lo pagavano a peso. Lo cuocevano a lungo perché smettesse di sapere di mangime. Lo scrivemmo anche questo: una crocetta nella casella che chiedeva come le famiglie si arrangiassero contro la fame. La casella per l’ambaz c’era; il sapore che restava in bocca non aveva nessuna casella. E i morti: più di due ogni diecimila persone, ogni giorno, purché fossero morti che la guerra non aveva toccato, perché il modulo distingueva, i morti ammazzati si segnavano e poi si toglievano dal conto della fame, che vuole soltanto i suoi, e tutti gli altri il conto li teneva, anche quando la causa non si riusciva a stabilire. Quello non si misurava con la bilancia; si andava tenda per tenda e si rifaceva la famiglia com’era stata alla fine di Ramadan, chi c’era allora e chi c’era adesso, chi era arrivato, chi se n’era andato, chi era nato; e per ognuno che mancava il modulo aveva una riga intera, il nome, gli anni, il come e il dove, e da quelle righe, pesate sui giorni che ciascuno aveva passato nel campo, usciva la velocità con cui la fame, e ciò che alla fame teneva dietro, se li portava via mentre noi eravamo lì a contarli. La riga dunque c’era, e c’era perfino il nome; era la sera, quando le righe diventavano la somma da dettare, che i nomi cadevano, e dei morti restava un numero al giorno ogni diecimila vivi. C’era una cosa di cui non parlavo con nessuno. Lo stesso anziano lo si poteva misurare in due modi—la fettuccia al braccio, oppure l’indice ricavato dalla mezza apertura delle braccia e dal peso—e i due modi, in un corpo vecchio, quasi mai dicevano la stessa cosa: la fettuccia misurava quello che al braccio restava, l’altro dipendeva da un peso che l’acqua poteva alzare e da braccia che non si stendevano più dritte. A Roma, però, andava una percentuale sola, e quale dei due modi dovesse valere l’aveva deciso il protocollo prima che vedessimo un solo vecchio; l’altro restava nelle colonne dietro, con tutte le volte in cui aveva detto una cosa diversa. Della stessa fame esistevano due nomi. Dentro una tenda non li usava nessuno: si diceva che non c’era farina, che l’ambaz era finito, e che qualcuno non si alzava più. Carestia cominciava più lontano, quando abbastanza tende diventavano un’area; catastrofe era il nome che restava addosso a una famiglia sola; chi stava nella tenda non aveva bisogno di nessuno dei due.

La voce di Roma

A sera chiudevo i conti e collegavo il telefono satellitare. Leggevo le cifre dei miei vecchi a una voce che stava a Roma, in uno di quegli edifici dove arrivano, una sopra l’altra, le fami di mezzo mondo. La parola non usciva da quella stanza: quella la pesava altrove un comitato indipendente, una procedura fatta da gente che non avrei mai sentito, e la pesava sui bambini e sulle case e sui morti, non su chi misuravo io. Quella stanza riceveva e archiviava. Ma era il primo orecchio fuori dal campo, e di notte bastava quello. Io ero al buio quasi sempre, perché la corrente se ne andava presto e il caldo del giorno restava sotto il telo per ore; di là dal filo, nello stesso momento, c’era una stanza con la luce accesa. La voce pronunciava il nome del campo con l’accento sulla sillaba sbagliata, sempre la stessa. Sotto le parole c’era un rumore di tastiera, e a volte diceva, ripeta, prima che avessi finito, perché stava scrivendo e io andavo più svelto della sua mano. Leggevo numeri e qualcuno, di là, li ricopiava; e fra il mio foglio e il suo c’erano quasi tremilaquattrocento chilometri e nessun ostacolo. Quello che a noi era proibito attraversare di giorno—le strade coi loro blocchi, e il fronte—il numero lo passava di notte, e arrivava a El Fasher, e oltre, fino alla pista, dove noi non saremmo mai arrivati. Una volta sola, a metà di una cifra, la voce si fermò. Per un attimo parve volesse dire qualcos’altro, una domanda, o forse soltanto un saluto. Poi tornò indietro e ripeté la cifra dal principio. Quell’esitazione di un secondo, in una voce che non commentava mai, me la ricordo più di tutto il silenzio che di solito veniva da quella stanza.

Le aree non raggiunte

Andavamo nel campo da sei giorni quando, una mattina, la strada si chiuse prima del previsto, mentre eravamo a metà di un grappolo. Mancava un’ora al coprifuoco che nessuno dichiarava. La squadra era stanca, l’autista aveva già girato il furgone nel verso del ritorno, e al blocco un ragazzo con il fucile aveva smesso di rispondere. Fui io a decidere che il grappolo si chiudeva lì. Nessuno mi obbligò, ed era la decisione giusta: trattenere la squadra oltre quell’ora voleva dire rischiare i vivi che avevo con me per finire di misurare chi, là dentro, forse non lo era già più. Raccogliemmo la bilancia e le fettucce, e le schede le contammo a metà. Scrissi non raggiunto. Non scrissi che dal settore, quella mattina, era salito il fumo. Il metodo aveva un nome perfino per il settore in cui non eri entrato—lo chiamava non raggiunto, e il suo vuoto dato mancante—e non lo trasformava in niente; aveva perfino le riserve, grappoli estratti in anticipo e tenuti da parte per quando una strada si chiudeva, come la ruota di scorta nel furgone. Nessuno scriveva zero morti là dentro; dirlo sarebbe stato falso, e non voglio comprarmi la coscienza a così poco prezzo. Il settore entrava nel rapporto con il suo nome e con la stima di quanta gente ci vivesse, e da lì in avanti ogni nostro numero valeva per un campo un poco più piccolo del campo vero; pesare come un esito, però, non poteva: nessuna delle sue tende entrava nella prova e, dentro il numero finale, non spostava una soglia di un millimetro. Il campo, intanto, non taceva mai; da certi settori semplicemente non arrivava nessun dato, e l’assenza di un dato, sulla mappa, restava bianca. Quel bianco lo facevamo noi, che misuravamo con cura tutto quello che gli stava intorno. Quei settori non li ho mai visti da dentro; li ho visti dalla strada, mentre tornavamo, file di teli che continuavano oltre il punto in cui ci era stato detto di fermarci, e il fumo che si alzava più in là, sempre alla stessa ora. Non sapevo da che cosa venisse. Di quei settori avevamo soltanto i numeri di popolazione, stimati prima della guerra, e quante di quelle persone fossero ancora vive non lo sapeva nessuno.

La parola arrivò davvero, settimane più tardi: un comitato indipendente riesaminò i numeri e scrisse che nel campo a sud di El Fasher la carestia era presente con ragionevole evidenza. Ragionevole, non solida: le prove bastavano per due delle tre soglie, e la terza si resse su tutto quello che si era riusciti a vedere, da vicino e da lontano, compreso il cimitero accanto al campo, che nelle fotografie dal satellite continuava ad allargarsi. Quel giorno io ero già in un altro campo, e lo lessi in una riga d’agenzia. Ma non cercavo questo, nella riga. Cercavo gli altri due campi, quelli per cui non si era riusciti a chiudere nessun conto. Erano lì, in fondo: le condizioni vi erano probabilmente simili, diceva, ma mancavano i dati sugli esiti e non si sapeva più con sufficiente certezza quanta gente vi abitasse; perciò non concludeva. Quella prudenza, che dentro il metodo era una virtù, fuori li lasciava dove la guerra li aveva messi. La loro gente continuava a morire, e di quella morte restava, in fondo a un rapporto, una stima fra parentesi. Una fame che, per il mondo, non c’era stata.

Note

In fondo a ogni scheda c’è uno spazio per le note. Serve a segnalare i casi gravi, quelli da mandare subito al centro, che sta dentro il campo e ha i letti contati: il numero della tenda e l’ora, perché qualcuno vada a prendere chi non si alza più. Quella sera, prima di collegare il telefono, cercai fra le scatole che viaggiavano ancora con noi una scheda di Zamzam, di un altro grappolo e di un altro giorno, e ritrovai una riga. Un uomo, a centocinquantasei: sotto tutte le linee che i manuali non si accordavano a tracciare nello stesso punto, e sotto la più bassa di tutte. La nota l’aveva scritta Hiba, di sua mano, con l’ora e il numero della tenda; la controfirma, in fondo, era mia. La scheda era ancora lì, con la sua riga e la sua data; di quell’uomo non sapevo altro, e ignoravo se fosse ancora vivo. Poteva darsi che quel rettangolo di carta fosse rimasto l’unico posto in cui di lui restasse qualcosa di esatto, il numero della tenda e l’ora; quello che di lui restava altrove, in chi l’aveva conosciuto, non era esatto, e non era mio da sapere. Quando l’avevamo scritta, sapevamo già che fra quella nota e quell’uomo c’era la stessa striscia di terra che ci fermava ogni mattina, e che sarebbe arrivata a Roma molto prima che alla tenda. Il dato è leggero, viaggia di notte. Il pane no. Nello spazio per le note non c’era un campo per la parola che la vecchia, quel giorno, aveva detto a se stessa. Non avrei saputo in quale lingua scriverla, e nemmeno in quale casella metterla, o a chi sarebbe servita. Restò fuori dalla scheda, con tutto il resto che la scheda non prevedeva. Poi composi il numero e cominciai a leggere le cifre. A un certo punto la voce di Roma, rifacendo la somma per controllo, disse un totale diverso dal mio; tornai alle righe, e lo sbaglio stava nel mio foglio, nella somma fatta al lume della torcia: barrai il numero con un tratto solo, che lo lasciava leggibile, scrissi accanto quello giusto e ci misi la sigla, come vuole il modulo, che non fa sparire nemmeno gli errori. Per un attimo, sulla linea, i due numeri furono veri tutti e due. Poi ne restò uno. Quella notte pensavo a uno di quei settori che avevamo lasciato bianchi sulla mappa, e che nel conto non pesava niente. Da qualche parte, là dentro, a quell’ora una vecchia diceva a se stessa di avere pazienza, di sopportare, in un posto dove non saremmo mai entrati. La stessa parola che diceva mia nonna, e per cui nessuna scheda aveva mai avuto una casella. Per i registri, lì, non stava succedendo niente che si potesse firmare. La scrivo qui.

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera G & H

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Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

GLENDA

di Alessandro Ciacci

Non sto dicendo che da quando ho iniziato a esibirmi come comico mi capitano solo situazioni assurde e ai limiti del reale, ma in confronto a me un racconto di Kafka è la brochure di una spa rilassante. L’ultima disavventura mi è capitata a Rimini poco prima di uno spettacolo. Sono tutto concentrato in un training autogeno, roba da Actors Studio, che consiste nel tracannare ogni cosa contenga alcool io abbia a portata di mano, ivi comprese le boccette di igienizzante per le mani. Tutto concentrato, quando all’improvviso mi sento battere sulla spalla.

Primo pensiero: è la Vecchia Signora che mi dice: “È arrivata la tua ora”. Direte, la Morte!? Magari, la vecchia titolare del locale, sig.ra Scannapieco, che mi dà il “chi è di scena”. Ma lo fa brandendo una falce in mano.

Secondo pensiero: è la mia dignità. Sa cosa dirò e farò una volta salito su quel palco, per cui preferisce andarsene per avere un alibi. “Ciacci, vado a comprare le sigarette. In Guatemala, sotto falso nome”.

Terzo pensiero: è Penelope Cruz, si è scapicollata dalla Spagna, mi ha cercato disperatamente, è lì per dichiararmi il suo amore folle e darmi appuntamento alla Pensione Esedra, dopo lo spettacolo, per una notte di sesso selvaggio. Ma siccome di fianco a lei c’è Javier Bardem, per non farsi sgamare me lo comunica con il linguaggio navale delle bandierine. Sto per risponderle: “Aspettami a letto vestita solo della tua lussuria…”, quando mi giro e invece di Penelope mi trovo davanti… una sconosciuta.

Per età potrebbe essere mia madre, ha un sorriso da spot Colgate e mi dice: “Ti ricordi di me?” Fa quello che in gergo si chiama “Approccio Bill Cosby”. Penso: dovrei? Chi è? La rappresentante di una nuova droga dello stupro e sta facendo il test di efficacia? Mi vede in difficoltà “Davvero non mi riconosci?”, penso “Dove cazzo siamo, in una puntata dei Soliti Ignoti con Amadeus, quando la ordini su Wish?” E lei: “Sono Glenda”. Ora, l’unica Glenda che ho conosciuto in vita mia era un notorio mignottone con cui ho limonato selvaggiamente alla festa di Carnevale dell’autogrill Bevano Est nel 2009, ma dubito possa riconoscermi visto che indossavo la maschera da Jimmy Il Fenomeno.

“No… Glenda… la tua maestra dell’asilo”. Ho capito, la droga dello stupro me l’ha messa nel biberon!, era evidentemente l’extasy della Plasmon 0-6 anni, tagliata con merluzzo ricco di omega3. Confessa! Poi, un attimo dopo, mi viene in mente Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Simon “l’acchiappa-nazi” Wiesenthal. Lo Swiffer delle SS, “Il gerarca non dura/ perché Simon lo cattura”, un ebreo cazzutissimo che ha inseguito i nazisti per decenni, li ha trovati e mandati in galera perché pagassero per le loro colpe. La maestra Glenda soffre della sindrome di Wiesenthal? Forse 30 anni fa ho preso un peluche, non l’ho rimesso a posto e adesso è lì per farmela pagare? Le ho pestato il piede con il trenino e sono scappato senza soccorrerla? È per quella volta che ho fatto la spia a nascondino e ho detto dov’era nascosta Anna, l’amichetta che sul grembiule aveva il segnetto a forma di stella? No, niente di tutto questo. “Ho visto la locandina, ti ho riconosciuto sono qui per fare il tifo per te”.

Per un attimo ritorno il bimbo ribelle che ero e mi vien voglia di pulirmi la caccola con la manica della camicia, così a sfregio! Poi… la guardo negli occhi e mi prende una gran tristezza, una gran pietà per il merdone “formato: Pearl Harbor” che sta per pioverle addosso. L’ultima volta che la maestra Glenda mi ha visto ero timido, impacciato, evitato come la peste dai miei compagni, potevo essere l’ottavo nano: Schifalo. Paffutello, come quei puttini delle fontane che fanno il getto d’acqua dal pistulìno. 30 anni dopo sono il Venom di quel bambino, il suo ritratto di Dorian Gray custodito nella soffitta dell’aula verde, continuo a fare il getto dal pistùlo ma solo durante le gang bang.

Povera maestra Glenda, magari le rimane poco tempo da vivere e ha detto: “Voglio fare il bilancio della mia vita, sarò stata una buona maestra?” E si mette a cercare gli ex alunni per vedere cos’hanno combinato. Uno è diventato il più giovane presidente di Confindustria e se tanto mi dà tanto diventerà anche il più giovane inquisito per sfruttamento della prostituzione minorile, di Confindustria. Un’altra, ex ballo delle debuttanti, ex reginetta di bellezza, futura ex eroinomane ed ergastolo per infanticidio. Poi viene a vedere uno dei siparietti di Ciacci, che fa alla pubblica decenza e alla morale quello che hanno fatto le 7 piaghe all’Egitto.

Ha fallito la sua missione, spero che muoia. Non fraintendetemi, che decida volontariamente di farsi fuori. Magari con i leoni. Tipo gladiatori, Moritura te salutat! E si fa sbranare da un leone. Solo che a Rimini dove lo trovi un leone?, la bestia più feroce è tutt’al più il buttafuori del Cocoricò. Oppure con la capsula di cianuro. Come i nazi, che si impiantavano la capsula di veleno nei denti per non farsi prendere vivi. Si alza durante lo spettacolo: “Ciacci, il bis vieni a farmelo all’inferno!”. Ma a Rimini dove lo trova il cianuro? Al massimo una capsula di squacquerone andato a male. Quello che ci vuole è una katana, un hara kiri come ai vecchi tempi, così se ne va in modo onorevole. Però è pur sempre una maestra d’asilo, quindi sarà una katana con la punta arrotondata, che è un casino poi per squarciarsi…

O magari chissà, anche lei si sentirà battere sulla spalla ed è Javier Bardem, che le dice: “Ti aspetto tra 5 minuti per una partita a strip-uno due tre stella, alla Pensione Esedra.”

GOODBYE ENGLISH ROSE

di Lorenzo Catalini

Il bacino della Principessa si inarcava sempre di più, colpito dalle scariche elettriche che le procuravano le leccate attente di Michele, la cui testa era oramai scomparsa sotto la gonna del vestito in velluto blu, confezionato per Sua Altezza Reale da Giorgio Armani in persona. Michele era venuto dieci minuti prima, ma non volendo congedarsi da Diana senza averla soddisfatta, si era prestato a quella sessione di sesso orale con l’abnegazione e l’onore che ogni suddito del Regno ci avrebbe messo. Certo, lui non era cittadino britannico, ma Diana era la Principessa del popolo, la Principessa di tutti. Da un po’ ti tempo, in effetti, più sua che di altri… Sembravano passati pochi giorni dal loro primo incontro al Gran Gala del GP di Monaco. Sguardi complici, una coppa di Cristal: un’ora dopo si rotolavano nudi su un letto coperto di pellicce costose. A questo ripensava Michele mentre, con le ultime linguate, riceveva l’orgasmo della Principessa dritto in faccia. Diana si alzò dal letto, tirò su le mutandine di pizzo e, giunta alla porta, lo baciò. “A domani Micky”, disse. Salì su un’auto e scomparve nella notte. “A domani Diana”, bisbigliò Michele.

Al mattino si risvegliò nel proprio letto, bagnato. Dopo settimane in cui lui e Diana non avevano saltato una notte, si era ormai abituato a quelle polluzioni notturne. Si alzò e scese in cucina da Marta. A breve avrebbero festeggiato un anno di matrimonio, ma da quando lui aveva iniziato quella tresca onirica, qualcosa aveva iniziato ad incrinarsi. Michele evitava lo sguardo della moglie per timore che gli leggesse in volto l’infedeltà. Alla tv, il telegiornale riportava che Re Carlo sarebbe presto giunto in visita in Italia. Gli faceva uno strano effetto vedere quell’uomo, dalla cui versione giovane stava attento a non farsi scoprire di notte, essere adesso coperto di rughe e sposato con Camilla. Allo stesso modo lo colpiva vedere i Principi Harry e William ormai uomini, privilegio di cui Diana non aveva potuto godere.

Marta qualche sospetto lo aveva. Alla freddezza mattutina, il marito alternava vari regali a sorpresa. Questo accadeva dopo le notti più infuocate, quando la Principessa, al culmine dell’eccitazione, gli faceva giurare che sua moglie era solo un ostacolo insignificante. Michele rispondeva “Sì” a tutto, ma il giorno dopo portava fiori alla moglie per pulirsi la coscienza; poi di sera, le si rifiutava per conservare libido. Una notte, svegliatasi, Marta notò l’erezione di Michele spingere contro il pigiama. Decise di accoglierla in bocca per fargli una sorpresa. Michele, che in sogno era al Ritz di Parigi intento a farsi servire da Diana, si svegliò venendo. Vedendo la moglie anziché la Principessa, cacciò un urlo che quasi la fece soffocare. Ci volle molto tempo per persuaderla che fosse stato solo uno spavento da risveglio improvviso, e ancor di più per farsi perdonare da Diana per l’improvvisa sparizione.

Una sera andarono letto presto (per Michele, da sempre animale notturno, ormai una nuova e piacevole abitudine) e si addormentarono all’unisono. Quella notte, Marta sognò di essere a Londra. Visto il marito sul marciapiede opposto a Carnaby Street, lo seguì in taxi fino a un motel di Brixton. Dette una mazzetta al concierge e salì fino alla stanza indicata. Accostò l’orecchio alla porta e sentì la spalliera del letto battere contro il muro, i versi animaleschi di un uomo in amore e la voce di una donna gridare in estasi: “Oh Mickey! You are the King!”.

