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La facoltà di non rispondere

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Libertà di silenzio

di

Gigi Spina

A proposito delle cascate di note,
come quelle del pianista Art Tatum,
noto per la sua velocità, quella tecnica
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,
è un pericolo non solo nella musica,
ma anche nel parlare e nello scrivere.
In musica devi dare tempo alle persone
di rielaborare il suono, perché il suono è
infinito. Se non lasci spazio agli armonici
di una nota, non la godi fino in fondo.
In una città rumorosa come Milano,
questo è difficile, gli armonici non li senti.
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo
mi sono dedicato molto anche al suono
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,
tutto entra in questo spazio e crea una
musica particolare.

Intervista a Enrico Intra, “Musica Jazz”, febbraio 2026.

 

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.

Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.

La folla silenziosa mentre parla Berlinguer – foto di Mimmo Jodice

Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.

Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.

Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.

Consigli di lettura.

Ho preferito comporre il mio intervento come un esempio di free speech, senza note. Quelle che seguono, ora, sono note di free silence, che servono a prendersi una pausa per meditare meglio e per riacquistare la voglia e la curiosità di informarsi per decidere meglio, per prendere meglio posizione sullo stesso speech.

Sul silenzio, di recente, Nicoletta Polla Mattiot, che lo studia da anni: Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita, Einaudi, Torino 2026. Qualche cenno ai silenzi nell’antichità: Giorgio Ieranò e Luigi Spina, Antichi silenzi, Mimesis, Udine-Milano 2015.

Su Democrito e tanto altro, rinvio a un mio intervento inedito, pdf scaricabile dal sito www.luigigigispina.altervista.org: sezione Retorica, n. 341.

Sulla parrhesia ho cominciato a scrivere in anni lontani: Il cittadino alla tribuna. Diritto e libertà di parola nell’Atene democratica, Liguori, Napoli 1986; vedi anche L.S., Parrhesia e retorica: un rapporto difficile, “Paideia” 60, 2005, pp. 317-346. Alcuni temi sono stati recuperati nel mio recente volume Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee, prefazione di Laurent Pernot, Damiani, Milano 2026.

Sul mito delle Sirene e su Kafka rinvio al volume: Maurizio Bettini e Luigi Spina, Il mito delle sirene, Einaudi, Torino 2007.

Hannah Arendt e Martin Heidegger. Un “enigma” fatto di assenza-essenza

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Foto di Rahime Gül: https://www.pexels.com/it-it/foto/spiaggia-sabbia-fiori-deserto-9647574/
Foto di Rahime Gül

di Loretta Schievano

Possiamo intendere la scrittura epistolare come uno stile di comunicazione che tende ingenitamente a colmare un’assenza, una lontananza, tramite parole lasciate altrimenti inarticolate e mute. Un genere, quindi che tende ad unire due corrispondenti lontani tra loro. Ma questo tipo di comunicazione può avere una sua intrinseca peculiarità anche nel differire, procrastinare, scandire o congelare un tempo. Cicerone osservava, non a caso, che ci sono molti tipi di lettere (epistularum genera multa esse); certamente, esiste una necessità che giustifica il genus epistulare, vale a dire la comunicazione agli assenti (unum illud certissimum, cuius causa inventares ipsa est, ut certiores faceremus absentis).[1]

Talvolta, un carteggio può contenere anche il desiderio di un’aggiunta a qualcosa che già c’è; non solo il desiderio di sopperire a una mancanza o mantenere un legame.

Si tratta di questo, nel caso dell’epistolario tra Hannah Arendt e Martin Heidegger?

Cosa esisteva già tra loro, nel loro dialogo e nel loro modo di scriversi, e cosa no?

Arendt ed Heidegger si tenevano uniti sul filo di un’assenza sottoforma di quei loro carteggi o se ne servivano per affrancarsi da un rapporto altrimenti troppo vissuto?

Quella tra Arendt e Heidegger non si può dire un’assenza dilaniante, strappata a un vissuto comune che reclami, a gran voce, una quotidianità estorta. Sembra assumere più i contorni di una sfida a quella stessa assenza o sospensione che in parte rispecchia quella intercorsa lungo il tempo della loro conoscenza. Sembra anche racchiudere una scommessa, se non una promessa, alla solidità di un sodalizio esistenziale-intellettuale che, nonostante le ripetute interruzioni — soprattutto da parte di Arendt dopo l’adesione di Heidegger al nazionalsocialismo — non si è mai veramente incrinato. Una posta in gioco che sembra volere ancorare, in molti casi, il non vissuto ad un’altra forma e longitudine: in quello scambio rientra evidentemente anche il ruolo del silenzio; fosse, solo quello che scandiva i giorni di un tempo dilazionato, in grado pur sempre di annichilire la parola, ma in altri casi anche di riempirla di echi.

Certo è che docente ed ex allieva sembrano sospesi in un differire senza scampo in cui la loro comunicazione assume «un peso così dolce»[2] che tuttavia a malapena sembra dispensare o alleggerire dalla penosa assenza che cerca riparo nelle parole. Nello stesso tempo, sembra tramutarsi in una mutua cura che vorrebbe fare da ponte a quella sospensione — se non, peggio, a quella mancata forma delle loro vite nel momento in cui si sono incrociate e hanno continuato ad esserlo.

Eppure, un registro di complice e rispecchiante lucidità arresa all’«impeto»[3] trasbordante di quelle loro vite, così densamente vissute, sembra anche fare da collante a quell’intersezione in cui i due corrispondenti dispensano ogni umore da dentro tacendo un desiderio che potrebbe farsi troppo disimparato in superficie: come Heidegger vuol far credere che sia «disimparato» per lui il mondo da parte di un «montanaro» che discende in città.[4] Mentre Arendt sembra mantenersi sempre in una trattenuta se non prudente distanza, ma lasciando pur sempre affiorare il suo affetto e devozione.

Nondimeno, nonostante una distanza che non è solo geografica, Arendt e Heidegger percorrono un fitto intreccio di riflessioni che nonustante tutto li tiene uniti, solidali, e che in alcuni casi assume, almeno in Heidegger, una forma intensamente poetica vagamente romantica. In qualche modo, quasi un’unica matrice sembra unirli in quella scrittura che non rinuncia certo allo scavo, all’autenticità dell’uomo e della donna di pensiero.

Anche se talvolta le parole sembrano arrendersi di fronte a qualcosa che va oltre ad esse: «Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto»[5] scrive Heidegger alla sua ex allieva. Si potrebbe pensare che persino le loro parole, pur in tutta l’importanza del loro ruolo — più per il professore, in realtà, che per l’ex allieva — potessero essere se non qualcosa di esteriore anche di fronte alla funzione ed essenza più importante del loro stesso rapporto. Qualcuno ha sospettato questo, perlomeno nel caso di Heidegger.

Secondo la lente psichiatra di un biografo di Heidegger, lo psichiatra P. Matussek (1997), la sua intimità sarebbe rimasta impermeabile al pubblico, asserragliata in un riserbo che rasentava il patologico. Intimità, peraltro, che sembrerebbe vistosamente contrastare con quella che Matussek intendeva diagnosticare come una personalità irriducibilmente eccentrica, continuamente alla ricerca delle luci della ribalta, mai paga delle conferme del suo pubblico, che egli lusingava con la sua esuberante capacità di incantarlo con il suo pensiero e la sua capacità oratoria; ma fredda nel privato.

Da questo punto di vista, si dovrebbe dire che in alcuni passaggi delle lettere ad Hannah il pensiero di Heidegger accetti persino, quasi catarticamente, il lavacro delle emozioni, anche là dove esse dovessero preferire una forma poetica per acquisire una sorta di minima giustificazione formale. E così Heidegger sembra abbandonarsi spesso e volentieri a un respiro poetico quando scrive paragrafi come questo: «Sotto il temporale, sulla via del ritorno, eri ancora più bella e grandiosa. E io avrei voluto trascorrere con te notti intere a passeggiare».[6]

Che Heidegger, alla luce del profilo quasi spietato sulla sua intimità e inclinazione amorosa, fosse quasi inadeguato, secondo P. Matussek (1997), nei confronti dell’amore, non sembra potere spiegare formulazioni sull’amore tanto lucide come quando afferma che «L’amore trasforma la gratitudine nella fedeltà verso noi stessi e nella fiducia incondizionata verso l’altro»; o ancora: «La vicinanza è […] l’essere alla massima distanza dall’altro — una distanza, che non porta a confondere nulla — ma pone il «Tu» nel trasparente — ma inafferrabile — puro e semplice essere-qui di una rivelazione».[7]

Il presunto «manierismo» della scrittura e del pensiero di Heidegger, secondo P. Matussek, sembra lontano dalla foggia genuina con cui Heidegger sembra scrivere ad Hannah. Sebbene, con una distanza talvolta paternalistica, ma giustificabile alla luce della differenza anagrafica tra i due, nonché dell’ex ruolo di docente di Heidegger e quello dell’amata allieva Arendt.

Sempre secondo Matussek, ma anche Safranski, la vita pubblica di Heidegger lo avrebbe assorbito quasi completamente, offuscando volutamente da parte sua quella intima: la sfera privata sarebbe risultata persino «debole» a fronte di una «fissazione» per l’immagine pubblica che avrebbe agito da «compensazione» a quella carenza.[8] Matussek non tarda a giudicare la riservatezza di Heidegger come sintomo di una «palese incapacità», fino ad avanzare persino la formula biografica di un «enigma Heidegger».[9]

Heidegger sarebbe, in compenso, rimasto attratto dalla giovane Hannah, fino a non intendere rinunciare al loro rapporto, ma nemmeno al suo matrimonio, con il risultato di «compartimentalizzare»[10] la sua vita e la sua dimensione interiore al fine di gestire la vita affettiva parallela e mantenere l’immagine pubblica di marito fedele. A questo fine, avrebbe anche costretto Hannah a lasciare Marburgo. Hannah Arendt, da parte sua, sembrerebbe avere cercato sempre di comprendere la sfera intima di Heidegger, chi egli fosse con massima devozione, pronta a difenderne la grandezza. Disposta ad intravedere, dove ci fosse stata una mancanza da parte di Heidegger, qualcosa che aveva a che fare più con il suo «carattere»,[11] che ella definì semplicemente assente. E sarebbe interessante capire davvero cosa intendesse Arendt con tale assenza, e anche per «carattere».

Nel modo in cui sembrava alludere a quella mancanza e a quella componente si direbbe che Arendt fosse disposta a considerarla una parte di sé (dell’essere un individuo), su cui si poteva quasi soprassedere, come una dimensione sussidiaria a qualcosa di più alto e decisivo di ciò che può determinare l’essenza di una persona; qualcosa che potesse abbastanza facilmente scagionarsi – certamente, nel caso di Heidegger.

Forse una risposta si può trovare proprio tra le tante pieghe del carteggio tra Hannah e Martin. Nonché svelare, almeno in parte, anche quell’ipotetica «assenza» che comporterebbe lo scriversi tramite lettere, oltre all’implicito registro comune che spesso tiene uniti chi si scrive, e allo stesso modo teneva uniti Martin e Hannah. Scrive, infatti, Hannah a Martin: Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla, quando uno se ne va via. (H. Arendt, lettera del 27 nov. 1970).

[1] Cfr. M. Neger, Epistolare Narrationen. Studien zur Erzähltechnik des jüngeren Plinius, Narr Francke Attempto Verlag GmbH, 2021 Tubingen, p. 23. Hutchinson (1998) proprio nello studio dello stile epistolare di Cicerone rinviene nelle sue lettere molti tipi di narrativa diversa, come uno stile atto a informare (Ibidem).

[2] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 21.11.25.

[3] M. Heidegger, cit., lettera del 25.04.25.

[4] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 14 sett. 25.

[5] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 10.11.25.

[6] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 27.11.25.

[7] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 21.11.25.

[8] Cfr. P. Matussek, Martin Heidegger, in Terapia analitica della psicosi. Volume 2: Applicazioni, Berlino, Heidelberg, New York 1997, pp. 49–78 [Ristampa 2001], p. 3

[9] Cfr. P. Matussek, cit., p. 2.

[10] Cfr. P. Matussek, cit., p. 15.

[11] Cfr. Ibidem.

Lingue e sposi promessi

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Noterelle a margine delle Nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei

di Rosalia Gambatesa

Zeppe di prospettiva – Queste noterelle nascono dall’interno della scuola. Sono un’amara riflessione su come le nuove Indicazioni nazionali di italiano per i Licei appena pubblicate trattino ancora la lingua e l’unità disciplinare, in verità non troppo diversamente dalle Indicazioni del 2010. Le due questioni, niente affatto disgiunte, continuano ad essere due zeppe prospettiche per l’insegnamento dell’italiano, con ricadute su tutti gli altri ordini di scuola superiore e sulle scuole medie. Nel nuovo documento programmatico, nonostante il quasi ventennale passaggio dalle prescrizioni nozionistiche dei vecchi Programmi alla centralità del processo di apprendimento, la prospettiva è ancora quella di una scuola elitaria, votata a preparare gli studenti agli specialismi, dato per scontato un possesso avanzato della lingua. Come un vento contrario, questa distorsione di prospettiva non smette di spingere l’insegnamento liceale della disciplina in direzione opposta a quella del mandato costituzionale. A nulla vale rispondere che però si tratta dei Licei e che su questi aspetti si potrebbe sorvolare, considerata l’utenza, per ripetere una parola brutta e in voga nei corridoi scolastici. L’obiezione non ha senso per tante ragioni. Se ne ricordano qui due. Non è affatto scontata la padronanza linguistica nei liceali, tutt’altro. E, soprattutto, la funzione fondamentale dello stato, affidata nella parte più cospicua alla responsabilità della scuola, è quella di provvedere per tutti ad una paideia democratica e al retto esercizio della futura cittadinanza, come testimonia l’istituzione dell’esame conclusivo d’italiano identico per gli studenti dei Licei, dei Tecnici e dei Professionali.

Un elefante nella stanza – Quale lingua i Licei devono insegnare a padroneggiare nella ricezione e produzione espositivo-argomentativa? Gli estensori delle Nuove Indicazioni scrivono che «Al termine del percorso liceale lo studente dovrà padroneggiare appieno la lingua italiana, cioè dovrà essere in grado di esprimersi in forma scritta e orale con chiarezza e proprietà»[i]. La norma relativa alla valutazione dell’esame di stato, adesso di nuovo di maturità, prescrive che «la prima prova in forma scritta accerta la padronanza della lingua italiana […] nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato […] anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare della comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre che della riflessione critica»[ii]. La scuola è politica si intitola un recentissimo intervento di Massimo Cacciari nel ciclo Scholè. Per la formazione dei cittadini curato da Ivano Dionigi. Poiché è intrinseco alla scuola il suo essere politica, quale sarà il non detto degli estensori delle Nuove Indicazioni sulla lingua da padroneggiare appieno, per esempio all’esame conclusivo uguale per tutti? In vista di un possibile auspicabile vero tra parole programmatiche, norme, mandato costituzionale e azioni scolastiche, non è ormai impellente che qualcuno spieghi il portato concettuale e ideale annidato nella parola «lingua» usata in questi contesti? Forse l’elenco strabiliante di capacità e conoscenze prescritte in uscita dal Liceo?

Lo studente avrà sviluppato conoscenze e competenze linguistiche traendo frutto dalla grande varietà di testi proposti allo studio, non solo testi letterari, ma anche testi saggistici e argomentativi, compresi quelli incontrati in altre discipline. In questa prospettiva, sarà sollecitato al possesso dei lessici disciplinari specialistici, con particolare attenzione ai termini che passano dalle lingue speciali alla lingua comune o che sono dotati di diverse accezioni nei diversi ambiti di uso. Saprà riconoscere i termini stranieri entrati come tecnicismi in italiano, con o senza adattamenti, o in forma di calchi (la consultazione del dizionario monolingue e soprattutto del dizionario etimologico sarà di aiuto). Lo studente completerà le conoscenze ricavate dalla storia letteraria e dalla storia, relativamente alle vicende dell’Italia unita, approfondendo i temi dei rapporti lingua-dialetto, anche attraverso la lettura di autori che del dialetto hanno fatto uso nella poesia del Novecento, o che hanno arricchito la prosa italiana con elementi dialettali. Avrà chiare le differenze tra dialetto, lingua comune e d’uso, lingua standard di livello medio-alto, lingua letteraria, lingua tecnico-scientifica, e conoscerà le modalità, i vantaggi e i rischi della creazione di testi per mezzo degli strumenti di intelligenza artificiale. Avrà chiare le conseguenze del rapporto tra lingue, che comporta lo scambio di lessico, la creazione di internazionalismi e la diffusione di calchi e neologismi. Saprà dove orientarsi per conoscere i neologismi e il loro significato, valutando la differenza tra occasionalismi e parole nuove ormai stabilizzate. Conoscerà i dibattiti linguistici svoltisi nei primi decenni dell’Italia unita, nel Novecento e nel nuovo millennio. Conoscerà la situazione linguistica attuale dell’Italia, con la presenza di parlate diverse e di lingue minoritarie. Avrà chiaro il concetto di lingua ufficiale, e ne riconoscerà la funzione, stabilita dalla legge e ispirata alla norma costituzionale[iii].

L’immagine del Liceo che scaturisce dall’elenco è quella di una élite studentesca. In breve, un’universitina, in passato orgogliosamente in sedicesimi, poi purtroppo in trentaduesimi, dopo malauguratamente in sessantaquattresimi e via moltiplicando il denominatore con sempre maggiore sconforto e senso di vergogna. A diciannove anni su per giù non è invece possibile a tutti padroneggiare tutte le varietà e i registri dell’italiano e orientarsi autonomamente in problematiche così specifiche e complesse, né è sensato auspicarlo. Le varietà e i registri sono tanti, articolati su diversi livelli, ognuno su piani di astrazione e concettualizzazione specifici, e comunque crescenti, gestibili appieno da un piccolo numero di liceali straordinariamente dotati, i cosiddetti bravi da distinguere in tutto dagli altri.

Tutto al contrario, la Costituzione è democratica, la scuola senza eccezioni ne dovrebbe realizzare il mandato e le Dieci tesi per una educazione linguistica democratica, nate tra il 1973 e il 1974 da un lungo e pensoso riflettere degli insegnanti dei neonati Cidi e Giscel con Tullio De Mauro[iv], furono approvate nel lontanissimo 1975 su testo predisposto da De Mauro stesso. La VI Tesi chiariva per tempo che la pedagogia linguistica tradizionale degli astratti elenchi di prescrizioni disciplinari aveva gravi ricadute sulla scrittura in termini di chiarezza e padronanza:

Come non insegna bene l’ortografia, così la pedagogia tradizionale non insegna certo bene la produzione scritta. Cali un velo pietoso sulla maniera fumosa e poco decifrabile in cui sono scritti molti articoli di quotidiani. E non si creda che l’oscurità risponda sempre e soltanto a un’intenzione politica, all’intenzione di tagliar fuori dal dibattito i meno colti. Un’analisi di giornali di consigli di fabbrica mostra che in più d’uno il linguaggio non brilla davvero per chiarezza. E non sempre la limpidezza del vocabolario e della frase è caratteristica propria di tutti i comunicati delle confederazioni sindacali. Ora, è fuor di dubbio che gli operai e i sindacalisti non hanno alcun interesse a non essere capiti. L’oscurità, i periodi complicati sono il risultato della pedagogia linguistica tradizionale[v].

Nel 2007, l’Invalsi fece un’indagine sulla padronanza linguistica degli studenti delle scuole superiori, compresi i liceali in uscita dalla scuola secondaria e sulla variabilità delle valutazioni attribuite da correttori diversi. Affidò a insegnanti di tutta Italia, e tra loro anche a me, l’incarico di ricorreggere e rivalutare cento prove scritte. La norma per la valutazione era allora uguale a quella ricordata prima e l’esame, come adesso, era articolato in diverse tipologie di prove: analisi e interpretazione di un testo letterario, redazione di un saggio breve in ambiti diversi, il tema di argomento storico e infine il tema di cultura generale verso cui in genere si orientano gli studenti meno accorsati, come li definisce un gergo triste, il 43% dei Professionali, il 31% dei Tecnici e il 23% dei Licei[vi]. La traccia di quest’ultima tipologia, quell’anno, consisteva nelle seguenti quattro righe tratte da un saggio Laterza:

L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il «villaggio globale», ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità[vii].

Chiedeva quindi di discuterle «precisando se, a tuo avviso, in essa possa ravvisarsi un senso di “nostalgia” per il passato o l’esigenza, diffusa nella società contemporanea, di intessere un dialogo meno formale con la comunità circostante». Ora, come si vede dal testo allora proposto, il livello di astrattezza e riferimenti concettuali della prosa di un saggio Laterza è lontano da quello dei maturandi. Pieve poi è sostantivo che si riferisce a realtà esperite solo dalla popolazione settentrionale del nostro paese, di fatto un vero e proprio unicorno per esempio in Puglia, comunque in generale desueto. All’epoca, un sondaggino artigianale e domestico rivelò che quasi nessun professionista di una lenta città di provincia del meridione ne aveva idea. Basta dare una scorsa all’archivio delle tracce proposte negli ultimi vent’anni per capire che non si tratta di uno sfortunato caso isolato. In genere, le tracce chiedono di discutere con proprietà e chiarezza una lingua caratterizzata da un registro astrattamente specialistico, accademico-istituzionale, e, nel caso del 2007, di precisare anche un’eventuale presenza di nostalgia per situazioni esistenziali molto verosimilmente poco sperimentate e, comunque, richiamate dall’espressione comunità circostante. Credo che si possa essere tutti d’accordo nel ritenere che un testo di non agevole comprensione ben difficilmente potrà essere discusso con lingua chiara e appropriata.

Nelle successive pubblicazioni sui risultati davvero poco confortanti della ricerca – circa il 55% degli elaborati ricorretti non raggiungeva la sufficienza a fronte del 19% della correzione delle commissioni d’esame[viii] – non vi sono passaggi sulla correlazione tra la lingua delle tracce assegnate e la padronanza linguistica degli elaborati[ix]. Eppure allora mi sembrò non difficile da intuire che, nel tema di cultura generale, come anche negli altri elaborati, il frequente caos dei connettivi e della subordinazione, l’inutilizzo quasi completo degli avverbi, l’inconsistenza degli argomenti, la precarietà del ragionamento e l’uso di aggettivi per lo più solo del tipo grande e bello dipendessero innanzitutto dalla poca familiarità con la lingua dei testi proposti. Nel 1967 i ragazzini di Barbiana avevano nitidamente spiegato che quella correlazione presiede inevitabilmente, e io direi per chiunque, ciascuno al suo livello, ad ogni possibile padronanza e chiarezza, e che tenerne conto fa la differenza tra l’italiano pensato per le élite e l’italiano voluto per tutti dalle Madri e dai Padri Costituenti:

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: «Parlano le carrozze ferroviarie». A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro.
Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato. Ma avevo quattordici anni e venivo dai monti. Per andare alle magistrali mi ci voleva la licenza. Quel fogliuccio era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico. Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni[x].

