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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

⇨ VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Oh Weah!

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Un continente in 85 metri
di
Francesco Mola

(A trent’anni dalla corsa che anticipò l’Europa globale)

 

Sono passati trent’anni da quando, a San Siro, George Weah intercetta un pallone nella propria area di rigore. Non è un’azione costruita e neppure uno schema: è un errore avversario. Weah controlla, alza la testa e si invola palla al piede. Ottantacinque metri di campo attraversati in progressione, con difensori ubriacati dai dribbling e aggirati come birilli dal passo felino del liberiano, mentre un’intera squadra lo insegue senza riuscire a fermarlo. Il gol contro l’italianissimo Hellas Verona, senza neppure uno straniero schierato in campo, diventerà una delle immagini simboliche del calcio degli anni Novanta, pura nostalgia per gli appassionati di cineteca. C’è un corpo che scavalca i confini, un talento straniero che attraversa geografie e identità indigene in una traiettoria che già, quell’8 settembre 1996, prefigurava ciò che di lì a poco avremmo imparato a chiamare globalizzazione.

In quella cavalcata coast-to-coast, infatti, non correva soltanto un attaccante: fluiva un’idea di mondo in odore di cambiamento radicale. Di sconvolgimento.

Alla fine dell’anno precedente, nel dicembre 1995, Weah era diventato il primo africano a vincere il Pallone d’Oro. Quel riconoscimento aveva un valore simbolico che superava il gesto sportivo: il centro del calcio europeo premiava un talento proveniente dagli slum di Monrovia, da una Liberia segnata da conflitti e instabilità. L’Europa vedeva in quell’assegnazione la consacrazione di un paradigma basato su nuovi propositi d’integrazione, destinato a estendersi negli anni a venire.

Paradossalmente, proprio nello stesso dicembre del ‘95, una decisione giuridica apparentemente tecnica avrebbe scosso le fondamenta del calcio europeo. La sentenza Bosman della Corte di Giustizia dell’Unione Europea applicava al mercato dei calciatori il principio della libera circolazione dei lavoratori. Il talento diventava forza lavoro mobile nello spazio sovranazionale. Il campo da gioco si trasformava così in uno dei primi laboratori visibili dell’Europa integrata. Non si trattava soltanto di trasferimenti e contratti: per i calciatori comunitari la libera circolazione diventava un diritto, sottratto ai precedenti vincoli numerici legati alla nazionalità. I campionati avrebbero progressivamente attenuato la loro identità nazionale, assumendo i tratti di leghe sempre più transnazionali e superando, per i giocatori dell’Unione Europea, il limite storico dei tre stranieri in campo.

Maastricht era recente, l’integrazione economica procedeva, il lessico dell’apertura e della mobilità iniziava a dominare il discorso pubblico. Il mercato unico si presentava anche come una promessa culturale, e il Milan di quegli anni, crocevia di lingue, provenienze e capitali, ne era una delle rappresentazioni più visibili. Il calcio diventava spettacolo globale e insieme anteprima concreta dell’idea di un’Europa aperta e attraversabile.

Negli anni Novanta muoversi oltre i confini era segno di espansione: significava connettersi, emanciparsi. La globalizzazione appariva promessa da realizzare. Il continente sembrava avviato verso una progressiva dissoluzione delle barriere interne e la mobilità veniva celebrata come destino condiviso.

Trent’anni dopo, quell’orizzonte appare meno lineare. L’allargamento a Est ha ampliato lo spazio europeo ma ne ha reso più visibili le asimmetrie; la crisi finanziaria del 2008 ha incrinato la fiducia nel mercato come fattore automatico di coesione; le tensioni migratorie hanno riportato al centro la grammatica dei confini. L’Europa non ha smesso di esistere, ma ha smesso di percepirsi come promessa indiscussa, lasciando emergere con maggiore evidenza una frattura che Zygmunt Bauman aveva individuato già negli anni della globalizzazione: quella tra “globali” e “locali”, tra chi può attraversare i confini e chi ne resta immobilizzato. La mobilità, dunque, non è una condizione universale, ma un privilegio distribuito in maniera selettiva. Non tutti attraversano, o quanto meno non tutti possono permetterselo.

La domanda, allora, non è se l’Europa abbia mantenuto o tradito il proprio sogno, ma per chi quel sogno sia diventato realtà. Forse quel sogno era più facile da attraversare nella sua dimensione simbolica che nella sua piena realizzazione storica.

In questo scenario, Weah appariva come la prova concreta che quella promessa si stesse realizzando: anche la periferia poteva diventare centro. Tuttavia il calcio europeo stava diventando il principale polo di attrazione del talento globale, una macchina capace di integrare ma anche di selezionare e assorbire valore. E certamente la mobilità sociale di un singolo non cancellava le asimmetrie strutturali tra Nord e Sud del mondo; le rendeva, semmai, più sofisticate.

Weah incarnava il mito positivo di quella fase storica: il ragazzo cresciuto in condizioni difficili che riesce a conquistare il centro dell’immaginario mondiale. Ma proprio la forza di quel mito rendeva meno visibili le tensioni che lo attraversavano.

Il calcio come ascensore sociale, il mercato come spazio neutrale di riconoscimento del merito, l’Europa come arena inclusiva: erano narrazioni potenti, e in parte vere, ma non prive di ombre.

C’è da aggiungere che la traiettoria di Weah non si esaurisce sul campo. Anni dopo, il capitale simbolico accumulato in ambito sportivo si trasforma in capitale politico. Weah diventa presidente della Liberia. Il corpo globale ritorna alla propria origine, triangolando (come faceva spesso sull’erba del Meazza con il compagno d’attacco Marco Simone) e provando a convertire carisma e popolarità in governo.

Qui la parabola si complica. Il talento individuale, che nel calcio può decidere una partita in pochi secondi, non è sufficiente a risolvere le stratificazioni storiche, economiche e istituzionali di uno Stato. La promessa meritocratica si scontra con la complessità del reale.

Rileggere oggi la cavalcata di quell’8 settembre significa interrogarsi su ciò che gli anni Novanta hanno rappresentato. In quel decennio il calcio è diventato definitivamente industria globale e spettacolo planetario, piattaforma economica e mediatica. Il Milan di quegli anni era parte integrante di questo passaggio. Weah ne è stato uno dei simboli più evidenti: il talento che irrompe in Europa e viene celebrato come prova della sua apertura, del suo coraggio, del suo nuovo volto.

Trent’anni dopo, la globalizzazione non è più una promessa, ma una struttura consolidata. Il flusso di giocatori, capitali e immagini è continuo, sistemico, spesso impersonale. La retorica dell’inclusione è diventata linguaggio istituzionale, ma le diseguaglianze persistono, e in taluni casi addirittura si acuiscono. In questo scenario, il gol di Weah assume un valore ulteriore. Non soltanto per la sua bellezza tecnica, ma per ciò che rappresentava in quel momento storico: la fiducia in un mondo in cui il talento potesse attraversare i confini senza essere ingabbiato da essi.

Eppure, mentre il calcio diventava industria globale e i confini sembravano ridursi a mere linee amministrative, il mondo non ha smesso di organizzarsi secondo logiche di potenza. Persino la Groenlandia, isola di ghiaccio ai margini dell’immaginario europeo, è divenuta terreno di competizione strategica. E oggi la crisi iraniana lo ricorda con brutalità.

La geografia non è scomparsa. Dopo il lungo ciclo della globalizzazione, è tornata a pesare: territori da contendere, confini da difendere, aree di influenza da conquistare, come su un tabellone di Risiko. Eppure, nei primi anni Novanta, la fine della Guerra fredda sembrò aprire una stagione nuova, fatta di mobilità, scambi e confini sempre meno rigidi. La Guerra del Golfo mostrava già quanto quella promessa fosse fragile. Oggi quelle logiche sono tornate prepotentemente al centro della storia, facendo apparire lontana l’idea di un mondo aperto e pacificamente attraversabile.

Forse è proprio questo che rende quella corsa travolgente verso il gol ancora memorabile. Non solo l’eleganza del gesto, non solo la potenza fisica. Ma l’illusione, allora credibile, che le linee bianche nel mezzo di un campo non fossero limiti, ma confini attraversabili. L’Europa si raccontava come promessa di spazio aperto, dinamico, permeabile.

In un verde prato milanese, trent’anni fa, sembrò possibile attraversare un intero continente. La corsa di un africano, durata 14 secondi, fu la più spettacolare messa in scena di quel sogno europeo.

Un continente in 85 metri.

In margine a un’intervista di Gianluigi Simonetti e Walter Siti

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di Andrea Inglese

Letteratura standard, letteratura edificante, letteratura di ricerca

In un’intervista apparsa il 6/10 su “Il Giornale”, Gianluigi Simonetti e Walter Siti intavolano un duetto quasi all’unisono su diversi temi. E toccano persino, sollecitati dall’intervistatore, quello della poesia*. E qui Siti mi chiama in causa, ossia cita il mio ultimo libro “Prati. Extended Version” (2025), ma anche i concetti di “prosa in prosa”, “poetiche non assertive”, “scritture adiacenti alla poesia”, concetti che riguardano, in realtà, diversi scriventi oggi, in zona poesia o nei suoi paraggi. Gli sono grato per questo, grato per la sua curiosità e onestà. È uno dei nostri migliori narratori e anche uno dei migliori critici, e continua a interessarsi anche a quello che avviene nelle periferie editoriali, ossia in poesia. E inoltre ha l’onestà, dalla piena luce della “scena ufficiale”, d’indicare, seppure con aria perplessa, quello che accade nelle penombra, laddove si hanno pretese d’innovazione letteraria in generi e forme ben poco standard, poco edificanti e poco commerciali. In genere, questo tipo di segnalazioni, i residenti della “scena ufficiale” si guardano bene dal farle, chissà mai che qualche spot secondario si sposti dal podio ai retroscena.

Detto questo, c’è qualcosa che vorrei dire pubblicamente di Siti e a Siti. E il discorso riguarda in fondo anche Simonetti. In questa intervista, Siti riprende i temi di battaglia grosso modo già esposti nel saggio Contro l’impegno del 2021. È un saggio che io ho molto apprezzato, intelligente come tutte le cose che scrive Siti, e nutrito, per altro, della migliore critica marxista novecentesca. Siti, e nella sua scia Simonetti, sono spesso impeccabili nel denunciare quella che una volta si chiamava “letteratura edificante”. Sono entrambi convinti, come certuni di noi della vecchia guardia, che l’inconscio dello scrittore “forte” dica o possa dire cose più avanzate, articolate, di quanto gli dica, ad esempio, la sua “coscienza” ideologica. E quindi il buon vecchio Lukács su Balzac. Nulla di nuovo, sul piano critico, ma benissimo ricordarlo. E siamo pure d’accordo sull’amarezza per la lingua standard del romanzo standard. Ma perché quando si arriva alla poesia, Siti sostiene la tesi che “la metrica è considerata reazionaria e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta”. Grande semplificazione sotto il sole.

Di che metrica sta parlando Siti? Di quella tradizionale, che precede il verso libero e che scatenò scandalo, ad esempio, nei lettori degli Alcools di Apollinaire negli anni Tredici del secolo scorso? Sta parlando semplicemente di poesia in versi (verso libero) rispetto a testi che rifiutano sia la scansione versale sia la tradizione della prosa lirica? E Simonetti non chiarisce granché, quando parla di “poetiche costruite come teologie negative”, che già si trovano nel Montale degli Ossi di seppia. Certo, siamo sul “Giornale”**, si tratta di un’intervista, è già anomalo che si parli di poesia, ma caro Siti facciamo uno sforzo di chiarezza. Ciò renderebbe altrimenti efficace la tua curiosità e onestà. Davvero la faccenda della poesia oggi (e delle sue adiacenze) si riassume a un immaturo pregiudizio contro la metrica tradizionale? Non pensi, invece, che la prosa in prosa, le scritture non assertive, siano alcune vie, tra diverse altre, per fare qualcosa di diverso rispetto alla letteratura standard e a quella edificante che giustamente biasimi? Ma anche rispetto alla lirica standard e edificante? Non pensi che la necessità di sperimentare forme diverse, nell’ambito della poesia, ma anche in narrativa, nasca non da un partito preso ideologico (la tradizione alla destra, la rottura alla sinistra), ma, come ho scritto altrove recentemente, “dal disagio di un poeta nell’utilizzare strumenti, forme, figure che ha ereditato e attraverso le quali si è ‘costruito’ come soggetto poetante [?] E questo vale evidentemente per il romanziere, o il drammaturgo, ecc. (…) [I motivi dell’innovazione] sono semplicemente conseguenza di un conflitto tra il mondo, come l’autore lo percepisce, e la forma (letteraria e linguistica) nella quale questo mondo dovrebbe ridursi / rivelarsi / posarsi / arrendersi.”

Questo non lo dico per difendere la bontà letteraria del mio libro, ma per invitarti a confrontarti più spesso, nel tuo panorama della “letteratura circostante”, anche con queste forme che difficilmente possono essere associate alla letteratura standard e a quella edificante. Certo la loro rilevanza editoriale (si legga: vendite) è minima. Ma non credo che sia questo il criterio che condizioni interamente la tua attenzione critica.

Note

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Riporto per intero il passo dell’intervista di Siti e Simonetti dedicato alla poesia:

“Si diceva che manca il recinto delle regole, utili anche per trasgredire. Ha qualcosa a che vedere, ad esempio, con la crisi della poesia?

SITI: «Perché la metrica è considerata reazionaria, e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta. Così non vanno più nemmeno a capo: fanno “prosa in prosa”. Con la prosa ormai si può fare di tutto: in Sotto il vulcano di Lowry ci sono metafore che qualunque poeta invidierebbe. Nei Prati di Andrea Inglese è come se un verme solitario impedisse il formarsi della narrazione e dell’argomentazione: ci si blocca dove dovrebbe partire un racconto e dove dovrebbe partire una riflessione.

Forse sono regole in negativo».

SIMONETTI: «Sono poetiche costruite come teologie negative, a partire da ciò che gli autori sanno di non voler fare. Un po’ come la sinistra da qualche decennio, nascono da ciò che non si può fare: non nel senso del politicamente corretto, ma in senso strettamente letterario. Uno sperimentalismo frutto di molte sconfitte politiche».

SITI: «Loro le chiamano poetiche non assertive, contro una tradizione in cui un io forte dice delle cose, in genere lamentandosi.

Qualcuno parla di scritture adiacenti alla poesia, come se la poesia fosse un prato minato: stanno attenti a dove mettono i piedi».

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Non m’interessa qui discutere della linea politica del “Giornale”, ma non posso non manifestare una difficoltà d’ordine immaginativo. Faccio fatica a immaginare come un lettore che ha assaporato frasi dell’editoriale del 6 ottobre (“Una sinistra confusa, che non sa più distinguere tra dibattito parlamentare e retorica da Brigate Rosse…”), si getti poi con altrettanta golosità sulle analisi di Siti sulla mancanza d’inconscio dei dispositivi dell’IA, nella creazione letteraria. Così come faccio fatica a far rientrare tale quotidiano nell’orientamento politico che generalmente gli si attribuisce (centro-destra o liberal-conservatore), dopo che titola il 10/10: “Premio Nobel per Hamas”, allineandosi con le posizioni isolatissime del presidente USA (che pretendeva per sé il premio Nobel della pace) e del capo del governo di estrema destra israeliano, Netanyahu, colpito da un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Ma probabilmente si può senza ombra d’incongruenza condividere l’opinione che vede il comitato del Nobel come un raduno di antisemiti pro-Hamas e leggersi poi delle lunghe interviste a scrittori e critici contemporanei che citano i giudizi del marxista Lukács su Balzac.

Immagine: Edward Ruscha

La rimozione delle campagne (La gaia cecità #4)

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di Giacomo Sartori

Nella nostra testa le campagne sono qualcosa che sta a mezzo tra le città e la natura, che ci rappresentiamo istintivamente sotto forma di folta foresta, di savana, di prateria alpina, di vasti spazi poco frequentati. Nelle città è l’uomo che la fa da padrone, nelle campagne anche, ma sporcandosi le scarpe e le mani, e mediando con le piante, e nei boschi le cose ci sembrano andare avanti da sole, in modo insomma prevalentemente spontaneo. È l’idea tripartita che mi sono fatto io stesso da bambino, perché casa nostra per me era la città – restavamo pur sempre dei cittadini, anche se abitavamo in collina – e nemmeno il giardino poteva essere considerata campagna, anche se per certi aspetti se ne avvicinava. Poi però cominciavano i campi veri e propri, con le loro regole e la loro filosofia completamente diverse: mi accorgevo che lì tutta la prosopopea della mia famiglia veniva a cadere, sommersa da altri saperi e da un’altra lingua, il dialetto. E più a monte c’era il bosco, che era molto meno frequentato e più misterioso. Io stesso ci andavo poco, e mai da solo.

In realtà anche nelle città c’è la natura, anche se noi non siamo tanto abituati a considerarla, e la nostra abilità consiste appunto nel nasconderla, nel reprimerla appena alza la testa, nel tenerla confinate in ridotte aree a essa dedicate. E tanto più c’è nelle campagne, dove i processi in gioco restano per molti versi naturali, seppure pilotati e guidati. Quanto ai boschi, essi hanno molto spesso pochissimo di intatto, in particolare dalle nostre parti: la loro composizione e struttura sono opera degli umani, tanto che molto spesso possono essere considerati delle vere e proprie coltivazioni. È il caso delle peccete delle Alpi, le foreste cioè a dominanza di abete rosso – quello con gli aghi in tutte le direzioni attorno ai rametti – che sconfinando alla grande dal loro areale di predilezione dominano in molto vallate. O anche dei diffusissimi boschi cedui degli Appennini, quelle foreste di latifoglie dei quali si sfruttavano – la maggior parte sono oggi abbandonati – i ricacci, tagliandoli ogni quindici o vent’anni.

La nostra società è tutta focalizzata sulle tecnologie di precisione e informatiche, e l’agricoltura interessa poco. Economicamente conta come il due di picche: rappresenta una percentuale irrisoria, l’uno due per cento, del reddito delle nazioni più ricche, ed è ormai un qualcosa strettamente riservato agli addetti ai lavori. Per molti aspetti sembra quasi un anacronistico residuo del passato, legata com’è a fattori poco controllabili. I discendenti di contadini, un tempo molto numerosi, sono adesso molto pochi, e i comuni mortali non hanno un accesso diretto a come si coltiva. Se negli ultimi tempi se ne parla di più, è principalmente perché i prezzi di molte derrate tendono a seguire gli aumenti del petrolio. Non a caso, perché l’agricoltura industriale è molto dipendente dalle energie fossili: i concimi chimici, i pesticidi, le macchine agricole e l’irrigazione ne richiedono in grandi quantità. Produce molto, in termini di rese quantitative a ettaro o anche per addetto, ma consuma altrettanto. È una tara – che si aggiunge a quelle ambientali – che la rende molto vulnerabile, anche se non viene sottolineato come meriterebbe.

L’idea che ne abbiamo, la stessa che avevo io quando mi sono iscritto a Agraria, tende a restare invece piuttosto bucolica. Produttori e grande distribuzione fanno di tutto per mantenerci in quest’illusione: le confezioni e le pubblicità sono ingentilite da scene arcadiche, sorrisi, gesti antichi, cieli tersi, bimbini e nonne. Relativamente pochi consumatori – è lo stesso termine che si usa anche in ecologia per indicare gli esseri che vivono cibandosi di altri esseri – hanno visto l’inferno di un allevamento di polli o suini, pochi sanno che un peperone riceve durante la sua crescita decine di formulati chimici diversi, che agiscono all’esterno ma anche dall’interno, che l’olio di semi è estratto con un solvente, che la pasta dei marchi italiani è fatta prevalentemente con grano duro canadese seccato con un erbicida, visto che il clima di quel Paese non permette una maturazione completa, che la maggior parte delle farine per il pane contengono una sfilza di additivi e miglioratori, che gli agricoltori sono vittime preferenziali di molte forme di tumore e del Parkinson, che molti prodotti caratteristici, come lo speck altoatesino, sono fatti con materie prime che vengono da lontano, e via dicendo.

Già a partire dal diciannovesimo secolo il modello dell’agricoltura è diventato l’industria, visti gli incredibili successi di questa. Si riteneva che andasse imitato il meglio possibile quell’esempio vincente, sbarazzandosi di ogni arcaica dipendenza dalle contingenze locali e dalle deleterie tradizioni. Ma è a partire dalla seconda metà del secolo scorso che si è fatto di tutto per escogitare e imporre procedimenti standardizzati di stampo ingegneristico, e la sottesa logica riduzionista, a tutte le produzioni agricole. E proprio qui sta l’altro grande inghippo del settore, perché i campi, così come i corpi delle persone, non sono macchinari meccanici, e hanno i loro complessi funzionamenti biologici, conosciuti solo in parte, le loro fragilità e le loro reazioni agli interventi esterni, le loro ineludibili differenze. Insomma la loro vita. Ma certo chi coltiva forzando la mano ai processi naturali, o ignorandoli, e non può non rendersene conto almeno in modo subliminale, non ha molto interesse che si metta il naso nei suoi modi di procedere: i consorzi dei produttori sono sempre molto preoccupati che ci si faccia una cattiva idea delle loro mercanzie. Hanno la coda di paglia, e sopportano molto male le inchieste e le critiche. Pensano – non ha torto – che meno trapela meglio è.

Strano saperne così poco di un ambito che ci dà da vivere, i cui prodotti entrano tutti i giorni nei nostri corpi influendo sul nostro stato e equilibrio, modificandoli. E che è localizzata vicino a noi, perché circonda i nostri nuclei abitati: la attraversiamo per spostarci da una città all’altra, spesso la frequentiamo per riposarci, fare una passeggiata, una mangiata fuori dalla frenesia. Ci è molto familiare, anche se la guardiamo distratti, senza cogliere i dettagli. Molti di noi confondono il granoturco con il grano, ossia il frumento, pochi sanno riconoscere l’erba medica, le lenticchie, il luppolo. Paradossalmente sono meno ignote certe curiosità delle colture più particolari: il riso, il tè e il caffè, le uve dei grandi vini. E ancora meno si ha contezza delle tendenze in atto nelle proprietà fondiaria, degli arcani dei mercati agricoli, dei modi di procedere della potentissima grande distribuzione. Sarebbe come non avere mai sentito parlare dei colossi del mondo digitale, come non cogliere la differenza tra un camion e un motorino, tra un’auto elettrica e una con il motore a scoppio. Ma certo le automobili si conoscono meglio, anche se non si mangiano: se ne occupano ogni giorno i media, ci sono riviste e programmi divulgativi, approfondimenti e spiegazioni sulla rete. Del resto per guidare ci vuole la patente, mentre per mangiare non occorre: si ritiene forse che fare male solo a sé stessi e alla propria famiglia non sia grave.

Forse proprio come reazione a questa alienazione, dell’agricoltura se ne parla sempre di più dal punto di vista dei malanni. Volta a volta vengono a galla la presenza di residui di pesticidi negli alimenti, i danni ai suoli, l’inquinamento delle falde, l’emissione di gas a effetto serra, il massiccio contributo nella formazione dei particolati nell’aria, lo stravolgimento o la banalizzazione dei paesaggi. Agli antipodi delle visioni idilliache propinate, aumenta la consapevolezza che c’è qualcosa che non va, in quel modo di produrre il cibo. Cresce una visione negativa, o comunque di diffidenza, è un dato di fatto, che contamina anche i relativi territori. Inchieste televisive vanno a mettere a naso in questo o quel prestigioso distretto agricolo, mostrando l’altra faccia della medaglia. Quello che si dice meno è che la maggior parte delle colture possono condurre a buone produzioni con ottime qualità organolettiche e alimentari senza inquinare, utilizzando meno energia, con una resilienza molto maggiore di fronte agli eccessi climatici. Non si sottolinea che le tecniche ci sono già, anche se certo possono essere migliorate, e c’è chi le usa da tempo con successo. Gli interessi in gioco sono enormi, se si considerano pure le filiere di trasformazione e di distribuzione, che nel complesso hanno un peso ben maggiore delle produzioni primarie nel prodotto lordo dei vari Paesi, e gli influenti attori del settore sono abituati a manovrare i media, la politica e la ricerca scientifica. Riescono a farlo con una relativa facilità proprio grazie alla spessissima nebbia che stagna sulle coltivazioni.

Peccato non insistere su queste potenzialità a portata di mano. Perché nella tripartizione dalla quale siamo partiti, la fetta che offre grandissimi margini di manovra, senza bisogno di investimenti colossali, sembra essere in effetti questa. Le superfici in ballo sono enormi, nonostante la tendenza alla contrazione. All’inizio degli anni Sessanta più dei due terzi del territorio italiano era agricolo, esattamente come trent’anni prima. In pochi decenni siamo scesi, in seguito all’abbandono delle aree snobbate dall’agricoltura industriale, e che lasciate a sé stesse contribuiscono ora massicciamente al dissesto idrogeologico, a meno del quaranta per cento. Resta pur sempre una fetta molto grande del Paese. E appunto molte zone lasciate a loro stesse potrebbero essere recuperate.

È interessante andare a vedere più in dettaglio, prima di proseguire con la riflessione, cosa è successo. Certo la cementificazione di ampissime zone di pianura e non – si è passati da meno del tre per cento del territorio nazionale del dopoguerra all’attuale sette e passa per cento – ha molto pesato, ma il fenomeno principale è stato la fuga degli agricoltori dalle zone collinari e montane, e la conseguente incuria delle stesse. Questo disastro è potuto avvenire solo perché si faceva affidamento unicamente sulle procedure agricole predatorie considerate ottimali, e si guardava solo ai tornaconti finanziari immediati, senza considerare che i paesaggi sono fondamentali anche per una buona gestione delle acque, della vegetazione e della fauna, che alla lunga hanno una loro determinante incidenza economica, e sono spazi di vita e di bellezza. Il dilagare degli incolti e delle problematiche boscaglie di nessun valore ecologico e commerciale, e la desertificazione dei borghi che la accompagna, sono il risultato dell’incapacità di pensare utilizzi agricoli e agroforestali economicamente sostenibili, o comunque non troppo costosi, adatti alle caratteristiche specifiche dei vari ambienti, grazie anche ai saperi tradizionali, funzionali alla loro preservazione. L’attuale percentuale nazionale delle superfici boscate, circa un terzo, contro il quinto di un secolo fa, che potrebbe essere considerata positiva, nasconde invece un profondo degrado, del quale se ne parla solo quando succedono eventi catastrofici, purtroppo sempre più frequenti.

In altri Paesi a noi vicini le aree agricole sono ancora più abbondanti. In Germania e Spagna sono di poco inferiori al cinquanta per cento del totale, comprendendo anche i pascoli, e superano questa soglia in Francia. Per non parlare dell’Inghilterra, dove sono superiori ai due terzi. La media europea, inferiore al quaranta per cento, è relativamente bassa solo per il peso dei paesi nordici e baltici, prevalentemente forestati, in relazione alla loro posizione geografica. Nel contesto della crisi ambientale e climatica, è proprio questa grandissima diffusione, considerata la disponibilità di reali alternative, che le rende così centrali. Esse rappresentano in effetti la leva più facile da manovrare per ridurre i consumi di energia e gli impatti sull’ambiente e sulla salute. Va sottolineato che l’agricoltura europea, così come quelle degli Stati Uniti, e anche quella cinese, è molto sovvenzionata: quasi il quaranta per cento dei redditi degli agricoltori provengono da sostegni pubblici. È evidente che gli aiuti – ora concentrati sulle aziende più produttive e redditizie, spesso le più impattanti – dovrebbero essere strettamente vincolati all’adozione di pratiche non dannose.