“Ho sognato che mi tradivi”, ghignò Marta al mattino. Nei giorni successivi calò un gelo tagliente. Michele, terrorizzato dal pensiero di perderla, cercò di intavolare conversazioni ma trovava un’armatura di mutismo. Per la prima volta da mesi tentò di restare sveglio la notte bevendo caffè di nascosto. Marta intanto passava il tempo sparandosi una maratona in tv. Ironia della sorte, era The Crown. Dopo l’ennesima lite furibonda in cui lui negò tutto, andarono a letto. Michele sognò. Ritrovò Diana in una camera parigina e trovò il coraggio di dirle che dovevano chiudere. La Principessa accolse la scelta con triste ed inevitabile consapevolezza. Fecero l’amore un’ultima volta, con la passione tipica degli addii, poi si congedarono, stavolta per sempre.

Michele proseguì passeggiando per le vie notturne di Parigi, la testa carica di pensieri. La sua concentrazione fu spezzata da un gran passare di volanti e ambulanze sfreccianti a sirene spiegate verso il tunnel del Pont de l’Alma. I suoni del sogno si mischiarono con la realtà, e Michele si svegliò ai trilli della sveglia del cellulare.

Confuso, si girò verso il letto, ma Marta non c’era. La cercò in cucina, in bagno, in salotto e nel ripostiglio, senza trovarla. Si affacciò alla finestra del cortile per controllare se fosse fuori. Stava per richiuderla quando il suo sguardo si posò sulla loro auto parcheggiata in giardino: una Fiat Uno bianca, con la fiancata completamente graffiata e macchiata di nero.

HO MOLTI AMICI BAMBINI

di Alessandro Ciacci

In piena pandemia Satana mi induce in tentazione con una telefonata. È Paola, un’amica maestra elementare, che mi dice: “Abbiamo una collega in maternità: ho pensato a te per la classe terza, ti va di fare il maestro?”

Parliamone. Non ho niente contro i bambini, ho molti amici bambini, non solo: ho 5 nipoti fichissimi, con cui passo un sacco di tempo: mi tengono compagnia quando sono sul vasino per la pupù, mi leggono il sonetto della buonanotte del Petrarca, mi fanno l’aeroplanino quando non voglio bere un mojito. Ma sempre attenti a non viziarmi troppo, se faccio i capricci a letto senza maratona di film di Kaurismaki.

Amo i bambini sono fighissimi, è quel genere di persone che riesce a convincere un t-rex di gomma a farsi chiamare Squeeshy e mangiare i broccoletti. Putin? Mandiamogli mia nipote: non solo lo convince a fare pace-pace-mille-patate con l’Ucraina, ma tempo mezz’ora e lo troviamo insaccato in un pigiamino a mangiare marsh mallow e guardare Masha e Orso.

Non ho niente contro i bambini, ma non posso trascurare un piccolo dettaglio, da anni pago l’affitto esibendomi in pubblico con dei monologhi che bloccherebbero la crescita a un esorcista idrofobo, una pacatezza di contenuti che sembra la fusione tra uno scaricatore di porto e Er Monnezza, quindi: quale persona sana di mente affiderebbe a me l’educazione del proprio pargoletto: se avete visto Gomorra, farei sui bimbi lo stesso effetto dell’Honduras su Jenny Savastano, prima degli angioletti innocenti, un po’ tontoloni con i boccoli biondi, due ore con me il giovedì mattina e tornano a casa con la cresta da moicano e il machete nell’astuccio Invicta.

Eppure mi chiedono di diventare “Il maestro Alessandro”, che fa molto Rai Fiction, un parto del demonio a puntate con protagonista Gassmann. Prossimamente su Rai 1… “Il maestro Alessandro”, con tanto di maglione griffato Caritas, col suo colorino cancrena fluo, morbido come la selce. Che non sai se deve spiegarti i congiuntivi o fare il sosia di una pietra abrasiva anticalli. Già mi vedo, ad ogni puntata, spiegare uno dei 7 re di Roma per motivare una classe di casi umani con la stessa emotività di un narcos di Sinaloa. “…vedete quindi, fanciulli, come Numa Pompilio ci insegna che le tempeste permettono agli alberi di mettere radici più forti. Ed ora da bravo piccolo Max, restituisci il pancreas che hai staccato a morsi all’amichetto Filippo.

Dico, ci penso, Paola. Ci penso quei 7 secondi che separano uno stipendio fisso da un mutuo sulla casa e accetto il compromesso di vivere una doppia vita, Mago Zurlì la mattina, Charles Manson la sera. Che tipo di insegnante sarò? Anticonvenzionale, certo, gli faccio dire le parolacce, partiremo dalle basi, dal vero ABC (Alcool, Battone e Crack), ma sempre molto attento a farmi rispettare. Mi piazzo quindi tra il Robin Williams dell’Attimo Fuggente e Stalin: perché sì, in piedi sui banchi, carpe diem, ma la terza volta che ti riprendo perché chiacchieri ti sbatto in Siberia.

Vengo nominato maestro di italiano e storia, ottimo. Italiano già me lo vedo, un bel corso monografico su Dante, la Divina Commedia versione bambini. Invece di Paolo e Francesca, Anna e Elsa di Frozen. Al posto di Lucifero quello di Cattivissimo me, che si puccia i Minions nel latte e Nesquik prima di mangiarseli. Invece dei diavoli, i Pokemon: un bel Pikachu incazzoso che scarica 3000 volt di corrente nel girone di quelli che hanno fatto la spia a nascondino.

No, mi dicono, niente Dante, il programma prevede le vocali. a e i o u. Y solo in certe ricreazioni ad alto tasso alcoolico, dopo un’overdose di Tegolini.

Arriva il primo giorno, chiedo ad ognuno di presentarsi. “Tu, come ti chiami signorina?” e la bimba: “Mia mamma dice che non devo parlare con gli sconosciuti…”. Il battutista in me vorrebbe uscirne bene, schiacciarla sotto il peso di un’arguzia, e risponderle: non sono uno sconosciuto, chiediglielo pure a tua mamma, sono quello che passa a trovarla tutti i giovedì in tangenziale… Ma ahimè l’umorista deve ingoiare il rospo e lasciar fare al maestro: “Ma no dai, è solo il primo giorno, è per conoscerci…” “Puoi chiamarmi Trisha, quello vero non te lo dico per tutelare la mia privacy…”. Va bene, raccontami qualcosa di te. Lei, giuro: “Non mi piace leggere. Mi piace il bubble tea. Mi piace molto fare i lavoretti con le mani.” Una frase che è un po’ la mia madeleine proustiana e mi riporta a un tempo perduto tra regine del massaggio prostatico e impenitenti amazzoni del lingam. Mi immagino davanti a quella affermazione con sta stessa faccia di Andreotti quando ha avuto lo schioppone dalla Perego. IN CHE SENSO LAVORETTI CON LE MANI?! Per fortuna uno dei maschietti viene in mio soccorso, per solidarietà, e dice: “Maestro, lavoretti con le mani tipo origami. Purtroppo.”

Questo, a dimostrazione solo ed esclusivamente della differenza abissale tra ieri, quando ero io alle elementari e oggi, una differenza evolutiva, noi eravamo australopitechi, accendevamo il televisore sfregando il telecomando, oggi invece sono sapiens sapiens con i pollici opponibili, che gli permettono contemporaneamente di interagire su Twich con uno, e con l’altro accendere lo Zippo per scaldare l’eroina.

HOTEL CALIFORNIA

di Lorenzo Catalini

20 luglio 2026

Ieri notte sono rientrato a casa alle tre del mattino. Stamattina, fresco come una rosa, ho iniziato un nuovo lavoro: libraio.

Mi hanno fatto indossare una divisa, una polo con su scritto il nome della libreria. È scomodissima. A fine turno mi accorgo di averne indossata una da donna.

21 luglio

Ho parlato per la prima volta con un oggetto. Ho detto “che bravo che sei” ad un mobiletto. Non ricordo cosa il mobiletto avesse detto o fatto per meritarsi il complimento. Un paio d’ore dopo, alla ricerca di una scala, ho ben pensato di chiamarla: “Scalaaaa! Squit squit”, come fosse uno scoiattolo. Ci ho messo due giorni soltanto a rincoglionire.

Mi cade l’occhio su “Acciaio”, di Silvia Avallone. L’ho letto a quindici anni. Lo ricordo con affetto, un po’ perché è ambientato a Piombino, nelle mie zone, e un po’ perché, da ragazzo, lo usavo per masturbarmi; in particolare lo facevo su un passaggio in cui le due protagoniste adolescenti si spogliano in bagno lasciando aperta la finestra, per essere guardate dai condomini. Ho pensato di raccontare l’aneddoto a qualche collega, ma non credo ci sia ancora la giusta confidenza.

Prime tracce di “umorismo da ufficio”. Riferendosi a non ricordo cosa, una collega commenta ridendo “AHAH, questo è un classico mistero da piano di sotto”. Ho riso a mia volta, fingendo di capire a cosa si riferisse.

Mi viene detto che ogni mese viene scelto un “libro del mese”, che va fortemente spinto nelle vendite. Annuisco. Non memorizzo il titolo.

22 luglio

Mi chiedono di prendere delle buste nella dispensa. Vado, e scopro che due torri di scatoloni erano cadute, rendendo il passaggio impossibile. Chiedo aiuto ad un collega, che vedendo le torri franate mi chiede se mi sia fatto male. Gli spiego (senza mentire) di averle trovate così, che non le avevo fatte cadere io. Palesemente non mi ha creduto. Gli ho detto di aspettarmi a mettere a posto, e che lo avremmo fatto insieme una volta che avessi portato le buste al piano di sopra. Quando sono tornato aveva già fatto da solo, ed era risentito del fatto che non lo avessi aiutato.

Oggi è indetta la gara a chi vende il maggior numero di copie del libro del mese. È un giallo (“ma un giallo particolare”, come ci tengono a specificare tutti i colleghi), motivo per cui viene chiesto “legge anche gialli?” a qualsiasi cliente, poco importa se questi sia arrivato in cassa con un romanzo, un saggio, una matita o se abbia semplicemente chiesto se nella libreria ci sia un bagno.

Un indiano mi ha chiesto se avessimo libri della Pimpa, e glieli ho indicati. Dopo averli visti e girato per mezz’ora fra gli scaffali, mi ha chiesto se avessimo libri di Dante o Petrarca, e gli ho indicato anche quelli. Dopo un’altra mezz’ora, ha acquistato un libro di Aldo Cazzullo.

23 luglio

Oggi ho “rimappato” alcuni libri negli scaffali. La macchinetta apposita somiglia molto ad uno smartphone, quindi, quando passa qualche collega, la esibisco in modo palese, per far capire che sto lavorando e non cazzeggiando col cellulare. Il gesto è così plateale che, visto da fuori, sembro Steve Jobs che presenta l’I Pod.

Mi hanno dato il cartellino, e l’ho timbrato per la prima volta in vita mia: immediata immedesimazione con Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”. Viva la Lotta!

Fra i clienti di oggi c’è stato un bambino cinese, che non conosceva l’italiano. Ho capito che gli piaceva Spiderman, così gli ho fatto vedere tutti i libri che abbiamo a riguardo: i pop up, quelli sonori, i puzzle. Gli sono piaciuti tutti. Non ne ha comprato nessuno.

25 luglio

Mi hanno chiesto di chiudere alcuni scatoloni con lo scotch. Quando ho chiesto dove fossero le forbici, mi hanno risposto “Non puoi fare con i denti?”. Io non riuscirò mai a staccare lo scotch con i denti, ok? È impossibile. E come fa a non appiccicarsi ai denti?

La compilation dello stereo è sempre la stessa, ogni giorno, nello stesso ordine. Il punto di morte, puntualmente trasmesso alle 16:12, è “Hotel California”. Impazzirò.

Alcuni libri stanno fermi per giorni, mesi o anni nel solito punto dello scaffale. Altri, che stanno vicino ai bordi, vengono invece spostati spesso, anche 10/15 al giorno. A questi libri di confine piace questa vita movimentata? O ne vorrebbero una più tranquilla?

26 luglio

Un ragazzino super serio mi chiede di consigliargli un libro super serio. Gli porgo un libro di Luigi Garlando su Giovanni Falcone. Il padre, siciliano, lo ammonisce: “Non si comprano i libri sulla Mafia”. Acquistano l’Odissea.

27 luglio

Giorno libero. In libreria c’era Elly Shline a presentare il suo libro, ennesimo segnale che io ed una certa fascia della sinistra camminiamo su strade parallele destinate a non incontrarsi mai.

Cena al ristorante cinese. All’uscita mi danno il biscotto della fortuna. In strada lo apro, mi cade a terra e si sfracella in mille pezzi. Raccolgo il biglietto, che recita: “Risolvete un problema con grande maestria”. Lo prendo alla lettera. Rientro nel ristorante, e chiedo un altro biscotto. Stavolta il biglietto dice: “Sapete conciliare pareri contrastanti con grande maestria”. A quanto pare, la “grande maestria” è una mia lampante qualità, almeno secondo i cinesi.

E la chiamano estate

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Foto da Pixabay

 

di Paola Ivaldi

Foto da Pixabay

 

“Casa, turismo, finanza, salute, lavoro e città non sono ambiti separati, ma manifestazioni diverse di un unico modello capitalistico estrattivo, che converte tutto – spazi, relazioni, tempo, affetti, corpi, vite – in beni di consumo.”
Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi editore 2026

 

Insomma, le cose stanno così: dalla regia ci comunicano, in maniera ben poco subliminale, che durante l’estate diventeremo schiavi dei condizionatori, esattamente come lo siamo d’inverno dei termosifoni. Sempre inscatolati, prigionieri di ambienti artificiali, siano essi casa, ufficio, automobile, esercizi commerciali o locali d’intrattenimento, alla fine poco importa: per sopravvivere saremo costretti a barricarci al chiuso.

A quel 70% di popolazione italiana insediata in contesti urbani toccherà dunque dire addio anche alla gioiosa vita estiva en plein air, alla salutare esposizione alla luce naturale, alla lunga stagione degli incontri e a quel senso pieno di libertà che solo uscendo e indugiando all’aperto, all’aria, si può provare a pelle.

Ci hanno dunque rubato anche l’estate, alla fine ce l’hanno fatta: l’estate è diventata e diventerà sempre di più un affare colossale, l’ennesimo scandaloso business dei pochi, l’ennesimo scandaloso bottino di un’invisibile guerra tra quelli di sopra e quelli di sotto.

L’abominevole scenario, guarda caso, porterà strabilianti profitti e crescente potere ai colossi finanziari, ramificati nei vari settori industriali, e alle loro marionette insediate ai piani alti dei palazzi del potere, avvinghiate con lunghi artigli ai propri scranni. Stirpe sciagurata che seguita a porre sfacciatamente il profitto davanti alla tutela della salute pubblica e del pianeta, decisori in malafede che si trovano alle periodiche COP (Conference of the Parties) per un bla-bla-bla di puro greenwashing ottimo per la propaganda mediatica, ma che nulla stabilisce di concreto in termini di interventi di mitigazione del cambiamento climatico e phase out dai combustibili fossili. Nulla.

E tutto questo, guarda sempre il caso, non impatta sulle reali e ormai note cause dello sfacelo ambientale e sociale (provocato in ampia misura dai soliti noti di cui sopra, colossi e marionette) in maniera risolutiva e necessariamente radicale. Percorrere quella strada virtuosa, infatti, manderebbe all’aria gli intoccabili paradigmi del mondo occidentale violentemente consumistico, improntato a un neoliberismo aggressivo e ormai ipertecnologizzato, che opera impunemente in uno scenario di deregolamentazione; alla perdurante latitanza di credibili proposte socioeconomiche alternative si accompagna poi la tragica afasia della sinistra.

Luciano Gallino già ci avvertiva, una quindicina di anni fa: “uno dei maggiori tra i problemi che il finanzcapitalismo pone alla civiltà-mondo sta nella pressoché totale scomparsa di soggetti che siano in condizione di distanziarsi da esso; ossia di vederlo, di giudicarlo dall’esterno, al caso prendendosi la libertà di resistervi”. E ancora: “Il finanzcapitalismo ha reso gran parte della popolazione mondiale o materialmente impotente, o psichicamente sottomessa” (da “Finanzcapitalismo: la civiltà del denaro in crisi”, Einaudi 2011).

Torniamo all’estate. La prospettiva di barricarsi al chiuso con i climatizzatori al massimo, come facilmente immaginabile, impatta sull’ambiente e va ad aggravare le condizioni climatiche soprattutto degli agglomerati urbani. E consuma energia, tanta energia. E aumenta le disuguaglianze. E ci impoverisce. Fa poi montare in molte persone, a volte interi nuclei famigliari, quella maledetta furia di partire – partirepartirepartire – nell’eterna illusione che altrove l’inferno conceda una tregua.

E tutto questo ci separa dalla natura, ci allontana gli uni dagli altri e dal ricordo di un modo di stare nel mondo più genuino e semplice. L’estate che noi ancora ricordiamo, e abbiamo il dovere di non dimenticare, era una stagione decisamente più innocua e sempre gonfia di speranza come vela al vento.

Un lontanissimo Italo Calvino, nelle Città invisibili, ci incoraggiava a cercare ciò che nell’inferno ancora inferno non è per dargli spazio e farlo crescere. Oh, cosa mai direbbe oggi, scuotendo disperato la testa: sapesse che desolazione amarissima accorgersi che si fa una fatica immane a scorgere ancora chi e cosa non siano inferno, tutto intorno a noi e soprattutto sopra di noi. Si ha, invece, la sensazione che la maggior parte dei viventi abbia imboccato la strada che già lui diceva essere quella più facile: accettare l’inferno, non accorgersi più dell’inferno, acconsentire di farne parte.

Foto da Pixabay

Questa del 2026 la ricorderò come la prima estate della mia vita in cui, una notte particolarmente agitata, ho sognato di avere il condizionatore a casa. E al risveglio non l’ho presa affatto bene, essendo un’idea da me sempre aborrita, quella dell’aria condizionata. Perché? Semplice: mi rifiuto di buttare in strada aria calda pur di rinfrescare la domus. Ai miei occhi questa “non soluzione” (spostare il calore) è una disfatta, l’apoteosi di un egoismo e di una miopia che rasentano la follia.

E lo so che i colleghi mi guardano come una marziana e così pure amici e parenti. Ma io ancora penso: coerenza chiede sacrifici. Da sempre. Solo che noi non lo sappiamo, siamo nati in un tempo e in un continente che ci ha ingozzati fin dalla culla di privilegi; così è andata, dagli anni Sessanta in poi. Noi non lo conosciamo, il sacrificio, non abbiamo sviluppato l’accettazione della rinuncia nel nome di un valore, e forse anche per questo cadiamo facilmente nelle trappole del “tutto comodo”, del “tutto compreso”, del “tutto dovuto”, e perciò rischiamo di essere ricattabili e, giorno dopo giorno, diventare vecchi soccombenti.

Cerco dunque di esercitare una sorta di piccola resistenza, che, lo so bene, non vale un fico secco, perché io da sola non vado lontano, posso al più scrivere quello che provo e gioire se altri, leggendomi, si ritrovano nelle mie parole, pensando: uh! allora non capita solo a me, allora non sono ammattito solo io, magari siamo un esercito di pazzoidi armati solo di buona volontà e madidi di sudore. Infatti, cresce in me la convinzione che il problema maggiore da affrontare, e possibilmente risolvere in tempi brevi, sia proprio quello lì: immaginare in che modo unire le forze, contrastare la diaspora, farci operoso sciame.

Foto dell’autrice

A volte il sacrificio ci avvicina a una specie di arcaico misticismo. Per esempio: ci sono pomeriggi in cui mi ritrovo sprofondata in un silenzio meditativo che mi appaga e mi fa provare una viscerale gratitudine per un timido refolo di vento. Ma non sempre la virtù ha la meglio. A volte il perdurare e l’inasprirsi del sacrificio può scatenare fantasie perverse: come quando passo accanto a un SUV parcheggiato, motore spento con climatizzatore spinto, e scorgo l’umano all’interno con lo sguardo incollato allo smartphone che scrolla, ebete e beato, scrolla nel bel freschetto dell’abitacolo: in quei momenti lì, investita dal flusso di aria calda che fuoriesce dall’automobile, penso alla mazza da baseball che sta nello sgabuzzino di casa, residuato ludico dell’infanzia, e cado preda – sì, lo ammetto – di sfrenate fantasie cinematografiche a metà strada tra i fratelli Coen e Tarantino.