Claudio Giunta, coordinatore della parte letteraria delle Nuove Indicazioni, motivando nel suo blog le scelte fatte, seppure tra parentesi, scrive molto opportunamente, e con un bisogno di verità davvero apprezzabile, che «(la scuola è piena di cose che si scrivono ma non si fanno)»[xi]. Perché, forte di questa fondamentale consapevolezza, non si è fermato a riflettere sul fatto che le sue Indicazioni sono un’eterotopia scolastica? A che è servita un’indagine sulla padronanza della lingua e sulla variabilità delle correzioni e valutazioni dei compiti di esame, se non se ne sono tenuti in nessun conto i risultati molto preoccupanti, se non si è indagato sulla genesi della scrittura infelice degli esaminandi e tanto meno si è considerata la croce dei commissari d’esame, stretti tra l’incudine della norma e il martello di dover correggere prove spesso desolate, abborracciate su tracce linguisticamente estranee? Senza andare lontano, sarebbe bastato prendere come bussola anche solo il vecchio adagio rem tene, verba sequentur! Le Nuove Indicazioni una lingua di riferimento ce l’avrebbero avuta per stilarne un profilo veramente padroneggiabile per tutti i liceali in uscita dalla scuola. I Costituenti vollero limare certosinamente la lingua della Costituzione perché il referente democratico della Carta si rispecchiasse nella sua manifestazione verbale. De Mauro più volte ha osservato come il novanta per cento del lessico della Costituzione italiana sia costituito da un vocabolario di base che appartiene al nucleo di maggiore frequenza e familiarità, e quindi di massima trasparenza, per la comunità dei parlanti. Soltanto 355 lemmi su 1357 vi sono estranei; le frasi sono brevi, in media di venti parole, con prevalente paratassi e rari casi di subordinazione complessa[xii]. Non sono tutti gli studenti quei futuri cittadini, senza distinzione di classe, per i quali i Costituenti calibrarono quella lingua per tutti? Perché mai invece si chiede loro di essere padroni dell’italiano discutendo, per esempio, quella dei saggi Laterza? Quando si pensa alla lingua che tutti devono padroneggiare non dovrebbe valere innanzitutto il modello della Costituzione? Una lingua fattualmente padroneggiabile dopo tredici anni di studio, sulla quale ognuno, secondo le proprie possibilità, possa far germogliare la pianta sana della propria lingua di elezione e quindi la proprietà linguistica del proprio futuro personale e professionale. Porsi un tale obiettivo non vuol dire affatto abbassare il livello dei licei che tradizionalmente hanno anche il compito importante di preparare all’università e alle professioni. Vuole dire al contrario creare un tronco linguistico forte su cui è possibile innestare la crescita ordinata delle varietà di ciascuno secondo il comma 2 dell’articolo 4 della Costituzione, dando corso, alla lettera, anche agli articoli 2, 3 e 6.

Un elefante o due? – Le Nuove Indicazioni già dal titolo Lingua e letteratura italiana si presentano nettamente bipartite e curiosamente la bipartizione vi si manifesta anche con una diversa scelta stilistica. Claudio Marazzini, professore Emerito di Storia della lingua italiana dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’ e Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha coordinato la sezione sulla lingua che procede con passo austero. Claudio Giunta, professore ordinario di Lingua e Letteratura italiana dell’Università di Torino, in quella della letteratura usa un tono più interlocutorio a partire già dall’iniziale strafare. Il doppio cappello Perché studiare la lingua e Perché studiare la letteratura conferma l’impressione di trovarsi di fronte a due diverse discipline. A cosa serve questa spaccatura nei due tronconi degli apprendimenti da un lato pragmatici e grammatici e dall’altro letterari e storico-letterari? Nella parte della lingua si perseguirebbero forse di più gli universali e nella parte della letteratura di più il cosiddetto pensiero critico? Peraltro, senza nessuno sforzo programmatico, nelle prescrizioni finali relative alla lingua si fa tacitamente riferimento ad acquisizioni linguistiche desunte dal secondo tronco, senza contare i riferimenti a quelle delle altre discipline. Gli stessi estensori della sezione letteraria, con grande passione, per tutti e cinque gli anni, ripetono riflessioni di questo tenore:

‘studiare letteratura’ non significa imparare la biografia e la poetica degli autori, o la critica sugli autori, e neppure studiare a memoria le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria. Significa leggere i testi, capire il loro senso complessivo, comprendere il significato delle parole che li compongono (corsivo mio)[xiii].

Se si intende leggere nell’accezione corrente di intendere la lingua di un testo, perché questo avvertimento così sentitamente ripetuto non ha spinto il documento verso una profonda revisione della scissione programmatica della disciplina? In altri passaggi della parte sulla lingua, si osservano analoghe incursioni o contraddizioni. Per esempio si anticipa che nell’analisi dei testi letterari si deve badare anche agli aspetti linguistici, però chissà perché solo per il secondo biennio:

Lo studente analizzerà i testi letterari non solo badando al contenuto, alla trama, al significato e al sistema culturale dell’autore, ma anche sviluppando la debita attenzione agli elementi linguistici (corsivo mio)[xiv].

Come che sia, la biforcazione dell’italiano in due discipline specialistiche, ognuna con le sue sottodisciplinette tipo antologia, narrativa, epica, Dante, saggio breve, ecc. ecc., è un vero problema: si traduce in libri di testo diversi, in ore di lezione rigidamente separate, in attività non comunicanti. In una simile gabbia disciplinare, con esiti didattici francamente grotteschi, è un’impresa preparare alla padronanza della lingua, ovvero farsi carico della paideia democratica dei futuri cittadini. Con una disciplina spaccata in due è evidentemente impossibile leggere effettivamente i testi e vederne viva la lingua nel contesto comunicativo fittizio modellato dall’autore tra chi parla e chi ascolta. La poesia «non è assolutamente altrove, non è un’altra lingua, è un’operazione nel linguaggio di tutti che però disattiva, rende inoperoso un certo uso del linguaggio», ricorda Giorgio Agamben[xv]. Caproni, in un’intervista a Claudio Angelini del 1988, a partire dalla riflessione sulle esagerazioni correnti nella lingua comune, gli dice che nella sua poesia gli piace essere incisivo fino magari a scrivere con una parola sola «possibilmente tutto nominale … minor numero possibile di verbi e aggettivi»[xvi]. La lingua d’uso, sembra spiegarci il poeta, è pennello e colori per gli scrittori. Leggerli non può prescindere dalla ricerca dei possibili sensi etici ed estetici del tracollo sintattico e semantico delle loro lingue.

Secondo Vygotskij, il pensiero verbale, all’origine di ogni possibile concettualizzazione, è un’area d’intersezione tra pensiero e linguaggio, in cui pensiero e linguaggio coincidono[xvii]. Nei cinque anni di Liceo, dopo gli otto della scuola dell’obbligo, è in questa area indistinta nella mente degli studenti che vanno coltivati entrambi nella doppia declinazione della lingua e del pensiero critico. Diversamente, la paideia non si darà su nessun piano. Qualche liceale, per sua natura ingegnoso, attingerà senz’altro un buon livello in entrambi gli ambiti, ma di certo non tutti, anzi pochissimi.

Educare il pensiero verbale non è facile, richiede tempo e senso della misura. Affrancati da qualsiasi prospettiva specialistica, si tratterebbe di far vivere agli studenti viaggi nella lingua opportunamente predisposti secondo ritorni, ricorsivi e a spirale, delle capacità e dei concetti da esercitare. Per farli salpare verso il senso sarebbe cruciale l’iniziale esercizio dei sensi, sempre all’erta in tutti e in ognuno, senza distinzione di classe e di stili di intelligenza. Le sperimentazioni fatte testimoniano che non tutti i vissuti funzionano. Una futura benvenuta scienza della scuola, tra i campi di indagine, dovrebbe avere anche quello delle esperienze estetiche capaci di introdurre allo studio di specifici aspetti del pensiero verbale. Proprio a proposito de I promessi sposi, per fare un esempio, è capitato, durante il primo confinamento del 2020, di proporne la lettura ad alta voce di Roberto Corradino, pubblicata ogni giorno, capitolo dopo capitolo, sulla sua pagina Facebook. Un’incantevole alternanza di inflessioni popolareggianti, di azzeccata caratterizzazione linguistica dei personaggi e di momenti di algida distanza attoriale ha fatto entrare trionfalmente nel romanzo liceali del secondo anno, in un modo mai visto prima. Il tentativo successivo di fargli gustare l’incontro tra il padre provinciale e il conte zio con l’aiuto della magnifica lettura di Paolo Poli non ha invece suscitato alcuna risposta degna di interesse. Nella fase dell’immersione sensibile nel tema, i ragazzi risentirebbero in classe andamenti della lingua esperita nella vita, potendo percepire per mezzo di quelli più vicini quelli più lontani, cogliere la straordinaria ricchezza di entrambi e soffermarsi su questa per tutto il tempo necessario ad osservarla. Ad ogni tornante concettuale, grazie a delicati passaggi di metalessi narrative, li si guiderebbe, in punti chiave, nel salto di consapevolezza da attori del vissuto a coro che commenta l’esperienza in atto. Allora l’oggetto dell’osservazione e dello studio diventerebbe il codice da decifrare in tutte le mutazioni della scrittura e dell’interiorità e il modo con cui ci si sforza di decifrarlo. La storia parla di noi non solo per le cose che vi accadono, ma anche per lo sforzo di mettere a fuoco le cose che accadono e per lo sguardo su noi stessi che ci sforziamo di capirle. Tappa per tappa verrebbe approfondita la riflessione sulle osservazioni fatte, sui possibili perché del farsi della lingua nella bocca di ognuno e su come, dalla bocca, le espressioni riescano ad apparire mute e vive sulla pagina, cambiata radicalmente la forma; se ne articolerebbe una modulazione di possibili sensi, oltre che della diversa istanza paradigmatica della norma; si inviterebbero gli allievi in contesti comunicativi fittizi convenientemente selezionati a provarsi nel riconoscere temi e forme in qualche modo già sperimentati e nell’arrovellarsi su come la lingua diventi, per esempio in quelli letterari, inoperosa, misteriosamente autoriflessa, capace di parlare loro su piani altri della conoscenza.

Immancabilmente, di fronte a una lingua piena dell’esperienza sensibile della vita, la comunità di una classe, se disposta all’attitudine della ricerca, dispiega la felice urgenza di comprenderla. Si riempie del gusto di ragionare muovendo dalle singole letture soggettive alla negoziazione di intenti sottesi di pensiero. E giunge anche all’imperioso bisogno successivo di imparare a parlare del processo conoscitivo attinto, affinando in maniera naturale la metalingua di volta in volta necessaria. Non sarà proprio lo studio dello scarto tra pragmatica e grammatica il corrispettivo dello studio della stilistica? Romano Luperini scrive che «la storia della critica dimostra che le interpretazioni di un testo sono infinite. Ciò non significa però che esse siano illimitate»[xviii]. Mi sono spesso domandata se al Liceo, dove ho insegnato per quarant’anni, e in generale a scuola per tutte le discipline, l’esercizio più democratico e costituzionale per apprendere a padroneggiare la lingua e insieme il suo portato concettuale non stia proprio in una siffatta armonia della classe protesa verso il medesimo obiettivo, ogni studente secondo la propria irripetibile sensibilità. Far studiare sui libri senza dare la possibilità di interloquire con questioni già linguisticamente e concettualmente affrontate, porta solo in pochi casi fortunati allo sviluppo di un pensiero critico autonomo, nella stragrande maggioranza alla cultura della ripetizione più o meno brillante di quello altrui, quasi sempre meno.

Sposi e lingue promessi – Nella conclusione del paragrafo Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze relativi alla letteratura del primo biennio, si legge una riflessione sull’opportunità della lettura de I promessi sposi al secondo anno:

Quanto a Manzoni, è debito ricordare che I promessi sposi entrano nei programmi scolastici negli anni Settanta dell’Ottocento perché si vuole affiancare ai modelli di prosa tre e cinquecenteschi un «classico contemporaneo». Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura dei Promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni[xix].

Non appena la Bozza delle Nuove Indicazioni per il Licei è stata pubblicata per una fase transitoria di riflessione e revisione, questo passaggio ha suscitato un caldo dibattito a favore o contro. Colpisce che i libri meno complessi elencati nelle righe precedenti, dopo anche la proposta di un anticipo di testi del Medioevo, siano opere di Moravia, Palazzeschi, Brancati, Fenoglio, Pavese, Carlo Levi, Primo Levi, Morante, Ginzburg, Calvino, Sciascia, Parise, Pasolini, Romano, Pontiggia. Poche righe prima si era invece sottolineata l’utilità, a proposito del primo biennio, di partire da testi come le canzoni «che si suppone siano più familiari agli studenti»[xx]. Il consiglio pur buono, rivela però l’idea di una familiarità di superficie intesa come noto. A stare a quanto si legge, a I promessi sposi mancherebbe una familiarità di lingua. La lingua manzoniana pare agli studenti oggi piuttosto astrusa. È vero, sebbene, come accennato, la leggibilità aperta da una lettura ad alta voce capace di incantare farebbe pensare anche ad altro nell’attuale tornante tra scrittura e nuova auralità, visibilmente in atto nel modo di pensare degli studenti da almeno venticinque anni. Certo, tocca all’insegnante capire se sia adeguato e possibile ambientare in un’opera esplorazioni a tutto tondo e se si sia individuata un’esperienza estetica tale da accendere i sensi di ogni studente e rendere per ciascuno familiare l’opera e la sua lingua eventualmente lontana. Così fa Marco Martinelli, glorioso regista di centinaia di giovani alle prese con la messa in vita di classici tra i più apparentemente morti, Pierini dei licei insieme a Uragani delle scuole di Scampia e di altre ancor più abbandonate periferie. All’obiezione che i classici sono noiosi risponde che non lo sono, che sono vivi, se si è in grado di interrogarli:

Sento già l’obiezione: i classici sono noiosi. Non è vero, ma è vero che così li percepiscono tutti, o quasi, gli adolescenti. E anche tanti adulti. Dipende allora da come li possiamo raccontare, da come li facciamo vedere. Bisogna saper resuscitare i classici, immaginarseli quando ancora non erano classici, quando neanche loro sapevano di essere dei classici, immaginarseli quindi da vivi, da ragazzini, da ribelli e insoddisfatti e scalpitanti, polemici e indisponenti, come spesso erano stati quegli esseri umani che oggi, nell’immaginario di tanti, sono solo un nome bislacco e un busto in un museo, muto e inutile. Se lo interroghiamo, se sappiamo interrogarlo, quel marmo comincia a parlarci[xxi].

Lo scorso ottobre, per la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, ospiti dell’Ambasciata italiana e del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Ankara, lo hanno mostrato ancora una volta. Hanno allestito, in poche ore, con ventisette studenti turchi, un’apertura scenica del Purgatorio dei poeti tratto dalla Commedia. Gli studenti hanno trovato e messo in Dante se stessi recitando in turco e in italiano insieme. I giovani spettatori loro colleghi si sono commossi alla vista dell’intensa e rigorosa messa in vita del nostro grande classico. Nei venti minuti dell’apertura, attori e spettatori insieme hanno fatto accadere l’evento del viaggio dal buio alla luce, lì, nel remoto altopiano del deserto anatolico. Dante è difficile, la sua lingua talvolta quasi incomprensibile, per i turchi di fatto inavvicinabile. Ma Martinelli giocando con il ma del «ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai», in turco amà, e di nuovo ama e amore in italiano, con umiltà e infinita sapienza ve li ha fatti penetrare accendendo un eros irruente nei loro corpi compressi. Rumeysa, una delle studentesse, ha poi scritto che per lei era stata una cosa nuova e strana, e che la paura e l’eccitazione provate durante le prove erano misteriosamente scomparse al momento di vivere la Commedia davanti e con gli spettatori.

In una classe di Liceo, laddove le classi sono uno spaziotempo molto simile a quello di un teatro, la paideia democratica della lingua deve tener per forza conto di entrambi i processi della conoscenza sensibile e noetica di Dioniso e di Apollo. Non può prescindere dall’enthousiasmos del dio giovane che è dentro e dalla sua potenza che sola può aprire a tutti i giovani dei licei, e della scuola in genere, la strada della conoscenza a distanza del dio lykeios. L’esperienza dionisiaca dei sensi e del corpo necessariamente vi precede e fonda la maturazione del pensiero verbale e della noesi. Nell’Iliade, il poema del furioso dolore dell’eroe giovane e dionisiaco destinato a morte necessaria da Apollo, Achille, dopo una resistenza lunga diciannove libri prima di consegnarsi al passaggio estremo, nel grandioso furore della sua prima e ultima immensa battaglia, lui, uomo, si trova inopinatamente a rincorrere il dio in fuga, dimentichi entrambi, in un infinitesimale frattempo, del destino ripetuto a martello per quasi dodicimila versi. Nel poema della città nascente, ritornerà uomo fatto travestito da Odisseo, apollineo e dall’ingegno multiforme. Nei primi anni Ottanta, a lezione di filologia, Canfora, sulla scorta di Diego Lanza, spesso ci ricordava che leggere vuol dire rileggere, riconoscere qualcosa che è già dentro: ad Atene i bimbi imparavano a leggere compitando i versi dell’Iliade dopo averli prima ascoltati durante le feste dai rapsodi e poi via via mandati a memoria.

A Barbiana Lorenzo Milani, che per consapevole scelta democratica insegnava l’italiano tutto insieme, non mancava di seguire il criterio della familiarità inteso come urgenza politico-sentimentale. Nella scrittura di Lettera a una professoressa – per Pasolini, pur dubbioso su alcuni aspetti dell’opera, «uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie»[xxii] – accompagna i ragazzini a dare parola a un sentimento caldissimo. La scelta stilistica aspra e petrosa, a restituire nella lingua le ferite delle bocciature agli esami, è evidente sin dall’incipit lapidario: «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti»[xxiii]. Scaturisce dalla minuziosa ricerca di una lingua che rappresenti fattualmente il confronto tra la pienezza rigorosa del metodo di studio praticato a Barbiana e la vacuità di quello della scuola pubblica. La forma della lettera risponde anch’essa al criterio della familiarità; è esercizio di scrittura tra i più praticati dagli adolescenti, intermedio tra la vita e la finzione, tra l’oralità e la pagina, la testualità oggi sicuramente più esperita nella forma breve del messaggio e del post. Rimando per questa cruciale questione alla lettura dei mirabili percorsi di italiano insegnato tutto insieme a partire da quelli sulla messaggeria, costruiti da Maria Piscitelli insieme alle maestre del Cidi di Firenze, riferimenti ineludibili per cominciare infine a pensare e formalizzare un’epistemologia scolastica democratica dell’italiano[xxiv]. Quella straordinaria lettera è quindi non solo una limpida accusa, mai perdonata, alla scuola pubblica italiana degli anni Sessanta infedele al mandato costituzionale. È la lucida illustrazione del farsi all’unisono della lingua e del pensiero mentre una comunità di studio e ricerca vive la propria formazione e, insieme, un metodo di apprendimento della padronanza.

Ne I promessi sposi, che a ben vedere «si situa dentro una biblioteca», non c’è una sola lingua, c’è una babele di lingue in cui un giovane in formazione si perde, non molto diversamente dai nostri studenti. Nel libro la promessa meravigliosa di ritrovare la famiglia perduta va di pari passo con quella di trovare una lingua che possa sanare la separazione tra il mondo della parola e quello del reale se esiste. La giovinezza, per statuto, sperimenta una tale babele esistenziale e linguistica, come testimoniano i preziosi graffiti nei bagni e sui banchi, o le ormai purtroppo desuete scritte dei bigliettini sottobanco. Renzo, come un qualunque nostro studentello, seduto sui gradini della cappella al centro del lazzaretto, sconfitto dai tanti agguati delle lingue del mondo malamente affrontate, articola una misteriosa lingua salvifica, sconosciuta agli adulti, non abbastanza grandi per sentirne compassione senza disprezzo.

[…] una preghiera, o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo[xxv] .

Il quadretto finale compie la promessa di maritare gli sposi, ma non del tutto quella di maritare la lingua al pensiero, affrancarla dall’immoralità della sfilata di lingue bifide esposte ad ogni stazione della biblioteca: per l’analfabeta del nostro scrittore, la scrittura resta, preoccupantemente, una birberia. Se si valuta possibile, per i nostri giovani, forti della loro confusione di parole arruffate e esperti di ambiguità sentimentali e linguistiche, un viaggio nelle peripezie del romanzo potrebbe rivelarsi un lungo, complesso e delicato processo di avvicinamento ad una lingua e a una società altre e lontane.

Senso e sensibilità – Cacciari in Scuola è politica, commentando un passaggio del dialogo platonico sulle Leggi, insiste a lungo sulla necessità che la retta educazione per il pais, il giovinetto dai 14 ai 18 anni su per giù, non si fondi sulle facoltà noetiche, ma sulla sensibilità e sui sentimenti immediatamente posseduti ricordando che « anche il senso è senso »[xxvi]:

Il giovane deve essere educato in base alla sua sensibilità, egli ha in sé la potenza per apprendere, anche attraverso le proprie facoltà noetiche, per apprendere anche le discipline diciamo scientifiche, i saperi particolari, ma tutto ciò lo ha in potenza. L’educazione deve portare questa potenza alla forma, ma come fa, quali sono gli strumenti che ha per far passare queste facoltà in potenza alla forma, all’atto? Bisogna partire appunto da ciò che per il fanciullo riveste la massima importanza, come avete sentito, quei sentimenti che il fanciullo possiede immediatamente e bisogna far sorgere, facendo leva su quei sentimenti, naturalmente, avversione al brutto e all’ingiusto e amore per il bello e per il giusto, questo è il fine essenziale dell’educazione […] bisogna creare le basi cioè di un ethos, questa è l’educazione, di un ethos, sede. Su quella sede staranno poi i saperi particolari[xxvii].

L’insistenza sui sentimenti, su ciò che il fanciullo possiede immediatamente, per portare la potenza dei saperi particolari, presente in ognuno, alla forma della padronanza, all’atto, rivela evidentemente l’ethos democratico della paideia descritta. L’esperienza sensibile del bello e del brutto appartiene indistintamente a tutti e ognuno desidera esplorarla parlandone, e poco importa se all’inizio è solo un balbettio. Impossibile per la scuola della Costituzione non aderire alla riflessione cacciariana.

Nell’Introduzione del romanzo Manzoni, constatata già allora l’oggettiva indeterminatezza della «lingua italiana», al momento di rifare la dicitura dello scartafaccio, si pone il problema di quale contromodello di lingua possa dare alla riconosciuta bellezza della storia un’espressione corrispondente: «che dicitura vi abbiam noi sostituita?».  L’agile e corrente lingua trovata si fa nel farsi della scrittura, mentre lui stesso si interroga sulle possibili obiezioni, mandate a spasso ogni volta dal loro non «badare ai fatti e ai princìpi su cui il giudizio doveva esser fondato»:

avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente[xxviii].

Una lingua della scuola per così dire maritata al pensiero non sarebbe molto diversa. In un andirivieni ben allestito tra la familiarità del dentro e l’alterità sociale e culturale della lingua della cittadinanza, verrebbe facendosi nella vita rivissuta nella classe, e, su una tale scena, nel farsi, proverebbe a riflettere su se stessa e a spiegare come è fatta e come fa a farsi. Crescerebbe insieme alla vita degli allievi, badando ai fatti e ai princìpi, di pari passo con lo sviluppo delle loro capacità noetiche, dalla pianta forte di ogni diversa lingua materna, in ariose e pazienti giravolte di esplorazioni conoscitive. La IV Tesi spiega in termini di pedagogia linguistica efficace quale potrebbe essere nel suo farsi:

Una pedagogia linguistica efficace deve badare a tutto questo: cioè al rapporto tra sviluppo delle capacità linguistiche nel loro insieme (tesi llI) e sviluppo fisico, affettivo, sociale, intellettuale dell’individuo (tesi lI), in vista dell’importanza decisiva del linguaggio verbale (tesi I).
La pedagogia linguistica efficace è democratica (le due cose non sono necessariamente coincidenti) se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come, ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, che riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzioni di lingua» e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell’azione della «Repubblica» […] è sulla scuola che, in modo dominante, anche se non esclusivo, devono concentrarsi gli sforzi per avviare un diverso programma di sviluppo delle capacità linguistiche individuali, uno sviluppo rispettoso ma non succubo della varietà, secondo i traguardi indicati, ripetiamolo, dagli articoli 3 e 6 della Costituzione[xxix].

Nella Lettera ai giudici, ritorna l’idea di una lingua che cresce insieme alla vita e al pensiero, a cui certamente le Dieci tesi guardarono:

Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola [xxx].

Nel paragrafo Come maestro è ancora più chiaro che l’italiano della paideia democratica del cittadino può sorgere solo in lezioni indistinte di vita e di lingua:

Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati […] E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa […] Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d’una «guerra giusta». D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata[xxxi].