Le esperienze delle agricolture ecologiche degli ultimi cinquant’anni, sempre più diffuse, hanno dimostrato che è possibile produrre cibi sani con metodi sani. Le vari metodi sono stati osteggiati e ostacolati per decenni, tuttora sono spesso denigrati, e non vengono sostenuti come dovrebbero, ma funzionano bene. Rassegnandoci a produrre un po’ meno per unità di superficie, ma consumando meno e senza provocare disastri, che pur non rientrando nella contabilità aziendale non possono essere esclusi dal bilancio complessivo, l’agricoltura può diventare quella macchina solare molto efficiente che sa essere, che trasforma l’energia gratuita in ottimi cibi. Ci sono studi molto approfonditi che cercano di valutare a scala continentale o mondiale se questo è davvero possibile. Tutti concludono, a dispetto dei minacciosi pronostici strombazzati da chi le avversa senza sostegno di calcoli precisi, che non sarà affatto facile, e ci vorrà la collaborazione di tutti, in particolare per adottare una dieta meno carnivora e meno ricca. Ma è possibile.

Per ora le principali organizzazioni del settore si arroccano sulle proprie abitudini consolidate, e sulle urgenze contingenti, negando di fatto la gravità senza precedenti della situazione e la necessità di cambiare rotta. Vedono solo il problema del momento, come lo scoglio dei prezzi del petrolio, o di una annata troppo calda, quasi fossero inghippi congiunturali, e non svolte epocali legate al cambiamento climatico e alla necessità di ridurre la dipendenza dalle energie fossili. Ripropongono i metodi che ritengono essere i soli possibili, i quali sono molto sensibili e poco resilienti, e quindi destinati al fallimento, e chiedono volta a volta sostegni puntuali finalizzati a mantenere inalterato lo status quo. In mancanza di altri santi a cui votarsi, parlano moltissimo di nuove tecnologie: sono certe che faranno miracoli. Chi le mette a punto e commercializza ha interesse che prosperi questa credenza: riesce a farglielo credere. Se va bene da queste verranno ridotti apporti positivi, per le agricolture che potranno permetterseli, ma non certo le meraviglie promesse. Già in passato – in particolare con gli organismi geneticamente modificati di prima generazione – sono stati pronosticati prodigi che non sono arrivati, e che anzi si sono rivelati dei costosi e pericolosi boomerang: non a caso non vengono fatti dei bilanci sinceri, che sarebbero impietosi.

La realtà è che le terre coltivate, queste zone ibride che stanno tra le città e le aree più naturali per le quali vagavo da bambino, restano quelle di sempre, sono anzi molto più fiacche e spossate, visto come si è tirato loro il collo per decenni. E le soluzioni più efficaci per rigenerarle tendono a essere purtroppo sempre le stesse, quelle già abbozzate dagli agronomi latini e – un millennio più tardi – da quelli arabo-andalusi: apporto di sostanza organica e uso di piante cosiddette miglioratrici, in particolare le leguminose, che regalano azoto – il principale elemento della fertilità – ai suoli. Quelle appunto preconizzate da ogni tipo di approccio ecologico, che si chiami agroecologia o agricoltura biologica o altro, che mira sempre a insinuarsi nei meccanismi naturali per sfruttarli a proprio vantaggio, anche per quanto riguarda la lotta contro parassiti e patogeni. Sempre basandosi su prove in loco, mai dimenticando le specificità locali, chiedendo la complicità di chi vive lì e di chi compra i prodotti. Perché non è saggio tenere lontano chi utilizza gli alimenti, presupponendo che le campagne non siano un problema anche loro. E anzi è solo coinvolgendoli che si può ricreare un legame con i territori.

NdA: le tre puntate precedenti di questa serie si possono leggere qui, qui e qui

 

 

 

 

 

 

 

Ernaux, o della gelosia

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di Lisa Ginzburg

Sempre nitida e affilata come una lama di stiletto chirurgico la disamina che Annie Ernaux opera su se stessa, di se stessa. Vicinissima e fedele a sé, quanto da sé distante, capace di mettersi in prospettiva. Ora ne L’occupazione (come tutti i suoi libri in Italia pubblicato da L’Orma, anche questa volta  nella ineccepibile e straordinariamente “intonata” traduzione di Lorenzo Flabbi) al centro dell’analisi c’è una particolare tempesta privata: quella che può scatenarsi in una donna che sebbene sia stata lei a lasciare un uomo, viene subito poi da lui molto in fretta “sostituita”.  Sostituita da un’altra: la temibile “altra” che diviene qui per Ernaux oggetto di pensieri farneticanti e febbrili, ossessioni, folli indagini, pedinamenti metaforici perché solo mentali, ma sfiancanti come fossero veri, fatti fisicamente. Al contrario di come si potrebbe immaginare, l'”occupazione” non è però l’ingombro da cui la mente si trova impegnata  in un rovello del genere; piuttosto la scrittura che quel rovello partorisce e costruisce grazie al suo affidarsi alle parole. Occupare lo spazio vuoto dell’angoscia da abbandono riempiendolo con parole che riempiano quel vuoto. Con ipotesi che assemblandosi in una riflessione compulsiva solo alla fine  sfociano nella presa d’atto della assordante realtà della fine di un amore, della verità di un abbandono. Prima, l’occupazione è abitare il fantasma e dargli un volto; sforzo strenuo, anche inane, ma necessario a sopravvivere al dolore, aggirandolo.

Riflessione sull’abbandono, sul rimpianto dettato solo dalla gelosia: l’uomo non si fosse tanto rapidamente riaccoppiato, per la donna non ci sarebbe probabilmente stato nessun ripensamento sulla propria decisione. E anche, riflessione malinconica e come sempre in Ernaux onesta in modo spietato sul proprio modo di essere amante, una maniera che fatalmente si lega al guardare il mondo e perciò anche, indirettamente, allo stile di scrittura. “Dal piacere sessuale mi sono aspettata tutto, oltre al piacere stesso. L’amore, la fusione, l’infinito, il desiderio di scrivere. Ciò che mi sembra di avere ottenuto di meglio finora è la lucidità, una sorta di visione improvvisamente semplice e desentimentalizzata del mondo”. È nel quadro di questa desentimentalizzazione che trova come articolarsi il periplo della gelosia, dei suoi meandri e chiaroscuri.

Rispetto ad altri suoi libri, qui il paesaggio narrativo si amplia e si restringe al tempo stesso. Si amplia per grado di oggettivazione di sé, si restringe per lo stesso motivo. I l racconto dell’ossessione di gelosia trasforma questa in materiale non unicamente e non più soggettivo, bensì solo letterario. Perché è data la lucidità di guardarsi da fuori, ogni moto d’animo, anche il più violento, perde connotazione individuale e diventa racconto. A posteriori, Annie Ernaux dei grandi tormenti del passato, quando l’uomo la lasciò e la sostituì tanto in fretta, ricorda tutto, senza però provare nulla. I moti intimi si sono disincarnati e ora trascendono qualsiasi cronologia. “in queste pagine non ci sono più il mio desiderio, la mia gelosia: c’è del desiderio, della gelosia, e io lavoro nell’invisibile“. Perché il tempo è passato e ha scavato solchi di riparazione, perché l’esperienza si è fatta parola, staccandosi dalla storia personale che ne era all’origine, quella esperienza può diventare letteratura. Il risultato è una volta di più una potente ipotesi letteraria. Una lezione di metodo del racconto.

Così, mai “occupazione” è intrattenimento: in nessun modo è mente bonificata (maleficata) dalla peste dei sentimenti  di gelosia. Non è certo l’ingombro mentale a spingere Ernaux a fare ricerche minuziosissime ai limiti della paranoia per risalire all’identità della donna che l’ha sostituita e che ora dorme, fa l’amore, convive con l’uomo che per sei anni è stato il suo. No, occupazione è e resta procedimento letterario. Scrivere colmando con le parole l’immagine mancante di un personaggio (in questo caso una persona, una donna rivale in amore, ma potrebb’essere anche un personaggio di finzione). E la donna, la temibile “altra”, diventa così più che rivale, oggetto e soggetto di una proiezione. Un fantasma: l’occupazione consiste nel dare corpo a quel fantasma, arginarne l’assedio rendendolo figura letteraria.  Straordinario, scrive Ernaux, quanto nella gelosia “si popola la città, il mondo, di un essere, persino se non lo si è mai incontrato”. “Occupare” è occupare ogni spazio vuoto con fantasie sull’identità, la personalità, la fisicità di qualcuno il cui pensiero ci invade e ci tormenta, ma che non conosciamo, di cui nemmeno sappiamo il nome, qualcuno che probabilmente non vedremo né conosceremo mai. “Occupazione” è colmare con la scrittura, con la forza magnetica delle parole quel vuoto angoscioso che genera la non conoscenza di una persona che per il solo fatto di esistere, ci fa soffrire. Così, questo breve mémoir dal ritmo serrato tanto quanto concitata ne è stata l’origine, le affannose e meticolose ricerche condotte da una Annie Ernaux pazza di gelosia pur di trovare chi fosse la donna con la quale è stata sostituita, ci dice come grazie alla scrittura quel che non è visibile diventi altro. Realtà, semi-realtà; come che sia, un racconto da poter condividere con gli altri. Cronaca di un tormento liberato da implicazioni presenti, e divenuto qualcosa di obbiettivo che proprio perché tale, si può dire e raccontare. Dal rigore della disamina di sé, l’ampiezza di una oggettività letteraria che si fa universale. Ecco quel “del desiderio, della gelosia”: quell’articolo indeterminativo è la forza dirompente del sapere universalizzare. Ecco che la verità (verità sull’amore, per prima cosa) cui solo una sana assenza di giudizio nei propri confronti può far raggiungere. Verità da toccare con mano, sgombrandola di ogni altra “occupazione” così da potere infine scriverla.

Quella favola della pittura

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di Leonardo Canella

 

  1. Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera e il tuo bulbo oculare ha piccole scosse. Vede addensamenti, grumi pettinati. Sappi  che il rosa delicato sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene, dopo cena. Allegri. I grumi pettinati dev’essere un pensiero storto. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. È la favola della pittura, quella!
  2. Tu stai guardando ed io ti consiglio di guardare con la mente analfabeta. Analfabeta, assapora il vuoto tra i segni, occhiolingua che spazzola anfratti tra gli spazi interdentali. Il vuoto dà sapore e troppi denti fa male potrebbe essere un’idea di poetica (dentale, direi). Assaporerai meglio il rosa delicato e i grumi pettinati. Scoprirai addensamenti e piccole scosse di piacere. Nuove.
  3. Ti dico una cosa: io ho la mente analfabeta quando dipingo. Senza pensieri incastrati nelle parole. I fiori del ciliegio, il sole sul collo, una coccinella infragilita. I fiori del ciliegio…l’ho detto? La mia mente fa ripetizioni, sgrammaticature, salti. E vi si aggrappa, analfabeta. Sul foglio, sulla tela.
  4. Intanto ascolto gli urti dell’uovo nel pentolino sul tavolo della cucina. Quando dipingo. O assaporo una glassa medusacea acida lucente. Nella mente. Acquosa direi che ci nuoti dentro con gli odori della tua pelle e i sensi tirati… LA LUNA!!! e lo sfrigolio del freezer che fa tanto poesia. C’è sempre la luna incastrata nello spazio aggrumato fra i segni che vedi. Spalmata, senza pensieri. Analfabeta pure lei. Cercala!
  5. Pensieri-sensazioni che fluttuano nella mente. La scrittura li afferra nel picchiettio delle lettere, veloce. Striscia invece più lenta la pittura e fa la sua bava schiumosa sulla tela, sul foglio. Rimangono atomi addensati che ora macchiano il tuo occhio di pixel colorati. Sulla tela, sul foglio dove io non ci sono. Piccole scosse di piacere.
  6. Io sono già da un’altra parte. Butto la spazzatura, schiaccio una zanzara, mangio l’uovo sodo cotto nel pentolino (vedi sopra). O disteso freddo sento il biscio schifoso che si insinua tra il pezzo di pollo incastrato tra i denti. Nel buio. Te ne mancano quattro, dice. Di denti. Il ragno peloso titilla invece tra i bulbi oculari e i cespugli piliferi, una glassa medusacea spalamata su di me. Acida lucente…LA LUNA!! Un sogno. C’è la spesa da fare, mi sveglia la Polly.
  7. In rete trovi pezzi di me. Cose accadute parole incontri. Sappi che non sono io. E non saprei neppure dirti chi sia, quello. Leonardo Canella è nato a Bologna nel 1971 è tutto il mio curriculum. Di mio, ti consiglio di afferrare Canella incastrato dentro una sua opera. Basta. Lascia il tuo occhiolingua libero di assaporare, di non capire o di pensare di avere capito. Costruisci storie, tu ed io ci incontreremo nelle trame che avrai saputo tessere.
  8.   Questa è la favola della pittura. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. Con la mente analfabeta il sole sul collo e i fiori del ciliegio. E i grumi pettinati. Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera. Adesso sai che lui è alla Despar vicino casa a fare la spesa. E sai che il rosa delicato e i grumi pettinati sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene. Ieri, dopo cena. E la luna sfrigola tra i segni. E’ la favola della pittura, quella!

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Immagine: opera di Leonardo Canella

Connessioni

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Marco Papa in una foto degli anni '80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano

Marco Papa in una foto degli anni ’80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano

di Massimiliano Governi

A Marco Papa (1955 – 2026)

Verso la fine di marzo del 2019 prendemmo a incontrarci a metà strada, che avevamo individuato come Ponte Milvio – lui difatti adesso viveva ai Parioli, io alla Balduina: di solito ci davamo appuntamento il pomeriggio verso le cinque e vagavamo un po’ a caso, evitando la pista ciclabile, che ci costringeva a scartare continuamente di lato per far passare ciclisti, corridori e monopatteisti. A dire la verità non era un buon camminatore, strusciava i piedi, si sgranchiva spesso le spalle, si chinava e si grattava un ginocchio, dovevo di continuo accomodare la mia andatura alla sua. La natura delle nostre passeggiate divenne ben presto questa: fare congetture mentali sulle persone che vedevamo. Forse perché avevamo perso confidenza, dato che non ci frequentavamo da molti anni – avevamo anche una faccia diversa, una voce diversa – o forse perché volevamo sfidarci segretamente, o per tutt’e due le cose insieme, fatto sta che invece di concentrarci su di noi, sulle nostre vite e sui nostri libri, preferivamo rivolgere l’attenzione agli uomini e alle donne che incrociavamo. Non ricordo nemmeno chi cominciò con questa idea, credo lui perché era un pensatore determinato e più competitivo, o forse io, perché ero il più imbarazzato e di carattere ossessivo.

Nel corso di quelle camminate sulla riva destra del Tevere, o intorno al piazzale o sulla Cassia antica o su via della Farnesina, o al ritorno sotto ai platani alti come palazzi di viale Angelico, ci facevamo un sacco di domande e mettevamo a punto i collegamenti.

Da dove viene quell’uomo? Nord est? Sardegna? Qual è il suo lavoro? Quanti anni di contributi ha versato? Quel loden che indossa odora di tabacco di pipa? Avrà un calzino bucato? Alla punta o al calcagno? Cos’ha quel tizio sulla fronte, un ciuffo a banana? O una versione ridotta del ciuffo alla Elvis, una versione all’inglese, alta solo un paio di centimetri? Quando si rade a volte si taglia? Come tampona il sangue? Usa un kleenex o appallottola un piccolo quadrato di carta igienica e se lo preme sulla guancia? E quella tipa chi è? Che fa? Disegna e realizza gioielli a cera persa? Presenta i libri per vocazione? È benestante, va a tantissime mostre d’arte, suo marito lavora al consolato italiano a Cracovia? O a Lisbona? Quei due lì parcheggiati in auto su via Capoprati, di fronte al centro remiero, sono una coppia cuckold? Lei, ogni tanto, gli manda piccoli video in cui il bull si svuota il cazzo sulla sua pancia? Potremmo quindi dire, che per un certo periodo di tempo, abbiamo vissuto come fossimo in un racconto di Don DeLillo, io e Emanuele.

Di noi parlavamo poco e niente, gli argomenti privati solo sfiorati, certi dispiaceri e delusioni appena lambiti, dalle nostre recenti produzioni letterarie rispettosamente giravamo alla larga. C’è stata poi una lunga fase invernale che, in balia del freddo e delle intemperie, iniziarono a venirci a noia le congetture su persone sconosciute e siamo passati – chissà per quale oscuro motivo – a sviscerare le morti più orrende dei calciatori della Lazio – ovviamente Re Cecconi ucciso dal gioielliere, Nando Viola decapitato dal parabrezza del suo motorino su viale Parioli, Maurizio Scarsella devastato dall’Aids; Mirko Fersini, il forte terzino degli allievi nazionali, schiantatosi con il motorino contro un cassonetto mentre stava andando a tagliarsi i capelli prima di un torneo; Gianmarco Agostinelli fulminato in un albergo di Montecatini dalla cocaina, Riccardo Magherini, morto soffocato a Firenze durante un’operazione di fermo dei carabinieri, gli ultimi due non erano giocatori bensì figli di calciatori biancocelesti, ma ormai un nome richiamava l’altro, per automatismo – e poi, giunti a quel punto, dai calciatori morti siamo passati agli scrittori morti – Maurizio Salabelle, Sandro Onofri, Sergio Atzeni, Filippo Betto – e quindi, un po’ misteriosamente, ci siamo fermati su Marco Papa. Non ci risultava che fosse morto, ma che diavolo di fine aveva fatto? Non so quanti lo ricordano, ma è stato un vero genio che ha scritto tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una decina di racconti ipnotici, circolari, ossessivi, disturbanti, onirici, folli, buffi e commoventi. E poi di colpo è scomparso, decidendo di non pubblicare più nulla.

Ci venne in mente in quel momento che era tra i più grandi scrittori del Novecento italiano, il nostro Kafka romano, e ricordammo i suoi personaggi – Ricky, Lothar, Bruno, Rolando aviatore, Lolita, Marcella Sfiga, la Papessa, i punk del bibobàr – e ne parlammo con molta nostalgia, come fossero degli amici dimenticati. Ne discutemmo durante tutto il tragitto fino al Ponte di ferro di Castel Giubileo, ridotto a tre grandi piloni rugginosi a mollo nel fiume con una campata che finisce nel nulla, undici chilometri ad andare e undici a tornare, l’unica volta che usammo la ciclabile. Sapevamo entrambi che lavorava alla Biblioteca Nazionale, ma io ero contrario ad avvicinarlo, la ritenevo una violazione, una follia, e mi sono tirato subito indietro, Emanuele invece una mattina scrisse una mail alla sala Linguistica e Letteratura per chiedere sue notizie e il responsabile, il dottor Mario Sebastiani, gli comunicò che era andato in pensione e per entrare in contatto con lui doveva mandare una richiesta a quelli dell’Ufficio del personale, cosa che Emanuele fece senza indugio, e la loro risposta, che non tardò ad arrivare, fu gentile ma ferma: per motivi di riservatezza non potevano fornirgli il suo numero di telefono. Per circa una settimana, svolse una piccola ricerca tra gli amici comuni e conoscenti, che si rivelò per fortuna infruttuosa: nessuno a quanto pare sapeva dove fosse finito. Meglio così, mi dicevo tra me, nelle nostre passeggiate ora potevamo metterci a fare i collegamenti, a sistemare i dettagli, a immaginare.

E infatti iniziammo da lì a poco a chiederci se Marco Papa mangiava pasta di semola o integrale, se leggeva Beckett in originale, se aveva un account social falso, se si masturbava nel bidet o sul lavandino, se faceva camminate intorno al quartiere e ogni tanto finiva la giornata con una capatina al negozio di ferramenta e si incantava a osservare quegli attrezzi dai nomi secchi, implacabili, tipo il girabacchino, e gli sembrava di stare nel luogo linguistico per eccellenza, oppure passeggiava in centro con le mani strette dietro la schiena e al tramonto fotografava con il cellulare i ponti che si inarcano sul fiume; se aveva scritto dei nuovi racconti o si era dedicato alla composizione di “versicoli”, come forse li chiamava lui alla maniera di Ungaretti; se era rimasto in contatto via mail con qualche collega più giovane della Biblioteca, magari della Sala Falqui o dell’Emeroteca; se andava a prostitute, e se sì, se le cercava girando la notte in macchina, o se invece le trovava su Escort Advisor.

Non sapevamo nemmeno noi perché facevamo questa cosa. Per Emanuele forse era un gioco, per me era come un lavoro. In certi messaggi notturni sul telefono ipotizzavamo che avremmo trascorso la vita a formulare ipotesi, a mettere a posto le connessioni. Durante il periodo di isolamento per il virus, non potevamo ovviamente più incontrarci e passeggiare nei dintorni di Ponte Milvio, ma continuavamo a pensare in maniera maniacale e malata a lui. Io verso aprile avevo aperto un account Instagram chiamandolo Mirko Polkan, il personaggio di quel suo racconto che stava nell’antologia Mondadori di scrittori degli anni ’90 intitolata “Italiana”, e postavo frasi prese dai suoi libri, del tipo: “Sono inseguito dalle mie cacche! Le sentite come abbaiano lì fuori?”. Emanuele mi mandava messaggi sms con scritto: “In questi giorni di pandemia, M.P. gioca a strip poker con il suo amico Ricky”, “solo sul suo balconcino fuma Milde Sorte e canta Yellow Submarine”; “ha una mascherina chirurgica con l’immagine di Cocco Bill, o forse di Jack Mandolino”; “medita di farsi asportare due costole per autopraticarsi sesso orale”.

Finito il confinamento, come tutti riprendemmo a uscire, e all’inizio dell’estate andammo ogni tanto a cena in un ristorante triste su viale Angelico, con l’insegna blu elettrico, quasi venisse da un film di Lynch: io un po’ ascoltavo le sue pene amorose e i suoi problemi ai denti, un po’ guardavo le foglie palmate dei platani sulla strada grandi come mani dalle dita aperte e i cartelloni pubblicitari con delle scritte allarmanti tipo “Il 3 settembre è vicino”, e quasi sempre poi me ne uscivo con qualcosa su Marco Papa. L’ultima volta, dopo aver lasciato le posate ai lati del piatto, dissi: “Vive a Ostia, in una vietta accanto al palazzo razionalista delle Poste, nel trentatreesimo quartiere di Roma, si è rifidanzato con la sua ragazza storica, Anna, a cui aveva dedicato ‘Le birre sonnambule’, hanno un figlio di diciassette anni di nome Silvano, molto intelligente e un po’ solitario. Silvano ha il sogno di aprire una piccola casa editrice, chiamarla SPedizioni – SP sono le sue iniziali – e ripubblicare tutti i libri di racconti di suo padre in eBook. Non vanno mai al mare, spesso a pranzo prendono cibo da asporto da Old Wild West: hamburger Navajo, Apache, Dakota, Toro seduto double da dividere, tre vaschette di Dippers Fries, diverse bustine di salsa barbecue. Di regola non lasciano vuoto l’appartamento per paura dei ladri, ma certe sere d’estate decidono di fare due passi tutti insieme fino al molo di marmo, e lui, quando la compagna e il figlio sono già sul pianerottolo, porta il suo computer portatile nel terrazzino e lo nasconde dentro la caldaia – ormai è abile a togliere e rimettere il pannello molto velocemente. Da quando ha imparato questa piccola accortezza, esce molto più tranquillo”.

Sono sincero, mi aspettavo la sua approvazione, che mi dicesse che era ingegnoso, ben strutturato, che tutto teneva, al limite che ridacchiasse, invece arrivò il rumore della notifica di un messaggio whatsapp e lui recuperò il telefono dalla tovaglietta di carta grezza dove era disegnata l’Italia con tutti i vini collocati nelle varie regioni, lesse quello che c’era scritto e poi rispose brevemente, quindi poggiò il cellulare di nuovo sul tavolo e riprese a inforcare i tonnarelli alla gricia. Dopo una lenta e laboriosa masticazione, guardandomi distrattamente, disse: “Mi piace che il figlio ripubblichi i suoi libri solo in eBook, è un bel dettaglio”. Poi per il resto della cena continuò a rispondere e a mandare messaggi, e a parlarmi di questa donna, una cantautrice jazz lesbica di cui si era innamorato. Avevo altre cose da aggiungere, altri pezzi della vita di Marco Papa da montare, belle idee, ma non dissi più niente, ingoiai tutto e me li tenni per me. Terminato di mangiare, tornammo a piedi a casa, lui da una parte, direzione Parioli, io dall’altra, verso la Balduina. Fino al ventitré giugno non ci siamo né visti né sentiti. Il ventiquattro riprendeva il campionato di calcio dopo la pausa per il virus e lui alle dieci e cinquanta mi ha mandato un sms per invitarmi a casa sua, a vedere Atalanta-Lazio. Ho lasciato passare circa due ore strategiche prima di scrivergli nel primo pomeriggio uno stringato Ok, ma non ero a mio agio, anche perché la notte precedente avevo fatto uno strano sogno. Io e Emanuele camminavano in silenzio su Viale Angelico, arrivavamo sul lungotevere Maresciallo Cadorna, poi lui si fermava a fissare con un’intensità ebete un tratto di strada tra il Foro Italico e l’aula bunker del tribunale e quindi mi diceva: “Qui è morto Alessandro Momo con la moto”. Io non capivo perché se ne fosse uscito con quel fatto. “Che cazzo c’entra?” quasi urlai. “Qui si parla di calciatori o scrittori morti”. Ma lui sembrava essersi messo in testa di irritarmi e ha continuato: “A Circonvallazione Clodia si è schiantato invece Alex Baroni”. Al solo udire nominare un cantante mi sentii addentare da una rabbia improvvisa, incontrollabile, e diedi un calcione sul parafango di una macchina parcheggiata. Una fitta mi attraversò il piede. Scattò l’antifurto. Qualche secondo e si zittì. Poi, zoppicando più per scena che per il dolore, ripresi a camminare, lasciandolo dietro. Ben presto ci siamo ritrovati in un altro quartiere. Credo l’Appia, o la Tiburtina o la Casilina, era calato il buio e non riuscivo a orientarmi. Io ero sempre davanti, ogni tanto mi voltavo a guardarlo, e lui come d’abitudine arrancava, si trascinava. Portava la sua felpa grigia che non riusciva a camuffargli del tutto la pancia e i jeans dall’orlo sfrangiato. Non è abituato a questi quartieri, pensavo malignamente, lui viene dai Parioli. Non ha mai preso la metro verso Furio Camillo, Colli Albani, mi dicevo. Non sa neanche che qui vicino c’è la pescheria Bezziccheri, che è del padre di quel ragazzo promettente che è cresciuto nella Lazio e ora è in prestito alla Viterbese. Ero sicuro che stesse pregando Dio: se esisti, ti scongiuro, fammi ritornare a via Mercalli. Ci eravamo comunque allontanati troppo, capii dove eravamo perché dalla tozza costruzione di una specie di stabilimento color paglierino apparve la scritta: CINECITTÀ. Dal cancello vedemmo uscire ombre smilze e poi un uomo con gli occhiali dalle spesse lenti e la montatura antiquata, portava un trench fuori moda, tutto risvolti, ganci e cerchietti, stringeva nella tasca un libro quasi fosse una rivoltella. Era Marco Papa, lo riconobbi subito e lo dissi a Emanuele, che mi raggiunse quasi correndo. Ora sembrava improvvisamente rinvigorito, non il solito postino sciancato. “Sta lasciando gli Studios, andiamogli dietro”, disse. “Lo fermiamo e ci parliamo”. Io gli diedi uno spintone a due mani per allontanarlo, o almeno ci provai, anche se lui non si spostò di un centimetro. Era tosto, ossuto, come non credevo, dotato di una forza nascosta. “Noi non andiamo da nessuna parte, stai fermo lì, non ti muovere” urlai, per supplire allo spintone fallito che mi aveva reso poco temibile. Ma lui reagì, con una mossa a sorpresa, e mi agguantò per il collo facendomi indietreggiare e sbattere contro il cancello dello stabilimento. Visto che non potevo parlare perché mi stava strozzando, scossi ripetutamente i palmi delle mani sull’inferriata, come segno di resa. Lui stringeva con le dita a tenaglia alla gola, ma non mi guardava: aveva la testa girata di lato e teneva d’occhio la strada. Dopo qualche secondo lasciò la presa. “Se n’è andato”, disse, “è sparito verso i Castelli”. E iniziò a correre come un idiota sulla Tuscolana, con lunghe falcate sgangherate, saltellando in modo ridicolo, con il cappuccio logoro della felpa che gli ballonzolava dietro la nuca. Io rimasi lì, a tossicchiare e a osservarlo, e mi sentivo completamente vuoto, distaccato, da lui, da quello che era successo, da Marco Papa, dalla nostra idea, forse anche dalla vita.