Allora sì, dicevo, io tento di resistere, mi muovo a piedi, ma mi accorgo, quest’anno in particolare, di una città mostruosa, ma anche mostruosamente indifferente, perché alla fin fine ti accorgi che a molte persone è sufficiente l’idea dell’arietta condizionata a casa e in auto, il pinguino in ufficio, la prospettiva dell’imminente vacanza: ecco, basta questo angusto orizzonte come bombola di ossigeno. Il resto? Eh, cosa vuoi fare? Prevale l’atteggiamento inevitabilista, cui si accompagna l’alzata di spalle e lo sguardo assente di chi pensa già al paseo su qualche tragico lungomare, ciabatte ai piedi, camminata scialla e sonora: flippete flappete flippete flappete…. A proposito, sempre in questi mesi ho notato la comparsa in città di un’affissione pubblicitaria: “Parti con Orofacile / Il tuo oro ti porta in vacanza” di fronte alla quale ho provato un certo imbarazzo al solo pensiero di chi, pur di intrupparsi a Riccione per una settimana, si faccia cavare di bocca un paio di denti e magari costringa i parenti più vecchi a imitarlo.

Sto divagando, alla quarta ondata di calore capita. Comunque, camminando per le strade e le piazze cittadine è inevitabile accorgersi come da ogni griglia di aerazione, da ogni automobile, dagli esercizi commerciali, da uffici e musei, dai cinematografi, da bar e ristoranti e dai mezzi di trasporto di superficie, fuoriescano all’incirca da maggio a settembre, grandi, talvolta abnormi, quantità di aria calda, soprattutto a livello del pavimento stradale.

Se si vive a Torino, dove raramente possiamo avvertire una salvifica brezza come accade in altre città la cui ubicazione geografica faccia sperare in un ricambio d’aria, questo contribuisce al paradosso che spinge le persone a invocare l’aria condizionata sempre e ovunque, del tutto dimentica che quella stessa aria fresca, talvolta gelida, condanna gli spazi esterni a trasformarsi in tanti piccoli angoli di inferno. L’inferno di quei viventi, pazzi come o peggio di me, che ancora si incaponiscano a camminare nell’estate di città, a solcare piazze simili a smisurate teglie da forno, per poi cercare rifugio all’ombra dei portici o lungo qualche vicolo.

Foto dell’autrice

Mi preme qui ricordare, en passant, che la normativa vigente stabilisce un limite di temperatura minima di 26 gradi all’interno dei luoghi chiusi e le linee guida INAIL indicano, inoltre, che lo scarto termico tra fuori e dentro non superi i 7 gradi per evitare shock termici dannosi alla salute. Sette.

Tutto ciò spinge le persone a stazionare a lungo dentro ai locali del commercio e/o del consumo e/o dell’intrattenimento così magari spendono ben oltre il necessario. Quello che conta, ormai è evidente, non è la nostra salute, bensì la quantità di denaro che riusciamo a sperperare più o meno clamorosamente. E quanto siamo disposti a pagare pur di rimanere al fresco a fare compere il più delle volte superflue? E quanto, per installare l’impianto di condizionamento a casa nostra e poi però vederci addebitare bollette esorbitanti? E ancora: quanto siamo disposti ad accettare di imbruttirci pur di non aprire gli occhi e prendere finalmente coscienza che siamo sul ciglio di un precipizio?

A volte mi domando a che cosa sia servito leggere in massa Cecità di Saramago in epoca Covid? A distanza di un lustro siamo ancora più incapaci di vedere, di capire e di non accettare di farne parte, dell’inferno dei viventi, inabili a immaginare e progettare un mondo migliore, basato su una sovranità energetica esercitata dal basso, una rinnovata democrazia ecologica, una tecnologia al servizio dei reali bisogni collettivi.

Foto dell’autrice

Concludo, affacciandomi sul cortile della casa in cui abito. Vedo laggiù gli alberi antistanti agli unici palazzi d’epoca dell’intero isolato, una benedizione per la vista e per l’udito, ogni anno provenendo dalle loro folte chiome il sublime canto primaverile dell’usignolo. Allargo lo sguardo che si smarrisce nella squallida distesa di box auto e garage condominiali ricoperti sul tetto di guaina bituminosa la cui temperatura, sotto il sole implacabile dell’estate, può toccare gli ottanta gradi.

Poi chiudo gli occhi e immagino. Una città che di ogni cortile faccia un giardino, con alberi e panchine, in cui le persone di tutti i caseggiati che lo perimetrano possano trascorrere una parte piacevole del proprio tempo, nelle varie stagioni della vita e dell’anno, stando insieme a godere di un angolo protetto, questo sì, in estate, definibile come un vero e proprio “rifugio climatico”, rigenerante e gratuito. Quale meraviglia sarebbe una porzione di verde da condividere, di cui prendersi cura, la riscoperta o, per i più giovani, la scoperta, di un bene e di un benessere collettivi.

Quando riapro gli occhi il mare piatto e nero del bitume bollente mi inchioda a questa estate del 2026. Considero che una società che per così tanto tempo abbia conferito più valore alle cose che alle persone, ecco, dovremmo iniziare a gridarlo finché possiamo: è una società che non ci piace. Una società gravemente malata il cui sintomo più eclatante è quel vischioso strato di disperanza che cola ovunque nei nostri interstizi e pertugi esistenziali. Una società in stato avanzato di decomposizione che chiede, implora da parte nostra un modo radicalmente nuovo, attivo e attento, di esserne parte.

 

Voci del consumo

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di Daniele Muriano

Quando vado nei negozi dove si spende poco (specie supermercati) trovo sullo sfondo quelle canzonacce primitive che parlano di vita vissuta, nominano cose del quotidiano e strapazzano i cuori dei clienti con vicende amorose che finiscono male o benissimo (soliti cliché ma aggiornati al consumismo). Che pena, mi dico rifugiandomi nella rassicurazione: «spenderò poco». Maledetto ricatto. Se voglio rimanere a galla economicamente, devo prestare orecchio e coronarie a questa musica. Per le corsie illuminate a giorno, tra colori vivaci e forme che hanno qualcosa in comune con asili, spazi ricreativi, il marketing che strizza l’occhio ai bimbi, mi domando cosa ci sia in questa musica. Cosa mi fa sobbalzare. Non mi disturba il cliché romantico, il cliché compositivo, quello intonativo che pure ti mette in difficoltà quando vuoi distinguere una voce da un’altra; normalmente mando giù tutto, compresa la musica premasticata, senza storie. Mi inquieta in questi posti la funzione della canzone. Serve a digerire non solo i cibi venduti nel negozio o nel supermercato, ma anche che tu sia lì, a spendere poco, a condurre una vita da poco, a chiedere poco… Non è possibile definire questa musica; non lo faccio nemmeno quando, da una corsia all’altra, mi sembra che si attenui il volume (o forse è l’effetto di passaggio da una categoria di prodotto all’altra che modifica il modo in cui si ascolta quella roba), e non lo faccio nemmeno quando poi, all’uscita illuminatissima del negozio o del supermercato, mi chiedo cosa sia quel ronzio, quale residuo stia rendendo più difficile i movimenti e anche il pensiero. Cosa è successo tra l’orecchio e il cervello.

Poi, a volte, mi capita di ascoltare la stessa musica fuori dai negozi o dai supermercati. E non è più la stessa. Fa schifo in un modo diverso; ha le stesse qualità o è priva delle stesse qualità, ma la funzione è attenuata. Non c’è contesto; non c’è puzzo – a volte molto intenso – di sopravvivenza, dei bimbi che strillano perché vogliono qualcosa cui i genitori non arrivano, e non c’è vita vera a risuonare con gli accordi di quelle canzoni. Fuori dai negozi o dai supermercati, quelle canzoni sono innocue, tanto da reclamare il silenzio sia da parte dei fan sia da parte delle vittime (come me). Non fanno paura. Sono paurose; non trasmettono le proprie qualità ai viventi che le ascoltano – o almeno non temo questo.

Nei negozi e nei supermercati, specie in quelli economici, appunto, quella musica si salda alle condizioni di vita, alle sfighe che i clienti non hanno tema di nascondere… caro Cliente – dice la musica, come facesse parte dell’Assistenza clienti ma dispersa tra i bancali – la tua vita mi sembra un po’ volgare, la tua sopravvivenza rilascia cattivi odori, ma abbiamo tutto quel che fa per te; la voce è vagamente elettrificata, e il tono è quello del vicino di casa, o di tuo figlio (o dello spacciatore che affligge la strada dove abiti); parla di normalità senza codificarla troppo, perché è normalità quella del barbone che ti chiederà l’elemosina nel parcheggio fuori di qui quanto la normalità della coppia che si abbraccia nella corsia dedicata al Bagno, non esistono normalità privilegiate, secondo la canzone; il ritmo è del camminare, noi ti guidiamo tra le corsie e ci lasci i quattro soldi senza che ti venga male al fegato; la voce è sexy, seduce anche se hai cinquanta «chili di troppo» o non puoi permetterti la «cura della persona» che meriti, e soprattutto se non hai voglia di essere sedotto; l’atmosfera è quella che la tua vita avrebbe se avessi il dono della poesia, ma non preoccuparti che te lo facciamo, e gratis (senza accumulare bollini su schede gialle e rosse; è nell’aria).

Uscito dal negozio o dal supermercato, quando vedo la mano della persona che abita su strada (e alla quale non so cosa dire, se non «pago con il bancomat, mi spiace» e non è sempre la verità), cerco sempre di togliere il residuo acustico dai padiglioni auricolari prima che venga del tutto assorbito. Guardo la normalità dell’uomo o della donna che chiede soldi e mi sembra di non sentire. Poi esco come da una piscina. Come l’aria dopo l’acqua, la realtà si fa viva, tira schiaffi che definiscono ma non ti collocano in una categoria popolosa: sei solo, unico, poco somigliante ai simili. L’effetto è terminato. La musica appartiene a un luogo dal quale sei uscito. Che non ti appartiene.

«Come dimenticarti di noi, che abbiamo offerto comprensione e indorato la tua sopravvivenza» dice il Marketing.

«Non dimenticarti» dice la voce del cantante, anonimamente elettrificata.

Camminando su una strada di odori bruti, attraversando una densità ben diversa (clacson, grida che sembrano bestemmie intraducibili, cani che abbaiano a una delle tante lune elettrificate) e portando i sacchetti tesi come sacche scrotali, mi sembra di dimenticare tutto. Le voci, il ritmo, le atmosfere. Fino a quando, qualche giorno dopo, per caso non inciampo sul filo di una canzone. Magari per strada, fuori da un altro negozio, o davanti a uno dei tanti schermi della vita. Mi piombano addosso l’atmosfera da discount, il ritmo del discount e le voci da discount. Mi ricordo persino di quanto ho speso, a volte. E comunque non riesco a identificare la canzone. Non mi sforzo neanche di trovare il titolo con una di quelle app che sanno dare un nome a qualunque suono. Tanto è inutile. So di aver ascoltato mentre vagavo a caccia di promozioni, nel zigzag del consumo. E mi ricordo chi sono. Un consumatore. Un certo tipo di consumatore. Poi dimentico.

 

 

Aggrappàti al cielo, di Sergio Bianchi

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di Mauro Trotta

La storia è fatta di storie. Per capire un periodo storico non basta studiare i saggi, i documenti, le fonti. È necessario rivolgersi alle storie, ai racconti fatti dagli uomini. Del resto sarebbe possibile comprendere la civiltà greca senza aver letto l’epica o le tragedie? Oppure capire l’ascesa e il trionfo della borghesia limitandosi ai testi di storici importanti come Eric Hobsbawm, ad esempio, senza conoscere il grande romanzo borghese e autori come Stendhal, Balzac o Dickens? Spesso, infatti, non basta aver compreso i meccanismi generali, le tendenze di fondo che innescano le vicende della storia ma occorre analizzare anche le microstorie, la vita quotidiana delle persone comuni, le passioni, i sentimenti, l’immaginario che sono alla base dei comportamenti. Tempo fa qualcuno sosteneva che la storia si occupa dei fatti, la letteratura delle ragioni profonde che innescano gli eventi. D’altronde narrare l’esistenza viva non significa trascurare gli avvenimenti realmente accaduti, ma comporre un quadro più complesso e movimentato della realtà.
Soprattutto nel caso di periodi controversi, non limitarsi alla cruda e impersonale analisi dei fatti può contribuire ad allargare lo sguardo in modo da poter penetrare più a fondo nei fenomeni. Può, perciò, essere utile analizzare quello che viene definito il lungo ’68 italiano, utilizzando anche la narrativa. E se imprenscindibile, in questo senso, è la trilogia di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Gli invisibili e L’editore, Aggrappàti al cielo di Sergio Bianchi rappresenta senza dubbio un ulteriore testo in grado di affiancarsi ai romanzi del fondatore della neoavanguardia. Del resto Sergio Bianchi è stato molto legato a Balestrini e racconta, nel suo romanzo, narrato in prima persona, della genesi della loro amicizia, mettendo in evidenza come all’origine del suo impegno nel movimento degli anni Settanta ci sia stato proprio Vogliamo tutto, unico libro letto tutto d’un fiato tra quelli che la sua mentore, la Tommy, gli passava. Come dice lui stesso: «Niente più di Vogliamo tutto mi fa capire il bestiale sfruttamento di quel lavoro e il suo rifiuto da parte di chi si trova obbligato a farlo per poter campare da miserabile». C’è un altro libro citato nel testo, è La passeggiata di Robert Walser e sembra rispecchiarsi in alcuni punti del romanzo, come quello dedicato al gioco della volpe, nel bosco, o alla scoperta e alla frequentazione di Mario, che è un ragazzino ma soprattutto un borgo praticamente disabitato in Valdossola.
Il libro inizia con l’immagine di un riquadro di cielo attraversato da uno stormo di aironi cenerini e da una scia bianca di un aereo invisibile. Subito dopo inizia la narrazione che parte da Tredici anni e quattro mesi prima. È il giorno dopo la strage di piazza Fontana. In quel momento, in un paese lombardo, inizia la vicenda del protagonista-narratore. Una vicenda che vedrà protagonisti compagni, fratelli, famigliari e che durerà appunto tredici anni e quattro mesi. La storia di una parte di quel movimento che tentò l’assalto al cielo. Dall’adesione a Potere operaio all’autonomia operaia, tra incontri con vecchi partigiani e contrabbandieri, tra gruppi femministi e quelli che poi saranno chiamati i cattivi maestri, si dipana la storia di un gruppo di persone legate tra loro dal personale e dal politico che attraverseranno tutte le vicende di quegli anni. Si passerà dall’entusiamo iniziale, dalla voglia di cambiare tutto – modi di vivere, rapporti umani e politici, relazioni sentimentali – ai fenomeni di impazzimento finale, dagli spazi aperti e liberi alle galere. Il tutto scandito dai piccoli avvenimenti personali e dai grandi eventi storici e narrato senza infingimenti, senza giustificazioni, senza nascondere sbagli, errori, eventi negativi ma anche senza pentimenti.
Bianchi ha ben presente anche la lezione stilistica di Nanni Balestrini. Sa che il linguaggio è fondamentale, che non si comunica solo con i contenuti. Per narrare di quel periodo di rivolta occorre che la rivolta sia espressa anche dal linguaggio usato. Dunque una lingua semplice, comprensibile, immediata. Quella parlata effettivamente dai protagonisti dello scontro sociale.
Se la lotta è contro la struttura gerarchica della società allora anche la scrittura deve esprimere al contempo il rifiuto della gerarchia e il conflitto di classe. Dunque da una parte abolizione di quei segni che strutturano il periodo, gli danno un ordine ovvero i segni di interpunzione. Dall’altra, però, rimangono i punti e i punti interrogativi, quasi come se il discorso si strutturasse in segmenti che si ricompongono o confliggono tra loro.
L’ultima pagina del libro ripropone l’immagine di quello stesso riquadro di cielo visto all’inizio, e si apre alla speranza, riecheggiando in qualche maniera gli ultimi versi della poesia di Nanni Balestrini proposti in exergo: «non è finita/ pentiti solo/ di non averlo/ fatto abbastanza».

 

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Sergio Bianchi, Aggrappàti al cielo, Milieu, Milano, 2026, pagg. 208, euro 18

Ognuno accanto alla sua notte

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Gianni Biondillo intervista Lia Levi

 

Più storie s’intrecciano in “Ognuno accanto alla sua notte”. E vengono raccontate grazie a incontri fortuiti. Il “caso” certe volte aiuta a non dimenticare?

Dovrebbe essere l’opposto. La memoria è, dovrebbe essere, elaborazione, lavoro continuo e incessante. Ma il caso a volte ci regala dei colpi di scena. Un incontro fortuito può aiutare a dare una “messa in moto”. La vita ci regala momenti inaspettati.

Ogni personaggio viene posto di fronte a un dilemma: l’autorialità senza l’autore, l’amore contro l’appartenenza familiare, il conflitto fra attendismo e rivoluzione. La letteratura ci chiede di scegliere, sempre?

Non la letteratura, ma la vita. Tutto quello che fa la letteratura è mettere al centro del suo discorso la scelta. Non racconta fatti ma pensiero, sentimenti, sensazioni, che stanno dietro questi fatti. È logico che il conflitto (anche interiore) venga esposto. Altrimenti non sarebbe letteratura ma cronaca.

I personaggi femminili hanno la capacità di trovare soluzioni meno precipitose, meno frontali e ideologiche. Quelli maschili esercitano una risolutezza che appare quasi una posa. Sono cambiati gli uomini, o sono destinati a ripetere gli stessi errori?

In genere le donne sono più adatte ad affrontare il momento immediato e a trovare soluzioni adeguate al pericolo. Come scappare di fronte a un pericolo, come nutrirci… l’uomo è portato a teorizzare, fonda partiti, scuole di pensiero, va a combattere, ma la battaglia del quotidiano è affidata alle donne, sono due strutture mentali. Vede troppo in negativo i personaggi maschili. Di fronte ai dilemmi alla fine seguono anche loro i propri sentimenti. Non sono forze ideologiche ma grandi istanze della vita. Ogni cosa viene vissuta come conflitto del profondo, drammatico, quando si tratta di scegliere.

La comunità degli ebrei di Roma esiste da prima ancora del cristianesimo. Quanto è fondamentale, ancora oggi, la sua presenza e il suo ruolo per la Capitale?

L’antico ghetto è oggi il quartiere ebraico. Nel dopoguerra erano ancora tutti lì, poi come in tutti i centri storici, piano piano in tanti l’hanno abbandonato, ma molte delle attività – negozietti, ristoranti, la scuola – riescono a far mantenere al quartiere una particolare atmosfera. Gli ebrei romani dicono “andiamo in Piazza”, “sono un ebreo di Piazza”. È una comunità che è riuscita a mantenere se stessa e la sua diversità, non danneggiando nessuno. Rappresenta il diritto di esistere come diversi, ancor più oggi, in una città multietnica.

 

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, dicembre 2023)

Autunno a Bratislava

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di Giorgio Mascitelli

A vivere all’estero va così, se si ha l’umanissimo desiderio ogni tanto di trascorrere una simpatica serata tra connazionali, perché con le amicizie è un po’ come a militare, che bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, se si ripensa senza acredine o nostalgia, ma con mente serena a certe tavolate in certe pizzerie di Spilimbergo o Sacile collocate strategicamente vicino alle caserme, nelle quali il vantaggio maggiore era che le urla dei commensali ti dispensavano dai doveri della conversazione. C’è da dire che il Menghini per età non aveva fatto il servizio militare di leva che lo avevano già abolito. In ogni caso valeva anche a Bratislava da borghese quella legge delle amicizie militari.