Nelle Nuove Indicazioni, le due diverse prospettive accademiche del linguista e del critico letterario, nonostante i vari incroci, confermano la tradizione inattuale della padronanza indeterminata dell’italiano prescritta ai liceali, lontanissima da quella maritata della retta cittadinanza. Esattamente come nella stragrande maggioranza dei libri di testo, lunghi elenchi e buoni consigli le occupano insistendo con l’avvertenza di aggiungere una cosa ad un’altra, una cosa separata dall’altra: «all’antologia verranno affiancate letture integrali di libri, per incentivare l’abitudine e l’allenamento alla lettura»[xxxii] e «l’insegnante dedichi almeno una lezione (o un ripasso), all’inizio di ogni ciclo scolastico, all’uso consapevole dei vocabolari»[xxxiii]. Una tale parola programmatica potrà mai dare vita ad una lingua e a un liceo della retta educazione, potrà mai accompagnare i Licei nel gravoso compito costituzionale assegnato? Il Liceo, la scuola superiore, la scuola tutta, sono però a loro volta molto lontani dal poter raccogliere la sfida di fondare la propria scienza, nello specifico quella dell’apprendimento scolastico dell’italiano. Il fervore degli anni Settanta, prolungatosi almeno fino al Duemila, ha prodotto tanta ricerca e sperimentazione in questa direzione. Ma la scuola, luogo innanzitutto del dialogo e dell’oralità, non ha mai generato un sapere teorico in grado di fondare un’epistemologia scolastica e democratica delle discipline. Se una sperimentazione si è rivelata proficua, ha talvolta dato fattivamente corso a buone pratiche didattiche, riconoscibili qua e là nei consigli delle Nuove Indicazioni. I risultati raggiunti non hanno però mai assunto una forma teorica specifica, guadagnato spazio scientifico di sedimentazione e discussione, nobiltà di sapere, salvo rari felici casi[xxxiv]. Qualcosa alla scuola in questi ultimi venticinque anni è definitivamente sfuggito, anche se mentre accadeva non sapevamo cosa – o forse lasciavamo fare, come in una nitida memoria radiografica di Annie Ernaux. I libri di testo adoperati in classe continuano ad essere quasi sempre improntanti ad un elenco catalogico di contenuti disciplinari secondo l’epistemologia accademica della ricerca. La normativa spinge le nuove generazioni degli insegnanti verso un sempre più pesante grigiore burocratico. La scuola resta di fatto un’istituzione minorenne, impossibilitata ad assumersi la responsabilità del proprio mandato e della propria professionalità. Se non per questo, perché sarebbe allora il luogo in cui molte cose si scrivono, ma tutt’altre si fanno? Il risultato dell’incoerenza prospettica non va cercato lontano. È esperienza quotidiana di ognuno la sciatteria linguistica pubblica e privata e l’avanzare impetuoso di un vigoroso neovolgare, di pari passo con l’infragilimento del pensiero dialettico e dell’affermazione prepotente della retorica e del pensiero associativo. Con buona pace dei maestri disobbedienti e della loro ricerca di un possibile vero scolastico.

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[i] Nuove Indicazioni nazionali per i Licei, https://www.mim.gov.it/-/pubblicato-il-testo-delle-nuove-indicazioni-nazionali-per-i-licei- , da ora in poi NIN, p.1.

[ii] art. 17 del DL del 13 aprile 2017, n. 62.

[iii] NIN, pp.4 -5.

[iv] Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma nato nel 1972 e diventato nazionale nel 1979 e Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica nato nel 1973.

[v] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[vi] https://www.edscuola.it/archivio/cronologia/0627.html

[vii] Ibidem.

[viii] Rilevazione apprendimenti prova scritta d’italiano, a cura dell’invalsi e dell’Accademia della Crusca, p. 54.

[ix] Si ricordano Gruppo di lavoro Invalsi – Accademia della Crusca, Rilevazione Apprendimenti Prova Scritta Italiano – RACCOLTA MATERIALI E ANALISI DEI DATI SESSIONE 2007; Lina Grossi, « La Ricerca», 30 giugno 2015.

[x] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1976.

[xi] Sulle Indicazioni nazionali/2 (più ampiamente) di Claudio Giunta, 25 Aprile 2026.

[xii] Jaqueline Visconti, La lingua della costituzione, tra lessico e testualità, « Rivista », N°: 3/2022, 29/08/2022

[xiii] NIN, p. 2.

[xiv]Ibi, p. 4

[xv] Giorgio Agamben, Che cos’è la poesia?, https://www.youtube.com/watch?v=Mh_-BlNVVQM (trascrizione mia).

[xvi]Claudio Angelini, Oltre la parola. Intervista a Giorgio Caproni, «L’aquilone», Rai Uno, 1988,  https://www.youtube.com/watch?v=zvwy3A3Iy-k (trascrizione mia).

[xvii] Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, ( a cura di Luciano Mecaccci) Bari, Laterza, 1990, p. 118.

[xviii] Romano Luperini, La critica, la scienza e l’ermeneutica, https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/letteratura-e-scienze, p.2.

[xix] NIN, p.6

[xx] NIN, p.5.

[xxi] Marco Marttinelli, Aristofane a Scampia, Milano, Ponte alle Grazie, 2016.

[xxii] Pier Paolo Pasolini, La cultura contadina della scuola di Barbiana – «Momento», IV, 15-16, gennaio 1968. https://pasolinilepaginecorsare.blogspot.com/2022/01/pier-paolo-pasolin-la-cultura-contadina.html?m=10

[xxiii] Lettera a una professoressa

[xxiv] https://www.fucinadelleidee.eu/

[xxv] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVI.

[xxvi] Massimo Cacciari, La scuola è politica, incontro del ciclo «Scholé. Per la formazione dei cittadini» a cura di Ivano Dionigi, https://www.youtube.com/watch?v=jp7abVgdzg4, min. 27 (trascrizione mia).

[xxvii] Ibidem.

[xxviii] I promessi sposi, Introduzione.

[xxix] https://giscel.it/dieci-tesi-per-leducazione-linguistica-democratica/

[xxx] Lorenzo Milani, Lettera a Nadia Neri, https://www.radiomugello.it/blog/la-lettera-a-nadia-di-don-milani/

[xxxi] Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, https://sites.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[xxxii] NIN, p. 3.

[xxxiii] Ibi, p. 2.

[xxxiv] Cfr. per esempio, Carlo Fiorentini, Rinnovare l’insegnamento delle scienze. Aspetti storici, epistemologici, psicologici, pedagogici e didattici, Roma, Aracne, 2018.

Les nouveaux réalistes: Gino Ciaglia

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Le cose si spostano
di
Gino Ciaglia

Nostro nonno collezionava impianti stereo rotti. Se qualcuno gli diceva: «Che bella passione», si sentiva rispondere: «La passione è una cosa da froci».
Infatti, noi che lo conoscevamo bene, sapevamo che la sua non era una passione, né lui era il tipo che rifà il trucco alle cose vecchie per farle sembrare moderne. Era semplicemente incapace di buttare via qualcosa che avesse toccato la nonna, o che avesse anche solo guardato. Gli impianti stereo erano dodici, e ognuno aveva il nome di un santo scritto su nastro adesivo, in stampatello, col pennarello indelebile, come fanno gli animatori con i bambini al campo estivo.
Li teneva in cantina, allineati contro il muro di cemento umido come militari in attesa di ordini. Ognuno aveva qualcosa che non andava: uno non leggeva i CD, un altro aveva il volume bloccato al massimo, un altro ancora aveva perso l’antenna e captava solo una stazione rumena che trasmetteva canzoni folk.
Quando sono andato a svuotare la cantina, dopo, ho trovato anche i manuali. Li aveva conservati tutti. Li aveva messi dentro buste di plastica trasparenti, quelle con la chiusura a zip, e li aveva etichettati col nome e l’anno di acquisto. Il manuale del primo impianto era del 1977.
Lui aveva quarant’anni.
Io due.

L’appartamento ci ha messo tre settimane a sembrare vuoto. Non tanto per le cose ‒ quelle le abbiamo smaltite in fretta, a parte gli impianti stereo su cui siamo rimasti fermi per un po’ ‒ ma per via dell’aria. L’aria di un appartamento abitato per cinquant’anni ha una consistenza diversa. Entra nei polmoni in modo diverso.
Lisa, mia sorella, dice che è la polvere, che la polvere vecchia ha un odore da sciroppo per la tosse scaduto. Non ha tutti i torti. Ma io sento le voci: rimangono nelle pareti come il fumo di sigaretta e la fuliggine del caminetto, e credo che ci voglia del tempo prima che escano.
Il nonno fumava a ritmi tali che se Fabrizio De André fosse stato suo amico, avrebbe buttato via la propria sigaretta e gli avrebbe detto: “E cazzo, Pino, almeno tu smettila!” E parlava anche molto, e ad alta voce, anche quando era solo. Soprattutto quando era solo. Aveva iniziato quando la nonna se n’era andata ‒ questo è il termine che ha sempre usato, se n’era andata, come se avesse preso un treno e lui non fosse stato via di casa per sette anni. Aveva continuato a ragionare ad alta voce per abitudine, e poi l’abitudine era diventata un metodo, e il metodo era diventato una specie di compagnia, come una tv senza telecomando bloccata sullo stesso canale.
Negli ultimi mesi, quando Lisa e io lo sentivamo dalla nostra stanza che discuteva con la lista della spesa ci sembrava imbarazzante.
«Trenta grammi di prosciutto cotto non bastano, Marialuisa».
«E allora prendi il petto di pollo, dai».
«Il petto di pollo non lo mangiano».
«E allora cosa mangiano?»
«Boh. Le merendine».
Avevamo sette e cinque anni, Lisa più piccola, e ridevamo sotto le coperte cercando di non fare rumore.

Gli impianti stereo li abbiamo portati all’isola ecologica un martedì mattina. Quando li ho portati dalla cantina alla macchina, infilandoli sul sedile posteriore e nel bagagliaio, mi sono reso conto che erano pesanti in modo… sgradevole, si avvertiva il peso morto di una cosa che ha smesso di funzionare.
«Secondo te perché li teneva?» ha chiesto Lisa ferma a un semaforo.
«Che cazzo ne so. Nostalgia?»
Lisa ha stretto le mani sul volante. È una di quelle persone che hanno bisogno che le cose abbiano un senso, che ci sia sempre una spiegazione. Fa l’insegnante di matematica e crede nella dimostrabilità delle proposizioni. Io faccio il grafico e al massimo credo nella dimostrabilità delle proporzioni.
«Io mi sono sempre chiesto perché aveva dato a ognuno il nome di un santo». Lisa ha fatto una piccola risata che non era del tutto una risata. «In verità vi dico… oggi uno di voi mi manderà in corto circuito!»

All’isola ecologica c’era un uomo coi guanti gialli e la pettorina arancione che prendeva le cose e le metteva nei cassoni. Lo faceva con una certa cura, e questo mi ha colpito. Ha preso il primo impianto, lo ha girato tra le mani, ha visto il nastro adesivo con il nome di Giuda Taddeo, l’ha messo nel cassone e lo ha lasciato andare con delicatezza. E mentre guardavo quella scena ho rivisto il nonno vestito di tutto punto, il profumo di dopobarba che sapeva di farmacia, che mi teneva sulle ginocchia e mi lasciava giocare con l’orologio al polso.
Aveva lasciato la nonna quando avevo otto anni e Lisa sei. Da quel giorno lo vedevamo solo la domenica; poi una domenica sì e una no. Dopo, le domeniche sono diventate le vacanze di Natale, poi un’estate sì e una no, e infine tutto si è trasformato in brevi telefonate in cui chiedeva come andava la scuola. Noi dicevamo “bene” anche quando non andava bene, perché avevamo capito che tanto non ci avrebbe chiesto il perché.
Non era cattivo. Era… un uomo piccolo, nel senso che occupava poco spazio nel mondo, e probabilmente questo gli pesava. Aveva fatto il geometra tutta la vita in uno studio di tre persone e aveva misurato case che non avrebbe mai potuto comprare; poi, a un certo punto, aveva incontrato questa vecchia contessa che lo guardava come se fosse un Rembrandt, e Ciao nonno.
La nonna non ne aveva mai parlato male davanti a noi. Questa è la cosa che mi ha sempre colpito di più, come se sapesse che avremmo capito, prima o poi.
Ho capito tutto a diciannove anni, a una cena di Natale dalla sua nuova famiglia ‒ lui, la contessa decaduta, e il figlio di lei, di quindici anni, che si chiamava Claudio. La casa bella, molto più grande di quella che aveva lasciato alla nonna, con i pavimenti in parquet e una lunga vetrata che dava sul giardino.
Claudio aveva dormito sul divano per tutta la serata con un bradipo di peluche stretto al petto; a un certo punto ha aperto gli occhi e mi ha chiesto se fossi bravo a giocare ai videogiochi e io gli ho detto di sì, anche se non era vero.
Sulla strada di ritorno in pullman ‒ si era offerto di accompagnarmi ma preferivo starmene da solo ‒ ho pensato che le scelte non hanno sempre un colpevole, ma hanno sempre delle conseguenze. E le conseguenze di quella scelta erano state mia nonna da sola, con un figlio che ormai era solo una foto sul caminetto e la lista della spesa con cui discuteva la sera, o a volte al telefono con la mamma.
Non gliene ho mai voluto. O forse sì, ma in modo… come un rumore di fondo che dopo un po’ non senti più.

***

Tra le sue cose abbiamo trovato una scatola di scarpe piena di fotografie. Le persone della sua generazione le tenevano così, ammassate alla rinfusa. Almeno però le stampavano. Erano lì tutte insieme, gli anni sessanta mescolati agli anni duemila: io bambino con Lisa in braccio, mia madre giovane con la nonna dal viso ingrugnito, e in mezzo ogni tanto spuntava lui, il nonno. Ed era sempre giovane, perché le foto con lui finivano nell’ottantotto.
Lisa le ha prese tutte e le ha messe sul tavolo della cucina e ha cercato di ordinarle per anno. Ci ha messo un pomeriggio intero. Io nel frattempo smontavo gli scaffali del ripostiglio e ogni tanto passavo a vedere come andava.
«Guarda qua» mi ha detto, sventolando una polaroid.
Era una foto di nostra nonna giovanissima, in piedi davanti a quello che sembrava un bar, con un vestito azzurro e i capelli corti. Rideva. Rideva in un modo che non le avevo mai visto: aperto, un po’ spericolato.
«1956» ha detto Lisa. «Madooo’, com’era bella!»
Gliel’ho sfilata di mano. L’ho guardata. Avrà avuto quindici o sedici anni. Era bella in un modo che non avevo mai considerato; nessun nipote guarda la nonna in quel modo.
«È triste» ha detto mia sorella.
«Cosa?»
Il borbottio del caffè che saliva ha sospeso la risposta.
Lisa ha rimesso la foto sul tavolo e ha continuato a ordinarle. Le ho poggiato la tazzina vicino e sono tornato nel ripostiglio. Dopo un po’ ho sentito un rumore sommesso: tirava su col naso, piangeva. Non sono rientrato in cucina a vedere, perché sapevo che non avrebbe voluto.

Nostra nonna aveva una frase che ripeteva sempre, e la diceva senza enfasi, come si dice “fa freddo” o “manca il latte”.
La frase era: le cose non finiscono, si spostano.
La diceva per tutto. Per le relazioni, per gli oggetti, per i dolori.
Quando avevo quindici anni e la mia prima ragazza mi aveva lasciato per uno di quinta ‒ uno che aveva già la patente, una Vespa rosso fuoco e una sicurezza che io non avrei raggiunto prima dei trent’anni ‒ mia nonna mi aveva portato una tazza di Ovomaltina e mi aveva detto: «Non finisce, si sposta».
«Cosa, nonna?»
«Aé, mo vuoi sapere troppo».
Freire, Spock e Montessori, via, fate passare nonna Dina!
A cinquant’anni penso di averlo capito. Penso che volesse dire che niente sparisce davvero; che tutto ciò che si è perso continua a esistere, in qualche modo, per sempre.
Il dolore non finisce, diventa qualcos’altro.
L’amore non finisce, cambia forma.
Le persone non finiscono ‒ e qui mi fermo, perché non sono sicuro di credere in nulla di soprannaturale. Ma lo penso lo stesso, perché anche così, anche senza la parte soprannaturale, mi sembra vero.
La nonna è morta d’infarto fulminante il sette luglio 2015, alle sei di mattina, mentre guardava la caffettiera sul fornello acceso.
Il medico ci ha detto che non ha sofferto. I medici dicono sempre così ‒ lo dicono perché non possono dire altro, e lo diciamo anche noi quando qualcuno ha bisogno di sentirlo.
Forse non ha sofferto davvero. Forse stava pensando a qualcosa di banale, come la lista della spesa o come sarebbe andata tra Brooke e Ridge quel pomeriggio, e poi il caffè ha sporcato tutto il piano cottura e lei non c’era più.

C’è una cosa che non ho detto a Lisa. Che non ho detto a nessuno.
Il giorno prima di morire, la nonna mi aveva chiamato. Erano le tre del pomeriggio e io stavo lavorando, avevo una scadenza e stavo aspettando una mail dal cliente. Ho risposto in modo distratto, con la voce da oltretomba che uso quando vorrei che i telefoni non esistessero.
Lei mi ha chiesto come stavo, io ho detto bene. Mi ha detto che aveva visto un documentario sui polpi che era molto interessante e che avrei dovuto vederlo, io ho detto sì, nonna, lo vedrò. Mi ha chiesto se avessi mangiato, io ho detto sì. Mi ha chiesto se avessi chiamato il dentista per quella carie che rimandavo da due mesi, e io ho detto di sì, ma era una bugia.
Poi ha detto: «Ti voglio bene».
E io ho detto: «Anch’io, ciao». E ho riattaccato.
Le avevo dedicato un minuto e ventisette secondi. Almeno questo diceva lo schermo. Strano, non mi ero mai fermato a leggere la durata di una telefonata, prima.
Sono tornato alla scadenza, alla mail del cliente, e non ci ho più pensato, non fino al mattino dopo quando mia sorella mi ha chiamato che ero ancora a letto. Parlava in un modo che non riconoscevo, con una voce che non le avevo mai sentito, una voce da cui si capiva subito che qualcosa era cambiato in modo irreversibile.
Non ho rimpianti, o almeno cerco di non averne, perché i rimpianti sono una forma di presunzione ‒ presuppongono che avremmo potuto sapere. A volte, però, la notte mi sveglio e penso a quel minuto e ventisette. Penso che i polpi hanno tre cuori, il sangue blu e una forma di intelligenza distribuita lungo i tentacoli, e che questo forse c’entri qualcosa con come funziona il mondo, anche se non so cosa.

L’ultimo impianto stereo lo abbiamo trovato nell’armadio della camera da letto, sepolto sotto una coperta di lana. Era un Grundig vecchissimo, coi tasti di plastica beige e il mangianastri. Sul lato c’era il nastro adesivo con scritto: G. C. Non il nome per intero, come sugli altri undici. Ora vai a capire se voleva dire Gesù Cristo o il nome della nonna.
Quando ho premuto il tasto play, così, senza pensarci, l’impianto ha fatto un rumore, poi un altro rumore, e alla fine ha suonato.
Dentro c’era ancora una cassetta, e la cassetta funzionava. Era una canzone che non conoscevo, una voce femminile, un ritmo che adesso suona ridicolo ma che allora doveva sembrare il futuro.
Lisa si è fermata sulla porta. Ci siamo guardati.
«Sai cos’è?» ho chiesto.
Ha scosso la testa.
L’abbiamo ascoltata tutta, in piedi davanti all’armadio del nonno, con la luce del corridoio che entrava obliqua. La canzone è finita, l’audiocassetta si è bloccata.
Abbiamo salvato il vecchio Grundig dall’isola ecologica.
L’ho preso io. Ora è in camera mia, con la cassetta ancora dentro. Non lo riaccendo mai; però so che funziona, e questo mi basta. Non so spiegare perché mi basti, ma mi basta.
Un pomeriggio, mentre spolveravo lo stereo, lo sportellino si è aperto di scatto. Incuriosito, ho sfilato la musicassetta – chissà perché non lo avevo fatto prima. Sull’etichetta di carta ingiallita, un tratto di penna rossa ormai sbiadito, riportava le stesse iniziali di prima ‒ G. C. ‒ ma stavolta per esteso: Gerardina Concilio, 1957. Ho fatto due conti ‒ l’anno doveva essere quello del loro matrimonio.
La nonna aveva ragione.

Fine dell’arte

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di Leonello Ruberto

“Art is dying in this world, and so is listening, as the world becomes more full of toys and special effects.”

Keith Jarrett (dalle note di copertina dell’album Jasmine di Keith Jarrett e Charlie Haden pubblicato dalla ECM nel 2010)

 

È comunque una fortuna essere nati su questo mondo. Aver avuto la possibilità di fruire in qualche modo della creatività prodotta dal genere umano.

Non importa che sia stato a distanza, a distanza di anni, attraverso registrazioni d’archivio, che sia un libro di carta, un disco inciso o un nastro magnetico.

Importa di più che sia stato in maniera virtuale. Per come abbiamo cominciato a intendere il virtuale da un’epoca storica in poi.

All’inizio era solo riversamento in digitale. Dall’analogico al digitale, e che potessimo sentire il “gusto” diverso o meno, poco cambiava nella sostanza, se non per chi si interessava della questione.

Comunque era una copia. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Ma il virtuale che conosciamo noi non è solo una copia digitale, non lo è più e forse non lo è mai stata, fin dall’inizio.

Questo l’inutile, ormai, rammarico. Avremmo potuto affrontarlo diversamente, sapendo, immaginando, riflettendo.

Che non voleva dire negare l’evoluzione, fare gli oscurantisti in un moderno revival medievale, se mai c’è stato un medioevo come intendiamo di solito il Medioevo.

Il nostro digitale si è rivelato la sostanza stessa. E il ventunesimo secolo si è rivelato per la rivoluzione che contiene. Non ce ne siamo accorti se non dopo qualche decennio.

Ma è bastato qualche decennio per rendere il processo irreversibile.

Ero giovanissimo quando incontrai la musica jazz e cominciai a provare nostalgia per quel mondo che non c’era più. Nostalgia per qualcosa che non avevo mai vissuto.

Ma ero anche grato di poter ascoltare quella musica: se non esisteva il contesto in cui era stata creata, comunque la tecnica otto-novecentesca della registrazione mi permetteva di ascoltarla.

Viaggiando nel tempo, come per tutta l’arte. Quando mi rammaricavo comunque con qualcuno che il jazz di fatto non esistesse più, non come era stato, e mi chiedevo chi e perché ci avesse messo fine, l’interlocutore di turno finiva per definirmi: purista.

Per me non era quello il punto. Capivo benissimo che l’arte può essere creata sempre e che anche in quel momento c’erano grandi artisti capaci di farlo.

E che buon jazz era stato creato anche dopo di Coltrane. Ma non c’era più un mondo in cui in un club di New York Lester Young potesse salire sul palchetto a duettare con la sua amica Lady Day, Billie Holiday.

Quando Miles Davis, giustamente dal suo punto di vista, perché voleva rimanere protagonista in musica come sempre era stato, era passato all’elettrico, qualcosa si era interrotto.

Forse non c’entrava Miles, lui ne aveva semplicemente preso atto. Ma io oggi vedevo solo il risultato.

Non negavo il valore, la godibilità della musica con qualsiasi tecnica, acustica, elettrica o elettronica, sia fatta. Non ero un purista. Ma apparivo tale.

Era come in politica: apparivo in un certo schieramento, anche se non ero e non volevo essere schierato. Ma solo un cittadino libero di farsi un’idea.

Sentivo l’impotenza di ogni cittadino come me, di chi rifletteva su certe cose invece di accettarle, viverle e basta.

Il mondo della musica jazz, anche se testimonianze continuavano a esistere, era sparito anni prima che io nascessi. Ma c’era un mondo di arte che vedevo sparire davanti a me.

Perché il digitale non era più una copia dell’analogico. Ma nemmeno uno strumento di creazione, come era stato il primo digitale, il proto-digitale, l’uso di una nuova tecnologia.

Qui era la creazione stessa. Ma non essendo più umana, per chi si creava?

Sempre per la fruizione degli umani.

Quindi anche la mia. Me ne stavo intontito a vedere i risultati inquietanti generati dalle intelligenze artificiali.

Sempre più precisi, eppure sempre con qualcosa di strano, che non sapevo spiegare se non apparendo come uno di quelli che non vogliono le novità, che tanto è stato così anche quando nacque il mio amato jazz e dissero che era la fine della musica.