Alle ventuno e cinquanta del ventiquattro giugno arrivai sotto il suo palazzo, mi ricordai che la targhetta era sulla pulsantiera in ottone di sinistra e non su quella di destra e citofonai; il cancello di ferro pieno di decorazioni e riccioli si aprì con uno scatto elettrico dopo qualche secondo. Attraversai il cortile e mi trovai di fronte un portone di legno chiaro: citofonai ancora, un altro scatto secco, entrai. Salii al primo piano piuttosto lentamente, anche se la partita era iniziata da cinque minuti. La porta era aperta, vidi la targhetta con il nome del padre psicoanalista, e non feci in tempo a varcare la soglia che sentii un fitto mormorio di persone che parlottavano e poi un’esplosione di grida: gol della Lazio, anzi autogol dell’Atalanta. Mi abbassai passando davanti allo schermo e mi sedetti su una poltroncina rivestita di un cencio bianco, spalle alla finestra aperta. Venni presentato velocemente a tutti. Tre avevano un soprannome, “il professore”, “il pescatore”, “lo spacciatore”, gli altri nomi comuni che non ho afferrato. Mi guardai intorno. Tutte le pareti del salone erano ricoperte da grandi cartine geografiche ben fissate con lo scotch, colorate immagini di isole o di città di ogni genere, Ventotene, Zanzibar, Procida, Repubblica Dominicana, Capri, Naxos, Favignana, tra cui spiccava quella della Guida Monaci dedicata alla Capitale, l’unica ad avere una sua cornice. Dello studio di suo padre sopravviveva solo la lunga scrivania in legno massiccio, che Emanuele aveva riempito di oggetti, cartoline, foto, peluche, e una fila di taccuini Moleskine per i suoi appunti, dall’aria sciupata dall’uso. Sembravano tutti felici di essere lì, con la Tv, la telecronaca, le urla degli allenatori, dei secondi e dei panchinari che rimbombavano nello stadio vuoto: seguivano, si accendevano, avevano bisogno di essere accesi, mangiavano patatine da una ciotola verde di plastica, sbriciolavano per terra, stappavano bottigliette, lasciavano rivoli di birra sul tavolino basso, spargevano fiato alcolico. Emanuele, invece, in piedi, dietro il divano stazzonato, sorrideva ma stava pensando a tutt’altro, forse al viaggio di Flaubert in Egitto o a quello a Roma di Émile Zola, oppure al racconto di Kafka “Sciacalli e arabi”. Spostava la mascella a destra e a sinistra, aveva ancora mal di denti. I suoi capelli parevano più ordinati, forse qualcuno glieli aveva spuntati, scorciandoglieli alle tempie. Mi alzai per andare in bagno e poco dopo il salone esplose di nuovo, tutti urlavano e picchiavano con i piedi sulle assicelle del parquet a ritmo sempre più incalzante, la casa riecheggiava di tamburi selvaggi. Una volta finito, tirai l’acqua e poi mi misi in ascolto. Sentii il telecronista che diceva: “È una super Lazio, come se il tempo non si fosse fermato”, e anche: “Ripartenza col botto per la banda di Simone Inzaghi”. Prima di tornare, girai un po’ per l’appartamento che un tempo era lo studio di suo padre, quello dove riceveva i pazienti. Oltre alla camera da letto con due cuscini ammaccati e di traverso e le lenzuola attorcigliate alla trapuntina estiva, c’era un’altra stanza con al centro uno stendino con i panni penzolanti ad asciugare, due strofinacci, un telo in spugna, un paio di calzini da donna a righe rosa e nere, un costume bermuda da uomo rosso. Sulla scrivania un computer portatile chiuso e degli auricolari bluetooth bianchi abbandonati sul ripiano. Forse era la stanza della cantautrice jazz lesbica. Qui ascolta musica e compone testi sofisticati e insulsi, pensai. Percorsi il corridoio, mi fermai a osservare la libreria di legno a parete, molti Adelphi, libri sapienziali, viaggi iniziatici, alchimia, tutte le edizioni straniere dei suoi libri: israeliane, francesi, polacche, bulgare, portoghesi, turche, ucraine, croate, giapponesi. Mi misi a guardarle, a tirarle fuori dai ripiani e a sfogliarle anche se quasi mai capivo quale cavolo fosse il libro tradotto, ma volevo perdere tempo, mi faceva effetto tornare in salone con loro, guardare la partita su quella poltroncina. Non avevo mai detto a Emanuele che io avevo già messo piede in quella casa, ero stato lì una quindicina di anni addietro, per una seduta con suo padre, qualche anno prima che lui morisse, suo paziente per un giorno: dalle undici a mezzogiorno di una domenica mattina di ottobre. Lo chiamai dopo aver letto una sua intervista sul giornale e prendemmo quello strano appuntamento perché, come ci dicemmo al telefono, “le domeniche deprimono”. Passai un’ora con lui imbarazzante ma anche piacevole. Continuammo a parlare della domenica, della sua esasperante lentezza: “sembra che la giornata non voglia mai finire”, disse il padre di Emanuele, oppure io, non ricordo. Lui cercò di capire che cosa facessi durante le mie domeniche. Gli parlai della Lazio, delle partite che per quarant’anni ho visto allo stadio con mio padre, pure con la grandine e con la neve, tribuna Monte Mario perenne, e che ora avevo un bambino piccolo di due anni e non potevo certo continuare ad andare allo stadio, e finivo per guardarle da solo, in poltrona, sollevando appena un pugno quando segnavano; gli dissi anche del sesso che schivavo con mia moglie, che lei a un certo punto a metà domenica se ne andava a passeggiare intorno al quartiere o in qualche villa, e sbatteva leggermente la porta quando usciva, facendo tintinnare le chiavi attaccate. Lui mi ascoltava, aveva delle grandi mani e dei grandi baffi, quindi mi disse che suo figlio era un importante critico e guardava le partite della Lazio con altri amici, scrittori e gente di ogni genere, nella sua casa del Ghetto, ma che non si era mai unito a loro perché del calcio e dello sport non gli importava niente. Stavo per dirgli che conoscevo bene il figlio, che per un periodo ci eravamo frequentati, che lo stimavo anche se la sua cultura e la sua vanità mi innervosivano, e volevo aggiungere che tra l’altro non aveva mai recensito un mio libro, ma poi lasciai perdere. Prima di andarmene, fissandomi con i suoi occhi dal taglio orientale e stringendo con la sua manona la mia, lanciò una bizzarra idea: mi propose di andare nello spazio insieme a lui: “in orbita la domenica sarà tutta un’altra cosa, la routine darà forma e sostanza al nostro tempo”.

Appena tornato di là, l’Atalanta accorciò le distanze, il telecronista disse “Colpo di testa splendido, la DEA la riapre al minuto trentotto”, poi finì il primo tempo. Fu riempita di nuovo la grande ciotola verde di patatine, furono portate altre birre ghiacciate e una scodella con dell’uva bianca moscata che Emanuele aveva comprato al mercato rionale dei Parioli, al banco da Alfredo, dove da sempre faceva la spesa. Lui non toccava niente perché faticava ancora a masticare. Stavo per consigliargli di cambiare dentista e andare da Perpetuini. “Ve lo ricordate? Il mediano di Cisterna, ha esordito in serie A nel 2009, stava pure su Fifa 11. Ha smesso di giocare a ventisei anni, ora fa l’odontoiatra”. Ma non so perché, feci cadere la cosa e agguantai una manciata di patatine dalla ciotola e iniziai a sgranocchiarle. Erano un po’ stantie, di sicuro avevano qualche giorno. Lo spacciatore poi confezionò una, due sigarettine di erba, muovendo le cartine tra pollici e indici con velocità sorprendente, e le fece girare. Instupiditi sul divano, gli altri si scambiarono battute, insulti virili, voci, notizie, pettegolezzi, indiscrezioni. Ora facevo parte di un’élite, come forse avevo sempre desiderato, ma ero incapace di integrarmi in quel gruppo di persone che si incontrava da anni tutte le domeniche, di dire cose efficaci, pungenti, allegre, ero debole e spacciato, non mi avrebbero più chiamato. Emanuele, vedendomi ai margini, provò a darmi un’opportunità, a inserirmi, chiedendomi: “Secondo te che fine ha fatto Antonio Elia Acerbis, ‘il muto’?”. Era una domanda facile, era il mio pane, il mio campo, quello delle congetture. Senza quasi pensarci, dissi: “Ha aperto un autonoleggio a Port Victoria, alle Seychelles, affitta macchine ai turisti”. La risposta ebbe un fiacco successo, qualcuno scoppiò in una risata forzata e sputacchiò un po’ di birra, qualcun altro disse che sì, poteva essere che ‘il muto’, colui che non aveva mai concesso un’intervista in vita sua, il nostro Salinger, si fosse ritirato nell’oceano indiano e ora affittasse automobili; poi la partita ricominciò. Al sessantaseiesimo: “Controllo e sinistro, spacca la porta! Gol pazzesco dell’ucraino al Gewiss Stadium. Missile terra-aria. Fa due a due”. Adesso l’odore dell’erba nella stanza era talmente forte che sembrava fosse andato a fuoco un deposito di camomilla e gommalacca, e il pescatore prendendo una sigarettina chiese che diavolo fosse questo Gewiss, gli pareva di aver letto quel nome sulla Portuense, vicino Ponte Galeria. Sapevo che era un’azienda elettrotecnica che aveva acquisito il diritto di naming del complesso sportivo, ma non fiatai, avrei guadagnato comunque pochissimo credito. Il popolo degli affratellati alla Tv, amici di lunga data, compagni di bisboccia, non si fece certo abbattere dalla disfatta che avanzava. “Vinceremo il campionato”, disse il professore, “come il Leicester”. Emanuele fumava e aveva un sorriso estatico, a lui bastava occupare il tempo. Per lui noia e morte erano la stessa cosa. A dieci minuti dalla fine: “Gomez dalla bandierina, la porta è vuota, Palomino! L’Atalanta ribalta la Lazio, ribalta la partita, mette la freccia del sorpasso, è tre a due a Bergamo”. Vacui accessi di allegria, vecchie battute, ancora bottiglie marroncine, spuntò un’altra ciotola con delle albicocche di stagione, “le perzicocche” le chiamò il pescatore – del solito banco di Alfredo del mercato dei Parioli.

“L’Atalanta dei sogni scrive un’altra impresa. Castiga la Lazio, da zero a due a tre a due”, disse il telecronista con un tono di voce vagamente posseduto.

La partita era finita, erano soltanto le undici e trentacinque di un mercoledì di fine giugno, tra di loro c’era ancora questo bisogno ardente di fuggire dalle responsabilità, dai figli e dalle mogli, dal mondo esterno e dalla routine. Emanuele propose di cucinare una pasta con le olive e i pomodori, alla calabrese.

Io risposi che ero a piedi e dovevo avviarmi, e mi alzai dalla poltroncina, salutai in modo sbrigativo e mi avvicinai alla porta. Un po’ intontito, senza scarpe, la maglietta grigia bagnata sotto le ascelle, come se si fosse appena svegliato e non sapesse in che casa si trovasse, Emanuele mi accompagnò. Una leggera depressione mista a sollievo si fece strada nella mia mente. Volevo togliermi una soddisfazione e rivelargli della vecchia seduta con suo padre, avevo già pronta l’immagine che avevo rimuginato durante tutta la partita: “Io e tuo padre su una navicella spaziale, una domenica qualunque, che sbattiamo contro le pareti, ci attacchiamo a un angolo della grata del soffitto, succhiamo un budino di cioccolato termostabilizzato”. Ma ero già fuori della porta ormai, e fu lui a riservarmi l’ultima battuta. “Ricordi la jazzista lesbica? Mi sono spinto dentro di lei come una canna in una palude”. Era una frase di un racconto di Marco Papa intitolato “Uccelli, aereo, operai”, mi ricordavo anche la pagina del libro, ventuno; mi limitai a sorridere flebilmente giusto per fargli capire che avevo colto la citazione e trottai giù per le scale, uscii dal portone e poi, dopo aver attraversato il cortile, dal cancello. Camminai su via Antonelli, via Domenico Chelini, Piazza Euclide, giunsi alla rotonda di Via De Coubertin, poi a Piazzale Cardinal Consalvi, il Lungotevere Salvo D’Acquisto, piazzale Ponte Milvio. Controllai la distanza sul telefonino: 2,7 chilometri. Mi diressi verso lo Stadio, passai il Foro Italico, viale Angelico, viale delle Milizie, via Andrea Doria, Piazzale degli Eroi, Viale delle Medaglie d’oro, arrivai in cima, svoltai a sinistra per la mia vietta e raggiunsi in fondo al vialetto di lecci il mio cancello verniciato di bianco. Mi fermai, controllai di nuovo il telefonino: da Ponte Milvio segnava 5,3 chilometri. “Non era a metà strada, il nostro luogo d’incontro”, pensai, mentre infilavo la chiave nella serratura.

Lumina ex Ade

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di Silvia Tripodi

Abbiamo scorto la presenza
di un metalupo
durante una videochiamata
ho riconosciuto la sua testa
da dietro la tenda
mi è parso di vederlo alle tue spalle
durante una panoramica
veloce della stanza
e veloce il suo manto
quante volte è già accaduto
accadrà altre volte
posso leggere dentro di te
non hai scampo
abbiamo imparato a vedere il metalupo
e oramai fa parte delle nostre giornate
appare come un’ombra
alle nostre spalle
le volte che si assenta ci stupiamo
e parliamo sommessamente
aspettando un segno
è accaduto altre volte
che frequenza avranno le sue visite
ci mancherà
quando non lo vedremo più
studieremo un altro tipo di mirroring
forniremo ai fantasmi una nuova merce
li addestreremo agli scambi
ci adatteremo

*

Benvenuta
con chi sto parlando
mia cara ti aspettavamo
lo sappiamo sono inganni dei governi
con brutali pensieri psichici
sono le tecnologie che vi tengono
a basse frequenze
ci sono esseri
tu procedi
mi potete dare informazioni
è una nave plasmatica
cristallina
è cambiata di colore
prima argento e blu
poi verde e adesso color oro
la sua magnificenza
vi donerà grazia cosmica
tanti non saranno pronti
ma è inevitabile che questo flusso arrivi
deve fare il salto frequenziale
di un’ottava superiore
la densità che si era creata
intorno al sole
non preoccuparti del vedere

*

L’estrema operosità
dei morti viventi
consapevoli di esistere nell’esercizio
di qualche occupazione convenzionale
portateli in campagna
o imbarcateli su una nave
non provano piacere
nel semplice esercizio
delle loro facoltà
a meno che la necessità
non li colpisca con un bastone
trascorrono in una specie di coma
le ore
l’intero universo vivente
è uno spazio vuoto
senza un pensiero che sfreghi
contro un altro
degli esseri che respirano
inermi se non impegnati
in un compito riconosciuto
collocati tra i campi
affidati al ponte di una nave
le mani restano inattive
gli organi inutilizzati
non producono gioia
le facoltà lasciate a sé stesse
arrugginiscono
la pressione della necessità
come un colpo secco
altrimenti il tempo
li attraversa senza attrito
il mondo è per loro
una vasta superficie inerte
l’iperattività
dei vivi che sembrano morti
è una cosa nota

*

Immagina di sostituire il tuo lavoro
insoddisfacente
con uno scopo profondo
con un profitto di cento
duecentocinquanta euro per sessione
fornendo una pace inestimabile
a coloro che ne hanno più bisogno
immaginati mentre crei
rituali trasformazionali
di fine vita
vieni chiamato dalle famiglie
nei loro momenti più vulnerabili
sei la guida fidata nella tua comunità
per l’assistenza compassionevole
alla morte
sei il custode della transizione
guidi i morenti a trovare pace
nel loro capitolo finale
aiuti le famiglie ad affrontare il lutto
con dignità
mostri come creare addii
belli e significativi
lacrime di terrore
lacrime di liberazione
mentre i clienti
stanno aspettando
stanno affrontando i giorni finali
entri nella tua vocazione
entri nel servizio sacro

*

Su Lumina ex Ade di Silvia Tripodi (Aragno 2026) 

di Renata Morresi

Questo libro lavora sulla cattura e ricombinazione di linguaggi già socialmente attivi: tecnologie relazionali e di lavoro, discorso motivazionale e retorica della spiritualità, con i relativi esercizi di sollievo o incremento della sensazione e della prestazione, ma anche testi tradizionali della modernità immersi nell’ultracontemporaneo. Siamo di fronte a postpoesie che sono fantasie di accesso all’oltre (più che la beatitudine, un regime di ricompensa perpetua) sotto forma di inviti perturbanti all’affidarsi e all’indocilirsi, in cambio di un aumento di intensità. Il soggetto, collocato nel “fuori campo dell’identità”, come recita il retro di copertina, non dispone di una posizione esterna da cui smascherarle, essendo già preso nella loro economia libidinale. Questi testi, dunque, non sono semplicemente parodie dall’effetto ironico. Sappiamo che “il metalupo”, “la nave plasmatica”, “i rituali trasformazionali”, le “esperienze extracorporee” e le altre pratiche estreme esibite attingono al repertorio dei dispositivi mercificati, spesso grotteschi; e tuttavia riconosciamo che quel linguaggio si modella sul desiderio di una frequenza superiore, riconosciamo il fruitore che spera (o magari si vanta) di capire come separare ciò che è buono dal suo medium. “Noi siamo d’altro canto il bene” (15). O no? No. Il metalupo è lo spettro che invece di essere temuto ed esorcizzato viene integrato in un sistema di produzione e circolazione. L’orrore contemporaneo che arriva durante il flusso di lavoro non provoca una crisi, tantomeno una presa di coscienza, diventa piuttosto una nuova competenza: “li addestreremo…ci adatteremo”. Dove finiscono il sentimento e le sensazioni e dove cominciano la gestione e la vendita? Non è tanto semplice dirlo. Prendiamo la nuova professione dei death doula evocata nell’ultimo testo di questo estratto, figure professionali preparate al delicato compito di accompagnare le persone morenti, dando loro supporto spirituale e psicologico a “duecentocinquanta euro per sessione”: non sentite anche voi un brivido di angoscia? Chi è fragile e chi ha il potere in questa ‘sessione’? Ancora in quarta si parla della “secolare reversibilità dei ruoli tra vittima e carnefice”; aggiungerei: una reversibilità che non riguarda la responsabilità, ma il punto in cui ‘si salva chi può’ mettere le mani sul bisogno, modellarlo a sua immagine e poi rivenderlo come promessa di una salvezza.

Tripodi non contrappone un linguaggio ‘vero’ ai linguaggi falsi. Qualche anno fa parlavo del suo lavoro sull’eccesso e sulla sottrazione, dell’oscillazione tra nomenclatura, tono sapienziale e ripetizione infantile. In Lumina ex Ade il passo è ulteriore: qui avviene un amalgama di grande potenza immaginativa, in cui i registri cessano di essere distinguibili. Non vi è un fuori dal discorso contaminato. La cura può essere “scopo profondo” e contemporaneamente merce; il metalupo è fantasma e dato da processare; un saggio di Robert Louis Stevenson, campionato nel terzo testo di questo estratto, può rappresentare la letteratura canonica e contemporaneamente sembrare un post sul burnout. È questa compresenza fibrillante che permette di non ridurre l’operazione di Tripodi alla parodia della retorica dell’ottimizzazione o alla semplice found poetry. I testi affondano nei discorsi artificiosi fino a far tremare i polsi, riuscendo a far coesistere l’assurdità acefala di un linguaggio che è insieme padrone e servizievole, coercitivo e sempre a disposizione. Critica e adesione restano invischiate. Il perturbante di questa scrittura sta nella lucidità con cui riconosciamo la corruzione reale e, insieme, il nostro impulso a inseguirne ancora la promessa sul come addestrarci meglio, chiedendo alla stessa macchina che ci consuma di massimizzarci. I carnefici pregano di essere salvati (è un dato di fatto, in streaming al momento).

(in copertina: Astral body of the average man)

La fine dello Stato, il presente dell’immagine e il futuro dell’automa

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di Nicola De Rosa

Da qualche mese, l’editore Castelvecchi ha dato alle stampe la traduzione italiana, firmata da Luca Cianca, del saggio di Horst Bredekamp sull’iconografia del Leviatano. Il libro, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1999 col titolo Thomas Hobbes visuelle Strategien. Der Leviathan: Das Urbild des modernen Staates [Le strategie visuali di Thomas Hobbes. Il Leviatano: l’immagine originaria dello Stato moderno], aveva vissuto progressivi aggiornamenti. Ad esempio, dopo gli eventi successivi all’11 settembre 2001, dopo un diffuso dibattito sulla “guerra delle immagini”, l’autore aveva proposto una seconda edizione aggiornata, modificando il titolo in Thomas Hobbes: Der Leviathan. Das Urbild des modernen Staates und seine Gegenbilder. 1651-2001 [Thomas Hobbes: Il Leviatano. L’immagine originaria dello Stato moderno e le sue contro-immagini. 1651-2001]. L’intreccio tra morfologia delle immagini e storia delle idee politiche aveva suscitato interesse, portando l’opera a essere tradotta sia in francese che in inglese. Mancava però una traduzione italiana, sebbene il lettore italofono potesse già leggere alcuni studi di Bredekamp[1].

Il Leviatano, com’è noto, forniva un’immagine (fig. 1) alla teorizzazione della sovranità scaturita dal contesto delle guerre civili che insanguinarono l’Europa del Seicento. Hobbes articolava, entrando in frizione con l’aristotelismo, un’antropologia negativa in cui la dimensione della naturalità – di ciò che sta all’origine dell’umano – si dà come stato di guerra permanente. Da tale stato bisogna uscire attraverso la costruzione di un potere artificiale quanto efficace, un sovrano identificato col mostro biblico che dà il nome all’opera. Il Leviatano assume prima di tutto il compito di allontanare dalla comunità la paura della morte violenta, monopolizzando l’esercizio della violenza nella sua persona.

Fig. 1. A. Bosse, Frontespizio di T. Hobbes, Leviathan Or The Matter, Forme and Power of A Commonwealth Ecclesiasticall and Civil, London, Crooke, 1651.

Il saggio di Bredekamp sosteneva la tesi secondo cui – al di là dei problemi di attribuzione, che coinvolgono soprattutto artisti come Abraham Bosse – la concezione del frontespizio del Leviatano abbia visto plausibilmente anche il contributo autoriale dello stesso Hobbes. Tale tesi si articola seguendo poi più direttrici di analisi. Prima di tutto quella delle fonti o più in generale delle influenze, che concernono la tradizione dei “corpi compositi”, dai corpi cosmici medievali alle teste composte di Arcimboldo, passando per le forme di body politics rinascimentali e per le anamorfosi, immagini ricombinabili in una figura coesa attraverso apposite lenti. Critico nei confronti della persuasione oratoria, Hobbes avrebbe in prima persona fornito un’importanza specifica alla funzione poietica delle immagini. Ciò a partire dagli interessi per la scienza ottica, espressi in scritti confluiti nel De Homine (1658). C’è inoltre la storia della ricezione, prima di tutto sincrona, poiché l’immagine del Leviatano vive di riappropriazioni e risemantizzazioni già nei vari contesti culturali in cui gli scritti di Hobbes appaiono: in particolare in ambito francese e olandese, oltre che inglese. Rimangono particolarmente interessanti, ad esempio, le riflessioni di Bredekamp sui frontespizi delle edizioni francesi, in cui al pastorale impugnato dal sovrano si sostituisce la libbra della giustizia. Dopo le guerre di religione, un’allegoria dello Stato in terra francese avrebbe dovuto essere più cauta nell’avvicinare il potere spirituale al corpo del sovrano.

Il libro presenta poi una sezione in cui le figurazioni che sfruttano la metafora anatomica per pensare il politico sono portate nell’ambito delle società di massa. Qui, il contesto a cui, in modo più immediato, tale problema iconografico si addice è quello della psicologia dei nazionalismi novecenteschi (fig. 2), non necessariamente nei loro esiti totalitari (fig. 3).

 

Fig. 2. S. Schawinsky, Sì, 1934, poster, 96 x 65.5 cm, Archivio Grafica Italiana, https://www.archiviograficaitaliana.com/project/226/s.

 

Fig. 3. A. Mole, J. Thomas, President Woodrow Wilson’s portrait created by 21,000 U.S. Army, 1918, Washington, Library of Congress, Prints and Photographs Division.

In un certo senso, però, le riflessioni di Bredekamp sono altrettanto attuali per l’età che ha visto, secondo alcuni, l’arretramento dello Stato per come la modernità lo ha conosciuto, di fronte a un nuovo sviluppo del modo di produzione capitalistico e al suo impiego della rivoluzione tecnologica in atto.

Le ultime evoluzioni del digitale rappresentano infatti lo sviluppo di un’infrastruttura di sovranità concorrente. L’automazione dei processi decisionali e il loro uso negli ambiti attraverso cui abbiamo storicamente pensato la sovranità, la finanza e la guerra[2], pone non solo il problema teorico della “coscienza artificiale”, ma anche quello della “persona giuridica” che la incarna. Si potrebbe dire che anche qui si pone il problema di un’“immagine” che connette più corpi per crearne uno astratto, quanto concreto nei suoi effetti.

Di recente, sono emersi vari interventi di confronto teorico tra il funzionamento dell’IA e quello dello Stato hobbesiano[3]. Il Leviatano nasceva, come accennato, per superare lo spettro della guerra civile, che in Hobbes tende a essere assimilata a un ritorno allo stato di natura. Ciò avveniva prima di tutto attraverso una territorializzazione della decisione politica tale da superare in parte le strutture feudali. Come ha mostrato Bredekamp, tale territorializzazione, nell’immagine del frontespizio, è figurata attraverso una metonimia che subordina le parti al tutto. La logica che emerge dagli attuali sviluppi tecnologici, oltre che dalla progettualità di alcuni vertici del settore[4], ha qualcosa di simile e insieme qualcosa di diverso. Prima di tutto, la decisione slitta potenzialmente dal sovrano agli strumenti di calcolo. Ragionando in termini puramente astratti, sebbene anche in questo caso un gruppo di uomini deleghi qualcosa a qualcun altro, ciò non avviene più in un contesto che vede il singolo sottostare alla legge per ottenere in cambio l’assetto civile. Il “soggetto” assume piuttosto la funzione di un “oggetto” da cui estrarre dati comportamentali, il cui accumulo possiede un valore di scambio. Per il soggetto, si tratta di un’esperienza – incessante eppure occultata – descrivibile nei termini di un «lavoro morto» (tote Arbeit)[5].

Ciò dipende, oltre che dalla progressiva virtualizzazione dell’esperienza individuale e collettiva, prima di tutto dalla proprietà del mezzo tecnologico e dalla concezione dei suoi fini. Su questo, bisogna dire che i modelli occidentali di IA non sono gli unici attualmente in circolazione[6]. In ogni caso, la tendenza di una tale rivoluzione tecnologica vede all’orizzonte una distorsione nel modo in cui la modernità, anche quella capitalistica, ha pensato la proprietà e l’accumulazione del capitale. Oltre ad arretrare lo Stato, anche la forma del capitalismo finanziario neoliberale, governato da meccanismi concorrenziali e speculativi, evolve con l’incedere dei grandi monopoli privati nel settore tecnologico. Non è un caso che si parli di un autosuperamento dello stesso modo di produzione capitalistico e si rievochi la categoria di feudalesimo o, meglio, tecnofeudalesimo[7].