Il Menghini per la verità ogni mattina aveva lo stesso la sua dose di calore latino quando scendeva dalla casa popolare in cui abitava, che qui chiamano pannellaccio, vedendo sempre una svitata immersa in un biascicato soliloquio in slovacco, che di tanto in tanto a voce più alta diceva bailando, tant’è che nel quartiere oltre il Danubio la chiamavano proprio così.

Il Menghini era arrivato su perché da un giorno all’altro, un po’ come usa oggi, gli avevano trasferito l’azienda dall’Italia alla Slovacchia. Secondo sua madre, un bravo tecnico informatico come lui non avrebbe faticato a trovare un lavoro anche giù e doveva accettare la buona uscita e poi non è che gli dessero ‘sto grande incentivo e i prezzi con l’euro sono cari anche qui e adesso per esempio i viennesi, che una volta venivano a fare la spesa qui, non li vedi più. Sicché non è semplice spiegare perché il Menghini fosse venuto, magari qualcosa di non decifrabile o l’assenza di legami o il logorio della vita moderna.

In fondo il Menghini era un solitario e la città si addice a tali indoli, si potrebbe dire che il suo era un temperamento autunnale, il che di per sé è un vantaggio perché questo è un racconto che si svolge proprio in autunno (il problema semmai sarebbe che io a Bratislava ci sono stato un sacco di volte in inverno come in estate e perfino in primavera, ma mai in autunno: allora, per usare le parole del poeta, la fantasia più che fantastica mi dovrà aiutare). In ragione della sua indole il Menghini amava sovranamente l’autunno tra tutte le stagioni sia in Italia sia a Bratislava: ad esempio certe giornate in cui il Danubio, non azzurro come nella bella stagione, restituisce tutte le tonalità di grigio che digradano mollemente dal cielo all’acqua; oppure l’alba dai colori tenui che talvolta il Menghini, se non aveva dormito bene, osservava dalla sua cucina scorgendola spuntare da dietro i Piccoli Carpazi o certe passeggiate sulla Koliba in cui le sfumature di colore delle foglie cadute, dal castano al ramato fino al giallo, scaldano il cuore allo stesso modo che le tante sfumature nei capelli delle bratislavesi dal castano scuro fino alla viva spiga del biondo artificiale.

Ma per quanto solitario, per quanto autunnale (non mi rammento se ho già precisato che questo è un racconto autunnale), talvolta anche il Menghini amava godere della compagnia e far quattro buone chiacchiere nell’idioma natio. Così aveva scoperto, dalle parti di Račanske Mito, il ristorante italiano Buongiorno, Maria: collocato su due piani, era diviso in tre sale e cioè la Capri che era pizzeria, la Dolce Vita con un menu più ricercato e sfizioso e la più piccola, la Nostalgia Canaglia, dove si servivano sapori casalinghi e soprattutto c’era un megaschermo, dove si potevano vedere le partite di serie A. Così il Menghini era entrato a far parte, quasi per osmosi, di un piccolo gruppo di quattro o cinque habitué riunnentesi il sabato o la domenica per vedere la partita, qualunque squadra giocasse perché l’effetto casa faceva aggio sul tifo calcistico, e talvolta si fermava con loro pure il patron stesso del Buongiorno, Maria, specie se giocava la sua Lazio e gli impegni nelle altre sale non lo oberavano. Qui il Menghini non so se ritrovasse l’autentica atmosfera di casa, ammesso e non concesso che gli mancasse, ma almeno un modo piacevole di passare il tempo e qualche informazione utile al residente straniero a Bratislava.

Un caso completamente diverso era quello di Roberto Stroppia, intanto perché la necessità di trovare un posto macchina adeguato al suo Suv l’aveva costretto a prendere in affitto una villetta a Palisādy, poi perché, pur essendo arrivato da meno tempo, aveva già sviluppato una migliore conoscenza del territorio non solo per l’innata intraprendenza del suo genio ma in quanto  il suo lavoro, project development manager di un gruppo finanziario internazionale specializzato nel finanziamento di progetti abitativi e urbanistici, lo metteva oggettivamente in contatto con diversi ambienti. Ma la sua fonte principale di informazioni era un’altra e si chiamava My favourite Bratislava, un documentario realizzato da Dagmar Peniazova, la celebre ex modella. Dopo aver calcato tutte le più prestigiose passerelle internazionali della moda, Dagmar aveva deciso di restituire alla sua patria qualcosa del suo successo sviluppando un’attività di film maker per promuovere e fare conoscere i posti più fighi della Slovacchia (e Rep.Ceca). Portandolo il suo lavoro oggi qua e domani là, viva la libertà, per citare la vecchia canzone che faceva parte della playlist usata talvolta nella Nostalgia Canaglia per scaldare i cuori degli avventori, Roberto Stroppia si era abituato a reperire con rapidità e competenza in ogni luogo quel tipo di indicazioni che Dagmar aveva selezionato per Bratislava. Sarebbe restato lì massimo un paio d’anni e tra l’altro almeno una volta al mese doveva tornare a Milano e qualche volta pure a Londra, quindi, si può capire, tempo per passeggiate, foglie morte, albe sul Danubio e amenità varie, meno di zero. Così avendo una vita sociale più ampia, era parso del tutto naturale che fosse stato proprio lui a indicare alle piccola compagnia, che peraltro Roberto Stroppia non frequentava sempre, che se si vuole mangiare un buono stinco di maiale e in autunno (si badi bene che questo è un racconto autunnale) l’oca, bisognava andare alla Zlata Krčma dalle parti di Chorvatsky Grob e per un intrattenimento meno famigliare e più sofisticato c’era U smädnych dām in centro. Ma più di ogni altra cosa gli piaceva il ristorante UFO, quello sul pilone del ponte SNP sul Danubio, del quale Dagmar diceva “scontato ma irrinunciabile come il gin tonic”, che è la prima cosa che si vede arrivando a Bratislava, a parte il castello. Quest’ultimo naturalmente non aveva dovuto indicarlo agli altri perché tutti lo conoscono.

A Stroppia il Menghini stava simpatico, questo ragazzo timido e riflessivo, che evidentemente risvegliava in lui la vena di maestro di vita. Se infatti c’era una cosa che gli piaceva, era dispensare pillole di saggezza, insegnare a distinguere il grano dal loglio, un’occasione da una fregatura, quale frutto ogni stagione porta (e quindi anche l’autunno) ecc.ecc. Il Menghini pareva intelligente e insicuro e perciò ricettivo e bisognoso dei suoi insegnamenti.

Fatto sta che la sera che andarono a mangiare all’UFO si ritrovarono solo loro due per via di contrattempi e defaillance dell’ultimo minuto degli altri membri della scelta compagnia. Era una serata piovosa al termine di una giornata bigia, tipicamente autunnale, una di quelle serate che, spiega Dagmar Peniazova, gli slovacchi amano trascorrere seduti al caminetto bevendo un po’ di punch o un bicchierino di slivovica.

Roberto Stroppia era veramente esaltato da UFO non solo per le qualità culinarie ma per la sua collocazione e la sua forma da disco volante posto in cima a un ponte sul Danubio; gli sembrava che UFO condensasse tutti i valori migliori della nostra società: dal gusto per l’innovazione alla capacità di pensare in grande passando per il coraggio imprenditoriale. Il Menghini aveva sentito in giro che lo avevano costruito i comunisti, ma non lo interruppe perché detestava disturbare gli slanci pindarici delle persone con osservazioni modeste e scatologiche. Poi proseguì esaltando il radioso paesaggio, quasi un epitome delle prospettive di crescita, che si doveva vedere da lì verso fin quasi all’infinito durante il giorno e il Menghini istintivamente volse gli occhi fuori, ma non c’era che notte e nuvole. Evidentemente Stroppia era in vena di confidenze perché spiegò al Menghini che stava lavorando a parecchi progetti a Bratislava, ma quello che lo intrigava di più era la costruzione di due torri, che una volta edificate, capì il Menghini per via della loro collocazione, gli avrebbero impedito di godere dalla sua cucina delle albe sui Piccoli Carpazi. Bratislava gli piaceva, a Roberto Stroppia, perché era dinamica, si voleva migliorare, non riposava sugli allori: naturalmente aveva ragione, ma al visitatore di passaggio sembrava talvolta desiderosa di assomigliare a tutte le altre città, ma siccome tutte le città all’epoca di questa storia desideravano assomigliare a ogni altra città, c’era da chiedersi, ad aver tempo da perdere, da dove venisse l’archetipo. Roberto Stroppia, quanto a lui, il suo tempo era prezioso più dell’oro, forse come un future o uno swap. La conversazione o forse sarebbe più giusto dire il monologo prometteva di raggiungere nuovi temi imprevisti, quando Stroppia si ricordò che doveva fuggire, che era in ritardo, che si scusava con il Menghini, ma doveva proprio andare perché era stato invitato a un esclusivo coktail delle ventitré in un esclusivo palazzo della Città Vecchia a cui avrebbe partecipato anche Dagmar Peniazova in persona, ma si doveva arrivare puntuali perché dopo cinque minuti la porta si chiudeva e non si riapriva più se non per andarsene. E si volse un’ultima volta verso il commensale  con l’indice alzato, conferendo anche all’istante del congedo una funzione didascalica:

  • Bada, solo l’uomo che ha fretta, può comprarsi il tempo!

E tanta fu la furia esclusiva con cui lasciò il ristorante che si dimenticò di pagare il conto, come ebbe ad accorgersi esclusivamente a sue spese il Menghini. Non si adontò, quella non rientrava nelle cose per cui vale la pena di arrabbiarsi, sono cose che capitano, è così che va il mondo. Nello scendere con l’ascensore giochicchiava con un vecchio portachiavi e guardava fuori senza vedere nulla. Una volta uscito, gli sfrecciò davanti l’autobus ed egli evitò con agile salto l’onda della pozzanghera.

Gli toccava tornare a casa a piedi, come accade agli esclusi dai cerchi più esclusivi, ma non escludo che gli facesse piacere: era una piovosa serata d’autunno, magari avrebbe colto nel cammino qualche piccolo dettaglio interessante.

 

L’uomo senza lingua

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Foto di dario zollia da Pixabay
Foto di dario zollia da Pixabay

di Max Mauro

Nell’estate dei miei tredici quasi quattordici anni in paese arrivò un personaggio curioso. Non che a Fol mancassero figure originali, tutt’altro. Sebbene il paese contasse meno di mille abitanti, la mia infanzia era stata accompagnata da varie personalità degne di nota. Per esempio, c’era Toliat, uno dei tre comunisti pubblici in paese, cioè quelli di cui si sapeva per certo che avrebbero votato Pci ad ogni elezione, nonostante il 65 per cento dei voti andassero regolarmente alla DC. Toliat, un nomignolo friulano che richiamava lo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti, girava sempre col trattore, anche di domenica per andare alla partita della squadra comunale. Non avendo l’auto, né la patente, gli pareva logico utilizzare il trattore. Nei primi anni Ottanta non era richiesta la patente per guidare il trattore, ma l’uso doveva essere circoscritto all’attività agricola. Tecnicamente, quindi, Toliat non avrebbe potuto andare a vedere la partita col trattore, o accompagnare la moglie al mercato del giovedì, come pure faceva, ma lui se ne infischiava delle regole, e di quello che diceva la gente.

Va detto che a quel tempo i controlli sull’uso dei mezzi agricoli erano piuttosto laschi nei nostri paesi a vocazione prevalentemente contadina. Io stesso, quell’estate, imparai a guidare il trattore dello zio Valdi. A dire il vero, fui praticamente obbligato a mettermi alla guida perché tutte le braccia disponibili servivano dietro il carro per caricare le balle di fieno. Comunque, se qualche legalista stesse leggendo queste note, sappiate che io guidai solo nel campo, non portai il trattore in giro per il paese come faceva Toliat (che mi era pure simpatico perché fu il primo ribelle che conobbi in vita mia). Va bene, avevo solo tredici anni, ma il mondo reale non è posto per sofisti.

Un altro personaggio interessante era Sclope (il termine friulano per il fucile).  Sclope era cresciuto in Francia da una famiglia di emigranti e a vent’anni, diceva lui, si era arruolato nella Legione Straniera per sfuggire al destino disegnato per lui da suo padre: operaio nelle riparazioni di fognature, professione svolta con profitto dal padre, dallo zio e da due cugini. Nessuno credeva che Sclope fosse veramente stato nella Legione Straniera perché era alto poco più un metro e sessanta, aveva le spalle strette e la pancia tonda come un’anguria matura. Con quel fisico nella Legione Straniera? Non è possibile, dicevano le malelingue. E poi il rinculo di fucile gli avrebbe fatto fare un salto di tre metri, aggiungevano altri. Comunque, Sclope conosceva un sacco di storie sulla Legione Straniera, e le raccontava bene. Sapeva tutto dei fucili, degli scarponi, delle caserme, perfino delle malattie dei soldati. Conosceva anche la geografia del deserto (anche se non parlava mai della gente che nel deserto ci viveva). La Legione Straniera era il suo mondo e noi ragazzini lo ascoltavamo rapiti, ma i più grandi ci prendevano in giro per questo (quello racconta solo balle, dicevano).

Tra i personaggi più discussi del paese va aggiunta la maestra Freda, che girava sempre in bicicletta con le gonne al ginocchio che salivano con il movimento della gamba, su e giù, giù e su, su e giù, salivano salivano e scendevano scendevano le gonne lungo le sue gambe tozze tondeggianti e gli occhi dei maschi fuori dal bar non si stancavano di guardare quegli spostamenti di tessuto sulle cosce velate da calze attillate. Le calze. Le calze della maestra Freda. Noi bambini non capivamo pienamente l’interesse maschile per le gambe della maestra Freda, qualcosa ci sfuggiva, ma quell’estate dei tredici quasi quattordici anni avevo ormai formalmente abbandonato l’infanzia e cominciavo a vedere i passaggi in bici della maestra con occhi diversi. Erano un turbamento, quei passaggi in bici, un turbamento vero.

Insomma, a Fol c’era una certa varietà di casi umani. Tuttavia, l’arrivo dell’uomo senza lingua fece scalpore.

L’uomo senza lingua in realtà la lingua ce l’aveva, ma il nome gli era stato affibbiato perché non si capiva che lingua parlasse. Era nato in paese ma all’età di quattro anni tutta la famiglia si era trasferita in Francia, nella zona di Metz, dove il padre era emigrato qualche tempo prima. Per vicissitudini non ben chiarite, quando l’uomo senza lingua aveva circa nove anni la famiglia si era spostata nuovamente, questa volta in Germania, nel Saarland. Il nostro personaggio era passato nell’arco di pochi attraverso varie lingue. Il friulano era la lingua materna, quella con cui aveva imparato a comprendere il mondo, poi c’era l’italiano che veniva usato a scuola e nelle funzioni religiose (i parroci di Fol non sono mai stati abbastanza coraggiosi da far messa in friulano, come facevano certi loro colleghi del Friuli collinare). Quando arrivò in Francia, l’uomo senza lingua si esprimeva bene in friulano, mentre la conoscenza dell’italiano era rudimentale, visto che, come la maggioranza dei suoi coetanei, l’avrebbe imparato a scuola. Ma la scuola la cominciò in Francia dove, come si sa, parlano il francese. Forse non era portato per le lingue, ma il suo ambientamento fu un po’ faticoso e ci mise qualche anno per raggiungere una discreta padronanza del francese.

Quando suo padre decise che si sarebbero spostati in Germania, l’uomo senza lingua, che al tempo, come detto, era ancora un bambino, si trovò con l’ennesima sfida: imparare il tedesco. Venne inserito in una scuola dove nessuno si preoccupava di insegnargli la lingua. A tredici anni, con tre bocciature in due paesi diversi e poco interesse per gli studi in generale, ma soprattutto sfiancato da tutti questi cambiamenti, l’uomo senza lingua alzò bandiera bianca. Abbandonò definitivamente la scuola e chiese al padre di poter tornare in Francia, dove era rimasto uno zio che aveva un’impresa edile. Avrebbe lavorato nella ditta dello zio. E così fece. Almeno fino a trent’anni, quando decise di rientrare a Fol, da solo e con un progetto originale in mente.

Io tutte queste cose le appresi perché i miei genitori gestivano la cooperativa di consumo e io passavo l’estate ad aiutarli. In cooperativa passavano quasi tutti i paesani, quindi le storie si sapevano prima e con molti dettagli. In cooperativa venne anche l’uomo senza lingua, che di nome faceva Franco, Franco Pote. Pote era il soprannome con cui la sua famiglia era conosciuta in paese. Come in tutti i paesi friulani, c’erano molte famiglie con lo stesso cognome e per distinguerle nel tempo erano stati adottati dei soprannomi, la cui origine era vaga, talvolta misteriosa.

Per gli adulti l’uomo era Franco Pote, ma per i più giovani, compresi i bambini e i ragazzi della mia età, era solo “l’omp cence lenghe”, l’uomo senza lingua, per semplicità chiamato “Lengate” (Linguaccia). Non era bello chiamarlo così, me ne rendevo un po’ conto, ma in paese era abbastanza normale trovare qualcuno da vessare, per goliardia o per semplice cattiveria popolare.

Franco Pote, anche detto Lengate o l’uomo senza lingua, non aveva fatto nulla per celare la sua particolarità, che non era dovuta solo al suo modo di esprimersi. La prima volta che venne in cooperativa, io stavo riempiendo uno scaffale non distante dal bancone degli affettati e dei formaggi. Quello di riempire gli scaffali era il mio compito principale e lo assolvevo con un certo puntiglio. Dalla mia posizione potevo sentire le conversazioni dei paesani, che a quell’ora del mattino erano in maggioranza donne, donne anziane, quelle che facevano la spesa. Quando venne il suo turno, Lengate alzò il braccio per indicare il pane e disse qualcosa che solo lui poteva capire. “Doss piçulis baguettes, bittea”. Quello che usciva dalla sua bocca era un intreccio di suoni che richiamavano il friulano, il francese, il tedesco, e pure un po’ d’italiano. Era un gramelot, con la differenza che il buon Dario Fo si aiutava con le mani, le braccia, la faccia e il corpo tutto per farsi capire parlandolo, mentre l’uomo senza lingua rimaneva impassibile, forse convinto che tutti capissero perfettamente quello che andava dicendo.

Mio madre, che lo stava servendo, era piuttosto esperta di casi umani, e intuì il tipo di pane richiesto. Poi Franco Pote indicò del formaggio, un tipo di formaggio, e tutto procedette abbastanza facilmente perché non c’era bisogno di esprimersi. Nei giorni successivi, le cose migliorarono progressivamente, perché Franco comprava sempre le stesse cose, ma anche perché il suo friulano era diventato un po’ più comprensibile, con qualche innesto casuale di tedesco e francese che gli altri spesso capivano, vista l’alta percentuale di ex emigranti nel paese.

Se la questione linguistica trovò col tempo una sua precaria soluzione (anche se per noi Franco Pote rimase l’uomo senza lingua), c’era un aspetto della vita dell’uomo senza lingua che lasciava i più interdetti.

Franco Pote era rientrato al paese dopo la morte dei genitori, che gli avevano lasciato un piccolo terreno in via dei Faggi. Quel terreno era chiuso tra due case ai lati e sul davanti, a separarlo dalla strada, c’era un muro alto circa due metri. L’ingresso era un portoncino che dava sulla strada. Franco Pote era arrivato a Fol nel mese di maggio e da subito qualcuno si era chiesto, dove dormirà? Non aveva parenti diretti, se si esclude un cugino della madre che non aveva mai incontrato e non era molto socievole (aveva allontanano a male parole perfino il prete venuto a chiedere la decima). Franco Pote non si era fatto problemi: dormiva in auto, una Fiat 127 color giallo canarino. Dopo alcuni giorni, però, i vicini si erano accorti che non dormiva più in auto. Aveva montato una tenda nel terreno, che fino a qualche tempo prima era stato usato come orto da una famiglia in affitto. Ma che piani aveva? Aveva intenzione di passare l’estate a Fol dormendo in tenda? La cosa era fattibile, vista la buona stagione, e non pareva nemmeno così bizzarra. In fondo Franco Pote non aveva famiglia, non era sposato, non aveva una compagna o dei figli; in paese c’erano altri scapoloni, e di solito non erano persone con le abitudini più regolari (giusto per dire). Però, però, l’uomo senza lingua un piano ce l’aveva.