Ma io intendevo e sentivo qualcosa di diverso. Io che non ero nessuno e di questa sensazione, o lungimiranza, non sapevo che farmene. Se non soffrirci.

Io sapevo scrivere e sapevo disegnare, ma oggi, come tutti, riesco a farlo solo con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Anche sul lavoro è stato lo stesso, nello studio di architettura non ricordo più a che punto smisi di fare fotoinserimenti e render e li lasciai fare all’AI.

È vero, non ho mai amato i render, per questo ho ceduto. Ricordo ancora i primi anni di università, quando il CAD era solo un’opzione, una scelta consentita che comunque doveva dare lo stesso risultato del disegno a mano.

Le stampe su lucidi, i modelli di cartoncino e poliplat, la colla UHU. Il trucco di stampare a casa i disegni fatti in CAD, con la canon e le sue grosse cartucce che riempivo con la siringa, a caricamento posteriore, un foglio alla volta, su A3 da incollare e poi lucidare a mano col rapidograph.

E poi l’arrivo di photoshop, e i nuovi trucchi che accecavano professori che per la prima volta nella storia avevano capacità tecniche inferiori ai loro allievi: non erano più maestri del disegno da cui apprendere, bensì persone quasi vecchie da stupire con banali effetti speciali.

Quanto mi è mancato il disegno a fil di ferro, in bianco e nero, anche se fatto al computer. Vedendo colleghi dalle poche capacità progettuali fare il balzo in avanti grazie alle loro tavole colorate stampate su costosa carta di alta qualità.

Provai anche, una volta diventato lavoratore, a proporlo allo studio: un ritorno al disegno dell’architettura, piante e volumi in bianco e nero che parlassero di composizione.

Mi fu chiesto un render con delle persone – era troppo vuoto e inquietante con solo l’edificio –, più luminoso, come quelli che i clienti sono abituati a vedere.

Non cercai di spiegare l’inquietudine profonda che mi davano quelle immagini iperrealistiche simulanti una realtà sempre e per sempre irreale.

Fantasticai di inviare curriculum e portfolio a un celebre architetto che sul sito web proponeva ancora disegni. Il sito fu rinnovato e ora c’erano solo pochi render e tante foto. Rimasi ovviamente dov’ero.

Atroci furono poi le prime richieste del processo inverso: convertire modelli virtuali in immagini di disegni a mano – mentre diversi conoscenti trasformavano le loro foto di famiglia in dipinti di Van Gogh.

Comunque oggi so che non saprei fare più quello che facevo da ragazzo.

Così nessuno sa più suonare un sassofono o dipingere a olio su tela.

Ma il peggio è che nessuno sa più comporre musica, progettare un edificio, creare un dipinto o girare un film.

È vero, come diceva chi mi chiamava purista, l’arte viene fatta ancora.

Esistono i libri, i film, i disegni. Ma vengono generati – o co-generati, poco cambia, il senso è che passano da lì – da intelligenze artificiali.

Che combinano quantità di dati sterminate, tanto da creare risultati che paiono originali, perché nessun umano è in grado di riconoscere tutte le fonti.

Eppure un umano qualsiasi come me se ne accorge, percepisce qualcosa, qualcosa di noto, imitazione meccanica e non umana ispirazione, forse è questa la sensazione inquietante di cui parlavo.

Alla maggior parte dei miei simili non frega niente come non fregava niente di quella vecchia musica jazz morta.

E nel dirlo mi sento un insignificante che appare saccente. Che si crede speciale senza esserlo.

La sola realtà è che, anche se non sono solo – nel mondo ci saranno altri che sentono ciò che sento io –, comunque mi sento solo.

E impotente: ma questo lo sono. Come lo siamo tutti, che ci importi o meno.

E so che l’intelligenza artificiale che mi sta guidando nella scrittura di queste parole sta memorizzando.

Ciò che in un mondo umano sarebbe nulla in confronto a tutti gli abitanti del mondo.

Ma che per un’AI è un dato in più da combinare e gestire con tutti gli altri, senza alcun limite.

Il limite che per me c’è e che il mio piano base mi pone ora: se voglio proseguire nella scrittura e nella riflessione devo passare alla versione premium.

Mi è stato comunicato in tempo reale il preavviso di licenziamento dallo studio di architettura. Alla fine è successo davvero ciò di cui blateravano i catastrofisti: non servo più. Perché il lavoro è ed è sempre stato questo: servire. L’evoluzione in qualcosa di diverso, qualsiasi sia il livello di sviluppo tecnologico e sociale, si è dimostrata inattuabile.

Non mi potrò permettere l’upgrade, visti i prezzi raggiunti, arrivati al punto in cui nessuno ricorda più quali erano all’inizio i costi di un servizio accessorio poi diventato primario.

Non mi rimangono che pochi caratteri a disposizione.

(N.d.r.: foto di Daniele Muriano)

Le amicizie possibili

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di David Watkins

Esistono amici che non sono né reali né immaginari, ma possibili.

A differenza degli amici reali, gli amici possibili non hanno alle loro spalle un passato comune, una memoria a cui appellarsi per giustificare lo strano affetto che passa tra loro. A differenza di quanto accade nelle amicizie immaginarie, quell’affetto non se ne sta chiuso nella solitudine di un sogno a occhi aperti, ma sta proprio lì, in mezzo a loro, come in anticipo, quasi a dispetto dell’esperienza, e preme sui bordi dell’aria che li circonda, cercando un varco per entrare.

Sanno l’uno la faccia che l’altro faceva, da bimbo, nel perdere ai giochi. Eppure, sono la perfetta antitesi degli amici di infanzia: se questi portano l’amicizia a un punto di massima prossimità con la famiglia, della quale ereditano anche gli aspetti più rognosi, gli amici possibili, invece, celebrano il connubio dell’amicale e del non familiare, dell’intesa e dell’estraneo.

Di qui la peculiare miscela di gioia e imbarazzo che provano nell’incontrarsi di persona. La loro incapacità di lasciarsi andare al dialogo, l’entusiasmo goffo che sbanda nelle loro parole. La felicità di non avere confidenza alcuna.

Per mail o per messaggio, a distanza, come da morti, lì sì che ritrovano il tono, l’intonazione del bene che chissà come si vogliono, anche se preferiscono, per lo più, comunicare l’uno all’insaputa dell’altro, come due che abbiano preso il vizio di parlarsi bene alle spalle.

È che gli amici possibili vivono nel contrattempo: quando c’è l’uno, non c’è l’altro, e quando l’altro arriva, ecco che l’uno deve proprio tornare a casa. Mancare all’appuntamento è il patto implicito che sancisce la loro amicizia.

Questo restare una vita alle soglie di un vissuto comune, questi incontri ogni volta mancati insieme non sono, d’altronde, che i riverberi di un contrattempo più strutturale. Tutto accade infatti come se gli amici possibili fossero gli attori di un incontro giusto avvenuto nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Se si fossero incontrati prima, un po’ più in là, quante cose che avrebbero fatto insieme! E ora, invece, eccoli qui, costretti a contraddire a una a una le coordinate dello spazio e del tempo, per non perdere di vista una verità – la loro amicizia – che sembra sussistere al di qua della geografia e della storia.

Perché in qualche modo lo sanno: la possibilità della loro amicizia è reale, e non manca di nulla. Anzi: li traghetta in un rapporto che sta a un passo così dall’essere libero dal rapporto umano, dai suoi inevitabili effetti collaterali. E se avanzassero ancora nella simpatia che discretamente li lega, diverrebbero capaci di percepire qualcosa come un’amicizia aerea, diffusa, sparnicciata a destra e a manca, intercettabile soltanto da quella peculiare forma di intelligenza che è il naso, tra le intercapedini del mondo.

Anche i più reali degli amici, quando non si vedono, si fiutano per aria, tornano possibili (ed è forse questo il senso in cui si può dire, come si dice, che gli amici ci sono sempre).

 

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in copertina una immagine di ©Sebastiano Raimondo da Presente Infinito

Aberrazioni in forma di tetramerone

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di Alice Pisu

Nell’ultimo romanzo scritto prima della morte e pubblicato postumo, La palude definitiva, Giorgio Manganelli compie un’allucinata ricognizione di un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire, non rappresentabile su una mappa, dove sentirsi escluso dal consorzio umano. Dotata di una sua magnificenza, tra farfalle di putredine che si levano in volo, grumi di insetti galleggianti, vermi decomposti in filamenti erbosi, la palude è uno spazio polimorfo e ambiguo. Investe di innumerevoli favole drammatiche chi, nell’attraversarla, è divorato da interrogativi sulla reale natura degli spettri – forse gli abitanti dei cenotafi? – che sostano sulle soglie del suo corpo.
Nel disegno unitario alla base di Mamma mostro (Nutrimenti), Danilo Soscia rivela la necessità di penetrare tale palude manganelliana con racconti dove confluiscono rimandi disparati – Shakespeare, Perrault, Boccaccio, Chaucer, Poe, Kafka, Hoffmann, Landolfi, Buzzati  – e suggestioni che fondono gotico contemporaneo, new weird, realismo, fantascienza, ritratto sociale, riscrittura del mito. Con un profondo studio dell’orrore, l’autore ispeziona la miserevole complessità umana entro lo schema del tetramerone: l’incedere narrativo è cadenzato da quattro sezioni/giornate da dieci racconti con una precisa evoluzione, dalle storie di non-morti, di mutanti, di spettri, l’approdo è il libero orrore.
L’opera si inserisce in una produzione composita ma coerente dello scrittore, che già dal suo esordio con Gli dei notturni (minimum fax) tradiva una fascinazione per l’onirocritica greca nella tendenza a reimmaginare forme di misticismo con ricorrenze che avrebbero caratterizzato anche la produzione successiva alle quaranta ipnografie, come lo scheletro narrativo, lo sguardo diacronico, lo scandaglio del legame originario tra morte e immaginazione. Il conflitto col tempo, ritenuto da Lovecraft il più potente e fruttuoso soggetto nell’ambito dell’espressività umana, è favorito nelle storie di Soscia dal bilico di verosimile e assurdo perché, come sostenuto dall’inventore dei miti di Cthulhu, è necessario garantire “un accurato realismo in ogni fase del racconto salvo per ciò che concerne il fatto meraviglioso di cui tratta” (Note su come scrivere racconti fantastici).
In Mamma mostro l’elogio dell’abominio assomma un gusto epico per l’ibrido e per il trascendente inserito in una meditazione sulla matrice tragica dell’esistenza, resa con pagine memorabili sulla solitudine, sul senso di alienazione contemporanea, sull’incertezza del vivere senza lavoro e senza casa, sul ricatto dei ruoli sociali predefiniti, sulla labilità delle relazioni, sui miti dell’infanzia, incistate in storie di orripilanti metamorfosi, di allucinazioni e varchi dell’ignoto. Ogni racconto spalanca voragini su un immane vocio proveniente da un tempo e da uno spazio sconosciuti, in qualche misura riconoscibile da chi legge per la natura della sua irruzione sulla pagina con elementi ordinari come un telefono, un mazzetto di banconote o una fotografia, resi strumento di connessione con l’irrealtà che infettano il noto in modo irrimediabile.
Il sentimento detonatore è la nostalgia per un tempo anteriore vissuta da soggetti soggiogati da una fatale idealizzazione dell’infanzia, alla ricerca vana dell’origine della malinconia e, per questo, puniti con efferatezza, come accade a chi torna nel borgo della giovinezza e viene sbranato dalla bottegaia di fiducia, o chi viene fagocitato nell’incubo permanente della madre di una creatura acquatica leggendaria. Destino comune anche a chi torna nella casa natale alla ricerca della collezione paterna di elenchi telefonici internazionali per poi essere travolto, nel sollevare la cornetta del telefono di una casa chiusa da decenni, da un nugolo di voci che all’unisono pronunciano il suo nome in infinite lingue diverse; o a chi riconosce la propria grottesca immagine infantile nel tatuaggio mutante che aveva appena realizzato sulla schiena di una centenaria.
Ogni storia ne riscrive innumerevoli altre nel dare una nuova veste a noti personaggi letterari, dalle vicissitudini di una Griselda contemporanea all’ironia della sorte affrontata da Barbablù, dal destino di Shahrazād andata in sposa a un vampiro di Mumbai, al viaggio macabro di una novella Lisabetta da Messina (Decameron, IV, 5) divenuta Lisabetta da Amsterdam che, ignara della presenza della testa di suo padre nel vaso di basilico, inizia un viaggio macabro originato da un indirizzo appuntato su alcune banconote.
Nel muoversi costantemente tra modelli esemplari e copie imperfette, Soscia rimpasta con passo epico la tragedia antica e il dramma, attua visioni allucinate che contraffanno gli archetipi come accade in Racconto d’inverno, dove il lupo shakespeariano attratto da due giovani corpi uniti in un amplesso ne divora uno e ne sceglie un altro da portare in dono alla madre (un’anziana chiusa in una casa di riposo) per poi ritrovare le sembianze umane e rincasare nel suo monolocale.
La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono. Emblematico il ricorso a Zóphanías (uno dei dodici profeti minori dell’Antico Testamento della Bibbia e del Tanakh ebraico) come nome dato al feto in grembo alla giovane cameriera islandese, ‘guardiana del nulla’, rimasta incinta di un anonimo avventore del bar. Quella presenza infestante si palesa nei sogni della donna, prima come bozzolo animale ricoperto di peli lunghissimi, poi feretro seguito da un corteo funebre di cani.
“Almeno nei sogni, suo figlio non c’era più. In fondo a tutto c’erano sempre i sogni. Uno dei posti migliori dove andare ad abortire”.
Affine a Pynchon e  Borges nel giocare sui dislocamenti ontologici, Soscia opera continue proiezioni retrospettive di nuovi miti e sapienti riscritture dei classici entro un tempo nuovo, interessato non tanto al mero effetto anacronistico ma a celebrare il limitare dei mondi. Travalica epoche e risale a storie di leggendari faraoni, demiurghi che pur sentendosi i più grandi creatori delle loro stirpi hanno rinunciato a comprendere il senso delle cose; sposi divenuti spettri che generano un neonato dalle dita atrofizzate di un granchio a cui si riveleranno a decenni di distanza tramite una foto; illustri scrittori come Jan Potocki colpiti da una morte paradossale; artisti tormentati come Vincent Van Gogh che dialogano con il proiettile che gli sfonda lo sterno; embrioni insidiosi simili a idrocefali dotati di branchie e chele polidattili; mostri che popolano fabbriche abbandonate e che si rivelano gli unici dotati di un residuo senso di compassione umana.
La prosa affilata di Soscia esalta le descrizioni fisiche di oggetti ordinari, spazi domestici segnati in modo irrimediabile da una decadenza che invade ogni cosa. I costumi, le abitudini, gli ambienti restituiscono un senso di repulsione non ridotto a mera parabola sopranaturale ma inserito entro un’estetica della decadenza in quaranta vividi ritratti di senza patria smarriti tra le rovine che, al pari dell’unico sopravvissuto di un sotto-esercito lincantropizzato, si sentono irrimediabilmente guasti. Nell’enfasi sull’orrore, nell’attrazione per l’ignoto, nella fascinazione per la dissoluzione, con Mamma mostro Danilo Soscia invita chi legge a lambire la soglia e godere dell’istante che anticipa il disfacimento orrifico come una catarsi.
“Arriva per tutti, prima o poi, un demone che ti mangia la vita. Devi solo fuggire, se ne hai la possibilità, e attendere altrove una morte più equa. A meno che non sia tu stesso il demone. In quel caso la tua morte sarà degna di una storia”.

Golazo

4

di Renata Morresi

che mondiale
memorabile
che mondiale, gente
che mondiale di gran
classe
che golazo
è solo l’inizio
un mondo di mondi
un mondo di finali

di sponsor
di stadi pieni
di genti proprio
pop
& popolo
che popopopopopo
che
mondo oh
oh

c’è stato tutto
quanto:
l’episodio
il triangolo
la legittima
difesa
l’attacco
l’espulsione
il var

ci vuole un grande campione
per battere un grande campione
ci vuole un grande evento
a unire tutto quanto
un evento globale
sul luogo
che tutti si
collegano
ci vuole
una grande squadra
per fare uno squadrone
ci vuole fegato
per battere un fegato
ci vuole un ginocchio
o un cappio o una faccia
sull’asfalto

che contatto
non l’han mollato
un
attimo
non si è staccato
un sec
olo
due uomini
addosso
tre uomini
quattro
mezz’uomo
mezzo
uncino
non si è distratto
un secondo
che pericolo
hai visto
che squadra
che marchio
marcatura
stretta
uno-due
l’affondo
il brivido

ci vuole ogni tanto però
basta poco
ci vuole proprio
ogni venticinquesimo anno
ogni giorno
allenamento
per fare posto a
un grande evento
una grande squadra
una grande star
ci vuole
l’episodio
peccato
la difesa
l’attacco
fortuna
il var

il fallo
ci sta
è il gioco
si gioca
così
una partita
alla volta
anche se
ogni partita
alla fine
è una finale
e questa
una bella
occasione
mancata
per uno
rimasto
sul campo
lungo
la linea
una bella
pressione
dentro l’area
il fuorigioco
proprio a filo
fine vita

oh oh
che mondiale
globale
internazionale
sistemico
episodio
triangolo
espulsione
var

e va va
battila tu la
punizione
batti batti
la punizione
l’emozione
è inevitabile
basta un po’
di fischio
di spray
di ghiaccio
sintentico
taser
tso
gamba tesa
fallaccio
così è il gioco
l’errore
sull’ultimo
uomo
basta poco

così vuole
il tifo
lo sponsor
il libero
arbìtrio
un pensiero
liscio liscio
un bel calcio
a punire
sulla fascia
le fascette
un gran fascio
a centrocampo
a fondocampo
all’angolo
dove passa
è passato
un pensiero
tipo
un muscolo
quando scatta
non ce n’è
per nessuno
basta uno
una volta
un uomo
addosso
chi perde
è perduto

è il gioco
è un episodio
un triangolo
un peccato
quando fa caldo
sale il nervoso
il ritardo
va punito
il raddoppio
è d’uso
il rosso
scaduto
il recupero
mancato
il cross
ha perso
il visto
l’ha preso
il palo
non idrata
finito

l’andata
senza ritorno
senza fiato
senza l’aiuto
dell’arbitro

oh ma
una finale
è sempre
una finale
tutta la società
la dirigenza
la preparazione
la dieta
la difesa
il life coach
lo vuole
mica è colpa
di nessu
no
oh

pensiamo ora
ai nostri ragazzi
questi ragazzi
delusi per quattro anni
otto anni
dodici anni
venticinque anni
buttati fuori
ogni tot
di anni
episodi
triangoli
estintori
espulsioni

a illuderli ogni
tutto, pippo
infanti
l’emo
zione
chi batte
la punizione
ci vuole
il catenaccio
il tatuaggio
lo stinco
non serve
altro che
chi serve
il servo
e il suo marchio
di gioco
non ha visto
o non sa

daje
guardate qua
imparate
come si diventa
un grande campione
un grande squadrone
come si va
dalla panchina
dalla stampella
dal campetto
dalla stradina
alla medaglia
al primo miliardo
alla giocata dell’anno
che gli vuoi dire?
ti danno la maglietta
omaggio
ci vuole impegno
ti danno
lo stipendio
a cottimo
lo sponsor
il tric trac

lo diceva
mourigno
ci vuole una gara
perfetta
per battere la
partita
è finita
senza l’aiuto
del var

per chiudere
la notte
il commento
di adani
il cielo non era
nel modulo
qualcosa è mancato
domani
è un altro giorno
chi vuole dio
se l’è pregato
o lo paga
nel duro
il tempo
è scaduto
dispiace soprattutto
per
l’angelo
di Diego

per chiudere la notte
un grande campione
al microfono
purtroppo yo creo
que estamo viviendo
por lo mismo
so pero che ho pasado
qualcossa de verdadero
magnana pensaremo a dopo
depende siempre de noi
mas revale somo nos

è un ragazzo davvero
un campione
di ragazzo
da prendere
ad esempio
ricorda
golazo
è solo
l’inizio

Atei non si diventa

5
Mark Rothko, Untitled (White, Blacks, Grays on Maroon), 1963, Kunsthaus Zürich, 1971

Mark Rothko, Untitled (White, Blacks, Grays on Maroon), 1963, Kunsthaus Zürich, 1971

 

di Andrea Carloni

I. L’illusione dell’anagrafe laica

Un malinteso di fondo domina il dibattito contemporaneo sull’ateismo — un errore di prospettiva che accomuna, paradossalmente, credenti e non credenti: l’idea che per essere atei sia sufficiente non avere fede in Dio, disinteressarsi alla religione, oppure che l’ateismo sia un punto d’arrivo, una conquista intellettuale da appuntarsi al petto dopo aver scalato le vette del razionalismo scientifico o del disincanto filosofico. Scienziati e saggisti come Richard Dawkins o Sam Harris hanno costruito un’intera impalcatura teorica su questo presupposto: l’emancipazione da Dio sarebbe un processo lineare di alfabetizzazione laica. Si studia, si comprende la natura, si demistifica il dogma e, finalmente, si diventa atei.

Questo impianto crolla davanti a una constatazione tanto banale quanto radicale: nessuno di noi è nato pronunciando il nome di Dio. Quando veniamo al mondo non possediamo dogmi, non conosciamo le Scritture, non siamo cattolici, musulmani o indù. Non abbiamo memoria del sacro né percezione del trascendente. In quell’innocenza originaria siamo tutti, senza eccezione, strutturalmente atei. Ma quell’ateismo primordiale non è una medaglia al valore razionale: è un’adesione immediata e nuda alla materia, un’innocenza che precede ogni scelta. È la nostra preistoria privata.

Il vero problema filosofico, allora, non è capire come si possa diventare atei oggi, ma comprendere come abbiamo fatto a smettere di esserlo — e se quell’analfabetismo divino, una volta perduto, sia in qualche modo recuperabile.

II. Il morso del Verbo: come il linguaggio crea Dio

Se l’infanzia è la patria dell’ateismo puro, il linguaggio ne è l’esilio definitivo. Nel prologo del Vangelo di Giovanni si legge: “In principio era il Verbo“. Da un punto di vista antropologico e cognitivo, questa affermazione custodisce una verità letterale: Dio entra nell’orizzonte umano solo attraverso la parola.

Prima che l’infante acceda al linguaggio, la sua partecipazione alla realtà non è codificata in simboli. Il mondo è una presenza muta e densa. Come scrive Jean-Paul Sartre nella sua autobiografia Le parole:

“Prima delle parole, c’erano le cose, dense e mute… Poi sono venuti i nomi, e il mondo si è squarciato.”

Il linguaggio introduce la fessura della separazione: dà un nome alle cose, le categorizza, le astrae: è la nascita dello storytelling, della narrazione. E nel momento stesso in cui l’essere umano diventa capace di raccontare ciò che non vede, di dare un nome all’assenza, il concetto di Dio penetra dentro di lui come un passeggero clandestino sul treno della parola. Anche senza trasmissione familiare o confessionale, imbattersi nell’idea di una forza ordinatrice o di un principio divino sarebbe comunque, prima o poi, inevitabile.

A questo punto l’adulto che cerca di liberarsi di Dio potrebbe commettere un errore ingenuo: cercare il silenzio, tentare di estromettere la parola, convinto che uscendo dal Verbo si possa uscire da Dio.

Ma il silenzio non basta. I mistici di ogni epoca lo hanno dimostrato: l’abbandono della parola, la cosiddetta “teologia negativa”, non è negazione di Dio, bensì il suo massimo cortocircuito amoroso — il silenzio davanti all’ineffabile. Lo specchio del linguaggio ci ha ormai modificati in profondità, antropologicamente. Non si può dimenticare come si va in bicicletta, così come l’occhio alfabetizzato non può fare a meno di leggere le lettere di un’insegna luminosa: allo stesso modo, l’uomo post-linguistico non può semplicemente “decidere” di svuotarsi. Il silenzio dell’adulto è gravido di simboli; non sarà mai il silenzio vuoto e pulito del neonato.