Dicevamo, però, che interrogarsi sul piano sia estetico che politico in merito al problema dell’immagine è utile a pensare gli attuali sviluppi dell’IA. Ciò è vero se la si guarda come una rappresentazione impressa su un supporto, la cui specificità è di comporsi dei dati estratti da molteplici corpi, trattati da manodopera ingegneristica a basso costo, accumulati in molteplici archivi fisici che richiedono l’estrazione di specifiche materie prime e l’utilizzo cospicuo di acqua per il raffreddamento[8].

Nel suo libro, Bredekamp traccia un percorso che inscrive gli elementi concettuali dell’immagine prodotta dal trattato hobbesiano all’interno di una parabola di lunga durata della tradizione ermetica – come aveva fatto Frances Yates, non a caso da pioniera dell’iconologia politica, per l’immaginario dell’Inghilterra rinascimentale. Il nucleo problematico di tale filone risiede nell’intendere in modo attivistico il rapporto tra natura e uomo e tra l’uomo e il Dio, attraverso una visione poietica dell’artificio umano come ri-creazione di un Dio mortale, che nel caso di Hobbes concerne la costruzione meccanicistica dello Stato in quanto persona ficta. Bredekamp aveva insistito sul fatto che uno dei problemi di Hobbes fosse quello di ostentare la personificazione dello Stato. Di qui l’utilizzo dell’armamentario allegorico barocco che lo caratterizza. Uno dei fini del nascente Stato moderno fu di certo quello di convincere il più possibile il corpo civile della sua esistenza, sia materialmente che dal punto di vista della rappresentazione.

La rinnovata attenzione per il libro di Bredekamp, che nella traduzione presenta anche un cappello introduttivo firmato dai curatori, Gianluca Bonaiuti e Silvia Rodeschini, è un ottimo risultato non solo per la ricezione italiana di una tradizione di studi iconografico-politici di grande interesse, ma anche per il suo impatto teorico su fenomeni che trascendono il corpus studiato dallo storico dell’arte; egli, d’altronde, in particolare in Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, si è interessato anche al tema degli automi. Del progetto leviatanico l’IA restituisce la sensazione di un organismo composto da parti dislocate, ma, data la struttura economica in cui attualmente tale organismo si inscrive, il funzionamento della sua “immagine” è ben diverso: essa tende in un certo senso a presentarsi come un’“apparenza” particolarmente efficiente, occultando la materialità che la produce e il luogo in cui va accumulandosi la sua ricchezza.

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Note

[1] Tra i più importanti, e in parte complementari al saggio su Hobbes, si possono citare: Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, tradotto dal Saggiatore nel 2020 (ed. or. 1992) e incentrato sulle Wunderkammern; il libro sull’iconografia delle scienze naturali di tradizione evoluzionistica: I coralli di Darwin, tradotto da Bollati Boringhieri nel 2006 (ed. or. 2005); il libro di taglio più teorico sugli “atti iconici”, a cui la traduzione per Raffaello Cortina, del 2015, aggiunge un titolo redazionale: Immagini che ci guardano (ed. or. 2010).

[2] Si pensi all’utilizzo dell’IA durante i bombardamenti genocidari nella Striscia di Gaza: Y. Abraham, ‘Lavander’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, «+972 Magazine», April 3, 2024, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/.

[3] Ad esempio T. Thielmann, C. Borbach, The Digital Leviathan: Medializing Sovereignty for Critical AI and Data Studies, in «Communication + 1», XI, 2, 2025, pp. 1-31.

[4] Si veda T. Cowen, Interwiew with S. Altman, Sam Altman on Trust, Persuasion, and the Future of Intelligence – Live at the Progress Conference (Ep. 259), in «conversationwithtyler.com», November 5, 2025, https://conversationswithtyler.com/episodes/sam-altman-2/. Sam Altman è il CEO di OpenAI. C’è poi Peter Thiel, volto di Palantir noto di recente per aver utilizzato concetti tipici della teologia politica per fornire la sua interpretazione delle attuali poste in gioco globali: M. Dotti, La teologia politica di Peter Thiel, in «Polidemos. Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici», 20 marzo 2026 https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-teologia-politica-di-peter-thiel. Per quanto riguarda i CEO che si pongono in una prospettiva precauzionista si veda D. Amodei, The Adolescence of Technology: Confronting and Overcoming the Risks of Poweful AI, in «darioamodei.com», January 2026, https://darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology. Ricordo solo che nel luglio 2025 la Anthropic di Dario Amodei aveva firmato un contratto con il Dipartimento della Guerra statunitense. Nel febbraio 2026, tuttavia, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha chiesto di rinegoziare il contratto eliminando le clausole legate all’utilizzo del software Claude per la sorveglianza di massa e per la gestione autonoma di armi senza supervisione umana. Amodei si è rifiutato di accettare tali condizioni. Il 27 febbraio 2026, Hegseth ha designato Anthropic «supply chain risk to national security», misura normalmente riservata ad aziende di paesi nemici, e ha annullato il contratto. Cfr. C. Metz, J. E. Barnes, S. Frenkel, Pentagon Officially Notifies Anthropic It Is a ‘Supply Chain Risk’, in «New York Times», March 5, 2026, https://www.nytimes.com/2026/03/05/technology/anthropic-supply-chain-risk-defense-department.html.

[5] La formula marxiana ricorre nel primo libro del Capitale (1867) relativamente al lavoro “sepolto” nel mezzo di produzione, in passi che, in fondo, oltre al problema dell’alienazione, pongono essi stessi quello della metonimia anatomica per pensare la subordinazione nel corpo sociale. Direi che la lungimiranza di alcune di queste pagine risulta oggi quasi sinistra. Si veda ad esempio K. Marx, Il capitale, vol. I, trad. di D. Cantimori, introd. di M. Dobb, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 349: «I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale».

[6] Sul modello cinese DeepSeek e le differenze rispetto ai modelli occidentali si vedano F. Sun, DeepSeek’s innovative breakthroughs and choice between open versus closed-source, in «The CASE Journal», XXII, 3, 2026, pp. 515-529.

[7] Si veda Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, Milano, La nave di Teseo, 2023.

[8] Cfr. G. Murdock, Artificial intelligence as primitive accumulation: enclosure, extraction, exploitation, in «Communication and Change», 1, 2025, pp. 1-24.

“Confini”: la nuova edizione di Strane coppie

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di Antonella Cilento

Mi sono spesso chiesta in questi anni in che modo abitare il confine, che è, secondo l’etimo, il segno che traccia la separazione e, insieme, il luogo della congiunzione.

Veniamo sfidati ogni giorno a superare un confine o a restarvi all’interno: inserire nuove password, memorizzare nuovi percorsi, adattarci a ripetere, in circolo, la stessa riduzione di noi stessi impostaci dal mondo. Spesso ci ritroviamo bloccati a cavallo di un confine, in impasse, in cima alla fortezza dove si attendono i Tartari, come scriveva Buzzati.

Tutte le stagioni dell’esistenza sono soglie, dall’infanzia all’adolescenza, dalla maturità alla vecchiaia, e le attraversiamo bruscamente, o a una lentezza tale che ci accorgiamo del passaggio solo dopo aver lasciato alle nostre spalle il confine da tempo.

Poi ci sono il mare in cui annegano generazioni di migranti, le spiagge dove muoiono bambini, le montagne su cui si combatte, linee astratte segnate da penne indifferenti o superate da droni, il fuoco nelle case in cui si cresce d’improvviso invase. Confine è recinto, lager, carcere, esilio. Spesso solitudine, abuso e follia.

Il confine dell’identità diventa il bersaglio nelle mani di chi è armato di missili, pistole, banconote, carta bollata e tastiere.

C’è stato un tempo in cui per traversare un fiume, entrare in una città, varcare un ponte, oltrepassare un bosco, occorreva pagare una tassa. Quando l’infinito frazionamento dei confini è diventato arcaico e vergognoso (i due fiorini chiesti ottusamente a Massimo Troisi e Roberto Benigni per traversare una dogana) ci è parso che ormai non ve ne fossero più di confini, grazie a democrazia, aerei, treni, Rete, flessibilità.

In Occidente studiare, viaggiare, lavorare e navigare ha illuso intere generazioni che i confini fossero svaniti finché l’accesso libero a infinite informazioni è diventata la trappola della menzogna e la fine di ogni fatica, persino quella di pensare, grazie all’AI, la nuova droga globale. La cessione dei nostri dati, il controllo, l’isolamento sono nuove facce di antichi confini. Il confine disegnato dal denaro stabilisce che chi può arraffa e chi non può muore. Scompaiono le lingue e i Paesi, se il mercato editoriale non mostra interesse alla traduzione. Scompare la vera letteratura, senza scuse, perché occorre puntare al prodotto. Scompare la libertà e il diritto alla parola, scompare il corpo, immobilizzato a scrollare contenuti social. Scompare l’esperienza, prestata a una macchina, scompare perfino la vita, troppo imbarazzante perché ci ricorda la morte. Scompare il diritto internazionale perché chi è armato esercita la legge a proprio uso e consumo.

Nascono così gli incontri che quest’anno ho immaginato per Strane Coppie, che arriva alla sua diciottesima edizione mentre il confine è la questione.

Penso sempre, per questa manifestazione nata con l’idea di creare un campo, uno spazio di ragionamento, visione e bellezza, a incontri irrealizzabili, matrimoni letterari improbabili: l’unico vero spazio dove il confine esiste solo come metafora è la letteratura (e l’arte, la musica, il teatro). Così quest’anno ci addentriamo in una foresta dove le parole tagliano mentre illuminano la natura del confine (e del conflitto che lo agita).

Quindi, la guerra: il confine fisico su cui avviene, quello temporale dentro cui si ripete, eterna, quello umano, ovvero il modo in cui gli umani abitano la guerra.

Rachel Bespaloff, ad esempio, nasce in Bulgaria ma la sua famiglia è di ebrei ucraini, cresce fra Ginevra e Parigi e morirà suicida nel Massachusetts. Osservando l’Iliade, scrive: “Invano cercheremmo nell’Iliade o in Guerra e pace una condanna esplicita della guerra in quanto tale. La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra”.

Simone Weil ha radici alsaziane, russe, belghe, è di cultura familiare ebraica ma la sua formazione è tutta francese. Quando parla dell’Iliade scrive: “L’uomo che non è protetto dall’armatura di una menzogna non può patire la forza senza essere colpito fino all’anima”.

Queste due giovani donne che appartengono a generazioni vicinissime (Bespaloff nasce nel 1897 e Weil e nel 1907) s’interrogano, sincrone, sul primo poema della letteratura occidentale, un poema che inscena un assedio, una guerra e le sue terrificanti conseguenze e lo fanno nel decennio in cui matura e scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

Avvinte da uno stesso pensiero diversamente elaborato, e a distanza, senza incontrarsi mai.

Un altro incontro “strano”, praticamente impossibile, che ho molto sognato, è quello fra Stephen Crane e Franz Werfel.

L’americano Crane, nato nel 1871 e morto a ventinove anni, autore di culto della letteratura americana cui Paul Auster ha dedicato una monumentale e bellissima biografia, descrive ne Il segno rosso del coraggio la Guerra Civile senza averla vissuta. Il suo giovane soldato, anonimo fra anonimi, finito nel bosco violento della sua stessa terra, spaventato dalla morte e inconsapevole, in nulla eroico, antesignano di milioni di altri americani finiti in analoghi boschi (in Europa, in Vietnam, nel Golfo), a lettura finita non ci lascia. Forse lui, come tutti i soldati, non ha ancora capito molto di sé, noi però sappiamo ormai troppe cose, non tutte dicibili, sul mistero umano.

Franz Werfel, nasce vent’anni dopo di Crane, nel 1890, a Praga, e morirà nel 1945 negli Stati Uniti, scampando al nazismo e ottemperando, da ebreo, a un voto cristiano: scrivere, in caso di salvezza, il romanzo di Bernadette, la santa di Lourdes. Amico (e nemico) di Franz Kafka (che a sua volta morirà leggendolo), vive da pacifista ma si arruola nell’esercito austriaco, visita il Mediterraneo con sua celebre e chiacchieratissima moglie, Alma Mahler, incrociando l’occultata vicenda del genocidio armeno del 1915 e raccontando, con assoluta genialità, la resistenza di alcune migliaia di armeni sulla montagna del Mussa Dagh (I quaranta giorni del Mussa Dagh usciranno con successo internazionale nel 1933 e saranno il libro più letto nel Ghetto di Varsavia: a Varsavia, però, le vicende non saranno favorevoli alla salvezza come quelle dei resistenti armeni).

Uno scrittore giovane e uno scrittore maturo: uno che la guerra la sente solo raccontare, l’altro che la odia, la fugge, vi partecipa. Mai come in questi due romanzi, uno asciutto e stringato come una staffilata e l’altro compatto e lungo come l’eco di un’eruzione, si ha l’impressione di essere esposti davanti alle scelte: difendersi o non difendersi, lasciarsi morire o sopravvivere, uccidere o non uccidere.

Ma in realtà i confini spesso non hanno nemmeno bisogno delle dichiarazioni ufficiali di guerra: come mi avrebbe detto Anna Toscano, se questa edizione che le è dedicata (la celebreremo sia a Milano che a Napoli) l’avessimo potuta fare insieme come tante altre prima, il confine che ci spezza è nella casa che si deve lasciare dopo un bombardamento, il giorno in cui si perde l’ultimo laccio con la vita (basta un gelato) ed è disseminato nelle poesie e nelle pagine di numerose poete che raccontano l’est dell’Europa, i Balcani, i finti paradisi neutrali.

Se l’ungherese Agota Kristof, rifugiata in Svizzera dove fiorisce il suo successo mondiale, l’avevamo in Strane Coppie già narrata, mai l’avevamo incrociata con la storia terribile e straordinaria di Mariella Mehr, svizzera di etnia Jenisch.

Un agghiacciante programma eugenetico negli anni Cinquanta e Sessanta strappa Mariella bambina a sua madre, la affida a una famiglia dove subisce violenze e abusi, le sottrae la figlia quando a sua volta diventa madre, secondo linee guida che prevedono la sterilizzazione e la rieducazione dei bambini di etnia nomade.

La normalità, il confine: Labambina, una sola parola, senza confine fra articolo e nome, è il titolo del terribile romanzo che narra la discesa nella patologia psichiatrica della narratrice. La letteratura, boa di salvezza: la Svizzera chiede poi scusa per le mostruosità commesse ma il segno resta. Mehr si salva con la parola, Kristof si salva con la parola: i bambini che raccontano Trilogia della città di K, traditi e abusati, ingannevoli, inaffidabili, sanno quanto poco c’è da fidarsi degli adulti. Bisogna trovare un modo per dirsi, contro la morte. La lingua in cui scriviamo, lo ripetono spesso scrittrici e scrittori di confine, è l’unica vera patria, l’isola in cui abitiamo.

E per difendersi e germogliare una lingua tende a fondare una tradizione: il confine è anche segnato dal tradursi di secolo in secolo, prende la forma di una la corda cui in tanti (e tante) aggiungono un nodo. Una cima che si stende sopra il mare del tempo.

Da Giovanbattista Basile, genio del cunto barocco confinato nel vicereame spagnolo a Napoli, nascono i sogni di Benedetto Croce, che lo traduce in lingua italiana per la prima volta, e quelli di Roberto De Simone, il cui teatro, la cui musica, la cui immaginazione antropologica e letteraria non sarebbero esistiti senza Basile e senza Croce.

A volte la tradizione è visibile e l’incrocio del confine agile, altre volte serve che qualcuno lo noti, come fa D. H. Lawrence che scrivendo de La madre di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (prima donna al mondo a ricevere questo premio e unica scrittrice italiana a tutt’oggi: del premio ricorre quest’anno il centenario), trova elementi di congiunzione con Thomas Hardy, straordinario romanziere vittoriano.

E in effetti la Sardegna di Deledda e il Dorset di Hardy sono popolati da donne e madri potenti e sono anche il confine del mondo più remoto, quello agricolo-pastorale, sulla soglia di una rivoluzione tecnologica definitiva.

A raccontare Strane Coppie quest’anno saranno Giuseppe Montesano, Matteo Palumbo, Vittorio Giacopini, Gianni Montieri, Anna Ruchat, Marta Morazzoni, Giorgio Mariani, Melania G. Mazzucco, Mario Fortunato, in compagnia di attrici e attori e della musica di Paolo Coletta. Ma che succede se poi l’ultima Coppia è una vera coppia nella vita e nell’arte, ovvero quella composta da José Ovejero e Edurne Portela? I Paesi Baschi e la Spagna, la rivoluzione, la guerra, le donne, la resistenza intellettuale sono solo alcuni degli argomenti di confine che terranno banco nell’ultimo incontro, il più internazionale di quest’anno, per una volta dedicato alla letteratura contemporanea narrata da chi la produce.

A tutti questi confini, diversamente esplorati al fine anche di illuminare scrittrici e scrittori non sempre al centro del dibattito o delle attenzioni editoriali, e dunque dell’occhio di lettrici e lettori, si uniscono i confini della traduzione: Palestina, Bulgaria, Ungheria e Svizzera i Paesi al centro del dibattito con quattro traduttrici impegnate sulla soglia della versione, del tradimento, della trasformazione della parola.

E poi il racconto del paesaggio e dei suoi confini, con la voce di architetti e antropologi a fare da guida, e quello dei nuovi confini dell’editoria che, mi pare di poterlo dire chiaramente, fa cose veramente nuove solo a partire da forti identità e da realtà in crescita, che credono nel sogno e nel rischio, fuori dall’elefantiasi autistica dell’editoria commerciale.

E infine, anzi, accanto a tutto, l’arte, con una mostra tutta al femminile di artiste di origini campane appartenenti alla stessa generazione e che, per scelta o per destino, non appartengono (ancora?) al giro del mercato dell’arte ma hanno storie personali profonde da raccontare.

Storie di famiglia, perché come Ellen G. alias Francesca Pirozzi, l’arte è una questione di famiglia, figlia di due protagonisti dell’arte contemporanea a Napoli, Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio, o storie che vengono anche dal teatro, come Iole Cilento e Luana Di Sarno, che in comune hanno la scenografia, mentre si muovono in campi di sperimentazione dedicati e diversi, dalla performance alla fotografia, esplorando la linea della materia, come ha scritto la curatrice, Simona Di Sciullo.

Strane Coppie nasce per guardare alla complessità in modo complesso, senza scuse di semplificazione: anche perché la profondità, la ricchezza, una volta colte, sono in realtà così semplici da dire.

L’usignolo, la macchina

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Tra mito, trauma e metamorfosi: Procne Machine di Carmen Gallo 

di Gianluca D’Andrea

L’ordigno testuale di Procne Machine (Einaudi, 2026) affonda le radici nel trauma del mito classico, riattivando la vicenda di Procne e Filomela, sorelle unite da un legame viscerale e separate da una violenza indicibile, laddove il titolo stesso, evocando la parola machine, apre una risonanza con la genealogia novecentesca delle macchine tragiche e con la Hamletmaschine di Heiner Müller, entro la quale il classico shakespeariano si contraeva in un congegno storico, ideologico e postumano. Diventando un apparato di montaggio, una macchina fredda che macina lingua, corpo e memoria, il mito si reinstalla nel testo poiché nel racconto ovidiano, come è noto, Tereo viola la cognata Filomela e le recide la lingua per assicurarne il silenzio, spingendo la vittima a eludere la mutilazione tessendo la storia su una tela inviata in segreto alla sorella, quale preludio a una vendetta speculare. Carmen Gallo sottrae questo materiale arcaico alla decorazione erudita e al rifugio lirico, trasformando il racconto in una lente critica capace di mettere a fuoco le fratture del presente, mentre l’apparire delle cose, dentro il dispositivo messo in scena, evoca un processo di fantasmizzazione storica, biologica e linguistica che si attiva quando il corpo mitologico diventa ingranaggio del dolore. La metamorfosi si compie così nell’automatismo di una lingua meccanica incaricata di registrare il progressivo svuotamento della realtà, spopolando i luoghi della memoria della loro consistenza materiale per mutarli in spettri che cantano la perdita mentre la mummificano, giungendo a smontare la struttura narrativa classica per isolarne i frammenti traumatici.

La minaccia assume i tratti somatici di una fobia spaziale fin dall’attacco della raccolta, nella prima sezione intitolata Aprile, dove il motivo ornitologico perdendo ogni grazia affabulatoria si dichiara come persecuzione:

 

Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani.
La minaccia costante nelle strade
di essere colpiti, di essere sfiorati.
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.

 

Questa confessione ravvisa nel «voi» aereo lo spettro di una trasformazione subita come violenza, una traiettoria verticale in cui la carne si scopre braccata, esposta nella sua fragilità anatomica di organi e viscere, e infine silenziata lungo le strade del presente. Dall’alto della minaccia che reclama e sovrasta, questo terrore precipita nella polvere dei vicoli metropolitani, dove l’alterazione prende la forma dell’infestazione urbana e del rifiuto:

 

Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini,
arpionano bicchieri, rovesciano cestini
nella città infestata dai turisti.
Lo sguardo stupido, le zampe mutilate,
a volte si fanno trovare nei vicoli laterali
pestati da motorini di passaggio. Le carni
esposte tra le piume impiastricciate
di rosa senza sangue. E ogni volta è un conato,
una persecuzione dello sguardo che distolgo
mentre cerco di non calpestarli e mi domando
chi raccoglierà quei resti, chi li rimuoverà all’alba,
se finiranno nell’umido o nell’indifferenziato.

 

I versi stringono il cortocircuito tra la violenza arcaica e lo scenario dello sviluppo urbano, riducendo i volatili a creature dalle zampe mutilate, prive dell’aura di messaggeri della tragedia, simboli di una menomazione che eredita la ferita antica di Filomela e spoglia la morte di ogni dignità rituale per assimilarla alle logiche dello smaltimento dei rifiuti. Se nel presente metropolitano l’evento traumatico viene smaltito come scarto, la memoria storica e filosofica tenta da sempre di decodificare l’enigma di questa sparizione, costruendo attorno alla figura della rondine una fisica del mascheramento: «Aristotele diceva che d’inverno non partono, si nascondono soltanto perdono le piume per farsi rami, o restano nel fango delle paludi come anfibi che aspettano il sole». Il riferimento alla biologia primeva di Aristotele sposta l’asse del discorso dalla fobia alla metamorfosi intesa quale strategia di sopravvivenza, interpretando l’assenza delle rondini come un camuffamento, un farsi rami sugli alberi spogli o anfibi nascosti nei canneti, capace di restituire al mito la natura di testimonianza sotterranea che pulsa in uno stato di animazione sospesa.

Esaurendo la ricognizione fenomenologica e urbana del dolore, questa immagine chiude la prima sezione per spostare il vero baricentro dell’opera nella seconda parte, l’omonima Procne Machine, all’interno della quale la scrittura muta statuto assumendo la forma inquieta del saggio in versi. Gallo lascia cadere le coordinate della lirica tradizionale per abitare una zona ibrida, attraversata da indagine teorica, montaggio poetico e urgenza del mito, affinché il trauma, colto prima nei suoi riflessi spettrali, entri direttamente nell’ingranaggio del racconto antico, trasformando la pagina in uno spazio autoptico dove la vicenda di Procne e Filomela viene smontata pezzo per pezzo e la riflessione sul linguaggio prolunga l’atto creativo. In questa sezione oggettiva e fredda, il saggio agisce come dispositivo di indagine sui vettori della parola recisa e sui modi in cui la forma-mito si tramanda, si usura e resiste nel tempo, trovando in Coda di serpe il lacerto isolato che innesca il montaggio testuale:

 

Nella versione del mito di Ovidio, Procne e sua sorella Filomela fuggono dopo aver dato il piccolo Iti in pasto a suo padre Tereo. Tereo è il marito di Procne. Tereo ha stuprato Filomela in un bosco. Le ha tagliato con la spada la radice della lingua. La lingua mozza giace a terra, racconta Ovidio, sul suolo nero di sangue. Guizza come la coda di una serpe che si fa sempre più debole mentre cerca il resto del corpo, l’intero cui appartiene.

 

Il passaggio mette a nudo l’equazione teorica del libro, identificando la lingua mozzata con la poesia stessa, poiché l’organo mutilato di Filomela e il fondamento del verso contemporaneo si specchiano fino a confondersi, costringendo la poesia a rinunciare al canto spiegato, all’effusione armonica o alla comunicazione lineare, per offrirsi quale referto testuale di un’amputazione. Privata della cavità orale che le garantiva senso e intonazione, la parte residua sopravvive come riflesso corporeo, grado zero di una parola che procede per sussulti sintattici, brusche interruzioni e frammenti isolati, sicché collocare questo lacerto in apertura della sezione dichiara un’impossibilità di dizione divenuta metodo saggistico e formale, per cui la ricerca dell’intero prende la forma di un accumulo ossessivo di schegge, citazioni e note di lettura che sacrificano l’integrità apparente per misurarsi con il vuoto lasciato dall’abuso, testimoniando la ferita attraverso il movimento perturbante di ciò che è stato separato dal corpo del senso.

L’operazione intertestuale di Gallo oltrepassa la fonte ovidiana, aprendo nella mutilazione di Filomela una camera d’eco in cui il canone letterario occidentale viene convocato a rispondere della stessa violenza, incrociando i miti classici con le macchine tragiche del teatro shakespeariano. Il dialogo più serrato si instaura con il Tito Andronico, dove la genealogia della ferita trova una continuità spietata nel personaggio di Lavinia, la quale, stuprata e privata di lingua e mani, riattiva il modello originario proiettandolo in una serialità del trauma, tanto che, essendole interdetta la parola naturale, la poesia di Gallo si muove come i moncherini della stessa Lavinia che incidono la sabbia con un bastone guidato dalla bocca, configurandosi come una scrittura protesica, rudimentale; emergenza e calco di una dizione recisa che rifiuta il lusso dell’eloquenza perché costretta da incombenti o consumate, in ogni caso tragiche, necessità. A questa violenza si affiancano altre opere shakespeariane, chiamate a modulare il fantasmatico e la distorsione biologica, a partire dal Sogno di una notte di mezza estate, che rovescia l’illusione della commedia restituendo il bosco allo spazio ovidiano di smarrimento e brutalità, fino alle risonanze di Romeo e Giulietta, che evocano il tempo distorto, l’azione del veleno e il sacrificio rituale dei giovani, e alle eco della Tempesta, che richiamano Prospero quale operatore di un dispositivo testuale e la dinamica del sea-change, intesa come metamorfosi delle carni sommerse che si ricongiunge alle immagini di congelamento della prima sezione.

Questa complessa rete intertestuale trova la sua sintesi formale e la sua chiave di volta nel dialogo sotterraneo con The Waste Land di T.S. Eliot, opera legata sia alle variazioni ovidiane sia alle suggestioni elisabettiane, la cui frequentazione critica e la cui pratica di traduzione da parte di Gallo (La terra devastata, Il Saggiatore, 2021) si riflettono, come tecnica compositiva, nel secondo lacerto della sezione, intitolato significativamente Il canto:

 

Jug Jug, ancora, dopo secoli, nella Londra del primo dopoguerra. T. S. Eliot riprende la storia di Filomela e fa risuonare la sua voce inviolabile nel deserto di un’Europa devastata. Tereu è il vocativo con cui implora o maledice il re che l’ha mutilata. Procne non è mai nominata.