Non ne parlò con nessuno, ma in paese è difficile tenere dei segreti, soprattutto se il tuo terreno è posto di fronte alle finestre di una casa. Prima giunse la notizia che Franco Pote aveva acquistato all’emporio comunale dei sacchi di calce, pala, piccone, dei secchi e una cariola. Poi arrivò un camioncino che si fermò davanti al suo terreno. Vennero scaricati assi, mattoni e materiali edilizi di vario tipo. Qualche pensionato con un passato da muratore si incuriosì e cercò di capirne di più, ma era impossibile vedere qualcosa dalla strada, e l’uomo senza lingua era molto riservato. Si sentivano dei movimenti di pala e di piccone, qualcosa stava succedendo, ma cosa? Non c’era nessun cartello che indicasse “lavori in corso”, come era prassi e requisito di legge (la legge era una questione seria, anche se non era proprio uguale per tutti).

Sul lato opposto al terreno di Franco Pote c’era la casa del postino, Sabino Tam. Salendo nel solaio della casa del postino sarebbe stato possibile guardare oltre il muro e dentro il terreno dell’uomo senza lingua. Però Sabino non faceva entrare nessuno a casa sua da quando la sua cara mamma novantaduenne era morta e lui aveva imputato la morte, che riteneva “prematura”, allo stress di avere dei muratori in casa a sistemare il tetto. Quando il muratore in pensione Tilio Zamparutti gli chiese di lasciarlo salire in solaio per un controllo, Sabino si inalberò: Vonde muradôrs a cjase me! Basta muratori in casa mia. E non fece entrare il vecchio Tilio che coltivava una curiosità morbosa per capire cosa stesse facendo quel matto di Franco Pote.

Alla fine, si trovò un compromesso: in solaio sarebbe salito il figlio di Tilio, Ivo, che di mestiere faceva il geometra in uno studio tecnico; quindi, oltre ad essere più titolato del padre per il caso in questione, aveva il bonus di non essere un muratore, e nemmeno un ex muratore.

Come sospettato da Tilio, Franco Pote stava scavando una buca, ma non una buca qualsiasi, era una buca larga quanto la base di una casa. Stava costruendo le fondamenta per una casa, da solo, con pala e piccone! Voi potreste dire, eh vabbé, son fatti suoi. Però questa filosofia a Fol era poco popolare.

Il problema, come spiegò Tilio un tardo pomeriggio in cooperativa (a quell’ora passavano soprattutto mariti e figli a prendere qualcosa che le donne avevano scordato di comprare al mattino) era non tanto la capacità di Franco Pote di portare a termine il suo progetto. In fondo, commentò Line, una donna solida come una quercia che aveva mandato avanti tutta la famiglia emigrando in Svizzera dopo la guerra perché il marito era tornato dal conflitto invalido, depresso e alcolizzato, per fare una casa non serve un architetto. Era un modo di vedere molto comune, quasi un’ovvietà, nei nostri paesi dove di architetti non se ne erano mai visti eppure le case venivano costruite ugualmente. Il problema, nel caso di Franco Pote, era il permesso.

Senza permesso comunale non si può costruire una casa, spiegò Tilio con tono autorevole, volendo indirettamente rammentare a tutti che aveva un figlio geometra e un altro che voleva iscriversi all’università per studiare ingegneria (in paese c’era un solo laureato, il figlio del direttore della posta, ma aveva studiato lettere e quindi non poteva essere considerato un vero e proprio “dottore”).

La discussione continuò per un po’ con l’intervento di altri paesani, ma il punto di Tilio, che per costruire una casa serve il permesso del comune, aveva messo d’accordo tutti. Tuttavia, chi avrebbe dovuto andare a parlare con l’uomo senza lingua per dirgli che stava contravvenendo la legge e rischiava perfino di finire in prigione (era una possibilità improbabile, ma nello slancio del dibattito qualcuno aveva sollevato perfino questo potenziale esito della vicenda)? La scelta era caduta sul parroco, pre Uliano, considerato figura super partes perché rappresentante del dio in terra e quindi non direttamente coinvolto nelle contese degli umani. Non so chi avesse suggerito questa soluzione, ma dentro di me, pur avendo solo tredici quasi quattordici anni, capivo che qualcosa non tornava. Come si poteva considerare il prete figura super partes?

Per dire, secondo Toliát, il parroco, pur essendo una brava persona che non negava la benedizione a nessuno e aveva perfino detto messa per il figlio di un paesano che si era suicidato (la morte era stata fatta passare come un semplice “annegamento”), non era super partes perché la sua organizzazione, così la chiamava Toliat, cioè la Chiesa, sosteneva un partito politico, la DC, e quello era un fatto evidente a tutti. Quindi, sulla base dei fatti, la scelta di mandare pre Uliano a parlare con l’uomo senza lingua non era aliena da rischi.

C’erano anche altri due fattori che, mi pareva, nessuno avesse preso in considerazione. Uno era la parentela con il cugino che aveva allontanato lo stesso pre Uliano quando era passato per benedire la casa e raccogliere la decima. I no vûl savent di predis, laît sul mus! (Non voglio saperne di preti, andate a quel paese!). La seconda ragione, forse ancora più seria, era quella puramente linguistica. Pre Uliano non aveva avuto contatti con Franco Pote, era ignaro del suo particolare uso delle lingue, come avrebbero fatto ad intendersi?

Io ero cresciuto con la convinzione che gli adulti avessero sempre ragione. Che cosa erano cresciuti a fare se non avevano imparato a fare sempre la cosa giusta? Mi dicevo. A dire il vero, dei dubbi si erano formati dentro di me, ma a tredici quasi quattordici anni non avevo ancora maturato una consapevolezza tale da esprimere la mia opinione. Insomma, osservai il corso degli eventi senza intervenire.

Il giorno che pre Uliano si recò nel campo di Toni Pote c’era un bel sole. Dico questo perché era noto a tutti che pre Uliano provava una sincera idiosincrasia per la pioggia o anche un semplice cielo plumbeo. Non è che non uscisse di casa quando pioveva o minacciava pioggia, ma il suo umore non era dei migliori se non c’era il sole, questo era chiaro a tutti. I preti son spesso personaggi bizzarri (forse è colpa delle privazioni a cui si sottopongono).

Pre Uliano arrivò in via dei Faggi, stabilizzò la bici sul marciapiede facendo appoggiare il pedale sul bordo, e si avviò verso il portoncino. Dalla strada si sentivano dei rumori di attrezzi che sbattevano sui sassi, passi pesanti, insomma qualcuno stava lavorando la terra. Bussò forte due volte, poi, visto che non c’era alcuna reazione, diede una manata sul portoncino, un vero e proprio pugno. Pre Uliano era un tipo fumantino e probabilmente si stava innervosendo. Niente, nessuna reazione. Allora usò la voce. Franco! Sior Franco! Urló. O soi il plevan! Franco! Signor Franco! Sono il parroco!

Ci fu un momento di silenzio, i lavori si interruppero. Poi Franco rispose. Ce voleise Sie? Un orecchio esperto dell’idioletto dell’uomo senza lingua avrebbe inteso che gli stava chiedendo cosa volesse, ma il prete rimase interdetto. Sono il parroco, ripeté. Franco Pote mise giù la pala e aprì il portoncino. I due si trovarono uno di fronte all’altro senza sapere che dirsi, perché si erano già detti tutto attraverso il muro. Come il suo lontano cugino, Franco Pote non era un frequentatore della chiesa. Sarebbe bastato un minimo di ricerca storica per sapere che la sua famiglia era notoriamente anticlericale. Il nonno era un anarchico, l’unico vero anarchico socialista in tutto Fol, un seguace di Errico Malatesta, e pare che la decisione della famiglia di Franco Pote di emigrare fu dovuta più a questione di incompatibilità politica con il resto del paese che alla necessità.

Franco Pote non era stato battezzato, era entrato in una chiesa solo per il funerale della madre (era rimasta credente pur avendo sposato un ateo). Ciononostante, non provava sentimenti di avversione per i prelati. Quando però capì la ragione della visita del prete, si inalberò. Piantò la pala in terra come fosse una ascia di guerra e lanciò uno sguardo di sfida a pre Uliano, che non essendo un cosiddetto fulmine di guerra si impaurì, risalì di fretta sulla sua bici e si allontanò pedalando veloce come non aveva mai fatto in vita sua.

Alcuni giorni dopo, due funzionari del comune bussarono al portoncino di Franco Pote. Uno era un vigile urbano, un semipoliziotto nell’immaginario popolare. Stessa trafila di bussamenti e manate sul portoncino e varie urla senza risposta, finché il portoncino si aprì e Franco Poté capì che c’era qualcosa che non andava in questo suo ritorno al paese natio. Prima la difficoltà a farsi capire, poi le voci dei paesani su di lui e la curiosità dalle finestre della casa dirimpetto, poi la visita del prete e infine i due rappresentanti della legge (erano entrambi impiegati dello stato, quindi a suo modo di vedere rappresentavano la legge).

Ascoltò in silenzio quello che i due avevano da dirgli. Siccome invece di parlare lessero un documento ufficiale, non capì nulla di quello che gli venne detto. I due si congedarono e lui tornò al suo lavoro. Ma non era sereno, anzi quando venne in cooperativa il giorno dopo apparve nervoso. Invece della solita piccola “baguette” e un etto di formaggio Montasio, prese due cornetti e due etti di mortadella. Non aprì bocca, si fece capire a gesti.

Quella notte stessa, Ivo il geometra, al rientro dopo aver fatto visita alla morosa in un paese distante circa quindici chilometri da Fol, vide sfrecciare una 127 gialla. Notò che il piccolo abitacolo era occupato per intero da attrezzi da lavoro, dal finestrino sporgevano il manico di una pala e di un piccone, si intravedevano dei secchi e perfino dei mattoni. Alla guida c’era Franco Pote.

Ivo fu l’ultima persona di Fol a vedere l’uomo senza lingua.

Sono passati vari anni ma il terreno dove Franco Pote si era accampato per costruire una casa è rimasto tale e quale, con un grande buco profondo poco più di trenta centimetri. Col tempo si è trasformato in un piccolo stagno dove hanno preso residenza delle rane e degli uccelli, beati loro.

Nessuno ha più saputo nulla dell’uomo senza lingua. Forse è tornato in Francia, o in Germania e ormai è sepolto in un cimitero di quei luoghi a lui così familiari e così alieni. Ho voluto raccontare la sua storia perché non fosse dimenticata.

Pasta asciutta

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di Serena Iaconis

Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.

Il padre scolò nervosamente la pasta nel colino. Il vapore gli appannò gli occhialini sporchi. L’odore di amido cotto riempiva la cucina semibuia. La figlia stava seduta composta a tavola e osservava quel padre logoro che buttava la massa di spaghetti viscidi nella pentola svuotata, rovesciandovi sopra un fiotto di sugo di pomodoro freddo tirato fuori dal frigo.

Mentre il padre mescolava la pasta, la bambina lo osservava da dietro. Era piegato sulla pentola, le spalle chiuse in avanti. I capelli si erano fatti radi, lasciando trasparire la pelle arrossata dal lavoro sotto il sole. La maglietta da lavoro, stropicciata e troppo stretta, gli tirava sui fianchi. La cintura gli serrava la vita dentro pantaloni troppo caldi per quella stagione. Le mani gonfie e a tratti scorticate mostravano bruciature fresche, come lungo tutto il braccio.

Il padre afferrò la pentola dai manici. Quando la posò sulla tavola, goccioline di acqua rossastra schizzarono sul braccino della figlia, che attendeva in silenzio. La bambina fu distratta da quella goccia viscida che le colava sulla pelle; la seguì con gli occhi mentre scendeva, e intanto un nodo le comprimeva le viscere nello stomaco.

Quando il padre si avvicinò, il lezzo di amido cotto si impastò all’odore pungente di umidità dei suoi vestiti da lavoro. Afferrò la forchetta e raccolse con mano ferma una massa di spaghetti che lasciò cadere nel piatto della figlia. La bambina guardò il volto del padre mentre riempiva il suo piatto. Goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. La bocca era serrata, gli occhi concentrati nell’azione, il naso emetteva respiri gonfi e rumorosi.

Il piatto era colmato da un groviglio di pasta. Il padre si sedette di fronte alla figlia e la guardò. Era grande, il padre; in quel momento aveva occhi piccoli, lucidi, fermi sul tavolo.

La mamma le lasciava dei libricini sottili, con le pagine morbide. In uno c’era un topo. Non ricordava bene la storia, solo pezzi: Il freddo. Il cibo nascosto per l’inverno. Poi la casa distrutta. Il topo restava a cercarla.

Il padre era lì davanti. Le mani ferme. La pasta tra loro. Il padre e la figlia continuarono a guardarsi in silenzio. Fu la figlia a cedere per prima. Si afflosciò lungo la sedia e con il magone stretto in gola, disse le prime parole.

«Non ho fame.» Lanciò uno sguardo verso il padre per coglierne la reazione. Il padre era fermo sulla sedia, le mani incrociate sul tavolo.

«Mangia.»

La figlia, dopo un piccolo singhiozzo, ripeté con voce più bassa.

«Ma… non ho fame.»

Il padre ripeté con lo stesso ritmo, ma la voce era strozzata da un singulto.

«Mangia.»

La bambina lo guardò con gli occhi inumiditi. Le commessure labiali spingevano verso il basso, ma lei contrastò quel riflesso, forzando la bocca in una linea dritta. Non ancora, pensò. Resisti.

«Vuoi morire di fame? Così danno la colpa a me?» La voce urlante del padre si ruppe a metà frase.

«Ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

«Se non mangi la pasta deperisci. E poi danno la colpa a me. Mangia la pasta. Porca miseria.»

«Ma papà, ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»

La figlia attese la risposta del padre, che tacque e la fissò. Si sentiva solo il suo respiro nasale marcato e il frinire dei grilli nei campi.

«Papà, ti prego, ho già mangiato. Ho mangiato.» Una lacrima le solcò il viso.

Il padre si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente. Poi si mise le mani nei capelli e iniziò a tirarsi colpi in testa.

«No!» La figlia lanciò un grido alla vista del padre che si autolesionava. Corse verso di lui e con una forza impensabile gli trattenne il braccio. Il padre tentò di divincolarsi dalla sua presa.

«Mangio!» urlò la bambina. Ma la lotta continuava. Il padre tentò ancora di liberare il braccio. Allora lei lo urlò più forte.

«Mangio, mangio, mangio!»

Il padre si fermò esausto. La figlia scoppiò in un pianto; la tensione nelle braccia si allentò, lasciò andare la presa. Il corpo si afflosciò sul pavimento, in ginocchio.

I due si risedettero l’uno di fronte all’altro. La figlia aveva le guance brucianti dal pianto. Aspettava che qualche goccia entrasse nella fessura delle labbra. Alcune finirono nel piatto. Ma non aveva alcuna importanza.

Il padre, col fiatone, disse: «Mangia», indicando stancamente la pasta.

La figlia prese la forchetta e la infilò nel groviglio di spaghetti freddi. Arrotolò e avvicinò alle labbra quel boccone. Annusò l’odore umido di quel pastone. La testa iniziò a fare no da sola, senza controllo. Il viso cedette alla commozione.

«Non ce la faccio. Non ce la faccio, papà.»

Aspettò la risposta del padre, piangendo, mentre lui rimase impassibile a fissarla. Si alzò di scatto.

«Mi ammazzo. Mangia o mi ammazzo.»

«No, papà, ti prego… ho già mangiato. Papà, ho già mangiato.»

«La faccio finita. Mi butto dalla finestra. Mi butto dalla finestra.»

Il padre si diresse verso il balcone e aprì la maniglia. La figlia, a quella vista, lanciò un altro grido. Corse verso di lui e di nuovo lo trattenne con forza.

«Mi ammazzo. Lasciami, che mi butto.»

Il padre urlava dalla finestra mentre la figlia lo tratteneva per un braccio.

La figlia urlò finché la voce non si fece ovattata. La voce era andata in cantina pensava. Lo diceva sempre la maestra quando dopo il raffreddore i bambini tornavano all’asilo senza voce. La sua voce era andata in cantina mentre urlava trattenendo il padre per un braccio.

Il padre cedette. Si lasciò trascinare dentro dalla figlia, con i piedi che strisciavano sul pavimento. Lei lo guidò fino al muro e lo fece scendere lentamente. Si assicurò della finestra: premette entrambe le mani sul vetro finché il fermo non scattò.

Poi tornò dal padre e si sedette per terra accanto a lui. Il respiro ancora affannoso, le guance che bruciavano. Si asciugò il viso con il dorso della mano e si strinse a lui senza dire niente. Prese la mano del padre – gonfia, screpolata, con le bruciature lungo il braccio – e ci posò sopra le labbra, una volta e poi ancora. Quelle mani così simili a piccole zampe logore.

Doveva solo stringere più forte. Non lasciarle andare. L’aria era calda e pesante.

Con poca voce disse:

«Ho già mangiato papà. Ho già mangiato.»

Un divertissement per Adone: esiste un Petrarca epicureo?

1

di Alberto Costa

A volte accade che un fatto contingente, una volta avvenuto, determini, après coup, tutto ciò che ha portato a esso, secondo un ordine di necessità. Ho fatto proprio questa esperienza l’altro giorno: a distanza di mesi dall’ultimo trasloco, trovo finalmente l’occasione di montare le librerie e comincio a disporre ordinatamente i miei libri, liberandoli così dal carcere degli scatoloni. Una volta terminato, ammiro la mia opera ed estraggo, quasi per caso, Il Canzoniere petrarchesco. Apro -ancora una volta- a caso il volume e leggo il sonetto 191, che qui riporto:

Sí come eterna vita è veder Dio,
né piú si brama, né bramar piú lice,
cosí me, donna, il voi veder, felice
fa in questo breve et fraile viver mio.

Né voi stessa com’or bella vid’io
già mai, se vero al cor l’occhio ridice:
dolce del mio penser hora beatrice,
che vince ogni alta speme, ogni desio.

Et se non fusse il suo fuggir sí ratto,
piú non demanderei: che s’alcun vive
sol d’odore, e tal fama fede acquista,

alcun d’acqua o di foco, e ‘l gusto e ‘l tatto
acquetan cose d’ogni dolzor prive,
i’ perché non de la vostra alma vista?[1]

Come a volte capita, il componimento è arrivato a me -o io a lui- al momento opportuno e tale incontro ha così attivato una serie di collegamenti che non ritengo siano del tutto peregrini. Si aggiunga poi che queste poche note sono state ispirate -di qui il carattere di retroattiva necessità dell’incontro- dalla recente rilettura di alcuni saggi[2] del mio vecchio professore Adone Brandalise, scomparso da poco. Proprio al suo ricordo vorrei quindi dedicare queste poche note, in cui ho cercato di proporre un esperimento di lettura, cimentandomi così con il suo classico gioco di messa in risonanza dei significanti. Inoltre, con riferimento all’immensa cortesia che Brandalise aveva verso chiunque, prego il lettore specialista in filologia di essere clemente nei confronti di chi, avendo affrontato studi di filosofia, si approccia al componimento petrarchesco con la timidezza dell’ospite, la cui massima aspirazione sarebbe di risultare non totalmente sgradito.

Se si volesse, allora, rispondere direttamente alla domanda del titolo, si dovrebbe dire che Petrarca, da buon agostiniano, ha frontalmente attaccato la tradizione epicurea per quanto riguarda il materialismo e la mortalità dell’anima, ma quanto mi interessa qui indagare è piuttosto la riflessione di Petrarca sul tema del tempo da un punto di vista intensivo. Si potrebbe ricostruire tutta una genealogia “pseudo-epicurea” (da Epicuro appunto, passando per Lucrezio, Spinoza e arrivando fino a Nietzsche), la quale ha tentato di eliminare il riferimento a una dimensione di vita oltre la morte e ha cercato di riflettere sull’eternità come su qualcosa che non equivale alla somma estensiva dei tempi, ma come qualcosa di diverso. Qualcosa che, nella misura in cui sempre è, non può che essere indivisibilmente sé stessa in ogni attimo, come pura intensità nel kairòs: una valorizzazione dell’attimo che, in quanto tale, non può che allontanare la disperazione che sorge davanti alla morte.