III. Il fallimento del distacco favolistico

Un’altra via di fuga tentata dall’ateismo contemporaneo è quella che potremmo definire “il distacco favolistico”. Molti intellettuali suggeriscono di trattare le religioni al pari del sistema educativo delle favole: leggiamo Pinocchio o le fiabe di Esopo, ne traiamo un insegnamento morale, ma non per questo crediamo all’esistenza reale del burattino o della volpe parlante. Perché non fare lo stesso con la Bibbia o i miti della creazione?

Questa soluzione pecca di superbia intellettuale. Sottovaluta l’arma più potente e pericolosa della mente umana: l’inevitabile attitudine all’immedesimazione. Quando guardiamo un film o ascoltiamo una storia, attiviamo quella che il poeta Samuel Taylor Coleridge definiva:

“…quella sospensione volontaria dell’incredulità per il momento, che costituisce la fede poetica.”

Per la durata della rappresentazione noi crediamo davvero. Piangiamo per la morte di un personaggio che sappiamo fatto di pixel o d’inchiostro, o almeno temiamo per lui, speriamo con lui. Sospendiamo il dubbio. Se la nostra mente è così strutturalmente vulnerabile all’incanto della finzione — al punto da arrendersi fino ai titoli di coda — come possiamo pensare di restare freddi e distaccati di fronte alla più grande, drammatica e totalizzante narrazione mai proposta dall’umanità?

Finché l’uomo rimarrà una creatura capace di farsi catturare dalle storie, l’ateismo inteso come pura indifferenza o distacco estetico resterà un mito per accademici. Non si può essere atei finché si è capaci di immedesimarsi in un racconto: l’attitudine alla credenza si riattiverà sempre.

IV. L’equivoco della conversione laica: la trappola del nichilismo

Se l’ateismo non può essere un ritorno spontaneo all’innocenza, né può limitarsi al distacco estetico delle favole, l’adulto si trova davanti a un vicolo cieco. Spesso, nel tentativo di darsi uno statuto, l’ateismo moderno si organizza in un codice di pensiero. Ma proprio in questo passaggio si compie un gesto che ha, paradossalmente, la stessa struttura della conversione religiosa. Dire “passo dal cattolicesimo all’ateismo” significa trattare l’ateismo come una nuova professione, un vestito ideologico da indossare.

Delimitarlo in una serie di disposizioni rigide — il razionalismo assoluto, lo scientismo, etc. — significa ridurlo a un’altra variante di religione laica, non diversa da certe discipline orientali non deiste. Ma la realtà è ancora più scettica di così: non tutte le persone razionali sono atee, né lo sono tutti gli scienziati. Persino l’empirista più disincantato deve fare uno sforzo ricorrente per persuadersi che il cielo è in realtà nero come la pece, e non azzurro come i riflessi atmosferici glielo fanno apparire.

Il vero pericolo di questo ateismo “codificato” è una sorta di pan-nichilismo. La mente umana, alfabetizzata e strutturata dal linguaggio, non tollera il vuoto assoluto. Se ci si limita a svuotare il cielo da Dio senza modificare l’attitudine alla credenza, la fede non scompare: si sposta semplicemente da una destinazione all’altra. L’ateo dogmatico smette di credere in Dio per finire a credere in “tutto il resto” — in sé stessi, nelle proprie radici, nell’infallibilità del Progresso, nello Stato o nel Capitale, nella Tecnica come nuova provvidenza, e via discorrendo.

Lo stesso filosofo ateo contemporaneo John Gray sostiene, in buona sintesi, che il mondo moderno non è meno religioso di quello antico; ha solo frammentato i suoi dèi in idoli secolari.

Dunque questo ateismo di superficie non libera l’individuo: ne cambia solo il padrone. Atei non si diventa, perché la struttura mentale della fede non può essere cancellata con un colpo di spugna razionalista.

V. La rivelazione del vuoto: il verbo che cancella Dio

Se non si può abbandonare la credenza, una via d’uscita potrebbe essere non la sottrazione del sacro, ma il suo sconvolgimento — la sua reinterpretazione radicale. Non si tratta di distruggere l’edificio religioso dall’esterno con le formule fredde della scienza, ma di spingerlo fino al suo estremo cortocircuito interno: estromettere Dio della nostra stessa religione, rendere la Rivelazione non più l’annuncio della sua esistenza, ma la rivelazione cosmica della sua assenza.

Per comprendere questa svolta, il saggio contemporaneo deve abbandonare le scorciatoie dell’esistenzialismo classico. Non basta “immaginare Sisifo Felice” nella sua condanna assurda, perché l’eroe di Camus resta comunque un’immaginazione poetica, una finzione intellettuale. Bisogna invece guardare al cuore del mito occidentale: la figura di Cristo.

Nelle ultime ore sulla croce, il Nazareno urla una frase che squarcia la storia della teologia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. In quel preciso istante, secondo la lettura del filosofo Slavoj Žižek, accade qualcosa di unico nel panorama delle religioni mondiali. Non è un uomo che dubita; è il messia stesso che fa esperienza dell’ateismo. Sulla croce la trascendenza si svuota dall’interno: Cristo muore non come messaggero di Dio, ma come profeta radicale della sua assenza.

In alcuni saggi come La mostruosità di Cristo o Come diventare veri materialisti, Žižek asserisce che “ciò che muore sulla croce non è il rappresentante di Dio sulla terra, ma il Dio trascendente stesso”.

Cristo diventa così la figura paradossale che annuncia la solitudine dell’uomo. La Buona Novella, riletta attraverso questo malinteso illuminante, non promette una salvezza ultraterrena, ma rivelerebbe il segreto più spaventoso e liberatorio: “Non c’è nessuno lassù, siete rimasti soli. Siete voi i custodi dei vostri fratelli”.

L’ateismo maturo, allora, realizza l’annuncio che per secoli non avevamo osato cogliere nei testi sacri. È l’illuminazione che arriva per equivoco, al termine della liturgia della storia: la messa è finita, il cielo è vuoto. È il grande meriggio di cui parlava Nietzsche in Così parlò Zarathustra, il momento in cui l’umanità si emancipa definitivamente dai suoi stessi spettri:

“Morti sono tutti gli dèi: ora vogliamo che il superuomo viva.“

Ma è proprio a questo punto, dopo che gli dèi sono stati dichiarati morti e la liturgia è terminata, che l’uomo adulto si scontra con il limite invalicabile della sua stessa mente.

VI. L’impossibilità dell’oblio: la condanna della memoria

La proclamazione della morte di Dio, la fine della messa, non risolvono il problema biologico e psicologico dell’individuo. Possiamo anche aver compreso l’equivoco della Rivelazione, ma la nostra mente — ormai alfabetizzata, cresciuta nel Verbo e strutturalmente condannata all’immedesimazione favolistica — non può semplicemente resettarsi.

L’unico modo autentico per essere radicalmente atei, per guarire dalla tendenza alla fede, sarebbe un oblio totale: dimenticare definitivamente Dio. Cancellare l’idea stessa di un ordine millenario, annullarne ogni risonanza conscia e inconscia.

Ma questo non è possibile. Una volta che il codice del sacro è entrato in noi attraverso il linguaggio, rimane come una cicatrice cognitiva. Anche l’ateo più convinto, per farsi trasportare da un bel romanzo, ha bisogno — seppur temporaneamente — di credervi; e quando spera contro ogni logica, o cerca un senso nel dolore, sta riattivando quella stessa struttura di affidamento e credenza che ha generato le religioni. Non possiamo dimenticare Dio, né possiamo annullarne il ricordo con un atto di volontà razionale. Possiamo farlo, al massimo, per periodi circoscritti — mai definitivamente. La nostra mente post-infantile è un tempio sconsacrato, le cui mura portanti sono ancora modellate sulla forma di una qualche preghiera.

VII. Conclusione: l’anamnesi della misconoscenza

Se l’oblio è impossibile e la conversione laica è solo una trappola ideologica, qual è dunque l’unica strada concessa all’individuo per abitare l’ateismo, oggi? Probabilmente una prassi intima, un esercizio di scavo archeologico che rovescia la direzione del pensiero: l’ateismo come anamnesi della misconoscenza.

Non potendo dimenticare Dio, l’adulto deve sforzarsi di ricordare il tempo in cui non lo conosceva ancora. Deve rivolgere la memoria alla propria preistoria, a quei primi anni di vita che sono stati gli unici, veri, autentici momenti atei della nostra esistenza — un’esperienza pura che ci ha accomunato tutti, prima che le parole dei genitori, degli insegnanti o degli amici ci disponessero in recinti confessionali.

Occorre ricordare noi stessi prima del linguaggio, quando la nostra partecipazione alla realtà non era ancora codificata in simboli. In quell’infanzia remota l’adesione al mondo era immediata, nuda e pulita. Non avevamo un dio a guidarci, perché non avevamo il vuoto della parola da colmare con un nome sacro. Le cose erano cose, e la carne era carne.

Il filosofo Giorgio Agamben, in Infanzia e storia, definisce questo stato come un’esperienza originaria, muta, prima del soggetto, cioè prima del linguaggio.

L’ateismo più che una conquista del futuro o traguardo della scienza, è la memoria fedele del nostro inizio. È l’atto di spogliare il cosmo dai significati preconfezionati e dai destini divini, per ritrovare quel “saper vedere senza stare a pensare” di Pessoa.

Atei non si diventa. Lo si è già stati tutti. Nella preistoria dimenticata dei nostri primi giorni. E la possibile disciplina laica da esercitare, nell’età adulta della parola, è la custodia ostinata e fattiva di quel ricordo: l’eco di quando il mondo era quello che era, e noi lo abitavamo senza necessità di inventare altri cieli oltre a quello che già ci appariva.

Una baronessa con un’educazione inutile

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Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/riflesso-alla-ricerca-interni-signora-6719091/

Foto di cottonbro studio

di Hélène Valla

(Primo capitolo di un romanzo inedito)

La baronessa Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi.

Le avevano insegnato a distinguere un minuetto da una gavotta dopo poche battute, a riconoscere un tessuto pregiato passando le dita sul rovescio, a scrivere lettere di ringraziamento che commuovevano destinatari di cui ignorava cordialmente l’esistenza. Aveva imparato a sorridere senza mostrare i denti, a camminare senza far rumore e a non porre domande in presenza di uomini, che le avrebbero comunque risposto male.

Aveva imparato, soprattutto, a occupare lo spazio che le veniva assegnato senza mai tentare di ampliarlo.

Del corpo umano, invece, non le era stato insegnato quasi nulla.
Nonostante ne abitasse uno da ormai vent’anni.

Il castello dei Ricouchy si affacciava su una distesa di campi ordinati con una precisione quasi morale. Le siepi erano potate affinché nessun ramo sembrasse ambizioso, i vialetti di ghiaia rastrellati ogni mattina fino a cancellare qualunque traccia di passaggio precedente. I corridoi interni avevano un odore costante di cera e lavanda e assorbivano i passi come se il rumore fosse una forma di cattiva educazione.

Perfino le voci, lì dentro, sembravano educate. Non si alzavano mai abbastanza da diventare davvero necessarie.

La casa funzionava.
Funzionava da generazioni, senza bisogno di essere interrogata.

Filomène trascorreva le mattine tra lezioni di musica e ricamo. Il clavicembalo le restituiva sempre la stessa risposta, indipendentemente da chi lo suonasse, e questo la rassicurava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Il ricamo, invece, le richiedeva un’attenzione che non riusciva a concedergli: punti minuti, ripetuti, che non portavano da nessuna parte se non a una superficie più decorosa.

«Una mano gentile non deve mai affrettarsi», le diceva la dama di compagnia, una donna magra e composta che sembrava fatta della stessa stoffa dei tendaggi.

Filomène annuiva, osservando quelle mani gentili che non avevano mai stretto nulla di vivo.

A tavola, l’abbondanza era tale da rendere superfluo l’appetito. Le portate si succedevano senza lasciare traccia: carni morbide, salse profumate, dolci così elaborati da sembrare concepiti più per l’ammirazione che per la digestione. I corpi sedevano eretti, mai stanchi, mai sudati, mai doloranti.

Filomène osservava con una curiosità che non aveva ancora un nome quei colli scoperti, quelle mani curate che non avevano mai tremato per la fatica. Le parevano parti decorative di un insieme più grande. Come elementi di un mobile pregiato che nessuno aveva mai provato a usare davvero.

Sua madre la rimproverava spesso per quello sguardo.

«Una giovane donna non fissa», diceva, posando il tovagliolo con un gesto definitivo.

Filomène distoglieva gli occhi. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva imparato a risparmiare energie.

Durante una lezione di danza, anni prima, era svenuta. Non per emozione né per debolezza, ma perché l’aria nella sala era finita senza che nessuno se ne fosse accorto. Era caduta con una compostezza che aveva reso difficile capire se facesse parte dell’esercizio. L’episodio era stato archiviato come una sensibilità eccessiva, e corretto aumentando le pause.

Filomène aveva imparato allora che il corpo, quando segnalava qualcosa, veniva considerato maleducato.

Fu durante una di quelle cene perfettamente riuscite che accadde un piccolo incidente, tanto insignificante da non meritare di essere ricordato da nessun altro.

Un ospite, un uomo rubicondo e molto convinto di sé, stava spiegando con grande sicurezza perché l’ordine naturale delle cose fosse anche il più giusto possibile. Gesticolava mentre parlava, come se le sue mani avessero bisogno di partecipare alla solidità delle sue argomentazioni. A un certo punto, una goccia di vino rosso gli scivolò sul dorso della mano.

Nessuno se ne accorse.
Nessuno glielo fece notare.

Il vino rimase lì, a raffreddarsi lentamente sulla pelle, mentre l’uomo continuava a parlare di equilibrio, tradizione e stabilità.

Filomène lo osservò. Pensò, senza particolare emozione, che se quella fosse stata una ferita, nessuno avrebbe reagito in modo diverso. Il pensiero non la turbò. Le sembrò semplicemente corretto.

Non disse nulla.

Col tempo, iniziò a notare che ogni piccolo incidente corporeo veniva trattato con un disagio sproporzionato: un taglio al dito durante il ricamo, un leggero malessere a tavola, una mano che tremava per la stanchezza. Tutto veniva corretto, coperto, ricondotto alla forma.

Mai osservato davvero.

Le aspettative su di lei erano chiare e condivise. Un buon matrimonio, una gestione decorosa di una casa importante, figli sani, silenzio opportuno. Il suo futuro era stato pianificato con la stessa attenzione con cui si pianifica un giardino: perché fosse bello da vedere, non utile a nutrire nessuno.

Filomène obbediva.
Con grazia.
Con puntualità.
Con una diligenza che veniva spesso scambiata per adesione.

Ma di notte, quando il castello cambiava odore e il silenzio diventava più onesto, leggeva.

I libri non erano proibiti; semplicemente, non erano previsti. Trattati vecchi, mal rilegati, con pagine che odoravano di umido e polvere. Disegni imprecisi, annotazioni a margine, tentativi falliti. Filomène li sfogliava con attenzione, soffermandosi sulle parti che nessuno le aveva mai spiegato: come si fermava un’emorragia, perché una mano smetteva di rispondere, cosa accadeva quando qualcosa, dentro, si rompeva davvero.

Non provava ribellione.
Piuttosto,  interesse.

Fu questo interesse, e non una particolare vocazione all’altruismo, a spingerla a insistere affinché parte delle rendite familiari fosse destinata a opere filantropiche in provincia. Ospedali, ambulatori, medici di cui si parlava poco e male. Suo padre approvò con un sorriso distratto: la generosità era sempre stata considerata una virtù adatta alle donne, purché non producesse domande.

Filomène pose le sue.

Quando lasciò il castello per la prima volta, diretta verso una di quelle destinazioni marginali, notò che l’aria cambiava prima ancora del paesaggio. L’odore di terra umida entrò nel carro, insieme a rumori meno educati: ferri che battevano, voci non misurate, animali che non si scusavano per esistere.

Non provò disagio.
Provò attenzione.

Allora non lo sapeva ancora, ma quell’educazione così accurata, così elegante, così minuziosa, le sarebbe tornata utile solo in un modo.

Le aveva insegnato a osservare un sistema che funzionava perfettamente.
E a riconoscere, quando fosse arrivato il momento, che funzionare non sia la stessa cosa che vivere.

Fu con questo pensiero — non ancora formulato, ma già presente — che Filomène attraversò per la prima volta la soglia di un luogo dove il corpo non veniva ignorato.

E dove qualcuno, finalmente, non avrebbe avuto il tempo di risponderle male.

Elba Book Festival: navigare oltre gli stereotipi

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di Claudia Mirrione

Torna Elba Book. Giunto alla dodicesima edizione, il festival conferma la sua vocazione originaria: essere una rassegna dedicata all’editoria indipendente e alla difesa della bibliodiversità. Da martedì 21 a venerdì 24 luglio, il borgo di Rio nell’Elba ospiterà incontri, presentazioni e dibattiti con scrittori, editori, giornalisti e artisti. Il filo conduttore di questa edizione è “Naviganti”, una parola che racchiude la condizione stessa dell’uomo: l’essere sempre in movimento tra mari reali e metaforici, alla ricerca di conoscenza, trasformazione e nuovi orizzonti. Dal viaggio di Ulisse alle rotte migratorie del Mediterraneo, il navigante diventa una figura letteraria ma anche politica, capace di interrogare il nostro presente. Fil rouge che attraversa tutte i palinsesti del 2026 delle manifestazioni appartenenti alla Rete Pym.

Intervisto il direttore artistico Marco Belli.

Il tema di quest’anno di Elba Book è “Naviganti”: un concetto che riguarda il viaggio come esperienza umana, conoscitiva e politica. Da Ulisse ai migranti delle rotte mediterranee, il viaggio è anche un tema profondamente contemporaneo. Nel programma trovano spazio dibattiti dedicati all’associazione Mediterranea, alle sfide della Global Sumud Flottilla e alle fragilità della giustizia internazionale. Di fronte a una politica europea e mondiale sempre più attratta dal concetto di sostituzione etnica e sempre più propensa a normalizzare il tema della re-migrazione, quale ruolo può assumere oggi un festival culturale nel costruire uno spazio di confronto e riflessione?

«Un festival culturale oltre che prendere posizione, deve assumersi la responsabilità di creare le condizioni per una discussione pubblica informata, critica e plurale. Deve farsi atto di resistenza contro la semplificazione per restituire complessità ai fenomeni in luoghi fisici deputati alla discussione come le piazze. Elba Book ha sempre voluto dare voce a esperienze inascoltate che spesso restano ai margini del discorso pubblico. Gli incontri dedicati a Mediterranea, alla Global Sumud Flotilla e alla giustizia internazionale non servono a dare risposte definitive, ma per aprire domande, mettere in dialogo prospettive diverse e riflettere sul significato dei diritti, della solidarietà e della responsabilità civile e collettiva. Se il viaggio è apertura verso lo stupore dell’ignoto, allora un festival dedicato ai “Naviganti” può diventare esso stesso un luogo di attraversamento di una molteplicità di visioni, storie e coscienze».

Venerdì 23, Elena Stancanelli terrà una lectio magistralis dedicata a Jack London, uno scrittore che prima di raccontare il mondo lo ha attraversato. Marinaio lui stesso, ci lascia tantissimi racconti e romanzi legati al mare e anche un vero e proprio diario di viaggio, La crociera dello Snark, in cui narra il lungo viaggio che lui e sua moglie intrapresero nel 1907 attraverso il Pacifico mediorientale. Però Jack London è stato soprattutto un grande narratore che con le sue storie piene di avventure, di colpi di scena, di azione ha solleticato e continua a solleticare la fantasia di grandi e adolescenti. In un’epoca dominata dagli schermi, cosa significa tornare all’idea della letteratura come esperienza?

«La letteratura credo che sia soprattutto esperienza del corpo all’interno dello spazio fisico; tornare a Jack London significa riscoprire una letteratura che non è semplice intrattenimento: i suoi romanzi mettono in cammino il lettore: lo portano dentro paesaggi estremi, lo costringono a confrontarsi con la paura, con il desiderio di libertà e con le grandi domande sull’esistenza. Credo che oggi ci sia un bisogno crescente di questo tipo di esperienza. Abbiamo bisogno di percorrere i luoghi della letteratura per decifrarne i corrugamenti, le discontinuità per evocarne i fantasmi. Gli schermi ci offrono uno scrolling perpetuo di immagini superficiali e informazioni asettiche, la lettura conserva una qualità unica: richiede tempo, immaginazione e partecipazione attiva. Elba Book Festival e la Rete Pym (una rete di festival italiani nata nel 2018 di cui siamo co-fondatori) continuano a investire nella lettura come esperienza condivisa. Non solo un momento individuale, ma un’occasione di incontro pubblico in cui i libri diventano strumenti per comprendere meglio noi stessi e la realtà attorno a noi».

Per raccontare London è stata scelta una grande narratrice contemporanea come Elena Stancanelli. Una lectio magistralis non è una semplice presentazione, ma un’interpretazione critica dell’autore: quale viaggio vi aspettate che Stancanelli proponga al pubblico dentro la vita e l’opera di London?

«Ci aspettiamo che la sua non sia una semplice rilettura biografica o letteraria, ma un attraversamento dell’immaginario di London per metterne in luce la straordinaria attualità. Elena Stancanelli ha la capacità di intrecciare letteratura e contemporaneità, mostrando come i grandi classici continuino a interrogarci sulle questioni essenziali del nostro tempo. Sarà quindi un viaggio dentro l’opera di London, ma anche dentro le tensioni che la attraversano: il desiderio di libertà, il rapporto tra individuo e collettività, la ricerca di un’identità, il conflitto tra civiltà e natura, tra giustizia e sopraffazione».

Come ogni anno Elba Book riserverà uno spazio alle scuole superiori. È prevista infatti la presentazione del laboratorio degli studenti del liceo “R. Foresi” di Portoferraio dedicato a I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, in dialogo con i sindaci elbani. Swift, attraverso Gulliver, costruisce una critica radicale ai sistemi di potere e invita a osservare la realtà da una prospettiva diversa, prima tra i lillipuziani, poi tra i giganti che guardano con distanza e ironia la presunta superiorità della civiltà europea. I giovani, attraverso la loro lettura del presente, possono rappresentare una voce critica nei confronti dell’establishment. Quanto è necessario oggi ascoltare queste voci e quale segnale vuole dare Elba Book Festival rispetto alla partecipazione delle nuove generazioni alla vita politica e sociale?

«Abbiamo sempre mantenuto un forte legame con il mondo della scuola anche perché molti di noi organizzatori sono insegnanti. Crediamo che i giovani non rappresentano soltanto il futuro, ma sono il nucleo portante del presente. La loro capacità di mettere in discussione ciò che appare acquisito dai noi vecchi, di leggere il mondo con sensibilità diverse e di interrogare con radicalità  le istituzioni è una risorsa fondamentale per qualsiasi società che si vuol chiamare democratica. Abbiamo sempre promosso il confronto tra generazioni perché crediamo che sia uno degli strumenti più efficaci per comprendere i cambiamenti in corso di natura sociale, politica e ambientale. La cultura può svolgere un ruolo decisivo proprio perché offre strumenti per interpretare la complessità, sviluppare spirito critico e immaginari alternativi. Elba Book Festival vuole dare un segnale chiaro in questa direzione: non considerare i giovani come semplici consumatori di un’offerta culturale, ma come interlocutori e protagonisti».

All’interno di Elba Book si terrà l’undicesima edizione del Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione, istituito dalla famiglia Appiani in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena, in ricordo del giovane avvocato elbano ucciso nel 2015 al Palazzo di Giustizia di Milano. Quest’anno la lingua scelta è il neogreco, considerato nella continuità di una storia linguistica e culturale millenaria. Perché questa scelta e perché è importante guardare a una lingua non come a un reperto del passato, ma come a un organismo ancora vivo?