 

*

 

Però è lei la rondine degli ultimi versi, compagna di vendetta di Hieronimo che è pazzo di nuovo. Lui, l’infuriato, che vuole far vedere a tutti di cosa è capace. E forse è una rondine anche Marie, che di notte legge e d’inverno si rifugia verso sud. E intanto canta la ballata di Mayerling, di Rodolfo che uccide l’amante con un colpo in testa, dei suoi uomini che la rivestono con cura, le mettono in ordine i capelli e la legano dritta a un bastone per portarla via di nascosto, in carrozza.

 

*

 

Canta Marie, e con lei cantano le ninfe del Tamigi, le prostitute del Cairo, le figlie del Reno e il marinaio che non vede Isotta tornare dal mare. Cantano il gallo che aspetta la pioggia e il tordo nascosto tra i rami e l’usignolo con la lingua mozzata che vorrebbe essere una rondine. Quando fiam uti chelidon, ricorda Eliot citando un carme latino. Lei canta. Noi restiamo muti. Quando viene la mia primavera? Quando farò come la rondine e smetterò di tacere?

 

La riattivazione del celebre «Jug Jug» eliotiano restituisce una voce della vittima resa inviolabile dalla frammentarietà del montaggio modernista, muovendosi attraverso i secoli per farsi colonna sonora di un’Europa devastata, mentre Gallo disegna una costellazione di figure in cui il trauma si specchia e si riproduce, facendo riemergere Procne nell’ombra degli ultimi versi eliotiani accanto alla follia vendicativa di Hieronimo, e introducendo, con Marie e la ballata di Mayerling, una variante storica dello stesso abuso, in cui il corpo femminile ucciso viene ridotto a manichino occultato, legato a un bastone. La poesia si struttura come coro polifonico ed eterogeneo attorno all’invocazione del Pervigilium Veneris: «Quando fiam uti chelidon», momento in cui la scommessa metapoetica rivela la propria posta etica, poiché davanti a un coro che continua a cantare il soggetto contemporaneo misura l’isolamento del proprio silenzio, e la domanda sulla primavera coincide con l’urgenza di una scrittura capace di spezzare l’anestesia del presente, in attesa che la lingua mozzata della poesia possa mutarsi in rondine e smettere di tacere.

In tal modo, lo smantellamento delle retoriche consolatorie permette all’ordigno di Procne Machine di intercettare le coordinate di una riflessione sulla “cultura del femminicidio” tracciate, tra gli altri, da Ivan Jablonka. Il trauma arcaico di Filomela cessa di essere un caso isolato o un fossile mitologico per farsi sintomo di una struttura permanente, una macchina sociale e antropologica che da secoli pianifica il silenziamento del corpo femminile e l’annientamento della sua soggettività. Come Jablonka dimostra –nel recentissimo La cultura del femminicidio (Einaudi, 2026) – che la violenza di genere non è un raptus ma l’esito di una pedagogia del dominio, così il montaggio di Gallo isola i dispositivi di questa coercizione: la recisione della parola, l’occultamento del cadavere (evocato nella ballata di Mayerling) e la reificazione dello sguardo. Il saggio in versi si appropria di questa postura sociologica e documentaria, trasformando la citazione letteraria in un referto giudiziario che accusa la storia e la sua cronaca.

La traiettoria intertestuale della sezione trova infine il suo culmine geopolitico e postmoderno nell’ultima parte, programmaticamente intitolata Figure, dove la filiazione letteraria della menomazione esce dai confini europei per agganciarsi al romanzo di J.M. Coetzee, Foe, riscrittura del mito di Robinson Crusoe in cui riemerge la figura afona del servo Friday:

 

Un giorno Friday indossa una vestaglia e comincia a danzare. La mattina, in cucina, dove batte il sole. Gira su sé stesso con gli occhi chiusi per ore. Nel pomeriggio si sposta in salotto, dove le finestre danno a ovest. Fa dei versi con la gola, come se volesse «cantare». Solo più avanti Susan scopre che Friday danza perché a Londra ha freddo e vorrebbe sopravvivere all’inverno. Danza perché vorrebbe smettere di tremare. Un giorno però nella danza la vestaglia di Friday si apre e lascia intravedere qualcosa. L’occhio di Susan cade e lei resta a guardarlo a lungo e senza vergogna. Susan ripensa alla radice della lingua nel fondo della sua bocca scura. Allora l’aveva immaginata dimenarsi, non come una serpe ma come un verme tagliato a metà che continua a contorcersi.

 

*

 

Susan pensa alle figure, a quanto siano necessarie per coprire ciò che non riusciamo a raccontare.

 

Con questo affondo la riflessione sul silenziamento della carne subisce una torsione radicale che investe la sfera dell’eros, inteso come energia legata alle dinamiche del potere e della scopofilia, laddove la danza circolare e solitaria di Friday a Londra cessa di apparire come performance esotica o strategia di adattamento per rivelarsi esibizione inconscia di un corpo desiderante e desiderato, sottratto alle proprie coordinate e interamente reificato dall’occhio dell’Occidente, mentre i fonemi spezzati, quei versi con la gola di chi tenta un canto impossibile, diventano il correlativo di una sessualità mutilata, di un eros privato della facoltà di nominarsi e consegnato al ritmo della ripetizione coreutica.

L’occhio di Susan Barton che resta a guardare Friday a lungo e senza vergogna inaugura una dialettica erotica asimmetrica e voyeuristica, in cui lo sguardo bianco, coloniale spoglia Friday della sua alterità per ridurlo a oggetto di una curiosità insieme anatomica, politica e feticistica. In questa pulsione a vedere si consuma una sovrapposizione concettuale per cui l’attrazione per il sesso nascosto e svelato si sposta sulla visione mentale della mutilazione della bocca, trasformando la cavità oscura di Friday in uno spazio perturbante dove eros si sposa con thánatos, e permettendo a Gallo di mettere a sua volta a nudo il nucleo dell’ambivalenza erotica nel contesto dell’abuso, dove il desiderio dell’altro si rivela inseparabile dalla coscienza della sottomissione storica. Lo slittamento dell’analogia formale del libro, con la lingua mozza che da guizzante coda di una serpe si riduce alla miseria viscerale di un verme tagliato a metà, descrive proprio questo naufragio del desiderio, esponendo il corpo di Friday nella nudità dello spasmo biologico, svuotato di ogni residuo di seduzione lirica o di esotismo consolatorio, là dove godimento e dolore si confondono nell’afasia, mentre le figure evocate da Susan Barton, orchestrate da Gallo attraverso il montaggio colto, si rivelano dispositivi di mascheramento immunologico, schermi formali necessari per coprire ciò che non riusciamo a raccontare, veli stesi per disciplinare e anestetizzare l’attrazione per la carne offesa dell’altro.

Questa specifica postura metodologica permette di tracciare un decisivo riallineamento stilistico e tematico tra l’ordigno testuale di Procne Machine e l’opera di Anne Carson, da cui Gallo assimila la pratica radicale del saggio in versi, inteso quale territorio ibrido in cui l’indagine filologica e l’ossessione critica diventano il motore della tensione espressiva, ritrovandovi la teorizzazione dell’eros come mancanza, frammento e ferita. Come Carson ha ampiamente dimostrato nel suo studio Eros il dolceamaro, il desiderio si attiva sempre nello spazio vuoto, nella fessura geometrica che separa l’amante dall’amato, e in Procne Machine questa fessura coincide esattamente con il perimetro dell’amputazione, rendendo il parallelismo stilistico stringente, poiché la poesia di Gallo, procedendo per ellissi, blocchi isolati e bruschi tagli grafici, mima sulla pagina sia l’anatomia della lesione linguistica sia l’andamento interrotto del desiderio impossibile. L’eros, per entrambe le autrici, rifiuta la dizione fluida dell’idillio per scriversi attraverso lacerti, essendo il frammento l’unico residuo biologico fedele tanto all’estasi quanto all’abuso subìto, e integrando la pulsione erotica nella tessitura critica del mito Gallo dimostra che la violenza antropologica, oltre a zittire la storia, colonizza l’immaginario dei corpi, costringendo la poesia contemporanea a cercare la propria verità proprio lì dove lo sguardo desiderante si scontra con il trauma del silenzio.

Il libro si sviluppa poi verso la terza sezione, Le metamorfosi, un ampio poemetto polifonico che estende la spietata fenomenologia dei corpi oggettivati, la cui analisi per estratti permette di penetrare la precisione clinica di questo movimento, a partire da una soglia presidiata da un frammento della tradizione letteraria italiana:

 

Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero.

(Giacomo Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie)

 

L’innesto della citazione leopardiana fissa la tonalità barocca e macabra dell’intero movimento, portando la dialettica tra silenzio e risonanza a sperimentare un punto di non ritorno formale, dove chi parla assume lo statuto dell’operatore, dello scienziato o del moderno Tereo che ha creduto di poter governare la carne dei vinti sottoponendola a un processo di ibernazione coercitiva e, paradossalmente, protettiva. Il panico del tassidermista davanti al risveglio acustico delle sue mummie coincide con il collasso dell’illusione immunologica, svelando che preservare i corpi dalla corruzione storica o filologica costituisce il meccanismo involontario che ne garantisce la spettrale resurrezione, sicché la poesia, lungi dall’addomesticare la ferita, ne riattiva la presenza nell’istante in cui i morti si riappropriano di un canto notturno capace di paralizzare la coscienza di chi custodisce la teca.

Subito sotto questa soglia, la dizione lirica si frantuma e si distribuisce lungo una scansione narrativa di precisione anatomica, dissolvendo definitivamente il soggetto lirico tradizionale a favore della voce corale e afona di creature ornitologiche catturate, operate e ridotte a oggetti domestici:

 

Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo più bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio…

 

La prima sequenza del poemetto descrive l’esito della reificazione spaziale e organica, mostrando come le creature «impagliate» – calco contemporaneo della mutilazione di Filomela – abitano una stasi post-mortem in cui la privazione della libertà viene interiorizzata come assenza di bisogno, e dove la mensola, stretto perimetro domestico sospeso «tra la finestra e l’armadio», diventa la parodia del nido e del cielo. In questa immobilità artificiale, gli uccelli impagliati evocano l’immaginario perturbante della tassidermia cinematografica, configurandosi come presenze domestiche sospese tra decorazione, minaccia e necrofilia dello sguardo, secondo una linea che richiama alla mente Psycho di Alfred Hitchcock, dove gli uccelli imbalsamati che abitano la stanza di Norman Bates portano il segno di una vita catturata, fissata e resa disponibile allo sguardo. Anche nel poemetto di Gallo la tassidermia espone, irrigidisce e profana, procedendo a ritessere l’archeologia della cattura, il ricordo delle gabbie, la sofferenza dell’istinto migratorio represso («prendevano le sbarre a testate / […] a migrare senza andare») e l’attesa frustrata degli uomini, pronti a monetizzare o consumare esteticamente la dizione naturale («in attesa di sentirci cantare / ma noi siamo rimaste / mute per tutta l’estate»). Di fronte al rifiuto di farsi intrattenimento, il potere ricorre al congelamento, eleggendo la busta di plastica e il frigorifero a moderni dispositivi di smaltimento e sospensione della memoria.

La sequenza successiva si addentra in una vera e propria autopsia della forma, descrivendo dettagliatamente il processo di tassidermia vissuto come tortura tecnica sulla carne indifesa:

 

L’avranno tirata fuori dal frigo
per farle subito delle foto
di faccia, di profilo
sul tavolo di marmo nuovo
poi l’avranno scuoiata
piano, con un coltellino…

 

In questi versi la precisione chirurgica di Gallo mima il protocollo poliziesco e scientifico, inserendo lo sguardo contemporaneo che reifica la vittima sottoponendola a una schedatura visiva di faccia e di profilo sopra il tavolo di marmo nuovo, asettico altare del sacrificio tecnologico, mentre la scomposizione del corpo avviene attraverso la parcellizzazione metodica, dallo scuoiamento all’asportazione degli organi interni, fino allo svuotamento della carne e del grasso. La conservazione esige l’innesto dell’artificiale, sostituendo il nucleo biologico con un simulacro: «le avranno messo dentro / una specie di gesso / una massa morbida / di un materiale strano», finché la pelle originaria viene tirata e ricucita con un filo di nylon volto a rendere invisibile il taglio sul davanti, cucitura invisibile che si pone come l’esatta metafora della testualità post-traumatica, una scrittura “ortesica” che ricopre il vuoto interno, occultando la cicatrice per restituire un’apparenza ordinata e commercializzabile sul mercato delle forme.

Tuttavia, l’equilibrio della teca è precario, esposto alla degradazione atmosferica («la muffa ci rovina la pelle», «ci vengono le crepe») e alla violenza dello sguardo voyeuristico degli ospiti della casa, tanto che il corpo impagliato subisce la persecuzione del tatto infantile e adulto:

 

…qualcuno si avvicina e ci tocca,
a volte i bambini ci tengono
nelle mani per ore […]
vogliono capire che cosa
abbiamo dentro, di cosa
siamo fatte, se siamo piene
di paglia o di cartone.
«Come le mummie», dice la madre…

 

La curiosità anatomica dei visitatori smaschera lo statuto di finzione del reperto attraverso il paragone materno con le mummie, riallineando il testo alla soglia leopardiana, e questa violenza conoscitiva si riflette specularmente nella regressione bestiale dei padroni di casa, colti in un interno domestico saturo di sostanze e nudità, dove gli umani si trasformano in «due creature enormi / due glabri rapaci orripilanti / che si beccavano / fino a farsi sanguinare». L’esito di questo scontro domestico è una caduta rovinosa che sfigura ulteriormente i resti già mutilati («Lei aveva il becco scheggiato / e io un occhio caduto»), provocando l’esilio finale all’interno del «buio del cassetto», dove le forme smettono di essere guardate perché private del decoro borghese.

Nel buio del contenitore si attiva un dialogo sotterraneo tra i frammenti della memoria, in cui riemerge il comando del silenzio quale strategia di sopravvivenza psichica:

 

Andavo avanti a raccontarle
ma lei non rispondeva.
[…] ho visto che con il becco
aveva graffiato un lato della scatola,
aveva provato a scrivere qualcosa.
Nella testa mi è sembrato
di sentire la sua voce, e diceva,
«smettila di ricordare»…

 

Il graffio sul cartone eredita la tela di Filomela e la scrittura rudimentale di Lavinia, ma la parola incisa si rivela un’invocazione all’oblio («smettila di ricordare»), dacché la memoria viene vissuta come un surplus tossico che impedisce l’adattamento alla condizione di scarto. Nonostante la riparazione estetica successiva, ottenuta con l’uso dello stucco per il becco e con la sostituzione dell’organo visivo tramite «un paio di madreperla» giudicato bellissimo dal pubblico, la reazione della materia produce un duplice schianto volontario, un suicidio formale in cui le due parti cadono «con lo stesso volo / con lo stesso doppio schianto» per ritrovarsi «fianco a fianco» sul pavimento, rifiutando il restauro consolatorio del trespolo.

La narrazione si sposta quindi al piano superiore, introducendo la figura patologica di un padre solo, custode di trappole e documentari ornitologici, e di una figlia adolescente ridotta in uno stato di segregazione biologica:

 

Fino a poco tempo fa sua figlia
girava per casa, apriva il frigo
e mentre mangiava restava
a fissarci per ore […]
Voleva capire, diceva,
gli istinti di sopravvivenza…

 

L’ossessione della ragazza per la storia del cuculo intruso – che svuota il nido degli altri per fagocitare tutto il nutrimento – e per l’inquietudine pre-migratoria («la necessità di ingrassare / prima di mettersi a volare») anticipa il dramma del suo stesso corpo, compiendo la metamorfosi sotto forma di ipertrofia psicosomatica e morte per accumulo. Avvisate dal lezzo della decomposizione, le autorità scoprono il cadavere della sedicenne «distesa nel letto», trasformata in una massa informe di «centotrenta chili / tra escrementi e avanzi di cibo», di fronte a cui il padre, interrogato, dichiara un’afasia morale totale, avendo nutrito la figlia assecondandone ogni richiesta, incapace di comprendere la traiettoria di quel tragico ingrassamento vissuto dalla giovane come un accumulo di riserve per un «grande viaggio» migratorio mai iniziato. La confessione dell’uomo svela una fobia profonda per la maturazione biologica della ragazza («aveva le sue cose / continuava a crescere / […] e lui aveva paura / di non riconoscerla»), un terrore del femminile che riattiva la colpa di Tereo sotto la specie dell’omissione e del distacco oculare.

L’ultima parte del poemetto introduce una figura femminile anziana e confusa, una custode che instaura con i reperti un rapporto erotico e perturbante:

 

Ogni tanto si avvicinava
e ci chiedeva di cantare.
Noi restavamo mute […]
Altre volte invece si alzava
la veste della gonna
e mostrava ai vicini
il suo sesso raggrinzito…

 

L’esibizione del sesso senile e deteriorato scardina nuovamente le logiche del voyeurismo, trasformando l’isolamento in una parodia carnevalesca, finché la fine di questa donna, che muore «supplicando» gli spettri del proprio soffitto di lasciarsi toccare e baciare come bambini, precipita il testo nell’orizzonte dello smaltimento totale, dove i topi consumano i resti carnali della vecchia e i nuovi inquilini ristrutturano lo spazio eliminando la muffa e programmando l’eliminazione delle mummie ornitologiche: «andranno nella plastica / o nell’indifferenziato / non credo ci sia ancora della carne».

Prima dell’evacuazione definitiva, i corpi aperti vengono privati della loro dignità biologica e ridotti a «osceni vuotatasche», contenitori inerti all’interno dei quali Gallo elenca, con una tecnica di montaggio oggettuale, una serie di residui tecnologici e clinici della contemporaneità sotto la dicitura esplicita:

 

COSE CHE SI POSSONO INFILARE

una pallina da ping pong […]
il blister delle pillole
anticoncezionali
le stampe dell’eco
della sonda a ultrasuoni
il ricambio dei bottoni…

 

Questo inventario di scarti, che va dalle lamette usate ai flaconi di ansiolitico fino alle tracce ecografiche di una riproduzione monitorata, satura la cavità della carne mutilata colmando l’antico vuoto di Filomela con i detriti del capitalismo avanzato, mentre l’operazione finale di reificazione prevede un ultimo innesto metallico:

 

Ci hanno messe dentro […]
qualcosa di freddo, di metallico.
[…] Abbiamo un bottone
sotto la superficie piumata
e se la schiacci parte come
un verso registrato
Jug Jug…

 

La reintroduzione del fonema eliotiano «Jug Jug» avviene ora sotto forma di automatismo tecnologico, un verso registrato attivabile tramite la pressione di un interruttore meccanico che canta a comando, producendo un calore interno volto a simulare la pulsione erotica («qui, nel petto, e poi piú sotto / tra le zampe»). Questo surriscaldamento del dispositivo provoca infine il cortocircuito liberatorio dell’opera, la sua catarsi incandescente e infera, giacché il metallo fonde internamente l’ingranaggio, spingendo il fumo fuori dal becco e allargando una macchia nera che mangia la pelle cancellando i tagli della tassidermia, e avviando, attraverso una combustione lenta e spietata, l’incendio che distrugge i simulacri, consuma gli arredi della casa e riduce l’apparato della rappresentazione a un cumulo di fumo nero.

Questa dissoluzione prolunga la metamorfosi e subisce una radicale torsione formale nella quarta sezione del libro, intitolata significativamente Traducendo Keats, all’interno della quale la filologia si fa carne e la dizione sperimenta una vera e propria ricreazione del mito attraverso la pratica della riscrittura. Il quaderno di traduzioni cessa di apparire come un esercizio di trasposizione accademica per configurarsi quale corpo a corpo con la parola dell’altro, permettendo a Gallo di raccogliere l’eredità dell’ode romantica e di sabotarne l’armonia originaria inoculando nella lingua di Keats le tossine del trauma contemporaneo, tanto che la traduzione diventa atto di appropriazione e metamorfosi, dove la voce del poeta inglese viene decostruita e rimontata affinché il suo celebre canto dell’usignolo assuma la dizione ferita di un corpo che tenta di nominare l’abuso. Tradurre significa allora forzare la forma fino a costringerla a dire il vero, ripetendo il gesto di Filomela che tesseva sulla tela i segni della propria menomazione, espandendo la scrittura in uno spazio di transizione in cui l’io lirico si dissolve nell’alterità del testo tradotto, a testimonianza di come la ricreazione del mito possa avvenire solo attraverso l’esperienza di uno sradicamento linguistico totale.

Questa traiettoria di spiazzamento formale approda alla quinta e ultima sezione della raccolta, Il quadro (nessun recinto salva), dove la ricerca poetica assume una densa curvatura ecfrastica, misurandosi direttamente con l’opera pittorica di Max Ernst, Due bambini sono minacciati da un usignolo, assunta quale correlativo oggettivo definitivo dell’indagine sulla minaccia e sul confine. Il quadro di Ernst, con il celebre sportellino di legno tridimensionale applicato sulla superficie dipinta, scardina l’illusione della cornice proprio come la poesia di Gallo incrina i recinti della lirica tradizionale, fissando nell’immobilità del segno pittorico la minaccia ornitologica che nella prima sezione si manifestava come fobia urbana e nella terza come automa meccanico. L’usignolo di Ernst, minuscolo e apparentemente inoffensivo, tiene in scacco lo spazio della rappresentazione e terrorizza i corpi dei bambini che tentano una fuga impossibile, facendo risuonare la formula nessun recinto salva come la sentenza dell’intero libro, per cui nessuna barriera immunologica, protezione borghese o struttura formale riesce ad arginare l’irruzione del trauma, laddove il recinto del quadro, violato dall’elemento plastico esterno, mostra una ferita sempre aperta che l’arte può soltanto esporre nella sua perturbante evidenza.

L’archeologia del trauma e l’archeologia del mito si fondono così, al termine delle cinque sezioni, in un’unica percezione spettrale dello spazio e del corpo, dove i territori dell’infanzia, le stanze dell’isolamento e gli organi della voce recano in sé le tracce di una transizione violenta, un’evacuazione silenziosa che riduce l’antico shock antropologico a una serie di presenze larvali. Si tratta della dinamica di una memoria ferita che lotta contro l’occultamento e che, per non soccombere, si fa essa stessa spettro o automa, rievocando ossessivamente il lutto di un mondo sottratto o di una lingua recisa che continua a perseguitare la coscienza moderna. Se il silenzio imposto dal carnefice viene aggirato nel mito attraverso una scrittura non verbale, identificata nella tela tessuta da Filomela, in Procne Machine questa trama si virtualizza e si scontra con le gabbie sociali attraverso “texture” grafiche, apparati testuali in cui si è trasformata la forma di scrittura che chiamiamo poesia nel contemporaneo, dove persino la carne sperimenta la propria dissoluzione e il proprio sradicamento spaziale. L’incapacità di mappare storicamente un posizionamento muta il racconto in un agglomerato di pezzi isolati, un assemblaggio robotico privo di coordinate temporali entro cui il reale e il biologico si svuotano per gradi, mentre il grido strozzato nella gola di Procne classifica un territorio ridotto a traccia sotterranea, invisibile all’iper-funzionalismo della produzione continua, spingendo il corpo marginale a farsi carico della necessità di sottrarsi, di rimanere indecifrabile, affinché l’archetipo antico si incarni in un’esistenza che resiste rendendosi volutamente inoperosa, custodendosi nel silenzio o nel ronzio meccanico dell’automa.

Il punto di massima escandescenza si compie là dove il testo, almeno a mio avviso, sembra incontrare la teoria del simulacro di Jean Baudrillard, mostrando come la realtà venga interamente sostituita dalla sua simulazione e dimostrando come il presente tecnologico sia in grado di fagocitare il sacro e il tragico per ridurli a pura interfaccia di segni orfani di un referente reale. Il presente assoluto evoca quella linea d’ombra che l’Occidente ha gettato sopra il sacrificio delle generazioni, sostituendo la profondità storica con la simultaneità spaziale e i consumi frenetici, entro un movimento generale che muove verso un lento disfacimento, consumando gli alibi lirici e i simulacri protettivi per preparare la parola a varcare il crinale dell’oggi, per andare a misurarsi con il luogo in cui tutti gli scheletri della stessa storia occidentale – e dei suoi miti, dalla “favolosa” ma quanto cruenta origine – si radunano concretamente: sul margine della terra di una cultura ferita, dove nessun recinto, appunto, salva.

La vita senza desideri

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Leonardo Pelo, Dio è morto. La vita senza desideri in un campo profughi, ReNudo, 2026

Il 12 di ottobre esce un piccolo/grande libro che racconta l’esperienza di Leonardo Pelo in un campo di profughi siriani. Tutti i ricavati delle vendite del volume andranno a supporto dell’associazione SSCh. Una ragione in più per acquistarlo e leggerlo.
Di seguito la prefazione al volume di Arianna Martini e un estratto da un capitolo del libro – “Ammalarsi” – scritto da Leonardo Pelo. Le fotografie sono dell’autore e di Pietro Politi.

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Prefazione del libro, di Arianna Martini
fondatrice di Support and Sustain Children (SSCH):

Sperare non basta.
Questo libro non è nato per spiegare la Siria, né per commuovere.
È nato per restare.
Restare addosso a chi legge, come restano addosso certe storie quando le incontri davvero e non puoi più archiviarle come “lontane”. Leonardo Pelo ha fatto una cosa semplice e rara: è entrato in un luogo dove la speranza è considerata un lusso e ha scelto di non aggiungerne di finta.
Ha ascoltato.
Ha guardato.
Ha scritto senza protezioni.
Leggerlo, per me, ha significato anche altro. Ha quasi messo ordine nel tumulto che da anni mi porto dentro, come si può immaginare dopo tanto tempo passato nei campi, tra storie che non si chiudono mai davvero. Non perché chiarisca, ma perché chiama le cose con il loro nome.
In queste pagine non troverete eroi, né redenzioni facili. Troverete persone vive, che vivono in condizioni che non permettono il futuro come lo intendiamo noi. Persone per cui desiderare non è un diritto naturale, ma qualcosa che si spegne per sopravvivere.
Leonardo non salva nessuno, e proprio per questo è onesto. Non addolcisce, non semplifica, non cerca colpevoli comodi. Restituisce la realtà per quello che è: dura, contraddittoria, spesso insopportabile. E lo fa con rispetto, che è la forma più alta di umanità.
Io lavoro da anni nei campi profughi. So quanto sia facile trasformare il dolore in racconto edificante, quanto sia sottile il confine tra testimonianza e spettacolo. Questo libro quel confine non lo oltrepassa mai. Rimane dalla parte giusta: quella delle persone, non delle narrazioni.
Eppure, dentro tanta assenza, qualcosa resiste. Non la speranza urlata, ma quella più ostinata e silenziosa: il continuare a vivere, il continuare a esserci, il non cedere del tutto all’annullamento. È una speranza che non consola, ma chiede. Chiede responsabilità, presenza, scelta.
Questo libro non chiede compassione.
Chiede di non voltarsi dall’altra parte.
Ed è per questo che conta.