Da questo punto di vista, allora, il sonetto petrarchesco, nella misura in cui si muove nella direzione di un’ipotesi mistica che cerca di vivere materialmente l’allontanamento della morte, sembra non essere troppo distante da questo pseudo-epicureismo. Rappresentando, infatti, un incontro momentaneo con qualcosa che accomuna Dio e la Donna, come una visio di Dio attraverso la Donna, Petrarca stesso sembra presentare un attimo di pura intensità (“sì come eterna vita è veder Dio / […] / così me, Donna, il voi veder, felice / fa in questo breve e fraile viver mio”). Continuando, il poeta presenta il momento della visione come qualcosa che forza i limiti di ciò che può essere ordinariamente creduto (“né voi stessa com’or bella vid’io / già mai, se vero al cor l’occhio ridice”), producendo così un’eco dell’interrogazione cavalcantiana sullo statuto dell’immagine fantasmatica dell’oggetto d’amore. Nella distanza che però emerge da tale interrogativo si spalanca lo iato tra ciò che fattualmente è visto e l’oggetto della visio, uno iato che rompe la dimensione della durata come campo della conoscenza e come fonte degli affetti che a questa conoscenza si accompagnano (“che vince ogni alta speme, ogni desio”). Non si tratta più della rappresentazione di un’attesa o di un ricordo: la visio avviene -poeticamente- ora (“com’or bella vid’io”) e, con un evidente tributo a Dante, si presenta come un soffio che rende beati (“hora beatrice”).

Con un classico motivo ricorrente nel pensiero di Brandalise, si potrebbe dire che la visio non designa qualcosa di visto, ma piuttosto l’evento che consiste in un vedere: un movimento che riguarda un presentarsi, che non coincide con quanto è rappresentato, pur articolandosi in esso. Qualcosa di simile è esposto in modo paradigmatico ad esempio in Plotino, nel momento in cui descrive l’Uno come ciò che “non ha forma, neppure quella dell’intelligibile”[3]. E continua dicendo: “il fatto che la sua natura sia destinata alla creazione di tutte le realtà e quindi non si identifichi con nessuna di esse ci autorizza a sostenere che Egli non è né qualcosa, né un essere qualificato o quantificato e neppure Intelligenza o Anima”[4].

Non è peraltro un caso che all’interno della lunga tradizione neoplatonica -in particolare con Enrico Grossatesta- si sia sviluppata anche una metafisica della luce, nella quale quest’ultima diviene “forma prima della corporeità”, la quale -propagandosi e illuminando- costituisce i corpi stessi. Insomma, la luce che rende visibili gli oggetti, la visio stessa, è visibile a sua volta solo negli oggetti illuminati, ma a un tempo essa è per se non percepibile. Così è anche l’esperienza della vista della Donna, l’esperienza del kairòs, che è come “eterna vita” proprio perché è “questo momento” determinato. Allo stesso tempo però “questo momento” è anche fuggevole come ogni “invida aeta” oraziana[5].

Per dar ragione di questa logica paradossale, Brandalise era solito riflettere sulla famosa formulazione del mistico ebraico cinquecentesco Moshè ben Ya’aqòv Cordovero, che recita: “Dio è tutta la realtà, ma non tutta la realtà è Dio”[6]. Riflettendoci brevemente, mi sentirei di dire che qui l’aggettivo “tutta” è usato in modo equivoco. La prima occorrenza, infatti, designa l’esse eterno, la seconda invece designa la serie indefinita delle realtà nella durata. Ci troviamo però dinanzi al problema seguente: sembra che non si possa fare esperienza del primo senso della totalità, se non nell’attraversamento di questa equivocità, di questa differenza. Come relazionarsi quindi all’attimo? Forse qui un aperto confronto tra il sonetto petrarchesco e l’ ode oraziana del “carpe diem” non è del tutto inutile. Se infatti la fuggevole “invida aeta” per Orazio è oggetto di un movimento quasi venatorio e di ricerca attiva (“sapias…”, “carpe…”), in Petrarca essa è oggetto di un’esperienza, la quale pone il poeta davanti alla singolarità del proprio desiderio (“e se non fusse il fuggir [della hora beatrice] sì ratto, / più non demanderei…”).

A essere tematizzato qui non è un compito, ma un’esperienza etica di relazione a qualcosa che potrebbe essere concepita come una potentia: qualcosa che -aristotelicamente- potrebbe definirsi un “principio di movimento”, ma che al tempo stesso, e allontanandoci però dallo Stagirita stesso, coincide e diverge dalla serie delle sue possibili attuazioni. Tale potenza è allora proprio l’oggetto del desiderio, vale a dire ciò che produce l’affetto che “felice / fa in questo breve viver mio”, ma, al contempo, si mostra come la fonte di un problema, di un “demandare”. L’oggetto di tale interrogare, in ultima istanza, sembra essere lo stesso fuggire, sia del tempo che della visio. Ciò è articolato dal poeta nella seconda metà del sonetto, nel momento in cui descrive come le sensazioni (l’odorato, il gusto) non riescano a cogliere ciò che nelle cose rappresenta l’oggetto del desiderio (il “dolzor”).

Insomma, quanto avviene nella visio non è oggetto di una possibile sazietà, ma permane potentemente come un elemento generativo (“alma vista”). Ritroviamo qui messi a tema, è il caso di ribadirlo, proprio i due sensi equivoci di “tutta la realtà” evocati poc’anzi: “alma vista” equivale al vedere Dio e produce felicità (“né più si brama, né bramar più lice”), in quanto è esperienza di “tutta la realtà” nel primo senso, ma contemporaneamente essa è anche l’emergere di un’altra consapevolezza. Cioè, quella che esperisce il modo in cui l’eterno diverge dalla dimensione della durata. L’attimo che, come tale, vive del tutto che è Dio, non sarà mai il tutto, inteso come somma di tutti i possibili attimi. Proprio qui, pertanto, accanto alla felicità c’è lo spazio sia per l’interrogazione del saggio spinoziano, che al “sapias” di Orazio riesce a corrispondere, facendosi carico attivamente del proprio conatus; sia per l’angoscia cavalcantiana, per la quale subito dopo lo sguardo d’Amore “pò torna, piena di sospiri, nel core, / ferita a morte d’un tagliente dardo / che questa donna nel partir li gitta”[7].

Di qui, in fondo, la domanda: la ferita è ciò che destina l’amante all’esilio della nostalgia per un oggetto da sempre perduto o è piuttosto, lungo la via di Epicuro, la condizione per l’evento dell’attivo amare che “a nessuna cosa pensa meno che alla morte”[8]?

NOTE

[1]Petrarca, Il Canzoniere, 191, (ed. Feltrinelli, Milano 2013, p. 203).

[2]Per quanto segue, si tenga presente Brandalise A., Oltranze. Simboli e concetti in letteratura, ed. Unipress, Padova 2002, in particolare “Come si diventa ciò che si è”. Note sull’autoiniziazione nell’Ecce Homo di Nietzsche (ivi, pp. 45-50) e Perfezione e realtà (ivi, pp. 217-228).

[3]Plotino, Enneadi, VI, 9, (ed. Mondadori (i Meridiani), Milano 2002, p. 1060).

[4]Ibidem.

[5]Ho fatto riferimento a Orazio, Odi ed epodi, I, 11, (ed. BUR, Milano 2018, p. 92-93).

[6]Vedi Scholem G., Le grandi correnti della mistica ebraica, ed. Einaudi, Torino 1993, p. 264.

[7]Cavalcanti, Rime, XXIV, 12-14, (ed. Carocci, Roma 2011, p. 167).

[8]Spinoza, Ethica, IV, prop. 67, (ed. Bollati Boringhieri, Torino 2016, p. 208).

Un’antologia palestinese a cura di “Semicerchio”

1

[Presentiamo un’anticipazione del dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, per la rivista “Semicerchio”.]

 

Hamid Ashour

Nato nel 1994 a Rafah, nella Striscia di Gaza, ha una laurea in sviluppo sociale e familiare conseguita presso l’Università Al-Quds Open e lavora in campo sociale. Pubblica regolarmente su riviste arabe. Tra le sue opere poetiche Ferite che si testano (2018) e Questo prodotto non può essere scambiato né restituito (2023).

 

Cane sfollato…uomo randagio

Una notte un cane mi è entrato in casa insieme a
un gruppo di persone in fuga dai bombardamenti
rimaste poi lì fino all’alba. Quando sono andate via,
è rimasto solo il cane senza nome né padrone. Aveva
imparato a conoscere gli angoli e i corridoi della
casa come se fosse cresciuto lì: scappava dalla
camera da letto al cortile, dal giardino sul retro al
tetto della casa: in armonia con il rombo circostante
dei raid, si collocava nel punto più sicuro anticipando
l’orrido frastuono delle bombe. Dal momento
dell’invasione ha tenacemente resistito assieme a
me per tre giorni: abbiamo condiviso la paura, i latrati,
le schegge e la carne in scatola. Lui non è il
mio cane e io non sono il suo padrone, ma ci accomuna
lo stesso destino. Siamo usciti correndo,
saltando con agilità tra le bombe, portando con noi
solo la chiave della porta di casa, sempre aperta. A
cuore, mente e piedi nudi, abbiamo costruito una
piccola capanna con vecchi stracci, canne e fronde
di palma; sotto cui abbiamo dormito, alternandoci
come due amici: uno sognava di tornare, l’altro vegliava
per custodire il sogno e la strada.

Gaza, 2024

*

Yusra al-Khatib

Nata a Gaza nel 1959, Yusra al-Khatib è laureata in Economia e Management e diplomata in Matematica. Lavora come insegnante. Ha all’attivo due romanzi e varie raccolte di racconti brevi. Tra le opere poetiche ricordiamo Come se fosse patria (2013), Nessun Giorno del Giudizio per te ora (2020), Stagioni e oltre (2021). Vincitrice della quinta edizione del Premio della creatività femminile per il racconto breve nel 2014, è presente con un suo testo nel volume collettivo in lingua inglese The Book of Gaza. I suoi racconti e poemi sono stati tradotti in inglese, francese e curdo. Il testo qui offerto è costruito su una trama intertestuale con l’opera del grande Mahmud Darwish.

 

Io e il ‘Derviscio’

Questo mare a te appartiene.
Ti appartengono il suo biancore
la sua marea
la quiete
la calma e il silenzio
e pure questa sabbia bagnata
dalle orme di chi ti viene incontro.

La risacca, invece,
appartiene a me.
Mi appartengono il fragore
l’impeto
le parole ostinate
e pure
la sabbia riarsa
dalle orme di chi
si sta allontanando.

È placido il tuo mare
mentre il mio infuria
e combatte i miei giorni
seduta accanto a lui
mi ricambia con il dolore
mi appoggio al bastone della tua memoria
con cui domo i miei sogni esausti.

Mi scaglia sulle soglie della tua marea
sul molo del nostro porto abbandonato
delle nostri navi origlio il vuoto
mi raggiunge una voce
che con la tua melodia e follia
musicasti in poema.
Questo mare a te appartiene
mentre a me tutto il dolore
tra la mia terra e il tuo mare
i nostri poemi si sgretolano
la nostra infanzia violata, come sabbia
filtra dalle mani del destino.

La tua onda in disputa con la mia nostalgia
mi legge le lodi del tuo mare
la tua alta ombra
le tue parole fugaci
il tuo murale
la tua nostalgia per tua madre
e nulla che ti piace
il tuo cavallo
che non somiglia a nessuno
perché come me l’hai lasciato da solo?

Non hanno gettato
la mia camicia intrisa di sangue
agli occhi di mio padre
perché mi riconoscesse
e io ne sono la prova
torno alla tua poesia con pura visione
e ti narro
storie degli avi
su un domani che non somiglia al tuo oggi
un sogno che non somiglia al tuo ieri
un presente libero dal dolore dei flauti.

Forse avremo
una parte del mio nome
e registrerò di nuovo
alle porte del riparo
la nostra prima storia
libereremo una memoria per l’oblio
chissà se dimenticheremo
il nostro assedio
e i tuoi uccelli morti in Galilea.

Ero con te
o sono forse giunta dopo?
Firmo qui in basso
voglio ciò che vuoi,
però, fratello mio,
l’arrivo mi ha spossato
perché proprio come te
non ho un padre
che da lontano ci avvicini
e torno
a quella ostinata domanda
è arrivata l’ora che
questa poesia finisca?

Gaza, 2023

*

Khaled Juma

Nato a Rafah (1965), è considerato uno dei nomi preminenti della scena letteraria palestinese odierna. Responsabile della sezione culturale dell’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, vive a Ramallah da diversi anni, ma a Gaza ha lasciato parte della sua famiglia. Autore prolifico anche di prosa, teatro, canzoni e letteratura per l’infanzia, ha all’attivo numerose raccolte poetiche, tra cui menzioniamo Testi non pertinenti (1999), Pertanto (2000), Assomigli ancora a te (2004), L’usanza delle città (2009), Come cambiano i cavalli (2011), Perché i gitani non t’amino (2012), Nulla cammina in questo sogno (2015), Zia Fenice (2024). Ha vinto il Premio Palestina per la letteratura nella categoria Poesia con Una strana luna sul fabbricatore di flauti (2022). È ampiamente tradotto in lingue straniere tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, svedese, bulgaro, danese e olandese.

 

Il becchino

Ho lavorato come becchino
in dieci paesi.
Lavoravo senza pressioni
con una piccola pala
allacciata alla cintura
la portavo sempre con me come un medaglione.
Nei primi nove paesi
è andato tutto normalmente
non più di un morto
o due alla settimana.
Mi dissi: me ne andrò in pensione in una citta sul mare.
E sono arrivato qui, intendo a Gaza.
La mia pala era ormai inutile, e ho dovuto
acquistare dei macchinari
poi una scavatrice
assumendo come becchini
tutti i disoccupati.
Eppure non è bastato,
allora ho fondato una “Società per la morte”
e ad oggi siamo quotati in Borsa
i primi, a livello mondiale.

Gaza, 2024

*

 “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, fascicolo LXXIV, 2026,1. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura. I: Poesia da Gaza. A cura di Mariangela Masullo e Simone Sibilio

«Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento / invoca, Gaza, una vita ostinata / forse un antico stupore, / cresce tra le case in macerie».

I versi della poeta Dunia al-Amal Ismail aprono il nuovo numero di «Semicerchio» (LXXIV, 2026/1 presso Pacini Editore), nel quarantesimo della sua vita editoriale e culturale, un volume che esplora l’idea di “zona di contatto, conflitto, traduzione, cura”, spazio in cui la distruzione della guerra incontra la parola poetica.

http://semicerchio.bytenet.it/numero.asp?n=2286

La scrittura, e con essa la traduzione, qui intesa anche come pratica politica, si prende “cura” dell’umano, contro il “logocidio”, ovvero la cancellazione sistematica del sapere e del linguaggio che accompagna ogni sterminio.

Il volume rappresenta la prima parte di un dittico che troverà il suo compimento nell’autunno del 2026. Nella seconda tappa, la rivista estenderà la sua indagine ad altre aree del mondo dove la poesia si manifesta come una “parola-tenda”: riparo provvisorio, fragile ma ostinato, capace di offrire rifugio e custodire la memoria contro la distruzione.

Al cuore di questo primo numero sta il dossier Poesia da Gaza, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, che offrono importanti prospettive e interpretazioni critiche, accompagnate da un approfondimento di Giorgia Pometti sulla poesia femminile palestinese; raccoglie le voci di ventiquattro autori e autrici provenienti dalla Striscia di Gaza, molti dei quali sconosciuti nel nostro Paese, tradotti “in presa diretta”, sotto la pressione della storia sotto gli occhi di tutti noi. Tra questi Nasser Atallah, Salim al-Naffar, Nasser Rabah, Othman Huseyn, Khaled Juma e Yusra al-Khatib, quest’ultima considerata una delle autrici più solide nel panorama arabo ma ancora ignota da noi. Particolare attenzione è inoltre dedicata ai talenti dell’ultima generazione, nati e cresciuti sotto l’assedio militare israeliano e le numerose operazioni belliche condotte contro la Striscia nell’ultimo ventennio, come la giovanissima Batool Abu Akleen, vincitrice di premi internazionali a soli quindici anni, Haidar al-Ghazali e Hamed Ashour.

Una corposa sezione antologica, introdotta dalla Premio Pulitzer Jorie Graham, guest editor di You Must Live. New Poetry from Palestine curato da T. Abu Odeh & S. Bloor, si offre come una selezione trilingue (arabo degli originali, inglese tratto dal volume succitato, italiano a cura di S. Sibilio) in cui la poesia agisce come un “sismografo”, registrando i traumi per trasformarli in segni di una appartenenza affettiva al territorio ed espressione di quella tenacia che i palestinesi chiamano Sumūd.

A chiudere la sezione, si offrono in anteprima nazionale alcuni testi del più celebre poeta palestinese Mahmud Darwish, ancora oggi riferimento assoluto per l’intero movimento poetico della regione.

Accanto al focus tematico sulla Poesia da Gaza, il numero ospita saggi di respiro internazionale e un’ampia sezione dedicata alla traduzione poetica, che attraversa lingue, tradizioni e pratiche del tradurre e del ritradurre tra oriente e occidente. Chiude il volume la curatissima rassegna di recensioni dal mondo della poesia globale, in senso sincronico e diacronico (si trovano elencate nella pagina principale del sito http://semicerchio.bytenet.it; uno strumento necessario per ogni amante e studioso della poesia, di una ricchezza rara: dalla catalana, cinese, coreana, persiana, greca antica alla francese, italiana, cèca, finlandese, russa, polacca, tedesca, africana, araba, australiana etc., in libri di nuova edizione, riviste internazionali, e da questo numero un osservatorio sul tema affrontato dal numero (in questo caso l’Osservatorio sulla poesia palestinese, una prima mappatura bibliografica della ricezione in Europa).

 

Per informazioni, copie saggio e interviste:

Redazione Semicerchio: semicerchiorpc@libero.it codirezionesc@gmail.com

 

Il prato

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di Antonio Sparzani
Davanti al balcone di questo chalet, tutto in legno, in terra d’Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po’ in pendenza verso il sentiero che porta all’entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d’erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.

Ma questa emotiva descrizione che cosa esprime? Che conoscenza ho io di questo prato? Inevitabilmente, per il momento, una conoscenza parziale; se volessi qualcosa di più accurato, dovrei cominciare a guardare da vicino le erbe che affollano il terreno, conoscere e distinguere i cardi, gli anemoni, le genziane e tutte quelle che per molti sono soltanto “erbe” ma che, se ben osservate da un esperto botanico, rivelerebbero caratteristiche assai molteplici, nomi variopinti, proprietà spesso interessanti per altri scopi, medici, curativi, estetici vari.

Per migliorare la conoscenza del prato occorrerebbe poi uno zoologo, che dovrebbe conoscere tutte le specie di insetti che abitano tra le piante e dovrebbe anche classificare tutti i vermi o piccoli animali che si annidano nella terra o che si spostano nascosti nel loro “bosco”. E servirebbe poi un chimico che pure dovrebbe conoscere l’esatta composizione di ogni elemento di questo prato, erba, terra e animali.

Tutte richieste pesanti, forse vagamente ragionevoli; ma poi arriva il fisico, apriti cielo, che ne ha molte altre: deve sapere la temperatura in ogni punto del prato, la densità della terra, sempre in ogni punto e soprattutto, il fisico post-newtoniano, deve conoscere tutte le precedenti variabili in ogni istante di tempo, ovvero in funzione del tempo.

Un’impresa completamente impossibile, e anche inutile a questo livello di ampiezza – cosa importa all’artista che vuol ammirare, e magari dipingere, il prato la composizione chimica del terreno, o la sua temperatura – ma la cui dettagliata descrizione ci fa capire una cosa fondamentale, cui solitamente non si sta a pensare, ma di cui, pare a me, è importante prendere, una volta nella vita, coscienza: ogni conoscenza è parziale.