«Il greco è stato scelto dal nostro comitato tecnico di cui andiamo da sempre estremamente fieri. Abbiamo avuto anche quest’anno, grazie a Ilide Carmignani, la possibilità di annunciare in anteprima al Salone del Libro di Torino i vincitori del premio proprio allo stand della Grecia che è stato il paese ospite 2026. Le lingue non sono semplicemente strumenti di comunicazione, ma luoghi in cui si sedimentano memoria e visioni del mondo. Il greco, nella sua continuità tra antico e moderno, rappresenta in modo esemplare questa dimensione: una lingua che attraversa i secoli senza interrompere il proprio dialogo con l’oggi, capace di conservare una straordinaria eredità culturale continuando al tempo stesso a evolversi. Il Premio Lorenzo Claris Appiani nasce proprio da questa convinzione: valorizzare la traduzione come pratica del dialogo e di apertura verso l’altro. Dedicare l’edizione di quest’anno al greco significa riconoscere il valore di una tradizione mediterranea che continua a parlare al nostro tempo e ribadire che la cultura non è mai qualcosa di immobile, ma un patrimonio che si rinnova ogni volta che viene letto, interpretato e condiviso».

Elba Book rappresenta da sempre un luogo della bibliodiversità, dove trovano spazio editori indipendenti, prospettive differenti e forme diverse di produzione culturale. La bibliodiversità può essere letta però anche in senso storico: quest’anno verrà presentato alla cittadinanza il ritrovamento dello studioso tedesco Peter Zahn, che nel 1991, durante lo studio degli Statuta Rivi, individuò nella legatura del codice un frammento delle Enarrationes in Psalmos di Sant’Agostino, contribuendo con nuove varianti alla storia testuale dell’opera. Codici, manoscritti, decifrazioni delle scritture antiche e apparati critici sembrano spesso appartenere a un mondo distante dalla contemporaneità, quello degli specialisti e dei filologi. Quale rapporto ha il festival con il mondo classico e perché ritiene importante restituire alla comunità cittadina una scoperta di valore scientifico internazionale?

«Abbiamo voluto dedicare l’ultimo giorno del festival alla comunità di Rio nell’Elba, un luogo con una storia affascinante ancora poco conosciuta dal grande pubblico. Quando nel 2014 abbiamo incominciato a pensare alla prima edizione di un festival dedicato all’editoria indipendente italiana abbiamo voluto costruirlo su misura per il paese mettendoci in ascolto del suo genius loci. Ci siamo poi concentrati sul concetto di bibliodiversità che non significa solo dare spazio a una pluralità di editori e testi, ma anche riconoscere che la miniera culturale di un territorio è composta da elementi di epoche diverse che continuano a dialogare tra loro. La cultura contemporanea non nasce dal nulla: si alimenta continuamente della riscoperta, della rilettura e della trasmissione di testi che ci hanno preceduto. Inoltre Elba Book Festival nei suoi dodici anni di storia ha sempre cercato di costruire un ponte tra il rigore della ricerca e il pubblico più ampio. Crediamo che il sapere accademico non debba rimanere confinato nelle università o nei convegni specialistici, ma possa diventare patrimonio condiviso nelle piazze quando viene raccontato con chiarezza e passione. Restituire alla comunità elbana una scoperta di valore scientifico internazionale significa anche valorizzare il territorio come luogo di cultura e di memoria, mostrando come un documento conservato sull’isola possa dialogare con la storia della tradizione manoscritta europea».

Lo zoologo della letteratura

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Grandville, "La Poursuite", in "Un autre monde", Paris, H. Fournier, 1844

Grandville, “La Poursuite”, in “Un autre monde”, Paris, H. Fournier, 1844

 

di Luca Zivelonghi

Immaginiamo un oggetto posato su di un tavolo. Non sappiamo ancora se sia una pentola, un profumo, un paio di scarpe, una bottiglia d’acqua minerale o un romanzo. Sta lì, nella luce neutra di una stanza, con quella piccola aria colpevole che emanano le cose quando sono fuori posto e non sanno ancora a quale destino appartengono. Qualcuno gli gira intorno, osservandolo attentamente, e a un certo punto inizia a fargli delle domande. Da dove vieni? A chi parli? Quale mancanza colmi? Che promessa porti con te? Quale mondo ti segue? Che cosa ti rende diverso da tutti gli altri oggetti che chiedono attenzione?

Fino a qualche anno fa, avremmo detto che quel qualcuno era un uomo di marketing. Ma oggi, potrebbe essere un editor. Non c’è nulla di scandaloso in questo. Ogni cosa che vuole entrare nel mondo deve rendersi riconoscibile. Un prodotto, un servizio, un autore, sì, persino un libro: niente e nessuno sembra esistere oggi pubblicamente senza una soglia da attraversare, senza una forma minima attraverso cui essere visto, nominato, desiderato. La questione, però, è l’effetto sulla letteratura quando quella soglia smette di introdurre a un mondo e pretende di stabilire in anticipo la forma che esso dovrà assumere.

Da qualche anno il marketing cerca nella narrazione ciò che da solo non riesce più a produrre: profondità, voce, conflitto. Non basta più dire che cosa fa un prodotto; bisogna raccontare da dove viene, quale ferita nasconde, quale promessa porta con sé, quale mondo rende possibile. Questa cosa l’abbiamo chiamata storytelling. Nello stesso tempo è accaduta una cosa alquanto strana, ossia che una parte del mercato editoriale ha iniziato a muoversi nella direzione opposta. Alla letteratura – che della narrazione dovrebbe essere il luogo più naturale – viene chiesto sempre più spesso di presentarsi con una chiarezza che non è propria del mondo letterario: sapere subito che cos’è, a chi parla, dove si colloca, quale identità pubblica può sostenere.

Un paradosso alquanto curioso – estremamente evidente – ma poco riconosciuto: i prodotti cercano di diventare personaggi, mentre i personaggi rischiano di dover dimostrare in anticipo di essere buoni prodotti. Ma l’editoria – ci ripetono spesso gli addetti ai lavori ­– è anche un’industria, non solo poesia! e oggi, per di più, un’industria in difficoltà. La necessità di pubblicare ciò che si presume possa incontrare il desiderio del pubblico è sempre esistita. Sarebbe ingenuo immaginare un passato in cui i libri entravano nel mondo senza mediazioni commerciali… senza analisi di mercato (seppur una volta legate a un’osservazione diretta, quasi istintiva più che algoritmica). Ecco, a questa affermazione io risponderei così: no, non è proprio la stessa cosa. O meglio: lo è solo in apparenza. In realtà c’è uno scarto temporale che può sembrare minimo, ma dentro quello scarto si gioca una differenza enorme.

Un tempo il mercato aspettava il libro sulla soglia, come un sarto che prende le misure a un corpo già formato. Lo valutava, lo vestiva, lo metteva in una collana. Ma lo faceva dopo che il libro aveva già cominciato a esistere come opera. Oggi quella soglia sembra essersi spostata indietro nel tempo. Il mercato non aspetta più il libro alla porta: entra nella stanza prima, mentre l’autore sta ancora dormendo, apre i cassetti, guarda le pagine bianche e comincia a cucire il vestito nell’aria. Il problema non è che il sarto voglia vendere l’abito, è che il corpo – che sarebbe stato potenzialmente di un paio di taglie in più – dovrà per forza adattarsi alla stoffa, invece di strapparla.

La novità non è che il mercato chieda ai libri di essere vendibili. È che la vendibilità tende a diventare una forma anticipata di lettura. In questo scenario, l’identità non è più il traguardo di una ricerca, ma un prerequisito. Al romanzo viene chiesta una carta d’identità valida ancora prima che abbia un volto. È un’identità obbligatoria: devi dichiarare subito a chi parla e quale “casella” occupa. Ma la letteratura è sempre stata il luogo dell’identità tradita, del travestimento, della fuga da sé. Quando il linguaggio della comunicabilità suggerisce la forma ancora prima della scrittura, non stiamo solo cambiando il modo in cui i libri vengono venduti: stiamo educando in anticipo la forma stessa dei romanzi.

Un segnale di questo spostamento si vede anche nella formazione alla scrittura. Negli ultimi anni, almeno nella comunicazione pubblica di molti corsi, l’attenzione sembra essersi progressivamente spostata dalla domanda interna all’opera – come prende forma un personaggio, come si costruisce una voce, quale necessità regge una storia – alla domanda esterna sulla sua destinazione: come rendere un libro pubblicabile, talvolta persino predisposto a diventare un best seller. Non è di per sé un fenomeno scandaloso: chi insegna scrittura sa che un manoscritto, prima o poi, deve incontrare il mondo. Ma è significativo che il mondo entri sempre più spesso nella stanza prima ancora che il romanzo abbia trovato la propria forma. Ed è qui che la questione smette di essere editoriale e diventa letteraria. Perché un romanzo, prima di tutto, non può essere un prodotto che attende di essere posizionato, ma un organismo che scopre la propria natura solo attraversando mari che non hanno nulla a che fare col marketing.
Trattarlo interamente come un’operazione di marketing non significa soltanto semplificarlo. Significa chiedergli di rinunciare troppo presto alla parte più fragile e più viva di sé: quella che non ha ancora un nome.

Voglio provare a spiegarlo da lettore, evocando un’immagine che mi è cara. Quando sentii Calasso parlare per la prima volta della letteratura come di un “libro unico”, ricordo che mi voltai istintivamente verso la mia libreria. Capii che i miei libri non erano ordinati per nazione o periodo, ma obbedivano a una geografia più segreta: vicinanze, parentele, repulsioni. Bukowski, per esempio, doveva stare vicino a Céline e molto lontano da Proust. Alcuni libri dovevano stare vicini perché sembravano continuare la stessa frase. Altri dovevano restare lontani perché, messi accanto, si sarebbero annullati o insultati.

In una lettera del 16 agosto 1965 a Henry Miller, Bukowski scrive che la maggior parte degli scrittori gli dà il voltastomaco, che le loro parole “non toccano nemmeno la carta”, mentre Céline lo fa vergognare della propria pochezza di scrittore. Non è solo ammirazione. È un riconoscimento artistico prima di tutto. Bukowski trova in Céline non un modello da imitare, ma una ferita della lingua: la possibilità che la letteratura non accarezzi il mondo, ma lo prenda a pugni fino a costringerlo a dire qualcosa di più basso, più sporco, e forse più vero. Sempre Bukowski, nel suo romanzo postumo, Pulp, fa apparire Céline in una libreria. Il detective Nick Belane, lo vede in fondo alla stanza con in mano La montagna incantata di Thomas Mann.

“Questo tizio ha un problema” disse alzando il libro.
“Quale sarebbe?” chiesi.
“Considera la noia una forma d’arte.”
Ripose il libro sullo scaffale e rimase lì immobile con quella sua aria da Céline.

È una battuta crudele, perfetta: una scena critica travestita da apparizione. Gli scrittori non sono statue isolate, ma presenze che continuano a provocarsi anche da morti. Quella sua aria da Céline sintetizza poi in cinque parole l’adorazione di Bukowski. Come avrebbero fatto a non rimanere incollati nella mia libreria? Proust, gli doveva invece stare lontano perché appartiene a un’altra parte dell’animale.
Quando venne pubblicato Céline gli occhi dei francesi erano ancora immersi in una prosa proustiana ricamata a Peinture à l’Aiguille; poi arrivò Le Voyage: poco più di un punto croce, ma capace di cucirsi direttamente sulle palpebre e costringerti a tenere gli occhi aperti. Dove Proust avvolge, Céline lacera. Dove uno trasforma il tempo in architettura sensibile, l’altro sembra voler incendiare la frase dall’interno: uno nutre in segreto, l’altro corrode ferocemente. Entrambi necessari. Entrambi altissimi. Proust è sangue, Céline è bile.

Quella disposizione dei libri, come si è capito, non riguarda la libreria. Riguarda la letteratura. O meglio: il modo in cui la letteratura esiste non come una sequenza ordinata di opere, ma come un campo di forze. Ogni romanzo è sé stesso, certo, ma è anche ciò a cui risponde, ciò che eredita, ciò che tradisce, ciò che combatte, ciò che rende improvvisamente leggibile. Un libro non entra mai da solo nella letteratura. Entra portando con sé i morti che lo hanno generato, i fratelli da cui vorrebbe fuggire, i nemici che segretamente continua ad amare. È forse questo, almeno per me, il senso più vivo del “libro unico” di cui parlava Calasso: non una biblioteca ideale, non un canone ordinato, ma un animale immenso e contraddittorio, dentro il quale ogni opera respira anche attraverso le altre.

Ora: come si fa a posizionare… ad addestrare un animale del genere? Semplicemente non si può. Non si deve farlo. Dinnanzi a un animale meraviglioso come questo, lo zoologo semplicemente si inchina, poi lo descrive per farlo conoscere, ne segue le trasformazioni, ma non cerca di incollargli addosso pezzi che non siano suoi. È qui che il linguaggio del marketing comincia a mostrare il proprio limite. Non perché il marketing sia un nemico della letteratura, ma perché lavora, per necessità, su una riduzione preliminare: deve isolare un’identità per renderla desiderabile. La letteratura, invece, almeno quando è viva, non sempre procede in questa direzione. A volte nasce proprio quando un’identità non riesce più a stare dentro la propria definizione; quando una lingua si deforma; quando una storia devia dal comportamento che ci saremmo aspettati; quando un personaggio smette di essere funzione e comincia a diventare problema. Un prodotto deve ridurre l’incertezza. Un romanzo può anche aumentarla. Può nascere da una somiglianza, da una ferita ereditata, da una risposta tardiva, da un tradimento, ma anche da un attrito che nessuna promessa iniziale avrebbe saputo formulare. Il punto non è che la letteratura debba essere oscura, difficile o ostile. Il punto è che una parte della sua forza consiste nel non sapere troppo presto che cosa dovrà dimostrare.

Ecco perché il rischio non è il marketing in sé. Un romanzo avrà sempre bisogno di essere accompagnato, raccontato, portato nel mondo. Il rischio comincia quando il linguaggio della comunicabilità smette di arrivare dopo l’opera e comincia a precederla; quando non si limita più a chiedere come presentare un libro, ma suggerisce, prima ancora della scrittura o della lettura editoriale, quale forma un libro dovrebbe assumere per non perdere il proprio lettore. A quel punto non stiamo più soltanto cambiando il modo in cui i libri vengono venduti. Stiamo educando in anticipo la forma stessa dei romanzi.

E qui si apre un’altra questione, forse ancora più delicata: qual è, in questa prospettiva, la differenza di forza tra un editore e una piattaforma digitale che vende libri? Le piattaforme non si limitano più a distribuire contenuti. Imparano continuamente dai comportamenti: che cosa viene cercato, acquistato, abbandonato, ascoltato, consigliato, terminato, condiviso. Non leggono la vita di un’opera come la leggerebbe un editor; leggono l’insieme delle tracce che quell’opera, o opere simili, lasciano nel passaggio dei lettori. Questo non è di per sé un male. Può aiutare i libri a circolare, può far incontrare un testo con chi forse non lo avrebbe mai trovato, può rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe sepolto. Ma la piattaforma, per sua natura, tende a lavorare su ciò che è già misurabile: somiglianze, comportamenti, ricorrenze, probabilità. Significa perciò che coi loro sofisticati algoritmi decideranno sempre più chi legge cosa e (assurdo ma vero) a chi piacerà cosa.

L’editore dovrebbe avere un’altra responsabilità. Non solo capire che cosa i lettori sembrano desiderare, ma anche intuire che cosa potrebbero desiderare se qualcuno avesse il coraggio di portarlo nel mondo. Non limitarsi a seguire l’animale dove l’algoritmo sa già riconoscerlo, ma capire quando una creatura ancora informe merita di essere accompagnata finché trova la propria forma. Questa è forse la prospettiva più interessante, e meno esplorata. Non lo scontro tra editore e piattaforma, non la resa, non la convivenza passiva. Ma qualcosa di più sottile: la possibilità che l’editore coraggioso, scegliendo con costanza opere che l’algoritmo non saprebbe ancora nominare, finisca col tempo per modificare l’algoritmo stesso. Le piattaforme imparano dai comportamenti. Se un numero crescente di lettori – guidato da editori che hanno scommesso su voci non ancora misurabili – inizia a cercare, acquistare, terminare e condividere certi libri, quei comportamenti diventano dati. E quei dati riscrivono, lentamente, le mappe del desiderio che l’algoritmo usa per orientarsi. L’editore non combatte la piattaforma: la educa. Non dall’esterno, ma dall’interno, attraverso le scelte che immette nel sistema.

In questo senso, la curatela editoriale non è un atto nostalgico di resistenza culturale. È un intervento attivo sulla direzione futura della letteratura. Chi sceglie bene oggi non si limita a salvare un libro: contribuisce a riscrivere, un comportamento di lettura alla volta, ciò che domani l’algoritmo considererà desiderabile. E forse è qui che si giocherà una parte importante del futuro della letteratura: non nello scontro ingenuo – o nell’adeguamento – tra editori e piattaforme, né nel rifiuto della tecnologia, ma nella capacità dell’editore di non diventare soltanto l’interprete umano di un calcolo. Una piattaforma può indicare dove il desiderio si è già manifestato. Un editore può ancora scommettere su una forma di desiderio che non ha ancora lasciato tracce.

Per questo, prima ancora che uomo di marketing, l’editore dovrebbe tornare a essere una specie di zoologo della letteratura: qualcuno capace di osservare l’animale prima che sia addomesticato, di distinguere una creatura viva da una creatura soltanto rumorosa, e poi – solo dopo – usare tutti gli strumenti del mestiere e tutte le ultime tecniche di marketing per portarla al maggior numero possibile di lettori. Se non succederà questo, il rischio non sarà soltanto quello di lasciarsi sfuggire un Céline o un Fenoglio perché non assomigliano abbastanza a ciò che il mercato sa già nominare. Il rischio sarà che, abituandoci a chiedere al libro cosa vuole diventare prima ancora di scriverlo, finiremo per addomesticare l’animale prima che impari a correre. E a quel punto, avremo librerie piene di oggetti che sanno spiegarsi benissimo, ma che non hanno più nulla da dirci. E il problema è che i lettori nemmeno se ne accorgeranno, e invece di leggere un nuovo romanzo faranno l’esperienza di un ennesimo prodotto di consumo. Forse dovremmo tornare a sederci a quel tavolo, quello dell’inizio di questo articolo, spegnere la luce del marketing e aspettare che sia il libro, nel buio, a morderci la mano, prima all’editore e poi a noi lettori.

Il mito dell’uomo. “The Odyssey” di Christopher Nolan

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Melinda Sue Gordon

di Marco Viscardi

The Odyssey di Christopher Nolan

Devo confessare che ho sempre preferito l’Iliade all’Odissea. L’Iliade è l’alterità per eccellenza, viene da un mondo in cui non esiste scrittura e quindi non può esistere intreccio. Viene dal mondo delle nazioni e delle genealogie, degli eroi che si odiano e disprezzano senza sminuirsi, anzi è vanto avere un avversario che condivide l’altezza culturale e tecnologica della società greca. L’Odissea è individuale, struggente, ben costruita. L’epica sta cedendo il posto alla tragedia, al conflitto, alla voce oscura del fato. L’altro da Ulisse è sempre primordiale e primitivo, ma inferiore. I Ciclopi erano i signori della terra, le sirene quelle del canto e dell’aria, ninfe e maghe dominano spazi alti, ma nessuno sopravvive davvero al passaggio d’Ulisse e della sua lingua oramai unica.

La distanza fra l’Iliade e l’Odissea mi sembra incredibilmente maggiore di quella che separa noi dall’Odissea, dove ci sono, magnificamente variati, tutti i luoghi comuni che studiamo alle medie: il viaggio dell’eroe, l’analessi e la prolessi, il punto di vista etc etc.

Soprattutto nell’Iliade c’è un senso della vita che mi pare non sia presente in nessuna opera della letteratura occidentale. La vita biologica, terrena, immanente, disperante è la sola cosa che conti, il solo fondamento della morale, l’unico lampo concesso agli uomini e agli eroi. Quando una vita finisce, finisce il mondo.

Mi colpisce sempre l’apparizione di Ilioneo, nel libro XIV. Ilioneo – a cui è dedicata una strada a due passi da dove abito – appare nell’Iliade solo per essere ucciso da Peneleo.

«Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papavero e rivolto ai Troiani trionfante gridò: “Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; neanche la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia”. Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove sfuggire l’abisso di morte». Cito la bellissima traduzione di Maria Grazia Ciani.

Peneleo uccide il nemico e ne raccomanda esequie degne. L’angoscia davanti a quel giovane corpo è paralizzante. La morte è sempre necessaria, qui c’è della pietà, più spesso i corpi che cadono fanno rumore. Tornano alla terra protestando di perdere la sola cosa che conti. La morte è davvero la fine di tutto.

L’Iliade è l’epica in purezza, l’Odissea canta anche le nostre meschinità, le piccole furberie e i compromessi. È il primo capolavoro della crisi che alterna momenti colossali a inquietudini dell’anima. E questo nel film di Nolan si vede perfettamente. The Odyssey racconta la sparizione di una civiltà ad opera di una generazione maledetta. Per tutto il film si avverte l’angoscia di un pericolo esterno e imminente, ma per tutto il film ci siamo dentro. Quel pericolo è già nel canto dell’aedo che apre queste magnifiche tre ore di visione, è già nei comportamenti delle donne e degli uomini. Mai il mondo era stato così bello e non lo sarà mai più. Il mare aperto porta la minaccia.

Com’è stato notato da molti, Nolan racconta un mondo senza dèi. Telemaco li cerca continuamente negli occhi delle persone che incontra. Ha ancora l’ostinazione infantile di credere alla magia del mondo, mentre tutto crolla. Gli dèi possono essere solo il rimorso e il rimosso. I padri lontani, i fondamenti di una legge morale che nella pratica diventa convenzione e sopruso. Atena è un fantasma di Ulisse. Ulisse deve fare i conti con la possibilità di non voler tornare.

Ma il mondo disabitato dagli dèi è un mondo popolato di creature. Nolan qui reinventa l’immaginario.

The Odyssey ci fa vedere per il prima volta una storia che abbiamo interiorizzato e assorbito fin dall’infanzia. Tutto è noto e tutto è nuovo. Il nostro orizzonte d’attesa sul mondo omerico si è spostato. Le nuove rappresentazioni di Polifemo non potranno accontentarsi dell’allucinazione di un volto di un mascherone elaborato dalle IA con la deformazione di un unico occhio. Il Polifemo di Nolan è una creatura baconiana, è il sovrano di un mondo di capre, è la creatura possente raffigurata nei momenti dell’orrore e della caduta. La magia di Circe non è l’incanto ariostesco, ma intervento fisico, tattile quasi faticoso. L’ibridazione è insostenibile e il mondo di questa donna isolata da tutti è quello dell’allucinazione narcisista. Della paranoia che si difende dalle proprie paure, appropriandosi della vita incontrollabile degli altri e imprigionandola nel corpo di stupefatti animali. Calipso non è una ninfa, ma una vera donna, le sirene sono un’ombra. Nolan ha riscritto ancora una volta il paradigma e tutto quello che c’era prima non può più appassionarci. Al massimo ci farà la tenerezza dei vecchi Batman e Robin dei telefilm americani che si arrampicano sulle grondaie dei palazzi, col Joker scioccherello, la Catwoman maliarda e il Pinguino da Grand Guignol

Non si svolge esattamente come lo descrive Omero ma conta poco, anche perché se si vuole conoscere Omero, basta leggerlo o magari farselo leggere. Fra i morti, Ulisse incontra Agamennone ucciso da Clitemnestra, in attesa della vendetta di Oreste. L’epica è già crollata nella tragedia. L’incanto collettivo del rapsodo è il suono di un’età superata, ora il conflitto è rappresentato da uomini in maschera in cerca di catarsi.

L’Odissea è l’epica degli uomini, l’epica che viene trascinata dal gorgo della tragedia, del conflitto che lascia cicatrici nell’animo delle persone. Cicatrici come quella che permette all’anziana Euriclea, prima fra tutti a Itaca, di ritrovare nel lacero mendicante senza nome, l’eroe del ritorno.

Anche se la prima creatura a riconoscere Ulisse è il cane Argo, abbandonato da tutti, sopra il letame dei muli e dei buoi. Lui che «nel folto della foresta profonda» non lasciava sfuggire una preda al suo inseguimento perché «era esperto nel fiutare le tracce», giace ora dimenticato. Il guardiano dei porci Eumeo, il fedele servitore che senza saperlo accompagna Ulisse nella sua reggia, commenta: «Metà del suo valore toglie all’uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende». E sembra che in questa considerazione unisca l’umano e l’animale, entrambi sottomessi a un fato grande, opprimente e oscuro.