 

estratto dal capitolo AMMALARSI,
di Leonardo Pelo:

Ammalarsi, come in tutti i posti, è comune. Quello che qui diventa raro è curarsi.
Sagida ha 16 anni: da queste parti, in realtà, è già una donna. Una madre.
Ha ricordi solo di qui. I suoi genitori sono scappati dalla guerra civile.
Rifugiati già nel 2011, presto sono scaduti i documenti provvisori e, da un giorno all’altro, sono diventati clandestini.
Il padre, dopo pochi anni, è scappato in cerca di una vita migliore. Nessuno sa che fine abbia fatto.
Lei si è aggregata (il termine è freddo, ma rende l’idea) al nonno. Morto lui, è diventata orfana.
In molti paesi musulmani la definizione di orfano si applica se viene a mancare il ramo maschile, la madre non potendo garantire per mille ragioni — culturali e pratiche — il sostentamento non ti salva dalla definizione di orfano.
Danya, sua figlia, perde molto peso in pochi mesi: “Non riusciva a tenere su la testa. Dormiva sempre. Non stava sveglia”. Non ci sono bilance nel campo, perdere peso non è qualcosa che misuri, è qualcosa che vedi.
Riesce, grazie ad Amina — una dipendente di SSSH — a portare in ospedale la piccola Danya.
“Arrivati lì, non avendo documenti, veniamo cacciati senza neanche poter parlare con un infermiere. Cambiamo ospedale. Due volte. Tre. Sempre la stessa storia. Nessun documento, nessuna cura.
Al terzo ospedale, mi racconta Amina sovrapponendosi alle parole di Sagida, “chiamano la sicurezza e ci mandano via come se non ci fosse una persona da salvare. Una neonata.”
L’assenza di un linguaggio aggressivo è qualcosa che mi stupisce.
È come se non ci fosse spazio per la rabbia, solo disperazione.
Nel quarto ospedale, il giorno dopo, si portano i soldi: tanti.
Anche i comuni esami del sangue hanno un sovrapprezzo, quello del silenzio per evitare denunce.
Il medico, pagato rigorosamente in nero, la visita.
Niente deve risultare, anche perché in teoria sarebbe tenuto a segnalare alle autorità le persone clandestine.
Nulla di grave, come spesso accade con le infezioni, se prese in tempo.
Il salva-vita? Un semplice antibiotico (l’amoxicillina, prezzo in Italia circa 8 euro).
Una cura ricostituente e un antibiotico. Niente di particolare.
Niente di così grave in Occidente; in un campo profughi può costare una vita.
Una vita che evidentemente vale 8 euro. Circa 8 euro.

(per chi si trovasse a Milano, alle ore 18,30 del 7 ottobre ne parleremo con l’autore, alla Libreria Feltrinelli di Corso Genova, 20)

Da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa

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di Biagio Cepollaro

  1. Fare questi pastelli

Fare questi pastelli mi è essenziale in questi miei giorni: ormai più di un anno di lavoro quotidiano. Oggi il numero 614. La stessa sensazione della poesia: aver significato un giorno, aver dato un senso interno, più profondo, più lussuoso. Eppure pronto a buttare via tutto, perché quello che conta non è il fatto ma la voglia di fare ancora. Il senso è la voglia di creare, di tracciare un segno che nessuno chiede e che a nessuno serve. E a nessuno è asservito.

  1. Le notifiche

Appena sveglio, a controllare le notifiche di Facebook e di Instagram. Un tempo il termine “notifica” aveva quasi sempre un sapore minaccioso: era il Tribunale, erano le Tasse, era comunque qualcosa che veniva comunicato oggettivamente, implacabilmente, impersonalmente. Raramente una notifica era irrilevante. Appena sveglio, mi informano sugli atti di persone che in realtà non conosco e che, propriamente, non compiono atti ma cliccano e postano, si distraggono e si anestetizzano, come me, dal dolore contemporaneo.

  1. L’aria di primavera e Albert Camus

Mi piace l’odore umido del bucato sullo stendino, mi piace anche stirare le camicie; mi piace il ripetersi periodico, la scansione come l’alba e il tramonto, la ripetizione delle stagioni, la sorpresa ogni anno della prima aria di primavera, quella sottile eccitazione, promessa di emozione, di fragranza, il sapore dell’immanenza quando sei dentro, assorbito nel momento senza residuo, come nel gesto pittorico o scrittorio. È un fendere l’acqua nell’avanzare, un tracciare una rotta che poi si scioglie, si cancella al richiudersi dello squarcio. È il clima della mia tesi di laurea sul giovane Albert Camus, sulla sua Algeria metafisica, sul nucleo tragico della sua felicità corporale. Se non avessi conosciuto quell’aria della primavera del Mediterraneo, non avrei mai capito Camus, non avrei capito Il mito di Sisifo e non avrei neanche capito, per contrasto, per assoluto contrasto, La critica della ragion pura di Kant.

  1. L’arte come esperienza di immanenza

L’arte come una via per giungere all’esperienza dell’immanenza. Dentro la cosa che stai facendo, dipingendo, scrivendo. Una logica e una dinamica che sono dell’oggetto, del manufatto che si va creando sotto ai propri occhi: perfetto equilibrio tra caso e intenzione, tra desiderio e frustrazione, tra ciò che capita e ciò che si vuole. In assenza di istituzioni culturali che abbiano conservato adeguata autorevolezza per valutare, ognuno è solo con il proprio esito. L’esito del lavoro ci accompagna in una solitudine che fino a trenta, quaranta anni fa era impensabile. Allora si poteva essere apocalittici oppure integrati. Si poteva essere anche tante altre cose. Oggi la stessa integrazione ha un sapore apocalittico o la stessa apocalissi ha un sapore di integrazione. L’esito del lavoro ci lascia soli: bisogna percorrere le strade dell’immanenza; queste strade sono circolari, sono eternamente ritornanti. Ogni giorno, apparecchiando la tavola e liberando ogni volta il tavolo. Ogni giorno, dopo ogni pranzo. È l’opera. È La curva del giorno.

  1. Il sapore dell’immanenza

L’immanenza è il non uscire da un certo grado di realtà e verità. Questo grado non sta di fronte a noi: è tutto intorno, è una condizione. In questo senso, ne Il mito di Sisifo, l’Assurdo e la “logica dell’assurdo” indicano la fedeltà alla propria condizione: non evadere, non consolarsi, restare. È in questa fedeltà che si realizza l’immanenza. Non molto distante, per analogia, è la nozione dell’estetica indiana di Rasa: succo, essenza, sapore. L’immanenza ha un suo sapore. Si è dentro un certo sapore.

  1. Aderire e sparire

Il movimento dell’aderenza si porta con sé paradossalmente l’immagine della sparizione. Dentro la curva del giorno, nella concretezza del fare, ci si stacca dalla propria immagine che si pensa visibile agli altri, una sorta di proiezioni sociale, di avatar. Ci si allontana da quell’immagine con la sensazione di sparire. E proprio quando la presenza si fa più intensa, come può solo la presenza che aderisce, proprio allora si guarda in faccia la paura di sparire e ci si accorge che esiste una sola presenza, quella della curva del giorno, che l’altra è solo una fantasia collettiva.

  1. La complessità dell’ordinario

Una poetica dell’aderenza può riferirsi al nesso tra gioco linguistico e forma di vita, alla configurazione — o costellazione — di senso che la poesia, come manufatto retorico-stilistico, costruisce a partire dall’ordinario, il quale, lungi dall’essere semplice, è altamente complesso. Basta considerare la qualità e la quantità di tecnologia richiesta per ogni singolo atto compiuto in casa, e le implicazioni culturali degli oggetti che la arredano.

  1. Un mare di compulsioni

Siamo tutti immersi dentro un mare di compulsioni. Comunichiamo in qualsiasi momento, di qualsiasi cosa, a chiunque e in ogni luogo. È una furia espressiva che inizia al nostro risveglio (sempre che non ci siamo svegliati una o più volte durante la notte) e finisce quando ci addormentiamo (sempre che riusciamo a dormire davvero e non semplicemente ci assentiamo a tratti). A confronto di questo mare di compulsioni, la vita distratta che lamentava Pascal era ancora pura meditazione sulla punta del naso. Una volta si diceva che l’agitazione non faceva star fermi; adesso non è uno stato psicologico il nostro: è la stessa infrastruttura della comunicazione. Una tecnologia basata sull’emissione e la ricezione di segnali ha sostituito la psicologia, al di là di ogni nostra buona intenzione di disciplinare il nostro comportamento. Noi siamo spinti a comunicare anche se, propriamente, non abbiamo nulla da dire né da ascoltare né da leggere né da scrivere. Il dolore è cresciuto così tanto da richiedere dosi molto più massicce di anestetico. Il mare di compulsioni in cui i vecchi si ritrovano e i giovani nascono è un mare di anestetico. Non è forse una coincidenza il fatto che questo mare abbia cominciato ad allagare le nostre terre proprio nei decenni in cui la crisi economica diventava permanente. Sono quarant’anni che la vasca del mondo continua a riempirsi, fino a che la misura sia colma.

  1. La necessità di cambiare

Un’esperienza non facile, quella di dover constatare l’esaurimento di un certo assetto formale, di una certa configurazione stilistica, di una determinata costellazione di senso. Si dice che la Seconda guerra mondiale — come del resto la Prima — sia stata molto importante nel mutamento stilistico delle traiettorie di molti poeti, come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni, Caproni e tanti altri, con il crollo dell’Ermetismo e l’apertura al lessico del quotidiano, alla coralità, alla testimonianza diretta. Era accaduto qualcosa di traumatico a livello globale nella cultura: penso al passaggio da L’Étranger a La Peste di Camus. Continuare con i modi dell’anteguerra sarebbe suonato come automanierismo, retorica fatua, autoreferenzialità insostenibile, sopravvivenza zombie di un mondo che di fatto non esisteva più. Fu necessario creare nuovi strumenti, intendere in modo nuovo il rapporto tra lingua e mondo, smettere, in alcuni casi, gli occhiali della metafisica per indossare quelli della storia.

  1. Da Pound a Instagram: suono, immagine e senso

Le domande intorno alla poesia che sanno di metafisica mi hanno sempre irritato, mentre il pensiero di Ezra Pound al riguardo mi ha convinto dalla prima volta che l’ho letto. La poesia è suono, immagine e senso: non si può negare nessuno di questi elementi, si può solo variarne la proporzione. Vi può essere una poesia che giochi le sue carte retoriche più sull’immagine che sulle altre componenti, o più sul suono o sul senso, ma non ci può essere poesia che sia del tutto priva di una di queste dimensioni. Ecco perché la cosiddetta poesia sonora, facendo sacrificio dell’immagine e del senso, non è sufficiente, così come non lo è la cosiddetta poesia visiva, che spesso sacrifica, a vantaggio delle strategie retoriche dell’immagine, sia il senso sia il suono. E neanche l’epigramma e la poesia gnomico-sentenziosa, spingendo troppo sul senso, possono sacrificare l’immagine e il suono. Un pensiero, insomma, non può costruire una poesia se non s’incarna nel suono e nell’immagine. Certo, è una questione di gradazioni e di diverse proporzioni, ma questi tre elementi devono giocare tutti e tre la loro partita. C’è da chiedersi oggi, rispetto alle parole di Pound, che ne è, nel nostro universo attuale della comunicazione e dell’estetica, dell’immagine, del senso e del suono che vanno a costituire la poesia. Questi elementi e la loro combinazione sono ancora gli stessi per le nostre percezioni, abituate a contesti differenti? L’immagine, ai tempi di Instagram, è ancora l’immagine dell’inizio del Novecento oppure ha acquisito una potenza diversa? L’immagine era qualcosa di raro e prezioso; in passato si esaltava l’immaginazione come facoltà creatrice proprio di immagini, ma oggi l’immagine è ancora questo sorprendente tesoro? Oppure l’inflazione dell’immagine ne ha irrimediabilmente mutato il senso all’interno della poesia? Lo stesso ragionamento va fatto per il suono, per la moltiplicazione esponenziale dell’accessibilità della musica e di ogni sorta di materiale sonoro. E il senso? Forse il senso è quello meno toccato da queste trasformazioni epocali. Sembra che il senso, con tutto il suo portato etico, emotivo, fàtico, abbia fatto un passo indietro. Sembra che il senso, progressivamente la comunicazione sociale, nella sua attuale estetizzazione, possa fare sempre più a meno del senso, come nella propaganda politica: una sorta di paradossale realizzazione di un programma dadaista su scala globale.

  1. Le distanze come punti di partenza

Resistere nell’involucro dell’immanenza vuol dire realizzare quasi visivamente la distanza da tutti gli altri. Soprattutto da coloro che fanno parte del nostro “ambiente”. Anzi, proprio il presunto “ambiente” che si presenta come nostro contesto a ben guardarlo si sbriciola, si disintegra sotto i colpi dell’immanenza che richiama ad aderire alla propria situazione. La distanza del nostro lavoro da quello degli altri è proprio incommensurabilità talvolta e quindi la sensazione della strada solitaria da percorrere diventa acuta: ci si pente di aver agito come se ci fosse comunanza e somiglianza. La comunità ermeneutica inizia davvero quando le distanze sono acquisite come punti di partenza, luoghi da cui si comincia a parlare.

  1. La sperimentazione nel territorio dell’etica

La crisi che rese necessario il passaggio dalle forme di Fabrica a quelle di Versi nuovi non fu soprattutto linguistica: non si trattava di passare dal “pastiche idiolettico” all’italiano standard, ma di realizzare un’autocritica costruttiva che avesse per oggetto il modo di considerare le maniere di relazionarsi agli altri attraverso le proprie attività. Si trattava di rimettere in gioco i temi che riguardavano il bene e il male, temi poco frequentati fino ad allora, temi che spostavano l’attenzione verso l’etica. La sottolineatura delle dimensioni linguistiche della poesia aveva portato, soprattutto nella storia delle neoavanguardie ma anche nelle manifestazioni delle postavanguardie, a non far cortocircuitare la ricerca formale con questioni dichiaratamente etiche. Il timore del contenutismo teneva lontani da queste zone che alla fine del Novecento a me sembravano particolarmente urgenti. Si trattava di portare gli strumenti della sperimentazione proprio in queste difficili zone, in questi territori minati dal buon senso e dal senso comune.

 

  1. Un rumore

Periodi in cui non si ha nulla da dire. Si ascolta, si legge. Non si commenta, oppure sì, ma senza un piano, come per reazione. Periodi in cui non si “posta” nulla sui social, neanche una foto, neanche una frase. Periodi in cui, non avendo nulla da dire, non si dice nulla. Al tempo dell’espressività diffusa, questa condizione sembra mettere a rischio di sparizione. Così come può venir meno, in una camera stracolma di rumori, un singolo rumore: forse un gracchiare, o un tintinnare, o un fischio, o un battito di posate.

  1. Il movimento

Il movimento non implica una fine, un risultato, l’opera che conclude e che premia gli sforzi, l’opera che resta e che immortala o sostituisce. Il movimento non implica una fine né un risultato, ma un procedere: un processo fatto di fini e di risultati temporanei, come se il movimento fosse la vita stessa e i suoi giorni. Finché ci sono giorni, si va avanti, di lato, indietro, intorno: si va. E da ogni direzione c’è bottino, davanti, di lato e indietro, perché la vita è il bottino quando prende corpo nella ricerca e nel ritrovamento.

  1. Il colore è anche segno

Il colore è anche segno, come accidente della materia. L’incresparsi della materia definisce un segno, la sua ferita o la sua callosità, i suoi graffi o le sue incisioni. Gli accidenti della materia che è già colore producono i segni che sono sempre incarnati sia nella materia che nel colore. Nulla di astratto, nulla di mentale ma movimento della materia nella curva del tempo contemporaneo a tutto il resto, anche a noi che osserviamo o passiamo distratti.

  1. La profondità è fatta da superfici

Non esiste profondità che non sia costituita da superfici successive, impilate, per così dire. La parola poetica mente quando pretende di aver attinto alla profondità se non è passata da superficie a superficie, da apparenza ad apparenza, variando di scala e di contesto, ma non — soprattutto — di densità. La grande poesia di John Donne credo che sapesse già tutto questo. Ma i più aderenti di tutti, i più sapienti, gli insuperabili, sono i tragici greci: la parola qui è direttamente la situazione, la parola qui è la cosa.

  1. La pittura come la poesia è una pratica

La pittura, come la poesia, è una pratica, cioè un processo continuo. All’interno di questo processo ci sono poi molte articolazioni: i cicli, le serie, le varianti. E poi gli inizi, i consolidamenti, le estenuazioni e infine le opere davvero riuscite, che sono pochissime. Cinque, sei quadri, forse. Tre libri o, all’interno dei libri, alcune poesie. Ecco: ciò che davvero conta, per una vita, è il processo, non il singolo momento, la singola concrezione. Quelli che dicono — come dico io, con Rothko e con Mario Persico — “fare arte per me è respirare” indicano una forma di adattamento, un’ossessione poco nociva e talvolta molto gratificante. L’artista lo riconosci da questo: non c’è la sua vita da una parte e il suo fare dall’altra. La sua vita è impensabile senza il suo fare.

  1. Non mi penso più attraverso

Non mi penso più soltanto attraverso le parole della poesia, non penso più il mondo soltanto attraverso le parole della poesia ma mi penso attraverso i colori, le materie, i segni della pittura informale, penso il mondo ora come lo pensa un pittore informale, attraverso i colori, le materie e i segni. Passaggio definitivamente avvenuto intorno ai sessant’anni dopo una quarantina di poesia.

  1. Orientarsi

Dai molti che sono passati — da Eschilo, da Omero, fino agli ultimi cantautori — e anche dall’idea della fine dell’autore ma non della sua funzione, magari svolta da un computer, come Balestrini già dagli anni Sessanta, vengono tracce dell’impermanenza, del breve tratto del nostro passaggio. Suona retorico detto dall’umanista in un Trionfo della morte, suona meno retorico detto da un poeta zen. Suona retorico a chi è ancora giovane, a chi si crede immortale perché finora non gli è accaduto nulla di così importante da spaventarlo. Poi, a una certa età — anche a quarant’anni — può succedere di avvertire improvvisamente che è tutto vero: che stiamo qui per qualche giorno e che di questi pochi giorni ne impieghiamo tanti solo per orientarci. Tra distrazioni e traumi, tra illusioni e consapevolezze sempre parziali. Una vita ben vissuta, forse, è una vita che ha saputo, a un certo punto, orientarsi e che così facendo ha dato una ragione a tutto il disorientamento.

  1. Pavese e il donare poesia agli uomini

Scrive Pavese alla fine: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Condividere le pene io lo leggo dentro ho dato poesia, perché ho dato poesia è dentro ho lavorato. C’è un lavoro specifico dello scrivere poesie che non è l’esibizione dell’artificio ma la direzione di esso. Il labor limae è rivolto alla condivisione delle pene. Solo sulla base di questa esperienza l’esercizio della poesia diventa un donare agli uomini. Chi pensa oggi alla poesia come un dono? A partire dagli anni Ottanta, dopo il festival di Castelporziano a Roma, sembra che il dono non sia più rivolto agli uomini quanto al poeta stesso; gli uomini sono spariti nel disinteresse generale, nella smorta ritualità delle presentazioni disertate, nella banalità dei tornei, confronti, slam tra poeti come gladiatori nell’arena. Gli uomini non ci sono più a cogliere un dono che non c’è. Sembra invece quasi una punizione inflitta quella di noiose letture di poesia, punizione che sopporta chi dovrà infliggerne un’altra subito dopo o alla presentazione successiva. La frase di Pavese è scritta al culmine di un raccoglimento speciale, perché volto a tirare le somme, a concludere, a fare un bilancio, una sintesi in una sola frase ma definitiva. Una frase che necessariamente deve avere il potere di mettere in pace, di pacificare, rassicurare, nobilitare, scegliere il livello alla cui altezza pensare la propria vicenda e tradire, per una volta, la sua raccomandazione di guardare basso per guardare giusto. Basso invece non guarda, non concede spazio a “pettegolezzi”; piuttosto, a due mesi dallo Strega che ai suoi occhi premiava il suo lavoro, lo sforzo, la fatica, la serietà, la costanza, la severità del fabbro, guarda in alto, al dono agli uomini, a ciò che concretamente ha fatto dei suoi giorni e della sua vita. Per poter dire che il lavoro da fare è stato fatto. Che ha fatto ciò che doveva fare e il resto non conta più nulla. Mi viene in mente, a questo proposito, 4.44 Last Day on Earth, un film scritto e diretto da Abel Ferrara che prevedeva la fine del mondo: la madre della protagonista, che è una giovane pittrice, rassicura la figlia dicendo più o meno: «Tu non hai colpe, tu hai provato ad abbellire questo mondo, a donare bellezza». Anche nel film c’era questo dono, il lavoro e la condivisione delle pene degli uomini.

(N.d.A.: Questi pensieri sono tratti da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa. Si tratta di un work in progress dal 2020. L’opera si articola per ora in sei sezioni: Una poetica dell’aderenza, Esercizi di presenza, Prime campiture, Seconde campiture, Paleografie e Risposta senza domanda. 420 pensieri, suddivisi in 70 per ogni sezione, dedicati per lo più alla condizione mediale contemporanea che definisco “espressività diffusa” in cui siamo immersi e alle implicazioni estetiche sulla poesia e sulla pittura a partire dalla mia pratica, dalla mia esperienza)

(N.d.R.: l’immagine è opera dell’autore ed è  Tracce A-27, 2025. Mista su carta , formato A4.)

Il piede nella porta – parte 2

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Image by Tumisu from Pixabay

Disforie di uno psichiatra nella sanità pubblica

Image by Tumisu from Pixabay

di Leonardo Zaninotto

Mentre mi preparo la borsa per il lavoro – che poi fondamentalmente mi serve solo a portare il pranzo e l’acqua – penso al mio lavoro di “specialista della mente”. Il bello di fare lo psichiatra è che non hai altri strumenti di lavoro che la tua persona, con la tua carne e il tuo sangue, con le tue sensazioni e i tuoi sentimenti, con le tue congetture e la tua esperienza, come specialista e come essere umano. Ogni volta che ci penso mi coglie come una vertigine di orgoglio. Ho sempre creduto che la nostra branca della medicina, una branca dall’identità piuttosto incerta, raccogliesse l’eredità di una lunghissima tradizione, in cui, prima che entrasse in campo la tecnologia con i suoi strumenti, il medico aveva a sua disposizione solo – per dirla con un teorico della medicina – la sua “erudizione”, il suo “spirito di osservazione” e il suo “genio”. Mi piace coltivare il paradosso – un tantino grandioso, lo ammetto – che in un certo senso lo psichiatra è, o almeno dovrebbe essere, il medico all’ennesima potenza, visto nella sua condizione originaria e naturale.

Divagazioni inconcludenti, in risonanza col mio proposito inconcludente di uscire di casa e imboccare la via del lavoro.

Il grande giorno dell’accreditamento

Mentre indugio ancora, seduto sul divano, mi ritorna in mente il G.G.A., il Grande Giorno dell’Accreditamento.

L’accreditamento è uno degli eventi cardine per la maggior parte delle strutture sanitarie, pubbliche e private, in cui, tra miserie e fasti (miserie per le prime, e fasti per le seconde), viene rinnovato l’impegno, morale ancor prima che concreto, verso un Sistema Sanitario efficiente, moderno, equo, ma soprattutto economicamente sostenibile. Ora, partecipare dall’interno all’accreditamento delle strutture pubbliche equivale dal mio punto di vista ad assistere ad un balletto sul bordo di un burrone: un intero corpo di ballo che volteggia sul bordo dell’abisso, espressioni tese e slanci felpati, movimenti coordinati ad un passo dall’aporia sistematica. E se non ci si finisce dentro è merito dei tanti professionisti che, a tutti i livelli, collaborano perché gli ingranaggi della macchina continuino a girare.

In soldoni, ti viene richiesto di dimostrare, carte alla mano (molte carte… moltissime carte…), che quello che hai a disposizione, in termini di strutture, protocolli e personale, è del tutto conforme alle prerogative richieste. Il fatto è che la piena conformità è una chimera: strutture e personale risultano per lo più inadeguati, sottodimensionati, o – Dio non voglia – fuori norma. Chi si trova a dover fronteggiare questa prova d’esame, deve allora preventivamente produrre documenti, procedure e protocolli che attestino, se non la piena conformità, quantomeno l’intenzione, pura e cristallina, di adeguarsi nel più breve tempo possibile ai requisiti richiesti. Questo sempre tenendo bene a mente che le risorse per poter portare avanti questo adeguamento forse non arriveranno mai.

Tuttavia, quello che è veramente importante, a mio modo di vedere, quello che conta davvero, al di là dei riscontri obiettivi e delle infinite carte, è l’intenzione, lo spirito di collaborazione e di deferenza istituzionale con cui ci si dispone in questo genere di circostanze. Quando arriva il G.G.A. siamo tutti opportunamente dispiegati, in parata militare, vestiti a festa e pettinati con la riga, protesi in uno slancio oblativo nei confronti degli ispettori venuti dalla Regione per verificare l’idoneità di strutture, personale, procedure e protocolli del Dipartimento di Salute Mentale. L’obiettivo è ottenere il bollino di conformità, l’attestazione di merito, la coccarda della buona condotta, la certificazione legale che le nostre strutture costituiscono la migliore approssimazione possibile al “benchmark”, l’ideale della struttura sanitaria in ambito salute mentale. I colleghi sono tutti in fibrillazione, tra l’eccitato e l’angosciato. Io per primo avverto un senso di solennità e di timore reverenziale. Gli ispettori sono una donna sui cinquanta e un uomo un po’più giovane: hanno un atteggiamento pacato e cortese, ci tengono a farci intendere che da loro non abbiamo nulla da temere, perché sono dalla nostra parte e sono lì per aiutarci. Le carte da giocare sono chiare e l’intento comune pure. Il presupposto è che nessuna struttura deve fermarsi e che tutti devono collaborare in questo senso.

Tuttavia, di fronte a quel diffuso senso di eccitazione che serpeggia nel gruppo mi sento allo stesso tempo coinvolto ed assente, partecipe e dissociato, come se non riuscissi a liberarmi da una vaga sensazione di dissonanza cognitiva, l’impressione stridente di qualcosa di solenne e di grottesco allo stesso tempo. È questa eccitazione anomala, da “notte prima degli esami”, che mi colpisce. Vi ricordate “Takeshi’s Castle“? Ecco, a me pare che noi siamo come i concorrenti di quel famoso gioco a premi giapponese: ci troviamo a dover schivare ostacoli ed insidie, a non farci spaventare dalle trappole dietro l’angolo, a guardarci le spalle e a tutelarci a vicenda. Ma sempre, immancabilmente, col sorriso stampato sulle labbra, vagamente entusiasti di essere parte di questo grande spettacolo collettivo.

Ecco allora che mi prende di nuovo quella pulsione animale al movimento, quella smania di fare qualcosa pur di uscire dall’angolo della passività. Ma non posso fare un accidente, non posso alzarmi in piedi e mettermi ad urlare. Mi viene in mente di simulare uno svenimento, ma lascio perdere perché mi risulta poco pratico. Per cui mi alzo per cercare un bagno.

Mi defilo da un’uscita secondaria, da cui accedo ad un corridoio immacolato su cui si aprono una serie di uffici, ogni ufficio una targa.

Non so dove mi trovo, forse si tratta di un qualche distaccamento amministrativo dell’ULSS o dell’ennesimo dannato helpdesk informatico.

O magari – penso tra me e me – è solo l’anticamera dell’Inferno.

Luci al neon, muri spessi, porte chiuse, silenzio claustrale.

Forse il bagno non lo troverò mai, forse sono qui per un motivo, forse in fondo al corridoio troverò un impiegato con la faccia grigia di fumo e l’espressione vuota che mi dirà di sedermi, prenderà una vecchia calcolatrice da tavolo e farà un conteggio sommario dei miei peccati.

Prima porta in fondo a destra: girone dei superbi…

E allora, mentre mi faccio indicare la strada da un’impiegata stizzita col caffè in mano, mi coglie il solito crampo metafisico.

Non c’è alternativa al mercato?

In fin dei conti in questa grande partita a carte dell’accreditamento, così come in altre circostanze in cui il Sistema ti passa al vaglio delle sue incongruenze, è in ballo il grande tema dell’autenticità. Il sentimento di straniamento che mi coglie in queste occasioni mi rimanda al problema della Verità: la verità personale, la mia verità, declinata nel mio essere fedele a me stesso, ma allo stesso tempo la verità di un modo di pensare e di agire comune, che si conforma ad una serie di regole non scritte a cui tutti, consapevolmente o meno, ci troviamo a sottostare.