Voi direte che questa deduzione è altamente non giustificata: come faccio a inferire, da un ragionamento su questo straordinario prato, un’affermazione che riguarda qualsiasi conoscenza, e avete, sembrerebbe, ragione da vendere! Però vediamo.

Io vi ho trascinato fin qui, per farvi conoscere il bel libro di Carlo Rovelli,
Sull’eguaglianza di tutte le cose – lezioni americane (Adelphi, 2025), nel quale questa tesi viene ampiamente allargata, argomentata e condivisa. Ed è appunto il libro che ha fatto prender coscienza anche a me, fisico, di questa circostanza.

Ecco uno dei passi in cui Rovelli afferma in modo molto netto e incisivo la sua idea: “La nostra conoscenza, come tutti gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita, incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza” (p. 174). Frase che, già da sola, va ben oltre quello che abbiamo imparato dal prato.

Gli esempi e gli argomenti che porta Rovelli sono molti e, per me, convincenti e io vi invito, anche prima di guardare, casomai, il libro, a farvi molte domande sul mondo e su di voi, che, comunque, appartenete al mondo, non ne siete fuori.
Riuscite a trovare una conoscenza che non sia, per qualche aspetto, parziale?
Provate.

Il libro di Rovelli non si limita certo a questo; parla anche della struttura della cosiddetta “conoscenza scientifica” e di come essa non sia “di un altro tipo” rispetto alla conoscenza dell’uomo della strada, ma sia anzi ad essa collegata da molti gradi intermedi. Parla del ruolo svolto dai concetti di spazio e di tempo nella vita nostra e nelle teorie scientifiche, parla di meccanica quantistica, di gravità quantistica e in generale della natura e del valore della scienza, e ne parla in modo molto diretto, quasi colloquiando piacevolmente con la lettrice e col lettore.

L’aspetto della parzialità della conoscenza è forse quello che più mi ha colpito e quindi l’ho subito applicato a ciò che avevo di fronte, questo bellissimo prato; e questo volevo condividere con voi.

Ultima multis

1
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di Gabriele Gallina

 

Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile. Eppure, quando, dopo lungo tempo, tornò a casa della madre agli inizi del mese di ottobre, la visione di un grosso e maturo melograno che spiccava da una cesta di frutta posta sul ripiano della cucina accanto al frigorifero, si palesò ai suoi occhi col carattere di una sorpresa.

La madre lo invitò a provare l’uva che una sua amica gli aveva portato il giorno prima dalla campagna insieme ad altre cose, ma in quel momento non gli andava. Una volta a tavola, le chiese incuriosito come mai avesse comprato quel grosso melograno che sembrava uscito da un quadro di Cezanne, posto poi che Cezanne ne avesse mai raffigurato uno. “Ti ho detto che me l’ha portato Dionetta dalla sua casa in campagna”. “Che frutto particolare, l’albero di casa nostra a Torre alta li fa, ma sempre di piccole dimensioni, sarà per via del terreno e della presenza di tutti quei grandi pini che impediscono alle altre piante di crescere oltre una certa misura. Non ne mangio uno da quando ero piccolo… anzi no, aspetta, non credo di averne mai mangiato. So che è un frutto cristico, legato alla sfera religiosa e al concetto di sacrificio”. “Uhm, più che altro al paganesimo, alla mitologia greca e latina… il mito più noto dove c’è di mezzo un melograno è probabilmente quello di Persefone”. “Non me lo ricordo… mi dici?”. “…niente, Persefone era stata rapita da Ade, e una volta agli inferi sarebbe dovuta restare lì perché la legge divina così voleva per chi come lei avesse mangiato dei chicchi di melograno in quel luogo. Nel frattempo sua madre, Demetra, impazzita dal dolore per la scomparsa della figlia, aveva praticamente smesso di far crescere qualsiasi cosa sulla terra: campi secchi, raccolti distrutti, carestie. Alla fine Zeus dovette intervenire e ordinare che Persefone le fosse restituita. Persefone era però ormai legata ad Ade per l’eternità perché aveva mangiato il melograno, il cibo dei morti; le fu tuttavia accordato di passare sei mesi all’anno con lui e i restanti sei con Demetra.

 

Insomma: è uno di quei miti cosmogonici con cui i Greci spiegavano le origini delle stagioni. Infatti, per loro, era autunno e inverno quando Persefone era agli inferi, mentre il periodo che lei passava sulla terra coincideva con la primavera e l’estate. ”.

 

Parlarono poi dei più vari argomenti, come sempre si parla tra familiari, fino a farlo per inerzia, quel tanto che basta per affermare la presenza, esprimerne una continuità. Fino a che però la madre gli chiese se l’indomani avrebbe potuto portare la gatta dal veterinario. “Non mangia… né va alla lettiera. Sta tutto il tempo a dormire”.

Mangiarono il melograno: difficile da aprire per chi non è avvezzo; una volta spaccato in due il frutto offre in chicchi la sua polpa. Una membrana rossastra, trasparente e traslucida, riflette morbidamente la luce che gli sta addosso come una coperta invisibile.

La madre prese una delle due metà del melograno e ne bevve il succo come si beve da una coppa, sembrava di assistere a uno strano rito, domestico e pagano. Il melograno ha un buon sapore, pensò. Anche se evitare di ingerire i chicchi può risultare fastidioso, qualora si scelga di mangiarli e se capita di masticarne uno, il loro gusto aspro contrasta in modo felice con il dolce della polpa. È un frutto originale, antico, come la vita nella semplicità profonda delle contrapposizioni elementari.

 

Una volta in macchina, coperto il trasportino con un piccolo lenzuolo bianco (per come gli era stato suggerito), si avviò verso il centro veterinario che si trovava non molto lontano da casa, vicino al mare. Era il primo pomeriggio di una luminosissima giornata di sole. La gatta non fece altro che piangere per l’intera durata del breve tragitto. Una volta arrivati al centro, in mancanza del solito medico di riferimento, la dott.ssa Tragicomma, chiese del medico Fozai, che in quel momento era proprio accanto all’impiegata dell’accoglienza e che lo accolse immediatamente con un “si accomodi” – pensare che si era portato varie letture per ingannare il tempo dell’attesa…

“Cosa ha la gatta?” La madre aveva preparato su sua richiesta un lungo audio WhatsApp da far sentire alla dott.ssa una volta lì, nel quale tutta la sintomatologia presente e pregressa di Loral veniva esposta dettagliatamente: l’ascoltò insieme al medico. Soprattutto, la madre chiedeva che si facesse un prelievo alla gatta per capire che cosa avesse di preciso, senza fare esami troppo invasivi o dispendiosi. La dott.ssa si era però accorta che la gatta durante il viaggio aveva rimesso dei croccantini all’interno del trasportino e si era opposta all’ipotesi di un prelievo, perché per ottenere risultati affidabili la gatta avrebbe dovuto essere digiuna da almeno 10 ore. “Procediamo invece con un’ecografia, mi deve aiutare a tenerla ferma”.

L’ecografia fu molto più lunga di quello che aveva immaginato: quando gli era capitato di subirla da paziente, si era sempre trattato di esami molto rapidi. Questa volta, invece, si trattò di un esame prolungato e tenere ferma Loral, se non era difficile nell’atto pratico, lo era invece perché la gatta si lamentava e ogni tanto cercava comunque di divincolarsi. “Sa, questa è una gatta molto amata in famiglia, noi abbiamo avuto fino a 10 gatti, oggi sono rimasti in 6. Lei è un po’ la principessa della casa”. A un certo punto, la compassione per l’animale prese il sopravvento e allentò la presa: Loral fuggì all’istante sotto allo scarno e asettico tavolo del veterinario. La Dott.ssa la riprese prontamente facendola rientrare nel trasportino, poggiato anch’esso sopra all’ampio banco di metallo. La grata d’ingresso, sulla parte anteriore della gabbietta è aperta, ma Loral non esce. “Ho brutte notizie, c’è una formazione neoplastica nell’intestino. Ho bisogno di vedere meglio – ancora un attimo – con l’ecografia. Devo esserne certa. La tenga col panno, come prima, non le fa niente; altrimenti chiamo qualcun altro e mi faccio aiutare”.

Ora erano in tre a tenerla, l’esame impiegò ancora dieci minuti buoni, che si aggiungevano agli altri venticinque del primo tentativo. “Confermo la diagnosi, mi dispiace”. “Visto quanto detto da sua madre e vista la situazione clinica dell’animale, pensare ad una cura che preveda anche un intervento chirurgico, non soltanto è dispendioso ma molto probabilmente anche inutile. Non farebbe che allungare la sofferenza dell’animale. Bisogna mettere al primo posto la sofferenza dell’animale, evitare che soffra”. “Quindi, cosa consiglia di fare? Quanto le resta”. “… poco! Pochissimo… qualche giorno, forse una settimana. Si potrebbe tentare con un palliativo, ma non è detto che risponda positivamente. Sarebbe forse il caso di valutare l’eutanasia.” “L’eutanasia? E quando!?”. “Subito… oggi!”. Trasalì, fece qualche passo all’indietro, le lacrime arrivarono agli occhi come un riflesso incondizionato, si voltò di scatto per prendere i fazzoletti nella tasca della giacca. Trattene le lacrime a fatica. “Cosa c’è? Si sente bene?”. “Si! Tutto bene!”, disse con un vocione il cui farsi grosso tradiva l’emotività che tentava goffamente di coprire. In quell’esatto momento però, la gatta, che era stata messa nuovamente dentro al trasportino, lo guardò. Quello sguardo attraverso le grate di plastica del trasportino fu un colpo di fucile, lo trafisse ben più profondamente delle parole appena udite. Era uno sguardo che pungeva per innocenza e purezza, sguardo fiducioso di bambina, che scoccava da due bellissimi occhi, con le pupille grandi, dilatate, scure e profonde. Indimenticabili. Ma c’era qualcosa di più: ero uno sguardo che non si sapeva spiegare, una sorta di sguardo d’intesa. Conteneva un che di enigmatico, una richiesta. Non la pretesa di un favore, ma il riconoscimento tacito di un punto fermo, di cui lui e la gatta in qualche modo erano a conoscenza. O almeno, la gatta sì, lui non ne aveva che un vago e oscuro sentore, o doveva averne un simile sentimento. A questo, a ricordargli quel qualcosa di essenziale serviva quello sguardo.

La dottoressa parlò nuovamente al telefono con la madre. Fece un’iniezione alla gatta. “È cortisone, dura per due settimane. Se risponde bene riprenderà a mangiare e tutto il resto”.

Prese il trasportino con Loral dentro, che subito tornò a lamentarsi miagolando ininterrottamente (non avrebbe smesso fino al ritorno a casa), pagò e si avvio verso la macchina. La dottoressa si era nel frattempo spostata in un’altra stanza dell’ambulatorio. La salutò dall’anticamera, ma non capì distintamente se avesse ricevuto una risposta. Una volta alla macchina, mentre sistemava nuovamente la gatta sul sedile, si sentì come fissato da qualcuno. Alzò gli occhi e vide la dottoressa che lo guardava dalla penombra dell’uscio della clinica, le indirizzò un gesto di saluto, ma non fu ricambiato. Pensò di aver frainteso, o che il tutto stesse divenendo in qualche modo stranamente inquietante. Che si trattasse di uno sguardo ostile, o addirittura predatorio? Che non stesse guardando lui? Ma lì fuori non c’era nessun altro…

Nei giorni seguenti la salute della gatta effettivamente migliorò: sebbene continuasse a dormire per la maggior parte del tempo, aveva almeno ripreso a mangiare. “Pensare di uscire da casa con lei e tornare senza mi avrebbe distrutto”. “Lo capisco…, no. Non l’avremmo permesso”.

Il suo breve soggiorno nella vecchia casa della madre giunse al termine. Fuori, via, verso la vita, gli impegni e tutto il resto di tutte quelle cose così importanti che riempiono di senso le giornate della gente che si prefigge nobili scopi e traguardi prestigiosi. Avrebbe dovuto compiere ancora altri viaggi prima di tornare nel posto in cui effettivamente risiedeva allora. In quel periodo, nei ritagli di tempo, rileggeva alcuni testi di un grande filosofo tedesco lungamente studiato, uno di quelli che davvero – si diceva – avevano visto e capito tutto, e con largo anticipo, finezza e dovizia di particolari rispetto a tanti altri pretenziosi pensatori. Aveva in particolare tra le mani un’edizione tascabile di un saggio di straordinaria fattezza e vi leggeva una riflessione sull’autorità che emana del morente. “Allo spirare della vita […] l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato”. Poche pagine prima aveva letto: “una volta non c’era casa, non c’era quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (Il Medioevo sentiva anche spazialmente ciò che, come sentimento del tempo, rende così significativa la scritta di una meridiana a Ibiza: Ultima multis). Mentre oggi, in vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità, e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed ospedali”. Questi passaggi gli avevano fatto ricordare un altro scritto dello stesso autore, uno scritto dal sapore proustiano, un tentativo in fondo di appropriarsi dell’esperienza per mezzo della memoria: “A dominare era un tipo di mobilio che a causa del capriccio con cui riuniva in sé gli ornamenti di molti secoli, era a tal punto compenetrato di sé stesso e della sua durata da non prevedere alcuna usura, alcuna vendita, alcun trasloco, restando sempre ugualmente prossimo e ugualmente lontano dalla propria fine, che pareva la fine di tutte le cose. La miseria non poteva trovare accoglienza in stanze in cui in fondo non ne otteneva nemmeno la morte. In esse non c’era posto per morire; perciò i loro inquilini morivano nei sanatori, mentre i mobili già alla prima successione ereditaria finivano in un negozio. La morte in essi non era prevista. Per questo di giorno apparivano così confortevoli e di notte diventavano lo scenario di sogni paurosi. Appena vi accedevo, la tromba delle scale risultava abitata da un incubo che prima appesantiva e toglieva forza a tutte le membra, e alla fine, quando dalla sospirata soglia mi separavano ormai solo pochi passi, mi prendeva in suo potere. Siffatti sogni furono il prezzo con cui mi guadagnai la sicurezza. La nonna non morì nel Blumeshof. Difronte a lei abitò per lungo tempo la madre di mio padre, che era più vecchia. Anche lei morì altrove. Così quella strada divenne per me l’eliso, il regno delle ombre di nonne immortali eppure defunte”. Anche i suoi nonni erano morti lontani da casa propria, pensò.

Finalmente fece ritorno nella sua abitazione (erano trascorse altre due settimane di viaggio da quando aveva lasciato la casa materna, con varie altre tappe intermedie). Lo attendeva un periodo di lavoro intenso. Un giorno, dopo pranzo, mentre lavava i piatti si accorse che il detersivo che stava utilizzando era alla fragranza del melograno. Che coincidenza bizzarra, non si era accorto di averlo comprato, ma doveva averlo fatto prima di intraprendere il suo viaggio.

Sentiva la madre più o meno regolarmente e le chiedeva come stesse la gatta. Loral, nel frattempo, era stata fatta visitare anche dalla Dott.ssa Tragicomma (la quale aveva a sua volta confermato la fatale diagnosi) e, dopo un miglioramento tale solo in apparenza, sembrava versare nuovamente su una brutta china.

 

Un venerdì pomeriggio, mentre era assorbito nel suo lavoro, riceve una chiamata della madre. Si trovava in quel momento da un altro veterinario: la gatta era troppo mal messa, la necrosi dei tessuti dovuta al suo male provocava un pesante cattivo odore nelle stanze in cui si trovava. Non mangiava, era agli sgoccioli. Aveva deciso di portarla in clinica veterinaria per, probabilmente, mettere la parola fine a questa storia.

È più facile per chi è distante pensare che una cosa sia giusta o meno quando non tocca a lui occuparsene. Fu forse questa parziale consapevolezza che indebolì il suo maldestro tentativo di evitare la soppressione di Loral, non che la madre ne fosse poi del tutto persuasa. Misero giù.

 

Passa una mezz’ora, forse di più. “È successo una specie di miracolo! Le hanno fatto una prima anestesia prima di procedere… la gatta si addormenta ma dopo poco si sveglia. Il medico ha provato una seconda volta. L’anestesia non le ha fatto niente! È proprio vero che l’uomo non decide nulla. Ho deciso di riportarla a casa”.

Suo fratello portava a casa dei piccoli mici. Si arrabbiava, opponeva resistenza, perché a suo giudizio il fratello prendeva l’iniziativa senza tenere conto degli altri. Confrontarsi con lui era difficile: gli doveva quasi urlare da dietro la porta socchiusa della stanza per farsi sentire. Quella stanza era in realtà la camera della sorella, dove il fratello dormiva di solito quando entrambi si trovavano a casa della madre. Il fratello aveva un atteggiamento sornione, come se si divertisse a vederlo arrabbiato, ma alla fine pareva capire.

A un certo punto decideva di far uscire uno di quei gatti, un piccolo micio arancione e bianco, nel giardino. Dalla porta-finestra vedeva passare prima un uccello, nel quale credeva di riconoscere un pavone, e poi una gatta dai colori straordinari — tra il beige, il verde e il viola, forse quelli del pavone o dell’anatra del Nilo — dal manto cangiante, quasi iridescente. Stava sdraiata al sole su mattonelle bianche, il pelo le luccicava.

Dopo, dovevano mettersi a tavola: avevano apparecchiato per tre. Ma proprio in quel momento qualcuno bussava, e cominciavano a entrare amici del fratello, spingendo tre passeggini con dei bambini. Lui pensava, infastidito, che il fratello avrebbe potuto almeno avvisare, visto che stavano per mangiare. In tutto ciò stava fumando e si chiedeva se fosse giusto farlo ora che c’erano i bimbi nel salone. Si avvicinava alla finestra, indeciso se buttare la sigaretta o tenerla, perché, in fondo, era casa sua e non era stato informato dell’arrivo di tutti quegli ospiti.

Salutava una delle amiche del fratello, una donna mai vista prima, mentre gli altri prendevano posto sul divano. La sorella, invece, non compariva nel sogno, anche se la sua presenza per così dire aleggiava, era in qualche modo una presenza atmosferica. In uno di quegli stati di semicoscienza che precedono il risveglio si ricordò che la sera precedente aveva parlato a lungo con lei al telefono.

Passò ancora un giorno, “la gatta sta male, si è messa sotto al mobile, quello che era della zia, poi si è spostata. Gli altri gatti la evitano”. “Che dobbiamo fare, aspettiamo?”. “Che altro possiamo fare…”. “È stata una gatta molto amata, ben voluta, parte della famiglia. Dormiva sempre all’altezza del mio cuscino, praticamente attaccata alla mia testa…” “Sei ancora fuori?”. “Sì, ero tornata, poi sono uscita nuovamente. Ora sto rientrando una seconda volta…”.

Venti minuti dopo, un’altra telefonata: rispose a sua sorella accendendo la modalità video dello smartphone. “Loral è andata…”. Parlano di lei, vedono vecchie foto, la gatta aveva vissuto con loro 15 anni o forse più. L’amore degli animali, si sa, è incondizionato… Si dice che i gatti e in generale gli animali domestici talvolta si ammalino al posto nostro, che ci schermino dal male, che tacitamente si sacrifichino per noi.

“Ora che fai ma’?”. “Domani vado a casa a Torre alta”. “La seppellisci lì?”. “Seppellirla lì? No, l’ho già fatta cremare…”. “Ho capito. Quando mi hai detto che si era spostata, non ho capito invece dov’è che si è andata a mettere poi”. “Sotto alla mia libreria”. “Ah lì, dove ci sono i tuoi classici greci e latini?”. “No, i classici sono nell’altra, in quell’accanto”.

 

 

 

I poeti appartati: Deborah De Rosa

1

 

 

Tre poesie

di

Deborah De Rosa

 

Pelle umana

Disperato tentativo
d’evitare il deserto, da quando hai scoperto
che somiglia a me. Credevi di no
e hai creduto male. È la pelle umana
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati
meglio, non potevamo fare peggio.