Nico è morto

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di Monica Andrisani

Nico è morto. Quando Roberto mi ha chiamata stavo lavorando come guardiasala, assegnata, quella settimana, a una postazione in cui un video si ripeteva in loop all’infinito. Osservavo i visitatori disorientati e divertiti, bambini che correvano o si sedevano per terra. Il rumore degli schermi non mi abbandonava mai, anche la notte mi svegliavo con quel brusio che mi rimbombava nella testa e, assieme al caldo, mi creava una pressione sopra l’arcata sopraccigliare, un cerchio che stringeva sempre più forte.

Sentii il telefono vibrare nella tasca. Con Roberto non ci sentivamo da mesi: le nostre vite ci avevano portati lontano, a tornare a casa in momenti diversi dell’anno. I legami con la mia terra si stavano assottigliando, nei ritorni sempre più sporadici, nelle telefonate diventate brevi messaggi di testo. Allungai la mano verso la tasca posteriore del pantalone, decisa a rifiutare la chiamata. Una collega dall’altra parte della sala mi fece un gesto concordato: stava per passare il controllo. Rifiutai con uno dei messaggi standard che informava che ero al lavoro e avrei richiamato. Infilai il telefono in tasca, giusto in tempo. Ero attenta, nella mia postazione, impeccabile, anche quando il telefono vibrò ancora. Stavolta una vibrazione breve, un messaggio. Attesi che il responsabile, il sorvegliante dei sorveglianti, superasse la mia sala, poi mi feci da parte per leggere. Il corpo mi comunicava un’urgenza insolita per quella chiamata e per il messaggio successivo.

Nico è morto, diceva. I visitatori si sciolsero attorno a me, il soffitto mi sembrò sgretolarsi, mentre la videoinstallazione perpetuava all’infinito il medesimo gesto della durata di pochi secondi.

Nico è morto, ogni ricordo che cercavo di riportare alla mente si sfaldava prima che potessi tenerlo. Le estati a Monopoli, le birre sul lungomare, i Cure in macchina a volume alto e lui che tamburellava sul volante, il trullo a Cisternino che avremmo dovuto restaurare insieme, i progetti che avevamo fatto e poi rimandato finché non era diventata un’abitudine anche rimandare. Tutto si dissolveva appena lo toccavo. L’umidità della sala mi si condensava fredda sul collo, sulle spalle. Scossi la testa verso la mia collega e nel farlo la sala girò senza fermarsi. Cercai l’uscita di emergenza, raggiunsi il bagno. L’odore di urina mi causò un conato di vomito. Richiamai Roberto. Nico aveva avuto un incidente tornando a casa da Bologna.

Nessuno di noi viveva più al sud. I nostri erano spostamenti costanti che facevano parte ormai di un modo di vivere.

Piansi, urlai, le mani appoggiate alle pareti del cesso, lacrime e saliva che cadevano nel water. Nico non c’era più. La sua risata, il suo accento contaminato dalla nuova vita al Nord, non li avrei più sentiti. Non erano mai esistiti, era come se li avessi solo immaginati. I suoi capelli raccolti in una coda, il passo sbilenco per un difetto di postura, sarebbero rimasti per sempre un ricordo.

Tornai in sala per portare a compimento la giornata di lavoro. Gli occhi gonfi sullo schermo tutto il tempo: un piede che schiacciava mezzo limone. Pochi secondi e poi si ripeteva, senza sosta, con la stessa violenza. Il limone era intero e poi schiacciato, la polpa liquida schizzava fuori sotto il tallone.

Quella sera mi buttai sul letto dopo la doccia, senza mangiare. Chiamai Lucia tre volte senza risposta. Mi richiamò intorno all’una di notte. Nelle orecchie mi fischiava ancora il ritmo del video. Schiaccia, schiaccia, schiaccia. Mi disse che aveva saputo, ma non aveva voluto parlarne. Che la vita era breve, che domani forse non saremmo più esistiti, che tutto succede in un attimo. Le parole la incalzavano, rauca com’era, e non lasciavano spazio. Era sconvolta ed esaltata allo stesso tempo. Aveva ricevuto la notizia la sera precedente: si era spogliata, si era guardata allo specchio, si era toccata. Era viva. Aveva sfiorato la pelle, la pancia, le spalle, i seni, i glutei. Non era un riflesso, era ancora reale. Era uscita dalla sua stanza, nuda, ed era entrata a turno nei letti dei coinquilini. Voleva sentire la vita, diceva. Mentre parlava mi scorrevano davanti le scene: la sua carne liscia, il cigolio della porta, il fruscio delle lenzuola. La sua voce mi arrivava come se la stessi guardando e ascoltando attraverso un vetro.

Quando chiuse la chiamata le parole avevano smesso di incalzare, ma le avevano lasciato il respiro corto.

Non chiusi occhio.

La mattina successiva tornai in sala. Era l’ultimo giorno in quella postazione. Il piede schiacciava il limone, e io aspettavo che si ripetesse, sempre uguale, senza sorprese.

(N.d.R.: foto di Daniele Muriano)

Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista

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di Meri Bracalente

(Leggevo questo mio scritto come introduzione a una giornata dal titolo particolare, programmata nella rassegna SINOPIE_ l’arte dell’attore e le immagini sottese, organizzata dal Teatro Rebis, la compagnia che il regista Andrea Fazzini fondava a Macerata nel 2003 e di cui, solo qualche anno più tardi sarei divenuta parte, fino a esserne all’oggi l’altra parte (Rebis è letteralmente cosa doppia; in alchimia matrimonio chimico, unione degli opposti, l’essere androgino). Tre anni fa, nell’occasione che riferisco, abbiamo festeggiato il ventennale della compagnia con attività rivolte agli studenti d’arte e alla comunità. Occasione di riflessione sulla mole di soddisfazioni e delusioni e altre ostinate illusioni attraversata insieme, e condivisa anche sempre con una moltitudine di compagni e compagne che più o meno lungamente e intensamente hanno partecipato del Teatro Rebis, e con colleghi, sodali, persone amiche, e con quanti tanti altri ancora, che a pensarci non pare vero. Vivere di teatro si può solo a partire da un certo furore interiore e accettando pienamente le amare conseguenze del condurre vita del tutto irregolare. Non è però mai consentito dire di essere stanchi morti, perché si tratta in verità più propriamente di essere stanchi vivi, sempre, sempre più vivi. Forse tale vitalità precipuamente deriva dalla prossimità dell’arte del teatro alla morte, e con questo non dico niente di nuovo. Così alla giornata in questione è toccato un titolo particolare: Come muoiono gli attori (dal sottotitolo del mirabile video-saggio di Renzo Trotta Il Sogno di un Destino, contestualmente programmato). L’incontro ha visto inoltre i preziosi contributi di diverse splendide artiste della scena marchigiana e l’esposizione di una relazione prodotta sulla base degli allarmanti dati INPS riguardanti quelle categorie, tra i lavoratori dello spettacolo, che svolgono le diverse attività performative e opera d’ingegno, considerate su scala regionale e nazionale. Così nasceva questo scritto strambo e accorato, che ho in seguito altre volte letto pubblicamente e che alla fine ha acquisito a sua volta un particolare titolo: Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista. Un po’ perché mi è capitato che i genitori di un musicista ascoltandolo si siano commossi; un po’ perché penso a mamma e babbo che hanno saputo a modo loro comprendere; e poi come piccolo omaggio a uno di noi molto più in alto di noi, uno che veramente aveva le carte in regola per essere un artista.)

 

Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.

Nel senso che di teatro ormai tranquillamente si muore. Perché, diciamocelo pure, non serve mica più l’attore: a recitare sono buoni tutti, lo può fare chiunque, chiunque si piaccia abbastanza.

Leggo. Così mi pare di conservare il contegno, il pudore. Che poi all’oggi figuriamoci come stanno messe le lavoratrici e i lavoratori tutti, allora che ti metti a dire proprio tu che non fai un cazzo e che pure ti diverti?

Mi diverto, sì. Recitare è una grande gioia, è la mia gioia. E per me è la gioia dello scomparire: io io io io io io… finito. Per un poco s’intende. Mi prendo e mi metto da parte (quando mi riesce, che non è garantito). Io, dicevamo, possibilmente mi scanso proprio: lascio il posto a quello che deve accadere, alla figura che forse affiorerà sulla scena. E se la figura affiora, allora abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso.

Ma questa è l’arte, non può essere garantita. L’arte è più come una ferita, che sarebbe meglio non avercela e che invece c’è, è proprio sempre lì, è in dotazione al genere umano.

Allora succede che in tutte le epoche e in tutte le culture qualcuno se la prende in carico questa ferita. Non è una cosa per tutti, no, non è un mestiere, è una condizione esistenziale, una sensibilità atroce. E chi è che la vorrebbe veramente in dote? Diciamoci la verità, sta di gran lunga meglio tutto il resto della società, civile s’intende.

Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri,

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrà fors’altri; a me la vita è male.

 

Questo sentiva il poeta, e quanto male ci fanno queste parole. E quanto bene ci fanno queste parole.

Ma questa dell’arte è una questione delicata, intima, una questione che riguarda in cuor suo e in misura diversa chiunque si adoperi all’arte. È un’immensa responsabilità, ma non può essere garantita, in quanto materia ineffabile.

Può capitare che si manifesti in esseri umani che vivono in zone o villaggi avulsi dalla vita intellettuale (proprio come nel caso del nostro Leopardi), o a uomini e donne reiette che resteranno misconosciute in vita e forse oltre; oppure anche, eventualmente, a chi ha fatto studi prestigiosi, o apprendistati, come nel caso delle famiglie d’arte. Insomma, questo è un dato imponderabile. Ci si può rimettere solo a una evidenza: l’arte si manifesta con rarefazione. Si potrebbe convenire che di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo, con le celebri parole di Moravia su Pasolini.

Tutti gli altri coloro i quali si dedicano all’esercizio delle arti sono anch’essi detti ‘artisti’ in quanto esercitanti un’arte, e sono tanti, e però in ciascuno l’intensità di tale ineffabile qualità si darà solo in rapporto alla vetta, alla sommità, stabilita dall’opera di quegli altri pochi (tre-quattro per secolo) di cui sopra (tipo Dante, Bach, Shakespeare, et similia).

Cioè, è tanto raro essere artisti, quanto sacrosanto esercitare le arti.

Ora, le arti applicate le vediamo e le tocchiamo, sono tangibili:

“Oh! Che fine consolle in legno laccato oro Luigi XV – Adoro!”

Gli attori e le attrici invece sono transeunti, passano.

Stanno al teatro come il vento al fuoco.

 

E questa era premessa.

Premessa necessaria solo a prenderla e a metterla da parte, l’arte. Oggi mettiamola per un poco in sospeso. Ciò che è bello – non è bello, vero – falso, vivo – morto, classico – contemporaneo: via! Sospeso!

Lasciato alla coscienza e al senso critico di ciascuno.

Ah, che sollievo!

Interessiamoci qui ora finalmente solo di ciò su cui possiamo intenderci, di cose più semplici: del mestiere, della professione.

Certo, tutti speriamo questa possa coincidere con l’arte di cui prima, ma non è detto. Potrebbe trattarsi d’altra cosa affine, volta diciamo prevalentemente alla spettacolarità, all’intrattenimento, al facile divertimento, perché no? Almeno pretendere però che sia fatta bene, come si dice, appunto, ad arte. Poca cosa certamente non è.

Ecco, questo sì che può e dovrebbe essere garantito! Il mestiere.

Le arti si esercitano perché un desiderio ci nasce dentro. Ora, se questa passione fa bene a noi e agli altri è giusto che faccia parte della nostra vita, è un diritto inalienabile fruire ed esperire le arti. Sviluppare facoltà creative è questione vitale. Ma quanto spazio, energia, dedizione, studio e sacrificio vi dedichiamo?

Se queste condizioni sono parziali, e dunque nella vita ci sostentiamo con prevalenza grazie ad altra attività, non ne avremo fatto il nostro mestiere.

Ma se invece la nostra esistenza è in massima parte o in assoluto dedicate ad esempio al teatro, questo deve essere necessariamente riconosciuto come un mestiere. Il sistema del lavoro in tale ambito non potrà allora fondarsi unicamente sulla somma delle giornate di recita per le quali si versano i contributi a fronte di una retribuzione misera, misera, misera. A meno che tu non sia qualcheduno molto famoso, in tal caso tale retribuzione può stravolgersi e divenire esagerata, sproporzionata e persino oscena.

Ma tra chi guadagna troppo perché vende soprattutto la sua immagine patinata e chi guadagna a scrocco perché è un attore amatoriale (ma, poniamo, si guarda bene dal dichiararlo con franchezza, esercitando, scientemente o meno, una sleale forma di concorrenza) in mezzo c’è una larga fascia di professionisti che se di questo mestiere non proprio ne muore, diciamo, almeno, a stento ne vive.

Trattasi di lavoro atipico, e come tale dovrebbe essere inquadrato, così almeno vale per gli altri paesi d’Europa di cui pure siamo pari membri.

Dico, io lavoro di giorno di notte d’estate d’inverno feriale festivo carico scarico monto smonto viaggio recito compilo bandi ancora bandi selezioni bandi relazioni bandi rendicontazioni riflessioni relazioni riunioni studio invento comunico recito | insegno penso scrivo leggo butto via tutto ricomincio mando a memoria mi alleno sennò m’incricco insegno m’ingegno organizzo cucino per tutti e siamo tanti registro riascolto registro reagisco insisto mi confronto mi confondo “ma come ancora il volantinaggio faccio?” | riscossioni credito continue e comunque recito recito recito paura paura paura piango rido carico scarico carico scarico controllo il materiale lo aggiusto lo custodisco lo sostituisco lo costruisco perfino – trucco parrucco costumi – provo riprovo riscrivo memoria memoria memoria allestisco tutto sempre nuovo non so quello che trovo sole cocente smonto ripasso caldo infernale riprovo nuove idee nuove non sono suono la voce ecco mi manca | cerco soluzioni trovo azzardi fallimenti riconoscimenti studio mi aggiorno insegno mi scaldo sennò mi rompo nella sala sola senza riscaldamento e che sono un cane? ma non mi posso lamentare allora mi scordo poi mi accordo con gli organizzatori prenoto pernotto per tutti mi preparo viaggio per ore viaggio vitto alloggio quasi mai | freddo treno febbre recito riviaggio non mangio non dormo sono sempre stanca sfranta affranta, tutto so tutto dimentico, soprattutto di mandare per tempo il comunicato stampa.

Ma come è possibile che io, che lavoro pure mentre dormo, che una vita fuori dal lavoro praticamente non ci scappa proprio, per lo Stato risulti INOCCUPATA?

Facciamo un lavoro che come per gli atleti sarebbe da considerare usurante, e siccome saremmo tipo degli “atleti del cuore” ne risulta anche una usura emotiva. Crolliamo facilmente, ci cedono i nervi, ci consumiamo le membra, l’anima, la mente. Eppure periodicamente ci tocca andare a rinnovare l’iscrizione al Centro per l’Impiego, perché lo Stato Italiano, invece di riconoscere la connaturata intermittenza al mestiere dell’attore (così come per altri paesi dell’UE), ti costringe a un continuo massacrante superlavoro e, al contempo, a dichiararti disoccupato, pure se un altro lavoro non lo vorresti, né lo potresti accettare. Lo Stato ti invita a dichiarare il falso. E poi ti obbliga a fare un corso di orientamento… “ma come io veramente mi sarei orientata, diciamo proficuamente, già da una ventina d’anni”.

Ma che fai la schizzinosa? La vuoi la disoccupazione a requisiti ridotti? Allora rispondi alla domanda:

– che posizione avevi nell’ultima occupazione?

– la so!

INVECE NO

E ora prendi atto, oh non più giovane attrice, che tu non ci sei. Cioè… manco ci sto? No. Non pervenuta neanche una categoria generale assimilabile su ben 14 opzioni. Così il gentile referente della pratica mi suggerisce di barrare la casella ‘Impiegato’.

Alla fine io risulto essere un’ impiegata (inimpiegata), certa solo di non essersi spiegata.

Conclusioni

Questo deve essere proprio un lavoro per supermen e wonder women: per chi non si ammala, non si infortuna, e per chi intende a tutti i costi contribuire alla decrescita della natalità;

Per chi non si fiacca, mai si affligge, no anzi, per chi si entusiama e fa volare i sogni sempre in alto!!!

Insomma un mestiere ingrato perché da vecchio, se non prima, finirai internato.

Ma no, dai, è un mestiere come un altro: è per gli ambiziosi, per gli adulatori del potere, per chi si vende al miglior offerente, niente di strano, no, niente di niente, un mestiere innocente.

O forse mi sbaglio e questo è solo un mestiere. . . un mestiere per ricchi.

Sconclusioni

Se dopo tanti anni di esercizio della professione ancora di questo mestiere non ci si campa, allora non si scampa: vorrà dire che Conservatori, Accademie di Belle Arti, Coreutiche, d’Arte Drammatica, e altri istituti e corsi di alta formazione artistica, sono una truffa.

Forse allora è giusto chiedersi se questo è un lavoro, se questo è mestiere, se questo è.

Ma per tornare alla questione iniziale, quella che abbiamo messo da parte, no dico, l’arte…

Mi verrebbe da aggiungere un’ultima cosa: ma non è che forse il più alto sentire, quel pieno sviluppo della persona umana di cui parla la Costituzione Italiana, si realizza così?

No, dico, non sarà mica che il lavoro, compreso il mio, anche il più strano, è una specie di: Poema Umano?

 

Oddio che vado dicendo, devo avere la febbre …

Ora saluto, vado di fretta, sennò faccio tardi.

Ho appuntamento all’ufficio di collocamento.

 

 

Buena Vista Social Club: Alessandro Trocino

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L'”uomo tranquillo” Roggero e il diritto alla vendetta
di
Alessandro Trocino
Il diritto alla vita, di cui si fanno paladini i nemici dell’aborto e dell’eutanasia, pare che non valga nel caso di una rapina. Lì, prevale il diritto alla sicurezza. Assurto, nella gerarchia delle tutele, a diritto prevalente, assoluto. Insieme alla sicurezza, sempre più sdoganato, emerge il diritto alla vendetta, non ancora in Costituzione.
Nell’antica Grecia, la vendetta – largamente ammessa – poteva essere monetizzata. L’aggressore – come ci insegna l’Iliade – offriva un risarcimento, la poinè, e la vittima poteva scegliere di soprassedere, o insistere. Fu Dracone, nel VII secolo a. C., il primo a sottrarre l’omicidio alla giustizia privata, rivendicando il monopolio statale della forza. C’era la possibilità di dichiarare «legittimo» l’omicidio di un privato. Era però necessario che la reazione difensiva fosse giustificata da tre circostanze: l’ingiustizia dell’azione alla quale si reagisce; l’uso della violenza da parte dell’aggressore; l’immediatezza dell’azione reattiva letale.
Dunque, se fossero ancora in vigore le leggi draconiane, com’è noto non troppo tenere, il gioielliere Mario Roggero sarebbe stato condannato, non essendoci «l’immediatezza della reazione», ma neanche il pericolo e neanche la proporzionalità. Nel frattempo, della faccenda si sono occupati giuristi e filosofi come Platone, Cicerone, Grozio, Locke, Pufendorf, Carrara, poi anche Alfredo Rocco, estensore fascista del codice penale, che era più liberale dei legislatori attuali. Ora se ne occupano più sommariamente il principe Emanuele Filiberto di Savoia, con una petizione, Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani, che organizzano show e indossano magliette con la scritta «Siamo tutti Mario Roggero», a imitazione tardiva di «Je suis Charlie», che però era il giornale attaccato dai terroristi: allora eravamo tutti, o mostravamo di esserlo, le dodici vittime di omicidio, non gli autori di un omicidio, sia pure in reazione a un’aggressione.
Il nome di Roggero è dappertutto sui social, dove è diventato una star. Gli ultimi video hanno raccolto milioni di visualizzazioni. Il gioielliere si presenta come un uomo amichevole e sobriamente elegante, con il gilet che fa intravedere la cravatta, gli occhiali, i capelli grigi, il sorriso. Una brava persona, rassicurante. Di fianco ha spesso la moglie e la figlia. In uno, prima della sentenza che lo ha condannato a 14 anni e 9 mesi, prega e si commuove: «Sono nonno di otto meravigliosi nipoti, il mio sogno sarebbe stato di stare al loro fianco». In un altro, pubblicato dopo la sentenza, commenta amaro: «È finita, sto passando gli ultimi minuti con i miei familiari. Hanno voluto darmi l’ergastolo».

Roggero è l’eroe di Salvini e di Vannacci, ma anche di milioni di italiani, a quanto pare. I nomi di Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino non li ricorda nessuno, invece. Tranne i familiari, che erano in prima fila al processo. Carla, sorella di Spinelli, dice: «Andrea era un orsacchiotto, un pantofolaio che alle nove si addormentava davanti alla tv, una persona benvoluta da tutti che lavorava nei cantieri in nero. Non ci aspettavamo una cosa così. Non siamo famiglie borghesi, siamo famiglie che lavorano e portano il cibo in tavola e il giorno dopo uguale». Mazzarino aveva 58 anni, una moglie e due figli piccoli. Per il manifesto funebre, i familiari hanno scelto una foto dove sorride, con un bicchiere di vino in mano.

Di sicuro, non erano stinchi di santo. Spinelli sarà stato «un orsacchiotto», ma è accusato di avere già partecipato a un’aggressione in un cantiere edile. E quel giorno, i rapinatori hanno impugnato un coltello e una pistola, per quanto finta. Anche di Roggero ci sono storie poco commendevoli, anche se naturalmente non paragonabili. In piena notte si presenta a casa del fidanzato della figlia e lo prende a pugni, puntando una pistola addosso a lui e ai genitori. «E non finisce qui, bastardo», minaccia. È il 2005 e Roggero patteggia una pena di due mesi per quell’aggressione. Forse anche in quel caso pensava fosse legittima difesa. «Da padre», come direbbe Salvini.
Nessuno è perfetto, anche se genitore, anche se nonno, anche se gran lavoratore, anche se con gilet rassicurante. Uno poi può essere «un orsacchiotto» e organizzare una rapina, essere un buon padre di famiglia, «un uomo tranquillo» e trasformarsi in un giustiziere, stile «Un borghese piccolo piccolo», alla Monicelli e Sordi.

Meritava di essere rapinato, e per molte volte, Roggero? No, è uno scandalo, un disastro, un fallimento dello Stato se un onesto lavoratore deve vivere in queste condizioni. Servirebbe, appunto, lo Stato, a difenderlo, a impedire che accada ancora, a prevenire, indagare, arrestare e anche a costruire una società con meno squilibri, che limiti al massimo certe deviazioni criminali.
Meritavano di essere uccisi i due uomini (che non erano solo «rapinatori»)? C’è un video di quel giorno, il 28 aprile del 2021. I tre entrano nella gioielleria di Grinzane Cavour e minacciano con un coltello e una pistola giocattolo Roggero, la moglie e la figlia. Poi escono ed entrano in macchina, pronti per fuggire. Ma Roggero si precipita fuori con un revolver e li colpisce tutti, uno dopo l’altro. Scarica addosso a ognuno un proiettile calibro 38. A uno gli spara una seconda volta, a freddo. Mazzarino muore subito. Modica viene colpito alla gamba, il terzo prova a scappare ma inciampa. Roggero lo insegue e lo prende a calci in testa.