La prima di queste regole non scritte riguarda l’assimilazione della sanità (o dell’istruzione, della cultura, ecc.) alle norme del libero mercato. “There Is No Alternative” (TINA), come diceva lo slogan della Thatcher. Quella del mercato è l’unica realtà possibile, il codice linguistico a cui nessuno si può sottrarre. Che si tratti di aziende private o istituzioni pubbliche, di persone in carne ed ossa o di enti spirituali, che si parli di scienza, di arte o di convenzioni sociali, tutto è regolato, in maniera più o meno diretta, dalle leggi del libero mercato. In sanità questa assimilazione viene prima di tutto veicolata dall’utilizzo di un linguaggio finanziario, che impiega termini come: “produttività”, “efficienza”, “obiettivi” (o ancor meglio “target”), “mission” e “risultati”. Ogni anno l’“azienda” sanitaria pone come “mission” di tutti i suoi dirigenti il raggiungimento di alcuni “obiettivi di budget”. L’ottenimento di una certa parte dello stipendio dei dipendenti, la cosiddetta “retribuzione di risultato”, viene vincolato al raggiungimento di questi obiettivi.

Ora, quanto a questo non ci sarebbe nulla di male. Al di là della dissonanza cognitiva derivante dall’utilizzo di termini finanziari in ambito sanitario, è innegabile che la sanità pubblica per essere efficace, ovvero per raggiungere i suoi obiettivi, debba essere anche efficiente, e dunque utilizzare i mezzi che ha a disposizione nel modo migliore e col minor impatto di spesa.

Il problema sta nel definire quegli obiettivi. Se lo sfondo ideale è rappresentato dalla Costituzione (“la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”), la necessità di declinare quello sfondo in una serie di obiettivi determinati e quantificabili rappresenta una sfida per la maggior parte dei sistemi sanitari nazionali. Ed è qui che la burocrazia rischia di infilarsi con tutto il suo carico di sovrastrutture, cavillosità, incongruenze e vacuità.

La seconda di queste regole non scritte è allora che non conta tanto il risultato, quanto la rappresentazione del risultato. Chiunque lavori nel sistema pubblico potrà confermare che molti degli obiettivi che vengono dati ogni anno non hanno delle ricadute concrete e riconoscibili sul suo lavoro. Non nell’immediato, almeno. Può essere che i risultati si vedano solo in seguito, magari a distanza di anni, ma in generale si ha l’impressione che quello che conta veramente non sia tanto la ricaduta immediata e concreta sull’operatività di chi lavora, quanto la rappresentazione collettiva di una macchina che continua a funzionare e a progredire macinando “risultati”.

Mark Fisher, teorico del realismo capitalista, lo ha detto molto chiaramente: quello che conta, tanto nella burocrazia pubblica quanto in quella privata, non è tanto un raffronto diretto tra prestazioni e risultati, ma tra le rappresentazioni (debitamente quantificata) di quelle prestazioni e di quei risultati. È il cosiddetto “stalinismo di mercato”. In questo contesto si finisce allora per mettere maggiore impegno nell’assicurarsi che i servizi siano rappresentati correttamente che nel loro effettivo miglioramento ed efficientamento. Più o meno la stessa cosa che succede nel mercato azionario, dove il valore viene generato non tanto da quello che una compagnia realmente produce, quanto dalla fiducia che “il Mercato” pone nei confronti delle sue performance future.

Il senso e la direzione: nelle mani di nessuno

La terza regola non scritta riguarda la centralizzazione apparente del potere burocratico. Chi lavora in sanità pubblica, e più in generale, chi lavora per la pubblica amministrazione, sa bene che la catena del sistema decisionale è tutt’altro che lineare. Più che una catena si potrebbe parlare di una rete, i cui nodi sono tanti quanti sono i centri di potere e i cui confini non sono facilmente definibili. Kafka è stato uno dei più grandi narratori della burocrazia proprio perché è riuscito a rappresentare efficacemente la qualità impersonale, ambigua ed astratta che caratterizza le sue strutture di potere.

Nel Sistema burocratico ogni singola decisione, ogni singola determinazione rinvia ad altre decisioni e altre determinazioni, in una sequenza di rimandi potenzialmente infinita. Il tutto senza che vi sia qualcuno che si assuma realmente la responsabilità di certe scelte.

Il problema è che si ha la percezione dolorosa e straniante che non esista un’autorità ultima a cui appellarsi, che il senso e la direzione non siano nelle mani di nessuno, e che quello sfondo ideale, rappresentato dall’articolo 32 della Costituzione, sia diventato appunto soltanto uno sfondo, uno scenario, uno di quelli con gli alberi finti e il sole dipinto, che serve a far da fondale alla quotidiana commedia della burocrazia.

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo che mi ha scaraventato in una specie di sconforto infantile. Mi sono ritrovato a pensare a quanto poco io sappia di quello che si muove sopra la mia testa, e di come le grandi strutture di potere – i cosiddetti “poteri forti” – possano influire sulla mia vita e su quella delle persone che mi sono vicine senza che io ne sappia nulla. Ci sono evidenze, dati alla mano, che la maggior parte delle decisioni di politica sanitaria del nostro paese, dalla riorganizzazione della spesa alla digitalizzazione, sono nelle mani di grandi società di consulenza come KPMG, Ernst & Young e McKinsey. Ora, al di là delle possibili considerazioni complottiste – pensiamo solo al volume immane di dati sanitari che potrebbero finire nelle mani di queste agenzie – il tema rimanda allo svuotamento delle competenze decisionali e, ancora una volta, all’ennesimo smottamento del concetto di responsabilità. Perché la responsabilità, intesa da una prospettiva etica, è una cosa che riguarda le persone, non le società per azioni.

Mi sono imbattuto nel primario

In tutto questo mi ritrovo, ancora seduto sul divano, vestito di tutto punto, incapace di fare qualsiasi movimento. Sono paralizzato dallo sconforto.

Mi viene in mente che quando nel G.G.A. sono rientrato nella sala della presentazione, dopo aver meditato sui destini della mia anima, mi sono imbattuto nel Primario.

Ho sempre un vago imbarazzo quando parlo con lui. Nutro una certa stima nei suoi confronti, soprattutto quando si pone da “ribelle”, e si prende, lui sì, la responsabilità di qualche scelta scomoda. Ma in generale posso dire che non lo conosco affatto, e non riesco a comprenderlo: c’è qualcosa in lui che mi sfugge, un “non detto” che, quando ce l’ho di fronte, mi coglie sempre impreparato e mi lascia in uno stato di vago imbarazzo. Mi saluta e mi domanda a bruciapelo come mi trovo nella mia nuova veste semi-apicale e se mi sta piacendo quello che faccio. La cosa mi coglie alla sprovvista, soprattutto perché ho ancora addosso un certo disagio per l’atmosfera festosa che percepisco nella sala. La sua domanda sembra però nascere da un genuino interesse. Ne approfitto, dato che siamo in una pausa dei lavori, per provare a manifestargli le mie incertezze. In fondo non sono affatto sicuro di voler andare avanti su questa strada, anzi sto meditando già da tempo di tirarmene fuori.

Ricordo solo la sensazione informe e sgradevole di riuscire a malapena a balbettare il mio imbarazzo per un malessere che mi rimandava a parole come “sputare”, “piatto” e “mangiare”.

Alla fine, ho chiesto a bruciapelo, più a me che a lui: “Qual è il confine?”. Ovvero, qual il limite oltre il quale siamo tenuti a non tollerare più e a manifestare apertamente il nostro dissenso? Quello che in realtà volevo dirgli è che nell’assumerti una certa responsabilità, nell’incarnare un certo ruolo, inevitabilmente finisci per collocarti all’interno del Sistema. Quello stesso Sistema che ti tiene in croce, e che vorresti continuare a criticare e osteggiare puerilmente con piccoli atti di resistenza quotidiana, come “dimenticarti” delle indicazioni dei tuoi superiori (incluso lui), non rispondere a certe mail o rinunciare a qualche pezzo di carta ritenuto “essenziale”. O magari, in situazioni estreme, vagheggiare delle dimissioni di protesta più che di rinuncia.

Ti sembra impossibile, eppure ti ritrovi lì, sui bastioni del Sistema a cercare di far andare avanti la barca nell’incertezza. E le domande a quel punto sono davvero tante: come si può riorganizzare il servizio per renderlo più funzionale ed efficiente? Come si può migliorare il clima di lavoro e favorire la serenità degli operatori? A breve andrà in pensione un altro collega, avremo ancora sostituzione di personale, e se sì, quando arriverà? Più o meno nello stesso momento ci ritroveremo con tre Psicologi in meno, come faremo a far fronte al numero crescente di richieste? Soccomberemo o sopravviveremo? Allora il primario mi ha guardato, sembrava aver capito, è rimasto qualche secondo in silenzio, osservandomi con aria benevola, ma anche con una certa diffidenza. In fin dei conti eravamo nel pieno dell’accreditamento, e non era certo la giornata adatta per mettere in discussione certi presupposti. “Devi tenere a mente l’obiettivo, devi guardare dritto davanti a te e lasciarti condurre dall’obiettivo”, mi ha detto. “L’obiettivo ti porta a pensare quale sia la soluzione migliore. Certo, se ti metti a denunciare a viso aperto e con la lancia in resta le incongruenze del Sistema, fai qualcosa di giusto e meritevole, ma alla fine che cosa hai ottenuto? Rischi di essere la voce di quello che grida nel deserto, non ne ricavi nulla e perdi ogni credibilità. Se questo ruolo non te lo assumi tu, se non sei tu a prenderti questa responsabilità (eccola la parola che ritorna!), ci sarà qualcun altro a farlo. Magari qualcuno che ha meno scrupoli morali di te, e che non si fa tanti problemi a piegarsi a certe direttive. Pensaci.”

Chi vuoi essere?

Ci ho pensato. Praticamente in questi mesi non ho fatto altro… Mentre rimango seduto sul divano a ripensare alle sue parole, mi viene in mente la Antigone di Sofocle. Ho sempre visto quella tragedia con gli occhi dell’adolescente ribelle. Antigone non può accettare che il fratello Polinice, reo di aver attaccato Tebe, rimanga insepolto, “preda di cani ed uccelli”, per cui, andando contro le leggi della città, va a ricoprirne il cadavere rendendogli omaggio funebre. La figlia di Edipo rivendica il suo gesto di fronte a Creonte, re di Tebe, scatenando la sua ira e meritandosi la condanna a morte. Nella sua contestazione la protagonista della tragedia incarna la rivolta femminile contro un’autorità. maschile, la rivolta dei figli contro i padri, ma soprattutto rappresenta in maniera emblematica un intreccio indissolubile di responsabilità e disobbedienza. Mentre penso a questo, alla porta stretta (citando Umberto Curi) attraverso cui talvolta è necessario passare per ritrovarsi umani, mi rendo conto, con una certa angoscia, che nel ricoprire posizioni di responsabilità rischi di ritrovarti costretto a difendere posizioni indifendibili, a tollerare situazioni intollerabili, e ad accettare compromessi improponibili. Sempre allo scopo di proteggere il Sistema. E allora ti chiedi se tu questo sei disposto a farlo, o se invece quel giorno ti si muoverà dentro una sacrosanta ribellione e dirai di no, che quella cosa tu non sei disposto a farla, ad accettarla o a tollerarla. Perché in fondo il vero tema è: “Chi vuoi essere come persona? Che tipo di persona desideri diventare?”. Vuoi essere uno che tira a campare e tiene in piedi la baracca, costi quello che costi, anche se questo comporta turarti il naso di fronte a certe cose? Vuoi essere uno che ci guadagna in soldi e prestigio? Oppure, tornando alla domanda iniziale, vuoi metterci del tuo, assumerti certe responsabilità, e provare a cambiare le cose dall’interno? In realtà credo che anche il solo fatto di “esserci” costituisca un elemento portante del significato etico di certe azioni. Difendere il tuo ruolo nella sanità pubblica, con il portato etico che lo accompagna, significa difendere un’idea, un presupposto fondamentale del nostro contratto sociale, ovvero l’idea che certi valori, come l’universalità del diritto alla salute, non si toccano e devono rimanere intangibili.

E poi c’è il gruppo. Antigone era sola, tu non lo sei. Contro il managerialismo della sanità pubblica, contro lo svuotamento delle competenze, contro l’impoverimento, materiale e culturale, di un certo modo di fare sanità, serve un pensiero collettivo nuovo, servono persone che si prendano delle responsabilità, che dicano quello che c’è da dire quando va detto, e che, se necessario, propongano una ritirata strategica e sistematica da tutte quelle mansioni e da quelle dinamiche che ragionano nell’ottica dell’ontologia aziendale e che sviliscono il senso di questa immane opera collettiva che è il nostro amato e dileggiato Sistema Sanitario Nazionale.

È ora di andare al lavoro. Prendo la borsa ed esco di casa.

Qui la prima parte

Perché non mi ha fatto ridere la premiazione di Wanna Marchi in Campidoglio

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di Andrea Inglese

Non mi ha per niente divertito la vicenda del sedicente “Premio Internazionale alla Cultura” assegnato alle scrittrici Wanna Marchi e a sua figlia Stefania Nobile nella sala del Campidoglio che, oltre ad essere uno spazio espositivo, è anche la sede ufficiale, per il Comune di Roma, di cerimonie pubbliche, conferenze stampa, convegni istituzionali e importanti premiazioni culturali. Ho dovuto spulciare siti di agenzie stampa e di prestigiosi quotidiani nazionali o siti d’informazione indipendenti, prima di trovare una restituzione sufficientemente chiara e pertinente dell’accaduto sull’”Eco del Sannio”. (Se la capitale è corrotta e buffona, un po’ di serietà e decenza morale le troveremo in provincia.)

No, la vicenda non mi ha suscitato neppure sarcasmo. Conosco il mio paese abbastanza bene, per sapere che, da noi, chi fa cultura in modo serio, cioè critico e innovativo, come una qualsiasi attività culturale finisce per essere in un mondo democratico, è “schifato” dalle istituzioni, è schifato da chi ha una qualche forma di potere e, molto spesso, è schifato precisamente da coloro che svolgono ruoli di potere proprio in ambito culturale. In Italia, chi ha potere ha anche uno straordinario fiuto per ciò che un’attività culturale seria e vivente porta con sé, manifesta, trasmette, ossia una forma di autonomia intellettuale e artistica. Per questo io ho sempre sentito negli interlocutori istituzionali di qualsiasi tipo, un disgusto di fronte a proposte che sapevano di “cultura” seria, ossia democratica, critica, libera, ecc. In alcuni, quelli che per formazione, professione, sensibilità, si trovavano più alieni dal mondo culturale, la risposta è semplice: “non ne abbiamo bisogno”. Non ne abbiamo bisogno in generale. Tutta la cultura che ci serve l’hanno fatta nell’Antichità o nel Rinascimento. Con questa si staccano i biglietti e ci si convince di essere ormai sazi, che non ce n’è più bisogno di altra, di nuova. (A meno, naturalmente, che non ci sia una circostanza che permette loro una strumentalizzazione politica o commerciale.) In altri, in quelli che hanno acquisito un qualche posto di potere nella cultura stessa, nelle sue istituzioni, pubbliche o private, il discorso è diverso. La cultura è una faccenda privata. Un privilegio di gruppo, di banda, di famiglia sociale. Il merito non c’entra niente. In Italia si parla molto di meritocrazia, si critica molto la meritocrazia. Ma l’Italia è uno dei paesi meno meritocratici d’Europa. In Italia, la cittadinanza è un traguardo. Si vive molto spesso ancora da sudditi. (Al Nord, gente molto preparata, insegna nelle scuole private a 15 euro l’ora; al Sud, gente con eguale preparazione e in altre scuole private, insegna gratis, fingendo di prendere lo stipendio. Qui non valgono principi o norme giuridiche. Vale il favore: in cambio di questo limpido sfruttamento, il lavoratore avrà certificata l’esperienza professionale che serve per il punteggio, ecc.) Le meritocrazia, nel suo principio, è un metodo di valutazione democratico, che si distingue dalle valutazioni secondo lo status o il sangue, insomma secondo la nascita.

Ora il caso della premiazione di Wanna Marchi e di sua figlia non è un incidente, non è neppure da attribuire alla nuova egemonia dell’estrema destra al governo. È un perfetto esempio di un modus operandi del potere nei confronti della cultura in Italia, modus operandi ben radicato. (Mi verrebbe da dire: bipartisan.) Il potere in questo caso è quello del consigliere Dario Nanni, rappresentante delle istituzioni, e la cultura, in questo caso, è quella dell’editore Alessandro Gian Maria Ferri (Edizioni &100 Group) che si è inventato un “Premio internazionale di cultura” per premiare i suoi autori. E chi sono i suoi “autori”? Wanna Marchi e Stefania Nobile, che dovrebbero essere conosciute non per le loro condanne definitive, e per il loro mestiere di televenditrici, ma per una qualche attività connessa alla letteratura o più in generale alla cultura. Certo hanno scritto ognuna un libro, pubblicato proprio con l’editore che ha indetto il premio.

Non è un incidente, un caso aberrante, un’eccezione. È un caso esemplare, che riassume il duplice modo in cui il paese da cui vengo, e in cui non vivo più (senza nostalgie particolari), considera la cultura seria (ossia viva, autonoma, critica): disgusto e privilegio. Quando non la si può del tutto evitare, la si tollera, ma solo nella forma del privilegio sociale, della concessione o del favore, ossia come il contrario di una risorsa pubblica. La cultura è una sala giochi o un giardinetto privati, che si concede per vari motivi, ma generalmente tutti extraculturali. Non mi ha divertito Stefania Nobile premiata in Campidoglio per Vendere… cara la pelle. Quello che il successo ti dà. Quello che ti toglie. Mi ha fatto schifo. Non lei, ovviamente, ma tutto ciò che ha reso possibile una cerimonia del tutto fasulla (e da tutti i punti di vista) in uno dei luoghi più prestigiosi delle istituzioni della Repubblica Italiana.

Questo purtroppo non fa che confermarmi che l’attività di chi scrive sul serio, di chi fa letteratura sul serio, ossia di chi partecipa dell’elemento vivo e critico della cultura, in Italia, ha un’esistenza molto più difficile e ingrata di quanto l’avrebbe nella maggior parte degli altri paesi europei. Ma per carità, esistono paesi in cui la situazione è ancora peggiore. Quindi in fondo va tutto bene. E poi l’Italia è davvero bella, la gente è simpaticissima, e si mangia probabilmente meglio che in qualsiasi altro posto sul pianeta (contando anche gli esopianeti ovviamente). Scusate, allo schifo è subentrato il sarcasmo. Per fortuna. Stasera ho voglia di cenare normalmente.

 

Ovidio – Metamorfosi – VI 1-62 – Minerva e Aracne

1

Trad. di Daniele Ventre

A così fatte parole prestò la Tritonia l’orecchio,
anche approvò le canzoni degli Aoni e l’ira dovuta.
Poi, fra sé e sé: “Vale poco lodare, avrò anch’io la mia lode,
non lascerò che il mio nume lo spregino senza castigo.”
Dunque rivolge il pensiero al fato di Aracne Meonia,
che per le lodi nell’arte del tessere, a quanto ebbe udito,
non cedé a lei. Non per stato né origine della sua gente,
ma per sua arte era nota; ebbe Idmone di Colofone
padre e nel rosso focaico bagnava imbevute le lane;
era già morta sua madre: anche lei fu del popolo e uguale
per condizione al marito. Ma fra le città della Lidia
ebbe per l’abilità memorabile nome, seppure,
nata da piccola stirpe, abitasse la piccola Ipepe.
Solo per ammirare il suo tessere meraviglioso,
abbandonarono Ninfe la vigna del loro Timolo,
abbandonarono Ninfe i gorghi del loro Pattolo.
E non soltanto le vesti compiute era bello guardarle,
ma anche il loro compirsi (ebbe tanta grazia nell’arte),
sia che avvolgesse la lana nei primi gomitoli grezza,
o con le dita seguisse il lavoro o stirandoli in lungo
ripercorresse e addolcisse il vello a spianare i suoi fiocchi,
o con il pollice svelto volgesse il girevole fuso,
o ricamasse con l’ago; la intuivi da Pallade edotta.
Lei tuttavia lo negava, offesa da tanta maestra:
disse: “Gareggi con me: non sarà che io vinta la ceda”.
Pallade finge sé vecchia, di falsa canizie le tempie
veste e perfino puntella malferme al bastone le membra.
Poi così prese a parlare: “L’età più matura ha non solo
mali da cui rifuggire e negli anni tardi è del bene.
Non disprezzarlo un consiglio, il mio; per la massima gloria
del lavorare la lana tu in mezzo ai mortali gareggia;
cedi alla dea, temeraria che sei, dei tuoi vanti perdono
chiedi con supplice voce; darà il suo perdono, se chiedi.”
Lei la squadrò a occhi torvi e lasciò le trame iniziate
e frenò a stento le mani e tradendo l’ira nel volto
tali parole scagliò contro Pallade che si occultava:
“Priva di senno e disfatta da lunga vecchiezza tu vieni
e l’aver troppo vissuto ti nuoce. Una nuora, se l’hai,
una tua figlia, se l’hai, le ascolti codeste parole.
Io ne ho abbastanza di senno in me; non pensare che avrai
vinto col tuo ammonirmi: io ho sempre lo stesso pensiero.
Lei perché non è qui? Perché evita questa contesa?”
Disse la dea: “Lei è qui”. Poi svestì l’aspetto di vecchia,
e si mostrò come Pallade. Onorano il nume le Ninfe
e le Migdònidi nuore: la vergine sola non trema;
e tuttavia arrossì, sul volto un rossore improvviso
le si diffuse e di nuovo svanì, come è solito il cielo
subito farsi purpureo, appena si parte l’aurora
per poi incendiarsi in un breve istante, al levarsi del sole.
Lei nell’impresa persiste e per brama di un folle trofeo
corre al suo fato; né già si sottrae, la figlia di Giove,
né l’ammonisce più, né rimanda oramai la contesa.
Non c’è indugio, ambedue imbastiscono in luoghi contrari
e con il gracile stame intessono tele gemelle;
tesa è la tela al telaio, il pettine scerne lo stame,
passa di mezzo alle punte del pettine acute la trama,
quella che dita profilano e i spianano denti intagliati,
di fra gli stami condotta, se il pettine su vi si abbatte.
Oltre si vanno affrettando e succinte ai seni le vesti
muovono dotte le braccia, passione a ingannare lo sforzo.

SONDEPOETICHE: n° 0 / Alessandro Broggi

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SONDE POETICHE

a cura di Gianluca Codeghini e Andrea Inglese

UNA FANZINE RADIOFONICA in formato podcast su NAZIONE INDIANA

Poeti, artisti, musicisti, certo. Curatori, redattori, scrittori, compositori, traduttori, va bene. Mostre, residenze, pubblicazioni, convegni, cataloghi, tavole rotonde, d’accordo. Ma poi ci è venuta una vecchia voglia di scalciare, di fare gli imbizzarriti, di semplicemente passare alla velocità inferiore e inferna: quella della FANZINE radiofonica.

The Planet (n° 3, settembre 1930, New York) è considerata una delle prime FANatic magaZINE della storia della stampa novecentesca.

Punk è considerata una delle prime fanzine del movimento punk. Doppia pagina dal primo numero nel gennaio del 1976 (sempre New York).

Ci eravamo talmente educati, a forza di fare gli esercizi sui social, che le confenzioni quasi sopravanzavano il confezionato. Quindi avevamo un po’ voglia di esagerare. Abbiamo voluto sì adeguarci alle esigenze di produttività, ma un po’ all’impazzata, sfornando puntate che durano sempre più di un’ora, e che mantengono un alto tasso di rumore o ordine non capito – leggi: caos.

Ci ha inizialmente ospitato e ci ospita tutt’ora Radioarte, una piattaforma radiofonica nata nel 2001 come spazio virtuale e sperimentale, concepito per la trasmissione e la produzione di opere d’arte sonora.

Radioarte è l’unica webradio di sound&radio art e musica di ricerca e colta in Italia ad essere configurata con la tecnologia del web player con la quale garantisce un canale radio attivo h24 7/7 con programmazione di flusso. I suoi palinsesti la qualificano come radio di ascolto e approfondimento di opere sia edite che inedite di autori emergenti e già affermati.

Dopo 14 trasmissioni e un numero ancora non calcolato di ore di vociferazioni e sequenze sonore, abbiamo deciso di rendere disponibili i materiali della nostra fanzine su Nazione Indiana, in forma di podcast. D’ora in poi, con una scadenza bimensile, verranno presentate sul sito le puntate già realizzate e archiviate nella sezione podcast, in modo da essere sempre disponibili.

Nazione Indiana, infatti, è a sua volta una piattaforma estremamente stratificata, e accoglie non solo testi poetici, narrativi o saggistici, ma anche ipertesti, fototesti, e-book, e podcast appunto, inaugurati nell’agosto del 2025 con Un’estate con la Principessa di Clèves, a cura di Marco Viscardi, ospitato sul sito da Ornella Tajani e proseguiti con la serie Azione Atzeni curata da Francesco Forlani.

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SONDE POETICHE // POETIC SOUND

Con questa nuova piattaforma ci rivolgiamo principalmente a quel non pubblico che non ha nulla da perdere se non la propria curiosità, il proprio desiderio e lo stupore per le parole. Ogni puntata di SONDE POETICHE sarà caratterizzata da suoni con durata a tempo variabile, da parole e rumori intorno a un concetto o a un autore.

PUNTATA N°0: La scrittura anomala di Alessandro Broggi

La puntata dedicata per intero alla scrittura anomala, fuori dai generi fino ad ora conosciuti, di Alessandro Broggi, è andata in onda per la prima volta il 17.10.24.

 

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Gilgameš

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di Tommaso Pecci

Mi sono spesso domandato, nel corso della mia breve esistenza, che significato abbia lasciare dei fiori sulla tomba di qualcuno. La prima risposta – quella infantile e dettata da ciò che mi veniva insegnato – era quella commemorativa. Ma non mi è mai bastata: perché proprio dei fiori? Un amico una volta mi suggerì che il fiore posto su una tomba produce un cortocircuito paradossale. Un organismo vivente all’acme della sua crescita viene accostato ad un ammasso di vermi e fango. Ma è un’antitesi, diceva questo amico, che si risolve a favore del morto: il fiore, simulacro del bel tempo che fu, ne testimonia l’assoluta permanenza oltre il deperimento. D’altra parte, io ho paura che in tutto ciò si celi un’ironia tagliente che non cauterizza l’emorragia umana. Tante volte ho visitato tombe, reali o immaginarie, di personaggi pubblici e privati. Anni fa a Père-Lachaise ho visitato la tomba di Amedeo Modigliani: un cumulo di macerie, sporca mai lucidata, priva di ogni minimo ornamento floreale. Che direbbe il mitico bohémien italiano di una tomba del genere? Innanzitutto, che non si può effettuare alcun ri-equilibrio post mortem: non bastano i fiori a redimere un’esistenza. Un giorno, mentre portavo dei fiori sulla tomba di mio nonno, mi resi conto dell’assurdità di ciò che facevo. Alle mie domande disilluse, mia madre rispose: «Almeno i fiori coprono le date».