Di ciò che vomiti dentro e non gridi
al di fuori ne patisce assai più
la gola. Si consuma il fiato e poi collassa
un pensiero in petto. Tutti gli organi, sai,
sperano la vita. Ma è solo pelle umana
e fa paura il peccato, il rimorso
del poi: sapersi l’anima
e scoprirla morta.

*

 

Taranta

Nel giardino di Dio ogni donna è la benvenuta
purché la sua carne non sia malata e convulsa.
Tant’era grave il suo tormento
che per guarirla dal morso la madre chiamò l’orchestra in casa.
La stanza sputava l’afa e s’era fatta piccola
perché la sciagura era diventata degli altri
e lei danzava scalza con otto piedi per sudare via la bestia dal corpo.
Per giorni si mangiava solo l’aria breve dei tamburelli
e il cuoio della suola stanca che assillava sempre lo stesso ritmo.
Diventava l’ossessione di tutti
e s’ammalavano a guardare la croce di legno, pregando che lei guarisse.
La supplica s’espandeva a macchia d’olio
nel recinto umano del rito. Si piangeva tutti
sulla polvere mossa
ché il dolore convulso è maligno, ma è pure un bisogno.

Se lo scacci, lui torna.
Se l’ammazzi, rivive ed è santo.
Se non ce l’hai, t’ammali dentro di vaiolo.

La disgraziata era caduta, ma ancora spasimava
e strisciava singhiozzi e sudore in terra.

Aveva mai chiesto d’entrare nel giardino di Dio?

*

 

Al Sole, sai,

non importa nulla del mare della sera

che mi allaga le ciglia.

 

È al Sole che tu assomigli.

Da Nera e amara (Edizioni Dialoghi, 2025)

*

 

 

La cultura offesa

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La conversazione

di

Francesco Forlani e Ciro Marino

su Fanpage Antonio Musella scrive:
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d’Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l’utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest’anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l’ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d’Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all’associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di “aver parlato male” di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d’Arco e non voler avere più nulla a che fare con l’amministrazione comunale.
“O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival”

Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?

Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d’Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall’assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell’amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.

Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità Leggimi forte, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell’uscita del mio “Parigi”. Nell’immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:

Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.

Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L’assessore alla cultura del comune di Pomigliano d’Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.

Si tratta di un’amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall’intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell’appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d’Italia, passando per la Lega e Forza Italia.
Quanto all’eredità degli Zezi — ma ci metterei anche ‘A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.
A Pomigliano non c’è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c’era soltanto il FLIP. C’è Sguardi Ostinati, una rassegna di cinema d’autore preziosa; c’è Camera Film; c’è il festival teatrale I nostri miti; c’è Itaca – Colonia Creativa e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.
Anche il Pomigliano Jazz, prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.
Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un’altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l’attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.

Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?

La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all’idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.
E poi c’è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.

 

Nuda

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di Laura Mancini

La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. Guardami pure, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. Ma io sono anziana e tu no. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.

Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.

Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, disinfestato, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.

A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.

Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.

Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.

Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.

Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! E invece c’erano solo quei mostri, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.

Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.

Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella, considera senza amore. E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?

L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.

Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.

Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, nuda, pensa la signora Russo. Nuda, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.

Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza

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di Marco Beltrame

Vita e teatro

Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.

«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto enfant prodige ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel padre e maestro a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]

Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo L’innocenza (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».

Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.

“Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.” [4]

Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con Invettive e licenze (Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con Lettere da Sodoma (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].

Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie Il pubblico della poesia (Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e La parola innamorata (Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.

Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova Morte di Pasolini, Mondadori, 1981, e Il poeta assassinato, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.

“Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.” [8]

L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla performance, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.

È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.

A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di Testamento di sangue (Garzanti, 1992):

“La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.” [9]

Il corpus teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa Apologia di reato, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con Morte funesta (1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali Donna malata (1987) e Turbamento (1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, Salomè (1991), Testamento di sangue (1992) e L’ordalia della croce (1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.

Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.

Già in Apologia di reato il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de L’ordalia della croce, fino alla figura dolente del Poeta di Morte funesta e Testamento di sangue, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].

La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.

 

Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza

Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume Apologia di teatro (Pellicanolibri, 1985), Salomè (LIBRiA, 1991), Testamento di sangue (Garzanti, 1992) e Donna malata (Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (Morte funesta, 1979; L’ordalia della croce, 1994; Turbamento, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.

Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero corpus drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.

Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo Apologia di reato.

Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma Morte funesta è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo Testamento di sangue. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.

È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, L’ordalia della croce (1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.

Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, Donna malata (1975, 1987) e Turbamento (1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.

Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.

 

Struttura del volume

La monografia si articola in tre sezioni: la prima, Vita di poeta, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.

La seconda parte, Teatro, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma Apologia di reato, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta Gli scrittori e il teatro, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» Il Manifesto per un nuovo teatro; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di Morte funesta e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, e i due lavori non originali, Donna malata e Turbamento. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.

Chiude l’opera il capitolo Testimonianze in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.

 

 

Note

[1] B. Alberti, in M. Gregorini, Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.

[2] D. Bellezza, in M. Latella, «Io, Dario Bellezza, un vinto», in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.

[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, Io e Moravia, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.

[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo, disponibile online su poetidazione.it.

[5] D. Bellezza, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971, p. 103.

[6] Ivi, p. 74.

[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, Angelo o diavolo, comunque omosessuale, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.

[8] D. Bellezza, in G. Sica, Conversazione inedita con Dario Bellezza, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.

[9] S. Crespi, Deserti in Bellezza, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.

[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.

[11] D. Bellezza, L’ordalia della croce, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.

 

(foto di Dino Ignani)

 

 

 

 

La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale

9

di Cesare Cherchi

Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto The Prestige almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con Interstellar: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.

Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di Tenet, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto Inception fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.

Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando Dunkirk c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.

Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, Memento e Insomnia) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.

Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’Odissea e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’Odissea non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.

Dialoghi. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di Occhi del Cuore), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.

Effetti visivi. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto Oppenheimer senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’Odissea non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.

Paura del fantastico. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’Odissea senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.

Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me. A quanto pare la Xenìa, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.

Il pio Ulisse. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona buona™ e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che vinca, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.

L’impero del bene. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.

The crime of a wasted life. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il Settimo Sigillo) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (The Northman). Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l’illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi che gli hanno fatto del male”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.

Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su Letterboxd, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero…

Il Libro

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Foto di Zakhar Vozhdaienko

di Silvano Panella

Il vento ha allontanato le nuvole. L’aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.

        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l’assoluta padronanza del luogo, l’idea di poter cingere, legare l’osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti…

Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l’aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L’autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un’opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L’adagio sul tavolo.

        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d’opulenza – carte da parati, cibi, regalie…

Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.

«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»

Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.

«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.

Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.

        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur…

«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L’autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L’orologio? Terrò anche quello. L’orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l’orologio sia rimasto in sospeso, l’oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»

Demetra annuisce.

«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l’orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»

Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l’abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.

«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell’autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d’addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell’attenzione», dico, e lascio l’ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.

Di VitaVera

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di Danilo Tumminello

 

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

“Lo faccio per te.”

“Grazie, Papà.”

 

Finito il saluto ci avviamo verso le nostre stanze e chiudiamo la porta. Ognuna di noi ha un tablet che ci aspetta. La prima e unica volta che siamo esposte alla luce di uno schermo durante la giornata.

Papà dice che questa breve esposizione non rovina la nostra capacità di concentrazione. Che lo dice MedicinaVera. E noi ci crediamo. Non potremmo fare altrimenti.

Le stanze al piano superiore sono disposte a cerchio. Una stanza è quella di Papà. Poi ci sono quella di Alma, quella di Victoria e la mia.

Papà le ha volute così. In modo che il dubbio che ci stia monitorando dallo spioncino ci faccia stare concentrate. Ce lo ha detto lui. Lui ci dice tutto. E noi questo lo apprezziamo.

La cucina è al piano di sotto, insieme al bagno, la sala lettura, la serra e la stanza chiusa. Quella che noi chiamiamo così.

In quindici minuti, dobbiamo leggere e comprendere le pagine a noi assegnate.

Papà sceglie una di noi tre per poi fare la verifica. Ogni sera. La verifica non va mai male. Solo a volte. Ma di questo preferirei non parlare.

Per rendere più giuste le operazioni noi aspettiamo al centro della stanza. Quando Papà suona la campana, saliamo le scalette del letto. Dobbiamo sempre partire col piede sinistro. Papà preferisce così.

Spero tanto che stasera la verifica tocchi a me.

E che Alma non faccia una delle sue solite cose. Le pareti delle stanze sono sottili e si sente tutto. E lei lo sa.

“In un’era in cui le nostre proprietà sinaptiche sono messe a repentaglio da un flusso continuo di informazioni e dispositivi che assalgono la nostra mente, allenare la memoria e la capacità di concentrarsi, è l’unica via per emergere dal Sistema mendace e vivere di VitaVera.”

Lo dico tutto d’un fiato e comunico i concetti in modo che si senta che li ho fatti miei.

Papà mi osserva. Si tocca la barba. Aspira una boccata dalla sigaretta al mirtillo. Mi piace sentirne l’odore. Mi piace inalarne il vapore. Mi piace vedere Papà provarne gusto.

Il tablet è adesso spento e dentro il cassetto dove deve stare. Siamo seduti una davanti l’altro, sulle sedie di legno in mezzo la stanza, come sempre per le verifiche. Io tengo le mani sulle ginocchia come quando meditiamo.

“Dimmi che ne pensi”, dice Papà con la sua voce profonda.

Rispondo subito perché non voglio dare l’impressione di titubare.

“Secondo me”, dico, “questo enunciato è importante perché rispecchia un nostro bisogno primario. Nostro degli esseri umani, nostro in quanto esseri pensanti e razionali. Senza memoria non può esistere coscienza e sviluppo, progresso e…”

Papà alza una mano per interrompermi e io mi fermo all’istante.

Mi guarda fisso, da sotto gli occhiali quadrati sento i suoi occhi che mi studiano.

“Sembri finta”, dice secco.

Tiene le gambe accavallate, così chiuse che sembrano prendere il volume di una sola. Appoggia il gomito sulle ginocchia e la mano sotto il mento con le dita che si pizzicano ancora la barba.

Devo guardarlo negli occhi, non posso abbassare lo sguardo come si fa quando si guarda uno schermo, ma vorrei tanto farlo.

Cerco quantomeno di avere l’espressione neutra che piace a lui, non quella di sfida che ha sempre Alma, ma quella mia, attenta e ricettiva che lui ama tanto.

Ha detto che sembro ‘falsa’ e mi fa male. Non so se dire qualcosa.

Lui resta fermo a guardarmi. Poi fa un leggero cenno con la mano, come a dire ‘Vai’ o ‘Tocca a te’ o ‘Vediamo che sai fare’.

Comunque sia, vuol dire che devo parlare. Cercando di essere meno falsa, certo.

“I dispositivi digitali causano dipendenza e ci hanno messo alle strette in senso evolutivo…”, dico.

“In che senso evolutivo?” mi incalza lui.

Sento le tempie pulsare. Mi focalizzo sul respiro.

“In senso Darwiniano, certo. Perché come il grande studioso inglese sosteneva…”

“Lo so cosa sostiene Darwin”, mi interrompe. “Voglio sapere cosa sostieni tu.”

Non mi do il tempo di pensarci troppo e parlo.

“Io penso che sia, che sia…” la mia voce ha un sussulto di pianto ma lo butto giù. “Chiedo scusa”, dico veloce. “Penso che sia giusto non utilizzare i tablet o i telefoni insomma, perché non va bene, perché fanno male alla memoria.”

Papà alza di nuovo il braccio. Poi lo lascia cadere sulle gambe. Mi guarda. Leggo la delusione nei suoi occhi.

“Perché non va bene? È questa la tua argomentazione?” dice.

“Non so cosa pensare, Vera. Anche tu, adesso? Usi un linguaggio basico e rozzo. Quando adotti un lessico più forbito non lo senti tuo, non lo sai argomentare.”

Si alza, armeggia con la sigaretta e non mi guarda, ma vorrei tanto che lo facesse.

“Devi alzare i tuoi standard e la tua capacità di analisi”, dice. “ Così non va bene, così non evolvi. Così sei come loro.”

Si volta a darmi le spalle. “Non aggiungo nient’altro”, dice a va verso la porta.

Resto ferma, come se avessi un masso sulle spalle che mi spinge a terra. Conto i respiri. Vorrei dire qualcosa ma so che non posso e Papà ha ragione. Devo alzare i miei standard. E so che devo capirlo io come. ‘Il percorso di arrivo e di interpretazione è esso stesso il traguardo’, mi dico.

Lo stesso però vorrei chiedergli di darmi una possibilità in più. E vorrei che si fermasse sulla soglia e mi dicesse che sono la sua preferita.

Ma non lo fa, non si ferma e chiude la porta dietro di sé, portandosi via la delusione come un mantello sulle spalle.

Quando va via sembra che sia finito l’ossigeno nella stanza. Sto ferma sulla sedia come devo. Conto i miei respiri, cerco di non piangere.

Adesso posso solo aspettare.

Guardo fuori dalla finestra senza muovere la testa, solo con gli occhi perché Papà potrebbe essere dall’altra parte della porta ad osservarmi.

Fuori dai vetri, le miliardi di stelle che mi guardano nel buio denso del bosco mi danno consolazione. Mi danno prospettiva. Della mia piccolezza, della piccolezza di questo momento nella vita dell’universo, del fatto che supererò tutto, lo so. Che evolverò.

Il campanello suona due volte come quando la verifica va male. Ma me lo aspettavo, me lo sono meritato. Alma e Victoria possono andare a letto. Io no.

Dopo un po’ sento bussare, mi irrigidisco pensando sia Papà.

Poi capisco che è Alma, che mi sta provocando come sempre dall’altra parte della parete.

“La stanza chiusa”, la sento sussurrare dietro il muro, piano in modo che solo io possa sentirlo.

“Andiamoci, stanotte”, dice ancora.

Resto immobile.

So cosa ha in mente ma non voglio pensarci. Ho ben altro a cui dedicare la mia attenzione.

Respiro. Il pensiero va osservato e lasciato andare e io cerco di farlo.

Io non sono i miei pensieri, mi dico, io sono molto di più. Io sono la migliore. Io non sono Alma. Io non sono ‘sbagliata’ come le dice sempre Papà. Ed è vero quello che dice Victoria cercando di giustificarla, da quando Lei è andata via Alma non è più la stessa.

Ma di questo preferirei non parlare.

Il rumore di tocchi sul vetro è sottile ma preciso. Apro gli occhi, guardo la finestra e un brivido mi paralizza, Alma è là. Fuori, al freddo, in pigiama. Vedo solo la sua sagoma nel buio che mi dice di avvicinarmi.

Guardo la porta e spero ancora che Papà non ci stia guardando dallo spioncino.

Cerco di stringere gli occhi per comunicare in qualche modo ad Alma di smetterla, di andare via, di non farsi beccare un’altra volta. La scorsa volta è stato terribile e anche Victoria ne ha pagato le conseguenze.

‘Il pensiero basta osservarlo e farlo passare’ mi ripeto. Riesco a concentrarmi sul respiro ma dura poco perché Alma batte ancora alla finestra e mi dice di avvicinarmi.

Guardo lo spioncino, poi la finestra. Alma è là che gesticola.

Papà avrà le sue buone ragioni per precluderci la stanza chiusa ma lei non lo accetta. La sua è una pazzia.

Come pure quello che inventa sui rumori che sente arrivare dal piano di sotto, e quello che dice su Papà, le cose terribili di cui lo accusa.

Alma tenta ancora di chiamarmi. Si avvicina al vetro.

“È stato lui”, dice. “Ti faccio vedere. Andiamo.”

Cancello la sua voce, la sua presenza, i pensieri e i dubbi che innesca in me. Chiudo gli occhi e decido di non aprirli più con la speranza che desista e mi lasci in pace.

E sembra funzionare, perché sento ancora bussare qualche altra volta, e poi niente. Sbircio la finestra e lei non c’è più.

Sarà andata a letto, penso. Allora mi rilasso, lascio scorrere il tempo. Mi concentro di nuovo su di me. Sul miglioramento che devo fare.

Ripenso alla verifica, mi dico che Papà forse era solo nervoso. Poverino con tutto quello che ha da fare, da solo, senza un aiuto. Senza di Lei.

Perché Papà non se lo meritava. E neanche noi.

Lei era importante per noi e noi lo eravamo per lei. Me lo diceva sempre, a letto quando avevo paura e stavo attaccata al suo ciondolo verde di pietra liscia fino a quando non mi addormentavo.

Sento la nostalgia afferrarmi la gola. Scuoto la testa, per mandarla via. Sento anche un dubbio farmi tremare. Il dubbio terribile che in fondo Alma abbia ragione.

Ma qualunque sia la verità non serve a niente ormai, mi dico. Chiudo gli occhi, butto in fondo ogni pensiero negativo, ogni cosa del passato. Ritorno al respiro.

Poi, improvviso e brutale, un grido spezza il silenzio. È così forte che mi fa sobbalzare sulla sedia. È Papà a gridare, è una furia. Sento poi Alma urlargli contro e correre e piangere. Sento vetri che si rompono e ancora grida e tonfi secchi sul legno.

Tutto è ovattato dalle pareti ma mi arriva dentro denso come un pugno.

Non mi muovo, sono paralizzata.

Qualcuno bussa alla mia porta. La apre. Victoria mi guarda impaurita. Le osservo la mano fasciata. Butto giù il senso di colpa.

“Che facciamo?” mi chiede.

“Non lo so”, rispondo.

Mi guarda in cerca di conferme, quelle che solitamente ha una sorella maggiore. Ma io non so che fare, vorrei soltanto che tutto tornasse normale. Pacifico e normale.

I rumori continuano ad arrivare dal piano di sotto ed è difficile ignorarli. Ma poi, d’improvviso, tutto si placa e il silenzio ricopre di nuovo Victoria e me come una valanga che sfida la gravità, per salire da sotto fino ad arrivare a noi e travolgerci.

Vengo assorbita dalla paura, risucchiata quasi dentro il mio stesso corpo.

Penso allora a Mamma e la sua voce dolce e limpida risuona in me da qualche parte della mia memoria, posso sentire i suoi capelli lunghi che mi cadono addosso ad accarezzarmi assieme alle sue mani, posso respirare il suo collo profumato di miele.

“Ti senti meglio?” mi chiedeva quando smettevo di piangere e mi ritrovavo le dita appese al suo ciondolo. E mi sentivo forte e leggera e protetta. E sapevo che Mamma era là per proteggermi. A proteggermi quando Lui si arrabbiava, quando non facevamo come voleva. Mamma c’era. A proteggere noi sorelle. Proteggere Vera, Victoria e Alma.

Proteggerci.

Guardo Victoria, ferma sulla porta. Lei nota che le sto osservando la mano bendata. Mi dice ‘Non ti preoccupare’ senza dirmelo.

Allora faccio leva sulle ginocchia e mi alzo e mi sembra di lasciare sul legno della sedia un pezzo di me, la voglia di credere a tutto, la paura di affrontare la verità.

“Andiamo”, dico poi senza più pensare, come se non fossi io a dirlo, ma Mamma.

Prendo la mano di Victoria, usciamo dalla stanza e cominciamo a scendere le scale. Piano. Uno, due, tre, diciassette scalini.

Quando tocchiamo il pavimento del piano di sotto il caos si spalanca davanti a noi. Il mobili a soqquadro, i bicchieri e i vasi rotti stonano con l’ordine maniacale a cui siamo abituate.

In fondo, la stanza chiusa ha la porta spalancata. Victoria stringe la mia mano.

La guardo.

Sono io Mamma adesso.

“Andiamo”, dico ancora. E lei mi segue.

I nostri passi ci portano uno dopo l’altro, all’unisono, verso l’uscio di quella porzione di mondo a noi solitamente preclusa.

Quando siamo sulla soglia della stanza ci fermiamo. Un odore rancido di chiuso ma anche dolce di miele ci arriva addosso.

E noi, quasi ad occhi chiusi facciamo un altro passo.