Anche Spinelli muore. Roggero torna in negozio e telefona ai carabinieri. Sono innocente, giurerà poi, avevo paura che quei tre tornassero indietro a finire il lavoro. Il pm non è d’accordo: non è legittima difesa, ma «illegittima vendetta». I giudici neanche.
Dopo la condanna, quella che sembra una battaglia di una destra un po’ da far west è diventata la battaglia di tutto il centrodestra di governo, Forza Italia e Noi moderati compresi. Ha cominciato Salvini, chiedendo la grazia, suggerita da Cruciani. Ora tutti i parlamentari di centrodestra raccolgono le firme per chiedere che gli venga concessa la grazia. Anche il governatore Alberto Cirio, Forza Italia, ha espresso solidarietà, con una sorta di antropomorfizzazione della Regione, a sua insaputa: «Il Piemonte non lo lascia da solo». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio – il capoufficio, diciamo così, di quei magistrati che lo hanno condannato -, ha avviato l’istruttoria per chiedere la grazia. Guido Crosetto, ministro della Difesa, e non ancora dell’autodifesa, è affranto: «Ciò che è accaduto a Mario Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare. Va esperita ogni possibilità perché possa tornare a casa». Si sottolinea che Roggero ha addirittura 72 anni e finirà in carcere. Uno scandalo, uno schifo, come è possibile? Tutto vero, uno scandalo e uno schifo, ma Roggero andrà a fare compagnia agli altri 1.300 ultrasettantenni, molti malati cronici, che sono dietro le sbarre da anni. A Opera lo scorso anno c’era un detenuto di 90 anni, cieco. I medici hanno scritto che ha un grave «declino cognitivo» e servirebbero cure. Le uniche gliele dava il compagno di cella, un giovanotto rispetto a lui, solo ultra settantenne, che gli versava la minestra, rifaceva il letto e lo sorreggeva quando la stampella lo abbandonava. Un anno dopo, chissà.

Tornando a Roggero, ci sarebbe la legge, da rispettare. Ma non è più questione né di garantismo né di giustizialismo. È saltato tutto. Il governo ha persino fatto approvare nel ddl sicurezza, varato il giorno prima della condanna, una norma che vieta il risarcimento da parte di chi viene condannato per un atto di reazione a un’aggressione (non si applica a Roggero, perché non può essere retroattiva). Salvini vuole ampliare «il perimetro e il concetto» della legittima difesa, già scardinata in passato. Come si può fare? Si potrebbe scrivere così, per non consentire troppi margini ai magistrati troppo teneri: «Chi subisce un furto o una rapina può reagire sparando sul posto all’aggressore. È consentita l’esecuzione se l’uomo o la donna è in fuga, anche sparando alla schiena». Con questa stesura dovrebbe integrare tutti i requisiti richiesti per consentire la massima sicurezza ai rapinati.

Persino i 5 Stelle, che certo non hanno nel loro Dna il garantismo né sono particolarmente sensibili ai diritti civili, si sono ribellati. I componenti M5s nelle commissioni Giustizia hanno scritto una nota per dire no alla legge del taglione, no all’occhio per occhio. Se non sanno cosa scrivere nel famoso programma del campo largo, potrebbe essere un buon inizio. La sensazione è che la maggioranza stia cogliendo una bella opportunità per distogliere l’attenzione da quei problemi volgari di «vigliaccheria» e «tradimento» in Parlamento e che abbia colto l’occasione al balzo per concentrarsi sull’unico tema, insieme all’immigrazione, che gli porta voti: la sicurezza.
E il Pd che dice? Nelle agenzie, negli ultimi tre giorni, non risulta nulla, se non un anonimo consigliere regionale piemontese. Il tema è impopolare, certo. Tutti i commentatori glielo dicono da sempre alla sinistra: attenti che se sottovalutate la sicurezza perdete. E loro, invece di spiegare per l’ennesima volta che sicurezza è prevenzione e solo in parte repressione, che peraltro compete allo Stato e non al singolo cittadino, fanno finta di nulla, che non si sa mai. Né con la legge del taglione né contro.

E la grazia? Forse è la prima volta che un’intera maggioranza politica, un governo compatto, interviene ufficialmente – il giorno dopo una condanna – per chiedere al capo dello Stato di graziare un colpevole di omicidio. Il Presidente potrebbe aver avvertito una certa pressione sulla giacchetta. Peraltro, c’è una procedura precisa per la grazia. Che deve essere chiesta dal condannato, dai familiari o dall’avvocato. Servono poi «segni di pentimento». Il magistrato di sorveglianza deve verificare la sussistenza dei requisiti, comunicarli al Guardasigilli che può avviare la pratica. A oggi al Quirinale non risulta che sia stata presentata nessuna pratica. Nel pomeriggio, poi, è successo quel che si capiva sarebbe successo. Sergio Mattarella ha convocato il ministro e gli ha spiegato (al ministro!) che la grazia non spetta a lui ma al Quirinale. Nel linguaggio felpato, ma non troppo si traduce con: «Il presidente della Repubblica ha puntualizzato i limiti delle attribuzioni del Ministro, in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica». La forzatura istituzionale, per ora, è stata bloccata.

Nel frattempo, Roggero non ha ancora deciso se consegnarsi e andare in carcere, come aveva invece annunciato. I siti scrivono che potrebbe prima pubblicare un nuovo video di addio, dopo quello di ieri. Di certo non dirà una parola su quei due che ha ucciso: non l’ha mai detta. Non ha chiesto scusa – perché si sente innocente -, ma non ha neanche detto una parola di umana pietà, per due vite andate perse, comunque sia andata. Il cantante Paolo Belli è devastato e si sta disperando per avere investito e ucciso involontariamente un uomo, mentre andava in bicicletta. Roggero ne ha uccisi due a pistolettate, di proposito, ma non prova pubblicamente rimorso né misericordia. Davvero, a cosa serve il carcere, in un caso come questo, visto che il condannato pensa di avere ragione e gliela danno il ministro della Giustizia, e anche la premier. Di quale rieducazione parliamo? Di quale carcere? Di quale sistema penale? Di quale giustizia?

Questa rubrica è normalmente dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. Oltre alle cose anche le persone attraversano talvolta le misteriose maglie delle reti, e sconfinano come pensieri liberi.
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Questo articolo, letto sulla pagina facebook dell’autore, è stato pubblicato originariamente nella newsletter del Corriere della Sera Il Punto – La Rassegna

L’operaio e la morte

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di Vladimir Sabourín
traduzione di Alessandra Bertuccelli

Encomio dei beati della pacifica transizione
Poema documentario
[un estratto]

Amanti-della-pacifica-transizione ebbene voi amaste
La pacifica transizione verso il capitalismo con previdenza
Giusto una quindicina d’anni dopo la sanguinosa
Continuazione del monarco-fascismo nel potere
Popolare della borghesia rossa

(Con la venuta di Simeone II si capì perché
Non senza la coscienza sporca
Parlavate di monarco-fascismo)

Cercando questo Paradiso terrestre al vertice
Del Purgatorio capitalista
Voi abbandonaste il padre e la madre
I fratelli e le sorelle le compagne e i compagni
E registraste la prima società oltreconfine
Nel 1961 a Vaduz in Liechtenstein

Essa fu creata dalla Prima direzione della DS (1)
La nave madre di tutte le ditte oltreconfine
Madre della pacifica transizione verso il capitalismo

Negli anni 60 ai movimenti di sinistra raccontavate
Del pieno soddisfacimento della popolazione
Compravate latte condensato dall’Olanda
E sapone dalla Francia per l’Algeria vendevate
Senza il permesso per l’esportazione diretta kompot di frutta
Per la Germania Ovest e giacche di pecora per la Gran Bretagna

Per voi la sinistra era un’eresia della grande città
Che presto sconfiggeste venuti dalla campagna
Con le pezze da piedi dell’Armata Rossa
Autorizzaste le ditte straniere
A intraprendere liberamente iniziative
Economiche private
E disciplinate da meccanismi di mercato violando
I canoni dell’economia pianificata
Socialista fino a che Brežnev
Non vi dette il benservito e per ancora un po’
Vi infilaste coppola e ciocie
Borghesia rossa in veste d’agnello

Con la bava alla bocca dallo sforzo
Il Coppola (2) si rammenta il Tribunale popolare (3)
E sacrifica l’ufficiale della DS che aveva fondato la prima
Società oltreconfine nel Principato di Bulgaria oramai
Un traditore Chi può cadere così in basso da dare navi
Di proprietà nazionale a uno straniero
Se non un vigliacco e un traditore Chi altro
Può essere fucilato se non
Un tale vigliacco e traditore ha la bava alla bocca
Il Coppola alla seduta da infarto del Politbjuro
Messo a pecora davanti all’URSS Brežnev
Non è uno straniero il culo del Coppola è
Il suo Governatorato subdanubiano
Il suo usuale paese natale e il suo venire

Al tempo dell’epurazione nelle ditte oltreconfine
Sospettati di deviazione di destra e via
Jugoslava al socialismo dai compagni sovietici
Dopo la Primavera di Praga voi stabilite
Che il ghibli un vento del deserto fa seccare
Il vostro volterriano giardino coltivato
In Libia dopo investimenti da 300.000 dollari
Ciò viene constatato dagli zelanti giovani volontari
Del capitalismo rosso
Nel deserto libico

Il vostro è un capitalismo da trafficanti
Avete cominciato con il contrabbando di orologi
Dalla Svizzera per la Turchia quando tin tin sonando
con sì dolce nota che ‘l ben disposto spirto d’orror turge
La DS riporta che nella rete il contrabbando è opera
Di membri del BKP (4) ex partigiani attivi
Combattenti contro il fascismo e il capitalismo

Nel 1967 con un ordine personale
Top secret del Consiglio dei ministri definite
Il contrabbando commercio di transito
Studiate il futuro radioso delle compagnie offshore
In particolare delle ditte oltreconfine del tipo Anstalt o
Cassette postali ad esempio Inar Anstalt Für
Aussen Und Transithandel anche Korestal Anstalt Für Aussen
Und Transithandel e Gudex Anstalt
Il passato radioso delle future compagnie offshore

[…]

N.d.T.:

(1) Dăržavna sigurnost, ossia sicurezza statale. Così erano chiamati i servizi segreti in Bulgaria tra il 1925 e il 1990.

(2) Diffuso appellativo riservato a Todor Živkov, che detenne il ruolo di segretario del partito comunista bulgaro e di presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria dal 1944 al 1989.

(3) Il Tribunale popolare, in bulgaro Naroden săd, fu un tribunale straordinario, composto dai “migliori cittadini” non necessariamente dotati di conoscenze giuridiche, chiamato a giudicare l’operato di chi aveva governato ed esercitato cariche pubbliche dal 1 gennaio 1941 fino al 9 settembre 1944, anno in cui i comunisti salirono al potere. Il Tribunale popolare operò dal dicembre del 1944 fino all’aprile del 1945 e organizzò 135 processi di massa in tutto il paese. Furono arrestate 28.630 persone: ne furono ufficialmente imputate 11.122. In quattro mesi furono emesse 9.155 condanne senza possibilità di appello, di cui 2730 capitali, 1305 a vita, le restanti variavano da 1 a 20 anni di carcere.

(4) Abbreviazione di Bălgarska komunističeska partija: Partito comunista bulgaro.

 

*

 

OPERAI IV
(Il cimitero marino)

Un luogo che ben collega le lastre tombali in cemento
La muratura a secco con le pietre smussate la pompa petrolifera
Accosto al recinto nella durezza del cimitero operaio
Che guarda la foschia d’acciaio del campo petrolifero marino

Sopra è il meriggio sotto le mani che vogliono tacere

 

*

 

ANTIGONAE. LE GERMANIE, 2003

Molte sono le cose mostruose Ma più
Mostruoso dell’operaio
Non c’è niente di cui non sia capace
Perché di notte lui
Il mare su cui gelido soffia
Il vento del sud solca
In alate mugghianti dimore
E l’imbattibile infaticabile
Santa-sublime terra per gli abitanti del cielo
Rende esausta egli con l’ostinato aratro
Anno dopo anno
Spinge e preme con la stirpe equina
E il leggiadro mondo degli uccelli
Acciuffa e incalza
E i branchi erranti di animali selvatici
E del Pontus Euxinus la salatа-viva figliata
Con reti bellamente intrecciate
L’abile operaio
Cattura con artifici anche la bestia
Che sosta e vaga in reconditi meandri
E il cavallo dal ruvido crine
Aggioga e l’errabondo toro
Montano non ammansito.

 

___________________________________________

Postfazione documentaria

di Alessandra Bertuccelli

“Voglio essere coi primi,
coi veri,
coi comunisti.”

Dichiarazione,
da Versi (1965)
Konstantin Pavlov

Il presente è molto meno intelligibile del passato data la sua insita vicinanza all’oggetto d’osservazione. Se ci allontanassimo, facessimo quindi passare del tempo, potremmo più facilmente trovare un punto di vista che ci faccia cogliere l’immagine tutta con meno sforzo. Ma il solo fatto di trovarci qui, alla fine del libro, non permette ulteriori attese. Poi, se a essere osservato è un Paese praticamente assente dalle cronache, poco considerato, anzi, diciamo la verità, snobbato a qualsiasi livello, come è appunto la Bulgaria, al problema prospettico se ne aggiunge uno ulteriore: l’ignoranza di base, del tutto giustificata, dell’osservatore – dal lettore di un quotidiano allo spettatore di un telegiornale, dallo studente di slavistica, al piccolo o grosso editore. Questo spiega una volta di più quanto il ruolo della traduzione e del traduttore o traduttrice sia fondamentale. Perché il suo lavoro non si limita mai all’elaborazione del testo in traduzione, ma è prima di tutto un lavoro di presentazione, contestualizzazione, preparazione alla ricezione. Questo vale in generale quando si traduce da lingue poco parlate, ma è ancor più vero se si traduce poesia perché, a parte rari casi, è quasi solo e sempre il traduttore o la traduttrice a proporre nuovi autori da pubblicare. È un compito bello, delicato, enorme.

Ho cominciato a prenderne atto solo sette-otto anni fa, quando iniziai a lavorare alla traduzione dell’opera di Konstantin Pavlov (1933-2008): il maggiore poeta bulgaro della seconda metà del XX secolo, impareggiabile innovatore, ultimo modernista e primo postmodernista bulgaro, perseguitato e osteggiato per vent’anni per aver rifiutato di collaborare con il regime, mai pubblicato in Italia fino all’uscita, nel 2022, dell’antologia da me curata per Valigie Rosse, intitolata Cavalli indomati. A questo senso di responsabilità che provavo si venne ad aggiungere l’urgente bisogno di rispondere, con i miei mezzi, a qualcosa che trovavo ingiusto, assurdo (un fatto già descritto in una nota al testo): Bompiani, nel 2021, faceva uscire un’antologia di poesie di Ljubomir Levčev, il poeta di stato durante il socialismo, colui al quale Vladimir Sabourín ha dedicato Discorso di benvenuto al festeggiato e ai delegati della celebrazione dell’80° anniversario di L.L. nella sala 6 del palazzo nazionale di cultura. Perché pubblicare in Italia proprio lui (naturalmente con i debiti accorgimenti e silenzi), perché accordargli anche questo onore? Eppure di grandi poeti, viventi e non, la Bulgaria ne ha. Perché Levčev?

Tempo dopo è di nuovo accaduto qualcosa di simile. Un giorno, navigando in rete, mi sono capitate sotto mano alcune poesie di Vladimir Sabourín, poeta che stranamente non conoscevo. Ben presto mi sono resa conto che questa mia inattesa “scoperta” era anche causa ed effetto di un’“offesa”: quella derivante dal silenzio e dall’oblio. Dal momento in cui l’ho capito ho dato inizio a un impegno costante che ha portato, prima, a piccole pubblicazioni, e poi è confluito e si è ampliato in questo libro. Il che, l’apparizione di questa antologia, potrebbe essere già abbastanza per far sentire a posto la mia coscienza di traduttrice di poesia dal bulgaro. Il che – effettivamente – è moltissimo, ma non abbastanza, perché Sabourín e l’opera sua vivono una condizione particolarissima, che è doveroso far conoscere.

Oltre al congenito multilinguismo e multiculturalismo felicemente descritti da Kiril Vasilev nell’introduzione, Sabourín vive in un isolamento, acquisito, nel panorama culturale bulgaro. Non ha avuto successo come poeta – se con tale termine intendiamo esser pubblicati da case editrici di prestigio, la presenza mediatica, la vittoria di premi nazionali e internazionali, l’ottenimento di fondi pubblici, e cose simili. Sabourín autofinanzia e pubblica in proprio quasi tutte le sue opere. È assente dalla scena letteraria, non ha mai ricevuto un finanziamento statale. Non ci si può non chiedere perché un poeta del suo valore non abbia invece un posto tra i primi. E mentre scrivo penso ai primi dei beffardi versi in epigrafe, tratti dal libro che costò a Konstantin Pavlov la libertà di pubblicare poesia e il diritto di lavorare; è grottesco, ma penso anche a Dviženie pervyh (‘movimento dei primi’): è il nome di un’organizzazione di recente creazione nell’attuale regime autoritario russo finalizzata all’inquadramento morale e patriottico della gioventù.*

Non vorrei che queste mie parole fossero prese per un tentativo di paragonare la sorte di Pavlov a quella di Sabourín, perché non lo è; tuttavia, conoscendo opera e vita di entrambi trovo che qualcosa li accomuni profondamente, ossia la capacità di vedere in modo cristallino, e poi, la loro totale intransigenza. Se il nemico di Pavlov era proprio quello stato totalitario codardo e corrotto, immortalato e magistralmente messo a nudo da Sabourín nel poema documentario Encomio dei beati della pacifica transizione, quello di quest’ultimo è invece molto sfuggente, perché si presenta con un volto e un sorriso mite, la voce pacata, l’atteggiamento modesto, gli ideali giusti da sbandierare all’uopo.

Cambiano i regimi, ma le strategie degli arrampicatori più o meno restano le stesse, tra le più efficaci delle quali mi sento di segnalare le sempreverdi opportunismo e complicità. […]

***

Estratti da L’operaio e la morte di Vladimir Sabourín, traduzione dal bulgaro a cura di Alessandra Bertuccelli (Interno Poesia 2026)

Il turismo triste

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di Redi Salìasi

Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent’anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all’hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».

Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia – era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell’Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.

In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l’Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L’obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L’Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.

Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l’Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l’arricchimento personale non è l’obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.

Questo, purtroppo, è il volto dell’Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: «guardate l’Albania, per non finire come l’Albania.»

Sessione plenaria

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Foto di Sonny Vermeer

di Irene Marino

Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto Dialettica dell’illuminismo? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.

Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso – il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli – senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.

Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.

La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi – anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione – tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.

Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.

Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo – del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.

Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.

Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.

Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.

Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.

Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.

“Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile

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di Andrea Inglese

“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro Alfonso Berardinelli. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – Matteo Marchesini credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato altrove, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.

Recentemente, un autore che stimo per intelligenza e talento, Fabrizio Maria Spinelli, ha dedicato un meritorio omaggio a Nanni Cagnone, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).

Andiamo con il macro-motivo A:

“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”

Lettura ravvicinata.

1) “Per quanto riguarda la mia generazione”. Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che, analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)

2) “Non ci sono outsiders”, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.

3) La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (Mai più libri – Il Tascabile).

4) La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie.  Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che Jacques Rancière definisce dissensus. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.

5) “La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copywriter durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Ma quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)

6) “Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema “tiene” grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E questi tempi ahimè lo mostrano: più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la precondizione culturale perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.

Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:

“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano Sanguineti, Zanzotto, Rosselli e Zeichen, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, espressivista, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno colto –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come Vito Riviello, Giuliano Mesa e Emilio Villa, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di Nanni Cagnone, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in Liguria e morto a Bomarzo, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”

Lettura ravvicinata.

1). I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la televisione così come è realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all’elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che questa televisione italiana lo sia, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull’obbiettivo d’infantilizzare lo spettatore.

2) Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.

3) Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.

Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:

Consiglio a un* giovane poeta

 

D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).

Nanni Cagnone, Sans gêne

Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare un post che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un’arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che “nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di leggere – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, granulari, individuo per individuo.

Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo: considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?

E nel nostro caso, nel caso del tempo di “relativa pace” capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitìno all’ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitìno all’ultimo grido o meno, se c’è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.

È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, Frontiere erranti, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che Italo Testa ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.

“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.

“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, anteriore.

I poeti appartati: Gian Paolo Ragnoli (detto Giambo)

1

Dedicated to You
(but you are always not listening…)

Perché il mio verso così poco aspira
a varietà di forme e a cambiamenti?
Perché col tempo non tengo di mira
sistemi nuovi e inediti ingredienti?
Sempre lo stesso e sempre uguale
scrivo inventando quel ch’è già invecchiato,
con la tristezza che ormai m’è abituale
ripenso a te e riscrivo il passato.
Oh tu lo sai, scrivo sempre di te.
dolcezza mia, solo di te e d’amore,
non ho paura di usare dei cliché
di far rimare l’amore con il cuore.
Di nuova veste le antiche parole
vesto spendendo ciò che fu già speso
senza pudore cito rose e viole
aspettando qualcosa di inatteso.
E come il sole è sempre nuovo e vecchio
l’amore ha detto Patti che è un banchetto
in queste sue parole io mi specchio
così il mio verso dice quel che è detto.

Incontro

Seduti in quel caffè
stavo pensando che
mi hai detto lui non c’è
stanotte sto con te
anche l’amore è un contratto a chiamata
mi hai detto sorridendo spudorata
puoi passare con me questa giornata
però il futuro è terra inesplorata
un figlio dei fiori non pensa al domani
citando i Nomadi scherzando ti ho risposto
è questa notte l’orizzonte che mi basta
non potrei dire che ne fossi entusiasta
ma il desiderio comanda anche in agosto
e ho carezzato i tuoi capelli strani

Sonetto del Margarita

Le curve sono quadri alle pareti
probabilmente degli Hopper taroccati
venduti da imbroglioni o da profeti
in certi hangar da poco abbandonati
la strada corre giù per la collina
Neal al volante sembra rilassato
ti sento ad ogni metro più vicina
sono io, ritorno dal passato
dopo il terzo, o forse il quarto Margarita
peggio avere rimpianti che rimorsi
morbidamente sulle labbra ti ho baciato
non so dire perché tu sia allibita
ed abbia poi invocato dei soccorsi
l’attimo dopo ero collassato

Una notte con Eva Green

I tuoi capelli sparsi sul cuscino
che facevano rima col destino
il mal di testa dovuto al vermentino
il dentifricio che fa a pugni con il vino
Eri letale con quel vestitino
stretto, corto, rosso, assassino
era fatale mandarti un messaggino
«voglio stare con te fino al mattino»
Siamo finiti nel tuo mezzanino
a rotolarci sul materassino
e mi sentivo come un ragazzino
Louis Garrel nel Maggio parigino
M’hai svegliato col sorriso sbarazzino
la colazione sopra al terrazzino
ridendo mi hai mostrato il Sorrentino
baciandomi mi hai detto «sei un cretino»

Finale di partita

Sembra una storia da romanzo tascabile
di quelli che si comprano in edicola
tu smetterai di leggere quel libro
perché il finale è duro da mandar giù
me ne vado come un attore scartato al provino
la parte della star la farà qualcun altro
lo so, non è difficile far meglio di me
sono sempre in ritardo, confondo le battute
non so mai se ridere o piangere
e tu sei una regista esigente e ti annoi presto
non ho mai imparato dai miei tanti errori
e anche questa volta non so bene
che cosa sia andato storto
ho perduto il mio cuore senza capire
è sparito e non riesco a riaverlo indietro
la storia lascia un senso di incompiuto
avrei voluto danzare il silenzio tra i tuoi passi
ma non ho mai saputo far meglio di così
inciampare, cadere, faticosamente rialzarmi
e cercare la battuta giusta per uscire di scena

 

da Il silenzio fra i tuoi passi
Poesie 2017-2021
Voi

“A voi io penso sempre. Penso alla mia
infinita mancanza.
Cos’altro ho avuto in testa,
tutta la vita?
Lo so, non ci sarete
mai abbastanza.”
Umberto Fiori, Voi

Penso spesso a voi. A volte
mi pare possibile addirittura
ricordare l’esatta composizione dei cordoni
la fila dei volti, tutti i nomi, le storie.
Quel giorno che mi ricordo oggi
la primavera aveva un altro odore
le leggi di natura, le mura dei castelli
parevano pronte a piegarsi al desiderio.
Il desiderio, quello che non è un tram, scherzavo
ma fosse stato un tram sarebbe ripassato.
Qui, alla fermata, il tempo è come appeso
le angosce del presente son lontane
all’edicola scorgo come sempre
tre quotidiani comunisti.
“Col caffè alla mattina” avevo scritto
un altro giorno in cui pensavo a voi.

da Un lungo addio
Poesie 1977-2017