Mio nonno si chiamava Mario, il nome più comune di tutti, ma sapeva distinguersi dagli altri. Se mio padre ha sempre avuto i tratti di un Guglielmo Tell, lui era Gilgameš, eroe di altri tempi. La storia che ho sentito raccontare più volte su mio nonno è quella della sua fabbrica: ciò che accade ancora oggi, con meno clamore, sollevò un polverone negli anni Settanta. Un metalmeccanico in cassaintegrazione non promette una famiglia felice: mia madre, piena di sogni e di speranze, dovette abbandonare il sogno di un liceo artistico per fare qualcosa di più utile: gli schizzi non pagano, i calcoli da ragioniera sì. Ogni volta che la vedo intenta a decorare un tavolo per un pranzo di Pasqua so che quella è solo un manierismo, un nervoso teatro di posa per dare un senso a una passione buttata. Non possiedo neanche un disegno di mia madre, ma guai a buttare i miei disegni delle elementari, traccia per lei di un tempo in cui poteva essere e non è stato. Non depreco mio nonno: Gilgameš conosce sulla sua pelle i rischi del credere in qualcosa. La prima notizia biografica che io abbia di lui risale a quel famoso 1948, anno di lotte e di speranze. Un giorno, guardandomi fisso negli occhi (aveva già il colorito giallognolo della sua dipartita), mi disse che lui ci aveva creduto davvero, di poter fare la rivoluzione. Quante delusioni deve aver provato un uomo di quegli anni per rimanere incazzato fino alla fine dei suoi giorni. La rabbia, ancora, connota l’ennesimo personaggio di questa storia sgangherata. La rabbia di un padre che obbliga una figlia diciottenne a trovare un lavoro per sostentare una famiglia, la rabbia di un suocero molto duro, di un nonno di poco affetto.

Un giorno d’estate lo accompagnai in ospedale, per sapere se il sangue prelevato avesse dato un qualche responso. Gilgameš era pieno di buchi sulle braccia e qualcuno anche in testa: abbandonato su una sedia, combatteva con scarso successo le cascaggini, accettava di buon grado la lacuna visiva. Io mi intrattenevo con un cruciverba o un po’ di musica, per lo più osservavo. Di sicuro non riuscivo a rimanere impermeabile al circostante che con tutta la sua tracotanza invadeva ogni anfratto del mio umore. Passare una giornata intera in quei luoghi equivale ad una gelida scrosciata di realtà. Di fronte a tale sofferenza non esiste alcun concetto che possa sopravvivere. Chiusi in fantasmatiche sale operatorie, in corridoi asfittici, in corti interne cementificate – tutti quanti immaginavano ossessivamente la propria morte, la visualizzavano. Così, inondato da tale fanghiglia, realizzavo che niente era reale oltre alla proprio scontatissima dipartita. È lo stesso quesito che probabilmente si pose Gilgameš prima di abbandonarci: tanti concetti e tante buone intenzioni, ma verso la fine dell’ultimo atto nessuno vuole disertare il palco. Anche l’eroe atavico e mitologico cede di fronte all’attimo incerto. Gilgameš mi fissava con gli occhi iniettati di congedo e sussurrava minuscoli e impercettibili pugnali di veleno. «Scusa, scusa, scusa, scusa». Nessuno vorrebbe farsi vedere in quelle condizioni, tantomeno dire addio. Così, ogni possibile Altrove sembra tramontare e affondare in un mare di denso petrolio. Se esiste un Altrove, non può non fare i conti con questa immensa massa nera che tutto ingurgita e niente rigetta. Quante storie sono state così annullate, quante sono finite nel nulla. Parole su parole, accatastate come infiniti cadaveri di eterea consistenza. Vedendo la salma di Gilgameš non riuscivo a pensare ad altro: lui che era così pieno di parole, adesso giaceva svuotato e rinsecchito. In quel simulacro giallognolo tutto il mito, tutta la sua disfatta. Eppure, quando lo vidi esposto nella bara sembrava impettito e rigido come sempre. Ma nei suoi occhi chiusi ho letto, infine, la pace. Fino in fondo, ha creduto in qualcosa e ora se ne stava là come la Sfinge con il suo enigma: avrà trovato o no ciò che cercava?

La notte dopo il funerale, ho sognato infinite schiere di salmoni che lottano controcorrente per raggiungere la cima della cascata. Molti cadevano e si spappolavano su rocce appuntite, alcuni ce la facevano solo per svelare la cascata successiva.

Alla fine ognuno ha il proprio Altrove.

Discordi montagne (La gaia cecità #3)

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di Giacomo Sartori

Sono cresciuto nel culto delle montagne, che in casa mia erano considerate bellissime e preziose. Ma anche istruttive, perché frequentandole si imparava la pazienza e la perseveranza, e l’onestà con sé stessi e gli altri. I miei, tra i pochissimi genitori non credenti nella regione molto cattolica, la veneravano quasi fosse una divinità, e le dedicavano tutte le domeniche, d’estate come d’inverno. Per un periodo avevano gestito un rifugio, prima che io nascessi, prima di dover abbandonare per la loro totale mancanza di doti commerciali e per le loro discordie. L’amara nostalgia legata a questo scacco rendeva il loro attaccamento ancora più viscerale e tormentato.

Per mio padre la montagna era la liberazione dalle pastoie della vita quotidiana, quell’inferno dominato dalla nuova alleanza tra i preti e gli ipocriti politici della Democrazia Cristiana che lui odiava. Lui era dalla parte dei mai pentiti perdenti, e non sopportava che per interesse tutti si conformassero al nuovo corso. Leggeva molte biografie di alpinisti e descrizioni di imprese estreme, e anch’io divoravo avidamente quelle avventure sempre a contatto con la morte. Perché naturalmente accanto a quella bellezza c’erano il pericolo e la morte eroica, la bella morte come dicevano quelli che la pensavano come lui: quegli stessi ingredienti che lui aveva amato durante la guerra, e che gliela facevano quindi ricordare. Non era detto a chiare lettere, ma le nostre erano gite fasciste.

Nei fatti le nostre imprese non erano certo quelle dei grandi alpinisti, eravamo pur sempre una famigliola con dei bambini. Il nostro dominio erano il limite superiore dei boschi e la fascia degli arbusteti e delle praterie alpine, solo raramente ci spingevamo sulla roccia vera e propria. Mio padre soffriva quindi di non potersi confrontare con veri pericoli e vere imprese, come in guerra aveva rischiato tante volte la pelle. Avrebbe voluto essere più in alto, sulle pareti di roccia, senza di noi, come quegli scalatori eccezionali dei quali leggeva le temerarie ascensioni. E in fondo ce lo faceva pesare che fossimo quelle palle al piede che eravamo, con le quali più di tanto non poteva fare. Soprattutto quando mia madre si impuntava, gridava che era stufa che ci mettesse nei pericoli. Contrariamente a quello che gli aveva fatto credere prima che si sposassero, e lui non gliela aveva mai perdonato, lei aveva molta paura. E noi bambini vomitavamo in macchina e dimenticavamo sempre questo o quello, eravamo agli antipodi da quella sobria disciplina militare che era il suo modello.

La verità era che nemmeno lui era un grande alpinista, nonostante il suo amore incondizionato per la montagna, e dentro di lui lo sapeva. Soffriva di essere un semplice escursionista, simile per certi versi a quegli imbranati tutti addobbati ma incapaci che lo facevano sogghignare mentre traversavamo i villaggi turistici eleganti. Noi eravamo in fondo i suoi capri espiatori, e in qualche modo ce ne rendevamo conto. Spesso però dimenticava tutti questi rovelli, e era semplicemente contento di avere davanti quei magnifici panorami che lo esaltavano e lo facevano stare bene. In quei momenti perfino la nostra compagnia non gli risultava più spiacevole, nonostante i nostri irredimibili difetti.

Da adolescente sono venuto a contatto con altri mondi, e da un giorno all’altro ho smesso di seguirli nelle loro gite. D’improvviso quello che mi affascinava erano le rivolte contro le ingiustizie e i grandi rivoluzionari del passato, gli agitatori del presente. Persone spinte dal vento delle speranze e degli ideali, e dei libri militanti, indifferenti alle sfide del corpo e ai maestosi paesaggi rocciosi. Andare a camminare in montagna mi sembrava una perdita di tempo, un’attività di una classe della società che non aveva niente di meglio da fare. Ancor più delle differenze ideologiche questo ripudio approfondiva il fossato ch’era apparso tra di noi, perché non potevano concepire che rinunciassi alla cosa per loro più importante. Io però proseguivo risoluto per la mia strada, convinto di non portarmi appresso alcuna zavorra. Ci ho messo moltissimi anni a capire a che punto la loro fede era entrata profondamente dentro di me e quanto mi aveva influenzato, senza che me ne rendessi conto.

Non a caso, con il senno di poi, ci sono presto tornato, in montagna. Non più come gitante, ma come studioso della terra. Dopo alcuni anni dedicati a altisonanti quanto vani progetti agricoli internazionali mi sono reso conto che preferivo guadagnare una miseria ma fare qualcosa che mi piaceva davvero. Il mio obbiettivo adesso non era arrivare sulle cime o fare estenuanti peripli, ma verificare com’erano le terre, quali fossero i loro tratti distintivi, e cercare di capire che fattori fossero in gioco nella loro distribuzione. I miei metodi e le mie finalità erano completamente diversi da quelli degli alpinisti, come anche le mie rappresentazioni mentali. Però sempre di montagne si trattava, simili a quelle che avevo battuto con i miei, se non le stesse. Ma non potevo accorgermene: non vivevo più in quella regione schiacciata dalle montagne e dai pregiudizi, e pensavo anzi di essermene liberato, sul piano personale. Sono cose che si capiscono dopo.

Certo c’erano lunghe scarpinate di avvicinamento, certo non ero insensibile agli scorci caratteristici e alle vedute mozzafiato, ma ora i miei occhi erano puntati al suolo. Per ore restavo fermo nello stesso posto per scavare la buca necessaria ai campionamenti e per eseguire i vari test. Era un modo di vivere i boschi e le praterie di alta quota più intimo, e per molti versi ben più profondo. Nel silenzio rotto da misteriosi crocchi di vita facevo attenzioni ai minimi dettagli, cercavo di cogliere i minimi indizi. Spesso i grossi animali non si accorgevano della mia presenza e mi venivano assai vicini. E alla fine della giornata i miei vestiti e la mia pelle erano sporchi di terra, il che non mi dava noia alcuna, mi appariva anzi un marchio di distinzione.

Non di rado ero accompagnato da botanici, sempre chini su pianticelle e arbusti, e su spesse guide floristiche, o da geologi che guardavano solo le rocce, o ecologi che frugavano i licheni o i tronchi in decomposizione, ciascuno con i suoi strumenti e i suoi modi di osservare e misurare. Era evidente che ognuno navigava su una sua lunghezza d’onda: nelle nostre teste non vedevamo gli stessi paesaggi. E non erano certo i resoconti avvincenti di spedizioni a farci da guida, e nemmeno gli evocativi nomi delle vette e dei passi e dei rifugi. Gli eroi che ciascuno aveva in testa non si erano messi in luce per le loro prodezze fisiche, ma per aver capito per primi questo o quel meccanismo, aver studiato questo o quell’ambiente, aver scritto dei compendi che si distinguevano per chiarezza e precisione. Ognuno di noi aveva presente i manuali della sua disciplina e gli studi che aveva letto, i quali raccontavano quel dato strato della realtà fisica o biologica con frasi asciutte e impersonali, citando la bibliografia per ogni minima affermazione, in modo che ogni enunciato fosse verificabile e non potesse essere opinabile. Per tutti si trattava di interpretare il groviglio che avevamo sotto gli occhi alla luce di quei testi sacri, di captare eventuali scostamenti o anomalie.

Nessuno aveva la noncuranza e la serenità del camminatore: Cartesio e Galileo Galilei ci tenevano d’occhio. Non potevamo abbassare l’attenzione razionale, anche se c’erano dei momenti di frizzi e lazzi, in particolare durante il pranzo al sacco e alla sera. La scienza ha i suoi pedanti rituali intessuti di misure strumentali e analisi di laboratorio, non le importa nulla della bellezza e dello svago, non lascia spazio alle emozioni. Non si può però dire che l’aspetto estetico fosse completamente evacuato. A me in particolare piacevano i suoli originati dai graniti e dai porfidi, leggeri come farina e sempre un po’ umidi, con delle colorazioni giallo acceso, o arancione, o anche rosso carico. E mi ammaliavano i loro ciottoli molto alterati, che si sbriciolavano senza sforzo alcuno nella mano, quasi che a contatto con la terra avessero perso tutta la loro forza minerale. E poi c’erano le cascate di luce tra le ramaglie, gli sprazzi di azzurro scuro, il volo immobile dei rapaci, le caparbie cime in lontananza. C’era un po’ di posto anche per il fascino e l’incanto, sebbene non fossero al centro.

Ho cominciato a scrivere tardi, dopo i trent’anni, quando i panorami della scienza non mi bastava più. I miei riferimenti letterari venivano da molto lontano, ma guarda caso i miei primi romanzi raccontano tutti episodi ambientati tra le montagne. Le storie che mi uscivano pescavano senza che lo volessi nella zavorra di riferimenti e di esperienze che mi trascinavo dietro. Al posto delle vette assolate e delle pareti verticali descrivevo i fondivalle nei giorni piovosi, il grigio degli inverni senza neve, gli svincoli delle strade veloci, i parcheggi e i centri commerciali, i bar sordidi che tengono aperto tardi la notte. In questa tetra retroguardia non c’erano eroi, e nemmeno grandi studiosi, ma piuttosto sbandati, persone che avevano perso la bussola. Era l’altra faccia della medaglia, quella meno nota e non reclamizzata da nessuno. Quella che meglio permetteva di esprimere il mio modo di vedere le cose. Ma erano pur sempre le montagne, quegli stessi paesaggi della mia infanzia. Scalavo del resto altre montagne, di carta e di vento, ma con la stessa ostinazione e la stessa perseveranza del passo di mio padre sulle salite.

Ora la montagna soffre, come molti altri ambienti considerati di pregio. Le valli sulla cresta dell’onda sono assaltate da internauti e influencer desiderosi di farsi un selfie con i panorami più iconici, nei periodi di punta sono chiassosi luna park. Gli avventori dei rifugi pretendono prelibatezze come in un ristorante di lusso, non gli importa che gli ingredienti vadano portati su con l’elicottero, e ancora meno come si chiamino gli alberi e le rocce che appaiono sui loro schermi. Gli sciatori sono ricconi che vengono da tutto il mondo, vogliono piste perfettamente lisce nutrite con energivori cannoni, visto che la neve scarseggia, e sistemazioni a tante stelle. Ma pure gli alpinisti hanno equipaggiamenti tecnologici di punta e puntano a record di velocità, promulgano le loro imprese tramite i social, conteggiano anche loro i followers. È un paesaggio che non ha nulla a che fare con le escursioni austere della mia famiglia e i nostri pranzi al sacco, con l’orrore di mio padre per il dilagare delle logiche commerciali e del mercantilismo, con il suo culto del sacrificio di stampo fascista, o insomma novecentesco. È uno spettacolo in linea con i tempi, dove contano il successo economico e l’esibizione, dove qualsiasi attività fisica diventa performance.

Le vallate rimaste escluse da questa febbre commerciale e digitale invece si svuotano, sono sempre più prigioniere dell’alcol e della cocaina. Ci sono articoli e libri di antropologi e sociologi che le descrivono, e questi studi corredati di statistiche e grafici abbozzano altri paesaggi ancora, che per certi versi si avvicinano a quelli delle mie storie, le quali sprofondano però nell’intimità e nel mistero degli individui. Le mie sono invenzioni che danno l’impressione di essere fotografie molto nitide, ma che non corrispondono a niente di preciso: sono fatte della materia evanescente dei sogni. Ammesso però che le statistiche e le teorie dei ricercatori dipingano qualcosa di più consistente: in fondo nemmeno quelle sono territori dove si potrebbe passeggiare e provare delle sensazioni. Esattamente come gli studi che ho fatto io sulle terre, con i loro didascalici schemi dei versanti esposti a settentrione o a mezzogiorno, che interessano a un pugno di addetti al mestiere.

Adesso che mi sono disfatto dei fardelli storici e psichici della mia famiglia ogni tanto ci torno come escursionista, scegliendo un percorso non massacrante, anche se di tutto rispetto, fuori dalle zone affollate. Ormai da anni lavoro in territori più pianeggianti e molto diversi, però le montagne, con i discordanti panorami mentali annessi e connessi, mi sono restate dentro. Mentre cammino la mia visione analitica non coincide però con quella estetica, cerco quindi di conciliarle, anche se non è sempre facile. La prima mi appare arida e astratta, la seconda un po’ superficiale, non all’altezza della sfida dei tempi. Restano scenari che non collimano e non dialogano, per non dire inconciliabili, visti da occhi che hanno poco a che fare gli uni con gli altri. A volte però ci sono contaminazioni con la pregnanza di epifanie, come quando nei tagli del sentiero vedo spuntare una ferita di terra, con le sue sontuose tinte rosse o ocra. Sono sicuro che ben pochi la vedono, e colgono la sua feroce bellezza: lo considero un azzeccato regalo personale, che mi pacifica.

 

NdA: la prima puntata di questa serie, “Le nostre roccaforti minerali”, si può leggere qui, la seconda, “L’ecatombe dei paesaggi”, qua

Giuseppe Genna su “Ritorno a Buenos Aires”

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Segnalo un gran bel pezzo di Giuseppe Genna sul gran bel film di Marco Bechis, “Ritorno a Buenos Aires”.

«Prima della prima proiezione di “Ritorno a Buenos Aires”, la pellicola firmata dal regista Marco Bechis in concorso alla Biennale del Cinema 2026, protagonista Adriano Giannini, prima dell’anteprima e prima del set e prima del soggetto e del trattamento e della sceneggiatura, prima, quando è stato concepito, questo film già non esisteva e, venendo realizzato, ha continuato a non esistere. E lo ha fatto con sempre maggiore intensità, incisiva e stilita, madre del deserto che è il mare, le cui dune hanno seppellito i dispersi, gli scomparsi, i desaparecidos dal cielo in acqua e poi nella terra sabbiosa dei fondali. Questo film inesistente, dunque totale e assoluto, più cosmografico che biologico o storico, è una vetta di ciò che sta con nessun fragore inesistendo: ovverosia l’estetica contemporanea, che appunto non esiste e non certamente per l’inabissamento e l’acuzie che il film di Bechis realizza, ma, all’opposto, per la debolezza e l’assenza intima di vita dell’estetica stessa oggi, la cui virulenza e il cui vigorìo e la cui viridanza sono ammutiti, per un salto della storia, né naturale né artificiale, in cui le cose accadono. E perché stanno accadendo all’umanità, ma non attraverso l’umanità. Le cose infatti parlano, le cose vivono, le cose sopravvivono. L’umano, no».

Continuate a leggerlo su Pianetica.
(d.o.)

 

Ritorno al medioevo

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di Patrizia Tenda

La distruzione della Biblioteca di Alessandria è la più grande perdita di conoscenza della storia, e da essa è datato l’inizio del Medioevo, insieme alla concomitante caduta dell’impero romano d’occidente. Il re Tolomeo I d’Egitto fondò la Biblioteca d’Alessandria (295 avanti Cristo), per assemblare tutte le opere mai scritte e salvaguardare la summa della conoscenza umana. Durante l’assedio di Alessandria (48 a.C.) Giulio Cesare fece scoppiare un incendio che distrusse quarantamila rotoli. La Biblioteca sopravvisse in forma ridotta fino al 400 dopo Cristo, quando fanatici religiosi, seguaci dell’arcivescovo di Alessandria, rasero al suolo l’antico tempio del Serapeo, che custodiva i manoscritti superstiti. Al suo posto fu costruita una chiesa. Secondo lo studioso Roger Bagnall, non fu tanto la distruzione della Biblioteca a portare ai secoli bui, quanto l’incuria. Il fatto che la Biblioteca fosse ridotta e lasciata indifesa dimostra che i secoli oscuri erano già arrivati. Duemila anni dopo, l’oscurità si sta nuovamente addensando.

Gli americani che leggono libri sono scesi del 40% negli ultimi vent’anni. Questo declino attraversa tutti i gruppi demografici, di età diverse, uomini e donne, e diversi gradi di istruzione. Non si salvano neppure i laureandi di università prestigiose come la Columbia, Harvard e Berkeley. Rose Horowitch, giornalista della storica rivista “The Atlantic”, ha fatto approfondite ricerche e pubblicato “Gli studenti dei college d’élite non sanno leggere libri” (ottobre 2024) e il recente “The End of Reading” (luglio 2026).

Molti studenti non sono preparati perché non hanno mai letto un libro prima. Nelle scuole medie e superiori americane non assegnano più libri interi, ma estratti. Un professore della Columbia riferisce che i ragazzi arrivano da lui disperati, perché non sanno leggere. Vent’anni fa le sue classi non avevano problemi a intavolare sofisticate discussioni su “Orgoglio e Pregiudizio” e, la settimana dopo, su “Delitto e Castigo”. Ora non riescono a star dietro alla trama generale di un libro. Arrivano al campus universitario con un lessico limitato, si chiudono di fronte a idee che non comprendono, e non sanno perseverare con un testo impegnativo. Hanno problemi a rimanere concentrati anche su una poesia di 12 versi senza cedere alle distrazioni, e questo fa pensare che il declino della capacità di leggere dipenda dai cellulari.

Gli adolescenti sono continuamente tentati dai loro dispositivi, che inibiscono la preparazione ai rigori dei corsi universitari. Leggere libri non può competere con TikTok, Instagram, YouTube. Nel 1976 il 40% degli studenti delle superiori dichiarava di aver letto per proprio diletto almeno sei libri, contro l’11% che non ne aveva letto nessuno. Oggi quelle percentuali si sono capovolte. Gli studenti considerano la lettura di libri come un relitto del passato.

L’immersione prolungata in un testo stimola abitudini mentali preziose, come il pensiero critico e l’autoriflessione, dice la neuro-scienziata Maryanne Wolf, dell’UCLA (Università della California a Los Angeles). Leggere non è mai stato naturale, richiede che regioni del cervello usate per parlare e riconoscere oggetti siano convertite per collegare stringhe di lettere a parole. Questa pratica è emersa seimila anni fa in Mesopotamia.

Per millenni dopo la nascita della scrittura, la maggior parte dei popoli è rimasta analfabeta. L’alfabetizzazione è diventata un fenomeno di massa solo dopo che Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili nel 1440. “La parola scritta è fondamentalmente diversa dal linguaggio orale. Scrivere distacca il messaggio dal messaggero, permettendo una diffusione imparziale dell’informazione che non era possibile nelle società orali. Scrivere una frase richiede più tempo che dirla a voce, e questo costringe lo scrittore a rallentare e riflettere”. (Rose Horowitch)

Secondo la “National Endowment for the Arts”, che conduce le indagini più complete sulle abitudini di lettura degli americani, meno della metà di tutti gli adulti ha letto un libro qualsiasi nel 2022. Solo il 38% ha letto un romanzo o un racconto. Gli americani che leggono per diletto sono scesi dal 28% del 2004 al 16% nel 2023. Anche i libri che vengono pubblicati si sono ridotti. I best-seller di oggi contengono frasi un terzo più corte di quelle dei libri di cento anni fa. La maggior parte degli americani riceve le notizie sui cellulari e il 40% preferisce guardare o ascoltare le notizie online piuttosto che leggerle. L’Associazione Americana dei Bibliotecari Scolastici ha dovuto adattarsi ai livelli più bassi di lettura degli studenti comprando i più popolari romanzi a fumetti! Quasi il 30% degli americani adulti non sa parafrasare o trarre conclusioni da un testo di più pagine.

Siamo bombardati da email, messaggini, tweet, titoli acchiappa-click. Questa esplosione di frammenti di testo è arrivata a scapito dell’attenzione costante su testi più lunghi che trasmettono informazioni ricche e complicate. Secondo Maryanne Wolf, la neuro-scienziata cognitiva, stiamo perdendo la capacità di pensare profondamente, stiamo perdendo le abilità superiori di comprensione e sintesi. “L’America non è analfabeta, è post-alfabetizzata”, scrive Rose Horowitch. Un eufemismo per “nuovi analfabeti”.

Gli insegnanti dell’asilo riferiscono che molti bambini non conoscono filastrocche o fiabe. Solo il 2% degli americani adulti legge libri ai propri figli. Forse per questo la cantautrice Dolly Parton (il cui padre era analfabeta) si è a lungo battuta per dare una biblioteca ai bambini “fin dalla nascita”. Dal 1984 al 2025, la percentuale di tredicenni che non ha mai letto un libro per diletto è salita dall’8 al 29%. Gli studenti ormai considerano la lettura inutile e faticosa. La TV per prima ha dirottato l’attenzione degli americani e ha trasformato la politica in spettacolo dozzinale. Negli anni ’80 la famiglia media americana guardava la TV sette ore al giorno, che sono diventate nove nel 2010.

Se la TV ha spazzato via il tempo di silenzio necessario a leggere, internet e smartphone lo hanno reso quasi impossibile. Lo scrolling infinito, i link, le notifiche, invitano a letture superficiali, con costanti stimoli a guardare altro. Comprendiamo meno quando leggiamo su un dispositivo digitale che quando leggiamo su carta, per tutte le distrazioni del web. Dedicare completa attenzione a un testo ora sembra troppo da chiedere agli studenti. I bambini che iniziavano la scuola, una volta piangevano perché volevano le loro mamme. Ora piangono perché vogliono il tablet. In terza media i ragazzini passano quattro ore e mezza sui social media. Per la maggior parte guardano video, spesso a velocità 2x.

Che cosa succede al nostro cervello quando smettiamo di leggere? Se riempiamo il nostro tempo con video brevi invece che con libri, le nostre abilità di lettura si atrofizzano. Abbiamo meno conoscenza di base che aiuti la comprensione. Leggere libri è un allenamento per la soglia di attenzione. Più leggi, più è facile leggere, e più sei ricompensato con nuove capacità di comprensione. Meno leggi e più difficile diventa leggere, e si fa più arduo il sentiero per la conoscenza. Chi scorre TikTok è come un topo di laboratorio che spinge un bottone e ottiene una dose di cocaina. Nel 2004 la soglia media di attenzione su uno schermo era di due minuti e mezzo. Nel 2012 era scesa a 75 secondi. Nel 2021 è caduta a 47 secondi.

Gli americani adulti hanno un lessico più povero di quello che avevano mezzo secolo fa. Lo stile di comunicazione di Donald Trump si adatta perfettamente ad una società orale. Trump fa uso di epiteti facili da ricordare e ripetere: “Sleepy Joe”, “Laughing Kamala” (Joe Biden rimbambito, Kamala Harris sguaiata). Trump si contraddice come se non esistesse traccia delle sue precedenti affermazioni. Anche i suoi testi sono quasi identici ai suoi discorsi. Ha dichiarato: “Io amo i poco istruiti”. Trump è il primo presidente “post-alfabetizzato”. Ha aperto la strada ad uno stile di comunicazione rozza e feroce, che sfrutta la nostra epoca ignorante e distratta.

I primi umani hanno trascorso millenni a comunicare con la voce. La scrittura ha trasformato la società, alterando la consapevolezza e la storia politica. “L’avvento di scrittura e lettura è stato il presupposto della filosofia, della scienza moderna. Via via che l’alfabetizzazione si diffuse nelle società, contribuì agli sconvolgimenti politici e alle rivoluzioni”. (Rose Horowitch) L’alfabetizzazione è stata una forza dirompente per il progresso umano.

Nel Sud degli Stati Uniti i suprematisti bianchi mantennero il loro potere vietando agli schiavi neri di imparare a leggere e a scrivere. Il declino di lettura e scrittura porterà cambiamenti regressivi della stessa portata. Chi non legge svilupperà una mentalità da schiavo. Gli unici che stanno leggendo tutti i volumi pubblicati dall’intelligenza umana sono ormai solo i Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni dell’Intelligenza Artificiale. Gli studenti non leggono e non scrivono neppure, fanno scrivere compiti e saggi scolastici ai Bot. I medici fanno fare diagnosi ai Bot, disimparando a farle da soli. Di questo passo sembra inevitabile la nostra totale dipendenza da macchine molto meno ignoranti di noi.